Destra di Popolo.net

ILVA, SI VOTA PER LA CHIUSURA, AI SEGGI 4.300 TARANTINI

Aprile 14th, 2013 Riccardo Fucile

VIA AL REFERENDUM CONSULTIVO, SI SCEGLIE SE LASCIARE APERTO TUTTO O PARTE DELLO STABILIMENTO SIDERURGICO… L’OBIETTIVO DEGLI AMBIENTALISTI, LE RAGIONI DELLA CITTA‘

Comunque vada, non cambierà  nulla.
Eppure, dicono, potrebbe cambiare tutto
Alle 12 di oggi aveva votato al referendum consultivo cittadino pro o contro la chiusura parziale o totale dell’Ilva di Taranto, il 4,4 per cento degli elettori.
Lo si apprende dal Comune di Taranto.
La percentuale corrisponde a circa 4300 elettori.
Perchè il referendum sia considerato valido deve raggiungere il quorum del 50 per cento più uno degli elettori, ovvero 86.351 su un corpo elettorale totale di 173.061 di cui 91.101 donne e 81.960 uomini.
I seggi sono aperti da oggi alle 8 e chiuderanno alle 22.
Per ragioni di costo economico, il Comune di Taranto, che per il referendum affronterà  una spesa di circa 400mila euro, ha compattato i seggi elettorali, riducendoli da 190 a 82.
Il Comune ha costituito 82 sezioni, in 19 scuole e una nell’ospedale Santissima Annunziata.
Gli elettori di Taranto sono chiamati alle urne per dire se vogliono la chiusura di tutto lo stabilimento dell’Ilva “per tutelare la salute vostra e dei lavoratori dall’inquinamento” o se invece preferiscono la chiusura della sola area a caldo.
In sostanza viene chiesto ai cittadini di risolvere quello che la politica negli ultimi 30 anni non è riuscita a fare: sciogliere la dicotomia più odiosa e assurda, quella tra il diritto al lavoro e diritto alla salute, ammettendo di fatto l’incapacità  a realizzare quello che in tutto il resto del mondo accade.
Fare cioè convivere i due diritti, producendo acciaio senza produrre malattie.
Il referendum è consultivo.
Dal risultato il Comune dovrebbe trovare spunto per decidere come comportarsi con l’azienda, pur avendo l’amministrazione comunale solo un potere sanitario.
Ha votato anche il sindaco Ippazio Stefà no alla guida di una maggioranza di centrosinistra: non ha indicato la sua preferenza, ma ha invitato i cittadini ad andare alle urne.
Due sono le schede che vengono consegnate agli elettori, una chiede un sì o un no alla chiusura totale della fabbrica, l’altra un sì o un no alla chiusura parziale.
L’elettore, se lo vuole, può anche chiedere di votare solo per uno dei due quesiti referendari.
Alla chiusura dei seggi si procederà  allo spoglio.
Se si dovesse arrivare a una cifra di votanti che va dal 20 al 30 per cento, sarebbe un trionfo, dicono: tutti i partiti politici, con l’esclusione del Movimento 5 stelle e Radicali, parlano di libertà  di scelta.
Stessa indicazione dei sindacati. Sel è per la chiusura della solo area a caldo.
Solo i movimenti ambientalisti spingono per il voto, con due sì.
Il significato che c’è dietro quelle schede è fortissimo: c’è la prova della consapevolezza, quella che negli ultimi 20 anni è mancata a Taranto.
Quando Riva veniva condannato a fine anni ’90, le aule di giustizia erano vuote, i giornali lasciavano in pagina un colonnino per riportare la notizia.
Nelle scuole quando chiedevi ai ragazzi cosa volessero fare da grandi, ti dicevano senza pensarci un secondo Ilva.
Oggi alla stessa domanda, “qualcuno vorrebbe lavorare al siderurgico?”, in una scuola superiore nessuno alzerebbe la mano. L’llva era un dogma.
Da qualche tempo è diventato un mostro.
Andare al voto oggi significa oggi per la città  esorcizzare una paura, scegliere è probabilmente una sconfitta (“contrapporre diritto alla salute e diritto al lavoro significa fare il gioco dell’azienda, significa far passare il messaggio che le due cose non possono convivere, approvare una bugia” dicono gli avversari più lucidi del referendum oggi), ma fino a qualche anno fa ipotizzare un referendum a Taranto era assurdo, una cosa che potevano dire i pazzi.
Prova ne sia quanto la vecchia Ilva temesse questa consultazione.
Tanto sapevano che il referendum da un punto di vista pratico non avrebbe portato a nulla, tanto però ne conoscevano la portata evocativa.
Non è un caso la telefonata del 29 luglio del 2010 tra il pr dell’Ilva, Girolamo Archinà  (oggi in carcere) e il sindaco Ippazio Stefano (che oggi sarà  alle urne, ma non ha indicato cosa voterà ).
Dice Archinà : «La data del referendum… la più lontana possibile».
E Stefà no: «Va bene».
Archinà : «Per farci stare un po’ tranquilli».
Stefà no: «Tranquilli, va benissimo, ciao Girolamo».
Si vota oggi.
Chissà  se stanno un po’ tranquilli.

Giuliano Foschini
(da “La Repubblica“)

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IL PARTITO DI PRODI PREPARA L’OFFENSIVA MA IL PD RESISTE SULLA ROSA DI NOMI “CONDIVISI”

Aprile 14th, 2013 Riccardo Fucile

PRESSING SUI PARLAMENTARI DEMOCRATICI… IN POLE FINOCCHIARO, MARINI, AMATO

Fuga da sprint finale, in pieno stile ciclistico, solo quando il traguardo è lì, dietro l’ultima curva.
Ci stanno lavorando i (pochi) prodiani presenti in Parlamento, i tanti fuori – capeggiati da Arturo Parisi – ma soprattutto la schiera dei renziani, che farebbe lievitare il «partito del Professore» a 70-80 grandi elettori.
Endorsement per suonare la sveglia al quartier generale Pd. Con l’obiettivo dichiarato di giocare d’anticipo, prima che Bersani e Berlusconi si rivedano (forse martedì) e chiudano un accordo da «abbraccio mortale», a sentire i big sponsor del fondatore dell’Ulivo e magari agire poi da calamita sui Cinque stelle.
Grillini che già  nelle loro “Quirinarie” di ieri hanno ufficializzato il nome dell’ex presidente della commissione Ue nella loro top ten.
Non a caso, due campanelli d’allarme sono risuonati nelle ultime 24 ore, a sinistra e a destra.
Gli uffici dei capigruppo del Partito democratico di Camera e Senato hanno attivato da ieri la batteria interna, iniziando a contattare ogni singolo parlamentare per sondare gli umori e richiamare con discrezione alla disciplina di partito, alla linea.
Che dovrebbe indirizzare tutti «sulla via di una scelta condivisa», come spiega un alto dirigente Pd.
Verso «nomi che uniscano e non che dividano e che sono ormai riconducibili a quelli di Amato, Marini e Finocchiaro».
Una terna alla quale qualcuno continua ad aggiungere Sergio Mattarella. Alla vigilia delle votazioni del 18 il partito si dovrebbe presentare con una rosa ristretta di nomi, difficilmente uno solo, spiegano, da offrire al Pdl e Scelta civica.
Nell’ottica di un’intesa che poi potrebbe facilitare la strada verso la formazione di un governo d’emergenza per le riforme. Il fatto è che gli umori, come le anime interne al Pd, sono variegati e chi si è attaccato al telefono da ieri lo ha potuto riscontrare.
I renziani non fanno ormai mistero di aver cassato dalla lista il nome di Marini: per loro restano in partita solo quelli di caratura «internazionale », di Prodi e semmai Amato.
Pronti a uscire allo scoperto, come non hanno fatto finora, coloro che più di altri sono vicini al Professore.
E che spiegano: «Viviamo con grande malessere la facilità  con la quale dai “giovani turchi” ai popolari nel Pd hanno escluso una figura come quella di Prodi, che vanta un peso istituzionale superiore rispetto a qualsiasi altra».
E si elenca: «Due volte premier, presidente della Commissione europea da dove certo non ha fatto guerra al Berlusconi premier, inviato Onu».
«Nel partito poi qualcuno dovrà  spiegare perchè sia preferibile un accordo al ribasso col Cavaliere – continua il parlamentare e dirigente Pd – magari per dar vita a un governo di tre o sei mesi. Noi non l’accetteremo ».
Partita dalla quale si tiene debitamente lontano un Prodi che ancora ieri si dichiarava «disinteressato », scherzandoci su.
Chi non ci scherza affatto su è Silvio Berlusconi, tornato non a caso a sparare a pallettoni da Bari contro il Professore («Pronti ad andare all’estero»).
I fedelissimi che lo hanno accompagnato al palco di Piazza della Libertà  raccontano di un Cavaliere assai preoccupato, tornato al più cupo «pessimismo», per nulla rassicurato dall’ennesima chiusura di Bersani.
«Non si prospetta nulla di buono – ha confidato – la candidatura di Prodi sta rimontando, il segretario Pd non tiene tutti i suoi e questi sono capaci di eleggerlo coi grillini» è l’allarme lanciato a margine della kermesse che, puntuale, ha preso la piega del comizio elettorale.
Con tanto di auto-ricandidatura – la settima – di Berlusconi a Palazzo Chigi.
«Il rischio che avvertiamo è che l’elezione del capo dello Stato si stia trasformando in resa dei conti congressuale interna al Pd» per dirla con Mariastella Gelmini.
Il timore insomma che Bersani tratti col Cavaliere in rappresentanza solo di una parte dei suoi.
Bruno Tabacci, parlamentare di lungo corso, è pronto a scommettere che alla fine l’accordo si farà , perchè «Berlusconi è un realista», ma lo spiraglio è stretto: «O si chiude entro le prime tre votazioni o dalla quarta per lui tutto può succedere. E sarebbe da folli, nella crisi in cui versiamo, se non si scegliesse un presidente in grado di garantire una copertura internazionale, com’è avvenuto con Ciampi e Napolitano ». Un derby che, se si considera fuori gioco ormai Monti, anche Tabacci restringe ormai ai due ex premier: Prodi e Amato.

Carmelo Lopapa
(da “la Repubblica“)

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I DUBBI DEGLI ESPERTI: “UN SISTEMA POCO TRASPARENTE, SOLO CASALEGGIO SA COSA E’ SUCCESSO, LO SPOGLIO E’ INCONTROLLABILE”

Aprile 14th, 2013 Riccardo Fucile

“GRILLO INVOCA LO STREAMING MA POI MANTIENE UNA PIATTAFORMA CON CONTENUTI SEGRETI”

Il giorno della verità  sui nomi a 5 stelle per la presidenza della Repubblica avrebbe dovuto essere l’11 aprile. Ma oltre all’attacco hacker, sul web si moltiplicano le possibili interpretazioni di quanto successo.
Forse hacker, forse un risultato non gradito ai vertici del M5s.
Ma la certezza su quanto avviene realmente dopo il voto online non c’è. Esiste solo la certificazione della Dnv, la multinazionale scelta da Casaleggio per validare le operazioni di voto.
Come funzionano
Per le primarie presidenziali del M5s, niente gazebo e due euro da pagare. Obbligatoria però l’iscrizione al Movimento. Per votare ci si collega una pagina web dedicata “Quirinarie”, dall’indirizzo non pubblico, il sistema accetta naturalmente un solo voto.
E poi più nulla, nessuna informazione o dato, ad esempio per conoscere “l’affluenza digitale”, e sapere quanti altri elettori hanno votato.
Solo l’attesa dello spoglio.
La piattaforma di Grillo è infatti proprietaria, chiusa.
Soltanto lo staff del M5s sa cosa succede dietro le quinte del sito web, fino al punto in cui Dnv certifica.
Lo stop dell’11 è arrivato quando Dnv ha rilevato una “anomalia”, una discrepanza tra i voti e il numero di aventi diritto.
Quanto basta per pensare a un’intrusione informatica nel sistema di voto, e ad invalidare le elezioni. Ma sulle procedure di spoglio decide tutto Casaleggio.
Come dire, Dnv dice se le elezioni si sono svolte regolarmente. Ma i risultati sono sotto la giurisdizione di Casaleggio.
Inoltre, conoscere che tipo di attacco hacker è stato effettuato sulla piattaforma aiuterebbe a rafforzarne almeno l’idea di affidabilità .
Poter realizzare un semplice “buco” e utilizzarlo per votare più volte indicherebbe l’inadeguatezza della struttura. E la possibilità  di subire attacchi hacker ben più sofisticati.
Il nodo della trasparenza
Anche a trasparenza non sembra essere tra i punti forti della piattaforma di Casaleggio.
«La Dnv certifica la procedura, ma poi lo spoglio lo fa lo staff di Grillo», dice Edoardo Novelli, docente di comunicazione politica all’Università  Roma Tre.
«E se lo spoglio viene effettuato da Casaleggio, qualche dubbio è lecito».
Sul web, i commenti sono divisi tra chi giudica la piattaforma inadeguata e chi dice che se il M5s avesse voluto pilotare la consultazione, avrebbe evitato di denunciare attacchi hacker, intervenendo direttamente sui dati.
Certificazione delle procedure o meno, spiega Novelli, Grillo «utilizza il web senza una vera cultura della Rete».
L’apertura di internet, alla base della condivisione delle informazioni è interpretata in maniera contraddittoria: «Grillo invoca lo streaming, ma poi mantiene una piattaforma chiusa, con contenuti segreti», dice il professore, «definendo un organismo politico verticistico».
Qualcosa è andato storto
«Un’anomalia che ha compromesso in modo significativo la corrispondenza tra voti registrati e l’espressione di voto del votante».
Con questa espressione — non meglio precisata — la Dnv Business Assurance, società  a cui si è rivolta la Casaleggio Associati per verificare le procedure di votazione online, ha fatto sapere che qualcosa è andato storto durante le Quirinarie.
Le attività  di verifica, spiegano dagli uffici dell’azienda, hanno tenuto sotto controllo anche la seconda votazione.
La Dnv, che sta per Det Norske Veritas, è inserita in una multinazionale della certificazione.
La società  è una delle tre controllate dal gruppo Dnv, una fondazione internazionale e indipendente istituita nel 1864 e con sede a Oslo.
Ha 300 uffici in tutto il mondo e 10mila operatori, rilascia certificati di qualità  e di garanzia ponendosi come ente terzo nella valutazione dei problemi per le aziende.
In Italia la sede principale di Dnv è ad Agrate Brianza, in provincia di Milano.
Ci sono poi altre nove sedi operative, per un totale di 250 dipendenti.

Tiziano Toniutti e Luca De Vito

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MONTI SI DEFILA DA “SCELTA CIVICA”: IL SUO NOME SCOMPARIRA’ DAL SIMBOLO

Aprile 14th, 2013 Riccardo Fucile

IL PROFESSORE RINUNCIA A INCARICHI DI PARTITO E NON SARA’ NELLO STATUTO

La scelta del Professore sarà  distinta anche se non ancora distante dalla forza che «ho ispirato e fondato».
Rimarrà  senatore a vita e farà  il «padre nobile» della lista, ma senza aver più un «rapporto organico» con il gruppo dirigente, siccome «non mi sento un leader di partito, non è il mio mestiere».
Così ha annunciato.
Il Professore che era salito in politica, ora vuole scendere dal golgota dove sente di esser stato messo ingiustamente da molti, quasi da tutti: dai partiti «che mi avevano chiamato in soccorso» nell’inverno del 2011, dalle forze sociali – Confindustria e sindacati – che oggi andranno «squallidamente a braccetto senza però indicare come uscire dalla crisi», e persino dai suoi stessi alleati, da quei compagni di avventura che «mi implorarono di fare il capo della coalizione alle elezioni e adesso dicono di aver donato il sangue per me».
Raccontano che l’intervista di Pier Ferdinando Casini al Corriere l’abbia lasciato di sale, «sono rimasto allibito», e l’abbia convinto a un passo di lato che somiglia molto a un passo indietro.
Formalmente dice di non essersi disamorato, «non è disamore, non considero terminata l’esperienza», anzi Scelta civica – nel quadro disastrato di un’Italia tripolare – «resta una forza necessaria alla tenuta europeista del Paese».
Epperò la prossima settimana i parlamentari che sono stati eletti con il suo movimento, leggeranno nello statuto la conferma ufficiale di quanto già  Monti aveva detto loro a voce: la sua assenza dagli incarichi e la cancellazione del suo nome dal simbolo sono il prodotto di una sconfitta iniziata nelle urne e che il Professore fatica a capire, interpretandola come una forma di ingratitudine: «Stiamo uscendo dalla procedura di deficit europeo, i conti pubblici sono in ordine…»
Perciò non solo è turbato dal fatto che non siano stati riconosciuti i meriti del suo governo, non comprende nemmeno l’accanimento, il fatto di esser diventato «il capro espiatorio di tutto e di tutti», sebbene questo sia l’effetto di un Paese stremato dalle tasse e dalla recessione, ma soprattutto la conseguenza della sua precedente scelta: quella di entrare nell’agone politico, dove nulla viene risparmiato a nessuno, figurarsi a chi – entrato nel Palazzo da super partes – ha deciso di farsi parte e di sfidare quanti lo avevano appoggiato.
Gli errori di grammatica politica in campagna elettorale e poi quelli di ortografia istituzionale all’inizio della legislatura hanno determinato la reazione, fuori e dentro il suo stesso movimento. Per esempio, quando salì da Napolitano per chiedergli di lasciare Palazzo Chigi in modo da trasferirsi a Palazzo Madama, non solo si attirò le critiche del capo dello Stato, ma anche l’ira di chi – come Lorenzo Dellai – sperava di conquistare la presidenza della Camera in quota Scelta civica, e l’ironia di chi – come Casini – si aggirava per il Senato dicendo: «Non chiedete a me di strategie, io non conto più nulla».
Stizzito per le tensioni alla riunione dei gruppi parlamentari, Monti perse per la prima volta il suo aplomb: «Posso andarmene anche domani mattina, non resto qui a fare il vostro zimbello».
Emotivamente provato, si ripetè alla Camera, nelle vesti di premier, davanti agli attacchi di chi gli aveva dato fino a pochi mesi prima la fiducia: «Non vedo l’ora che finisca tutto».
E dato che non può ancora farlo con il governo, ha iniziato con il partito, nonostante Mario Mauro gli abbia chiesto di restare.
L’ex berlusconiano che prima delle urne pronosticava di sostituire il Pdl con Scelta civica nel Ppe, giorni fa ha pregato Monti, «non mollare, o almeno aspetta un paio di mesi. Traghettaci prima verso l’assemblea costituente del partito».
Niente da fare.
Così la prossima settimana lo scontro interno diverrà  pubblico alla vigilia delle Amministrative, dove non si sa cosa fare.
Sarà  l’anticamera del divorzio?
Già  oggi d’altronde i cofondatori del movimento vivono da separati in casa: da una parte Andrea Riccardi, che mira a trasformare il movimento in un partitino cattolico; dall’altra Italia Futura che ambisce invece ad approdare nella famiglia liberale europea, e che mentre attende di capire quali saranno le mosse di Matteo Renzi, rilegge i dati delle elezioni politiche, il peggior risultato ottenuto a Roma, proprio nel quartiere simbolo di Trastevere dov’è la sede della Comunità  di Sant’Egidio.
In mezzo c’è l’Udc, che in vista delle votazioni per il Quirinale riunirà  i propri grandi elettori, senza montiani.
In fondo, senza Monti, i montiani non ci sono più.

Francesco Verderami
(da “il Corriere della Sera“)

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INTERVISTA A FABRIZIO BARCA: “NON PUNTO A FARE IL SEGRETARIO”

Aprile 14th, 2013 Riccardo Fucile

“ECCO IL MIO PROGRAMMA PER IL PD, PARTITO DI SINISTRA”

Ministro Barca, giovedì pomeriggio lei ha preso la tessera del Partito democratico…
«Alle cinque meno dieci, per l’esattezza».
Sta prenotando il posto di segretario?
«No. Ma no sul serio. Voglio aprire un dibattito, con l’ambizione di far parte del nuovo gruppo dirigente. Punto».
Come mai non si era iscritto prima? Non condivideva l’idea del Partito democratico?
«Quando nacque, ebbi la sensazione che fosse forzata la confluenza delle componenti ex comuniste, ex democristiane e liberalsocialiste, e la non ricchezza del dibattito di questi anni mi aveva confermato quel dubbio. Invece nell’ultimo anno ho potuto constatare che nel Paese ci sono molti militanti che sono figli di questo mix culturale, e allora ho capito che il mio giudizio era sbagliato».
Nelle 55 pagine del documento con cui si presenta al Pd, lei delinea l’identikit di un partito di sinistra. Proprio qualche giorno fa, però, Walter Veltroni, che del Partito democratico è stato uno dei padri e forse quello più convinto, ha detto che il Pd ha un’identità  «post-ideologica» e una «vocazione maggioritaria». La sua idea del nuovo Pd contraddice questo ritratto?
«La mia idea non contraddice l’identità  del Pd ma la lettura che Veltroni ne dà . Io penso che il Partito democratico, se non si usano ipocrisie, sia un partito di sinistra. La componente ex dc è di sinistra: si chiamava così quando era nella Dc. Ed è di sinistra anche la componente laica. Quanto alla vocazione maggioritaria, non vi vedo alcuna contraddizione, visto che la sinistra governa a momenti alterni tutti i maggiori Paesi del mondo».
Posso chiederle come ha votato alle ultime elezioni?
«Ho dato un voto al Pd e uno a Sel».
Suo padre fu uno dei dirigenti del Pci. Ma nel pantheon dei suoi punti di riferimento politici c’è o no Enrico Berlinguer?
«Sì, per me Berlinguer rimane un punto di riferimento fondamentale».
Lui teorizzò il centralismo democratico. Lei vuole lanciare lo «sperimentalismo democratico». Ma che cos’è, esattamente?
«Lo sperimentalismo democratico è un metodo per l’assunzione di decisioni pubbliche che avviene con un forte ruolo dello Stato, ma con una fortissima consapevolezza da parte del centro della propria ignoranza. Quindi il presidio nazionale attiva un confronto locale che restituisce informazione e conoscenza. Non è una mia invenzione: è quello che sta facendo Obama negli Stati Uniti».
Ma questo riguarda il ruolo lo Stato, non il partito.
«Sì, ma come possiamo pensare di arrivare allo sperimentalismo democratico senza una mobilitazione delle persone, senza un partito che prema e pretenda dagli amministratori che ha fatto eleggere l’avvio di questo processo?».
Grillo risponderebbe: c’è la Rete, i cittadini possono decidere sul Web.
«Il Web può essere utile quando si tratta di dire sì o no, o quando ci si vuole far conoscere. Ma se affrontiamo una questione complessa, quando dobbiamo prendere una decisione articolata che richiede il confronto, nulla può sostituire quell’azione faticosa ma indispensabile che è il dibattito, la discussione faccia a faccia».
Torniamo al partito. Addio al finanziamento pubblico?

«Se il partito è quello che racconto io, la prima condizione è che il contributo degli iscritti e dei simpatizzanti deve essere determinante. Il finanziamento pubblico così com’è non può più continuare. Bisogna ridurlo, sganciarlo dalla dipendenza dai gruppi parlamentari e dargli nuove forme più trasparenti».
Lei dice di voler portare fuori i partiti dallo Stato, rompendo la «fratellanza siamese» di oggi. Significa che i partiti, a cominciare dal Pd, dovrebbero uscire dalla Rai e dalla sanità , giusto per fare due esempi?
«Assolutamente sì. Il partito deve restare assolutamente fuori dagli enti pubblici. E’ la cartina di tornasole: se non finisce la «fratellanza siamese», il nuovo partito non nasce. Se la gente si convince che andando al partito sta venendo a fare da copertura, perchè ci sono altri che si stanno cucinando carriere destinate a terminare nelle aziende municipalizzate, i migliori non vengono».
E come pensa che sia possibile rompere il meccanismo della lottizzazione?
«Applicando una concorrenza trasparente che faccia prevalere la competenza e il merito e non l’appartenenza o la fedeltà . E stabilendo regole deontologiche assai rigide che portino anche all’espulsione dal partito di chi accetta o assegna un incarico calpestando i diritti di chi è più competente o più meritevole».
Glielo chiedo così: chiunque sia il successore di Bersani, secondo lei non dovrebbe candidarsi alla guida del governo?
«E io le rispondo che anche per il successore di Bersani, secondo me, dovrebbe valere la regola dell’incompatibilità  tra incarichi di partito e cariche pubbliche. E’ chiaro?».
Chiarissimo. E Matteo Renzi? Che ruolo vedrebbe per lui nel nuovo partito?
«E’ talmente ambizioso l’obiettivo che ho in mente, che se forze come quella di Renzi non sono dalla parte del cambiamento diventa quasi impossibile realizzarlo».
Potrebbe essere, il sindaco di Firenze, un buon candidato premier?
«Una persona che si presenta alle primarie, e in 40 giorni agita il Paese, coinvolge tanti giovani e raccoglie un consenso così vasto dimostra di avere delle carte significative per fare questo mestiere».
Lei non sembra attratto da Palazzo Chigi. Perchè?
«Governare è stata un’avventura straordinaria. Ho scoperto che Nenni si sbagliava: la stanza dei bottoni c’è davvero. Ma sono andato a sbattere contro l’assenza dei partiti. E allora mi appassiona la sfida di provare a cambiare il luogo dove si forma la volontà  democratica: i partiti, appunto».
Ma se la convocasse il prossimo presidente della Repubblica, offrendole l’incarico di formare il governo, gli direbbe di no?
«Cercherei di convincerlo a non farlo».

Sebastiano Messina

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GIOCHI SUL COLLE: D’ALEMA PRESIDENTE, PERCHE NO?

Aprile 13th, 2013 Riccardo Fucile

PIACE A BERLUSCONI E POTREBBE INCARICARE SUBITO RENZI

“Ma sì, voteremmo anche D’Alema. Perchè no? Per noi l’importante non è il nome, ma che ci sia l’accordo. Per un governo di larghe intese”.
Parola di Daniela Santanchè, vicinissima di Berlusconi.
D’altra parte, la linea l’ha data lui, il Caimano. “Siamo pronti a votare anche un pd al Colle”.
In cambio, chiaramente di “un governo di larghe intese”.
Dice in un’intervista a Repubblica.
Mentre toglie persino il salvacondotto come condizione dal tavolo della trattativa. Dunque, un pd. Come tattica di disturbo, Berlusconi ha già  lanciato Bersani. Il quale ha smentito di essere in corsa.
C’è da crederci: forse al segretario democratico piacerebbe anche, ma si sta giocando un’altra partita.
Franco Marini? Lo vogliono i Fioroni e i Franceschini, ma Bersani no.
E neanche Renzi.
Prodi, che i renziani sarebbero pronti a indicare se non c’è accordo già  dalla quarta votazione? Non va bene a B.
Ecco allora, qualcuno meno ostile: Giuliano Amato, Luciano Violante, già  endorsato da Cicchitto, Anna Finocchiaro, che in quanto donna corrisponde all’ultima indicazione del segretario Pd.
Presso B. garantisce Violante. Ma regola e consuetudine vogliono che i nomi che si fanno, si bruciano.
E allora, perchè non D’Alema, che nel toto-Quirinale arriva agli ultimi posti in lista? Al Caimano potrebbe andare bene (hanno già  fatto la Bicamerale insieme), a favore delle larghe intese s’è pronunciato pure nella direzione del Pd post-voto, è preda di un nuovo attivismo (giovedì ha visto Renzi, ieri Bersani).
Anche Cicchitto fa intendere che la questione è aperta, sempre in chiave di “un accordo politico”.
Le voci su D’Alema in gara per il Colle sono balzate agli onori della cronaca con la sua visita al sindaco di Firenze.
Che i due si sian detti qualcosa di importante si è visto soprattutto dal silenzio in merito dell’ex Rottamatore.
A Renzi non conveniva ostentare questo rendez-vous.
Ma gli sarebbe bastato partire per Roma alla volta degli studi tv un paio d’ore prima per evitarlo.
E dunque, cosa aveva da offrire il Lìder Maximo al giovane Matteo?
Raccontano i renziani che l’ex premier è andato a dirgli che Bersani sta sbagliando tutto, che l’idea del governo di minoranza è folle, frutto di una strategia non lucida.
E ad assicurargli che il futuro è lui.
Quando inizia il futuro? In un retroscena su Libero, ispirato a un pezzo di Keyser Soze, pseudonimo di un insider democratico su Panorama, si raccontava che mentre D’Alema era a casa di Vissani, il suo cuoco preferito, qualche giorno fa, avrebbe telefonato a Matteo proponendogli di andare subito a Palazzo Chigi.
Un incarico che gli darebbe lui stesso. Suggerendo un patto.
Tutti, vicini e lontani, sono pronti a negare che D’Alema si stia giocando questa partita. Ma chi sarebbe pronto a confessarlo, in uno scenario così incerto?
Per dirla con l’insider succitato “il sindaco di Firenze teme di fare la fine dell’eterna promessa”.
E infatti Renzi si dibatte tra una lucida coerenza (non esce dal Pd neanche se lo cacciano a calci, ha detto, e non fa il premier perchè vuole una consacrazione popolare) e la paura di essere fregato ancora una volta dall’apparato democratico insieme all’ambizione sfrenata, venata da senso di responsabilità .
“Matteo vuole fare il premier ora? No, ma se proprio glielo chiedono… ”, dicevano i suoi prima del pre-incarico a Bersani.
D’Alema dal canto suo 7 anni fa al Quirinale non c’è arrivato per un soffio: alla fine fu lui a spendersi per Napolitano.
Ma a quell’ambizione non ha mai rinunciato.
D’altra parte ha fatto tutto: il segretario del partito, il direttore de l’Unità , il presidente del Consiglio (due volte), il ministro degli Esteri, il vicepresidente dell’Internazionale socialista, il presidente del Copasir, il presidente della Bicamerale…
Nell’identikit condiviso del nuovo capo dello Stato dovrà  essere “una figura di livello, dotata di credibilità  internazionale”.
Anche qui ci siamo: tra viaggi negli States e conferenze organizzate da Italianieuropei con tutti i leader socialisti del continente, D’Alema ha tessuto la sua tela.
E poi è nato nel 1949: vuoi mettere un presidente così giovane in tempi così bui?

Wanda Marra
(da “il Fatto Quotidiano“)

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BERSANI ORA PUNTA SU UN CATTOLICO: CON MARINI C’E’ ANCHE MATTARELLA

Aprile 13th, 2013 Riccardo Fucile

IN CORSA I DUE EX POPOLARI, ENTRO MARTEDI’ UN SOLO NOME

La pista per il Quirinale curva adesso verso il nome di un cattolico.
Della “rosa” avanzata ieri con i petali Giuliano Amato, Pietro Grasso, Anna Finocchiaro e Franco Marini rimane solo quello dell’ex segretario del Ppi ed ex presidente del Senato.
«Una traccia debole», confidano gli ambasciatori del Partito democratico.
Ma l’unica sulla quale è possibile intavolare una trattativa col centrodestra. Marini è gradito al Pdl. Con qualche riserva.
Ecco perchè il lavoro, ieri, è continuato esaminando anche il profilo di Sergio Mattarella, giudice costituzionale, 72 anni, fuori dal Parlamento da due legislature.
Bersani ha visto ieri Massimo D’Alema e Pier Ferdinando Casini.
Colloquio guardingo il primo, più disteso il secondo.
A tutti il segretario, quando si parla dei candidati già  in campo, continua a ripetere il suo mantra: «Sono perfetti. Manca forse la novità  e un pizzico di fantasia».
Con D’Alema ha speso il nome della Finocchiaro, una candidata donna alla quale è difficile dire di no per l’ex presidente del Copasir.
Con Casini invece, tirando fuori un foglietto e una penna, hanno esaminato i pro e i contro dei mille papabili finiti nel toto-Colle.
Nell’ottica della larga condivisione, visto l’interlocutore.
«Guarda che sarebbe una follia eleggere il presidente della Repubblica con la maggioranza semplice. In questa situazione? Ma ti rendi conto», ha spiegato il leader dell’Udc.
Bersani ha risposto: «Come sai, farò di tutto per una scelta gradita alla quasi totalità  delle Camere». L’impressione ricavata da Casini, però, è che il segretario democratico giochi a carte coperte.
Questa impressione sta agitando il Pd e preoccupando Silvio Berlusconi che attraverso i suoi contatti con l’altra sponda si è fatto una certa idea sulla «novità » bersaniana.
Il Cavaliere teme di veder rispuntare Romano Prodi.
Un candidato che certo non rappresenta le larghe intese. Semmai, una spaccatura parlamentare.
Ma che nell’ottica del Pd può servire, in caso di mancata intesa, ad attrarre i voti del Movimento 5stelle.
D’Alema, che si sente in piena corsa (e i placet non gli mancano), ha fatto capire a Bersani qual è la posta in palio: non solo la possibilità  di dare un governo al Paese, anche la tenuta del Pd che da giorni sembra sul punto di esplodere.
«È una partita che non ammette errori», è la posizione dell’ex premier.
Il quale ha invitato Bersani a prendere atto che il suo tentativo di formare un governo oggi non è solo congelato, ma più debole.
Anche Casini ha parlato del futuro esecutivo con il segretario.
«Più il capo dello Stato è marcato a sinistra, più sarà  complicata la tua impresa di andare a Palazzo Chigi». Per questo si è virato sul nome di un cattolico. Ma anche Prodi lo è.
In una prospettiva del tutto diversa da quella caldeggiata dal capo dell’Udc, però.
I fedelissimi di Bersani, del resto, non abbandonano i contatti con i grillini.
Per verificarne la febbre interna sulla fiducia.
E per sondarne gli umori sull’elezione del capo dello Stato.
Ieri si è affacciato, in qualche conciliabolo, il nome dell’ex leader referendario Mario Segni.
Il “rottamatore” della Prima repubblica piace a Gianroberto Casaleggio, con il quale si sente spesso. È pronto a firmare i punti programmatici che i grillini hanno consegnato a Bersani nella fase delle consultazioni.
Ma Pd e Pdl frenano: «Non è un’ipotesi realistica», dicono in coro. Sapendo che il vero candidato di Casaleggio e Grillo, “quirinarie” a parte che servono a indicare il nome di bandiera, rimane il Professore di Bologna.
Per il momento, Grasso appare bruciato per la sua inesperienza politica.
La fase è troppo complicata per farla gestire al presidente del Senato entrato in Parlamento per la prima volta 40 giorni fa.
Finocchiaro sconta i dubbi del Pdl che le preferiscono D’Alema.
Ma ieri il suo nome è stato rilanciato da Bersani sia nell’incontro con l’ex presidente del Copasir, sia nel faccia a faccia con Casini.
Su Amato invece pesano i veti incrociati interni ai partiti.
Martedì sarà  il giorno decisivo per il patto sul nome condiviso, a 48 ore dall’inizio del voto nella seduta comune. Quella è la data limite.
Alla fine, giura chi vive da dentro il Pd la partita, rimarranno solo due candidati: uno per le larghe intese, l’altro per la resa dei conti della Seconda repubblica.
L’eterna sfida a sinistra di questa stagione.
D’Alema contro Prodi, Prodi contro D’Alema.

Goffredo de Marchis
(da “La Repubblica“)

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“QUIRINALIE”, VOTANO QUATTRO GATTI E SCELGONO VECCHIE VOLPI

Aprile 13th, 2013 Riccardo Fucile

CASALEGGIO DA’ IL PERMESSO E RIVOTANO IN APPENA 48.282… I DIECI PRESCELTI SONO BONINO, PRODI, GRILLO, CASELLI, FO, GABANELLI, RODOTA’, IMPOSIMATO, STRADA E ZAGREBELSKY… E I GRILLINI GIA’ SI DIVIDONO

Come preannunciato via “social” da Beppe Grillo, a mezzogiorno in punto sul blog del leader del Movimento sono apparsi, assieme a un “combo” fotografico, i nomi e i ritratti dei dieci candidati alla carica di presidente della Repubblica selezionati sulla base del secondo voto online degli iscritti al M5S al 31 dicembre 2012 con documenti digitalizzati.
Gli aventi diritto al voto, 48.282 persone, hanno votato nel corso della giornata di ieri.
I dieci candidati scelti sono, in ordine alfabetico:
– Bonino Emma
– Caselli Gian Carlo
– Fo Dario
– Gabanelli Milena Jola
– Grillo Giuseppe Piero detto Beppe
– Imposimato Ferdinando
– Prodi Romano
– Rodotà  Stefano
– Strada Luigi detto Gino
– Zagrebelsky Gustavo
Nel comunicato non si fornisce alcuna informazione relativa alla “classifica”, ovvero sul numero di preferenze ottenute da ciascun candidato selezionato, nè sulla suddivisione dei votanti per regione o per genere.
Lunedì 15 aprile gli stessi iscritti al M5S potranno votare tra questi nomi il loro candidato al Quirinale, che sarà  proposto in aula dai parlamentari del Movimento.
Anche ieri, afferma il blog di Grillo, sono stati effettuati numerosi attacchi al sito, così come nel giorno precedente, durante il quale una “anomalia” aveva portato all’annullamento del primo scrutinio online.
Questa volta, invece, non è stato possibile alterare la validità  dei voti.
Subito dopo la diffusione della lista, il vicecapogruppo del Movimento 5 Stelle alla Camera, Riccardo Nuti, ha rivolto un monito agli iscritti via Facebook: “Informatevi sulla Bonino e Prodi, di aspetti negativi ne hanno tantissimi come ha ricordato Travaglio”.
Il professor Paolo Becchi, considerato uno degli ispiratori del movimento, su Twitter: “Confesso che avrei preferito un secondo attacco hacker. Se il nuovo che avanza nel M5S è Romano Prodi allora siamo messi male, molto male”.
Ed ecco le perplessità  della deputata Giulia Di Vita, stupita dalle scelte emerse dalla consultazione online: “Soprattutto perchè provenienti dalla Rete. Bastava sfogliare un quotidiano dei tanti per leggere gli stessi identici nomi – scrive su Facebook -. La Bonino e Prodi sono poi espressioni tipiche della sinistra, la sinistra malinconica. Grillo è incandidabile. Dario Fo e Milena Gabanelli hanno già  detto di no in svariate occasioni”.
Di qui l’appello finale: “Usiamola questa rete, per il voto di lunedì prepariamoci per bene su ognuno di essi e poi votiamo con consapevolezza!”.
Richiamo del deputato Giuseppe D’Ambrosio su Facebook: “Vorrei avvisare tutti i tifosi del m5s (Avete capito bene…Parlo degli interni) che criticare i nomi che sono usciti dalle quirinarie, vuol dire che non si è capito nulla di quello che rappresentiamo. Il m5s è democrazia diretta dei cittadini, di tutti i cittadini, quindi se quei nomi sono espressione degli stessi, va rispettato il loro volere”.
Manlio Di Stefano, deputato a 5 stelle, ancora su Facebook: “Non dirò chi preferisco ma vi esorto a studiare i loro profili ricordando che: Emma Bonino è donna di vecchia politica, Grillo non ha i requisiti del non-statuto, Dario Fo ha già  declinato l’invito per problemi fisici e Romano Prodi è un po’ troppo a sinistra per avere la fiducia del Parlamento intero”.
Chi è particolarmente irritato è Vittorio Bertola, capogruppo a Torino del M5S. “Se becco chi di voi ha votato Prodi alle ‘Quirinarie’ gli tolgo il saluto! E sappiate che se per caso scegliessimo Caselli poi non potremmo più farci vedere in Valsusa…”, scrive su Facebook facendo riferimento alle contestazioni dei No Tav contro il magistrato per gli arresti di manifestanti in Val Di Susa.
Le idee chiare della deputata Mirella Liuzzi: “Lunedì sceglierò uno tra Zagrebelsky e Rodotà “. Lo scrive su twitter.
Romano Prodi: “Io sono fuori”.
Quasi a interrompere il flusso di pensieri negativi provenienti dagli esponenti a 5 stelle sul suo conto, Romano Prodi annuncia: “Nessuna mia candidatura al Quirinale, io sto semplicemente a guardare”. E, concludendo il suo discorso a un’iniziativa a Lucca, il Professore ribadisce: “Per il resto io sono fuori”.
“Questa si chiama trasparenza e democrazia. Chiunque dovesse vincere le votazioni online, come da nostro regolamento, verrà  sostenuto da me e da tutto il gruppo parlamentare del movimento cinque stelle. Benvenuti nel futuro!”.
Lo scrive su Facebook Roberto Fico, deputato del Movimento 5 Stelle, commentando i risultati del primo turno delle Quirinarie.

(da “La Repubblica“)

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PD E PDL RECUPERANO TRE PUNTI, CENTRODESTRA AVANTI PER LO 0,3%, CINQUESTELLE E SCELTA CIVICA PERDONO IL 2%

Aprile 13th, 2013 Riccardo Fucile

SONDAGGIO MANNHEIMER: PD 28,6%, PDL 24,5%, M5S 23,7%, SCELTA CIVICA 6,5%, SEL 2,7% RIV. CIV. 2%, UDC 1,9%, LEGA NORD 3,9%, FRAT. ITALIA 2%

Solo una minoranza degli italiani vorrebbe nuove elezioni a breve.
La maggior parte auspica la celere formazione di un governo, dividendosi tra chi chiede una «grande coalizione» e chi preferirebbe ancora l’accordo Pd-M5S. Ciononostante, la prospettiva di tornare alle urne continua ad essere all’ordine del giorno.
Secondo molti osservatori, anche il nuovo presidente della Repubblica non riuscirà  a dipanare la matassa e sarà  costretto a indire nuovamente le consultazioni per il Parlamento.
Come si comporterebbero gli elettori in questo caso?
Nessuno può saperlo con precisione, in quanto molto conterebbe, ancora una volta, la campagna elettorale.
Come si sa, sempre più cittadini elaborano la loro scelta in relazione a quest’ultima. Non a caso, in occasione del voto di febbraio, più di un terzo (35%) degli italiani ha dichiarato di avere formato la propria decisione nell’ultima settimana, influenzati anche dalla propaganda di questo o quel partito.
È possibile, tuttavia, avere un’indicazione dell’evoluzione degli orientamenti intervenuti dal momento delle elezioni a oggi, basandosi sulle più recenti inchieste di opinione.
Uno dei trend più significativi, sul quale ci siamo già  soffermati, è il progressivo decremento di consensi per il M5S.
Dopo avere avuto un forte exploit subito dopo le elezioni, il Movimento di Grillo ha fatto registrare, settimana dopo settimana, una flessione, che si è confermata anche in questi ultimi giorni: il M5S si colloca, per la prima volta, sotto il 24%, con un regresso di quasi il 2% rispetto all’esito del voto di febbraio.
Si tratta, beninteso, di una erosione modesta, ma, dato il suo andamento costante nel tempo (solo nell’ultima settimana, si registra un calo dell’1%), significativa di uno stato di insoddisfazione che caratterizza sempre più una parte del seguito di Grillo.
Una larga quota dei consensi persi dal M5S è andata a favore dei partiti maggiori: il Pdl e, specialmente, il Pd.
In qualche modo, parrebbe che un segmento dei voti «in libera uscita» giunti a Grillo, motivati spesso dalla protesta, stiano, sulla base dell’esperienza di queste settimane, tornando ai partiti di origine.
Il Pd, in particolare, ha visto, rispetto all’esito elettorale, un accrescimento di più del 3% e si attesta oggi poco sotto il 29%.
Il buon risultato del partito di Bersani può apparire sorprendente, a fronte dei crescenti conflitti interni e dello scarso successo sin qui dei tentativi del segretario di formare un governo.
Con tutta evidenza, questi fattori non hanno impedito il «ritorno» di un certo numero di consensi dati alle elezioni da un verso al M5S (i voti dati a Grillo e tornati oggi al Pd costituiscono l’8% del seguito attuale del partito di Bersani) e dall’altro, in misura però nettamente minore, a Scelta civica di Monti (analogamente, i voti dati a Monti oggi passati al Pd rappresentano il 4% dell’elettorato di quest’ultimo).
Anche il Pdl di Berlusconi fa registrare un aumento di consensi, che il Cavaliere non manca di far rilevare in ogni suo intervento.
Oggi il suo partito sfiora il 25%, a fronte di poco meno del 22% ottenuto a febbraio, con un incremento di quasi il 3%.
I «nuovi» elettori che oggi scelgono il Pdl provengono da diversi partiti, specie dal centro, ma anche dalle forze minori di centrodestra e dal M5S.
Si assiste dunque a una sorta di polarizzazione dei consensi, con un incremento contemporaneo di entrambe le forze politiche maggiori.
Come se gli italiani tornassero a preferire la presenza di due grandi partiti e auspicassero una sorta di semplificazione del quadro politico.
Ciò avviene a scapito sia, come si è detto, del M5S, ma anche, in misura rilevante, delle forze collocate nel centro.
In particolare, la lista Scelta civica, capeggiata da Mario Monti, subisce un netto arretramento, attestandosi oggi al 6,5%, con un calo, rispetto al risultato elettorale, di quasi due punti.
Questo andamento è dovuto, oltre che a una sorta di «delusione» frequentemente sentita nei confronti delle forze di centro, anche al fatto che la comunicazione originata da queste ultime si è, in queste settimane, molto attenuata, se non scomparsa, mentre quella delle due forze politiche maggiori sembra inalterata anche rispetto alla campagna elettorale
Il quadro di insieme ci comunica uno spostamento di lieve entità , ma di grande importanza, rispetto all’esito del voto di febbraio.
Come si ricorderà , quest’ultimo ha visto il centrosinistra prevalere, seppur di poco (0,4%) e conquistare così il decisivo premio di maggioranza alla Camera.
Oggi la situazione è all’inverso: secondo i nostri dati, il centrodestra prevale per lo 0,3%.
È un esito confermato in diversa misura anche da tutte le altre ricerche pubblicate in questi giorni.
Dunque, se queste intenzioni di voto trovassero conferma nei comportamenti effettivi (ma su questi, come si è detto, conta la campagna elettorale) la maggioranza dei deputati sarebbe appannaggio della coalizione guidata da Berlusconi.
Ma l’esiguità  della differenza da noi rilevata non comporterebbe necessariamente un analogo vantaggio al Senato.
Riproducendo probabilmente l’attuale situazione di ingovernabilità .
Di qui, una delle prime esigenze della nuova legislatura, sempre ricordata, ma, significativamente, mai attuata: la revisione dell’attuale pessima legge elettorale.

Renato Mannheimer
(da “il Corriere della Sera“)

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