Aprile 11th, 2013 Riccardo Fucile
NE SERVONO 7 NEL 2013… E DAL 2015 CI SARà€ UN PROBLEMA DI ENTRATE: SE I PARTITI TOCCANO L’IMU IL CONTO SALE A 32 MILIARDI
La buona notizia è che siamo uno dei Paesi più virtuosi d’Europa, debito a parte.
La cattiva è che una nuova manovra correttiva è ormai certa.
Il governo Monti ha approvato ieri il documento più politico dell’anno, cioè il Documento di economia e finanza che è la base su cui si decidono eventuali interventi in corso del 2013 e la legge di stabilità (la ex Finanziaria) per il 2014.
“Data la particolare situazione in cui si trova l’Italia, il Def è un contributo work in progress”, dice il premier Mario Monti.
Infatti chiunque arrivi dopo — ammesso che non tocchi ancora ai tecnici — dovrà trarre le conseguenze dai numeri presentati ieri e prendere qualche decisione politica su dove tagliare, dove tassare o come spiegare all’Unione europea che certi impegni non possono essere rispettati.
Il Def presenta infatti un equilibrio perfetto ma apparente: i due obiettivi europei da rispettare sono il deficit sotto il 3 per cento del Pil e il pareggio di bilancio strutturale (cioè dopo aver scorporato gli effetti della recessione).
Per il primo siamo a posto: — 2,9 nel 2013, -1,8 nel 2014, -2,5 nel 2015.
Molto più virtuosi della Francia.
Ma c’è un problema: il governo stima che “a legislazione vigente” mancheranno 25 miliardi entro il 2017.
Un buco nascosto? In parte: l’odiata Imu è stata introdotta nel 2011 in una formula “sperimentale” per tre anni.
Se non verrà confermata, dal 2015 si tornerà alla Imu pre-Monti che vale attorno ai 10 miliardi di euro annui.
Tradotto: il prossimo governo dovrà trovare almeno 15 miliardi dal 2015 (e, visto che le leggi di stabilità abbracciano un arco di tre anni, il problema va risolto già nel 2013).
Se invece i partiti — inclusa la montiana Scelta Civica- vorranno mantenere le promesse elettorali e rivedere l’Imu, almeno sulla prima casa, i miliardi da trovare cresceranno parecchio.
à‰ una mina pericolosa: questo Parlamento, probabilmente già in autunno, dovrà decidere se spiegare ai propri elettori che conferma l’Imu, magari rafforzandola, oppure rifilare una nuova sequela di tagli e tasse.
Qualcosa bisognerà comunque fare e le ricette sono soltanto due: o si persegue la riduzione del deficit, o si cerca di far aumentare il Pil, con le sempre annunciate e mai ottenute riforme strutturali per la crescita.
“Le tasse forse si potranno evitare, i tagli no”, dice Pier Paolo Baretta , vice presidente Pd della Commissione speciale alla Camera.
A complicare le cose c’è una lunga lista di ulteriori problemi: il debito sta continuando a salire, nel 2013 toccherà il picco (colpa anche del pagamento degli arretrati della pubblica amministrazione e degli aiuti internazionali a Grecia e fondo salva Stati) al 130,4 per cento del Pil, 10 punti in più che nel 2011.
Poi dovrebbe gradualmente scendere.
E questo sempre che sia fondata l’ottimistica previsione governativa di una recessione da -1,3 per cento nel 2013 seguita da un piccolo boom dell’economia nel 2014 da +1,3 per cento.
Sempre che lo spread resti sotto controllo come in questi giorni: ieri il Tesoro ha venduto Bot a tre mesi al prezzo più basso di sempre, un tasso dello 0,243 per cento (mentre la Borsa volava a +3).
Ciliegina: nel 2013 servono circa 7-8 miliardi per le spese non rinviabili, tipo il finanziamento della cassa integrazione in deroga, delle missioni internazionali e dei contratti degli statali precari. Se poi ci aggiungiamo pure l’aumento dell’Iva di luglio, che per il 2013 vale due miliardi circa, si arriva a una sfida di politica economica che per il prossimo esecutivo vale oltre 32 miliardi di euro.
Trovarli tutti con il metodo Monti applicato a fine 2011, cioè drastici tagli di spesa (sulle pensioni) e con nuove tasse significa ammazzare l’economia.
La Commissione europea, nel suo rapporto sugli squilibri macroeconomici diffuso ieri, è assai prudente sul-l’Italia: “Il debito elevato resta un grave problema dell’Italia, vulnerabile ai repentini cambiamenti dei mercati e permane quindi il rischio di contagio (“financial spillovers”) al resto della zona Euro se si dovesse intensificare nuovamente la pressione sul debito italiano”.
I problemi immediati sono altri: le banche fragili, il Pil sette punti sotto il livello del 2008, il rigore che non si può allentare e quindi la crescita che non può ripartire.
Tutti problemi per i quali il governo Monti può fare poco, più passa il tempo più diventa complessa l’agenda del prossimo governo, di qualunque colore politico sia.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 11th, 2013 Riccardo Fucile
COME LE CONDIZIONI DEL SIGNOR ROSSI E UN SMS HANNO CANCELLATO I SOGNI QUIRINALIZI DI RENZI
La telefonata da Roma c’è stata, Pier Luigi Bersani ha chiamato il presidente della Toscana, Enrico
Rossi, per affrontare il “caso Renzi”.
Nessuna imposizione, “sono fatti che devono restare dentro i confini regionali” ha detto il leader del centrosinistra, invitando il governatore a risolvere le cose “al meglio”.
Alla fine è andata come i bersaniani speravano, perchè l’immagine di Matteo Renzi protagonista del Transatlantico di Montecitorio per una settimana aveva disturbato i sonni di molti.
Rossi ha dettato tre condizioni che hanno impedito al sindaco di partire per Roma: il supporto unanime del gruppo regionale Pd, la rinuncia di Alberto Monaci, presidente del Consiglio toscano, e rinuncia ufficiale di Renzi ai voti del Pdl (perchè il sindaco, con il sostegno dell’opposizione, rischiava di prendere più voti del governatore stesso).
Alla fine, del terzo presupposto non c’è stato nemmeno bisogno, perchè sono mancati i primi due.
Il gruppo si è spaccato, dodici voti contro Renzi e dieci a favore.
Durante la riunione, durata undici ore, si è sfiorata la rissa.
Perchè un accordo che sembrava solido è venuto a mancare all’ultimo momento. Decisivo l’intervento di Rossi che ha annunciato ai colleghi l’sms di Alberto Monaci, irreperibile da dieci giorni per un problema di salute, dove spiegava che stava bene e poteva farcela: “Dò la mia disponibilità a partecipare alla seduta plenaria del Parlamento”.
Il segnale, insieme alla frattura nel partito, che l’operazione non si poteva fare.
E alla fine anche chi era convinto di votare a favore del sindaco, si è tirato indietro. Sulla graticola sono finiti i franceschiniani (Parrini, Venturi, Rossetti) e i dalemiani (Naldoni, Ruggeri, Morelli).
Dietro di loro lo spettro delle pressioni romane. “Non ho svolto alcun ruolo nè mi è stato chiesto di svolgerlo — ha dichiarato Antonello Giacomelli, vicepresidente del gruppo Pd alla Camera — rispetto l’opinione di tutti ma ribadisco che, a quel punto, esaurita ogni possibilità di scelte condivise, avrei votato Renzi”.
Lui è stato uno dei primi ad essere accusato di responsabilità nella decisione perchè l’area Dem, quella di Franceschini appunto, si era sempre detta a favore del sindaco. Ma nonostante il patto di non belligeranza nel partito fiorentino tra renziani e uomini del segretario regionale Andrea Manciulli, le parole di Rossi illuminano sulle reali possibilità che l’operazione ha avuto di andare in porto: “Non poteva essere un’eccezione toscana, serviva un accordo nazionale per cui si stabiliva che uno dei tre delegati era un sindaco, rispettando le minoranze come chiede la Costituzione”.
Ma molte Regioni avevano già eletto i loro rappresentanti quando è nata l’ipotesi di candidare Renzi.
Non è servito nemmeno appellarsi al precedente, comunque fallimentare, del 2006, quando fu proprio lo stesso Monaci a chiedere, invano, che i tre rappresentanti non fossero figure istituzionali del Consiglio ma “delegati dalla Regione”.
In quel caso Monaci voleva ostacolare Riccardo Nencini, presidente all’epoca dell’assemblea toscana, e il voto che il socialista avrebbe garantito alla radicale Emma Bonino.
Per Renzi sarebbe dovuta andare diversamente, soprattutto dopo l’assenso del segretario Manciulli, dalemiano, che evidentemente, però, non aveva fatto i conti col signor Rossi e con gli sms dell’ultimo momento.
Giampiero Calapà e Caterina Perniconi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 11th, 2013 Riccardo Fucile
IL SINDACO: “IL PARTITO MI PUGNALA: ESCLUSO DA GRANDE ELETTORE PER IL COLLE DOPO UNA TELEFONATA DA ROMA” IL SEGRETARIO: “NON SONO STATO IO, CHIEDI A TELECOM”
Il candore di una banale constatazione, confessata qualche giorno fa da Matteo Renzi in trattoria, “più passa il tempo e più mi brucio”, produce in Pier Luigi Bersani il sentimento esausto per le “quotidiane molestie” di cui si sente vittima.
Qui è il punto, e da qui si parta per raccontare l’ultima, feroce divisione tra i due blocchi.
Il Pd oggi è allo strazio e piange il suo telefono interno.
La questione telefonica (su chi abbia bloccato con la cornetta la nomina di Renzi a grande elettore toscano nel prossimo voto per il presidente della Repubblica) ha ieri ricondotto al ruolo di “molestatore” il giovane Matteo, alter ego di Pier Luigi, anzi il futuro prossimo del Pd, suo leader ombra.
Scatenato, dunque in perfetta forma e a suo agio in un rapido tour elettorale nel Nord est, Renzi ha spiegato: “Il problemino è che Bersani non ha vinto le elezioni”.
Dentro questo problemino l’accusa rovente: “Qualcuno mi aveva detto vai avanti tranquillo, non c’è problema, ti votiamo come delegato toscano per l’elezione del nuovo presidente. Eppoi s’è visto”.
Si è visto che c’è stata “una telefonata da Roma”.
Ecco la pressione, anzi la ritrattazione, persino il tradimento di Bersani.
Veleno puro. Seguito da un breve alleggerimento tattico: “Io mi fido, sono contro la doppiezza , ma va bene”.
Ottimo materiale, e tutto magnificamente televisivo: sorrisetti al vetriolo su Sky, dove parlava il giovane, e sorrisetto ammiccante al Tg1, dove si difendeva il segretario anziano: “Chiedetelo alla Telecom!” ha proposto, sfidando chiunque a dire che lui avesse chiamato per stopparlo. “No e poi no”.
Tra i due sorrisi lo scavo enorme nell’affresco maligno di un partito sbandato, oramai pieno solo di accidia, con lo sguardo bifronte e il portafogli doppio.
La divisione renziana, che può contare a Roma su una settantina di parlamentari, ha colpito duramente ed è passata alla baionetta di un corpo a corpo che ha svuotato l’inchiostro dei cronisti.
Nessuno dei deputati si è sottratto al commento dispiaciuto e parecchio incavolato: “È un autogol di cui certamente avremmo dovuto farne a meno”.
Oppure: “Non si capisce perchè facciano così. Anzi, si comprende benissimo”.
Lui, Matteo, pregustava l’idea di raggiungere Roma.
E aveva ogni ragione per ritenerla certa: “Al primo scrutinio avrei votato Giancarlo Antognoni. Il piacere di far entrare nella storia della Repubblica il numero 10 della Fiorentina, la storia della mia città ”.
Renzi in Transatlantico avrebbe succhiato ogni energia ai giornalisti, ogni attenzione alle telecamere sistemate nel cortile di Montecitorio.
E lui non si sarebbe risparmiato. Paroline e parolone. Frasi in scena e frasi per i retroscena. Lui astro ormai più che nascente e l’altro, Pier Luigi, astro più che calante.
Illustrazione plastica del passato e del futuro, abbrivio per condurre il Pd dietro la sigla fiorentina: “L’unica cosa che non farò mai è dividere questo partito. Ci tengo alla sua unità , alla sua forza, alla sua identità ”, garantisce Matteo.
Aveva avuto assicurazioni che tre consiglieri dalemiani toscani avrebbero concesso il nulla osta per lo sbarco a Montecitorio.
Valutazione irrobustita da una iniziale, breve ma certo non insignificante simpatia che Massimo D’Alema, la prima e più illustre vittima della rottamazione, avrebbe fatto intuire per lui.
E oggi, proprio oggi, D’Alema sarà a Firenze per tenere un discorso all’università . E lui oggi, proprio oggi, sarebbe dovuto essergli accanto.
Non ha deciso ancora, “non so se andare oppure no”.
Conoscendolo, e soprattutto conoscendo la cura che porta per la tutela della sua immagine, propendiamo per il no.
Oggi è a Roma per l’ennesima apparizione televisiva, si registra Porta a Porta ed è un’occasionissima per lanciare ulteriori fendenti.
La guerra è aperta e totale e la corsa al voto, si voti prima che si può, è l’obiettivo principe.
Lui non è “per la perdita di tempo”, gli italiani “chiedono un governo oppure se non lo si fa non resta che il ritorno alle urne”, ma Bersani non ha simpatie per “i qualunquisti”.
“Mi ha dato del qualunquista”, ha detto Renzi col solito sorriso.
È una brutta aria, se Dario Franceschini tirando le somme degli insulti, annota: “Temo la scissione”.
Antonello Caporale
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 10th, 2013 Riccardo Fucile
MASSIMILIANO CARDULLO SI APPELLA ALLA PRESIDENTE DELA CAMERA PERCHE’ TUTELI I LAVORATORI DEI GRUPPI: “MI HANNO LICENZIATO IN TRONCO PERCHE’ AVEVO CRITICATO IL MOVIMENTO”
Le sue competenze professionali non sono bastate a conservargli il posto di lavoro. 
Le sue opinioni personali, espresse su Facebook, hanno avuto un peso maggiore e gli sono costate care.
Così Massimiliano Cardullo, avvocato, è stato cacciato per aver criticato sul social network il Movimento 5 Stelle.
A denunciare l’episodio lo stesso Cardullo, che ha inviato una lettera al presidente della Camera, ai Questori e ai capigruppo, chiedendo che “vigilino a tutela di tutti i lavoratori dei Gruppi parlamentari”.
Nella sua lunga lettera aperta, Cardullo racconta di aver sostenuto un colloquio, che comprendeva l’esame del curriculm e dei titoli ma anche una prova scritta, il 27 marzo scorso al gruppo del M5S.
“Il colloquio, al quale hanno partecipato il capo dell’ufficio legislativo del gruppo, avvocato Emanuele Montini, e i deputati onorevoli Emanuele Cozzolino, Filippo Gallinella e Arianna Spessotto” ha avuto “esito positivo”.
Dal giorno successivo Cardullo ha cominciato a lavorare presso il gruppo parlamentare grillino come responsabile delle Commissioni finanze e politiche della Comunità europea.
“Da quel momento, seppur senza nessun contratto nè rassicurazioni e certezze sul quantum del mio compenso- scrive Cardullo al presidente della Camera- ed evidentemente rinunciando in fiducia ad altre opportunità lavorative, ho cominciato con abnegazione e professionalità a prestare la mia opera, in alcuni giorni dalle 9 alle 20 come può facilmente accertarsi mediante la verifica all’ingresso di via Uffici del vicario 21, lavorando per il gruppo e ricevendo anche attestati di stima che conservo tra le mie mail”.
Poi però, l’8 aprile, gli arrivano prima delle voci informali (“accusato di essere nell’ordine: massone, avvocato colluso con mafiosi e di essere stato candidato in precedenza in una lista civica”).
Nel pomeriggio i deputati Manlio Di Stefano e Filippo Gallinella gli comunicano il licenziamento, motivandolo con le critiche al Movimento che avrebbe pubblicato in passato sulla propria pagina di ‘Facebook’.
“Certamente – osserva nelle lettera – per chi fa della trasparenza e del merito una propria bandiera allontanare un lavoratore con motivazioni assolutamente generiche sulle sue opinioni personali è quantomeno contraddittorio”.
“Io – conclude Cardullo – mi appello a Voi non per un interesse personale di chi ha sbagliato a fidarsi della correttezza di rappresentanti delle istituzioni e che oggi si trova con una figlia di due anni senza un lavoro, ma affinchè il presidente della Camera, i componenti dell’Ufficio di Presidenza e del Collegio dei Questori esercitino con attenzione e rigore una vigilanza ed un controllo sui gruppi parlamentari a tutela di tutti lavoratori, facendosi garanti che nessuno di essi venga discriminato nell’esercizio del proprio lavoro per nessun motivo, così come statuiscono gli articoli 3 e 4 della nostra Carta Costituzionale”.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 10th, 2013 Riccardo Fucile
DOPPI INCARICHI: IN 36 NON DECIDONO ANCORA TRA REGIONE E PARLAMENTO … SONO 177 QUELLI CHE SOMMANO POTERE E A VOLTE STIPENDI
I doppi incarichi e i doppi stipendi vanno contro la Costituzione, articolo 122, che vieta di sedere nei consigli regionali e in Parlamento.
E vanno contro un decreto legge — convertito nel settembre del 2011 — che stabilisce che non si possono ricoprire due cariche elettive, e dunque non va bene nemmeno la fascia tricolore da sindaco nè la livrea da presidente provinciale.
Ci sono state proteste bipartisan ma resta il problema per 177 parlamentari, che non si decidono — e quindi eleggeranno il nuovo Capo dello Stato — anche perchè la giunta per le elezioni, in assenza di un governo, non si può nominare.
In realtà , rischiando una mossa spericolata, il Senato ha prorogato la propria Giunta provvisoria. Ma c’è chi al doppio incarico ha già rinunciato, dimostrando che l’assenza della giunta non è di per sè un ostacolo.
à‰ obbligatorio rinunciare all’indennità in regione ma non ai gettoni per le Commissioni, nè per le province nè per i comuni.
Soltanto ieri il governatore Roberto Cota ha deciso di restare in Piemonte e mollare Roma, mentre Nichi Vendola ancora non ha sciolto la riserva.
La Puglia potrebbe riunire il consiglio regionale nella capitale, tanto sono in undici, e trasversalmente rappresentati, a covare il dubbio: meglio una legislatura cominciata da qualche settimana e un po’ precaria o il rifugio sul territorio che già ha consumato qualche anno?
Oltre al governatore, ci sono Rocco Palese, Massimo Cassano, Pietro Iurlaro, Roberto Marti, Gianfranco Chiarelli e Lucio Tarquinio (tutti Pdl); Antonio Decaro e Michele Pelillo (Pd); Dario Stefano e Antonio Matarrelli (Sel). Anche la Campania potrebbe trasferirsi a Roma: c’è il vicepresidente Giuseppe De Mita, nipote di Ciriaco, Udc; c’è il capogruppo Umberto Del Basso De Caro (Pd); c’è l’assessore all’Urbanistica, Marcello Tagliatella (Pdl) e due consiglieri, sempre berlusconiani, Eva Longo e Domenico De Siano.
Quest’ultimo merita una citazione particolare in quel gruppetto di sette che, in una settimana, riesce a presenziare quattro aule di quattro organismi istituzionali o amministrativi.
De Siano è stato spedito al Senato, ma è anche consigliere regionale , provinciale e comunale a Lacco Ameno, Isola di Ischia. Si sdoppiano anche in Calabria, Sicilia, Marche, Abruzzo, Toscana, Veneto, Emilia-Romagna.
In 36 non rispettano la Costituzione e approfittano dell’incertezza parlamentare: è vero che un lodo di Roberto Calderoli ha riattivato la Giunta di Palazzo Madama, ma non quella di Montecitorio e così non comincia la procedura che comunque è molto buffa.
La Giunta individua il caso da risolvere, si prende trenta giorni per fare un’istruttoria e concede altrettanti giorni all’interessato per scegliere.
Ma siccome la legislatura veleggia in acque agitate, per adesso, in tanti preferiscono non scegliere.
Perchè il pericolo è in agguato: se uno indica Roma e poi si va a rivotare, che succede?
Caterina Perniconi e Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 10th, 2013 Riccardo Fucile
“SONO VICINI AL PUNTO DI ROTTURA E CRESCONO DI GIORNO IN GIORNO”
Eurodeputata dell’Idv e paladina dell’antimafia, Sonia Alfano conosce bene il Movimento Cinque Stelle. 
Da settimane è in contatto con l’ala dialogante delle truppe parlamentari di Beppe Grillo. Ed è convinta che molti parlamentari siano vicini al punto di rottura: «Sono quaranta, forse di più. Soprattutto deputati, ma anche senatori.
I numeri crescono. Non vogliono l’inciucio, ma chiedono che il M5S faccia i nomi al Pd per il governo e il Quirinale».
Onorevole Alfano, da siciliana ed ex grillina conosce tanti esponenti del movimento. E’ in contatto con loro?
«Sì, i contatti continuano. Dopo che si è saputo che parlavo con alcuni di loro, mi hanno chiamato anche persone che non mi conoscevano ».
Su cosa le dicono di voler dialogare?
«Sul Quirinale, innanzitutto. E sul premier, sulla squadra di governo».
Quantifichiamo il dissenso parlamentare.
«Quaranta, forse qualcosa in più. La maggior parte deputati».
Fuori i nomi dei dissidenti pronti a sfidare la linea ufficiale.
«No».
Insisto: i nomi. O almeno la provenienza: meridionali?
«Quanto alla provenienza, sono ben spalmati. E’ un fatto che ha stupito anche me. È in atto una discussione, anche dopo l’incontro dell’agriturismo».
Le dicono che usciranno presto allo scoperto?
«Il problema non è il dissenso interno, ma cosa fare all’interno. Più che venire allo scoperto, penso che porranno ancora in modo convinto la questione».
E se non ottenessero risultati concreti?
«Domando io: pensa che queste persone vorranno sentirsi responsabili di dire sempre no?».
Nel Movimento c’è chi dice: Alfano sostiene di avere contatti con noi, ma non è vero.
«E’ il gioco delle parti (ride, ndr). E, d’altra parte, sono loro che contattano me».
Cosa le dicono?
«Hanno a cuore le sorti del Paese. Innanzitutto sui temi della legalità e dell’antimafia. È circolata la foto del pm Di Matteo con la scorta con i mitra spianati: alcuni del movimento mi hanno detto che non vogliono sentirsi responsabili di quello che non vogliono accada di nuovo».
Altri punti di contatto?
«Bersani ha proposto alcuni nomi, gli hanno detto no. Il segretario del Pd ha detto: fate una proposta. E hanno detto no. Discutere dei nomi non significa fare un accordo, ma vincere. Anche per non essere governati di nuovo da Berlusconi».
C’è chi potrebbe gridare all’inciucio tra il Pd e il M5S.
«Ma fare nomi non significa fare un inciucio. Significa portare gli altri sulle posizioni del movimento. Molti di loro temono di perdere la faccia. Come per la storia di Grillo e degli stipendi dei parlamentari».
Aprire al Pd può comportare un prezzo politico alto.
«E io dico: perchè non chiedere ai democratici se sono d’accordo con la legge sul conflitto d’interesse, sulla riforma elettorale, sui diritti civili? Bersani ha mostrato disponibilità , vuole governare con Sel e fare un accordo con il M5S».
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)
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Aprile 10th, 2013 Riccardo Fucile
AUMENTI BLOCCATI, PERSONALE SCESO DI 200.000 UNITA’… POTERE D’ACQUISTO EROSO DEL 7,2%
Per la prima volta dopo 31 anni di crescita continua nel 2011 e nel 2012 sono calate le retribuzioni dei dipendenti pubblici ed è scesa la spesa per gli stipendi nella Pubblica amministrazione: lo annuncia l’Aran, l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni, anticipando un’ulteriore diminuzione per il 2013.
Quando si parla di compensi statali si affronta un capitolo consistente della spesa pubblica: 170 miliardi, pari a poco meno dell’11% del Pil.
Per cui anche una riduzione dell’1,6%, come quella registrata per la prima volta nel 2011, significa esibire una spending review di svariati milioni.
E le stime disponibili per il 2012 confermano un ulteriore ribasso (all’incirca dell’1%) con uscite complessive ferme a 165,36 miliardi.
Un dato che arriva dopo anni e anni, soprattutto il decennio 80 – 90, in cui le retribuzioni degli statali si sono moltiplicate di 4-5 volte, salendo anche più dell’inflazione.
In soldoni, un dipendente pubblico percepiva in media circa 34 mila e 500 euro all’anno lordi nel 2011 (28.800 di base per contratto e i restanti 7.000 accessori), cifra che è scesa a 34.137 l’anno dopo, con un calo effettivo delle retribuzioni medie dello 0,8%.
Ma come si è arrivati all’inversione di tendenza?
Non solo con il blocco delle retribuzioni, ma anche «grazie alle misure di contenimento varate negli ultimi anni, in particolare il blocco dei contratti e i vincoli al turnover che stabiliscono che non si può assumere più del 20% del personale uscito e della spesa per questo personale», spiega il presidente dell’Aran, Sergio Gasparrini.
Tant’è vero che il numero di occupati nelle amministrazioni pubbliche è passato da circa 3,6 milioni (nel 2007) a meno di 3,4 milioni nel 2012, con un calo di poco più del 6%.
In particolare, ci sono «265 mila posti di lavoro in meno negli ospedali, nelle scuole materne e in generale nel sistema dei servizi ai cittadini», contestano i sindacati Fp-Cgil, Fp-Cisl, Uil-Fpl e Uil-Pa, per i quali la reale erosione del potere d’acquisto degli statali è «ben più gravosa, al 7,2%».
Valentina Santarpia
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 10th, 2013 Riccardo Fucile
“BOSSI HA DETTO CHE SIAMO FRATELLI”: MA NEL VENETO CRESCONO I MALUMORI
«La contestazione nei miei confronti è stata microscopica, nemmeno significativa, fatta da quindici
“pistola” che abbiamo identificato».
Il giorno dopo Pontida, Roberto Maroni minimizza.
Ma sottolinea l’identificazione che, con ogni probabilità , aprirà la strada alle espulsioni: «I “pistola”, come noi li chiamiamo in Lombardia, in basso a destra, si sono messi per un po’ a fischiare. Subiranno le conseguenze di questo»
Eppure, il sentiero che il capo leghista si trova di fronte è tutt’altro che agevole.
E se i suoi sostenitori continuano a sollecitarlo a riprendere in mano le ramazze verdi e a cacciare dal partito i contestatori, la questione è tutt’altro che banale e le espulsioni andranno valutate con saggezza: il rischio più immediato è che è che a poche settimane dalle elezioni amministrative per Vicenza e Treviso, il Veneto si trasformi in una polveriera.
Del resto, ieri si è manifestato un segnale di cui Maroni dovrà tenere conto.
In visita al Vinitaly, il governatore lombardo avrebbe dovuto incontrare e visitare la fiera in compagnia non soltanto di Flavio Tosi, il segretario veneto destinatario della più robusta razione di fischi a Pontida, ma anche del governatore Luca Zaia.
L’appuntamento non era ufficialmente in agenda, ma nei giorni scorsi la notizia era stata fatta circolare a più riprese.
E invece, nonostante i tre fossero tutti presenti nello stesso momento all’esposizione, Luca Zaia non si è visto.
Il fatto è che Flavio Tosi, il golden boy del movimento in Veneto, sta rapidamente trasformandosi in un serio problema per il segretario leghista.
Che, almeno ai fedelissimi, dice di non aver condiviso gli ultimi provvedimenti del segretario-sindaco.
In particolare, quel commissariamento della Lega veneziana che qualche settimana fa ha visto alcuni leghisti in piazza per impedire fisicamente al commissario, il presidente della Provincia di Treviso, di entrare nei locali della sede veneziana.
La risposta era arrivata in fretta: il segretario di Treviso Giorgio Granello, fedelissimo di Tosi, era stato sfiduciato da 11 componenti su venti della sua segreteria
In più, ci sono le parole di Bossi sul sacro prato: la richiesta di congressi per il Veneto «dato che tanto ormai è tutto commissariato».
L’argomento, per ora, è tabù. L’imminenza delle elezioni sconsiglia anche soltanto di parlarne.
Eppure, si può fin d’ora giurare che la questione tornerà a essere posta con energia.
Lui, Roberto Maroni, ne è consapevole.
E difatti ieri ha parlato a più riprese della necessità di serrare le file: «I problemi interni si risolvono con l’unità . Bossi ha detto che siamo tutti fratelli e questo è fondamentale». Eppure, chi ieri ha visto il fondatore della Lega lo descrive come assai nervoso. Preoccupato della «democrazia» interna al movimento, di cui ha parlato con tutti quelli che erano a tiro, e non particolarmente affettuoso nei confronti del suo successore.
E a chi gli faceva notare che lui stesso, da segretario, avrebbe falciato senza pietà coloro che avessero osato contestazioni a Pontida, ha risposto a muso duro: «Io sono io, Maroni è un’altra cosa».
Un sentimento che il neosegretario forse terrà in considerazione.
Già domani, infatti, per la Lega lombarda si prepara un passaggio delicato.
Al consiglio nazionale potrebbe infatti approdare la richiesta di espulsione nei confronti di Marco Reguzzoni, bossiano di ferro ed ex presidente della Provincia di Varese.
I suoi avversari portano come pezza giustificativa i duri commenti che l’ex capogruppo alla Camera ha pubblicato su Facebook nelle ultime settimane.
Reguzzoni, tuttavia, domenica non era a Pontida. E dunque, Maroni potrebbe decidere con i suoi di non fare un martire dell’antico nemico.
Inoltre, alcuni dei contestatori hanno fatto circolare la notizia che intendono denunciare il gruppetto di Giovani padani con cui si sono fronteggiati sul pratone del giuramento.
Un atteggiamento che trova eco nelle parole dell’ex deputata Paola Goisis, con ogni probabilità in cima alla lista degli epurandi: «C’è una cosa che ha colpito moltissimo me e molte delle persone che mi erano vicine. È stato il comportamento dei Giovani padani che sono arrivati organizzati come una squadra, hanno iniziato a spingere e hanno messo in atto dei comportamenti violenti e minacciosi. Una cosa che in tanti anni di Lega non avevo mai visto».
I primi nodi, in Veneto, verranno al pettine sabato, al consiglio nazionale.
Ma Roberto Maroni nei prossimi giorni avrà bisogno di molta saggezza.
Marco Cremonesi
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 10th, 2013 Riccardo Fucile
“DOPO IL QUARTO SCRUTINIO POSSIAMO ANCHE VOTARE IL PROFESSORE”… PER GRILLO “MEGLIO LUI DI D’ALEMA E AMATO”… MA LO SPONSOR DI PRODI IN REALTA’ E’ CASALEGGIO
Il nome gira già da qualche giorno.
E a farlo non sono i parlamentari, ma Beppe Grillo in persona.
L’ex comico ha gà una soluzione in tasca per il Quirinale.
Di chi si tratta? Di Romano Prodi.
«Ragazzi — ripete nelle ultime ore — se per il Colle arriviamo alla quarta votazione, bisogna riflettere!».
Un invito che ha destato sorpresa in molti. E quando il leader del M5S entra nello specifico lascia tutti di stucco.
«Prodi — aveva già spiegato venerdì scorso nel summit “segreto” alle porte di Roma — non è D’Alema o Amato, è una persona con la quale si può ragionare. Vi invito a riflettere su questo punto, perchè altrimenti alla fine rischiamo di trovarci davvero quei due».
Il riferimento è al quarto scrutinio, quando si richiederà solo la maggioranza assoluta e non il quorum dei due terzi per eleggere il successore di Napolitano.
Nella sala del casale alle porte di Roma il Fondatore non ha detto di più, ma tanto è bastato per alimentare un vivace dibattito interno.
Così intenso che fatica a restare sottotraccia, soprattutto ora che la scelta del nuovo inquilino del Colle è a un passo.
Non è la prima volta che il leader saggia il terreno.
Provoca, lancia suggestioni, spiazza.
Il nome del Professore di Bologna, per dire, era stato evocato dal Fondatore un paio di settimane fa, in un post sul suo blog: Pd e Pdl vogliono al Colle «non un Pertini, ma neppure più modestamente un Prodi che cancellerebbe Berlusconi dalle carte geografiche».
Non un’apertura, ma neanche una porta sbattuta in faccia all’ex commissario europeo. Anche perchè in passato lo stesso Grillo e molti dei suoi eletti non hanno nascosto di apprezzare dei governi passati solo quelli presieduti dal Professore.
Davanti a suoi parlamentari Grillo si è però spinto oltre.
Alla vigilia, tra l’altro, del referendum on line che chiamerà gli iscritti al movimento a selezionare già domani una rosa di dieci papabili per il Colle più alto.
Martedì 16 aprile, poi, la top ten espressa dalla galassia grillina sarà sottoposta a nuovo sondaggio della Rete per incoronare il candidato da sostenere in Parlamento.
Almeno per le prime tre votazioni.
Dal quarto scrutinio, infatti, cambia tutto ed è a quel punto che i voti dei cinquestelle possono risultare determinanti. Magari per far prevalere Prodi.
Il risiko del Quirinale non lascia indifferenti deputati e senatori del movimento.
Del nuovo Presidente, non è un mistero, discutono da tempo. Si confrontano soprattutto attraverso mailing list e forum privati.
E la galleria di personalità pronte a scalare il Colle grazie alla spinta dei grillini si arricchisce ogni giorno di nuovi volti. E di suggestioni.
C’è Gino Strada, innanzitutto, sponsorizzato dall’ideologo del M5S Paolo Becchi.
Va fortissimo anche Dario Fo, così stimato da poter contare anche su un pubblico elogio di Grillo: «È un premio Nobel una mente aperta, ha una lucidità fantastica».
«Non ho le possibilità fisiche e psichiche», si è però tirato fuori l’intellettuale.
Nella galassia grillina si guarda anche ai Presidenti emeriti della Consulta, Gustavo Zagrebelsky e Valerio Onida.
E qualcuno, fra i fan del leader, ha anche pensato di lanciare la candidatura del direttore d’orchestra Claudio Abbado.
Se la società civile è il bacino preferito dal movimento, un discorso diverso va fatto per i politici di professione.
Piace, ma potrebbe pagare la lunga militanza radicale Emma Bonino. Raccoglie consensi crescenti nell’ala libertaria dei grillini, ma difficilmente riuscirà a spuntarla.
Quanto a Prodi, non è solo l’attenzione dimostrata dal Fondatore a pesare, spingendo decine di parlamentari a valutare un clamoroso sostegno in caso di “spareggio” per il Colle.
Conta anche la conoscenza tra il guru Gianroberto Casaleggio e il Professore, mediata da Angelo Rovati.
E i due hanno avuto modo di incrociarsi anche di recente a Milano, durante una pausa dei lavori del World Business Forum.
La mossa di Grillo punta anche a evitare che si ripeta quanto già accaduto per l’elezione di Piero Grasso.
Perchè lacerarsi è facile, soprattutto se il voto è segreto e la posta in palio altissima.
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)
argomento: Grillo, Prodi | Commenta »