Aprile 8th, 2013 Riccardo Fucile
SCONFITTO E DOPPIATO SASSOLI CHE ERA APPOGGIATO DA LETTA, FRANCHESCHINI E D’ALEMA… SOLO TERZO IL RENZIANO GENTILONI
“Vedi? Abbiamo preso anche il voto di Cossutta! ”. Davanti al circolo di Testaccio, Ignazio Marino sorride lusingato.
Ha appena stretto la mano di Armando Cossutta, il grande vecchio del Pci.
Anche lui, a 87 anni, è venuto a votare alle primarie per scegliere il prossimo candidato sindaco di Roma.
E ci ha visto lungo.
Alle 22, quando ancora lo spoglio è in corso, c’è solo una certezza l’outsider, il chirurgo di fama internazionale prestato alla politica, ha vinto. Anzi, ha stravinto.
E lasciato dietro di sè le macerie del partito lacerato dalle correnti.
Era una sfida a sei.
Due donne — una, Gemma Azuni, di Sel, l’altra, democratica, Patrizia Prestipino.
Un giovanissimo socialista, Mattia Di Tommaso, e poi i tre “big” che hanno diviso il partito: il renziano Paolo Gentiloni, David Sassoli — sostenuto da Letta, Franceschini, D’Alema e, raccontano, anche dall’Udc romano — e Marino, appunto, dietro cui c’è l’ombra di Goffredo Bettini, l’inventore del modello Roma, l’uomo che ha portato alla guida del Campidoglio Rutelli e Veltroni.
Di sostegni espliciti dai vertici del partito, Marino non ne ha avuti.
Con lui ci sono Nicola Zingaretti, neo presidente della regione Lazio, e Nichi Vendola, che ha ottenuto il ritiro del suo candidato (Luigi Nieri) per spostare tutte le forze sul chirurgo.
Per questo, a voler leggere il risultato romano in chiave nazionale, la vittoria di Marino zittisce tutte quelle voci che, nelle ultime settimane, suggeriscono a Pier Luigi Bersani di girarsi a destra, di guardare alle larghe intese, di parlare con Berlusconi.
I 100.000 che sono entrati nei gazebo hanno contraddetto le teorie che davano Sassoli favorito, gli scenari che immaginavano il ticket con Alfio Marchini (il costruttore in corsa per il Campidoglio), le previsioni che calcolavano una bassissima affluenza.
“Il problema è che manca la direzione politica – diceva ieri pomeriggio un esponente del partito romano – E queste primarie sono diventate lo strumento per risolverlo: siccome non c’è sintesi al vertice, deleghiamo alla base. Non è un confronto tra candidati, sono correnti che buttano sul tavolo il proprio nome. Non sono primarie, è guerra. Mi spiegate perchè uno dovrebbe venire a votare? ”.
Il calo rispetto alle primarie nazionali c’è stato, ma considerando il clima politico del momento, quello di Roma, è un risultato inatteso.
Le polemiche ci sono già , ovvio.
Cristina Alicata, membro della direzione regionale del Pd, ha denunciato “le solite incredibili file di Rom che quando ci sono le primarie si scoprono appassionatissimi di politica”.
Partono le accuse di razzismo.
Lei insiste, e dice che le immagini di un seggio di Vigne Nuove dove alcuni nomadi sono in coda per votare dimostrano che qualcuno ha comprato i voti.
Di irregolarità parlano anche gli sconfitti Gentiloni e Azuni.
Se ne riparlerà nei prossimi giorni.
Intanto, Marino si prepara ad affrontare una campagna elettorale difficilissima. Qualcuno già comincia con le domande insidiose: “Come fa uno come lui a presentarsi in Vaticano? ”
Paola Zanca
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: Partito Democratico, PD, Roma | Commenta »
Aprile 8th, 2013 Riccardo Fucile
MALATA DA TEMPO, AVEVA 87 ANNI…FU PRIMA E UNICA DONNA A RICOPRIRE QUEL RUOLO NEL REGNO UNITO
La lady di ferro non c’è più. 
L’ex primo ministro inglese Margaret Thatcher è morta questa mattina a causa di un ictus.
Lo ha annunciato il portavoce dell’ex premier e baronessa britannica Lord Bell. La “Iron lady” era nata nel 1925.
Fu primo ministro del Regno Unito dal 1979 al 1990; è stata la prima e unica donna ad aver ricoperto la carica di Primo Ministro del Regno Unito.
Era malata da tempo.
«È con grande tristezza che Mark e Carol Thatcher annunciano la morte della madre, Baronessa Thatcher, che è deceduta serenamente a causa di un ictus questa mattina. Seguirà un altro comunicato», ha detto il portavoce Lord Bell.
LA SCALATA IN POLITICA
Nata Margaret Hilda Benson, figlia di un onesto ma umile droghiere di campagna, la baronessa Thatcher, dimostrò un’incrollabile determinazione scalando prima il bastione maschilista del partito Conservatore e poi guidando con il pugno di ferro il Regno Unito.
Da subito con il suo piglio decisionista tentò di far dimenticare il suo essere donna: con un lungo e durissimo braccio di ferro interno scontrandosi con il sindacato dei minatori di Arthur Scargill (1984-1985) e sul fronte esterno recuperando l’orgoglio nazionale della gloriosa “Britannia”, appannato, prima del suo arrivo a Downing Street, dalla tragica spedizione di Suez nel 1956, reagendo all’invasione delle Falkland ordinata dalla giunta militare argentina nel 1982.
Il trionfo, a caro prezzo, della Falkland fu la spinta propulsiva su cui costruì il suo trionfo fino al tradimento interno e alla sua caduta nel 1990 per la fronda guidata da Michael Heseltine.
LA REGINA: “TRISTEZZA”
La regina Elisabetta II si e’ detta ”triste di apprendere della morte della Baronessa Thatcher”, unendosi al cordoglio espresso anche dal primo ministro britannico, David Cameron.
”E’ con grande tristezza che ho appreso della morte di Lady Thatcher. Abbiamo perduto una grande dirigente, una grande premier e una grande britannica”, ha scritto Cameron in un comunicato.
(da “La Stampa”)
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Aprile 8th, 2013 Riccardo Fucile
CHIODI AFFIDA A GIOVANNA ANDREOLA, ARRESTATA L’ANNO SCORSO PER PRESUNTE TANGENTI, LA DIREZIONE DELL’UFFICIO COMUNICAZIONE… PROTESTA DI ASSOSTAMPA
Sprovvista del tesserino da giornalista e per di più indagata, ma questo non le ha comunque impedito di diventare dirigente dell’ufficio stampa della Regione Abruzzo. Nei giorni scorsi, con una delibera ad hoc, la giunta Chiodi ha infatti affidato all’attuale — ancora per pochi giorni — dirigente del servizio attività internazionali della Regione, Giovanna Andreola, l’incarico di dirigere la struttura di supporto stampa.
“Prenderà servizio tra pochi giorni”, fanno sapere dall’ufficio stampa.
E poco importa se non è iscritta all’Ordine dei giornalisti, d’altronde non lo era neanche il suo predecessore.
“Si persevera nella violazione della legge — commentano Assostampa e Ordine dei giornalisti dell’Abruzzo — Sia la normativa regionale (legge 22 del 14 marzo 1975 art. 5) che la normativa nazionale (legge 150 del 2000 art. 3) richiedono infatti come requisito necessario e imprescindibile per la nomina a direttore dell’ufficio stampa l’iscrizione all’Ordine dei giornalisti”.
“E’ una scelta che umilia le professionalità di centinaia di professionisti e pubblicisti, che operano sul territorio regionale”, denuncia il coordinamento abruzzese dei giornalisti precari “5 euro netti”.
Proteste inutili per il neo capo ufficio stampa della Regione — anche se, come tiene a sottolineare, “non mi è stata ancora notificata alcuna nomina” —, Giovanna Andreola. “Semplicemente perchè nella struttura (regionale, ndr) la figura del giornalista non esiste più. La legge regionale del ’75, che loro citano, è stata superata da un’altra: la 77 del 1999. Quanto alla normativa nazionale, non è stata mai recepita dalla Regione Abruzzo”.
Nessun problema invece per le diverse testate edite dalla Regione.
Alla loro guida rimarrà l’attuale direttore responsabile, regolarmente iscritto all’albo, come prevede la legge 69 del 1963.
“Io comunque non ho chiesto di andare all’ufficio stampa — precisa Andreola – Ho chiesto di essere assegnata a qualche servizio vacante”.
Da diversi mesi infatti, “a seguito della scellerata politica di riorganizzazioni delle direzioni da parte della Giunta regionale” commenta il Direr (sindacato dei dirigenti), la dottoressa Andreola, così come molti altri dirigenti regionali, è senza incarico.
Ma, sia chiaro, lo stipendio continua ad esser loro riconosciuto.
E che stipendio.
Dopo le sue continue richieste e le proteste del Direr, però, alla fine la giunta Regionale un incarico alla dottoressa Andreola lo ha trovato, evitando così il rischio di un contenzioso e magari di dover pure rispondere di danno erariale.
Ma le aspre polemiche scaturite in seguito all’approvazione di quella cosiddetta delibera “fuori sacco” sono, anche o soprattutto, legate all’inchiesta della Procura dell’Aquila, su una presunta distrazione di fondi europei, in cui la nuova responsabile della struttura di supporto stampa della giunta rimase coinvolta lo scorso anno.
Nel gennaio del 2012 Andreola venne addirittura arrestata, insieme ad altre 6 persone (tra cui suo marito), con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione aggravata, falso in atti pubblici, occultamento di atto pubblico.
Secondo i magistrati, era stata messa in piedi una associazione criminale volta a condizionare l’affidamento delle commesse pubbliche, in cambio di contropartite economiche sotto forma di contratti di consulenza e assunzioni clientelari. In particolare la dirigente del servizio attività internazionali della Regione “ha asservito la propria funzione ad interessi privati”, aveva scritto il gip nell’ordinanza di custodia cautelare, paventando l’elevato rischio di reiterazione del reato.
Andreola è tornata poi in libertà .
Adesso, da indagata, è in attesa dell’udienza preliminare.
Dunque, fino a sentenza passata in giudicato, innocente.
Perciò il diritto di continuare a lavorare non le può essere negato.
Ma, anzichè l’ufficio stampa, cioè il settore che, assolvendo il compito di fornire informazione e creare una buona immagine per la Pubblica Amministrazione, necessita del massimo della credibilità , la giunta Chiodi avrebbe potuto scegliere per lei un altro incarico.
Gabriele Paglino
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 8th, 2013 Riccardo Fucile
SEVERINO: “STRAZIANTE IL CASO MONTALTO”… CHIESTO L’INVIO DI ISPETTORI… CARFAGNA: “SERVE IL CARCERE”
Si riapre il caso dello “stupro di Montalto di Castro”. 
A 10 giorni dall’ultima decisione del Tribunale per i minori di Roma, e dopo aver letto le drammatiche testimonianze della vittima di quella violenza di gruppo («Sono stanca di lottare per avere giustizia ») e di sua madre Agata («Il branco è libero, mia figlia ha perso tutto»), ieri su questo controverso processo è intervenuta il ministro della Giustizia Paola Severino.
Promettendo di fare chiarezza.
«Si tratta di una storia veramente straziante – dice il ministro – rispetto alla quale credo che si debba dimostrare il massimo interessamento. Mi attiverò per acquisire tutti gli elementi utili per ricostruire la vicenda».
A sei anni dalla notte tra il 31 marzo e il primo aprile del 2007, in cui M. fu selvaggiamente violentata da otto suoi coetanei nella pineta di Montalto di Castro, il Tribunale per i minori di Roma il 25 marzo scorso ha deciso, per la seconda volta, che quei ragazzi del branco, oggi tutti maggiorenni, non meritano il carcere, ma una “messa in prova” di due anni presso i servizi sociali.
Quella stessa “messa in prova” che già nel processo di primo grado fu revocata dalla Corte di Cassazione, perchè ritenuta “inadatta”.
Una decisione che sospende così di nuovo il processo contro gli otto giovani, senza che si sia arrivati ad una sentenza, nonostante la richiesta del pubblico ministero di una condanna di quattro anni di carcere per ciascuno.
Con il risultato che oggi, M. Maria, così l’abbiamo chiamata, ha smesso di andare a scuola, vive uno stato di prostrazione e paura e si è dovuta allontanare dai luoghi in cui è cresciuta.
I suoi aggressori invece, in attesa che il tribunale e i servizi sociali decidano nel luglio prossimo quale sarà il percorso riabilitativo, sono liberi, abitano ancora a Montalto di Castro con le loro famiglie, in un paese che li ha sempre pervicacemente difesi, definendo quello stupro di gruppo, una “ragazzata”.
E ieri anche un gruppo di deputate del Pd, tra cui Silvia Fregolent, Marina Berlinghieri e Lorenza Bonaccorsi, hanno chiesto al ministro Severino di valutare «l’invio degli ispettori ministeriali al Tribunale dei Minori di Roma dopo l’ennesima decisione, già bocciata dalla Cassazione, che ritarda ancora la sentenza sullo stupro di Montalto di Castro».
«A sei anni dalla barbarie della violenza del branco subita da una giovane minorenne, ora rischia di emergere una seconda violenza, quella della giustizia, che non riesce ad emettere una sentenza su fatti che dalle carte processuali sembrerebbero ormai verificati. Lottare per le pari opportunità – aggiungono le parlamentari – significa garantire pari giustizia a tutti. Di fronte all’abominio della violenza fisica, lo Stato non può permettere che i cittadini si sentano prigionieri anche della violenza giudiziaria. Chi ha avuto il coraggio di denunciare la ferocia e l’inciviltà di un gesto del genere
ha il diritto di ricevere dallo Stato risposte certe e immediate».
E Mara Carfagna, Pdl, ex ministro delle Pari Opportunità e autrice della legge sullo stalking, commenta con amarezza: «Ho sempre sostenuto che per gli autori di uno stupro, anche se minorenni, l’unica risposta debba essere il carcere. Invece ciò che accade è che nonostante le denunce, i violentatori restano poi a piede libero, e magari in grado di tormentare ancora le vittime. Ed è questo – aggiunge Mara Carfagna – che spinge le donne a non denunciare, che le scoraggia nei confronti di una giustizia che spesso non arriva. Purtroppo la Corte Costituzionale bocciò il mio decreto antistrupro, in cui si prevedeva sempre l’obbligo di custodia cautelare per gli autori di violenza sessuale. Ritengo giusto che il ministro Severino apra un’inchiesta, anche se questo non risarcirà del dolore quella giovane ragazza, così brutalmente aggredita».
Maria Novella De Luca
(da “la Repubblica”)
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Aprile 8th, 2013 Riccardo Fucile
LO SPORTIVO SOLIDARIZZA CON UN ATTIVISTA: “LE MIE ILLUSIONI SONO SVANITE, C’E’ SOLO DA AVERE PAURA”
«Caro Grillo, permettimi, ma questa volta a fanculo ti ci mando io».
A liberare il “vaffa” è il velista Giovanni Soldini.
Ieri ha pubblicato su Twitter l’appello di un grillino deluso, accompagnandolo con i commenti «Condivido pienamente!!!» e «un grillino che ha il coraggio di dire le cose come stanno».
L’attivista Andrea Baio, genovese che vive a Palermo, così si è sfogato su Facebook: «Credevo di aver fatto bene a votare Movimento 5 Stelle, ma le mie illusioni sono svanite. C’è solo da avere paura, il paese con te rischia una deriva totalitaria».
Evidentemente non sono in pochi ormai a contestare apertamente la linea politica dei Cinquestelle e a prendere posizione pubblica contro Grillo e Casaleggio.
Di fronte alle “manovre” poco chiare dell’ex comico genovese, anche un esperto di navigazione in solitaria come Soldini ha ritenuto di far conoscere il proprio pensiero.
Con la consueta esplicita franchezza.
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Aprile 8th, 2013 Riccardo Fucile
“NEL MOVIMENTO QUALCOSA SI MUOVE”
Ora che qualcosa inizia a muoversi, che qualche coraggioso senatore grillino si espone per
reclamare il dialogo con il centrosinistra, Tommaso Currò non ha voglia di esultare.
«Io sollevato? Non so. Mi hanno attaccato — ricorda il deputato — mi hanno dato del traditore. Ma io non sto tradendo. E penso che nella vita bisogna far prevalere la coscienza».
La voce trasmette un po’ di ritrovata fiducia: «Se abbiamo detto di avere un progetto di Paese e poi stiamo a guardare il governissimo Pd-Pdl, tradiamo la nostra prerogativa di mandare a casa la vecchia classe dirigente».
L’alternativa?
«Se proponiamo un governo a cinquestelle, il Pd e Sel faranno emergere persone che non hanno nulla a che vedere con il passato negativo. Obbligheranno la vecchia classe a fare un passo indietro, ne emergerà una nuova».
Prima lei, adesso un altro siciliano come il senatore Bocchino. Avete dato la scossa?
«Sapevo che Fabrizio mi era vicino. Non so, forse alla base ci sono ragioni sociologiche. Noi siciliani viviamo una voglia di riscatto».
Forse pesa il famoso “modello Crocetta”.
«Certo, un modello che sta funzionando e dando ottimi risultati. E non si capisce perchè non essere portato anche qui (a Roma, ndr)».
Resta lo scoglio della fiducia.
«La fiducia è un fatto tecnico per far convergere più forze politiche su un progetto. Noi il progetto e il programma cinquestelle l’abbiamo. Se il Pd vuole accettarlo, lo faccia: è qui che si gioca la loro maturità ».
E poi c’è il Presidente della Repubblica. Come si dialoga?
«Deve essere un Presidente della Repubblica garante della legalità , dell’equilibrio fra i poteri e lavorare per una giustizia snella e vera. Se invece si sceglie un nome sulla base di condizioni ad personam, staremo per altre sette anni a rigirarci le dita».
Restano le regole del movimento.
«Io rimango di un’idea: bisogna fare il bene del Paese. Io sono qui per rispettare le regole sottoscritte. Ma non in modo che siano fini a se stesse, bensì per fare il bene dell’Italia. Perchè fra le due io scelgo sempre il bene dell’Italia».
Come?
«Per farlo ci passa l’intelligenza e la sensibilità , su questo si gioca il destino degli italiani. Se siamo stati una rivoluzione, è perchè siamo in un momento storico di rivoluzione. O lo si capisce, assumendoci una responsabilità proporzionale alla gravità del momento, o passeremo ignorati dalla storia».
E’ uscito allo scoperto, ha pagato un prezzo.
«Per tre anni ho sacrificato anche la mia vita privata per il progetto cinquestelle. In Parlamento sento una responsabilità a cinquestelle. Posso aver sbagliato il modo, ma il progetto rimane».
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)
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Aprile 8th, 2013 Riccardo Fucile
SEMPRE SCONTRO TRA I DEMOCRATICI, IL PIANO B FA NUOVI PROSELITI
Le elezioni a giugno possono diventare la miccia che fa esplodere il Pd.
«Il punto è sempre quello», dicono a Largo del Nazareno.
Dal 26 febbraio, in fondo, la situazione non è cambiata. Ma sono cambiate le forze in campo.
Perchè il “partito” del no al voto sta crescendo e tiene dentro un fronte trasversale con Veltroni, Franceschini, Letta, D’Alema e Renzi che ha anche il suo piano B: tornare alle urne e conquistare la candidatura a Palazzo Chigi senza grandi avversari.
Il braccio di ferro interno sembra però inevitabile. Perchè i giovani turchi sono fermi da settimane: «O Bersani ce la fa o si dà di nuovo la parola ai cittadini».
Anche i bersaniani non vedono alternative: «Governicchi con il Pdl non esistono. E se esistono, quanto durano? Sei mesi, otto mesi? Quello sì sarebbe perdere tempo. Ci va di mezzo il Paese».
L’eco di questo bivio cruciale si avvertirà già domani nella riunione dei gruppi parlamentari.
Dario Franceschini ha tracciato la strada: se fallisce il “governo del cambiamento” guidato da Bersani, non si può andare a votare subito.
Serve comunque un esecutivo di transizione che faccia la riforma elettorale cancellando il Porcellum e affronti l’emergenza sociale.
Fino a qualche giorno fa, questa era anche la posizione del sindaco di Firenze. Poi, la rotta è stata modificata.
Renzi non sa se può permettersi di aspettare troppo “il suo momento”.
Vede i tentativi che si consumano a Roma per fermarne la corsa o rallentarla con lo stesso obiettivo finale: logorarlo.
Per questo ha rotto gli indugi chiedendo una scelta secca al segretario: o governissimo o voto. L’alternativa di un accordo con il Pdl continua a non dispiacergli.
«Quello che io voglio evitare a tutti i costi è apparire un leader cooptato dal gruppo dirigente », ripete a tutti quelli che lo consultano. E non sono pochi, anche tra i dirigenti più vicini a Bersani. Dunque, la sua strada passa per primarie vere, aperte, non fatte in fretta e furia, davvero competitive, che non lascino il sospetto di un risultato già scritto grazie a un apparato convertito sulla via di Damasco.
Franceschini chiama Renzi sempre più spesso, i lettiani hanno un filo diretto, persino D’Alema ne sonda gli umori attraverso alcuni “ambasciatori” autorizzati che scambiano due chiacchiere con il sindaco davanti a un caffè a Firenze o nell’albergo romano dove dorme quando viene nella Capitale.
Questa diplomazia è un’arma in più per il primo cittadino, che nelle primarie precedenti scontò anche la sua distanza dal partito.
Gli danno la sicurezza di poter vincere la battaglia interna senza problemi.
“Adesso” resta il suo slogan anche nel passaggio delle prossime settimane, quelle in cui si decide il destino della legislatura. Ma anche le ragioni del “no al voto subito” possono diventare le sue. Si tiene aperte le due vie d’uscita.
Bersani è concentrato sulla partita del Quirinale, che giovedì o venerdì giocherà guardando negli occhi Silvio Berlusconi in un vertice atteso.
Eppure a Largo del Nazareno guardano al dopo voto sul capo dello Stato.
«Le elezioni a giugno sono un’opzione», dicono.
Il leader dei Giovani Turchi Matteo Orfini non ha dubbi: «Sapevamo fin dall’inizio che si sarebbe tornati al punto di partenza. Noi non molliamo».
Perciò la corrente di Orfini e Fassina avverte «tutti quelli che stanno cercando di attuare una tattica più morbida verso il centrodestra».
Se Bersani fallisce, si deve riunire la direzione e ci si conta sulle elezioni anticipate ». In quest’ottica, appare come una coincidenza singolare la manifestazione contro la povertà convocata dal Pd a Roma per sabato.
Lo stesso giorno in cui Berlusconi sarà a Bari per un appuntamento che molti considerano ambiva-lente: o l’inizio della campagna elettorale o un semplice comizio. Dipende da come andrà il colloquio con Bersani.
È una lettura che vale anche per l’iniziativa dei democratici?
Il ritorno alle urne era una posizione largamente maggioritaria nel Pd fino a dieci giorni fa. Oggi molto meno.
Una posizione che rischia di uscire sconfitta nella “conta” sia in direzione sia nei gruppi parlamentari.
Basta leggere attentamente anche le parole di Nichi Vendola. Che difende il tentativo Bersani, non vede altri governi all’orizzonte, rifiuta qualsiasi intesa con Berlusconi. Ma dice che le elezioni subito «sarebbero una follia» e che la «gente inseguirebbe coi forconi i politici se non ci fosse un governo».
Una linea che la presidente della Camera Laura Boldrini ha subito sposato.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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Aprile 8th, 2013 Riccardo Fucile
PREVALE LO SCETTICISMO SU UN ACCORDO MALVISTO DA META’ DELL’ELETTORATO DI RIFERIMENTO
Un vento gelido sembra sceso sulla trattativa intorno al Quirinale e al governissimo. 
E lo stesso incontro tra Berlusconi e Bersani, che era dato per sicuro ventiquattr’ore fa, è tornato a ballare nelle agende dei due leader.
Il messaggio che da Arcore è arrivato ieri ai luogotenenti che tengono aperti i canali con il Nazareno è intriso di cautela.
Il Cavaliere appare neghittoso: «Cosa ci vediamo a fare io e Bersani se il Pd continua a rifiutare un governo insieme a noi?».
Un’ondata di scetticismo ha dunque travolto le aperture dei Franceschini, Speranza e Latorre.
L’ex premier infatti non si accontenta più di un governo di scopo o del Presidente, nè accetta di lasciar partire un esecutivo a guida Pd garantendo il suo sostegno esterno.
E non vuole dare per scontata l’elezione di una personalità di centrosinistra al Quirinale con i voti del Pdl.
A questo punto, intravisto il varco nel campo avversario, punta al risultato pieno: «Devono mettersi l’anima in pace. O trattano con noi con pari dignità oppure noi andiamo a votare».
Anche sulla partita del Colle i nomi che fino a ieri sembravano più credibili da Amato a Marini — ora vengono avvolti da mille obiezioni.
«Ma siamo proprio sicuri che personaggi della Prima Repubblica siano adatti a interpretare questa nuova fase? La gente — si chiede un berlusconiano di primo piano — cosa dirà visto che Grillo ci sparerà addosso?»
Difficile separare, in questo nuovo atteggiamento di sfida, la realtà di un negoziato comunque difficile dall’abilità del venditore che tratta sul prezzo intuendo che l’acquirente ormai non può sottrarsi. In ogni caso tutto il Pdl — anche il piccolo settore delle colombe — sembra spinto su un piano inclinato che porta verso le elezioni anticipate.
Berlusconi, quando i suoi ambasciatori gli riferiscono delle aperture del Pd, estrae dalla cartellina l’ultimo sondaggio di Alessandra Ghisleri.
E, numeri alla mano, dimostra che un accordo di larga coalizione sarebbe mal visto da quasi la metà degli elettori del centrodestra, tenendo invece il M5S molto alto.
«Non ci conviene dare il via libera a un governicchio con il Pd che dura sei mesi e poi si torna a votare. O si fa una cosa seria oppure meglio votare subito, visto che Grillo adesso sta calando».
Cosa vorrebbe dunque Berlusconi?
Un’apertura esplicita e formale, non gli bastano più i «segnali di fumo» in arrivo dall’altra parte del campo.
Insomma, vanno bene le interviste, ma serve un impegno formale della segreteria, dei gruppi parlamentari o della direzione del Pd per voltare pagina.
E tuttavia il Cavaliere dubita che il Pd possa permettersi questo cambiamento di linea, almeno finchè il timone sarà in mano a Bersani.
«Il segretario Pd dovrebbe mettersi un secchio in testa e abiurare la linea tenuta in questi ultimi 40 giorni, mi pare difficile», riflette Raffaele Fitto.
Fabrizio Cicchitto è sarcastico: «Purtroppo il Pd è venuto meno alla regola aurea del vecchio Pci: il segretario doveva venire dal Regno di Sardegna, vedi Togliatti, Natta e Berlinguer, gli emiliani servivano a portare soldi e voti».
Maria Stella Gelmini, un’altra colomba, suona lo stesso spartito: «I vari Orfini e Speranza sono avvisati. Non acconsentiremo mai alla nascita di un governo che ci veda portatori d’acqua gratuiti».
È solo l’ultima offerta del venditore o davvero tutto sta per saltare?
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Aprile 7th, 2013 Riccardo Fucile
DOPO SEI ANNI UN NUOVO STOP AL PROCESSO, LA RABBIA DELLA RAGAZZA: “MI HANNO RUBATO LA VITA”… LA MADRE: “MIA FIGLIA AVEVA SOLO 15 ANNI, DA ALLORA HA CAMBIATO CITTA’, HA SMESSO DI STUDIARE, NON VIVE PIU'”… IL SINDACO PD CHE DIFESE I VIOLENTATORI DI BUONA FAMIGLIA STANZIANDO 40.000 EURO DALLE CASSE DEL COMUNE
Sei anni fa, esattamente in questi giorni, in questa stessa pineta che si affaccia sul mare e dove di notte nessuno sente e nessuno vede.
Forse era già primavera, mentre oggi il cielo è incerto: la stuprarono in otto, per tre infinite ore, M. aveva 15 anni, gli altri, il branco, poco di più.
“Mi hanno preso la vita e rubato il futuro, ho sperato ogni giorno di avere giustizia, ma se avessi saputo che finiva così non li avrei mai denunciati. Ora sono stanca, non ho più la forza di combattere”, racconta oggi M.
L’hanno chiamato lo “stupro di Montalto di Castro”, dal nome di quel paese tra Lazio e Toscana che ha continuato testardamente a difendere i suoi “bravi ragazzi”, che nella notte tra il 31 marzo e il primo aprile del 2007 abusarono selvaggiamente di M., Maria, un nome che non è il suo ma le assomiglia.
Oggi dopo sei anni e due processi, quella ferocia di gruppo è diventata il paradigma di quanto in Italia la violenza sessuale resti di fatto ancora impunita.
E le vittime relegate nell’ombra di vite spezzate.
“Aveva la minigonna”, fu l’incredibile capo d’accusa del paese schierato in piazza davanti alle telecamere di Canale 5 per insultare Maria, che aveva la media del 9 a scuola, e quella sera di marzo aveva accettato dalla sua amica del cuore l’invito ad una festa in una discoteca di Montalto di Castro.
Qualcuno poi l’aveva convinta ad uscire dal locale, per prendere un po’ d’aria nella pineta, gli altri erano sbucati dal buio.
Il resto è incubo, vergogna, paura, l’avevano lasciata lì pesta, sanguinante, con le calze rotte.
Per quindici giorni Maria si tiene il segreto, poi in lacrime racconta tutto al preside del liceo di Tarquinia che allora frequentava, e che l’aveva convocata per capire perchè quell’allieva così brillante non facesse altro che piangere in classe.
Sei anni e due processi dopo, nonostante la richiesta di 4 anni di carcere avanzata dal Pubblico ministero, e pur riconoscendo che il racconto di Maria è del tutto veritiero, il 26 marzo scorso il tribunale per i minori di Roma ha deciso per la seconda volta di affidare i colpevoli – alcuni lavorano, altri sono diventati padri, mai nessuno ha chiesto scusa a Maria – ai servizi sociali. Sospendendo così ancora una volta il processo.
E allora bisogna salire su una strada ripida alle porte di Tarquinia, trenta chilometri da Montalto di Castro, attraversare un ballatoio rigoglioso di fiori curati, e sedersi accanto ad Agata, la madre di Maria, 59 anni, quattro figli, Salvatore, Gianluca, Cinzia e Maria, gemelle, emigrata qui dalla Sicilia 23 anni fa, un marito camionista, lei stiratrice in lavanderia.
E c’è tutto il dolore di una madre nei grandi occhi azzurri di Agata, un pudore violato, “per farla visitare la portai dalla ginecologa che l’aveva fatta nascere, ma alle cinque del mattino, per non incontrare nessuno”.
Nel salotto che odora di pulito, con le foto in cornice e i buoni mobili di famiglia, Agata racconta. “Quello che hanno fatto a Maria lo sento ogni giorno sulla mia pelle, sono ferite aperte, era poco più che una bambina, oggi vive quasi nascosta, a casa di un’amica dove fa la baby sitter, ha smesso di andare a scuola, è l’ombra della bella ragazza che era, ha paura del buio, da quella notte maledetta non ha mai più messo una gonna, e in tutti questi anni nessuno dei suoi aguzzini, o dei loro genitori, mi si è avvicinato per dirmi mi dispiace, mio figlio ha sbagliato. Anzi, durante le udienze i ragazzi ridevano”.
Ci avevano già provato i giudici, nel 2009, a recuperare gli otto del branco, alla fine rei confessi, difesi da buoni avvocati e con famiglie abbienti alle spalle.
Addirittura il sindaco di Montalto di Castro, Salvatore Carai, ancora oggi iscritto al Pd, contro ogni procedura aveva prelevato dalle casse comunali 40mila euro per difendere i violentatori. Una “messa in prova” fallita, durante la quale uno degli otto era stato addirittura arrestato per stalking contro la fidanzata, tanto che la Corte di Cassazione aveva revocato quel provvedimento, imponendo un nuovo processo di primo grado.
Continuerebbe a combattere Agata, vorrebbe impugnare quella “messa in prova” che non ha reso giustizia a sua figlia.
Insieme a lei, da sempre, un’altra donna tenace, Daniela Bizzarri, ex consigliera delle Pari Opportunità di Viterbo.
Una solidarietà che diventa amicizia. “L’affidamento ai servizi sociali di questi ragazzi, oggi tutti maggiorenni, si è già rivelato un fallimento la prima volta. Perchè riproporlo e far passare il concetto che lo stupro è un delitto minore? Così passa il messaggio dell’impunità “.
E basta affacciarsi in uno dei tanti chioschi semiaperti sul litorale di Montalto, per capire perchè Agata e Maria si sentano sole.
“C’avete rotto i co…, è stata una ragazzata, e se l’hanno fatto vuol dire che lei li incoraggiava. Lasciateci vivere”.
Agata liscia con gesto di sempre la tovaglia inamidata sul tavolo.
“Quelli vanno in giro, sono liberi, li vedi nei bar, si sono sposati. Maria ha perso venti chili, è dovuta andare via, a lei chi restituirà il futuro? Per questo vorrei ancora avere giustizia”.
Ma è Maria invece che come tante altre donne vittime di stupro, ha deciso di ritirarsi.
Delusa. Stanca.
“Non posso sostenere un nuovo processo – sussurra – ad ogni udienza sto male, vomito, ricominciare daccapo, vedere le loro facce… Li dovevano condannare, ma mi basta che i giudici mi abbiano creduto, che io sono una ragazza perbene. Ora cerco soltanto un po’ di pace”.
Maria Novella De Luca
(da “la Repubblica“)
Commento del ns. direttore
La storia che raccontiamo qua sopra è il simbolo di un’Italia dove chi è povera non ha tutela, chi è figlio di ricchi e può permettersi i migliori avvocati gode di fatto della impunità .
E’ il simbolo di un Paese di merda, ben rappresentato da sindaci di merda che stanziano fondi pubblici per aiutare non lavoratori in difficoltà , ma violentatori di quindicenni.
E’ l’emblema di una giustizia a senso unico che indica percorsi “riabilitativi” che poi non vengono neanche seguiti e che chiude non uno, ma entrambi gli occhi solo per favorire i carnefici, mai per garantire giustizia alle vittime.
E’ il sintomo di una mentalità indegna secondo cui se una porta una minigonna è violentabile e può essere massacrata in una pineta.
Magari con la solidarietà di tanti borghesi bennpensanti di merda, pronti a immedesimarsi nei “poveri violentatori” che di fronte a una minigonna non hanno in fondo “fatto nulla di grave”, essendo stati “provocati”.
Repressi loro e repressi i loro miserabili difensori che magari vanno a messa la domenica e a prenderselo nel culo di nascosto durante la settimana.
Se fosse capitato a una loro figlia, li sentireste… ma alle loro figlie, ovvio, non può capitare, accade solo alle altre, alle “poco di buono”.
La fortuna di costoro in fondo è proprio quella di vivere in un Paese di merda: altrove qualcuno avrebbe provveduto a farsi giustizia con una raffica di mitra.
Ovviamente questo accade nei Paesi incivili.
Qui sta la differenza con la Patria del diritto.
argomento: radici e valori, violenza sulle donne | Commenta »