Aprile 7th, 2013 Riccardo Fucile
CORTEO DI ASSOCIAZIONI E CITTADINI NELLA CITTA’ JONICA: “VOGLIONO FRENARE LA MAGISTRATURA”… I MEDICI: “OGNI GIORNO UNA DIAGNOSI DI TUMORE”
Un grande serpentone, con i medici in prima fila, ma anche le mamme. 
Poco prima delle 13 s’è fermato nel centro di Taranto che si era riempito per tutta la mattinata (oltre cinquemila persone) per il corteo organizzato dalle associazioni ambientaliste.
Con in testa i medici in camice bianco, (ma anche numerosi anziani e disabili) a testimoniare il dramma dei tanti tarantini che hanno perso la vita a causa dell’inquinamento; loro che ogni giorno “lottano contro il cancro e le gravi patologie generate dall’inquinamento”.
Associazioni, cittadini comuni, numerosi medici appunto e qualche rappresentante istituzionale (c’è il deputato del movimento Cinque Stelle, Alessandro Furnari) si sono prima concentrati dinanzi all’Arsenale da dove il corteo si è srotolato su via Di Palma.
Il primo striscione diceva tutto: “Taranto, miniera di diamanti ricoperta da monnezza”. E anche le mamme si sono fatte sentire: “Corte costituzionale, ricordati di me”, diceva uno striscione issato da una donna con una freccia che indica il figlio nel passeggino. Secondo Fabio Matacchiera, presidente della fondazione antidiossina, “Taranto scende in piazza per rcelamare il diritto alla salute e perchè proprio la salute vale molto di più dell’acciaio”.
C’era anche un’immagine di papa Francesco. “Taranto era bella, ora santa perche’ martire e povera. Vieni Francesco”: questa la frase scritta su un cartello portato a mano da una manifestante.
Nel corteo è comparso anche uno striscione di ‘Amici di Mauro Zaratta’, il padre di Lorenzo, un bimbo che ora ha 3 anni e vive in Toscana e che sin dalla nascita ha contratto una grave forma tumorale tanto da aver perso già quasi completamente la vista.
Nel corteo c’è stato chi ha portato anche un enorme crocifisso a simboleggiare il ‘martirio’ che la città di Taranto subisce da anni a causa dell’inquinamento proveniente dal siderurgico.
Tra i manifestanti anche gruppi del comitato ‘No al carbone’ di Brindisi e del comitato che si oppone al raddoppio dell’inceneritore di Massafra, paese ad una dozzina di chilometri da Taranto.
“La situazione è drammatica. Non c’è giorno in cui non faccio una diagnosi di tumore”. Lo ha detto Gennaro Viesti, primario pneumologo della casa di cura Villa Verde di Taranto, uno dei medici che partecipa alla manifestazione.
“Voglio lanciare – ha aggiunto il medico – un grido di allarme per tutte le malattie respiratorie che a Taranto sono le uniche in aumento. Sono un costo non solo per le famiglie ma anche per la società “.
La situazione drammatica è stata confermata anche da una radiologa del presidio onco-ematologico dell’ospedale San Giuseppe Moscati di Taranto. “Non riusciamo a fare argine – diceva la dottoressa – c’è un oceano di persone che ha bisogno di cure, con patologie sempre più gravi e di età sempre più giovane”.
Martedì, invece, appuntamento a Roma, quando al vaglio della Consulta passerà la cosiddetta legge “salva Ilva”.
La domenica nella città jonica è stata dei movimenti che sono scesi in piazza contro la legge 231 del 24 dicembre scorso che autorizza l’Ilva a produrre e a commercializzare quanto prodotto prima del 3 dicembre, data della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del decreto da cui è poi nata la legge di conversione.
In corteo ci sono state anche le mamme “No al carbone”, pronte a sostenere anche il sit-in che si terrà nella capitale il 9 aprile davanti al palazzo della Corte Costituzionale quando sarà valutata la legittimità della legge 231 a seguito delle eccezioni di costituzionalità sollevate nei mesi scorsi dal gip, Patrizia Todisco, e dal Tribunale dell’appello.
La manifestazione a Taranto e il sit-in a Roma sono stati indetti proprio a ridosso del pronunciamento della Consulta e a pochi giorni dal referendum consultivo, pro o contro la chiusura parziale o totale dell’ Ilva, che si terrà nel capoluogo jonico il 14 aprile, non senza polemiche.
L’ obiettivo finale è la cancellazione di una legge che, a detta di molte associazioni ambientaliste, “mette un freno alla magistratura che indaga sui reati contro l’ambientee la salute”.
Come denunciano le mamme “No al carbone”, “questa legge riguarda tutti gli stabilimenti inquinanti d’interesse strategico nazionale e purtroppo toglie alle procure la possibilità di compiere sequestri degli impianti”.
Intanto nel giorno della manifestazione contro l’inquinamento prodotto dall’Ilva, il comitato ambientalista Legamjonici ha annunciato di aver depositato presso la Procura di Taranto un esposto-denuncia per il presunto mancato rispetto della normativa Aia (Autorizzazione Integrata Ambientale) e la “omessa applicazione dell’articolo 29-decies del D.lgs. 128/2010, che costituisce il recepimento della direttiva comunitaria sulla prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento”.
Nell’esposto si fa riferimento all’Ilva, al Ministero dell’Ambiente e della Salute, al Ministro dell’Ambiente attualmente in carica Corrado Clini, al Sindaco e al Prefetto di Taranto.
I sottoscrittori, è detto in una nota, “chiedono che l’autorità giudiziaria proceda nei confronti dei soggetti sopra menzionati, nonchè di tutti gli altri che eventualmente dovessero risultare responsabili con particolare riferimento a fatti, azioni e omissioni in danno della salute pubblica”.
Mario Diliberto
argomento: radici e valori, sanità, Sicurezza | Commenta »
Aprile 7th, 2013 Riccardo Fucile
STOP AI RIMBORSI E SEDI CHIUSE…IN UN ANNO PATRIMONIO DIMEZZATO
Per Antonio Di Pietro sono settimane di fuoco.
Prima, appena addolcita dall’elezione di suo figlio Cristiano nel consiglio regionale del Molise, la batosta elettorale.
Un danno incalcolabile anche dal punto di vista economico, al quale si è aggiunta pure la beffa.
Quale beffa? Che mentre la sua stella tramontava fra scontri e veleni interni al partito, saliva prepotentemente quella di Beppe Grillo: del quale, ai tempi che furono, aveva condiviso il sodalizio con il fornitore di servizi informatici Gianroberto Casaleggio.
Poi, subito dopo la mazzata, la dolorosa prospettiva di una notte dei lunghi coltelli nell’Italia dei valori.
«Fallimento dell’Idv, scatta la resa dei conti», titolava venerdì il Giornale della famiglia di Silvio Berlusconi. E va bene che il quotidiano di proprietà del fratello del Cavaliere non è mai stato tenero con l’ex pm di Mani Pulite.
Ma la cosa sembra davvero seria, visti gli stracci che stanno volando da un po’ di tempo nel partito.
Fra i tanti aspetti che presenta questa vicenda ce n’è uno, tuttavia, che rischia di avere strascichi maleodoranti.
Come purtroppo accade in ogni famiglia i cui componenti decidono di separarsi. Parliamo dei soldi.
Perchè nonostante i tagli, il partito fondato da Tonino Di Pietro ha ancora in pancia un bel tesoretto: almeno a giudicare dal bilancio del 2012, che è stato già pubblicato, con sorprendente efficienza e solerzia.
Al 31 dicembre del 2012 il patrimonio netto era di 16 milioni 604.830 euro.
Certo, rispetto a un anno prima, quando toccava 35 milioni 763.265 euro si era ridotto di oltre la metà : per colpa soprattutto della rinuncia all’ultima tranche dei ricchissimi rimborsi elettorali relativi alle elezioni politiche del 2008.
In ogni caso, però, una cifra ancora consistente e soprattutto ben investita.
E non per i 4 milioni 451 mila euro depositati in banca, anche qui meno della metà rispetto al 2011 (più di 9 milioni).
Soprattutto, per gli 8 milioni di investimenti finanziari, fra cui i 7,3 milioni di titoli della Eurizon Capital, società di gestione del risparmio che fa capo al gruppo Intesa Sanpaolo.
Rendimento totale: 285.603 euro.
Che su 8 milioni tondi fa il 3,56 per cento netto.
Un risultato coi fiocchi, di questi tempi. Anche in confronto ai Buoni del Tesoro.
A proposito, «È fatto divieto ai partiti di investire la propria liquidità derivante dalla disponibilità di risorse pubbliche in investimenti finanziari diversi dai titoli emessi da Stati membri dell’Unione Europea»: non dice così l’articolo 9 della legge 96 del 2012, quella che a luglio ha dimezzato i rimborsi elettorali e ha comportato la famosa rinuncia all’ultima tranche delle elezioni 2008?
Si tratta con ogni probabilità di investimenti precedenti a quella legge, visto che già nel bilancio del 2010 figuravano titoli Eurizon Capital Sgr per 3 milioni 983.284 euro. Ma è un fatto che nei conti al 31 dicembre 2012 risultavano raddoppiati in confronto a due anni prima.
Va detto che il bilancio dello scorso anno non fotografa esattamente la situazione attuale.
Non dice, per esempio, quanto l’Italia dei valori abbia speso (e incassato) per l’ultima sventurata campagna elettorale, ma fa chiaramente capire che dopo il taglio del finanziamento pubblico l’aria è cambiata.
E sarebbe cambiata, eccome, anche se Di Pietro e i suoi non fossero stati trombati.
Un segnale inequivocabile, la risoluzione anticipata dei contratti d’affitto della sede di Milano, di quella di Bergamo, e di uno dei due appartamenti della sede nazionale di Roma.
Altri tempi, rispetto a quando la sede del partito, come ha raccontato recentemente Libero , era in un immobile di proprietà della società di Di Pietro, la An.To.Cri.
Un appartamento, ha ricordato questo quotidiano mai particolarmente generoso con l’ex magistrato, acquistato poi un giorno dalla Immobiliare estate due, una srl riconducibile al senatore di un partito, il Popolo della libertà di Berlusconi, che più lontano dal leader dell’Idv non avrebbe potuto essere.
Il suo nome, Riccardo Conti: assunto a improvvisa notorietà un anno fa quando La7 ha rivelato che nell’arco di una stessa giornata aveva acquistato un palazzo a Roma per 26,5 milioni di euro rivendendolo in poche ore all’Ente di previdenza degli psicologi per 44.
E tracce di quel rapporto fra Di Pietro e il senatore del Pdl esistono ancora nel bilancio della An.To.Cri., dove figura un credito di 2.598 euro verso la Immobilare estate due.
Altri tempi anche rispetto al 2001, quando l’ex pm era rimasto, esattamente come ora, fuori dal Parlamento: il suo partito non aveva superato la soglia di sbarramento.
Senza seggi e senza denari.
Finchè arrivò, qualche mese dopo, la provvidenziale leggina che oltre a moltiplicare l’importo dei rimborsi elettorali ne consentiva l’erogazione anche ai partiti che pur non avendo superato il 4 per cento necessario ad avere posti in Parlamento nella quota proporzionale, avessero comunque raccolto almeno l’un per cento dei suffragi.
Dissero che serviva a far avere i soldi al Ccd, che pur essendo entrato in Parlamento insieme alla coalizione guidata da Berlusconi non aveva raggiunto la fatidica soglia del 4 per cento.
L’effetto collaterale, comunque, fu che pure il partito fondato da Tonino ebbe accesso ai finanziamenti pubblici.
Insieme ad altre formazioni minori, come per esempio i Comunisti italiani.
La leggina venne astutamente approvata a tempo di record negli ultimi giorni di luglio perchè entrasse in vigore 48 ore prima del 31 di quel mese: la scadenza prevista per il pagamento dei contributi, che vennero quindi prontamente versati anche nelle casse dell’Italia dei valori.
Inutile sperare adesso in una eventualità del genere.
Di Pietro potrà contare ancora su una manciata di rimborsi per le elezioni europee e regionali: nel bilancio 2012 sono contabilizzati crediti per 4 milioni.
Spiccioli, confrontati alla valanga di denaro cui tutti si erano abituati.
Poi più niente, a meno di qualche miracolo.
Si consolino: il denaro non è tutto.
È così che si dice, no?
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Aprile 7th, 2013 Riccardo Fucile
L’INTERVISTA AL “CORRIERE DELLA SERA”: “ABBIAMO LOTTATO CONTRO IL BIPOLARISMO, MA LO HA SUPERATO GRILLO”
Pier Ferdinando Casini, lei per 40 giorni ha praticamente taciuto. Del resto ha preso una bella
botta.
«Nella vita si vince e si perde; l’importante è avere il tempo per la rivincita. È successo questo: il bipolarismo che io ho sempre combattuto, secondo me con buone ragioni, è stato messo in crisi non dall’irruzione dal centro, ma dall’esplosione di Grillo. Un fenomeno che unisce tante cose: antipolitica, invidia sociale, giusto bisogno di partecipazione, il senso dei giovani di una mancanza di futuro. Un fenomeno che si nutre di sentimenti anche divaricanti; per questo non si può contaminare, Grillo deve fare il cane da guardia e dire no a tutto. Alla prima scelta che il movimento fa, si spacca, fosse pure il no alla Tav; perchè c’è anche chi le infrastrutture le vuole. Nel frattempo immette nel sistema politico tossine oggi molto sottovalutate. Il ritiro immediato dall’Afghanistan, subito apprezzato da una certa sinistra, sarebbe una Caporetto, uno “sciogliete le righe” che comprometterebbe i sacrifici che l’Italia ha fatto per avere voce nella comunità internazionale».
Tra le cause del boom di Grillo dimentica i ritardi di voi “professionisti della politica”.
«Chi è senza peccato scagli la prima pietra; però bisognerebbe riportare un po’ tutti al senso della realtà . Vengono annunciate come svolte epocali cose sempre accadute: i dipendenti della Camera mi hanno visto spesso alla loro mensa, e nell’appartamento presidenziale credo di aver dormito non più di due o tre sere in cinque anni. Noi politici dobbiamo liberarci dal complesso di colpa: l’esperienza e la tecnica sono necessarie; guardi questa discussione surreale sulle commissioni, che palesemente non si possono costituire finchè non c’è un governo e non si sa quale sia la maggioranza e quale l’opposizione. Il problema vero non è mangiare alla mensa dei dipendenti; è rendere la politica efficiente».
Il centro è pronto a un governo con Pd e Pdl?
«Oggi la sfida non è più tra destra, centro e sinistra, ma tra un’idea della democrazia rappresentativa che si vuole conservare e un’idea della democrazia diretta via Web, che porta alle drammatiche contraddizioni di parlamentari scelti on line con 50 voti, che arrivano a Roma convinti che la perestrojka l’abbia fatta Stalin. Oggi questa è la nostra sfida. Abbiamo cercato di fare una battaglia limpida per superare il bipolarismo, e l’hanno superato gli altri. Noi abbiamo scosso l’albero, altri hanno raccolto i frutti. E il tentativo di Monti di ammiccare all’antipolitica non ha intercettato gli elettori, che all’imitazione preferiscono l’originale».
È deluso da Monti?
«Monti ha fatto sino in fondo il suo dovere: l’Italia rischiava la deriva greca, lui l’ha evitata. Va ricordato da una parte che tutti hanno votato i provvedimenti di Monti ma solo noi ci abbiamo messo la faccia, e dall’altra che Monti non può essere responsabile di tutti i ritardi italiani. Questo calcio dell’asino collettivo, questo tentativo di rimozione mi pare prova di immaturità ».
Ma come leader politico Monti ha fallito.
«Non sono deluso da Monti, sono deluso da una scelta cui anche io ho concorso e che si è rivelata sbagliata. Io ne porto parte di responsabilità : non vado a emendare gli altri, emendo me stesso. Abbiamo cambiato noi stessi i connotati di Monti: da servitore dello Stato, da Cincinnato che era, abbiamo pensato potesse essere l’uomo della Provvidenza per l’affermazione del centro. E in campagna elettorale noi abbiamo donato il sangue, ma alla fine il centro ha preso appena 3 o 4 punti in più di quando andai da solo contro Veltroni e Berlusconi».
Quindi ora cosa farete?
«Oggi noi dobbiamo essere i collanti di chi ritiene che la partita sia tra populismo e difesa della democrazia rappresentativa. In questo senso si deve affrontare la sfida del Quirinale e del governo. Se il calvario cui Bersani si è sottoposto con i Cinque Stelle era il modo per tranquillizzare un’ala del Pd e dimostrare che lui non ha pregiudizi ma li ha subìti, lo capisco. Se invece l’idea è sperare di governare con la complicità un movimento che non solo non intende essere complice ma rischia di cambiare i connotati della nostra idea di democrazia, allora è un gravissimo errore. Non possiamo inseguire Grillo, mettendoci metaforicamente con i cronisti che devono raccontare le pratiche quasi esoteriche cui sottopone i suoi adepti. L’unico modo di battere Grillo è riformare le istituzioni».
Sono vent’anni che parlate di legislatura costituente.
«Sì. Oggi però c’è l’occasione per farlo davvero. Capisco che per i militanti di sinistra pensare di sostenere un governo con il Pdl sia un pugno nello stomaco; lo stesso vale per gli aficionados che vanno in piazza con Berlusconi. Ma se noi vogliamo vincere questa sfida dobbiamo fare un percorso limitato nel tempo, di uno o due anni, affidato a un governo che prenda i provvedimenti più urgenti per l’economia e faccia le riforme indispensabili: superamento del bicameralismo, abolizione del Senato – e parlo da senatore -, legge elettorale che consenta agli italiani di scegliersi i parlamentari».
Quale legge elettorale?
«Dobbiamo riflettere seriamente se tornare o meno ai collegi uninominali. Insomma, occorre un’operazione gigantesca di restyling istituzionale. Solo così i partiti possono sconfiggere l’antipolitica; perchè l’antipolitica non si farà mai cooptare. Se no, meglio votare subito; però rischiamo di prorogare questo stallo per sei mesi avendo gli stessi risultati».
Il premier può essere Bersani?
«Monti è stato un tecnico chiamato al capezzale dell’Italia: le sue scelte migliori le ha fatte nei primi tempi, quando appariva chiaro che c’era un sostegno del Pd e del Pdl; più si è appannato il sostegno, più i tecnici hanno cominciato ad avanzare senza bussola, come nel caso dei marò. Oggi occorre un’assunzione di responsabilità della politica. O accettiamo l’idea di essere tutti ladri e tutti incapaci; oppure, se vogliamo riscattare la politica, dobbiamo farcene carico. Senza delegare a terzi».
Questo implica un’intesa con Berlusconi.
«Io non sono mai stato tenero con Berlusconi negli ultimi anni. Ma dobbiamo prendere atto che una fetta di italiani crede in lui. Mi auguro un patto leale tra Bersani e Berlusconi per rimettere in moto la politica. Altrimenti, chiunque vincesse, vincerà sulle macerie».
Chi va al Quirinale?
«Un uomo o una donna frutto di una scelta condivisa, che non sia percepito dal popolo di centrodestra come nemico e dal popolo di centrosinistra come imposto da Berlusconi. La legge ha dato alla coalizione che ha prevalso per lo 0,5% un premio di maggioranza spropositato. Fare un’operazione da 51% per il Quirinale sarebbe una lesione fortissima».
Cosa pensa di Renzi?
«Leggo la sua intervista al Corriere , e penso che abbia ragione. Poi lo guardo da Maria De Filippi vestito come Fonzie, e mi cadono le braccia. Vedremo se è più un maratoneta o un centometrista».
Colpisce che proprio lei parli di collegi uninominali. Questo implica che il centro scelga dove andare. A destra o a sinistra?
«Il centro cos’è? Una cultura della responsabilità , che vuole le riforme mai fatte per i veti ideologici della sinistra e una certa incapacità della destra. Ora comincia una nuova stagione. È evidente che la prossima volta dovremo schierarci. Faremo una scelta coerente con l’idea che abbiamo della democrazia, dell’Europa, delle riforme sociali. Misureremo le alleanze sul grado di affinità che avremo nel processo costituente».
Come va in famiglia? Sua moglie Azzurra ha smentito via Twitter le voci di separazione…
«Cosa vuole che le dica? Sto felicemente con mia moglie da più di 13 anni. c’è ancora chi non si rassegna. Si mettano il cuore in pace».
Aldo Cazzullo
(da “il Corriere della Sera”)
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Aprile 7th, 2013 Riccardo Fucile
CENTROSINISTRA ALLA SCELTA DEL CANDIDATO SINDACO DELLA CAPITALE: BUONA AFFLUENZA
Sono chiusi i seggi per le primarie da cui uscirà il nome del candidato del centrosinistra a sindaco della Capitale.
Secondo un exit poll realizzato da Tecnè per Sky Tg24 sarebbe in netto vantaggio Ignazio Marino (54-58% dei voti) con un distacco di circa trenta punti dal secondo David Sassoli (24-28%).
Terzo sarebbe Paolo Gentiloni (8-12%) che aveva ricevuto l’endorsement ufficiale di Renzi e anche di Walter Veltroni.
Si tratta però, e occorre ribadirlo, non di dati ufficiali, ma di previsioni.
Per ora di certa c’è solo l’affluenza che alle ore 14 l’affluenza è stata di 47mila votanti nei 240 seggi.
Secondo l’exit poll Tecne’, gli altri tre candidati sono nettamente staccati: Gemma Azuni (Sel) si piazza al quarto posto con una forbice tra il 3 e il 6%, segue Patrizia Prestipino 2-4%, infine il socialista e più giovane tra i contendenti, Mattia Di Tommaso 1-3%.
Le operazioni, fanno sapere dal comitato promotore «Roma Bene Comune», si svolgono regolarmente.
Ma da più parti si segnalano irregolarità , soprattutto quella per la presenza di stranieri (rom e cittadini extracomunitari) ai gazebo.
Un episodio che sta sollevando numerosi interrogativi sulla regolarità del voto e sulla presenza di infiltrati.
Una polemica cui si sono agganciate le critiche del centrodestra e che il comitato promotore ha definito «cultura parafascista».
Il candidato Ignazio Marino ha votato di mattina nel seggio allestito nella storica sezione di via dei Giubbonari.
«Speriamo di essere in 200 mila oggi a votare.- ha detto – Questa sarebbe la risposta migliore alle incertezze di questo periodo». «Se sarò eletto candidato sindaco – ha infine concluso – chiamerò tutti i partecipanti di queste primarie per ascoltare le loro idee».
«L’appoggio di Renzi mi ha fatto molto piacere, siamo amici e ci sosteniamo da molti anni.
E anche quello di Veltroni è molto importante perchè rappresenta una bella stagione di questa città » ha detto Paolo Gentiloni, dopo aver votato in via Goito «Mi auguro ci sia una partecipazione vasta e che almeno 100mila romani ci facciano il regalo di partecipare. So che non è facile» ha aggiunto.
David Sassoli ha dovuto attendere un quarto d’ora in coda prima di votare in piazza Mazzini, «È una festa della partecipazione – ha detto – il risultato per ora sembra molto positivo. Ci sono tante persone che stanno decidendo di adottare il loro candidato sindaco. Poi stasera tireremo le somme e questo è il bello della democrazia».
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 7th, 2013 Riccardo Fucile
L’EX SENATORE LEONI, FEDELISSIMO DI UMBERTO, AMMETTE DI AVER GIA’ REGISTRATO L’ATTO FONDATIVO: “SERVE UN NUOVO CONTENITORE”
“Re Salomone? Certo che lo ricordo”, Umberto Bossi trattiene le parole. 
Si sforza. “Vediamo come va a Pontida”.
In questi giorni non è andato a Roma, è rimasto nel suo ufficio in via Bellerio dove il via vai è tornato incessante.
Molti di quelli che gli avevano girato le spalle saltando sul carro di Roberto Maroni, fanno la fila, telefonano: vogliono rivedere il Capo.
Daniela Cantamessa, storica e fidata segretaria del Senatùr prova a gestire il flusso. Perchè l’11 marzo, quando Maroni è stato confermato capo del partito nonostante avesse più volte annunciato le sue dimissioni, Bossi ha capito di essere stato messo in soffitta e ha deciso di fondare un nuovo movimento politico.
L’ex senatore Giuseppe Leoni è già andato dal notaio per l’atto fondativo, i documenti sono pronti.
Nessuno lo dice apertamente, ma tra le file dei bossiani la notizia è più che nota. “Aspettiamo Pontida, poi si vedrà ma certo a forza di epurare, è ovvio che si arriverà a creare un contenitore politico”, ammette Leoni.
Che aggiunge: “Del resto, bisogna vedere se la strategia del segretario è azzerare il partito, la politica si fa tirando dentro mica cacciando tutti”.
E le epurazioni della Lega maroniana sono solo all’inizio.
Marco Desiderati, unico bossiano presente nel consiglio federale, sarà una delle prossime vittime.
Mentre l’ex capogruppo Marco Reguzzoni, ora semplice militante, è già stato scomunicato e poi “graziato” da Matteo Salvini e dall’intervento, fra gli altri, di Luca Zaia.
Oggi tutti sul sacro pratone di Pontida su cui il “popolo padano” non mette piede dal 19 giugno 2011.
E se allora ad accogliere Maroni c’era uno striscione che lo indicava “Presidente del Consiglio subito” questa volta ne troverà di ben altri toni.
I bossiani promettono infatti dure contestazioni.
In meno di un anno, dicono, non ha mantenuto nessun impegno e si è dimostrato incapace di guidare il partito. “Berlusconi prima e Monti poi: erano il diavolo e ora sono nostri imprescindibili alleati e amiconi”, si lamentano su Facebook sempre un maggior numero di militanti.
I più attivi nella protesta sono gli ex: Reguzzoni, Monica Rizzi, Flavio Tremolada, Alberto Torazzi, Max Parisi e persino l’ex direttore della Padania, Stefania Piazza, che battibecca con Aurora Lussana che l’ha sostituita.
Tutti vittime delle ramazze maroniane.
Ma anche l’unico forum ancora in vita dei giovani padani ha cominciato a criticare l’operato dell’ex titolare del Viminale. Lo stesso forum che ne sostenne l’avanzata.
I post sono identici a quelli di allora: “Basta alleanza con Berlusconi”, è il più ripetuto.
Ma “l’alleanza serve perchè Maroni ha paura del voto”, come dice Reguzzoni. “Maroni ha puntato tutto sulla Lombardia e ha pure detto che non sa e non gli interessa cosa succederà a Roma. Adesso che pensa di fare? La moneta padana? La banca padana? La sanità padana? Le macroregioni? Chiederà di uscire dall’euro? Tutte cagate senza capo nè coda, ci aspettano 5 anni di nulla cosmico”.
E via così, con moltissimi che scrivono la loro delusione e di aver stracciato la tessera perchè “almeno Bossi i maroni li aveva”.
Al Senatur da settimane riportano i malumori.
Lui freme, si trattiene. Ma quando il 15 marzo si è presentato a Montecitorio ha sbottato: “Maroni da sei mesi dice ‘mi dimetto’ poi, all’ultimo momento, si è accorto di avere il culo molto più largo, per poter stare su molte poltrone”.
E ancora: “La Lega è in subbuglio, perchè è sempre stata abituata ad avere un segretario che mantiene la parola. Bisogna sempre mantenere la parola”.
I fedelissimi di ortodossia bossiana hanno letto in quello sfogo il via libera alla rivolta contro l’ex titolare del Viminale.
La convocazione di Pontida ha raffreddato di nuovo il vecchio Capo. “Aspettiamo Pontida e poi vediamo”, ripete a quanti lo spronano.
Il padre della Lega sa di non potersi riprendere il suo partito. Lo sa da quando è stato costretto a lasciarlo nelle mani di Maroni il 1° luglio 2012 ad Assago, il giorno dell’incoronazione di Bobo da Varese.
Costretto dalle inchieste sull’uso allegro dei fondi da parte dell’allora tesoriere Francesco Belsito.
Bossi dal palco si scusò, pianse e lasciò la sua creatura. “Ho fatto come Salomone, non ho voluto tagliare in due la Lega”, disse dal palco citando la Bibbia.
Salomone, dovendo decidere a chi affidare un bambino reclamato da due donne, ordina di tagliarlo a metà .
Per salvarlo, una delle donne rinuncia e Salomone decide di lasciarlo a lei, “la madre vera. Questo ho fatto io: non ho voluto tagliare a metà il bambino”.
Maroni, in meno di un anno, l’ha già diviso in due.
Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 7th, 2013 Riccardo Fucile
BOSSI: “CHI DICE CHE TUTTO VA BENE E’ UN LECCACULO, MA NON HO FATTO LA LEGA PER ROMPERLA”… CONTESTATO E FISCHIATO TOSI… MARONI NEGA LE DIVISIONI: “ARGOMENTI DEI GIORNALISTI DI REGIME”
“Chi dice che tutto va bene è un leccaculo, ma io non ho fatto la Lega per romperla”.
Così Umberto Bossi su palco di Pontida.
Parole respinte da Roberto Maroni, che nega le divisioni: “Argomenti dei giornalisti di regime”. Con questo “assetto” la Lega Nord torna su quello che i dirigenti definiscono “sacro suolo”.
Ma dopo gli scandali del cerchio magico di Bossi, la segreteria affidata a Maroni, le elezioni che hanno visto l’ex ministro trionfare in Lombardia (ma il partito affondare nei consensi), il movimento si trova ancora spaccato tra bossiani e maroniani.
Prima degli interventi lite tra una ventina di militanti per uno striscione che raffigura il presidente lombardo come Pinocchio.
E la spaccatura è resa evidente anche dallo striscione “congresso subito” esposto da alcuni dirigenti veneti.
Il discorso di Bossi
Prima parla il Senatur: “Non sono d’accordo con Maroni quando dice che non bisogna combattere anche a Roma”.
E ancora: “Niente insulti e niente fischi perchè così facendo accontenterete la canaglia romana. I fischi teniamoli per lecchini di regime, i giornalisti che scrivono sui giornali che ci stiamo dividendo. Certo miglioreremo la Lega senza timore e abbiamo capito la protesta” e, dice rivolgendosi sempre al popolo leghista, “abbiamo capito che volete contare di più e quindi conterete di più”.
Però la contrapposizione con Maroni è evidente: “Non la penso come Maroni quando dice che ce ne stiamo al nord e ce ne freghiamo di Roma: noi dobbiamo combattere su tutti i fronti, anche a Roma”.
Maroni chiude la kermesse
Il segretario del partito cerca di stemperare le voci di tensione e se la prende con i giornalisti: “Chi dice che la Lega è divisa vada a quel paese, giornalisti di regime”.
Poi aggiunge: “Un anno fa, dopo gli scandali, la Lega era a pezzi. Siamo riusciti a rimetterla in sesto, con l’aiuto dei militanti, dei governatori e di Umberto Bossi”.
La seconda parte dell’intervento è dedicata al decreto sui debiti della pubblica amministrazione verso le imprese: “Hanno fatto il decreto per dare isoldi a quei comuni del sud che non li hanno. I nostri comuni i soldi li hanno. Ecco il grande inganno del governo che deve andare subito a casa”.
La mattinata di tensione
L’aria di tensione si era già assaporata quando è stato dispiegato lo striscione “Umberto Bossi la Lega sei tu” nel luogo in cui due anni fa fece scalpore quello che chiedeva “Maroni presidente del Consiglio subito”.
La lite è avvenuta tra una ventina di militanti leghisti al raduno di Pontida, dopo che alcuni di loro — probabilmente veneti — hanno esposto un manifesto che raffigura il segretario Maroni come Pinocchio.
La scenetta è avvenuta in un angolo del pratone mentre dal palco parlavano alcuni dirigenti di secondo piano del movimento: la situazione poi è tornata alla calma.
Una situazione di tensione strisciante che ha messo in difficoltà anche i giornalisti che sono stati tenuti lontani dal gruppo dei “bossiani” per presunte questioni di sicurezza.
Ma è stato lo stesso presidente del partito, il Senatur, a cercare di riportare la calma dal palco. Nonostante gli interventi dei dirigenti fossero previsti nel pomeriggio, infatti, Bossi si è presentato davanti al microfono: “Roma vuole che ci meniamo, diamoci la mano — ha detto – Andiamo d’accordo per non fare contenti la canaglia di Roma e i lecchini di regime (i giornalisti, ndr)”.
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Aprile 6th, 2013 Riccardo Fucile
LOTTIZZAZIONE PADAGNA: GIOVANNI DAVERIO, IN ARTE JONNY, DIVENTA ASSESSORE ALLA FAMIGLIA DOPO AVER GIA’ LAVORATO AL WELFARE CON MARONI… GIUSEPPE ROSSI, IN ARTE GEGE’, MESSO A CAPO DEL POLO OSPEDALIERO DI LODI… LA VOCALIST SIMONA ALL’OSPEDALE DI TREVIGLIO, IL SAX TENORE IVAN CAICO A QUELLO DI GALLARATE
Giovanni Daverio in arte Johnny e Giuseppe Rossi, nome da chitarrista Gegè. 
Sono due dei tredici musicisti del Distretto 51, la band di Roberto Maroni, a cui l’amico Bobo, diventato presidente della Lombardia, ha assegnato incarichi nella sanità regionale.
Daverio, già direttore generale della Asl di Varese è ora in Regione a capo dell’assessorato alla famiglia e aveva già lavorato nel ministero del Welfare guidato da Maroni; Rossi è invece a capo del polo ospedaliero di Lodi.
Sono il fulcro del cosiddetto “gruppo sanità Varese” a cui il neogovernatore ha affidato, assieme al “gruppo sanità Milano”, la gestione del comparto più importante del bilancio regionale: 23,2 miliardi (previsione 2013) di cui 17,5 per il finanziamento del servizio sanitario.
“Persone di specchiata fiducia e professionalità ”, dicono dal Pirellone.
E soprattutto amici da sempre del neopresidente, che ha a cuore i compagni della sua band: uniti dal 1981.
Nella villa che il suocero gli regalò per il matrimonio, Maroni è entrato prima con loro che con la moglie: la cantina, quando il resto della casa era ancora un cantiere , veniva usata come sala prove.
E da allora sono rimasti quasi tutti uniti.
Gli stessi saliti sul palco in corso Como poche domeniche fa per festeggiare la conquista della Lombardia e gli stessi che domenica suoneranno, secondo il programma della giornata (salvo contestazioni o ripensamenti) a Pontida.
Prima la band, poi il Nord.
L’altra vocalist, Simona Paudice, è tuttora “coadiutore amministrativo esperto” all’ospedale di Treviglio, nonostante le proteste che la nomina scatenò nell’agosto 2011 e le interrogazioni del Pd, rimaste senza risposte.
“Tutto regolare”, secondo Cesare Ercole, direttore dell’azienda nonchè altro uomo dalla bandiera leghista.
E nel distretto sanitario Treviglio-Gallarate c’è un altro componente della band: Ivan Caico, sax tenore e baritono, primario di cardiologia all’ospedale di Gallarate.
Tutti professionisti prima che musicisti.
L’unico ad avere tentato la carriera da professionista è stato Luca Fraula, tastierista.
Ha suonato anche nel tour di Alberto Fortis, per poi però tornare a Varese per lavorare nello studio del padre, commercialista.
Oggi si alterna alla tastiera con Maroni.
Finite le nomine a ritmo di blues il neo-governatore, sta ora assegnando gli ultimi incarichi. Sistemato Andrea Gibelli, architetto leghista privo di esperienza amministrativa nominato direttore generale della presidenza e segretario generale in Regione (incarico da 363.186,00 annui, come indicato sul sito della Lombardia) dopo aver fallito l’elezione al Parlamento, Maroni ha fatto accomodare al Pirellone anche Anna Tavano, moglie dell’amico Domenico Aiello, avvocato di fiducia dell’ex ministro.
Tavano è direttore generale dell’assessorato alle infrastrutture, che controlla appalti e grandi opere per Expo 2015, e arriva dalla Regione Calabria dove era dirigente della programmazione comunitaria.
Ancora da definire, invece, i nomi per gli uffici di corrispondenza a Bruxelles e a Roma.
Caselle con cui molti non candidati perchè indagati potrebbero essere ricompensati.
Uno dei papabili è Stefano Galli, capogruppo che si fece rimborsare dalla Regione il pranzo di nozze della figlia.
Ma la lista è lunga.
Si trova sulla scrivania della fedelissima Isabella Votino che ha, anche lei, persone di sua fiducia da inserire.
Come il conterraneo beneventano Giacomo Ciriello, già nel gabinetto di Maroni al Viminale e ora capo della segreteria del governatore lombardo.
Ognuno ha il proprio Distretto.
Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 6th, 2013 Riccardo Fucile
IL CONTENUTO SEGRETO DI UNA INCHIESTA RAPIDA DOPO L’INCIDENTE… I SEGNALI LUMINOSI, LE PRIME RAFFICHE IN ACQUA E LE PERSONE ARMATE SULLA BARCA
Dall’11 maggio del 2012 il governo italiano è in possesso di una “Inchiesta sommaria” sull’incidente della Enrica Lexie che ha visto coinvolti i Marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre.
Il rapporto dettagliato è dell’ammiraglio Alessandro Piroli, allora capo del terzo reparto della Marina, l’ufficiale più alto in grado inviato in India subito dopo l’incidente.
Piroli elenca i fatti, le prove, le ipotesi note in quel momento sulla morte dei due pescatori. Un’inchiesta che non accusa, non contesta, ma elenca fatti o perlomeno versioni di fatti.
E che riporta, nero su bianco, anche i risultati delle perizie balistiche indiane, secondo cui il calibro dei proiettili ritrovati nei corpi dei pescatori uccisi è il 5,56 Nato, e le armi che hanno sparato non sono quelle di Girone e Latorre, ma quelle di altri due marò che erano a bordo della Lexie.
Sono le ore 12 quando “in acque internazionali, a circa 20 miglia dalla costa indiana, secondo quanto riportato dal giornale di bordo di Nave Lexie …. Latorre e il sergente Girone sono stati allertati per la scoperta al radar di una piccola imbarcazione…”.
L’avvistamento avviene alle 11,55 (ora indiana 16,25), a sole 2,8 miglia dal mercantile, che fino al momento non si era accorto di nulla.
L’equipaggio calcola che il battello sia in rotta di collisione con la petroliera.
Quando il peschereccio è ad 800 metri dalla Lexie iniziano le prime segnalazioni luminose. “Latorre ed il sergente Girone si adoperano per effettuare segnalazioni luminose sicuramente visibili dall’esterno – si legge nel rapporto – e mostrano in maniera evidente le armi al di sopra del loro capo”.
L’imbarcazione non cambia rotta e procede dritta contro la Enrica Lexie.
Raggiungendo i 500 metri di distanza.
Il dubbio, dichiareranno poi i due marò, per loro diventa una certezza: sono pirati.
Anche il comandante Umberto Vitelli, ne è convinto.
“Il comandante della nave attiva l’allarme generale, al quale sono combinati anche i segnali sonori antinebbia (sirene), avvisa via interfono l’equipaggio che si tratta di un attacco pirata”.
E’ a quel punto che “Latorre e Girone sparano le prime due raffiche di avvertimento in acqua”.
Il natante si avvicina ancora.
Il sospetto che si tratti di pirati si fa ancora più concreto quando le due imbarcazioni si trovano a 300 metri l’una dall’altra ed in continuo avvicinamento.
A questo punto un evento decisivo: “Girone identifica otticamente tramite binocolo la presenza di persone armate a bordo del motopesca. In particolare si accorge che almeno due dei membri dell’equipaggio sono dotati di armamento a canna lunga portato a tracolla con una postura evidentemente tesa ad effettuare un abbordaggio della nave. Latorre esegue la terza raffica di avvertimento in acqua, costituita da quattro proiettili”.
Non ci sono maggiori dettagli nè sul tipo di armi che si è ritenuto di individuare, e neppure su cosa sia la “postura tesa ad effettuare l’abbordaggio”.
Ma da quel momento in poi chiaramente il Nucleo militare è in massimo allarme.
Il peschereccio non accenna a cambiare rotta.
Anzi continua ad avvicinarsi fino a raggiungere una distanza di 100 metri, puntando al centro della nave.
A quel punto i due marò riferiranno all’ammiraglio Piroli di aver sparato l’ultima raffica, ancora una volta in mare (non sui pescatori-pirati), quando soltanto 50 metri separano la petroliera dal St. Antony.
Ed ecco che finalmente il peschereccio sfila verso il mare aperto.
Piroli però riporta poi il racconto dell’unico testimone del St. Anthony, Freddy, il proprietario.
Il quale spiega alla polizia del Kerala “di essersi svegliato a seguito di un suono e di aver scoperto il timoniere (Jelestine) già deceduto. Nel mentre, transitava una nave la cui descrizione è coerente con quella della Lexie – riporta l’inchiesta – che apriva il fuoco contro la sua imbarcazione con il “continuous firing” da circa 200 metri di distanza provocando la morte di un secondo membro dell’equipaggio, Aiesh”.
A bordo erano presenti 11 pescatori: tutti dormono dopo una notte di pesca, gli unici svegli sono quelli che moriranno, e forse lo stesso timoniere si era assopito.
L’unico a testimoniare sarà il proprietario Freddy, svegliato dal suono delle sirene.
Quindi la barca avrebbe avanzato senza essere governata fino ad andare in rotta di collisione con la petroliera italiana.
Gli inquirenti, concludono: “E’ singolare che, pur avendo diritto di precedenza, una piccola imbarcazione facilmente manovrabile rimanga su rotta di collisione con una petroliera fino a meno di 100 metri, esponendosi ad enormi rischi per la navigazione (…) Tali evidenze hanno fatto valutare come una minaccia il comportamento del natante da parte del personale presente a bordo di E. Lexie”.
Chi dette l’autorizzazione alla petroliera di rientrare in porto?
Questo ormai è chiaro.
Il ministro della Difesa, nel novembre scorso, rispose così: “L’autorizzazione a procedere verso le acque territoriali indiane è stata data dalla compagnia armatrice, una volta contattata dal comandante della nave. Ciò tuttavia, per la presenza del Nucleo militare di protezione di bordo è avvenuto a seguito di preventiva informazione della catena di comando militare nazionale”.
La decisione fu dell’armatore, la Marina diede il suo nulla osta, ma è chiaro perchè, e il rapporto Piroli lo spiega: l’equipaggio aveva ricevuto una telefonata sul telefono Inmarsat, la Guardia Costiera indiana chiedeva alla Lexie di tornare in porto per identificare due battelli di pirati. La collaborazione giudiziaria con la polizia indiana non era un optional.
Il rapporto ha un intero, delicatissimo paragrafo sulle prove balistiche effettuate dalla polizia indiana alla presenza di ufficiali dei Ros e del Ris dei Carabinieri.
“Per completezza di informazione si sintetizzano i risultati cui sarebbero giunte le autorità indiane (…) sono stati analizzati 4 proiettili, 2 rinvenuti sul motopesca e 2 nei corpi delle vittime.
E’ risultato che le munizioni sono del calibro Nato 5,56mm fabbricate in Italia.
Il proiettile tracciante estratto dal corpo di Valentine Jelestine è stato esploso dal fucile con matricola assegnata al sottocapo Andronico.
Il proiettile estratto dal corpo di Ajiesh Pink è stato esploso dal fucile con matricola assegnata al sottocapo Voglino”.
Le prove balistiche indiane individuerebbero quindi non solo che i proiettili sono italiani, ma anche che provengono da fucili mitragliatori assegnati ad altri 2 fra i 6 membri del Nucleo del Battaglione San Marco.
La relazione della Marina a questo punto non esclude nulla: “Qualora dovessero essere confermati i risultati ottenuti dalle prove indiane o se, a seguito di ulteriore attività forense riconosciuta anche dalla parte italiana, si riscontrasse l’attribuibilità dei colpi ai militari italiani, a quel punto, nelle pertinenti sedi giudiziarie dovrà essere appurato se l’azione di fuoco è stata interamente condotta con la finalità di effettuare tiri di avvertimento in acqua erroneamente o accidentalmente finiti a bordo”, oppure se si sia deciso intenzionalmente di “indirizzare il tiro a bordo del natante”.
Questo soltanto se le prove balistiche indiane saranno confermate.
Ma ormai una cosa è sicura: sarà la giustizia indiana a tenere il processo sulla morte di Valentine Jelestine e Ajiesh Pink, e terrà conto delle prove della sua polizia.
Maura Gualco e Vincenzo Nigro
(da “La Repubblica“)
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Aprile 6th, 2013 Riccardo Fucile
NON C’E’ ANCORA UN NOME E UN SIMBOLO, MA CI SONO I FINANZIATORI E LA MACCHINA ORGANIZZATIVA PER IL NUOVO PARTITO CHE SI ISPIRERA’ AL PROGRAMMA DELLE PRIMARIE… OBIETTIVO 100.000 ISCRITTI E UNA STRUTTURA SNELLA
Nega: “Ci sono già troppi partiti, sarebbe stupido farsene un altro”. 
Ma poi tira la stoccata: “O Bersani riuscirà a spaccare i 5 Stelle oppure farà un accordo con il Pdl. Si stanno parlando: Migliavacca ha parlato più volte con Verdini”. Vero.
Anche tre giorni fa, il coordinatore organizzativo del Pd è stato visto uscire dalla villa fiorentina del ras pidiellino toscano. E a Matteo Renzi tutto questo non piace.
La parola “scissione” gli resta ancora indigesta, getta acqua sul fuoco quando viene tirato per la giacca nella sua Firenze e gli dicono “dà i, sindaco, mollali che sennò perdi i’ treno…”, però anche a lui è chiaro che non potrà attendere ancora molto a prendere una decisione sul suo futuro, pena un’uscita di scena senza aver mai giocato il ruolo di vero protagonista.
Molto si potrà capire giovedì, dopo il faccia a faccia Bersani-Berlusconi che potrebbe definire un assetto contrario agli auspici del sindaco.
La realtà è che Renzi si sta davvero organizzando.
E che una sua lista, un soggetto politico agile, pronto a cogliere l’onda di rinnovamento del momento, c’è.
Non ha un nome e neppure ancora un simbolo, mentre tutto il resto esiste: ci sono i finanziatori, c’è la macchina organizzativa, c’è il programma.
D’altra parte, è tutto fieno che Renzi aveva già messo in cascina all’epoca delle primarie perse tanto male da farlo riflettere sull’idea di restare davvero a fare il sindaco di Firenze a vita.
O quasi.
Poi, però, la ruota ha girato: Bersani ha di fatto perso elezioni che credeva di avere in tasca.
Non c’è un governo nè ci sarà (forse) dopo la nomina del prossimo Capo dello Stato. A meno che Bersani, pur di conquistare Palazzo Chigi, faccia un accordo con il Pdl. Questo, per Renzi, sarebbe il grimaldello che lo farebbe uscire allo scoperto.
“Tanto si va comunque a votare — sostiene uno a lui molto vicino — ma adesso i tempi sono fondamentali; un giorno in più o in meno e si può rovinare tutto…”.
La parola “scissione” dunque, non si pronuncia, ma aleggia nell’aria.
La riflessione, dicono, è semplice perchè nel Pd ci sono solo due scenari possibili.
Il primo che la scissione avvenga a sinistra, come beffardamente ha buttato lì anche D’Alema (“se Renzi conquista il partito io me ne vado con Vendola”).
Oppure che avvenga — molto più probabilmente — a destra.
Che, cioè, il partito si ricompatti intorno a Bersani, renda complicate le primarie e induca (o costringa) in questo modo Renzi a diventare leader di un partito.
Il suo.
Renzi ha fatto capire in ogni modo di voler azzerare la vecchia nomenclatura del Partito democratico.
E tra dossier sui costi del Pd e proposte di legge per abolire il finanziamento pubblico si può dire che il sindaco sia visto davvero da una parte della classe dirigente democratica quantomeno come uno scardinatore del sistema, più che un semplice rottamatore.
C’è, poi, anche dell’altro. Ossia il fatto che a Renzi non sfugge che sia Fabrizio Barca — e, quindi, non lui — il candidato della nomenklatura piddina alla successione di Bersani alla segreteria.
Al punto che si era sparsa la voce che nella testa del sindaco ci fosse anche la possibilità di proporre al ministro della Coesione territoriale una sorta di patto: Barca segretario, Renzi premier.
Dire che la questione ha fatto venire l’orticaria a più d’uno al Nazareno è dire poco. Ecco perchè il piano “b” resta comunque in piedi.
Appunto, c’è.
Non tutti se ne ricordano, ma due scissioni sono già avvenute negli anni scorsi in terra democratica, con esiti disastrosi per gli scissionisti.
Nel 2008, erano stati gli irriducibili dei Ds (autodefiniti Sd, ovvero Sinistra democratica) a tentare l’avventura con la lista Arcobaleno, nel 2009 era stato Rutelli a fare l’irriducibile, con la mai decollata Alleanza per l’Italia.
Molti indizi, a partire dai sondaggi, fanno ritenere che oggi le cose andrebbero diversamente: il Pd è così diviso che c’è spazio sia per una robusta scissione a sinistra, sia per una robusta scissione a destra.
Anche se dovesse avvenire, come si augurano in parecchi nel capoluogo toscano, “senza traumi, ma in modo naturale quanto inevitabile”.
Ecco dunque cosa bolle nella pentola dell’ “officina” renziana. Anzi.
Sarebbe meglio dire nelle “officine democratiche” che hanno già sostenuto il sindaco durante le sue primarie e di cui restano soci personaggi e parlamentari come Ivan Scalfarotto, Pietro Ichino e Andrea Marcucci.
Al momento la discussione è in corso, ma si parla di un possibile programma elettorale molto snello, fatto di dieci punti al massimo.
Anche la squadra “c’è già , se servirà ”, così come il pool di finanziatori non aspetta altro che mettere la mano al portafoglio.
In prima fila Diego Della Valle con Montezemolo (ma soprattutto il primo, con cui Renzi ha un rapporto molto stretto), ma anche il patron di Eataly, Oscar Farinetti, renziano della prima ora e una serie di imprenditori toscani del pellame (sfiorati dalla crisi ma meno di altri).
A Firenze la consegna del silenzio è di rigore.
Anche perchè, al di là delle questioni legate alla possibilità che Renzi sia anche un “grande elettore” del nuovo presidente della Repubblica, sarà subito dopo, quando si parlerà del governo e Bersani potrebbe tornare alla carica per la conquista di Palazzo Chigi che il sindaco di Firenze si troverà davanti al bivio.
Certo, la speranza è quella di non trovarsi nell’obbligo di uno strappo, di non essere davvero costretto dagli eventi a chiudere la sua vicenda personale e politica dentro il Partito Democratico.
Variabili, tuttavia, sul tappeto, che Renzi, con il suo think tank, stanno già valutando da settimane, per essere pronti a cogliere l’attimo “oppure a lasciare ancora il camper dentro il garage; dipende”.
Segnali, per il momento.
E se poi si dovesse partire, di sicuro Renzi non farebbe “un partitino di quarta classe”, ma punterebbe in alto, con una base di partenza di almeno 100 mila iscritti e una struttura di vertice snella, “dove faremo grande uso del web — dicono sempre nel suo entourage — ma senza cadere negli eccessi e nelle ridicolaggini di Grillo”, con l’obiettivo di catturare consensi “ovunque; se rubiamo a Berlusconi per noi è solo una vittoria”.
I sondaggi, al momento, sono altamente favorevoli.
Li confeziona la Ghisleri, la stessa “signora dei numeri” di Berlusconi: “Solo a Firenze e in Toscana saremmo fin da subito il primo partito” ma anche fuori dal “Granducato” il consenso verso il giovane sindaco gigliato è dato in ascesa. All’appello manca solo la scelta di Renzi.
Che per il momento resta nel Pd sperando che il “piano A” (lui candidato premier alle prossime elezioni) si concretizzi.
Ma il “piano B” è sempre vivo e lotta insieme a lui.
Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano“)
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