Destra di Popolo.net

SENZA L’AUMENTO DELL’ADDIZIONALE IRPEF, I TECNICI NON SANNO PIÙ DOVE TROVARE I SOLDI PER PAGARE I 40 MILIARDI ALLE IMPRESE.

Aprile 4th, 2013 Riccardo Fucile

DEBITI PA, SALTA LA NUOVA TASSA MA IL DECRETO SI ARENA

Quello che segue è, in sintesi, il pensiero del ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, sulla vicenda del decreto che ripaga 40 miliardi di debiti commerciali della Pubblica amministrazione nel 2013 e 2014.
L’ha comunicato ieri sera agli italiani dal divano di Porta a Porta: “Il dl non conterrà  aumenti di imposte per finanziare i pagamenti alle imprese”; “è stato rinviato solo di pochissimi giorni e su questo non ci sono misteri”; “non esiste una contrapposizione tra me e il ministro Passera”.
Peccato che nella ricostruzione del ministro del Tesoro gli elementi di verità  siano in deficit rispetto a omissioni e inesattezze.
Il decreto, assicura ormai tutto il governo in coro, non conterrà  l’aumento dell’addizionale Irpef per quelle regioni che usufruiscono degli anticipi di cassa per i debiti non sanitari: c’è sicuramente da crederci, ma resta il fatto che la bozza presentata martedì pomeriggio nelle riunioni preliminari del Consiglio dei ministri quella previsione la conteneva eccome (spariva invece nelle bozze serali, quando già  i siti Internet avevano fatto circolare la notizia).
E’ altrettanto vero, come dice Grilli, che il decreto è stato rinviato “solo di pochissimi giorni” visto che — come assicurato ieri dall’esecutivo all’Anci — il testo sarà  approvato al massimo lunedì: è falso, invece, che “non ci siano misteri”.
Non c’è infatti ancora una spiegazione convincente sul perchè, dopo aver convocato un Consiglio dei ministri per approvare il decreto ieri mattina alle 10, dopo averlo poi spostato alle 19, si sia arrivati al rinvio sine die che ha scatenato la “caccia al tecnico” da parte dei partiti di ogni razza e colore.
Riassume il deputato Pdl Alessandro Pagano: “Emerge una verità  sconcertante: mancherebbe la copertura. Se questa non verrà  trovata o si rivelerà  inefficace, il rischio di un nuovo aumento del deficit pubblico, con conseguente sforamento della soglia del 3%, diventerà  concreto”.
Forse è un caso, ma lo slittamento del Cdm è avvenuto dopo una telefonata tra Mario Monti e il commissario Ue agli Affari economici Olli Rehn proprio in merito ai contenuti del decreto sui pagamenti della P.A.
I problemi sono di due tipi.
Sulla questione addizionale Irpef, fanno notare fonti parlamentari, c’è stato evidentemente un problema con le regioni che hanno i conti più disastrati: lo Stato centrale gli anticipa i soldi, ma vuole sapere come i governatori pensano di ridarglieli e l’addizionale era un modo.
Il secondo problema pare, però, più sostanziale: se con questo decreto si porta il rapporto deficit/Pil al 2,9% — al suo limite massimo e non trattabile, vista la rigidità  che la Commissione europea riservava all’Italia ancora ieri — si costringe il prossimo governo (o questo se rimane in carica) a fare una manovra di tagli o tasse entro poche settimane.
Il bilancio 2013 è infatti, come abbiamo scritto più volte, disseminato di spese non interamente coperte: è il caso della Cassa integrazione in deroga, delle decine di migliaia di precari della P.A. i cui contratti scadranno in estate, delle missioni militari all’estero (scoperte da settembre) e di altro ancora.
Almeno 7 miliardi sostiene, ad esempio, il responsabile economia del Pd Stefano Fassina, senza contare l’aumento dell’Iva di luglio.
Poi c’è la questione dello scontro tra Grilli e Corrado Passera.
Forse non è il motivo per cui il decreto si è arenato, ma che tra i funzionari dell’Economia e quelli dello Sviluppo ci sia stata, diciamo, qualche incomprensione è un dato di fatto.
Gli uomini di Passera quel testo lo hanno visto solo martedì e non gli è piaciuto affatto.
Senza entrare nei tecnicismi, sostengono che i meccanismi burocratici che regolano i pagamenti sono troppo complessi e quindi destinati a non funzionare aggiungendo al danno del mancato pagamento la beffa: in questo senso non è un buon viatico il sostanziale fallimento delle procedure di certificazione dei crediti avviate nei mesi scorsi.
Il timore della fregatura, peraltro, è assai diffuso anche nelle associazioni delle imprese — ieri entrate a palazzo Chigi tutte con la bozza di decreto sotto il braccio — che infatti hanno chiesto meccanismi più chiari, in particolare per quanto riguarda il trasferimento degli anticipi di cassa dallo Stato agli enti locali.
Queste procedure, ha scolpito Giorgio Sangalli, presidente di turno di Rete Imprese Italia, sono “un percorso a ostacoli” e rischiamo “l’ennesima falsa partenza”. Insomma, i creditori si sono schierati con Passera e il debitore Grilli se n’è dovuto fare una ragione.

Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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IL PD E LE LAMPADE SWAROSKY: LA LISTA DELLE SPESE PAZZE DEL GRUPPO PD ALLA REGIONE FRIULI

Aprile 4th, 2013 Riccardo Fucile

BIGLIETTI DI TEATRO, CRITALLERIA, LAMPADE, CENONI DI NATALE, PERSINO UN’ADOZIONE A DISTANZA… DIVERSE CONTESTAZIONI PER REGALI AI DIPENDENTI

Dal contribuito di 500 euro per l’associazione “Cammina Trieste” all’acquisto di diversi biglietti per il teatro, per complessivi 616 euro.
Da 338 per una poco specificata compera di “utensili cristalleria” a molte cene e pranzi la vigilia di Natale o a San Silvestro, fino a 175 euro per una lampada Swaroski.
Sono alcune tra le spese “disinvolte” dei gruppi consiliari e rientrano tra le contestazioni che il pm della Procura di Trieste Federico Frezza ha elencato (come riportato in tabella) nell’invito a comparire notificato all’ex capogruppo del Pd Gianfranco Moretton, che a fine gennaio è passato tra le fila dei montiani.
Ma nel 2010, 2011 e 2012 — anni che gli inquirenti stanno passando ai raggi X esaminando tutte le spese di funzionamento dei gruppi — Moretton guidava i democratici e quindi a lui il pm chiede spiegazioni.
Chiarimenti che cominceranno a emergere stamattina quando Frezza interrogherà  l’ex capogruppo.
L’appuntamento è fissato alle 9 e l’avvocato Luca Ponti ha chiara la linea difensiva, simile a quella illustrata per altri due assistiti e indagati, i capigruppo del Pdl Daniele Galasso e della Lega Danilo Narduzzi.
Indagati e rimborsi “disinvolti”
Oltre a Moretton gli altri democratici iscritti nel registro delle notizie di reato (e non ricandidati) sono Giorgio Baiutti, Sandro Della Mea e Alessandro Tesini.
A Baiutti viene contestato un solo rimborso per un pranzo o una cena in otto il 31 dicembre 2010 da 800 euro. Il consigliere uscente ha fatto sapere che si è trattato di attività  politica, di un incontro con esponenti di categoria.
Gli altri due rappresentanti della Regione spiegheranno al pm. Tesini dovrà  motivare, ad esempio, la spesa di 573 euro tra il 23 e il 24 dicembre 2010 di prodotti caseari e dolci. O cosa sia la voce “accessori bimbi” da 299 euro o, ancora, l’iscrizione annuale da 150.
A Della Mea, invece, vengono contestati cinque scontrini tra macelleria (60 euro in tutto), articoli sportivi (55 euro) e 251 euro per una cena la vigilia di Natale in quattro e per un pranzo o una cena a Natale in cinque.
Tutti gli altri sono rimborsi assegnati genericamente al gruppo del Pd, diversi sono regali di Natale ai dipendenti come ha già  spiegato Moretton definendolo un gesto di prassi.
Per le adozioni a distanza, invece — due tranche, una a marzo e una a ottobre per complessivi 225 euro —, i biglietti per il teatro o l’acquisto di profumi a settembre per 135 euro Moretton forse fornirà  al pm dettagli in più.
I regali ai dipendenti
Ponti sostiene che i partiti e i gruppi consiliari sono associazioni private e che i capigruppo non avevano alcun compito di controllo o di sorveglianza sui colleghi. E illustrerà  un precedente, dal Trentino Alto Adige, finito in Cassazione per doni ai dipendenti. «È una sentenza — spiega Ponti — che riconosce per regali al personale il valore della rappresentanza, intesa come promozione del gruppo perchè i doni venivano fatti appunto ai dipendenti». Altri particolari sono attesi oggi.

Anna Buttazzoni
(da “il Messaggero Veneto“)

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NUOVO WIKILEAKS SU CONTI OFFSHORE: MILIONI DI FILE CON 200 NOMI ITALIANI

Aprile 4th, 2013 Riccardo Fucile

LE ANTICIPAZIONI DE “L’ESPRESSO”: ANCHE COMMERCIALISTA STUDIO TREMONTI

Un trust delle Cook Islands, paradiso fiscale della Polinesia, che ha come “custode” Gaetano Terrin, all’epoca commercialista dello studio Tremonti.
Una società  offshore nelle Isole Vergini che indica come beneficiario Fabio Ghioni, hacker dello scandalo Telecom.
Un complesso sistema finanziario legato a tre famiglie lombarde di imprenditori e gioiellieri.
Infine un trust che riporta come direttori i commercialisti milanesi Oreste e Carlo Severgnini, che hanno incarichi professionali nei più importanti gruppi italiani.
“L’Espresso” nel numero in edicola domani presenta le prime quattro storie di italiani che hanno un ruolo in due colossali conglomerati di società  offshore creati nei paradisi fiscali delle Cook Islands e delle British Virgin Islands.
“L’Espresso” pubblica in esclusiva per l’Italia l’inchiesta realizzata dal media network di Washington, The International consortium of investigative journalists (Icij), con la collaborazione di 86 giornalisti investigativi di 38 testate.
Per la prima volta il pool investigativo è potuto entrare nei segreti della finanza offshore esaminando un database su 122mila società  offshore, che fanno capo a due vere e proprie multinazionali ombra che muovono più di mille miliardi di dollari: somme in grado di destabilizzare l’economia del pianeta. In questa rete hanno un ruolo duecento cittadini italiani.
Dai primi documenti esaminati da “l’Espresso” ad esempio emerge il nome del commercialista Gaetano Terrin: nel settembre ’97 è stato nominato “protector”, ossia custode, del Claudius Trust, creato nelle Cook Islands dall’avvocato americano Adrian A. Alexander e rimasto in attività  fino al 2006.
Terrin oggi siede nel collegio sindacale delle Generali ma all’epoca lavorava nello studio di Giulio Tremonti, di cui si definiva “stretto collaboratore”.
E i file indicano come recapito proprio lo studio Tremonti di Milano.
Ma Terrin spiega: «Ho accettato quell’incarico per amicizia, lo studio Tremonti non c’entra».
Nelle British Virgin Islands invece si trova un’altra società  che ha come beneficiario Fabio Ghioni, hacker al servizio della security Telecom condannato per spionaggio illegale.
Agli atti c’è la sua qualifica, il numero del suo passaporto, ma Ghioni dichiara a “l’Espresso”di non saperne nulla.
L’offshore, aperta sei mesi prima del suo arresto da parte della procura di Milano, risulta attiva almeno fino al 2009.
Un altro Trustee indica come amministratori due vip della piazza finanziaria milanese: i fratelli Oreste e Carlo Severgnini, commercialisti, professionisti che hanno avuto incarichi nei più importanti gruppi italiani e in passato anche consiglieri di Stefano Ricucci.
A loro fanno riferimento pure altre due entità  domiciliate nei paradisi fiscali.
Invece Silvana Inzadi in Carimati di Carimate risulta avere dato vita nel 2002 a una complessa struttura di trust nelle Cook Islands che intreccia tre famiglie in una sorta di dynasty finanziaria.
In prima fila, la stirpe dei Pederzani, titolari della gioielleria meneghina di via Montenapoleone, storici fornitori di parure di diamanti di ricche casate.
Sono Claudio Pederzani, suo figlio Alberto jr e suo fratello Alberto sr. A questi si aggiunge Maria Cristina Agusta: figlia di Mario, fratello di Corrado e Domenico Agusta, quelli della dinastia degli elicotteri, moglie divorziata di Claudio Pederzani e madre di Alberto jr.
Il secondo gruppo allinea i due discendenti diretti di Silvana Inzadi, Enrico e Daria Carimati di Carimate, nonchè Ascanio, figlio di Enrico e Cristina Agusta, al suo secondo matrimonio.
Segue il terzo nucleo: Daria, sposata con Pierre Luigi Camurati, i loro figli Nicolò e Cristiana, l’anno scorso convolata a seconde nozze con Aristide Merloni, uno dei figli di Vittorio Merloni.
Con sorpresa, tra i beneficiari sono riportati anche tre enti caritatevoli: Unione italiana ciechi; Lila ossia Lega italiana per la lotta contro l’Aids e il Centro per il bambino maltrattato.
I responsabili negano di sapere nulla del trust.
E secondo fonti de “l’Espresso” averli indicati potrebbe essere solo un escamotage per evitare controlli della magistratura.
Ma anche gran parte dei beneficiari della struttura offshore sostengono di non avere mai avuto a che fare con le società  costituite nell’atollo polinesiano.

Leo Sisti
(da “l’Espresso“)

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DONNA E GARANTISTA, LA BONINO RIPROVA LA CORSA AL COLLE

Aprile 4th, 2013 Riccardo Fucile

QUATTORDICI ANNI DOPO QUEL 1999, LA SUA CANDIDATURA POTREBBE RACCOGLIERE CONSENSI

Sul momento quel fuori onda spiazzò tutti.
I resocontisti del Senato fecero finta di non aver sentito.
Oggi, quel precedente prende sapore.
È il 20 giugno 2012, Emma Bonino ha appena concluso un intervento nell’aula di palazzo Madama, pronunciandosi a favore della richiesta di arresto per il senatore del Pd Luigi Lusi, ma al tempo stesso scagliandosi contro «l’assenza dello Stato di diritto», «una giustizia al collasso», «l’abuso della carcerazione preventiva».
Dallo scranno più alto il presidente del Senato Renato Schifani, non essendosi accorto che il microfono si era riacceso, commenta: «Brava!».
Resterà  l’ultimo, importante intervento di Emma Bonino in un’aula parlamentare, ma l’apprezzamento di un notabile berlusconiano e quello dei senatori di tutti i gruppi parlamentari – dal Pd al Pdl rappresenta uno dei segnali meno noti che potrebbero lanciare la Bonino nella corsa verso il Quirinale.
Certo, a prima vista può apparire paradossale che possa farcela una donna, una personalità  senza un grosso partito alle spalle e che oltretutto neanche fa più parte del Parlamento.
Lei, da parte sua, non sta brigando per caldeggiare le sua candidatura nel giro dei notabili, vecchi e nuovi, che alla fine decideranno la partita.
E infatti Emma – con le sue giacche dai colori accesi – se ne sta al Cairo, lì dove nel 2001 si prese una casa, studiò l’arabo e dove ha ancora tanti amici.
Lontana dall’Italia, lontana dai politici che contano, eppure – ecco la sorpresa – «stavolta Emma ci crede».
Questa è la confessione che trapela da chi la conosce bene.
E se si chiede proprio alla Bonino se questa potrebbe essere la volta buona, lei risponde così: «Un detto di “Pari e dispare” dice: per una donna è più facile diventare cardinale che salire al Quirinale».
Come dire: è un’impresa quasi impossibile, ma perchè no?
E infatti – seconda sorpresa – in queste ore proprio l’associazione «Pari e dispare» sta preparando un video per il web, nel quale diverse famose donne della cultura e dello spettacolo chiederanno che al Quirinale vada Emma.
Lei ovviamente è al corrente di iniziative di questo tipo,   anche se a se stessa e a tutti quelli che le vogliono bene, chiede «low profile».
Una prova? Il cortese rifiuto opposto qualche giorno fa a Daria Bignardi, che avrebbe voluto la Bonino alle sue «Invasioni barbariche».
E la terza sorpresa è che la Bonino è stata e resta il candidato preferito dagli italiani per il Quirinale.
Sorpresa perchè se è comprensibile che i sondaggi la dessero in testa nel 1999, dopo una campagna martellante a suo favore, era difficile immaginare che quattordici anni dopo, così lontana dalla ribalta, la Bonino fosse ancora in testa.
Secondo un recente sondaggio Ipr Marketing la Bonino riscuote il consenso più alto (per lei è il 32% degli interpellati), seguita a distanza da Mario Draghi (26%), e da Stefano Rodotà  (19%).
Certo, perchè l’operazione-Bonino diventi fattibile, si devono determinare condizioni oggi inesistenti, ma in attesa che il quadro parlamentare si chiarisca, Emma sta preparando la «chimica giusta».
Puntando a trasformare a suo favore quelli che potrebbero apparire handicap: l’esser donna, la sua anti-partitocrazia mai volgare, il suo garantismo mai tralignato in ostilità  alla magistratura.
Classe 1948, nata a Bra in provincia di Cuneo, figlia di un contadino, radicale dai vent’anni, eletta per la prima volta alla Camera quando ne aveva 28, una larga esperienza internazionale, Emma Bonino ha lottato per i diritti delle donne più deboli e più lontane, ma è sempre stata contro le quote rose, ripetendo: «Se le donne vogliono cambiare qualcosa, nessuno glielo concederà  gratis».
Ecco perchè è risultata più forte la sua critica al Capo dello Stato per non aver compreso neppure una donna tra i «saggi»: «Su 60 milioni di italiani, non c’è una competenza al femminile? Una composizione che non rappresenta la società , ma la partitocrazia».
Ecco, quella militanza antipartitocratica potrebbe darle una spinta.
Anche perchè tra i notabili che decidono non è messa male.
Per Bersani «Emma è una fuoriclasse», D’Alema la stima, Monti l’ha invitata al suo compleanno.
Berlusconi, però, non la ama (ricambiato), ma ne conosce la passione per la «giustizia giusta». Ma se l’ascesa della Bonino si facesse fattibile, che farà  Pannella?
Pur non condividendo diverse scelte del leader radicale, con lui la Bonino ha sempre evitato scontri.
E così, dopo aver osteggiato la decisione di Pannella di presentarsi alle elezioni, la Bonino ha acconsentito ad entrare nelle liste.
Ad una condizione: che il suo nome fosse l’ultimo.
Ovunque.

Fabio Martini
(da “La Stampa“)

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BERSANI SI SENTE IN TRINCEA: “ORMAI E’ NATA UNA CORRENTE MA CREANO SOLO PROBLEMI”

Aprile 4th, 2013 Riccardo Fucile

FRECCIATE AI DEPUTATI DI RENZI: SABOTATORI… “NON SIAMO IN GERMANIA PER POTER FARE LA GRANDE COALIZIONE, QUI C’E’ BERLUSCONI”

«Basta mettere in fila le mosse degli ultimi giorni. Renzi vuole creare problemi a Pierluigi e i suoi si muovono come una corrente».
A Largo del Nazareno, Bersani e i suoi collaboratori scrutano con fastidio e sospetto le ultimi uscite del sindaco di Firenze.
«Non è il momento di mettere ostacoli» sul cammino del segretario. Non saranno «macigni», dicono, ma la partita del Colle richiede la massima unità  del Pd, tanto più se si dovesse arrivare a votare il nuovo capo dello Stato senza le larghe intese.
C’è adesso l’ombra dei franchi tiratori renziani che ieri si è allungata di molto quando i senatori legati al primo cittadino, muovendosi come una falange, hanno presentato un disegno di legge per l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti.
Un segnale chiaro. Un modo per dire: noi ci siamo e possiamo essere determinanti. «Sta marcando il campo », dice il capogruppo al Senato Luigi Zanda.
Secondo il quale è stato un errore quel ddl. «E i giuramenti di Renzi sulla corrente che non sarebbe mai nata sono andati a farsi benedire».
Si confrontano due oggettive difficoltà .
Quella del segretario che punta ad arrivare a Palazzo Chigi attraverso il suo schema bocciato nel primo giro di consultazioni.
E quella di Renzi, per il quale la nascita di un governo che dura anche solo due anni «segnerebbe un arretramento, potrebbe diventare un treno perso», ammette uno dei suoi deputati.
Ecco perchè scatta l’operazione sabotaggio, spiegano a Largo del Nazareno.
Matteo Richetti, tra i più vicini a Renzi, si è già  guadagnato l’appellativo scherzoso di «sabotatore». Così lo chiama Dario Franceschini ogni volta che lo incrocia alla Camera.
«Il possibile successo del segretario rovina i piani al rottamatore», dicono i bersaniani. E la rottura della tregua significa che oggi le chance del segretario sono in ascesa, che aver ribaltato l’ordine dei lavori mettendo al centro l’elezione del Colle dà  a Bersani i margini di manovra che non ha avuto finora.
Renzi perciò deve uscire dall’angolo, ostacolando questa trattativa.
E seminando il panico nel partito.
Lo chiamano in tanti in queste ore. Telefonate che arrivano anche dal gruppo che sostiene (o ha sostenuto) il leader fino a questo momento.
Ai suoi interlocutori il sindaco ha fatto capire di voler giocare il match a tutto campo. Senza escludere alcuna opzione.
Aveva detto di non essere interessato alla segreteria del Pd, che la sua unica mission erano le primarie per Palazzo Chigi, vincerle e candidarsi alla guida del Paese.
Ma se Bersani va fino in fondo, la strategia può cambiare.
«Sono pronto ad affrontare il congresso e a presentarmi come segretario», ha detto stupendo un “amico”.
Creando una coabitazione con Bersani complicata e pericolosa.
La premiership del resto è in bilico. «C’è la sfida del Quirinale, ci sono le sentenze di Milano. L’atteggiamento di Berlusconi nei confronti dello schema Bersani potrebbe cambiare», ammette Richetti.
Il segretario ha appena cominciato le sue manovre per la scelta del presidente: oggi vede Monti e organizza l’incontro con il Cavaliere.
Deve potersi muovere senza intralci. Per questo, i suoi non accettano l’aut aut di Renzi. «Cosa vuol dire “fate le larghe intese”? Se fossimo in Germania la Grande coalizione sarebbe già  nata. Con il risultato elettorale di febbraio il partito che è arrivato primo guida il governo e il secondo prende il ministero degli Esteri o la vicepresidenza del Consiglio. Ma non siamo in Germania, qui c’è Berlusconi. Matteo non lo sa?».
Insistere sull’alternativa tra “armistizio” come lo ha chiamato ieri Francesco Boccia, uno di quelli che sente più spesso il sindaco, e il voto significa fare un piacere al Cavaliere.
Ma anche il segretario ha un problema: la sua maggioranza congressuale regge di fronte a certi nomi che circolano per il Colle (Prodi in primis)?
E i Giovani Turchi, favorevoli al voto a giugno, non sono pronti a siglare loro una tregua generazionale con Renzi lasciandogli la guida della “ditta”?

Goffredo De Marchis
(da “la Repubblica“)

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ORA BERLUSCONI PROPONE D’ALEMA AL COLLE: “E’ MEGLIO DI PRODI E IL SUO NOME DIVIDE IL PD”

Aprile 4th, 2013 Riccardo Fucile

NELLA ROSA ANCHE AMATO E MARINI… SI LAVORA ALL’INCONTRO CON BERSANI

È il colpo di coda per uscire dall’angolo.
Per scuotere la palude nella quale si ritrova a quaranta giorni dal voto e alla vigilia dell’elezione per il Colle.
Silvio Berlusconi è deciso a sostenere e sponsorizzare la candidatura di Massimo D’Alema per la successione di Giorgio Napolitano.
Lo farà  nell’incontro col segretario Pd Bersani che con molta probabilità  si terrà  la prossima settimana. «Se faccio quel nome getto il Partito democratico nello scompiglio, da Massimo mi sento più garantito che non da Prodi o da altri nomi che vorrebbero imporci» è la strategia da “Piano B” che il capo Pdl ha illustrato ad Arcore solo alla cerchia più ristretta.
L’ipotesi “A”, portare un uomo del centrodestra al colle più alto, non è mai decollata, sprovvista di numeri a sufficienza.
E allora c’è l’incubo Romano Prodi da cacciare, come pure quello di candidati non politici che i grillini potrebbero alla fine sponsorizzare, da Stefano Rodotà  a Gustavo Zagrebelsky.
Il ragionamento che Berlusconi propone in queste ore ai suoi ruota perciò, ancora una volta, attorno ai suoi conti irrisolti con la giustizia, la sentenza Ruby forse a settembre, quella definitiva Mediaset tra meno di un anno.
È da una figura come quella di D’Alema, va ripetendo, che si sentirebbe «più garantito: di certo non è un giustizialista come tanti altri».
Destinata a slittare l’udienza fissata per il 18 aprile in cui la sesta sezione della Cassazione avrebbe dovuto decidere se trasferire da Milano a Brescia i processi Mediaset e Ruby: quel giorno infatti sia l’ex premier sia i suoi legali parlamentari Ghedini e Longo saranno impegnati nella sedute a camere riunite per l’elezione del capo dello Stato.
Boccate d’ossigeno, giorni in più, in ogni caso il cielo su Arcore si fa plumbeo. Berlusconi non si dà  per vinto: «Ormai è chiaro che si tornerà  a votare presto, se non strappiamo giugno sarà  ottobre, e l’elezione di D’Alema ci consente di piazzare comunque al Colle un politico ostile a Renzi, che sarà  con molta probabilità  il mio avversario ».
Il sindaco di Firenze, insomma, nella visione del Cavaliere non avrebbe vita facile anche in caso di vittoria.
Le diplomazie di Pdl e Pd sono già  al lavoro per il faccia a faccia.
Anche se fonti ufficiali e lo stesso portavoce Paolo Bonaiuti smentiscono che qualcosa si muova: «Il Pd ha portato tutto nella palude».
Una tela tuttavia sembra tuttavia che Errani e Letta, da un parte, Alfano e Verdini, dall’altra, la stiano tessendo.
Anzi, quel che risulta al fronte democratico è che a un incontro ufficiale il Cavaliere gradirebbe affiancarne uno, per dire così, più coperto e perciò proficuo per un’intesa. A quel tavolo Berlusconi intende presentarsi con una terna di nomi, della quale l’ex presidente della Bicamerale sarebbe il «capolista».
A seguire, figurano quelli di Giuliano Amato e di Franco Marini.
Con l’ex premier di cultura socialista, il leader Pdl ha sempre intrattenuto ottimi rapporti, così anche con l’ex presidente del Senato Pd. Figure che comunque rispondono all’identikit del «male minore».
In ogni caso, per dirla con una fedelissima come Michaela Biancofiore, «Berlusconi non si farà  mettere nell’angolo» in questa partita.
Il resto è schermaglia.
Come l’idea Emma Bonino lanciata nel frattempo da Mara Carfagna, portavoce del gruppo, subito stroncata con stizza dal capogruppo Brunetta: «Opinione personale». Sebbene nelle chiacchiere da buvette a Palazzo Madama, in questi giorni, anche Augusto Minzolini non escludeva la carta Bonino da contrapporre a Prodi. L’ex presidente della Commissione europea in realtà  è una pedina che il Partito democratico intende muovere solo in un’ottica d’intesa con il Movimento cinque stelle.
I rapporti personali, il pranzo mai smentito tra Prodi e Grillo di qualche tempo fa, dovrebbero andare in quella direzione, ma nulla è scontato.
Nell’incontro in programma oggi con il premier Monti a Palazzo Chigi, Pierluigi Bersani affronterà  il nodo Quirinale, per definire anche con Scelta civica una strategia condivisa.
Berlusconi avverte l’accerchiamento. Ecco perchè ha già  pianificato la nuova prova di forza, la manifestazione di piazza, stavolta a Bari, di sabato 13 aprile.
Alla quale farà  seguire quella del 27 a Brescia.
E un’altra ancora, in via di organizzazione due settimane dopo, a Catania o Palermo. Ritmo da campagna elettorale, non a caso: per il Cavaliere è già  cominciata.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)

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TIRIAMO UNA CROCE ANCHE SU CROCETTA, DI “DIVERSO” NON HA NULLA: AL POSTO DI BATTIATO NOMINA ASSESSORE LA SUA SEGRETARIA PARTICOLARE

Aprile 3rd, 2013 Riccardo Fucile

DOPO AVER SILURATO BATTIATO PER AVER DETTO LA VERITA’, CROCETTA NOMINA LA SUA EX ASSISTENTE A BRUXELLES … AL POSTO DI ZICHICHI UNA SUA AMICA ARCHEOLOGA… E OVVIAMENTE I GRILLINI FANNO FINTA DI NULLA

Un’archeologa sua fedelissima e la sua ex assistente parlamentare a Bruxelles, poi promossa segretaria particolare nella nuova avventura da governatore della Sicilia. Dopo i siluramenti immotivati di Franco Battiato e Antonino Zichichi, Rosario Crocetta ha dato il peggio di sè, superando i peggiori notabili democristiani.
Alla faccia di chi l’aveva votato sperando nel ripristino dei valori etici e meritocratici.
Per sostituire i due assessori super star ha infatti nominato due donne di provata fedeltà  nella sua giunta di tecnici che se lo avesse fatto un pidiellino sarebbero tutti a urlare allo scandalo.
Al posto di Zichichi è arrivata Maria Rita Sgarlata, archeologa di Siracusa che guiderà  da oggi l’assessorato ai Beni Culturali.
Una scelta insieme sia politica che tecnica, dato che la neo assessore era stata candidata al Senato con il Megafono, il movimento fondato da Crocetta.
Molto più scalpore ha invece suscitato la scelta di promuovere Michela Stancheris al vertice dell’assessorato al Turismo, quello guidato fino a qualche giorno fa dal cantautore Franco Battiato, poi silurato per aver parlato di “troie” nel Parlamento italiano, dicendo solo la verità .
Dopo aver incassato il rifiuto del mecenate Antonio Presti, che lo ospita (guarda caso)sine die nel suo Atelier sul Mare a Tusa, Crocetta nella notte ha deciso che per prendere il posto di Battiato non ci fosse persona più adatta della sua fidata assistente parlamentare.
Una scelta che ha stupito tutti.
Le strade di Michela Stancheris — trentunenne di Bergamo con una laurea in pubbliche relazioni — e di Rosario Crocetta s’incrociano a Bruxelles nel 2009, quando l’allora neo deputato europeo decise di assumerla come assistente parlamentare.
Da allora l’ex sindaco di Gela non si è mai più separato dalla sua bionda assistente parlamentare.
Che ha deciso di coinvolgere anche nella nuova avventura da Governatore della Sicilia. “Passiamo insieme tanto di quel tempo che siamo custodi reciproci di segreti profondi” dichiarava la Stancheris dopo essere stata nominata segretaria particolare del neo presidente della Regione.
Quando non avrebbe mai immaginato di dover passare da assistente parlamentare a politica tout court. “Il presidente Crocetta mi ha colto di sorpresa un quarto d’ora fa. Non avevo preparato nessun discorso” ha detto visibilmente emozionata in conferenza stampa.
Nei corridoi di Palazzo dei Normanni, però, le battute si sprecano. Cosa ne capisce una bergamasca di turismo siciliano?
“Prendiamo atto che il Presidente della Regione abbia voluto avocare a sè la gestione dell’assessorato al Turismo, demandandone formalmente la titolarità  alla propria segretaria particolare. Praticamente, il Turismo in Sicilia continua a non avere un assessore” ha stigmatizzato il capo dell’opposizione Nello Musumeci.
“Vivo la Sicilia come una turista, non essendo di qui, per questo posso rendermi conto meglio di cosa serve alla Regione dal punto di vista del turismo” ha detto l’ormai ex segretaria, che ha poi rivelato di essere un’appassionata di sport invernali e una maestra di sci.
La Sicilia è notoriamente piena di piste da sci, migliore esperta Crocetta non poteva trovare…
E i grillini sempre così attenti alle lotte anti-Casta?
Zitti e mosca, a loro basta continuare a scroccare passaggi sulle auto blu.

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CALDORO SI PRENDE DUE SCHIAFFONI DALLA STAMPA TEDESCA: “INSOLENTE CON LA MERKEL”

Aprile 3rd, 2013 Riccardo Fucile

ENNESIMA BRUTTA FIGURA DEL PRESIDENTE PDL DELLA REGIONE CAMPANIA IN OCCASIONE DEL SOGGIORNO DELLA CANCELLIERA A ISCHIA

Il saluto condito da critiche rivolto nei giorni scorsi ad Angela Merkel dal governatore della Campania, Stefano Caldoro, potrebbe compromettere in futuro il ritorno del cancelliere durante le vacanze pasquali ad Ischia.
Lo scrive la Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz) in un articolo in cui sottolinea che “in Italia crescono i toni antitedeschi”.
“Angela Merkel tornerà  di nuovo ad Ischia dopo le delusioni climatiche e umane di questa primavera?”, si chiede la Faz, aggiungendo che “questo è naturalmente un fatto privato”, anche se “si può tranquillamente caratterizzare il comportamento di populisti come Caldoro per quello che è: un’insolenza”.
“Che bellezza che la Germania faccia da capro espiatorio!”, scrive con sarcasmo il giornale, ricordando che in Italia “mentre la disoccupazione giovanile è di nuovo salita a livelli spaventosi, la classe fallita dei politici marcia con le sue chiacchiere da retrobottega allegramente verso l’abisso”.
“Delle promesse di lunga data sui risparmi degli strapagati politici di professione, per non parlare della dotazione di lusso del governatore della Campania, non si parla ovviamente affatto”.
La Faz ricorda che Angela Merkel “diversamente dai ministri italiani di terz’ordine non si fa portare sull’isola in elicottero, ma aspetta pazientemente il traghetto, oltre a far visita a casa per antica amicizia al cuoco licenziato del suo albergo preferito. Gesti questi, che gli italiani non si aspettano dalla donna più potente del mondo”.
Ricordiamo che Caldoro aveva invitato la Merkel “a non dimenticarsi di chi è in difficoltà ” come se non dovesse semmai essere lui a provvedere a soluzioni per la crisi del lavoro in Campania ma la cancelliera tedesca in vacanza tre giorni a Ischia.

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USTICA, L’INCHIESTA ORA PUNTA SUL MISSILE DAL MARE

Aprile 3rd, 2013 Riccardo Fucile

DOPO LE RIVELAZIONI DEL SUPERTESTIMONE, LA FRANCIA RISPONDE ALLA ROGATORIA MA NON SULLA PORTAEREI

Un missile partito dalla misteriosa portaerei che sostava nel mar Tirreno la notte del 27 giugno 1980 oppure un missile lanciato da un aereo da guerra che si è alzato in volo proprio da quella portaerei.
Il cerchio comincia a stringersi attorno all’esecutore materiale della strage di Ustica. E, a 33 anni dalla morte degli 81 passeggeri del DC9 dell’Itavia, le indagini della procura di Roma – coordinate dal procuratore aggiunto Maria Monteleone e dal pubblico ministero Erminio Amelio – si sono concentrate proprio su questa importante (e mai fino a oggi accertata) presenza.
È per questo che al vaglio della magistratura ci sono segnali radar registrati dalle capitanerie di porto italiane, navi in mare che possono aver captato la presenza di quella portaerei e testimonianze di piloti civili che sorvolarono quei cieli nei giorni, e nei minuti, che hanno preceduto il disastro.
I riflettori degli inquirenti sono puntati “a bassa quota”, a differenza del mastodontico lavoro portato avanti negli anni passati che puntò, principalmente, sugli spazi aerei e su quello che poteva essere avvenuto sopra il livello del mare.
Ma una svolta davvero importante potrebbe arrivare dall’esito delle rogatorie inviate, da due anni ormai, a Francia, Belgio, Stati Uniti e Libia.
Proprio qualche giorno fa il governo francese ha trasmesso ai magistrati romani un dossier con una parziale risposta alla rogatoria inoltrata.
Risposte sul traffico aereo del 27 giugno 1980 che ora i magistrati Monteleone e Amelio stanno studiando attentamente.
Però sulla posizione della Clemenceau, la portaerei francese “sotto accusa” che quel giorno poteva trovarsi nei nostri mari, ancora nessuna risposta.
Nel 2007 Francesco Cossiga, che nell’anno della strage era presidente del Consiglio, rivelò ai magistrati che ad abbattere il DC9 fu un velivolo dell’Aèronavale decollato dalla portaerei Clemenceau.
Disse di aver appreso la notizia dai servizi segreti.
Fondamentale diventa dunque per la magistratura italiana mettere le mani sulla portaerei in forza alla marina militare francese sulla quale aleggia un grande mistero. «La Francia – ricorda il giudice Rosario Priore, titolare della prima inchiesta su Ustica – ci ha sempre risposto che nessuna delle sue due portaerei (la Foch e la Clemenceau) si trovava nel mar Tirreno nel giorno del disastro, ma che erano in porto, probabilmente quello di Tolone.
Una terza, sempre francese, la “De Gaulle” sulla quale indagai, era quella a propulsione nucleare dislocata nell’Atlantico.
Volli verificare – prosegue il magistrato – se si era potuta spostare fino da noi: invece non si mosse da lì. All’epoca la procura di Palermo lavorò molto sulla Saratoga, la portaerei americana che era all’altezza del golfo di Napoli. Ma la certezza che un po’ più a sud e al largo si trovasse un’altra portaerei la avemmo grazie a una relazione della Nato, che si può leggere anche nella mia sentenza.
La Nato accertò che esisteva un movimento di aerei impressionante nel mar Tirreno: velivoli che decollavano a pelo d’acqua e poi riatterravano.
Certo è che quegli aerei non scendevano a picco nel mare ma per forza dovevano appoggiarsi a una portaerei ».
La Clemenceau potrebbe essere la portaerei che il supertestimone – un comandante dell’Alitalia – ascoltato qualche giorno fa in procura dice di aver visto dopo il decollo dall’aeroporto di Palermo?
«È un racconto attendibile e circostanziato quello del supertestimone – ha dichiarato il giudice Ferdinando Imposimato che della vicenda di Ustica si occupò tra il 1987 e il 1992, come membro del Copaco, Comitato parlamentare di controllo dei Servizi segreti – si integra perfettamente con quanto è stato accertato negli ultimi tempi ovvero con l’ipotesi di un missile partito da un aereo o una portaerei. Attendiamo le indagini dei magistrati romani e le verifiche. Spero solo che non vengano apposti segreti di Stato. Questo bloccherebbe ancora una volta le indagini per accertare la verità . Ustica è ancora una ferita aperta».

Federica Angeli
(da “La Repubblica“)

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