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IL RENZIANO RICHETTI: “BASTA, CAMBIAMO ROTTA, FINIAMOLA DI CORTEGGIARE I GRILLINI”

Aprile 3rd, 2013 Riccardo Fucile

“FARE POCHE RIFORME IN TEMPI CERTI SU ISTITUZIONI ED ECONOMIA”

«Ma Bersani ritiene di essere ancora in campo oppure no?».
Matteo Richetti, renziano, si sfoga nel Transatlatico di Montecitorio, dopo la conferenza stampa del segretario del Pd.
Richetti, secondo lei dovrebbe restare ancora in campo Bersani?
«Evidente che spetta a lui decidere se rimanere in gioco o meno. Però, dal momento che un governo non è riuscito a farlo, ipotizzare che si trovi ora una maggioranza su un governo Bersani, sembra difficile. Se ci fosse stata, avrebbe avuto un incarico pieno. Noi abbiamo sostenuto il segretario, il quale ha riferito a Napolitano che le condizioni per formare un nuovo governo non c’erano. D’altra parte, Bersani ha sempre detto: prima l’Italia e poi gli interessi di parte, e quindi deve prevedere anche ipotesi diverse. Continuando così, non si dà  un senso a questa legislatura».
Il Pd deve correggere la rotta?
«Sì. Aggiungo che abbiamo appreso da voi cronisti le decisioni del partito…».
Sarà  convocata una Direzione del partito la prossima settimana?
«Bisogna convocare la Direzione certo, la cui composizione risale al 2009 e quindi è preistoria politica rispetto a quanto è accaduto negli ultimi mesi. Bisogna perciò coinvolgere in pieno i gruppi parlamentari. Se vogliamo inaugurare un protagonismo parlamentare, di cui tanto si parla, questa è l’occasione buona, da non perdere».
Quindi come andrebbe ritoccata la linea democratica?
«Realisticamente, ciò su cui il Pd dovrebbe puntare è un’intesa di scopo. Un governo di scopo nascerebbe assumendosi davanti al Parlamento l’impegno di varare poche riforme — quattro o cinque — in tempi certi. Se questo avvenisse, e le riforme fossero costruite con il contributo dei saggi indicati dal presidente Napolitano, sarebbe ovviamente più facile trovare intese parlamentari che le sostengano. I terreni d’intervento restano due. Quello istituzionale — legge elettorale, numero dei parlamentari, Senato delle Regioni e sistemazione dei pasticci sulle Province. L’altro terreno sono i provvedimenti urgenti a sostegno di imprese e famiglia. La durata del governo di scopo potrebbe essere di sei-otto mesi».
Sarebbe comunque un governo di larghe intese?
«Non si può parlare di larghe intese e di governissimo se c’è la condivisione di un’agenda parlamentare che ha un tempo limitato e una forte valenza istituzionale. Evitiamo di discutere sulle sfumature di grigio: una cosa è un governo Bersani-Alfano, Letta-Sacconi… qui stiamo parlando di condivisione delle regole, non di un accordo politico. Aggiungo che non mi sono piaciute le critiche a Napolitano sulla nomina dei saggi».
Bersani ha rinnovato l’apertura a Grillo. La convince?
«Ci si deve rivolgere di certo a tutte le forze parlamentari. Però c’è un limite a tendere la mano a chi un giorno, e l’altro pure, definisce noi democratici i puttanieri della politica».
Sul Quirinale però una intesa va cercata?
«Bersani ha detto bene. Le figure di garanzia, soprattutto quelle di così alto profilo, come il presidente della Repubblica, debbono essere il frutto della più larga condivisione».

(da “La Repubblica“)

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“QUESTO PAESE NON PUO’ ESSERE GOVERNATO DA COMICI E FROCI”

Aprile 3rd, 2013 Riccardo Fucile

LE DUE LETTERE ANONIME GIUNTE IN PROCURA A PALERMO IN CUI SI PREANNUNCIA UN ATTENTATO AL PM DI MATTEO

Due lettere uguali, scritte al computer con un linguaggio rozzo ma senza errori eclatanti, da un anonimo che si qualifica come “uomo d’onore della famiglia trapanese”.
L’eliminazione di Nino Di Matteo, scrive, è stata decisa “in alternativa a quella di Massimo Ciancimino”, ed “è stata chiesta dagli amici romani di Matteo (Messina Denaro, ndr), perchè questo paese non può finire governato da comici e froci”.
E ancora: “Matteo ha dato l’assenso” e poi “ha coinvolto altri uomini d’onore, anche detenuti”.
Non sono le parole di un esaltato, ma di un attento conoscitore degli spostamenti del pm più esposto d’Italia, fin nei minimi dettagli.
Racconta che il “botto” sarebbe dovuto scattare a maggio, con le armi e l’esplosivo già  nascosti in alcuni depositi a Palermo.
E ora che è scattata la decodifica, per gli analisti antimafia ci sono pochi dubbi: la lettera rivela particolari difficilmente conoscibili da uno che non abbia eseguito appostamenti sui movimenti di Di Matteo e sui punti deboli della sorveglianza.
Per questo, e per il particolare momento politico-istituzionale in cui arriva, è stata presa immediatamente sul serio: “Il clima complessivo è tale da destare la massima attenzione — osserva il procuratore di Palermo Francesco Messineo — perchè ci sono numerose analogie tra la situazione attuale e il ’92: abbiamo lo stallo istituzionale, una fase di confusione politica e un’imminente elezione del capo dello Stato. Questo è il motivo per cui abbiamo chiesto l’adozione di nuove misure di sicurezza, scattate immediatamente, con una apprezzabile sensibilità  istituzionale”.
Anche il procuratore nisseno Sergio Lari, titolare delle indagini sul progetto di attentato a Di Matteo, è convinto che “stiamo vivendo un momento storico simile al ’92” e che “c’è una situazione di instabilità  politica proprio come accadde vent’anni fa, quando purtroppo gli esposti anonimi vennero sottovalutati… Ma questa volta non verranno commessi errori”.
L’allarme in Procura è scattato il 26 marzo: la prima missiva è arrivata a Messineo che l’ha aperta; la seconda all’aggiunto Vittorio Teresi.
Quest’ultimo, intuendo che si trattava di una copia, ha passato la lettera ancora chiusa al Ris dei carabinieri, che non hanno trovato impronte nè sulle busta nè sulla carta. Entrambi i documenti sono stati subito inviati ai pm di Caltanissetta, che venerdì hanno ascoltato Di Matteo.
Nella lettera si fa riferimento a un altro magistrato in pericolo.
Scrive l’anonimo: “Ho sentito dire che stanno studiando anche i movimenti di un magistrato di Caltanissetta, uno che quando torna a Palermo passa sempre da via… (e indica la via, ndr)”, ed è l’unico aspetto dell’indagine rimasto alla Procura di Palermo.
Gli investigatori ora si interrogano sul riferimento a possibili scenari istituzionali contenuti nel messaggio, che appare come l’opera di una sofisticata intelligenza criminale.
Il procuratore Messineo sottolinea che l’anonimo è ricco di “elementi di concretezza”, e proprio per questo il rischio dell’avvio di una nuova strategia della tensione, per gli investigatori, è serio.
Se in fasi di stallo istituzionale, come quella attuale, Cosa Nostra agisce come service su mandato della politica, la finalità  colta dagli analisti è quella di “destabilizzare per stabilizzare”, per evitare che vadano al potere outsider, partiti e persone non controllabili.
E negli ambienti giudiziari è automatico il collegamento a vicende mai chiarite del ’92, quando nei mesi precedenti alle stragi, la nuova stagione di sangue venne preannunciata da una serie di veline e di messaggi incrociati che raggiunsero in forma più o meno anonima le istituzioni.
Dalle telefonate della Falange Armata, alle veline dell’agenzia di stampa “Repubblica”, riconducibile a Vittorio Sbardella, che pubblicò un pezzo con l’annuncio di un “botto” alla vigilia dell’attentato di Capaci, alla lettera di Elio Ciolini che segnalò in anticipo l’eliminazione di Salvo Lima e indicò con micidiale precisione il calendario delle stragi.
Quello era il contesto nel quale il ministro dell’Interno Vincenzo Scotti aveva lanciato in Parlamento l’allarme inascoltato sui rischi di una deriva eversiva.
Oggi a lanciare un appello per non sottovalutare il pericolo di nuove stragi è la presidente della commissione Antimafia europea Sonia Alfano, che si rivolge direttamente al capo dello Stato.
“Napolitano — dice — prenda l’aereo personale e si precipiti a Palermo per fare da scudo a Di Matteo”.

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

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UNA SAGGIA AL QUIRINALE

Aprile 3rd, 2013 Riccardo Fucile

SOLTANTO I MASCHI RIESCONO A INFONDERE PASSIONE NELLE COSE INUTILI E ASTRATTE

Facendomi portavoce dell’opinione di numerose lettrici, vorrei qui ringraziare il presidente Napolitano per non avere inserito neppure una donna nella lista dei dieci Saggi che hanno dato il cambio all’onnivoro esploratore Bersani nel ruolo di intrattenitori istituzionali.
La difficile missione di questi brizzolati esponenti dell’establishment consiste infatti nell’ingannare il tempo fino al conclave che eleggerà  il prossimo Capo dello Stato, stilando elenchi di priorità  su fogli di carta intestata che fra un paio di settimane si tradurranno in aeroplanini volteggianti.
E’ un compito non nuovo ma necessario e nessuno dubita che essi lo adempiranno con scrupolo e senso civico.
Soprattutto con quella passione che soltanto i maschi riescono a infondere nelle cose inutili e astratte.
Le donne no: troppo pragmatiche, troppo legate alla vita.
I dibattiti destinati al nulla le lasciano indifferenti e anche un po’ insofferenti.
Se qualcuno le avesse incautamente coinvolte, avrebbero forse accettato — per naturale cortesia o legittima vanità  — di partecipare alla prima riunione.
Ma, annusata l’aria sterile, ci avrebbero messo un attimo a recuperare borsetta e paltò, lasciare i Saggi alla loro saggezza e correre a occuparsi delle decine di adempimenti pratici che costellano la giornata di ogni essere di sesso femminile in un Paese che sulle donne ha scaricato le latitanze della collettività .
Se proprio le vogliamo scomodare, che sia per qualcosa di veramente utile e di dolcemente rivoluzionario.
Come una Saggia al Quirinale, per esempio.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)

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GRILLINI A RAPPORTO ALL’AMBASCIATA USA: SE L’AVESSE FATTO MONTI SAREBBERO TUTTI A ULULARE CONTRO I SERVI DEI BANCHIERI E DEL GRUPPO BILDERBERG

Aprile 2nd, 2013 Riccardo Fucile

IL PELLEGRINAGGIO PER DARE GARANZIE AGLI USA SU AMBIENTE, ENERGIA E SANITA’

Un incontro annunciato su Facebook da Roberta Lombardi. “Insieme a Vito Crimi e una stretta delegazione del Movimento 5 Stelle andremo a conoscere l’ambasciatore Thorne“, aveva scritto sulla sua bacheca la capogruppo a Montecitorio.
E il riassunto del meeting è stato affidato a un comunicato sempre via web, ma stavolta sul sito dell’ambasciata americana. “La riunione è stata un’occasione per approfondire la conoscenza del Movimento e la sua posizione sull’attualità  italiana”, si legge.
“Un incontro — specifica l’ambasciata — teso a rafforzare la cooperazione con l’Italia”.
E da discutere, secondo il rappresentante 5 stelle Massimo Baroni, c’era tanto.
Ambiente, web, energia e sanità  sono stati alcuni degli argomenti trattati.
Nessun riferimento al Muos, il sistema radar della Marina Americana che doveva essere costruito a Niscemi, e contro cui il Movimento 5 stelle aveva opposto una ferrea resistenza.
Non ci sono stati commenti specifici sulla politica italiana, se non che la situazione “è di stallo” e Crimi ha ribadito alcuni punti del programma del Movimento, tra cui il reddito di cittadinanza e la legge elettorale, con il ritorno alle preferenze.
Immaginiamo che se un incontro del genere l’avesse chiesto Monti, sarebbe stato sommerso di giudizi sul fatto di “essere servo dele banche e dei poteri forti”, con l’aggiunta di cocca con il gruppo Bilderberg.
Al circo Barnum del guitto di Sant’Ilario tappeto a stelle e striscie.

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CRIMI ANCORA SMENTITO, IRONIE IN RETE

Aprile 2nd, 2013 Riccardo Fucile

IL GRANDE STATISTA GRILLO BACCHETTA IL CAPOGRUPPO: “BERSANI O MONTI PER ME PARI SONO”… PER LUI, SI SA, L’IDEALE E’ IL CAVALIERE

Che cosa succede all’interno dei M5S?
La domanda sorge spontanea, visto che, per l’ennesima volta, Vito Crimi sembra aver fatto un passo falso che non è piaciuto a Beppe Grillo.
Già , in mattinata, il capogruppo al Senato scrive sulla sua pagina Facebook: «Meglio un incarico a Bersani che una prorogatio a Monti».
A smentire ci pensa il comico in persona: «Sono uguali».
E in Rete parte l’hashtag #Romanzocrimi «Vito, detto lo smentito».
A COLPI DI BLOG –

Insomma sul futuro prossimo della politica italiana , si apre una nuova querelle.
E che ha come protagonista assoluto, appunto il Movimento 5 Stelle.
L’ultimo caso comincia appunto con le parole di Crimi sul suo blog.
«Forse poteva essere intrapresa una strada mai percorsa prima, e cioè di affidare il governo a Bersani che con i suoi ministri poteva presentarsi al Parlamento e qualora non avesse ricevuto la fiducia poteva continuare, alla stregua dell’attuale governo Monti, senza la fiducia ma solo per gli affari ordinari. Almeno sarebbe stato rappresentativo di una maggioranza relativa e non di una strettissima minoranza come il governo Monti in regime di prorogatio».
A stretto giro di posta arriva la replica di Grillo che con un post tisolato «I puntini sulle i», puntualizza: «Breve riassunto sugli ultimi accadimenti per i distratti e/o in malafede. Il M5S non accorderà  nessuna fiducia, o pseudo fiducia,a un governo politico o pseudo tecnico (in sostanza di foglie di fico votate dai partiti). Bersani non è meglio di Monti, è semplicemente uguale a Monti, di cui ha sostenuto la politica da motofalciatrice dell’economia».
GAFFEUR –
Una netta smentita. Ed è un attimo che cominciano le prese in giro.
Dalla Rete (scatenati su Twitter e Facebook) alla politica istituzionale.
Bersani ironizza: «Facessero una direzione pure loro in streaming così capiamo tutti…».
Vito Crimi diventa così protagonista dello scherno.
Se da una parte ci pensa Grillo a smentirlo, dall’altra sembra che sia diventato un bersaglio anche per i comici. Maurizio Crozza in testa con la sua imitazione.
Poi c’è sempre la questione delle gaffe.
Con la collega, «l’onorovole Lombardi», durante le consultazioni e la reazione stizzita di lei. E ancora: «Napolitano non si è addormentato», salvo poi appisolarsi sugli scranni di Palazzo Madama.
E gli insulti ai giornalisti, anche lì con una marcia indietro.
Vito Crimi rischia di diventare il bersaglio preferito, se non lo è già , della Rete e non solo

Benedetta Argentieri
(da “il Corriere della Sera”)

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FISCO, LE STANGATE IN ARRIVO: ALLARME TARES, SERVONO DUE MILIARDI

Aprile 2nd, 2013 Riccardo Fucile

SI LAVORA SUL RINVIO AL 2014 MA OCCORRE RECUPERARE IL GETTITO MANCANTE

Questa settimana si decide sui pagamenti della pubblica amministrazione, col varo del primo decreto che sblocca 40 miliardi di pagamenti arretrati.
Ma all’esame del governo c’è anche il nodo dell’aumento Iva di luglio e, altra urgenza, l’introduzione della Tares.
Prepariamoci al peggio.
Quale che sia la scelta (rinvio o non rinvio) dovremo tirare fuori «altri» due miliardi per l’immondizia.
La sostanza è questa.
Il consiglio dei ministri di mercoledì scorso, dove il provvedimento è arrivato «fuori sacco» non se l’è sentita di rinviare di nuovo la Tares con l’idea che potesse essere il nuovo governo ad occuparsene.
Ora che i tempi si allungano la questione torna di bruciante attualità  e ci si aspetta che il prossimo cdm se ne occupi.
La Tares – per chi si fosse perso questa nuova sigla – è la nuova tassa in cui confluiranno tutti i tributi relativi allo smaltimento dei rifiuti, una nuova versione di quella che in alcuni comuni si chiamava Tarsu e in altri Tia (nella duplice edizione Tia 1 e Tia 2): da una parte era tassa, altrove tariffa.
Un pastrocchio.
Il decreto dell’ottobre 2011 sul federalismo fiscale ha pensato bene di omologare questo prelievo, ribattezzandolo Tares ma, dato che c’era, ha anche fornito le modalità  di calcolo – metri quadri, quantità  di rifiuti, tipo di rifiuto e relative modalità  di smaltimento – e, per quel che ci riguarda, questo sapiente maquillage si è risolto in un aumento che si aggira sul 30%.
La Tares dovrebbe entrare in vigore il prossimo primo luglio ma un coro di soggetti sociali ha invocato la clemenza di un rinvio.Il governo dimissionario, però, non se l’è sentita – almeno questo si dice – di prendere una decisone su un eventuale posticipo, essendo, per l’appunto, in carica solo per la normale amministrazione.
Fin tanto che il Quirinale non lo ha reinvestito nei giorni scorsi di una sua pienezza di azione, considerando che lo stallo politico non si sa quanto potrebbe durare, e quindi una parola definitiva sulla Tares non sembra ulteriormente rinviabile.
La tassa non sembra riducibile, ma potrebbe essere dilazionata nella sua applicazione: non più il primo luglio ma il primo gennaio 2014.
La scorsa settimana anche la presidente della Camera, Laura Boldrini, ha scritto una lettera a Mario Monti per sottoporgli una simile eventualità .
Sia Boldrini che Confcommercio che altri soggetti sociali (i sindacati, per esempio), fanno presente al governo che la batosta della Tares a inizio estate, si andrebbe a sommare ad altri balzelli tutt’altro che irrilevanti, come la prima tranche dell’Imu, le addizionali dell’Irpef, per non dire della madre di tutte le stangate, e cioè l’ennesimo aggravio dell’Iva di un punto, che porterebbe il prelievo sugli acquisti dal 22 al 23%. Una misura – quest’ultima – che secondo Confcommercio porterebbe la dinamica dei consumi dalla riduzione all’agonia, sortendo un esito paradossale per cui l’aliquota aumenta ma, determinando una contrazione dei consumi, il gettito diminuisce.
Si sta provando a congelare questo aumento, ma ogni auspicio è prematuro fintanto che il Governo non presenterà  il Documento di Economia e Finanza nel quale indicherà  gli andamenti macro e quindi la possibile sostenibilità  di un intervento riduttivo.
Tutto questo è sul tavolo del governo.
E se sull’Iva nessuno si è ancora pronunciato, sulla Tares è possibile che si possa andare ad un o slittamento.
Ma di quanto? I comuni, attraverso l’Anci, si fanno carico della sofferenza dei contribuenti ma, d’altra parte, però, hanno le casse a secco e dire no a questo flusso di denaro sembra impossibile.
Il gettito atteso dalla Tarsu è, infatti, di 8 miliardi, ben due in più delle vecchie tasse sui rifiuti.
Ma se l’aumento atteso per le famiglie oscilla, appunto, intorno al 30%, per gli esercizi commerciali e di ristorazione la batosta potrebbe essere ben maggiore, in quanto la nuova tassa distingue tra rifiuti e rifiuti, in base alle modalità  di raccolta e smaltimento, per cui – è sempre Confcommercio a dirlo – i negozi in genere conoscerebbero un aumento del 290%, che diventerebbe del 400% per ristoranti, bar e pizzerie, e di ben il 600% per i negozi di frutta e verdura.

Raffaello Masci

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BERSANI, LA CARTA DI PRODI PER EVITARE LE LARGHE INTESE

Aprile 2nd, 2013 Riccardo Fucile

IL SEGRETARIO CERCA DI USCIRE DALL’ANGOLO E PUNTA SULL’EX PREMIER PER IL QUIRINALE

Pier Luigi Bersani è convinto: «La priorità  ora è l’elezione del presidente della Repubblica», annuncia ai suoi.
E aggiunge: «Dopo la scelta del nuovo capo dello Stato ci saranno ancora più elementi che giustificheranno l’esigenza di un governo di cambiamento, e che chiariranno che le ipotesi delle larghe intese o di un nuovo esecutivo tecnico retto da una strana maggioranza sono impraticabili».
Già , perchè se l’elezione del presidente avvenisse senza l’aiuto del Pdl ma con l’apporto dei grillini e, magari, di qualche montiano, sarebbe veramente difficile mettere di nuovo insieme attorno a un tavolo il Pd e il Pdl.
Ed è proprio questa l’idea che sta accarezzando Bersani per uscire dall’angolo e rilanciare.
Un capo dello Stato di rottura nei confronti di Berlusconi scriverebbe la parola fine sul tormentone delle «grandi intese», come su quello di un governo modello Monti.
Il nome vincente in questo senso potrebbe essere quello di Romano Prodi.
Ai più è sfuggito il post pubblicato sul blog di Grillo sabato scorso.
Ma al Pd lo hanno letto con attenzione e grande interesse.
È vero, il leader del Movimento 5 Stelle sostiene di non voler vedere un politico già  usato al Quirinale, però poi accusa Partito democratico e Pdl che «vorrebbero un presidente “quieta non movere et mota quietare”, non un Pertini, ma neppure più modestamente un Prodi che cancellerebbe dalle carte geografiche Berlusconi».
Sì, Prodi sarebbe l’uomo giusto al posto giusto (anche se si parla pure di Stefano Rodotà  e Gustavo Zagrebelsky).
Al Pd pensano che l’ex premier dell’Ulivo potrebbe ridare l’onore al centrosinistra e l’incarico a Bersani.
Ma per ora nessuno vuole bruciare nè tappe nè nomi, perciò la raccomandazione è: «Prudenza».
Anche perchè Silvio Berlusconi ha subodorato che c’è qualcosa che non torna.
E si è insospettito non poco anche delle mosse di Giorgio Napolitano che a suo avviso servono «a prendere tempo e rendere impraticabile la strada delle elezioni in estate» e rischiano di «metterci fuori dai giochi sul Quirinale».
«Stiamo attenti – ripete incessantemente ai suoi il leader del centrodestra – perchè come ai tempi di Monti è in atto un’operazione contro di noi, questa volta per eleggere il capo dello Stato senza che i nostri voti siano determinanti».
Il Cavaliere è convinto di essere al cospetto di «una trappola» e come i bersaniani guardano con un certo sospetto Enrico Letta, Massimo D’Alema e Matteo Renzi, perchè pensano che stiano lavorando di sponda con il Quirinale, per dare vita a un governo che non sia presieduto dal segretario, così lui teme che riparta dentro il Pdl il tentativo di parricidio.
«Se c’è qualcuno che nel centrodestra pensa di approfittarne per mettermi da parte, sta facendo male i suoi calcoli, perchè io rovescio il tavolo», è il ritornello che più di un suo interlocutore si è sentito ripetere da Berlusconi.
Ma in queste stesse ore, quasi fossero predestinati a cadere insieme, anche Bersani fa riflessioni analoghe: «I saggi non possono preparare il terreno per le larghe intese, se c’è qualcuno nel partito che invece ha in mente questo obiettivo lo dica chiaramente».
E a sentire certe affermazioni, in mente, quell’opzione, la hanno in diversi.
Paolo Gentiloni, per esempio, che dice: «Sto dalla parte di Enrico Letta che ha dato sostegno e fiducia a Napolitano».
Mentre un altro renziano, Angelo Rughetti, propone: «Si potrebbero stabilizzare i gruppi di lavoro in un nuovo governo».
Per questa ragione Bersani si è reso conto che è quanto mai necessario uscire dall’angolo e non assecondare il tentativo di chi nel Pd vuole prendere tempo e, magari, sfruttare l’allungarsi dei giorni per lavorare all’insaputa del segretario su una candidatura al Quirinale che non guardi solo a sinistra. «Io – spiega ai suoi Bersani – rimango in campo e non mi ritiro.
La linea resta quella del governo di cambiamento: non si possono fare le larghe intese solo perchè i saggi dicono che c’è l’accordo su due, tre punti».
Del resto, continuano a ripetere i bersaniani del giro stretto, il presidente della Repubblica non ha dato l’incarico a nessun altro, quindi… Quindi, avanti ancora sulla linea di sempre.
Ne è convinto uno come Matteo Orfini, secondo il quale «la soluzione proposta da Bersani è la più forte anche perchè non ci sono nomi nuovi per la premiership».
E quindi, per dirla con Alessandra Moretti: «Noi vogliamo un governo di cambiamento e Bersani deve esserne a capo».

Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera“)

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LA STRADA COSTRUITA VENTI ANNI DOPO CHE ORMAI NON SERVE PIU’

Aprile 2nd, 2013 Riccardo Fucile

CHIESTA DAL DISTRETTO DELLA SEDIA CHE E’ IN CRISI… NEL 2000 LE IMPRESE ATTIVE ERANO 1000, ORA SONO 720

Tempi della società , tempi della politica: nulla dimostra le lentezze del Palazzo quanto il paradosso di una bretella stradale in Friuli.
Decisero di farla per il boom del «triangolo della sedia», ora che finalmente la fanno è tardi: il distretto è in crisi nera.
E i costi sono diventati stratosferici.
Ripartiamo dall’inizio, dalla metà  degli anni Novanta.
In un pugno di paesi tra Manzano, San Giovanni al Natisone e Corno di Rosazzo vengono prodotte quattro su cinque delle sedie italiane e una su tre di quelle europee. La provincia di Udine, la più colpita dalla grande emigrazione e reduce dal terremoto del 1976, si scopre di colpo ricca.
Gli operai più bravi vengono strappati ai concorrenti per tre milioni di lire al mese.
Il settore è in perenne, frenetica, spasmodica corsa verso nuovi record: più efficienza, più produttività , più velocità …
È in questo contesto che si levano le prime lamentele sul traffico crescente della «Palmarina», la provinciale che da Manzano porta al casello di Palmanova.
Sempre la stessa accusa: «Investiamo montagne di soldi su macchinari per guadagnare secondi preziosi su ogni componente di una sedia e appena i camion escono dal cancello s’impantanano negli ingorghi per raggiungere l’A4!».
Anni di proteste, richieste, confronti, dibattiti… Finchè nel 2004, quando già  molti hanno delocalizzato e s’avverte la concorrenza di altri Paesi, la giunta regionale di centrosinistra guidata da Riccardo Illy insediata da pochi mesi vara il progetto per una nuova bretella che colleghi Manzano all’agognata A4.
Costo: una quarantina di milioni di euro.
Da allora, però, è passato quasi un decennio.
E solo da poche settimane (erano in arrivo le «Politiche») è stato approvato il progetto definitivo e successivamente (sono in arrivo le «Regionali») è stata avviata la gara d’appalto.
Con il risultato che, se proprio tutto andrà  liscio (per accelerare l’assessore alle Infrastrutture Riccardo Riccardi è oggi commissario), i cantieri potrebbero partire in autunno o l’anno prossimo.
Vent’anni dopo il boom.
Ma quella bretella ha ancora un senso?
Lo ha chiesto in una lettera dove invocava un incontro col presidente regionale Renzo Tondo (nessuna risposta), il sindaco di Palmanova Francesco Martines.
Il quale ricorda che «nell’ultimo decennio (…) le imprese attive che nel 2000 erano 1.011, nel 2011 si sono ridotte a 720 (fra queste 74 sono in procedure concorsuali e 84 in scioglimento e liquidazione), con un accentuato fenomeno di delocalizzazione per le grandi aziende e una percentuale molto alta di cessazione di attività  fra le aziende artigiane (riduzione del 45%) e quelle di piccola dimensione (riduzione del 26,1%)». Col risultato che, parallelamente al crollo della produzione, dell’export e dell’occupazione fra i 40 e 50% anche «i flussi veicolari, soprattutto di quelli di mezzi pesanti, hanno subito una drastica riduzione».
Un quadro fosco.
Confermato dai dati della Camera di Commercio e da un reportage del Sole24Ore che un mese fa, sotto il titolo «La crisi azzoppa la sedia di Manzano», scriveva che il distretto «negli ultimi sette anni ha visto volatilizzarsi almeno 6 mila posti di lavoro». Meno lavoro, meno produzione, meno camion.
Dice uno studio fatto fare da Martines che sulla «Palmarina» verso Palmanova tra le 11 e mezzogiorno le «punte di traffico» si attestano sui 148 veicoli totali (dei quali 129 leggeri) e che nell’ora peggiore, tra le 17 e le 18, si contano 348 veicoli dei quali solo 20 (venti) pesanti. Uno ogni tre minuti.
Vale davvero la pena, in questa situazione così cambiata rispetto al passato, chiede la giunta di Palmanova, di insistere sulla nuova bretella che sarebbe di 3 chilometri più corta (13 contro 16) rispetto alla strada attuale?
Con due carreggiate più ampie di 25 centimetri (venticinque!) in confronto a quelle di oggi larghe tre metri e mezzo?
Con 10 rotatorie e un nuovo ponte da costruire? Non bastasse, i costi inizialmente previsti sono raddoppiati. L’ultimo calcolo è di 89.734.717 euro: sette milioni a chilometro.
Da brividi.
«Non sarà  questa nuova viabilità  a risolvere i problemi del “triangolo della sedia”», sostiene il sindaco di Palmanova. E dunque è sbagliato oggi con «risorse sempre più scarse» buttar soldi in un’opera che servirebbe solo ad «annientare, in maniera ingiustificata, una grande porzione del territorio agricolo rimasto ancora intatto». Anche il suo collega di Moimacco, Manolo Sicco, è perplesso.
Dice che «è un investimento tardivo» e che «vent’anni fa l’opera aveva un senso» ma «oggi sono soldi sprecati».
Lo stesso primo cittadino di Trivignano, Roberto Fedele, favorevole all’opera, ha riconosciuto sul Messaggero Veneto che «è scontato dire che l’opera è tardiva» ma secondo lui «non fare nulla non crea ricchezza».
Quello di San Giovanni al Natisone, Franco Costantini, concorda: «A chi dice che l’opera non serve più rispondo: proprio nei momenti di crisi si investe in infrastrutture e si cerca di stimolare anche insediamenti alternativi». Traduzione: parte per parte della nuova arteria potrebbero sorgere, vedi mai, nuovi insediamenti industriali.
Sarebbe un peccato se questa spaccatura fra sindaci fosse liquidata come una bega locale.
Perchè c’è dentro tutto: i ritardi pazzeschi della politica, il peso mostruoso della burocrazia, l’ineluttabilità  di progetti che a un certo punto vanno avanti per inerzia anche se sono vecchi, l’idea che lo sviluppo si inneschi solo col cemento…
Per capirci: con un quinto dei soldi previsti per la bretella (ammesso che bastino…) potrebbe essere completamente restaurata la stupenda cittadella militare di Palmanova le cui mura devastate da decenni di degrado solo recentemente hanno conosciuto i primi interventi solo grazie alla Protezione civile e a migliaia di volontari. Se è vero che l’area è di enorme interesse culturale, turistico ed enogastronomico e che secondo lo stesso Sole24Ore perfino «progetti come il ponte sullo Stretto presentano moltiplicatori di reddito inferiori a quelli evidenziati dai progetti culturali: due volte contro 4-5 volte» vale o no la pena di rifletterci?
E in ogni caso si torna alla domanda posta da Alberto Alesina e Francesco Giavazzi: le «infrastrutture» da rifare con più urgenza sono le autostrade o i processi burocratici? A che serve che i camion guadagnino cinque minuti su una bretella nuova e costosissima se le aziende perdono mesi in scartoffie?

Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera“)

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ROMA SALUTA IL “MAESTRO” CALIFANO, LA VOCE DELLE BORGATE: FUNERALI CON QUARTETTO D’ARCHI

Aprile 2nd, 2013 Riccardo Fucile

RENATO ZERO: “LASCIA UN GRANDE VUOTO”…lL CAMPIDOGLIO ANNUNCIA: CONCERTO OMAGGIO IL 21 APRILE

Dopo la folla in coda alla camera ardente in Campidoglio centinaia di amici e fan si sono radunati oggi in piazza del Popolo per l’ultimo saluto a Franco Califano.
Durante la cerimonia delle esequie, iniziata alle 11, il suo quartetto d’archi – che lo aveva accompagnato anche al Teatro Sistina – ha intonato il «Cantico delle Creature» e il suono ha riempito il sagrato.
In programma anche alcuni classici del «Califfo» e un pezzo del brano «L’ultimo amico va via», da lui scritto nel 1972.
«Cerchiamo di fare nostro il messaggio di Francesco», ha detto nell’omelia il parroco. «Francesco – ha continuato – ha cercato di non essere inutile su questa terra. Ha cercato, quando si è sentito solo, di andare avanti a sperare in qualcosa di diverso e migliore. A sperare che qualcuno lo notasse per la sua bontà , amore e carità ».
In tanti hanno seguito la funzione dalla piazza, sotto una pioggia battante, ascoltando le parole del sacerdote dagli altoparlanti.
«TUTTO IL RESTO E’ NOIA»
Seduto in seconda fila nella Chiesa degli Artisti, tra i tanti volti noti, anche Renato Zero: «Califano lascia un grande vuoto per la romanità ».
Poco più in là , il sindaco di Roma Alemanno, Amedeo Minghi, Lando Fiorini, Dario Salvatori, Renata Polverini e la figlia di Califano, Silvia.
Intanto, fuori nella piazza, sotto la pioggia, tanti fan che attendevano il feretro intonavano «Tutto il resto è noia».
E uno striscione ribadiva il concetto: «Ora senza di te tutto il resto è noia. Grazie Franco».
Gli ammiratori del Califfo – una folla di simpatizzanti romani e non- avevano iniziato a riempire la piazza fin dalle 9 di martedì radunandosi di fronte alla Chiesa degli Artisti nella speranza di partecipare ai funerali.
Ma la chiesa è troppo piccola e centinaia di persone sono rimaste fuori in fila
POETA MALEDETTO
L’arrivo del feretro poco prima delle 11 è stato accolto con un lungo applauso.
Sulla bara era posata una maglia dell’Inter con su scritto Franco Califano.
«All’inizio era un poeta maledetto – ha ricordato Gianni Alemanno in margine alla cerimonia – ci sono state tante polemiche per i suoi comportamenti spesso fuori le righe. Però questo suo anticonformismo è diventato un segnale di autenticità  che riguarda un po’ tutti i romani che si sentono un po’ Califano, perchè dietro questa voglia di trasgredire c’è tanta umanità  senza retorica».
L’IMITATORE
Lunedì, per tutto il giorno, in tanti avevano reso omaggio alla salma del cantante scomparso sabato sera nella Capitale.
Una inarrestabile fila di persone comuni, molte visibilmente commosse, che hanno lasciato vicino alla bara un fiore, un biglietto di un concerto, una strofa di una canzone.
In fila anche tanti vip.
Tra i primi ad arrivare Fiorello, il suo più grande imitatore. «Insieme abbiamo ritrovato la grinta. Quando io ho iniziato ad imitarlo eravamo entrambi in crisi e poi abbiamo superato questo momento».
«SE L’E’ GODUTA»
Che dire di Califano? «È sicuramente uno che la vita se l’è goduta», Fiorello ha poi aggiunto: «sono venuto qui per vedere la gente che c’è, ed è tanta, nonostante sia la Pasquetta. E noi tutti sappiamo come Califano non amasse i giorni di festa».
VESTITA COME SEMPRE
La salma del cantautore era stata vestita proprio come un giorno qualsiasi: braccialetti, collana e camicia aperta sul petto.
Visto l’afflusso, lunedì l’apertura della camera ardente è stata prorogata fino alle 20 per permettere alle persone in fila di salutare il cantante.
Dopo i funerali, la salma del cantautore sarà  sepolta ad Ardea, cittadina sul Litorale, nei cui pressi Califano viveva da tempo.
CONCERTO IL 21 APRILE
Tra i primi ad arrivare alla camera ardente – oltre a Fiorello -, il pianista Enrico Giaretta, amico e collaboratore, gli attori Massimo Ghini e Maurizio Mattioli, il cantante Edoardo Vianello.
«Ricorderemo nella maniera migliore il maestro Califano – ha detto l’assessore alla Cultura Dino Gasperini – Sarebbe bello organizzare un concerto da dedicargli. Ci piacerebbe ricordarlo già  il 21 aprile, nel giorno del Natale di Roma».
LA FIGLIA
Califano non ha mai conosciuto sua nipote, Francesca, che oggi ha 14 anni.
A dirlo è Silvia Califano, la figlia del cantautore, ex ballerina classica e ora titolare di una scuola di danza.
«Non mi sono resa conto di quanta gente amasse mio papà  – dice Silvia – forse più di me, ci siamo voluti bene però ci siamo persi un pezzo di vita insieme. Io sono figlia, ma anche madre di Francesca e penso che mio padre non era tagliato per fare il padre».
Silvia Califano racconta «di non aver mai vissuto» insieme al padre Franco.
«Ci siamo frequentati per un periodo – aggiunge – ma il fatto di non vivere a Roma bensì a Trieste non ci ha aiutato. Ho perso un po’ di lui, papà  era quello che era, era un artista, un grande poeta, ma non era proprio capace di fare il padre».
MORANDI: UNA PASQUA TRISTE
Nel commemorare la scomparsa di Enzo Jannacci prima e del Califfo poi, Gianni Morandi aveva ricordato Califano sulla sua pagina Facebook: «Ha scritto ed interpretato bellissime canzoni che non svaniranno nel tempo, brani come Minuetto, Tutto il resto è noia, La musica è finita, Una ragione di più». E poi aveva aggiunto: « Questa è una Pasqua triste per la musica».
VOCE DELLE BORGATE
«Credo che tutta Roma sia commossa per la scomparsa di un grandissimo artista come Franco Califano, profondamente radicato nella nostra città , nella storia e nella produzione artistica di tutti quei diversi modi di essere e soprattutto di quelle borgate che spesso hanno bisogno di una loro espressione» ha detto il sindaco Gianni Alemanno.
E ha poi aggiunto: «Troveremo una strada da intitolare a Califano alla Garbatella, quartiere molto amato dal cantante».

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