Aprile 2nd, 2013 Riccardo Fucile
LA BASILICA DI SANT’AMBROGIO GREMITA DI FOLLA PER L’ADDIO AL GRANDE CANTAUTORE
«”Si potrebbe andare tutti al tuo funerale”, cantavi tanti anni fa, ebbene ora ci siamo al tuo funerale, e siamo in tanti, e siamo tutti». Basilica e chiostro di Sant’Ambrogio gremiti, martedì pomeriggio, per i funerali di Enzo Jannacci, scomparso venerdì scorso all’età di 77 anni.
Un lungo applauso ha accolto l’arrivo della salma sul sagrato.
Ad accompagnare il feretro la moglie Giuliana Orefice e il figlio Paolo, musicista come il padre.
Ha celebrato le esequie don Roberto Davanzo, direttore della Caritas ambrosiana. Presenti, tra gli altri, il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni, il sindaco di Milano Giuliano Pisapia, il presidente del Consiglio Regionale Raffaele Cattaneo, l’assessore alla Cultura e vicepresidente della Provincia Novo Umberto Maerna. Renzo Arbore, Ombretta Colli, Mara Maionchi, Franca Rame e Dario Fo, Fabio Fazio, Shel Shapiro, Enrico Beruschi, Morgan.
Presenti i gonfaloni di Regione, Provincia e Comune, oltre a quello del Milan, squadra di cui Jannacci era tifoso.
L’OMELIA
«”Si potrebbe andare tutti al tuo funerale”, cantavi tanti anni fa, ebbene ora ci siamo al tuo funerale, e siamo in tanti, e siamo tutti. E poi precisavi, “per vedere se la gente piange davvero”, ed ora te le possiamo garantire, perchè la gente ti vuole bene. Hai dato voce a quelli che la voce non ce l’hanno, gli anonimi, gli sconfitti della storia»». Don Roberto Davanzo ha iniziato la sua omelia con queste parole, citando i versi di una delle più celebri canzoni di Jannacci.
Davanzo ha sottolineato l’importanza, espressa anche nei versi di Jannacci, di «prendersi cura anche degli altri».
Da direttore della Caritas, don Davanzo ha poi ricordato che proprio dalla canzone di Jannacci «El purtava i scarp del tennis» è stato preso il titolo della rivista dell’associazione.
«Proprio questa canzone è diventata la’cifra di un prendersi a cuore i senzatetto», ha affermato, definendo alla fine dell’omelia Jannacci «il profeta, il poeta», del mondo degli emarginati.
CELENTANO
Adriano Celentano e la moglie Claudia Mori, arrivati un po’ in ritardo, non sono riusciti ad entrare nella basilica di Sant’Ambrogio, troppo piena.
«Bello, adesso sta bene», ha detto Celentano arrivando.
La coppia si è quindi soffermata fuori dalla basilica per alcuni minuti e poi si è allontanata: «Avrei preferito poter assistere alla cerimonia – ha spiegato il Molleggiato – ma c’era troppa gente ed è giusto così».
VECCHIONI
Fra i primi ad arrivare l’amico Roberto Vecchioni: «Nessuno è mai riuscito a dare la dimensione di Milano come ha fatto lui – è stato il suo commento -. Ricordare il suo genio è impossibile. Il genio è quello che cambia tutto, tu ti aspetti una cosa e lui ne fa un’altra, lui era uno così. Due o tre nella canzone italiana sono come Jannacci. Jannacci è l’unico che sia riuscito a dare la vera dimensione di Milano».
TEOCOLI, BOLDI, FINARDI
«Enzo era una persona che quando non c’era si faceva sentire ugualmente perchè quando era presente dava un senso diverso alla serata – ha raccontato Teo Teocoli, arrivato ai funerali con il collega Massimo Boldi -. È lui che mi ha fatto cambiare carriera, è lui che mi ha fatto diventare un artista. Era il vero collante tra di noi – ricorda il comico -, tant’è vero che i suoi primi pazienti siamo stati io, Massimo Boldi, Cochi e Renato».
«Jannacci rappresentava la Milano che non c’è più, aveva la tenerezza delle persone normali, magari sembrava un po’ burbero ma non lo era», ha detto Eugenio Finardi, arrivato tra i primi al funerale.
«In questi giorni – ha raccontato il cantautore – mi sono ritrovato a cantare le canzoni di Enzo a mia figlia di 13 anni che mi chiedeva chi fosse. Appena ho intonato Vengo anch’io lei ha capito di chi stessimo parlando. Questo significa passare alla storia».
AL FAMEDIO
Il suono della banda ha accompagnato l’uscita della bara di Enzo Jannacci dalla basilica, al termine dei funerali.
L’uscita del feretro, come l’ingresso, è stata accompagnata anche da un lungo applauso e da momenti di commozione.
La salma del cantautore riposerà al Famedio del Cimitero monumentale, dove sono seppelliti coloro che hanno reso grande Milano.
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Aprile 2nd, 2013 Riccardo Fucile
LA GRECISTA EVA CANTARELLA: “I NOSTRI RAPPRESENTANTI NON HANNO PIU’ PAROLE PERCHE’ NON HANNO PIU’ IDEE. SFOGLINO “L’ODISSEA”
Manca l’impegno, l’approfondimento, l’applicazione quotidiana. 
Manca lo studio, dilaga l’ignoranza.
“La politica non ha più parole perchè non possiede idee. Che nascono se si dispone al pensiero, allo studio sistematico, alla fatica. Secondo lei hanno mai letto Omero?”.
Eva Cantarella è una grecista di fama internazionale, i suoi libri, i suoi studi sul diritto romano e la Grecia antica sono noti in tutto il mondo, e si inquieta all’idea dei senza idee.
Professoressa, almeno cento sui mille del Parlamento avranno letto, altri cento avranno solo sfogliato il suo libro preferito.
“Non chiedo di leggere tutta l’Odissea, che pure è uno strepitoso libro sulla vita, sull’esistenza, un viaggio alla ricerca di se stessi mescolato alla potenza della fantasia. Almeno lo tenessero sul comodino e lo sfogliassero qualche volta. E lo alternassero con un volume fondamentale di John Rawls: La teoria della giustizia. Basterebbero solo alcuni passi per capire di più il mondo e persino il nostro tempo”.
Speriamo che almeno i saggi di Napolitano abbiano avuto questa fortuna in gioventù.
“E agli amici di Grillo, ai suoi deputati del Movimento 5 Stelle consiglio fermamente un libretto facile e agevole, ma decisivo per la loro formazione culturale. Discettano di democrazia diretta? Allora e prima di tutto leggano La Costituzione degli Ateniesi di Aristotele. Temo infatti che abbiano gravemente frainteso il senso di quel modo di vivere la vita e il diritto”.
Ah, il loro famigerato uno vale uno!
“Ecco, sì. Nella Grecia effettivamente ogni cittadino aveva diritto di andare nell’agorà per contribuire alla gestione della cosa pubblica. Ma aveva l’obbligo di sostenere attivamente la gestione, il governo. Pesava su quel cittadino l’etica della responsabilità , l’obbligo di dare risposte e l’assoluto dovere di farsi carico del proprio ufficio”.
È rimasta delusa dal loro comportamento?
“Ho idee dichiaratamente di sinistra, e non smetterei mai un secondo di pensare che i partiti sono insostituibili e vitali alla democrazia. E sono afflitta da questo nostro tempo, e afflitta dalle domande che continuamente mi rivolgono quando mi trovo all’estero: ‘Come è stato possibile, cosa vi è successo, perchè Berlusconi?’. Come se la domanda degli amici parigini e di New York non fosse la stessa, identica mia. Com’è possibile che ci siamo ridotti così, che siamo finiti in questo vicolo cieco. Mi viene da dire: colpa della nostra afasia, della mancanza di un briciolo di memoria, di un minimo di etica. Vent’anni sono passati e ora assisto all’esplosione del Movimento 5 Stelle. Non avevo idea che fosse così partecipato, e certo è stata sentita la voglia di buttare via questo mare di politicanti. Ho conosciuto stimatissime persone che mi hanno confessato di aver dato il voto al simbolo di Grillo. Non che non veda l’aspetto positivo: volti e modi di pensare finalmente connessi con la società civile. Ma mi aspettavo un minimo di preparazione in più, di adeguatezza in più rispetto alla crisi che ora è sfociata in uno stallo pericoloso. Perciò dico ai deputati: leggete Aristotele e poi parlate”.
Si fanno chiamare cittadini.
“Cittadini è una bella parola, ma non la voglio usare. Dico deputati e mi convinco che sia la parola adeguata. Essi parlano di democrazia diretta. Dunque hanno l’obbligo di conoscere almeno i fondamentali e di sapere, per esempio, che gli ateniesi partecipavano alla discussione pubblica con consapevolezza di causa”.
Ma sono giovani, alcuni di essi anche impreparati, tutto è cascato sulle loro spalle in modo così improvviso. Non è una esimente importante?
“L’impreparazione e l’ignoranza non è una esimente, mi spiace. Non basta dire sono casalinga per essere assolta. Sei casalinga e deputata e devi contribuire a trovare uno sbocco alla crisi. Contribuisci con la tua forza e le tue idee, ma non disertare per favore”.
Dovessimo andare indietro nel tempo, quali similitudini troverebbe e quale periodo indicherebbe?
“La fine della Repubblica romana. A Roma si combattevano fazioni intransigenti mentre il potere era eternamente instabile. Finì che arrivò Cesare. Grande personaggio che però spalancò le porte all’Impero. I miei occhi guardano e la memoria va sempre all’indietro. Continui flashback che mi fanno chiedere: ma questi governanti hanno memoria? Ma gli italiani hanno memoria? Ma come è stato possibile offrire ancora a Berlusconi tutti questi voti? Chiedo: ma ci vedete bene? Vedete anche voi quel che vedo io? Questa crisi non è solo economica, intreccia le basi morali della nostra società , è figlia di una caduta di massa dell’etica, di una volgarizzazione generalizzata. Infatti il turpiloquio è l’approccio consueto nella discussione pubblica e televisiva. Non desta scandalo, c’è ormai assuefazione. È solo una curva di acuti che si confrontano: uno dà sulla voce all’altro. Parlano e di cosa? Hanno sterminato la scuola, che è l’alfabeto della nostra società . Pensi solo alle poesie che si imparavano a memoria. Certo, non era il massimo. Ma hanno creato per generazioni un fondo comune di conoscenza. E ora cosa c’è?”.
Antonello Caporale
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Aprile 2nd, 2013 Riccardo Fucile
“MA SE SI FA QUELL’ACCORDO IL PD E’ MORTO”… “FACCIANO UN NOME PER APRIRE A GRILLO”
Professor Massimo Cacciari, il Pd deve appoggiare il lavoro dei saggi o rivendicare un proprio
ruolo?
«Cosa vuole che le dica, il Pd finora le ha sbagliate tutte. Non si possono dare consigli a vanvera. Francamente mi sono stancato di continuare a dare consigli che non vengono mai ascoltati e che mi hanno solo reso antipatico a questa classe dirigente».
Che cosa intende dire?
«Da una parte mi sembra che ormai sia chiaro a tutti che se il Pd avesse operato un maggior rinnovamento della propria classe dirigente non saremmo arrivati a questo punto. Dopo una sconfitta così tremenda come quella che ha subito il Pd alle ultime elezioni Bersani avrebbe dovuto farsi da parte. In questo modo la classe dirigente del suo partito avrebbe potuto andare alle consultazioni dal presidente Napolitano proponendo un altro nome».
L’errore dunque è stato di Bersani?
«Ormai il latte è versato, ma sono stati commessi anche troppi errori. Conosco Bersani e sono sicuro che la sua scelta è stata dettata dalla volontà di difendere la sua classe dirigente. Del resto, aveva portato la croce per tutta la campagna elettorale. Mi auguravo che Napolitano scegliesse una strada diversa, ma non l’ha fatto. E il Pd si trova incastrato ».
Perchè?
«La mossa del Capo dello Stato ha un chiaro senso nemmeno tanto recondito. Un governo che abbia l’appoggio sia del Pd che del Pdl. Le persone che sono state scelte non sono dei saggi, ma degli esponenti politici a tutti gli effetti. Di centrodestra e di centrosinistra».
Un esecutivo di scopo o delle larghe intese?
«Per il Pd, il governissimo sarebbe una trappola. Il partito si sfascerebbe. Ma certo se Bersani si fosse fatto da parte e avesse candidato una personalità come Stefano Rodotà magari il Movimento Cinque Stelle avrebbe reagito diversamente. Un’altra strada poteva essere quella di dare l’incarico a una personalità neutra. Il presidente della Corte Costituzionale».
Invece?
«In questo scenario, al momento, non vedo soluzioni possibili per il Pd. Credo che lo scopo di Napolitano sia quello di ottenere che i saggi consegnino al prossimo Capo dello Stato un possibile programma condiviso almeno da Pd e Pdl. Il Pd non può permettersi di appoggiare un governo Violante-Quagliariello. Se cadesse in questa trappola, il Pd sarebbe morto. E si capisce benissimo allora il perchè il Pdl sia disposto ad appoggiare qualsiasi candidato del Pd pur di andare al governo».
Il suo consiglio?
«Essere rigorosi sulla stesura del programma e sperare che Beppe Grillo si sganci dall’immobilismo nel quale si è cacciato sulla base di un programma innovativo».
Che cosa le fa pensare che Grillo potrebbe cambiare idea?
«Non voglio fare il profeta, ma ancora una volta voglio mandare un avviso a tutti. Guardate che se le cose non cambiano e si va subito alle elezioni le vince ancora una volta Silvio Berlusconi».
Ne è convinto?
«Ma Beppe Grillo è veramente convinto che potrebbe prendere di nuovo il venticinque per cento? Mi sembra che non esista un italiano che sia convinto che l’Italia possa essere governata da un esecutivo monocolore grillino. Quanto al centrosinistra, mi sembra chiaro che non si ripresenterebbe con Bersani. Il mio appello lo rivolgo proprio a Grillo. Se si rivota subito l’esito delle elezioni potrebbe essere come quello del secondo voto in Grecia. Se Grillo pensa di prendere ancora più voti, se lo sogna».
C’è un’alternativa?
«Che il lavoro dei saggi possa produrre un programma che possa essere appoggiato anche dai grillini. Allora il nuovo Capo dello Stato potrebbe aprire un nuovo scenario dando un nuovo incarico. Ma non voglio nemmeno pensare a cosa potrebbe succedere nelle prossime settimane senza un governo e nemmeno un Presidente della Repubblica. Che Dio ci salvi».
Andrea Montanari
(da “La Repubblica”)
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Aprile 2nd, 2013 Riccardo Fucile
“SE ME LO AVESSERO DETTO PRIMA NON MI SAREI CANDIDATO”
«Bisognava indicare dei nomi della società civile. Era necessario presentarsi da Giorgio Napolitano con un nome che presiedesse un governo in grado di mettere in pratica i 20 punti del nostro programma».
L’autocritica è del senatore triestino del Movimento Cinque Stelle Lorenzo Battista. Che intervistato da Linkiesta ha aggiunto: «Siamo venuti in Parlamento per tornare alle elezioni dopo sei mesi senza combinare nulla? Se è questa la nostra missione avrebbero dovuto dirmelo e non mi sarei impegnato».
Una posizione minoritaria nel M5S.
Ma non isolata: «Era la mia linea ma anche di altri».
In vista del Quirinale Battista la butta lì: «Gustavo Zagrebelsky mi sembra un difensore della nostra Carta costituzionale. È il candidato ideale ».
(da “La Repubblica”)
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Aprile 2nd, 2013 Riccardo Fucile
DA D’ALEMA A RENZI L’AREA DEI CONTRARI AL VOTO SUBITO
La resa dei conti è nei fatti, forse proprio per questo la direzione del Pd slitterà alla prossima
settimana.
Nessuno vuole un confronto pubblico in tempi brevi.
Del resto, la riunione non è mai stata convocata e a Largo del Nazareno si fa notare che il Partito democratico «è l’unica forza politica a cui si chiede di convocare in continuazione gli organismi dirigenti».
Non è il momento di confronti in diretta streaming, di fronte alla fine del settennato di Giorgio Napolitano e al voto per il suo successore.
Non lo vogliono nè Pierluigi Bersani nè il fronte del suo partito che è pronto a contestarne tutti i passaggi compiuti nel periodo che va dalla mezza vittoria del 25 febbraio al congelamento di Giorgio Napolitano.
Fronte che si allarga ogni giorno di più: l’ipotesi del governo del presidente rimane in piedi anche dopo l’elezione del nuovo capo dello Stato.
Ed è questa l’opzione che registra un’alleanza traversale tra Matteo Renzi, Dario Franceschini, Veltroni, D’Alema e il vicesegretario Enrico Letta nella versione di un esecutivo che abbia solo un obiettivo: cambiare la legge elettorale.
I bersaniani rimangono aggrappati al preincarico mai revocato del loro leader solo pro forma.
In realtà Bersani è pronto a svolgere il ruolo di regista per le tappe future (a cominciare dalla scelta del presidente della Repubblica) con le mani libere «del segretario del Pd», spiega uno dei suoi fedelissimi.
Quel ruolo non è in discussione. E non vuole metterlo in discussione il diretto interessato, con un passo indietro o di lato.
Soprattutto, in vista della partita per il Quirinale. Sarà lui stesso a guidare le trattative per il Colle, a dire l’ultima parola.
Ecco perchè la direzione può aspettare: le procedure per l’elezione del nuovo capo dello Stato cominciano il 15 aprile, non è ora di un dibattito interno.
Questa linea espone certo il segretario al vento dei sospetti, dei veleni e delle interviste. Di un
fuoco incrociato, cioè, sulla condotta tenuta fin qui. E se la direzione può essere posticipata, molti dei suoi critici organizzano la battaglia nei gruppi parlamentari.
Chiedendone la convocazione il prima possibile, per una discussione vera, a cuore aperto. I numeri dei gruppi parlamentari sono diversi da quelli della direzione e le mosse sulle presidenze delle Camere non favoriscono l’unità intorno a Bersani.
Quindi la “sospensione” decisa dal Colle e il voto sul presidente lasciano aperta la porta a un governo istituzionale. «I saggi preparano una soluzione anche per chi verrà dopo Napolitano», spiega un deputato Pd che considera indispensabile un’intesa con il centrodestra.
La pensa così anche Paolo Gentiloni, deputato renziano.
«È necessario difendere il lavoro portato avanti dal presidente della Repubblica e non renderlo complicato, visto che già è difficile. Male che vada sarà un lavoro istruttorio che utilizzerà il suo successore».
Il punto è non far precipitare la crisi verso le elezioni anticipate. «Abbiamo avuto un no da parte di Berlusconi e dal Movimento 5 Stelle e abbiamo giustamente detto no ad una coalizione politica Bersani-Berlusconi. In questa situazione il presidente della Repubblica non poteva fare altro, anche perchè il voto nell’immediato sarebbe una follia».
Gentiloni considera prematura dunque una discussione interna al Pd. «Lasciamo lavorare Napolitano », è la sua parola d’ordine.
Ma anche i sostenitori del governo del presidente temono il confronto, al pari degli altri.
Perchè la conta su «voto subito o no» può riservare delle sorprese.
I Giovani Turchi di Orlando, Fassina e Orfini sono contrari a qualsiasi intesa con il Pdl.
A costo di correre verso le urne.
«In quel caso – spiega Orfini – se Renzi crea le condizioni giuste, sarà lui il leader di tutti. Altrimenti, troveremo un’altra candidatura per le primarie».
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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Aprile 2nd, 2013 Riccardo Fucile
SCONCERTO DI NAPOLITANO PER GLI ATTACCHI DEL CENTRODESTRA
Una «manovra» del Colle. Per prendere tempo, trascinare tutto fino al 15 aprile, favorire l’intesa Pd-M5S per il nuovo inquilino del Quirinale.
Eccolo, il fantasma che ossessiona le ultime notti di Arcore: l’elezione tra due settimane di un presidente della Repubblica «ostile », figlio dell’abbraccio «mortale » tra Bersani e Grillo, una prospettiva che nel fortino Pdl porta dritto ai nomi di Gustavo Zagrebelsky o a Stefano Rodotà , se non a Romano Prodi.
Timori e spettri che per ora non trovano riscontro nei fatti, il leader dei 5Stelle continua a bombardare e basta.
Ma sono stati sufficienti nelle ultime 36 ore per convincere il Cavaliere a far saltare il tavolo delle commissioni alle quali il presidente della Repubblica Napolitano ha affidato il delicato compito di tessere la tela del dialogo tra le tre «minoranze» inconciliabili. Invece nei due giorni di festa parte il fuoco di fila Pdl che azzoppa la missione sul nascere.
Proprio tra lo sconcerto e lo stupore dello stesso capo dello Stato.
Non fosse altro perchè Berlusconi, attraverso Gianni Letta, era stato avvisato per tempo, sabato mattina, di tutti i passaggi dell’operazione.
Il nome di Gaetano Quagliariello non era stato concordato ma comunicato in anticipo sì, senza alcun veto dal fronte Pdl.
Dal Colle, assistono con sconcerto e stupore all’assalto del Pd ai “facilitatori”.
Scorrono indietro il film dell’ultima convulsa, drammatica notte di consultazioni al Quirinale. Berlusconi che chiede a Napolitano di restare: il capo dello Stato aveva messo sul tavolo le dimissioni, per accelerare i tempi della sua successione e forse anche elezioni anticipate. L’assenso nella notte di Gianni Letta al nome di Quagliarello. Poi, il brusco cambio di rotta.
La lettura? «Hanno vinto i falchi sulle colombe, la linea è stata rovesciata, attaccano i saggi ma in realtà la partita è sempre sul dopo-Napolitano».
Per trovare la chiave di quel che si è scatenato nel centrodestra, dunque, bisogna tornare al tormentatissimo giro di colloqui di venerdì scorso.
Napolitano non ha scelte, e tutti i suoi interlocutori lo sanno.
La minaccia di dimissioni rientra.
Sente Mario Draghi, sente anche il governatore Visco, lo sconsigliano caldamente, «ci sarebbero contraccolpi molti pesanti sui mercati».
E fa anche un altro calcolo: dimettendosi martedì 2 aprile, come pure aveva ipotizzato, secondo la Costituzione le elezioni per il successore cominciano 15 giorni dopo, Nessuna accelerazione, in pratica, rispetto all’iter normale.
Lo spiega agli interlocutori al Colle: «Le mie dimissioni non risolvono. Come il governo istituzionale, non appoggiato nelle consultazioni. E non posso sciogliere le Camere.
Non resta che una sola strada: guadagnare tempo, rispetto ai mercati, per non continuare con questa immagine di stallo».
E’ il sentiero che poi percorre, con l’inedita scelta dei “facilitatori”.
Il senso e i limiti della missione dei “dieci” erano perciò chiari a tutti, anche al Pdl che oggi si “sorprende”: prendere un paio di settimane, arrivare fino all’avvio delle votazioni del nuovo capo dello Stato.
Sarà lui, salvo un miracolo, a prendere in mano le redini della crisi di governo.
E invece eccolo, adesso, il Cavaliere sempre più di lotta, sempre più proiettato verso il voto in estate, consapevole tuttavia che lo spiraglio di giugno si è quasi irrimediabilmente chiuso.
Ai suoi che lo chiamano per gli auguri pasquali confessa tutto lo scetticismo dopo l’iniziale, apparente apertura. «Quando in Italia non si sa cosa fare, si fa un tavolo, che puntualmente non approda a nulla», è la prima delle sue considerazioni.
Perdita di tempo, tentativo «inutile», sono le usate per stroncare sul nascere la mission dei dieci. Alla quale Berlusconi impone già la dead line della fine della prossima settimana: dieci giorni di tempo, non di più.
Poi, «o il Pd accetta il governo di larghe intese e un presidente della Repubblica condiviso o si va al voto in estate»: resta quella la sua bussola.
Anche dopo che il Quirinale ha precisato, ridimensionato, la posizione di Berlusconi, raccontano, non sia cambiata: «Non ho alcuna fiducia che questa cosa serva a qualcosa, anzi, grossi dubbi. Probabilmente Napolitano lo ha fatto per paura che fallisse il tentativo di dar vita a un governo del presidente, per tutelarsi. Ma per noi non va bene».
Non basta. «Accetteremo di discutere la legge elettorale solo in un contesto più ampio di riforma costituzionale».
Condizioni quasi irrealizzabili in dieci giorni.
Stamattina si insediano i saggi ma per Berlusconi è già una partenza a vuoto.
E se non li stronca sul nascere, ritirando magari Quagliariello – come pure gli avevano chiesto con insistenza i “falchi” Brunetta, Verdini e Santanchè – sarà solo per cercare di capire se il Pd nel frattempo si spacca e apre alle larghe intese.
È l’unico motivo per il quale un Cavaliere sempre più distratto dalle sue carte giudiziarie concede qualche giorno di respiro e dunque credito alle colombe di casa, Gianni Letta, tessitore col Quirinale, Alfano, Schifani, Lupi.
Oggi riunione del gruppo alla Camera per discutere il da farsi.
Ma Berlusconi non ha alcuna voglia di «perdere tempo », ci sono le sentenze in arrivo.
Carmelo Lopapa e Umberto Rosso
(da “La Repubblica“)
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Aprile 1st, 2013 Riccardo Fucile
LE COMMISSIONI NOMINATE DAL COLLE: NEI TEMPI PASSATI EVOCATA PR LE QUESTIONI PIU’ DIVERSE
Non sono mancati neppure i «saggi tra i saggi». In pratica «saggi al cubo». «Saggissimi». Scelti per
mediare tra i «saggi» della Bicamerale dalemiana ormai incapaci di mediare.
Ma è tutta la storia italiana, spesso stremata da conflittualità dissennate, a traboccare di «saggi».
Prima che Napolitano, nel tentativo di uscire dalle sabbie mobili, scegliesse Valerio Onida, Mario Mauro, Gaetano Quagliariello e Luciano Violante e con loro altri portatori di saggezza pressochè ignoti agli italiani quali il leghista Giancarlo Giorgetti e il pd Filippo Bubbico, non c’è stata occasione di scontro nè passaggio storico più o meno importante, che non abbia visto la proposta di ricorrere a un gruppetto di «saggi».
Tre, di solito. E maschi come tutti quelli scelti ieri. A meno che non si tratti di una truppa.
Come quando l’Ulivo nel novembre 2006, in coerenza con il governo Prodi che con 102 ministri, viceministri e sottosegretari era il governo più «obeso» di tutti i tempi, diede mandato di scrivere il nuovo Manifesto del Pd alla bellezza di 13 saggi: tredici!
Scelta che spinse tutti i devoti della scaramanzia a prefigurare per il nuovo partito fulgidi destini…
Da quando Concetto Marchesi fu saggiamente incaricato dall’Assemblea costituente di una revisione letteraria della Costituzione perchè fosse anche «in bello stile», è stato un tormentone interminabile.
A tre «saggi» furono affidate inizialmente (prima del varo della commissione d’inchiesta) le risposte sui fini oscuri della P2.
A cinque «saggi» giornalisti stranieri (che lasciarono subito perdere: «troppe polemiche») fu chiesto di verificare la correttezza della Rai durante la campagna elettorale del 1994. E via così.
A quattro «saggi» guidati da Fedele Confalonieri fu delegato dalla Federazione Radio Televisioni in quella stessa primavera lo studio «per la revisione legislativa e la razionalizzazione del sistema radiotelevisivo».
A un po’ di «saggi del socialismo europeo» Gianni De Michelis propose di dare un giudizio sulla leadership del Psi travolta da Tangentopoli.
A un comitato di «saggi» Francesco Cossiga voleva affidare l’inchiesta sul «dossier Mitrokhin» sulle liste di presunte spie italiane al servizio del KGB.
Ad altri «saggi» pensò Giuseppe Tatarella per «elaborare le regole del gioco della Seconda Repubblica».
E come dimenticare la strepitosa idea di Giulio Andreotti nel pieno della crisi della Dc?
Per salvare il partito suggerì di affidarsi a un gruppo di «saggi» che per sottrarsi al sospetto di mirare a cariche interne future avrebbero dovuto «assumere l’impegno assoluto di non accettare più incarichi per tutta la vita».
Insomma, sentenziò dall’alto della sua collezione di poltrone, era necessaria una «castità delle poltrone». Risposta: marameo!
Non parliamo delle polemiche.
Non c’è stata proposta di ricorso ai «saggi», specialmente sui temi più sensibili, che non sia stata accolta da fuochi di sbarramento.
Si pensi alla scelta di Berlusconi nel 1994 di affidare a tre «saggi» (Antonio La Pergola, Giorgio Crisci e Agostino Gambino) l’individuazione di come superare il conflitto di interessi.
«E’ solo fumo negli occhi: una commissione nominata dallo stesso controllante che dovrebbe essere controllato», sbottò Mario Segni.
«Non sono garanti, sono consulenti», accusò il costituzionalista Paolo Barile.
E Giuliano Amato rise sostenendo che il Cavaliere «cercava l’imparzialità con lo stile esorbitante degli imperatori cinesi».
Sul fronte opposto restano indimenticabili le risposte all’idea di Massimo D’Alema nell’estate del 1998 di affidare a cinque «saggi» (rifiutando la pretesa della destra d’una commissione d’inchiesta) la rilettura di Tangentopoli.
«Una battuta vacanziera pronunciata in un afoso weekend», ghignò Silvio Berlusconi.
«Perchè no? Poi potrebbero fare una seduta spiritica», ironizzò Pier Ferdinando Casini riferendosi alla famosa seduta prodiana durante il sequestro Moro.
«Una commissione di saggi?», malignò Marcello Pera, «Potrebbe presiederla Primo Greganti!»Sia chiaro, talvolta i «saggi» hanno dato davvero consigli saggi.
Capitò ad esempio quando Sabino Cassese, Luigi Arcidiacono e Alessandro Pizzorno, incaricati 17 anni fa dal presidente della Camera Luciano Violante di suggerire come combattere la corruzione, proposero di limitare le spese per la politica («Se la spesa è maggiore, maggiore la tendenza a ricorrere a metodi di corruzione per finanziarsi»), di «far conoscere agli elettori sia il nome dei finanziatori sia la destinazione della spesa», di fissare l’ineleggibilità dei condannati per corruzione e tante altre innovazioni che avrebbero cambiato faccia al sistema.
Il guaio è che il loro rapporto finì nel cestino.
Ma i ricordi più indelebili sono legati ai «saggi di Lorenzago».
Era l’estate del 2003 e per cambiare la Costituzione voluta dai De Gasperi e dai Nenni, dai Togliatti e dai Lazzati, dai Saragat e dagli Einaudi, la destra mandò in ritiro in una baita sulle montagne bellunesi la crema della crema dei suoi costituzionalisti: il notaio pescarese Andrea Pastore, l’avvocato messinese Domenico Nania, il dentista bergamasco Roberto Calderoli e il professor Francesco D’Onofrio che spiegava: «Sul federalismo sono tutti d’accordo con me, solo mia mamma Filomena è contro: sapete, ha una cultura da Trento e Trieste».
Il portavoce del solenne sinedrio benedetto da Umberto Bossi («Io gli ho dato uno schema, poi loro lavorano») e destinato a partorire la riforma poi bocciata nel referendum era il futuro ministro-lampo (17 giorni di mandato fino alle dimissioni pretese dal Quirinale per le grane giudiziarie) Aldo Brancher.
Che spiegò le competenze così: «L’esperto di presidenzialismo è Nania. Se lui è a far la pennichella state certi che non affrontiamo l’argomento».
La citazione della pennica non era casuale. I «saggi» infatti lavoravano vincendo l’abbiocco dopo pranzi e cene a base di cacciagione, fagioli, patate e vino rosso entrati nel mito.
Tutti uniti.
Tanto da spingere Brancher ad ammiccare: «Non lo nego, ci sono stati dei dissapori tra noi. D’Onofrio aveva serie perplessità sulla polenta che ho preparato per cena mercoledì: grigia, alla segale, l’ho fatta con una certa farina integrale che ci arriva da un mulino della Carnia».
La battuta più divertente fu di Francesco Cossiga: «Anch’io un tempo mi occupavo di diritto costituzionale ma di fronte al concentrato di cultura e saggezza che c’è a Lorenzago sarei presuntuoso a pronunziarmi».
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 1st, 2013 Riccardo Fucile
IN POCHI GIORNI SONO ARRIVATE SULL’ISOLA OLTRE 800 PERSONE… DUE VITTIME TRA I MIGRANTI
Se li sono visti morire a dieci minuti da Lampedusa, impietriti dal freddo, due ghiaccioli, stecchiti
dall’acqua gelida, confusi fra altri 88 migranti stremati su due motovedette della capitaneria di porto di Lampedusa.
Due ragazzoni di 25 anni ormai a un passo dalla realizzazione del sogno maturato con la traversata della speranza, sul solito natante in cui si rischia tutto pur di lasciare la costa nordafricana e afferrare una vita nuova.
Ultima drammatica posta di una Via Crucis intercettata a 90 miglia dall’isola, nel cuore del Mediterraneo, dove venerdì pomeriggio la nave Cassiopea della Marina militare aveva individuato l’ennesimo gommone in avaria, un canotto floscio, dieci metri di lunghezza, due di larghezza, troppo poco per quei novanta disperati con i vestiti inzuppati e i piedi a mollo dopo due giorni e due notti di terrore.
Alla fine di un’acrobatica e, in un primo tempo, fortunata operazione di salvataggio, alle 3 e mezzo di sabato l’attracco della prima motovedetta alla banchina Favarolo di Lampedusa.
Con i medici del Poliambulatorio guidati da Pietro Bartolo schierati per accoglierli, felici di aver strappato alla morte almeno 10 naufraghi anche loro in ipotermia, ma intristiti davanti a quei due corpi senza vita.
Un altro dramma per l’isola che in pochi giorni ha visto arrivare 800 migranti, 500 negli ultimi due, il Centro accoglienza già stipato perchè gli 800 posti di un tempo sono stati ridotti a 300, pochi per le 360 persone ospitate fino a ieri sera.
Numeri e lutti che si fanno beffa del decreto emesso dal ministero dell’Interno il primo marzo per dichiarare «la fine dell’emergenza» a Lampedusa.
Un astratto auspicio preceduto l’anno scorso dalla cancellazione della convenzione con il Cisom, il «Corpo internazionale di soccorso ordine di Malta» che assicurava la presenza di due medici e due infermieri a bordo delle motovedette di Guardia costiera, Finanza e carabinieri.
E bisognerà interrogarsi sulla dinamica di un salvataggio che lascia grande amarezza in tutti.
Anche nel comandante della Cassiopea che con la sua fiancata alta come una montagna giovedì s’è accostato a quel gommone con la prua affondata per evitare che le onde lo travolgessero.
Ore d’ansia finchè le due motovedette hanno provveduto al trasbordo tra onde alte tre metri. Un successo, alla fine.
Ma i 90 naufraghi, stipati all’aperto fra le attrezzature di bordo, sono rimasti con jeans e maglioni inzuppati per altre sette ore di navigazione prima di raggiungere Lampedusa.
Con schizzi d’acqua gelata che continuavano a schiaffeggiare corpi sfiancati e intirizziti. «I più deboli non ce l’hanno fatta, anche perchè a bordo non c’era un medico…», sussurra il dottor Bartolo dopo l’ispezione.
Con rabbia: «Non ne possiamo più di seppellire migranti». La stessa del sindaco Giusi Nicolini.
La stessa che rimbalza da Roma dove Mauro Casinghini, il direttore dell’Ordine di Malta, rimprovera il mancato rinnovo della convenzione: «È scaduta a dicembre 2011. Siamo rimasti gratis in servizio fino al marzo 2012 e da allora aspettiamo. Ovvio che ci si trovi spesso davanti a soluzioni sanitarie che non possono essere delegate al comandante di una unità navale. Occorre un medico che si imponga anche sulle scelte da fare. Come quella di soccorrere e rifocillare prima i migranti a bordo della nave intervenuta per poi riprendere la corsa verso Lampedusa».
Anche questa materia di analisi per la Procura di Agrigento che ha aperto un’inchiesta sul caso e sui trafficanti. Per omicidio.
Visto che si piazzano altre due croci al cimitero di Lampedusa.
Felice Cavallaro
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: Giustizia, governo, Immigrazione | Commenta »
Aprile 1st, 2013 Riccardo Fucile
URLA, OFFENDE POI ACCUSA IL SINDACO
Chi era quell’arrogante che inveiva contro il sindaco di Ferrara, urlando «Io rappresento i cittadini
dell’Europa»?
Chi era quell’omaccione che ripeteva «Non mi tocca nessuno»?
Si chiama Potito Salatto, e non è uno scherzo. Tra l’altro, la trasmissione del nome Potito (san Potito martire) è favorita da un concorso a premi riservato ai nuovi nati.
Mercoledì scorso, una ventina di poliziotti del Coisp hanno organizzato a Ferrara un presidio di solidarietà per i quattro colleghi condannati per la morte di Federico Aldrovandi, ucciso a calci e pugni.
Manifestavano sotto le finestre dell’ufficio del Comune dove lavora Patrizia Moretti, la madre di Federico. Il sindaco Tiziano Tagliani è sceso per chiedere al gruppetto di spostarsi più in là .
È a quel punto che è entrato in scena l’eurodeputato Potito Salatto, imprecando.
Il giorno dopo ha chiesto scusa alla signora Moretti ma ha scaricato sul sindaco «la responsabilità dell’increscioso incidente», come se la manifestazione fosse «pilotata sotto» (anagramma).
Potito Salatto è una vecchia volpe della politica, da quando è stato eletto nel 1976 consigliere comunale a Roma, in quota Dc, a fianco di Vittorio Sbardella, detto «lo squalo».
Nel 2009 è entrato all’Europarlamento nelle file del Pdl, per poi passare a Futuro e libertà .
Sul suo sito, si mostra felice accanto a Gianfranco Fini, Renata Polverini, Gianni Alemanno, è uno cui piace apparire («lotto ospitata», anagramma).
Per un certo periodo si è ritirato nell’isola di Paxos, in Grecia.
Ha poi lavorato, con una lista civica, per l’elezione a sindaco di Alemanno, ma è entrato in frizione con Antonio Tajani che gli ha urlato davanti ai giornalisti: «Lascia stare tu, lo sappiamo tutti che persona sei!».
A Strasburgo ha fatto un’interrogazione sulle caraffe filtranti e una relativa al «Maltrattamento di un bambino da parte di agenti di polizia» (il ragazzino di Padova strappato alla madre).
È contrario alle coppie gay: «San Giuseppe era con Maria, non era con Giovanni quando ha procreato nostro Signore», in barba al dogma della verginità .
Insomma, Potito Salatto è un degno rappresentante dell’Italia.
Così com’è, senza illusioni, senza streaming.
Aldo Grasso
(da “La Repubblica”)
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