Maggio 14th, 2013 Riccardo Fucile
“IL PD HA FATTO UN PASSO INDIETRO SUL PIANO DELLA DEMOCRAZIA INTERNA”
Sergio Cofferati, perchè il modo in cui è nata la segreteria Epifani le sembra un passo indietro?
«Nulla da obiettare sulla scelta di Guglielmo. Ma l’assemblea che l’ha eletto segna un arretramento molto preoccupante della vita democratica interna al Pd. Bersani fu eletto con un milione e 600 mila voti. Epifani con 450».
Bisognava fare in fretta.
«Come argomento non vale. Si sono fatte le primarie per i parlamentari nelle vacanze di Natale; figurarsi se non si poteva eleggere in altro modo il segretario».
Trova sbagliato distinguerlo dal candidato premier?
«No, questo è ragionevole, accade in molti Paesi europei. Quel che trovo privo di qualsiasi traccia di buonsenso è distinguere la legittimazione del segretario, eletto da un’area ristretta di persone, com’è stato per Guglielmo, mentre il candidato premier dovrebbe essere scelto con le primarie. Questa differenza è distruttiva, perchè mette le due figure su un piano diverso nel rapporto con il nostro popolo. Non c’è nessuna ragione per giustificarla, se non l’idea che il premier debba avere una legittimazione più forte del segretario del partito. Non va bene».
È la prima volta che la sinistra si affida all’ex leader della Cgil. Non era accaduto nè a Di Vittorio, nè a Lama, nè a Trentin, nè a lei. Come mai?
«Lama concorse alla segreteria del Pci in contrapposizione a Natta, ma non divenne segretario. Credo che storicamente fosse l’effetto di un’autonomia molto radicata del sindacato: la distinzione di ruoli passava dalla distinzione dei percorsi politici».
Ora l’autonomia è in pericolo?
«Lo diranno i fatti. È evidente che si crea un problema sul piano dell’immagine nei rapporti tra il nuovo segretario del Pd e i sindacati. Diciamo che il tema dell’autonomia diventa ancora più forte per ragioni oggettive, al di là delle intenzioni delle persone».
Epifani ha le caratteristiche adatte per guidare il partito?
«Il problema non sono le caratteristiche di Guglielmo e del lavoro difficilissimo che gli viene affidato. È il contesto che rischia di travolgere tutto. La situazione sta peggiorando di giorno in giorno. E siamo solo all’inizio».
Si riferisce al governo con il Pdl?
«Sì. Non si era mai visto nella storia della Repubblica il ministro degli Interni partecipare, con altri ministri, a una manifestazione di partito contro la magistratura, uno degli organi dello Stato. Avevamo visto cose bizzarre, tipo i ministri di Prodi manifestare contro le azioni del loro governo; ma quelle erano, come si diceva un tempo, “contraddizioni in seno al popolo”. Qui siamo a un grave vulnus istituzionale su un tema delicatissimo come la giustizia».
Al momento del patto con Berlusconi la sua sensibilità all’argomento era nota.
«Ma mi preoccupa la mancanza di risposta da parte del Pd. Ho sentito e letto solo commenti imbarazzati e imbarazzanti. Mi sarei aspettato una presa di posizione forte: la richiesta di dimissioni di Alfano, oppure di un vertice di maggioranza per affrontare la questione. È evidente la dipendenza del Pd dalla scansione degli argomenti che decide il Pdl».
Anche questo era prevedibile, non crede?
«Sì, ma in un arco di tempo brevissimo siamo già in una situazione inaudita, e per qualche verso pericolosa. C’è una situazione economica e finanziaria gravissima. L’allarme sulla crisi sociale l’ha lanciato Mario Draghi. E da noi si parla di Imu».
Lei difende l’Imu?
«È una brutta tassa, voluta da Berlusconi e applicata da Monti nel peggior modo possibile. Andrebbe rivista. Ma adesso la priorità assoluta è il lavoro. Purtroppo il Pd è in un governo sostanzialmente impossibilitato a prendere provvedimenti efficaci: sulla giustizia Berlusconi farà azioni durissime di condizionamento della magistratura; sul versante economico sta imponendo i suoi temi. E il Pd rischia di ripetere, su scala molto più grande, l’esperienza fatta con Monti, quando ha votato misure contro i più deboli, mentre il Pdl pur votandole contestava il governo».
Teme un ritorno alla violenza politica?
«No. Il disagio sociale di rado si è espresso con la violenza. È molto più diffuso l’abbandono della vita democratica. Chi non ce la fa più rinuncia alla socialità , si vergogna della povertà , si chiude in casa. Sento che il governo vuole peggiorare la già pessima riforma Fornero, aumentando la flessibilità in entrata. Servirà solo a togliere diritti ai più giovani. Ci vorrebbe invece un piano straordinario di investimenti pubblici».
Renzi come lo trova?
«Penso debba decidere in fretta se vuole candidarsi alla segreteria del Pd o no».
Ed Epifani al congresso si candiderà ?
«Non vedo come glielo si possa impedire. Più che decidere chi è il leader, è importante decidere cosa è il Pd. La commissione di Bruxelles sollecita i partiti nazionali ad arrivare alle Europee dichiarando la loro appartenenza alle grandi famiglie politiche. Nel partito socialista europeo c’è il vecchio Psi, ma non c’è il Pd. Vendola vuole entrare. Noi cosa aspettiamo?».
Aldo Cazzullo
(da “il Corriere della Sera“)
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Maggio 14th, 2013 Riccardo Fucile
LO RIVELA FRANCESCO CHIESA SOPRANI, EX AGENTE DI NOEMI LETIZIA A “LA ZANZARA” SU RADIO24…”MOLTE OLGETTINE SI SONO CONFIDATE CON ME, MI QUERELINO COSI’ IN TRIBUNALE PORTO LE PROVE”
“Alcuni avvocati collegati con lo studio di Ghedini mi offrirono 2500 euro al mese per
tacere. Dovevano essere versati con un bonifico ogni mese sul conto di una olgettina”. Lo rivela Francesco Chiesa Soprani, ex agente di Noemi Letizia, a “La Zanzara” su Radio 24.
“Quando un anno fa una tv australiana mi chiese un’intervista sulle cene di Arcore” — spiega — “mi sono rivolto a Emilio Fede che mi mise in contatto con lo studio di Ghedini. Ma siccome la mia intervista valeva di più, e non sapevo fino a quando mi avrebbero pagato, non ho accettato“.
Chiesa Soprani afferma che, quel giorno stesso, si recò in procura a Milano per essere ricevuto dal pm Antonio Sangermano, però non c’era.
Ma sottolinea: “Ho parlato con una segretaria, una signora sui 50 anni cui ho lasciato i miei dati dicendo che volevo essere richiamato. Ma non mi ha cercato nessuno“.
L’ex agente si dichiara sicuro sul fatto che volevano farlo tacere e aggiunge: “ Io ogni cosa che dico posso provarla. Aspetto solo Ghedini o Fede che dicano che non sono mai stato in quello studio a parlare di soldi, poi ci penserò io a tirare fuori qualcos’altro, qualcosa che farà scalpore“.
E rincara: “Con me Berlusconi non vince. Ha sbagliato e deve pagare, non governare l’Italia. E’ andato a letto” — continua — “con una ragazza minorenne e con altre ragazze che si prostituivano perchè le pagava. Ragazze che continua a pagare, non perchè penalizzate dallo scandalo, ma perchè non hanno mai lavorato. Questo devono sapere gli Italiani”.
Chiesa Soprani è pronto a tutto: “Adesso Berlusconi deve pagare le conseguenze. Sono una spina nel suo fianco e non mi compra nemmeno con un milione di euro”. L’ex agente di Noemi Letizia ribadisce il fatto di aver appreso da Ruby il fatto che avesse avuto rapporti sessuali con Berlusconi e spiega le famose “cene eleganti” di Arcore: “C’erano due tipi di cene: quelle istituzionali con venti ragazze e il Carlo Rossella di turno, quelle che ci hanno fatto vedere nello Speciale di Mediaset. E in quelle non succedeva nulla. Poi quelle con Lele Mora ed Emilio Fede e altre ragazze“. E spiega: “Si va sotto, ci si spoglia, ci sono i palpeggiamenti, c’è una stanza con un letto e le ragazze passano a turno, vengono palpate e si fa l’amore. Una stanza al buio” — prosegue — “perchè al signor X (Berlusconi, ndr) piace stare al buio e non vuole farsi vedere, dove tocca e si diverte“.
E precisa: “Tutte cose che mi hanno detto le olgettine che ora vengono pagate e smentiscono. Mi vogliono denunciare? Lo facciano, così in tribunale porto le prove. E non voglio soldi”
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 14th, 2013 Riccardo Fucile
LADRONI A CASA LORO: BORGHEZIO QUANDO SI PREOCCUPERA’ DEI DELINQUENTI PADAGNI?
Uno scontrino su tre era irregolare, alle casse pubbliche va restituito più d’un milione di euro.
È quanto scrive (e prescrive) la Corte dei conti, dopo aver analizzato i rendiconti presentati dai gruppi consiliari del Pirellone relativi allo scorso anno e alla scorsa legislatura.
Le munizioni per il fucile da caccia e il banchetto nuziale del figlio: tutto parte da lì, dallo scandalo «rimborsi facili» esploso in Regione a gennaio.
La maglia nera spetta ora alla Lega Nord: la metà dei rimborsi ottenuti dal gruppo del Carroccio nel 2012 è da considerarsi a tutti gli effetti illegittima, dice la magistratura contabile.
Nella classifica della Corte dei conti segue a rassicurante distanza il Pdl (297 mila euro «ingiustificati» a fronte però di un totale di 1 milione e duecentomila) e poi l’Udc con 48 mila euro su 176 mila. Il più virtuoso?
Il Gruppo Misto, (unico iscritto: Filippo Penati) che può vantare un rotondo zero alla voce «irregolarità ».
Irregolari – stabilisce le sentenza della Corte – sono invece da considerarsi tutte le spese relative alla ristorazione e alle missioni all’interno della Regione (per entrambe le voci esistono già specifici trattamenti economici), così come irregolari sono da classificare gli acquisti di materiale informatico e tecnologico sostenuti non dai gruppi ma dai singoli consiglieri.
Un milione di euro (e spiccioli).
Già , ma come restituirli? La sanzione prevista è l’interruzione (momentanea) dei contributi per l’anno in corso e l’ufficio di presidenza del Pirellone ha deciso di sospendere in via cautelare proprio l’erogazione dei contributi per il primo trimestre della nuova legislatura.
Duecentoventimila euro «congelati».
«Ma è un atto ricognitivo e non dispositivo», ricorda il presidente del Consiglio regionale lombardo Raffaele Cattaneo.
Perchè rimangono tante le incognite di natura giuridico-legale da risolvere.
«I gruppi oggi esistenti inoltre non corrispondono più a quelli della nona legislatura e quasi tutti i capigruppo sono cambiati», spiega lo stesso Cattaneo.
Tra le ipotesi in campo, quella di «stornare» dal finanziamento per l’anno in corso, per ogni singolo gruppo, le spese illegittimamente rimborsate l’anno scorso.
Facile immaginare le resistenze (ieri la riunione dell’ufficio di presidenza è stata assai nervosa), soprattutto dai gruppi che hanno in pancia i «debiti» più pesanti.
Andrea Senesi
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 14th, 2013 Riccardo Fucile
I CONFLITTI DI INTERESSE DEL PRESIDENTE REGIONALE PD DI LAURA FRATTURA
«Che cosa vi ha uniti?», le chiede www.primapaginamolise.it. 
E lei, risoluta: «Una fortissima sintonia di pensiero».
Senza sintonia con il governatore Paolo Di Laura Frattura, uomo che dovrebbe incarnare il rinnovamento dopo 12 anni di regno di Michele Iorio, l’ingegner Mariolga Mogavero non sarebbe certo arrivata fin qui.
Ovvero, nella stanza dei bottoni della piccola Regione Molise, capo di gabinetto e segretario generale della nuova giunta di centrosinistra.
Così da attirarsi le invidiose attenzioni di chi l’ha già acidamente battezzata «la governatrice».
Mariolga, però, è qualcosa di più. Tanto che per dipanare l’incredibile intreccio di interessi privati, relazioni politiche, parentele e coincidenze che si addensa intorno alla figura del governatore, non si può che cominciare da lei, sua factotum.
E da una società di consulenza, la Gap consulting di Campobasso, di cui l’ingegner Mogavero ha il 50%.
Non è una società qualunque: si è candidata a fare un impianto a biomasse, per cui ha presentato apposita richiesta alla Regione.
Ma nemmeno la titolare del restante 50% è una persona qualsiasi. Si tratta infatti della compagna del futuro governatore, Gilda Maria Antonelli.
Il 10 marzo del 2011 entrambe le signore escono di scena vendendo ai mariti.
La quota di Mariolga Mogavero finisce alla società (Civitas) del suo consorte Luca Di Domenico.
Quella di Gilda Maria Antonelli, invece, alla società (Proter) del suo compagno.
Il 30 gennaio 2012 la Gap regala quindi il progetto della centrale alla Civitas di Di Domenico.
In quel momento Di Laura Frattura è il capo dell’opposizione regionale: alle elezioni di novembre 2011 è stato sconfitto da Iorio, di cui a lungo era stato il braccio destro prima di passare al centrosinistra.
Intervistato dal giornalista Paolo De Chiara respinge ogni sospetto di conflitto d’interessi. «Con le biomasse non ho nulla a che fare. Quando l’iter autorizzativo è partito non avevo nessun impegno politico. Se faccio politica non posso fare l’imprenditore», taglia corto.
Passa un anno e diventa governatore, ventotto anni dopo suo padre Ferdinando, democristiano. Ma qui cominciano i problemi.
Perchè quando si hanno tanti interessi già è difficile guidare l’opposizione, figuriamoci la giunta.
Soprattutto in una città piccola, dove le voci, talvolta insieme alle maldicenze, si rincorrono. E tutti si conoscono.
Luca Di Domenico, per esempio, conosce di sicuro l’ex sindaco Giuseppe Di Fabio. Non fosse altro perchè sua sorella Marilina Di Domenico, candidata con Fratelli d’Italia alle ultime politiche, è stata assessore comunale.
Inoltre la società delle biomasse ha lo stesso indirizzo di una onlus, la Seconda ala, che fa capo all’ex primo cittadino.
Anni d’oro, per Campobasso, quelli di Di Fabio: anni in cui partiva il progetto delle Due torri, iniziativa edile milionaria della società Immobiliare le torri, controllata al 51% dall’attuale governatore. Iniziativa pensata per ospitare nientemeno che la nuova sede della Regione.
Anche qui fra mille coincidenze.
Il costruttore, nonchè socio di Di Laura Frattura alla partenza dell’operazione, è l’impresa Nidaco.
I proprietari? Cotugno Nicandro, figlio di Cotugno Vincenzo, attuale consigliere regionale, e Giuseppina Patriciello, moglie di Vincenzo Cotugno e sorella dell’europarlamentare Pdl Aldo Patriciello.
Vincenzo Cotugno, dettaglio, è in attesa di nomina ad assessore regionale: sarebbe il quinto, ma le norme dicono non più di quattro.
Si dovranno quindi cambiare legge e statuto.
Coincidenze e intrecci però non finiscono qua.
La società della centrale a biomasse del marito di Mariolga Mogavero, ricordate?
Il 15 aprile scorso se la compra quasi tutta (il 99,5 per cento delle azioni) la C&t spa, nonostante un ricorso pendente al Tar.
Si tratta di una società del settore energetico che controlla pure il 20% della Biocom. Che cos’è?
Un’altra ditta del settore biomasse il cui restante 80 per cento era in mano allo stesso Paolo Di Laura Frattura, e che ha avuto dalla Regione Molise un finanziamento di 300 mila euro per realizzare un impianto a Termoli.
Ma siccome il Comune non dà i permessi il contributo viene revocato, con immediato ricorso al Tar contro la Regione da parte del futuro governatore.
Il progetto si scioglie, la società va in liquidazione e il 7 marzo 2013, due settimane dopo il voto, Di Laura Frattura si libera di quell’ingombrante pacchetto dell’80%.
A comprarlo è il liquidatore Vittorio Del Cioppo, sfortunato candidato alle regionali per l’Idv.
Partito che ovviamente sostiene la giunta, come anche Sinistra ecologia e libertà . Unico consigliere vendoliano e capogruppo di se stesso, in un’assemblea regionale con 21 seggi e ben 14 gruppi dei quali addirittura nove composti da una sola persona, è Nico Ioffredi, cognato di Paolo Di Laura Frattura.
È il marito di sua sorella Giuliana Di Laura Frattura, capo di gabinetto del questore di Campobasso.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 14th, 2013 Riccardo Fucile
“GRILLO STIA ATTENTO, BASTANO VENTI DI NOI PER FARE UN’ALTRO GRUPPO”…”HA CAMBIATO LE REGOLE IN CORSA PER FARSI BELLO”
«Pezzi di merda noi? Con questo ragionamento potremmo dire che è un pezzo di merda Grillo che ci tratta così dopo tutti gli anni in cui abbiamo lavorato per il Movimento». Alessandro Furnari arriva presto in Transatlantico e cammina su e giù come fosse un animale in gabbia.
«E pensare che io ero considerato un talebano! Non ho mai avuto dubbi sulla linea, non sono mai sceso a compromessi ».
Ora, invece, è in quella lista nera che formalmente non c’è, ma che qualcuno ha già stilato.
Perchè le e mail di Roberta Lombardi e Vito Crimi domenica non sono arrivate a tutti. Erano lettere ad personam, con scritto «vedendo i risultati del sondaggio abbiamo ora bisogno di capire come agirai tu personalmente, ovvero se restituirai o meno l’eventuale eccedenza di diaria non rendicontata e quindi non spesa».
I vertici sono andati a controllare chi aveva risposto al sondaggio interno ai gruppi chiedendo la libertà di coscienza, e hanno chiesto a loro se dopo la minaccia di Grillo — hanno cambiato idea.
Erano 63, quelli che pensavano che la volontarietà della restituzione sarebbe stata l’idea migliore.
Solo una parte terrà duro fino in fondo, ma «se fossimo venti potremmo già dar vita a un gruppo autonomo, che è diverso dal finire nel misto. Avremmo la possibilità di fare le nostre battaglie. Ora però è presto per parlarne, i tempi non sono maturi».
Bisogna far capire che non è una questione di soldi, che il problema è il principio: «Bisogna partire dalla verità altrimenti il Movimento diventa un pallone gonfiato e vuoto dentro. Conta più Beppe Grillo o quello che, come da regolamento, decide l’assemblea?».
Non è solo Furnari, a protestare.
Vincenza Labriola — che ogni settimana lascia a casa due bimbe piccole e di questa storia non vorrebbe più sentir parlare — si sfoga: «Ognuno di noi avrebbe scelto in modo etico. Io posso decidere di fare beneficenza a un’associazione che conosco, che si occupa dei figli dei carcerati, o a un centro tumori, visto che ho avuto casi in famiglia, ma che senso ha decidere per tutti? Pubblicizzare la cosa? E invece eccoli qui, pronti a fare la lista perchè siamo in campagna elettorale e serve una gogna mediatica. Fino alle amministrative non cacceranno nessuno, poi si vedrà ».
Più di uno racconta che non gli importa nulla di essere rieletto: «Io ho chiuso, ho capito tutto e ho chiuso».
Una deputata dice chiaro: «Hanno cambiato le regole in corsa perchè c’è qualcuno che vuole farsi bello, che è già in campagna elettorale».
E un’altra: «Grillo l’altro giorno è venuto a dirci: “Dobbiamo soffrire”, ma non sa nulla di quello che facciamo qui, non sapeva neanche cosa fosse il Def. Dice che abbiamo perso il contatto con la realtà , quelloche vive fuori dalla realtà però è lui. Pensa che si possa stare sempre in campagna elettorale».
E ancora: «Il problema non sono i soldi, sono i modi. Le persone non possono diventare nemici solo perchè esprimono dissenso».
Sembra di sentire Giovanni Favia o Federica Salsi sei mesi fa, prima della loro espulsione.
E invece, sono i cinque stelle in Parlamento, e rischiano di condividerne il destino.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 14th, 2013 Riccardo Fucile
DECRETO DA 600 MILIONI, SALVA LA SIGARETTA ELETTRONICA
Una “manovrina” da 600 milioni a copertura del decreto che sblocca 40 miliardi in due
anni di crediti scaduti della Pubblica amministrazione verso le imprese.
Decreto approvato ieri in commissione Bilancio della Camera — con i voti anche di Sel e l’astensione di Lega e M5S — e che oggi approda in aula per la votazione finale, prima di passare al Senato (il decreto scade il 7 giugno).
La “manovrina” non mette nuove tasse, ma toglie di fatto risorse allo Stato centrale, ovvero ai ministeri, per riversarle agli enti locali.
Suscitando inevitabili polemiche.
Scongiurata l’estensione delle accise alle sigarette elettroniche per il veto del ministero della Salute che potrebbe considerarle prodotti paramedici soggetti solo ad Iva — così come l’aumento di quelle sull’alcool, governo e maggioranza sono andati a pescare anche nei fondi per l’editoria, negli aiuti destinati ai Paesi in via di sviluppo, nella quota dell’otto per mille allo Stato, nel fondo per ridurre la pressione fiscale.
Senza considerare che nei bacini ministeriali si tagliano, seppur per cifre modeste (qualche milione di euro), anche Protezione civile, edilizia abitativa, politiche sociali e per il lavoro, sostegno ad agricoltura e imprese.
Il grosso dei denari — 560 milioni per il 2014 e 570 per il 2015, necessari per coprire la spesa per interessi legata all’emissione di Btp da parte dello Stato — viene tuttavia dalla scure sulle spese dei dicasteri, per l’80% da Economia, Difesa e Infrastrutture.
Tenuto fuori il Miur (istruzione e università ), così come tutti i fondi destinati a ricerca e sviluppo: spese intoccabili, aveva giurato in tv il premier Letta, pena dimissioni.
Va detto che questi denari, almeno per il 2014, sono solo “accantonati” per prudenza, perchè lo Stato conta di coprire la cifra con l’Iva di ritorno dalle fatture pagate alle imprese. Dal 2015, però, saranno tagli veri.
La parte restante delle risorse minimale e cioè 17 milioni per il 2014 e 70 a partire dal 2015, per coprire il “patto di stabilità verticale” che redistribuisce 2 miliardi dalle Regioni a Comuni e Province — oltre che da alcuni fondi di ministeri (Economia, Lavoro ed Esteri) sarà attinta, come si diceva da: editoria (17,35 milioni dal 2015), aiuti ai Paesi poveri (12 milioni dal 2015), otto per mille (2 milioni nel 2014 e 19 dal 2015), fondo tagliatasse (10 e 5 milioni nei due anni). Anche se «il governo si è impegnato a ripristinare questi tagli fatti in emergenza sul 2015 già con la prossima legge di Stabilità » in autunno, ha precisato in serata Francesco Boccia, presidente pd della commissione Bilancio, secondo cui «il testo esce snello, non ci saranno decreti attuativi da fare».
Peraltro, alla fine del censimento (a metà settembre), «i crediti vantati dalle imprese saranno intorno ai 90 miliardi, se non di più».
Non a caso, spiega il relatore pd Marco Causi, nel decreto è stata inserita una norma che consentirà alla legge di Stabilità di proseguire il programma «con adeguate operazioni» finanziarie.
«Puntiamo al modello spagnolo: crediti certificati garantiti dallo Stato e acquistabili da banche e Cassa depositi e prestiti, per andare oltre il plafond dei 40 miliardi senza fare altro debito pubblico».
Nel decreto inserita anche la compensazione dei crediti con le cartelle di Equitalia emesse fino al 31 dicembre 2012.
Valentina Conte
(da “La Repubblica”)
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Maggio 14th, 2013 Riccardo Fucile
INIZIA IL PROCESSO ALL’EX SINDACO DI SESTO SAN GIOVANNI… I DS PARTE CIVILE CONTRO L’EX PD, D’ALEMA TESTE A DIFESA
Tribunale di Monza, ore 9,30.
Inizia il processo a Filippo Penati, l’ex esponente del Partito democratico accusato di concussione, corruzione e finanziamento illecito.
Sul tavolo le vicende urbanistiche legate alle aree di Sesto San Giovanni, le azioni della società Milano-Serravalle acquistate dalla Provincia a prezzi altissimi dal gruppo Gavio e i fondi elettorali incassati dalla fondazione Fare Metropoli.
L’udienza di ieri è durata un’ora, quindi è stata aggiornata al 22 maggio.
Ma tanto è bastato per squadernare sul tavolo due elementi decisivi e collegati tra loro.
Il primo: la richiesta dei Ds di costituirsi parte civile.
Penati, che ha lasciato il Pd nel 2011 quando i pm chiesero il suo arresto poi negato dal gip, certo non l’ha presa bene e ieri i suoi legali si sono opposti alla costituzione presentata dall’avvocato romano Gianluca Luongo.
La scelta dei Ds punta a ottenere un risarcimento al termine del dibattimento. E sembra poter influenzare le valutazioni della difesa sulla prescrizione, alla quale Penati fin dall’inizio dell’inchiesta aveva detto di voler rinunciare.
Ed ecco, allora, il secondo passaggio cruciale dell’udienza: Penati, che ieri non era in aula (presente invece il coimputato Antonino Princiotta, ex segretario di presidenza nella Provincia), si oppone alla prescrizione ma non vi rinuncia esplicitamente.
Il corto circuito giuridico riguarda reati di concussione per induzione (risalenti al 2000) che, stando alla nuova legge anticorruzione varata dal governo Monti, risultano prescritti.
Il giudice, però, ieri non ha dichiarato d’ufficio l’estinzione del reato, come vorrebbe l’articolo 129 del codice di procedura penale.
Dopodichè il pm Franca Macchia ha chiesto alla corte di riunificare il procedimento a quello sui cosiddetti complici (prima udienza, il 26 giugno) e ha chiesto che il reato di concussione venga prescritto.
A quel punto Matteo Calori, avvocato di Penati, ha ribattuto in punta di diritto.
Sintetizzando la domanda: la richiesta viene formulata sulla base dell’articolo 129 o sul 469 che, invece, dispone la prescrizione in fase pre-dibattimentale sentendo prima le due parti?
La strada, dice l’accusa, è quella dell’articolo 129.
Toccherà quindi al giudice sciogliere i dubbi. La scelta per confermare la prescrizione appare scontata. Se così sarà , la difesa di Penati ha già annunciato che ricorrerà in Cassazione contro la decisione del giudice di cancellare alcuni reati.
Insomma, ieri si è fatta melina: complice il comportamento conservativo della corte che, sostiene la procura, al posto di riservarsi e rinviare l’udienza avrebbe potuto chiedere alla difesa Penati se voleva rinunciare alla prescrizione.
Tanto più che il 4 marzo scorso il gup di Monza Giovanni Gerosa, rinviando a giudizio gli otto complici del “Sistema Sesto”, ha dichiarato estinto il reato di concussione.
O ancora meglio, ragionano i magistrati, Penati poteva andare in aula e dire di voler rinunciare alla prescrizione.
L’ex capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani però non c’era e il colpo di teatro non è andato in scena.
Penati ha fatto sapere “di volere essere presente durante il processo”.
L’obiettivo della difesa, del tutto legittimo, sembra essere quello di andare a dibattimento e solo in un secondo momento rinunciare alla prescrizione.
A pesare, in parte, la scelta dei Ds, i quali negano di aver ricevuto i soldi, che, stando ai pm, Penati avrebbe intascato da due imprenditori sestesi e attraverso una finta caparra immobiliare di 2 milioni di euro. Vicenda ingarbugliata, dunque.
Tanto più che quando il 26 giugno il processo entrerà nel vivo con la riunificazione, da un lato Penati si troverà contro i Ds come parte civile e avrà invece l’ex Ds Massimo D’Alema suo testimone della difesa.
L’ex premier è stato tirato in ballo dall’architetto Renato Sarno, collettore di finanziamenti per Fare Metropoli, il quale a verbale riporta parole ascoltate dallo stesso Penati sulle pressioni dell’ex premier perchè acquistasse a prezzi gonfiati le azioni della Milano-Serravalle dal gruppo Gavio, plusvalenza in parte utilizzata per supportare Unipol nella scalata (fallita) a Bnl.
Davide Milosa
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 14th, 2013 Riccardo Fucile
LETTA: “SUBITO NORMA ANTI-PORCELLUM”. MA IL PDL: LA RIFORMA ELETTORALE E’ L’ULTIMO PUNTO
Le cento curve della statale che Enrico Letta ha dovuto percorrere per tornare a Roma –
in compagnia dei ministri Quagliariello e Franceschini sul pulmino presidenziale – gli saranno sembrate un rettilineo a quattro corsie, in confronto al sentiero tortuoso e pieno di trappole che lo aspetta sulla rotta delle riforme costituzionali.
Un cammino che il presidente del Consiglio vuol fare in fretta – «in cento giorni, per superare il punto di non ritorno» ha avvertito prima di lasciare l’abbazia di Sarteano – ma che incontra subito un ostacolo assai più alto delle colline senesi nel secco no di Berlusconi a una riforma- lampo della legge elettorale.
Messo all’ultimo dei quattro punti da affrontare subito, quello delle riforme è stato il tema più spinoso – subito dopo la grana dei ministri che manifestano in piazza contro i magistrati – affrontato nello “spogliatoio” di questa abbazia medioevale.
E il lavorio che la materia ha richiesto è visibile dalla road map che Letta e Quagliariello hanno disegnato davanti ai giornalisti.
Un percorso – per cominciare – che prevede due tempi e un doppio binario. E che separa la grana della legge elettorale dal più ambizioso progetto di modificare la Costituzione.
Evitare assolutamente che gli italiani votino ancora una volta con il Porcellum era stata una delle priorità indicate dal premier nel suo discorso alle Camere.
Ne riparleremo dopo aver modificato la Costituzione, gli aveva risposto il ministro delle Riforme, Quagliariello, perchè la legge elettorale è legata alla forma di governo che sceglieremo: un conto è il Cancellierato alla tedesca, un altro il semipresidenzialismo francese.
Ieri i due hanno trovato un punto d’incontro, su quella che Letta ha battezzato «safety net», rete di salvataggio.
Poichè «dobbiamo sapere che con questa legge elettorale non si può andare a votare», ha detto Letta, il ministro farà «una verifica» tra i partiti per capire «come mettere subito in sicurezza la legge elettorale », ovvero con l’approvazione di «uno-due piccoli cambiamenti » che permettano di andare alle urne «nel caso succedesse l’imponderabile». Quagliariello, che ha parlato subito dopo, non ha fatto cenno a quella rete di salvataggio su cui dovrà sondare soprattutto il suo partito, il Pdl, ma proprio da lì è arrivato in tempo reale l’altolà dei due capigruppo, Brunetta e Schifani: di legge elettorale si parlerà alla fine della riforma, non prima.
E così la via della «safety net», che già era un sentiero strettissimo, sembra già diventata un vicolo cieco.
E’ invece una strada a due corsie, anzi «un doppio binario», che Letta prevede per la riforma della Costituzione (inevitabile per ridurre i parlamentari e abolire le Province, ma necessariaanche per arrivare al Senato delle Regioni o addirittura al semipresidenzialismo).
Il primo binario sarà quello parlamentare: il governo proporrà a Camera e Senato di nominare una Convenzione formata dai membri della commissioni Affari costituzionali di Montecitorio e Palazzo Madama e guidata dai loro presidenti, Anna Finocchiaro (Pd) e Francesco Paolo Sisto (Pdl).
Ma poichè per far questo occorre una legge costituzionale che richiede una doppia lettura a distanza di 90 giorni, nel frattempo Letta nominerà una Commissione di esperti, tutti non parlamentari, «che avrà cento giorni per elaborare opzioni e idee» da consegnare come «base di lavoro» alla Convenzione.
Ricapitolando, i primi passaggi saranno tre.
Primo: Letta nomina la Commissione di esperti (che includerà anchepersonalità rappresentative delle opposizioni).
Secondo: dopo un dibattito che dovrebbe tenersi entro una decina di giorni, il Parlamento modifica provvisoriamente l’articolo 138 della Costituzione e istituisce la Convenzione. Terzo: tra cento giorni la Convenzione si insedia e avvia il processo di revisione costituzionale, sulla base delle proposte elaborate dalla Commissione.
Un percorso che sembra un labirinto, a raccontarlo così.
Con qualche angolo misterioso: la Convenzione consegnerà al Parlamento un testo inemendabile, prendere o lasciare, o le Camere voteranno articolo per articolo, proposta per proposta?
E soprattutto: come, quando e con quali poteri i cittadini saranno chiamati a dire la loro, con «una consultazione pubblica che utilizzi la Rete», come ha promesso il ministro Quagliariello?
E’ anche sulle risposte a questi dilemmi che si giocherà il destino delle riforme: forse ancora prima dei cento giorni invocati da Letta.
Sebastiano Messina
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Maggio 14th, 2013 Riccardo Fucile
ERA PRONTO UN ATTACCO AI MAGISTRATI IN DIRETTA TV MEDIASET, POI BERLUSCONI HA RINUNCIATO, MA I FALCHI NEL PDL PREMONO
«Vogliono farmi fuori con l’interdizione, ma resterò alla guida del centrodestra anche se riuscissero a cacciarmi dal Parlamento, non è così che mi elimineranno ».
Silvio Berlusconi è un fiume in piena.
Il colpo, sebbene preannunciato, lo subisce, eccome, racconta chi lo ha sentito. E in tanti tempestano di telefonate la residenza di Arcore.
In serata, tutto è pronto per l’affondo di fine giornata, il più duro, una sorta di contro-requisitoria alla Boccassini.
Un attacco in diretta tv (anche se telefonico) dalle reti Mediaset, l’ennesimo, stavolta dal programma “Quinta Colonna” su Rete4.
Niccolò Ghedini è già al fianco di Silvio Berlusconi nello studio di Villa San Martino. Poi, neanche un’ora prima dall’inizio della puntata, alle 20,30, il forfait.
La decisione di soprassedere, rinunciare.
I suggerimenti dei ministri, del vicepremier Angelino Alfano, delle colombe Gianni Letta e Paolo Bonaiuti, tra gli altri, hanno la meglio.
Non poco hanno pesato i richiami ai recenti interventi del presidente Napolitano, che tutto può tollerare in questa fase meno che ulteriori destabilizzazioni del fragile equilibrio politico per i guai giudiziari di uno degli azionisti di maggioranza.
Così, il Cavaliere alla fine accetta di trattenere per sè la rabbia, l’amarezza, perfino i timori di queste ore.
Ma fino a quando?
«Attaccare la nemica in toga, ma tenere fuori il governo, nessun fallo di reazione» è stato ancora una volta il diktat diramato da Arcore al termine della requisitoria, dando il via a un centinaio di reazioni, in pratica quelle di tutti i deputati e senatori e europarlamentari Pdl.
Un coro contro Ilda Boccassini dai toni talvolta esasperati.
Da tutti, con l’eccezione dei quattro ministri, appunto, reduci dal ritiro in convento a Spineto.
Poco dopo le 18, il leader di partito affida a una nota di poche righe quello che sarà l’unico commento di giornata.
«Sono tutti teoremi, illazioni, forzature, falsità ispirate dal pregiudizio e dall’odio, al di là dell’immaginabile e del ridicolo, ma tutto è consentito sotto lo scudo di una toga. Povera Italia!»
Berlusconi non alza il tiro, ma ormai patisce giorno dopo giorno la sindrome dell’accerchiamento.
Ora che nel giro di poche settimane la condanna in appello sui diritti tv Mediaset, ha aperto la strada al rinvio a giudizio per la compravendita dei senatori e infine alla richiesta di condanna per il caso Ruby a 6 anni con l’interdizione (stavolta perpetua) ai pubblici uffici.
Il nodo sta tutto lì, proprio nella clausola che lo escluderebbe dalla vita politica attiva. Berlusconi a quello non si rassegna e lo ripete, in privato: «Non mi faranno fuori così. Grillo d’altronde dimostra che si può essere leader politici anche restando fuori dal Parlamento».
Ma la linea per adesso è quella di tenere separato il piano giudiziario da quello politico. Una linea in cui si riconosce – per ovvie ragioni – il segretario del partito e vicepremier Angelino Alfano.
Il punto, spiegano tuttavia alti dirigenti di via dell’Umiltà – al netto dei loro comunicati stampa in difesa del capo – è quanto reggerà la tregua voluta dal leader, che oggi dovrebbe rientrare a Roma.
Anche il sondaggio di ieri sera de La7 dà il centrodestra al 34,6 (nonostante la perdita di quasi un punto del Pdl) a fronte del centrosinistra al 30,2.
Le tentazioni per il Cavaliere aumentano.
Sebbene ai falchi che lo assediano ripeta che non si può aprire una crisi sui processi, che la gente non capirebbe, che non si può «restare col cerino in mano».
Loro continuano ad alzare i toni. «Con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici la Boccassini ha chiesto l’ergastolo », dice per esempio Daniela Santanchè, tentato «assassinio di Berlusconi per via mediaticogiudiziaria » rincara Fabrizio Cicchitto, mentre l’eurodeputata Licia Ronzulli (chiamata in causa dalla Boccassini nella requisitoria) si dichiara «ferita nella dignità da un processo folle e premeditato ».
E ora?
Molto dipenderà da quel che accadrà nelle prossime settimane, dalla piega che prenderà l’eventuale processo di Napoli sulla compravendita, cosa succederà dopo la sentenza Ruby del 24 giugno.
L’andazzo è stato chiaro già ieri nei minuti seguiti alla richiesta di condanna, quando la notizia è rimbalzata con clamore sulla stampa internazionale, fin negli Stati Uniti. Tutti a scrivere che il governo Letta già fragile da oggi lo sarà ancora di più.
Massimo D’Alema la pensa diversamente: «Il governo non può far dipendere il suo destino dalle sentenze, anche perchè forse ve ne saranno altre».
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
argomento: Berlusconi, Giustizia | Commenta »