Maggio 13th, 2013 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO REGIONALE ACCUSA I CRONISTI DI PROVOCARE “UN CLIMA OSTILE ALLE ISTITUZIONI”
Insulti e minacce ai consiglieri regionali del Piemonte indagati per i rimborsi. 
Lo ha reso noto venerdì, dopo la prima settimana di interrogatori, il presidente del gruppo consiliare del Pdl, Luca Pedrale.
Secondo lui i responsabili di questo clima sono i giornalisti: “Questi fatti sono il risultato della campagna di denigrazione e di odio che alcuni giornali hanno lanciato da diverse settimane contro tutti i consiglieri”, ha affermato il politico, tra i primi sospettati.
I messaggi, inviati martedì, sono stati recapitati tra giovedì e venerdì.
Prima è arrivata una lettera all’ufficio di presidenza del Consiglio regionale, poi alcune cartoline scritte a macchina con messaggi identici destinate al capogruppo Pdl Pedrale, al capogruppo della Lega Nord Mario Carossa, a quello di Fratelli d’Italia Franco Maria Botta e infine ai consiglieri del centro-destra: Carla Spagnuolo, Roberto Tentoni, Gian Luca Vignale, Gianfranco Novero e Roberto Boniperti.
Il presidente del Consiglio regionale Valerio Cattaneo sa che “una lettera è arrivata pure al capogruppo del Pd Aldo Reschigna”.
“Le abbiamo ricevute tutti”, informa Davide Bono del Movimento 5 Stelle.
Il messaggio, da quanto riporta La Stampa, è: “Siete tutti ladri e miserabili. Spreconi, la pagherete”.
Nelle lettere a Pedrale e Botta le minacce sono estese alle famiglie: “Avete rubato? Abbiate almeno la dignità di restituire i soldi. E se non lo farete, pagherete voi e le vostre famiglie. Vi manderemo lettere che si incendieranno”.
L’edizione locale de La Repubblica ne riporta altri: “La tua vita ogni giorno sarà una sorpresa” e “Ogni momento è buono per renderti una vita di preoccupazioni per tutti i tuoi famigliari”.
Cattaneo dice che “tutte le lettere sono state raccolte e consegnate alla Digos. Lunedì daremo altro materiale. Nei prossimi giorni poi i singoli consiglieri potranno sporgere denuncia contro ignoti”.
Tuttavia pure lui indica nello “stillicidio di notizie e di indiscrezioni che quotidianamente si ripetono” le cause che provocano “il clima di opinione ostile alle istituzioni e a chi le rappresenta”, con il rischio di “alimentare un clima di odio che potrebbe sfociare in fatti tragici, come è successo pochi giorni fa davanti a Palazzo Chigi”.
Per questo Pedrale ha fatto sapere di aver “richiesto alla sicurezza del Consiglio regionale e alle forze dell’ordine di aumentare il livello di sicurezza verso i consiglieri regionali, in particolare per quanto concerne la ricezione di buste e pacchi postali”. Nella mattinata di sabato Cattaneo ha avuto dei colloqui con il prefetto e con il dirigente della Digos, ma nega che siano in vista nuove misure di sicurezza.
Dure le condanne da parte di tutti gli esponenti politici piemontesi, anche se c’è chi preferisce mantenere un profilo basso, come il leghista Carossa che non dà molto peso a questi messaggi, o Bono del M5S: “Secondo me è un mitomane”.
Pure i radicali condannano le minacce, però ribadiscono che “è del tutto sbagliato imputare ai giornalisti di avere istigato, volenti o nolenti, gli autori delle lettere miserevoli. I giornalisti fanno il loro mestiere, che è quello di cercare notizie e di pubblicarle; tanto più se la notizia è eclatante come in questo caso: 56 consiglieri regionali su 60 sono sottoposti a indagini per scorretto utilizzo di fondi pubblici”.
Andrea Giambartolomei
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Maggio 13th, 2013 Riccardo Fucile
POI PARLA DEGLI ALTRI: BEPPE GRILLO E’ PER STATUTO L’UNICO A POTER GESTIRE I SOLDI DELLA COMUNICAZIONE DEI GRUPPI SENZA RENDICONTARLI
Nel caotico, riottoso, eppure idealmente e giustamente francescano universo del Movimento 5 Stelle – capace di rinunciare a 42 milioni di finanziamenti statali e di restituire di soli stipendi quasi 400 mila euro ogni mese – c’è un solo uomo che secondo lo Statuto del Gruppo, depositato l’11 aprile alla Camera, ha (per lo meno in teoria, più difficilmente in pratica), la possibilità di gestire soldi usciti dalle casse dello Stato senza rendicontarli.
Quell’uomo è Giuseppe Grillo.
Ed è proprio su di lui che l’onorevole del Pd Giuseppe Fioroni – dopo averlo anticipato a «Omnibus» su La7 – presenterà domani un’interrogazione per chiedere al Presidente della Camera, Laura Boldrini, e ai colleghi parlamentari, «come il compenso istituzionale di un gruppo possa essere affidato secondo Statuto a un soggetto diverso da un componente del gruppo stesso».
Un inedito nella storia repubblicana.
In sostanza: perchè Grillo, un non eletto, ha potenzialmente nella propria diretta disponibilità circa la metà degli oltre due milioni e mezzo di euro destinati annualmente al Movimento per il funzionamento delle attività di Palazzo?
La risposta è contenuta con chiarezza tra i 21 articoli dello Statuto stesso: per la comunicazione.
Che storicamente rappresenta circa il 50% del budget dei gruppi.
Grillo pretende di gestirla personalmente. Di scegliere a chi affidarla.
E per questo ha chiesto, nel Codice di comportamento degli eletti, un impegno vincolante e scritto a tutti i suoi 163 parlamentari, ottenendo adesione unanime. Perfetto.
Ma la domanda è: poteva farlo?
È questo il senso dell’interrogazione di Fioroni. Che si porta dietro un corollario politico non irrilevante: se Grillo utilizza soldi pubblici per la propria comunicazione politica, non fa un’operazione identica a quella dei giornali di partito?
Usa soldi della collettività per fare informazione?
Che differenza c’è, per esempio, tra i finanziamenti all’Unità e il denaro girato allo staff della comunicazione che utilizza il sito privato del fondatore del Movimento per diffondere il proprio lavoro?
Nei giorni del dibattito feroce su indennità e diaria, su casta e anticasta, la risposta a questi interrogativi rischia di diventare esplosiva. Esternamente.
Ma anche nella pancia di un gruppo ormai incapace di tenere sotto controllo le proprie inquietudini e costretto a riunirsi nuovamente per la definitiva resa dei conti.
Un’analisi più approfondita dello Statuto aiuta a capire meglio i dubbi sollevati dall’onorevole del Pd.
L’articolo 16, intitolato «comunicazione», recita testualmente: «Il gruppo utilizza il sito www.movimento5stelle.it quale strumento di comunicazione per la divulgazione delle informazioni sulle attività svolte, nonchè quale mezzo per l’acquisizione dei contributi partecipativi dei cittadini all’attività politica e istituzionale. (….). Il Gruppo si avvarrà di un gruppo unitario di comunicazione (…). La concreta consistenza della struttura e composizione del gruppo Comunicazione, in termini di organizzazione, risorse e strumenti, sarà definita da Giuseppe Grillo, nella sua qualità di garante del Movimento 5 Stelle (…) L’assemblea delibererà sull’assunzione dei singoli addetti e determinerà l’entità dello stanziamento di cui al comma successivo».
Oggi è la segreteria del Gruppo parlamentare a erogare gli stipendi ai dipendenti dello staff comunicazione (2.500 euro ai responsabili di Senato e Camera Messora e Biondo, 2.000 euro per gli altri), ma il testo non chiarisce se Grillo possa avocare a sè l’intera pratica.
Per altro, sempre ipoteticamente, senza rendicontarla.
L’articolo 4, intitolato «l’assemblea», spiega infatti: «(…) devono essere deliberate dall’Assemblea tutte le spese che, unitariamente o per voce omogenea, superano i centomila euro. Tutte le voci di spesa comprese tra i diecimila e i centomila euro dovranno essere comunicate all’Assemblea con cadenza almeno trimestrale».
Per i lavori del gruppo, fa notare qualcuno nel Pd, vengono erogati all’incirca 1.300 euro a parlamentare.
La cifra, moltiplicata per 163, supera i duecentomila euro (poco oltre i 2.5 milioni annuali).
Se la metà – centomila euro, appunto – dovesse andare alla comunicazione, potrebbe essere gestita senza consenso assembleare e senza pezze d’appoggio?
Curiosità che nelle ore in cui il papa ligure chiede anche con un tweet un «decreto per l’abolizione dei rimborsi elettorali e il dimezzamento dello stipendio dei parlamentari», potrebbero scatenare l’ennesima polemica.
All’articolo due, comma 5, dello Statuto si può ancora leggere: «Il gruppo riconosce nella rete internet lo strumento capace di assicurare l’informazione dei cittadini e la trasparenza del proprio operato, ed individua come strumento ufficiale per la divulgazione delle informazioni il sito www.movimento5stelle.it».
Il tempio del Fondatore come punto di caduta dell’intera informazione internettistica.
La Verità . E la Via.
Ma pagate in che modo?
Andrea Malaguti
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Maggio 13th, 2013 Riccardo Fucile
LA CRISI ABBATTE LA DOMANDA DI GAS E FA SCENDERE I PREZZI, MA L’ENI E’ VINCOLATO AI CONTRATTI FIRMATI CON MOSCA DA BERLUSCONI
Da macchina da soldi a ricettacolo di perdite operative e svalutazioni. 
È l’evoluzione del business gas di Eni.
Colpa dei grandi contratti di importazione dai Paesi produttori come Russia e Algeria.
Il crollo della domanda dovuto alla crisi ha lasciato Eni alle prese con penali e obblighi pluriennali di acquisto per cifre da capogiro.
Ed è forte la tentazione di passare il conto al “parco buoi” dei consumatori.
Nel 2012 la divisione Gas&Power di Eni ha registrato una perdita operativa di 3,2 miliardi, in gran parte dovuta a svalutazioni di asset nella vendita per circa 2,5 miliardi. La revisione dei valori degli attivi è dovuta al contesto di mercato: negli ultimi quattro anni i consumi italiani sono crollati, tornando sotto i livelli del 2003.
In Europa le cose non sono andate meglio.
Oltre alla crisi hanno pesato l’aumento di produzione elettrica da rinnovabili e carbone, che ha tolto spazio al gas, e un parallelo incremento dell’offerta di gas via nave, effetto indiretto del boom dello shale gas negli Usa.
Una tempesta perfetta per Eni e gli altri grandi fornitori di gas, che si sono trovati a competere per una domanda asfittica mentre i prezzi sui mercati a breve (spot) crollavano per la molta offerta.
Qui entrano in gioco i contratti: costruiti su impegni di importazione pluriennali, contengono clausole dette take or pay (“prendi o paga”) che obbligano a ritirare ogni anno un quantitativo minimo di gas o a pagarlo comunque, salvo ritirarlo in seguito.
Il tutto a prezzi che seguono l’andamento del petrolio e per questo sono oggi fuori mercato rispetto ai più bassi prezzi spot.
Risultato: secondo l’ultimo report 20-F dell’Eni alla Sec americana, da quando con la crisi i consumi hanno iniziato a calare Eni ha prepagato gas non ritirato per 2,37 miliardi. Per il prossimo quadriennio 2013-16 la società prevede di onorare i suoi obblighi, grazie a rinegoziazioni dei contratti.
Intanto però sul gruppo gravano impegni colossali: per i prossimi anni ritiri minimi per 15-18 miliardi di euro l’anno, per un totale di oltre 247 miliardi da qui alla scadenza dei contratti.
Come limitare i danni?
Secondo il piano industriale Eni il fattore decisivo sarà la rinegoziazione coi fornitori, per avvicinare i prezzi a quelli dei mercati spot e allentare un po’ gli obblighi di ritiro.
Ma c’è una strada più semplice: traslare almeno parte del fardello sull’ultimo anello della catena, il consumatore.
Nell’energia una via per socializzare una perdita è quella amministrativa.
E un possibile strumento lo ha indicato l’ad di Eni Paolo Scaroni lo scorso autunno: poichè i contratti take or pay garantiscono all’Italia forniture sicure ma attualmente fanno perdere soldi, ha detto durante un’audizione al Senato, chi paga le bollette dovrebbe contribuire a mantenerli in vita, pagando di più.
L’accoglienza per la proposta di Scaroni non è stata calorosa.
Perchè pagare di più proprio quando l’attuale abbondanza di offerta renderebbe possibili forti risparmi?
In un primo momento l’Autorità aveva in parte accolto la richiesta, ipotizzando un “premio sicurezza” in bolletta da circa 800 milioni all’anno per i soli titolari di contratti take or pay (Eni, Enel, Edison e pochi altri).
Poi ha corretto il tiro annunciando che da ottobre, quando i consumatori inizieranno a pagare prezzi interamente legati ai mercati a breve con un risparmio atteso del 6-7%, un bonus tariffario per i big ci sarà , ma ridimensionato.
Da qualche tempo iniziano finalmente a vedersi alcune concrete occasioni di risparmio per chi abbandona i prezzi regolati per quelli liberi.
Tuttavia dietro ad alcune proposte possono nascondersi brutte sorprese. Si pensi alle offerte a prezzo fisso, pubblicizzate come assicurazioni contro aumenti futuri.
Ha senso per il consumatore bloccare il prezzo oggi quando, come abbiamo visto, le bollette si avviano a scendere almeno da qui a fine anno?
Sarebbe poi folle congelarlo a un livello superiore all’attuale. Che è invece proprio ciò che fanno molte proposte.
Basta fare un giro sul Trovaofferte sul sito dell’Autorità : alcune formule “fisse”, quelle con sottoscrizione online, danno risparmi apprezzabili.
Altre però, spesso proprio quelle più pubblicizzate, bloccano il prezzo a un livello uguale o anche molto superiore al regolato.
Un cliente tipo che sottoscriva oggi un’offerta Eni3 o Eni Fixa spenderebbe, a seconda della residenza, 40-60 euro in più all’anno rispetto al prezzo regolato, neutralizzando per intero il calo del 4% deciso dall’Autorità ad aprile e autoescludendosi da quelli futuri. Con Enel “Energia Sicura” il maggior esborso sale addirittura a 90 euro e arriva fino a 150 euro con “A Tutto Gas” di Sorgenia.
Molte campagne promozionali sul prezzo fisso sono partite lo scorso autunno, quando alle imprese era già nota l’intenzione dell’Autorità di riformare i prezzi.
Meno certo però è che lo sapessero o lo sappiano tuttora i consumatori.
Interpellata sull’argomento Eni ha sottolineato attraverso un portavoce che “oltre alle offerte bloccate, che consentono comunque di fissare i prezzi per 2 o 3 anni a seconda dell’offerta per scommettere su un risparmio nel tempo, dà anche la possibilità di un risparmio immediato, con prezzi inferiori rispetto a quelli fissati dall’Aeeg, come per esempio le offerte Young, Link e Free”.
Gionata Picchio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 13th, 2013 Riccardo Fucile
ROSY BINDA HA LASCIATO INTENDERE CHE LA PARTITA E’ ANCORA APERTA… NAPOLITANO INCORAGGIA IL NEOSEGRETARIO
La prima a far capire quale sia la posta in gioco ora e che solo di tregua armata si tratta, è una senza peli sulla lingua come Rosy Bindi, che dal palco dice di vedere sulle agenzie che «già lanciano i nomi del coordinamento che affiancherà il segretario. Ma con me non ne ha parlato e spero che ancora non ne abbia parlato con nessuno…». Come a far intendere che se l’accordo c’è stato è perchè a circondare il nuovo reggente dovranno essere tutte «le dodici tribù», come le chiama da giorni la Bindi.
Ma che Epifani resti solo un reggente buono a far da arbitro passivo fino alla resa dei conti congressuale è solo una pia illusione: tanto per cominciare, appena eletto, Epifani ha ricevuto una telefonata di Giorgio Napolitano che si è complimentato con lui e lo ha invitato al Quirinale per un incontro domani sera.
Il capo dello Stato, preoccupato per la frammentazione e lo sfilacciamento della principale forza che sostiene il governo, ha incoraggiato il neo-segretario a lavorare per la tenuta del Pd e per cercare di uscire da questa fase di divisioni.
E si può star certi che Epifani intenda assolvere tale compito con il massimo dell’energia: chi gli ha parlato si è fatto l’idea che intenda ricandidarsi eccome; lo stesso Letta gli dà un assist formidabile quando dice dal palco che «è una buona notizia l’elezione di Guglielmo a segretario e io non aggiungo aggettivi…».
E che a vincere questa partita sia l’asse governativo di Letta-Bersani-Franceschini lo ammettono in molti nei capannelli dei delegati dell’assemblea alla Fiera di Roma. Senza voler essere citato, uno dei sottosegretari di uno dei ministeri più di peso, che pure non fa capo a nessuna di quelle parrocchie, nota che «tutti qui fanno i conti senza l’oste, chi gli assicura che a ottobre Epifani si ritiri senza colpo ferire?».
Ecco, come ovvio nel Pd già si litiga guardando avanti, si profilano scenari e si discetta su chi vince e chi perde.
I più guardinghi sono i «giovani turchi» già lanciati nel sostenere Cuperlo.
Ma anche se i tifosi dalemiani di Cuperlo intendono quel passaggio del documento che convoca il congresso sul segretario «garante» come la specifica limitazione ad una semplice «reggenza», non c’è nessun vincolo in tal senso che possa essere imposto al nuovo leader.
«Noi Epifani lo interpretiamo come reggente – dice Matteo Orfini – se poi invece si vuole candidare a ottobre nessuno può impedirglielo, certo se vuole correre per perdere si accomodi…».
Battuta che la dice lunga sul clima di «astio malcelato», come lo descrive uno dei big in sala, «tra gli ex Ds, con Bersani e D’Alema che se ne vanno senza neanche salutarsi».
Con i veltroniani in ordine sparso, tra chi fa sapere di aver messo la sua sigla sotto la candidatura di Epifani e chi lamenta che «la stessa maggioranza responsabile della sconfitta elettorale, si ricandida a fare la maggioranza del partito».
Ma se tutti danno per scontato che Epifani si candidi e che a quel punto saranno dolori, perchè da qui a ottobre «chi lo dice che Renzi non possa decidere di appoggiarlo?», si domanda Marina Sereni.
Il nodo è se si arriverà a separare la carica di segretario da quella di candidato premier cambiando lo statuto; in ballo c’è anche l’altra modifica per eliminare l’elezione del segretario con le primarie, questioni che richiedono un grande accordo tra le parti, perchè andrebbero votate con una maggioranza di due terzi in un’altra assemblea entro un mese.
Se tutto restasse così, non si può neanche escludere che Renzi scenda in campo. Altrimenti, una candidatura che potrebbe esser sostenuta da renziani e veltroniani, è quella di Chiamparino.
Per ora si discute sulla segreteria: forse snella, con pochi incarichi, comunicazione, enti locali e organizzazione; per quest’ultima è in predicato il braccio destro di Renzi, Luca Lotti, ma anche se i «turchi» chiedono un ricambio completo, già si parla di una conferma di Stefano Ditraglia, portavoce di Bersani.
E la gestione collegiale sarebbe garantita da un coordinamento con i membri di tutte le correnti.
Carlo Bertini
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Maggio 12th, 2013 Riccardo Fucile
L’AUTISTA PRIMA AMMETTE: “ERA PER LUI”, POI CAMBIA VERSIONE… ORA LA PROCURA DI PALERMO DEVE DECIDERE COME CHIUDERE L’INCHIESTA SUL GIRO DI FESTINI E COCAINA
Con i giornalisti non lesina diffidenza e cautele, tanto che dopo la nomina come
sottosegretario a Palazzo Chigi ha dichiarato: «Non rilascerò più alcuna intervista che non sia accompagnata da una ripresa video dell’intera conversazione».
Quando si tratta di scegliere i collaboratori più stretti invece Gianfranco Miccichè non sembra prendere precauzioni così rigorose.
Perchè da un decennio il parlamentare siciliano, figlioccio politico di Marcello Dell’Utri e artefice dell’indimenticato 61 a zero di Forza Italia nelle elezioni del 2001, si trova sempre a fare i conti con i vizietti stupefacenti di assistenti e autisti.
Storie che non hanno mai provocato contestazioni penali nei confronti del neosottosegretario con delega alla pubblica amministrazione e alla semplificazione, ma che dovrebbero almeno metterlo in guardia.
Ma veniamo ai fatti.
In queste settimane la procura di Palermo deve decidere se e come chiudere l’indagine su un giro di festini e cocaina nel capoluogo siciliano.
Una questione non spinosa come quella che ha riguardato il Quirinale e la trattativa Stato-mafia, ma che richiede massima attenzione.
Nel fascicolo al vaglio dei magistrati – nel quale spunta il nome di un noto pusher, Stefano Greco – ci sono intercettazioni che potrebbero riguardare parlamentari e personaggi della Palermo bene.
L’istruttoria è cominciata tre anni fa.
Con registrazioni e pedinamenti, gli investigatori hanno ricostruito la rete di spacciatori e consumatori che di fatto finanziano il traffico, e scoperto che uno dei destinatari della droga è Ernesto D’Avola, autista di Miccichè, all’epoca sottosegretario alla presidenza del Consiglio e tra i più fidati consiglieri di Silvio Berlusconi.
I poliziotti si convincono che D’Avola tenga i rapporti con il pusher tramite un intermediario.
E quando sono certi che all’autista è stata passata una consegna, lo bloccano.
Nella vettura infatti c’è una busta piena di cocaina, con sopra la scritta “On. Gianfranco Miccichè”.
Viene tutto sequestrato e gli agenti, in due relazioni al questore e alla procura, raccontano: «Il D’Avola consegnava spontaneamente il plico, dicendo che il tutto era di pertinenza dell’on. Miccichè. All’interno risultavano custoditi grammi 5 di sostanza stupefacente, che a seguito di accertamento risultava essere cocaina».
Ma il colpo di scena arriva pochi giorni dopo.
D’Avola fa retromarcia e dichiara che la droga era per suo uso personale.
L’inchiesta a questo punto prende una direzione diversa, quella dei coca-party, ai quali avrebbero partecipato professionisti e imprenditori molto noti in città : in qualche caso sarebbero state presenti anche figure femminili dello show business e parlamentari. Ma nulla che riguardi Miccichè, che dopo le dichiarazioni auto-accusatorie del suo chaffeur non è mai stato sentito dagli investigatori.
La vicenda palermitana ricorda alcuni aspetti di un’altra inchiesta, avvenuta a Roma molti anni prima, nel 2002, quando un amico e collaboratore dello stesso Miccichè venne arrestato per spaccio di droga a Roma.
L’uomo era stato pedinato e filmato dai carabinieri dopo aver acquistato cocaina e poi visto entrare di sera nel ministero dell’Economia con addosso la sostanza stupefacente. In quel periodo, secondo governo Berlusconi, Miccichè era vice ministro con delega per il Mezzogiorno.
I carabinieri non hanno mai accertato in quale ufficio del dicastero si fosse recato il collaboratore. Che venne arrestato, ma non disse nulla.
Anche in quel caso non ci fu alcun coinvolgimento diretto del neosottosegretario e il suo nome non comparve nell’inchiesta.
La carriera di Miccichè è proseguita tra alti e bassi, quanto l’intesa con Berlusconi – «Una persona generosa, affabile e buona», come ha detto la scorsa settimana – che alla fine gli dedica sempre un occhio di riguardo. Nonostante quelle avventate scelte nel designare le persone più vicine.
«Mannaggia a questi collaboratori e autisti…», ripeteva un vecchio amico palermitano del sottosegretario.
(da “L’Espresso“)
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Maggio 12th, 2013 Riccardo Fucile
CERTAMENTE DA DOMANI METTERA’ A DISPOSIZIONE DI OGNI ITALIANO CHE SI RITIENE INNOCENTE LA PRIMA SERATA DELLE SUE TRE RETI PERCHE’ POSSA OFFRIRE SENZA CONTRADDITTORIO LA PROPRIA VERSIONE
Un capo democristiano, un leader della Prima Repubblica, si sarebbe ritirato con vergogna, avrebbe opposto dei “non ricordo”, o avrebbe risposto imbarazzato con la bavetta alle labbra.
Lui no.
Silvio Berlusconi riesce a ribattere punto su punto, sorridente, alla faccia del pudore e del buonsenso.
Ha già constatato che funziona, gli italiani (anche se sempre meno) gli credono. Così continua.
Anche sulla storia imbarazzante di ragazze minorenni che passano le notti ad Arcore. La migliore difesa è l’attacco e allora Silvio si fa confezionare dai volonterosi funzionari della sua Mediaset un programma in prima serata, messo in onda poche ore prima che Ilda Boccassini chieda la la sua condanna per concussione e prostituzione minorile.
Racconta la sua versione, risponde alle accuse dei magistrati, valorizza le testimonianze favorevoli, rende incredibili quelle contrarie.
Esibisce trasparenza, mostrando la sala da pranzo e la tavernetta del bunga-bunga.
Insomma: come non credere a quest’uomo?
Nessun contraddittorio vero, nessun faccia a faccia con chi la storia la conosce davvero.
La storia è un giallo addomesticato, con l’assassino (la magistrata rossa) svelato alla prima pagina.
Alle domande più facili non risponde, anzi, non se le fa proprio fare.
Per esempio: come mai passava sere e sere, compulsivamente, con decine di ragazze, alcune minorenni, alcune dal mestiere incerto?
Come mai queste raccontavano al telefono di guerre tra loro per passare l’intera notte ad Arcore, dopo la “selezione” porno-soft del bunga-bunga, con l’obiettivo di avere soldi, più soldi, sempre soldi?
Molti testimoni smentiscono: dicono sotto giuramento che erano solo “cene eleganti“. Peccato però che siano tutti a libro paga del signore di Arcore: ragazze, veline, subrettine, camerieri, pianisti, cantanti…
I pochi non pagati raccontano la squallida lascivia di un vecchio ricco e potente che trasforma la dimora del presidente del Consiglio in una succursale di serie B del Bagaglino e che, generoso, paga, paga, paga.
“Più troie saremo, più bene ci vorrà “, cinguettavano al telefono: “Quel culo flaccido”. Perfino i suoi amici erano costernati: “Ha ragione Veronica, è proprio malato, continua con le feste come prima, invece di pensare ai problemi del paese”, dicevano al telefono Flavio Briatore e Daniela Santanchè.
Sull’accusa più grave (la concussione), i volonterosi funzionari della disinformazione hanno vita perfino più facile: valorizzano le dichiarazioni dei funzionari vittime delle pressioni, nella notte in cui furono indotti a rilasciare una ragazza minorenne, senza documenti, in fuga da una comunità (è onestamente difficile ammettere di aver ceduto alle ripetute telefonate del capo del governo).
E mettono invece la sordina sulle incontrovertibili dichiarazioni della magistrata che quella notte disse: “Sia tenuta in questura”, e stop.
Di fronte a un’evidenza così chiara e solare sui fatti neri delle notti di Arcore, chiunque si sarebbe arreso. Lui no.
Ha mezzi che altri non hanno — soldi, tv — e soprattutto interlocutori, a destra e a sinistra, incredibilmente pronti a credergli o ad affidargli comunque le chiavi del partito, del governo, della nazione.
Perchè dunque non ne dovrebbe approfittare?
Gianni Barbacetto
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 12th, 2013 Riccardo Fucile
NEL DECRETO IL PAGAMENTO SARA’ DIVISO IN TRE RATE
Per l’Imu sulla prima casa è in arrivo la sospensiva «con il trucco», che rischia di
trasformare in un vero salasso il pagamento di settembre.
Nella bozza di decreto sulla quale all’Economia si continua ad armeggiare, spunta infatti il ritorno a tre rate per la prima abitazione, che quest’anno si sarebbe dovuta pagare in due sole tranche.
Questo significa che la sospensiva della rata di giugno per ora vale solo 1,2 miliardi, anzichè due ma, soprattutto, che i contribuenti a settembre dovranno versare due rate insieme, pari al 66% dell’imposta.
In più maggiorate della raffica di aumenti delle aliquote che un Comune su tre – informa la Uil servizi territoriali – ha già deliberato.
Una opportunità che soprattutto le grandi città , come Roma, Milano, Torino, Genova e Napoli non si sono fatte scappare.
Quindi se non si arriverà alla cancellazione della tassa, come rivendicato ancora ieri per il Pdl da Brunetta o almeno a una riforma della tassazione immobiliare, il regalo di giugno rischia di trasformarsi in una stangata a settembre.
Il rebus acconto seconde case
Brutte notizie anche per i proprietari di seconde case, per i quali non è in discussione il pagamento a giugno ma che saranno in molti casi costretti a versare la quota già maggiorata dalle addizionali comunali.
Contrariamente a quanto previsto da un emendamento al decreto sui debiti della Pa, si dovranno pagare le nuove e più salate aliquote nei comuni che le avranno pubblicate sul sito del Ministero dell’Economia entro il 16 maggio.
Negli altri casi si pagherà come lo scorso anno.
Insomma, a poco più di un mese dalla scadenza del 17 giugno per il versamento della prima rata sulle seconde case e a pochi giorni dal varo del decreto che dovrebbe sospendere fino a settembre l’acconto sulla prima abitazione sono ancora molti per il governo i nodi da sciogliere intorno al rebus Imu.
Ci si proverà già domani, in un vertice annunciato dal Ministro dell’Economia Saccomanni, nel buen retiro dei ministri all’Abbazia di Sarteana.
Il nodo dei capannoni industriali
Ieri il ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato è sceso in campo a favore di imprenditori e artigiani.
«E’ giusto che non si paghi sui capannoni», ha dichiarato aprendo a qualche novità nel decreto. Se sono strumenti d’impresa «sarebbe come far pagare la tassa sul tornio», ha aggiunto, mentre la Cgia di Mestre diffondeva il dato di un aumento medio nazionale del 35% sui capannoni, con punte fino al 51% in oltre un terzo dei comuni.
Il problema resta però quello delle coperture, perchè solo l’acconto sugli immobili ad uso d’impresa vale 850 milioni e cassare del tutto l’imposta ben 1,3 miliardi.
Le compensazioni ai Comuni
«I bilanci dei comuni saltano senza la piena compensazione» ha detto a chiare lettere il presidente dell’Anci «facente funzione», Alessandro Cattaneo.
Un appello che almeno in parte il Governo sembra disposto ad accogliere con il decreto, vuoi perchè la sospensiva sulla prima casa con il ritorno alle tre rate varrà poco più della metà del previsto ma soprattutto perchè la bozza del decreto consente anticipazioni di cassa da parte delle tesorerie.
La riforma dei 100 giorni
Tutto questo in attesa della riforma, che il Premier Enrico Letta vorrebbe varare prima che si arrivi alla «rata salasso» di settembre sulla prima casa.
Cento giorni per rivoluzionare la tassazione sugli immobili ed arrivare ad un’unica imposta sul modello tedesco.
Il nome c’è già : «tassa Ics», Imposta case e servizi, che dovrebbe accorpare Imu, Tares, imposta di registro e addizionali comunali Irpef.
Il tutto con franchigie più alte che esentino le prime case non di lusso, no tax area per i redditi Isee più bassi e «patrimonialina» dell’1,5 per cento sugli immobili di valore catastale superiore a un milione e mezzo.
Un sistema che alleggerisce soprattutto il peso del fisco sulle buste paga ma che sembra al momento lontano dalle richieste del centro-destra, che di tasse sulla prima casa non vuol sentir parlare.
Paolo Russo
(da “La Stampa“)
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Maggio 12th, 2013 Riccardo Fucile
“SENZA DI ME NON SIETE NULLA”, MA GIOVEDI SCORSO GRILLO NON SI ASPETTAVA TANTO DISSENSO: “IMPARI A RISPETTARE LE PERSONE”
«Balle, balle, balle. Grillo la deve smettere di trattarci come servi». Il deputato Cinque Stelle è evidentemente nervoso.
«Io? Siamo almeno in cinquanta. Questa storia è appena all’inizio. Potremmo anche uscire dal gruppo».
Fuma ossessivamente nel cortile di Montecitorio mentre compulsa l’Ipad che restituisce le ultime esternazioni di Grillo.
L’ennesima bolla papale da blog: «Houston abbiamo un problema. Di cresta. Ebbene va ammesso».
Non erano i media a inventarsi i mal di pancia, dunque. Era lui a far finta di nulla.
Adesso lo scontro è in campo aperto. «Chi non restituisce i soldi della diaria non rendicontati è fuori. Abbiamo firmato un contratto. Con tremila euro puoi viverci».
Non vi piace l’aria che tira? Via. Raus. Bye Bye. Levatevi di mezzo. Non è un Movimento per mammolette, questo. La linea non si discute, si sposa. Questione di fede. «Ma di che cosa parla? Ma quale contratto? Sfido chiunque a portarmi un foglio dove c’è scritto che l’eccedenza va riconsegnata. A me di cinquecento euro in più non me ne può fregare di meno, ma passare per uno che bara proprio no».
Gli suona il telefono. E’ un collega del Sud Italia. Il dialogo dura venti minuti. «Dobbiamo reagire».
Fissano un incontro assieme a un drappello di riottosi per la prossima settimana.
E’ arrivato il momento di contarsi. «Nel gruppo misto mai. Ma se fossimo venti qui e dieci al Senato potremmo dare vita a una costola indipendente, dobbiamo solo trovare il modo per spiegarlo alla base. Non siamo scilipotini».
Qual è la distanza tra un piano rabbioso e la realtà ? «Chi lo sa, di sicuro così non si può andare avanti. Eravamo il Movimento dell’uno vale uno. Siamo diventati l’armata Brancaleone dell’uno vale zero. E quello zero siamo noi».
Bisogna ricostruire la riunione di giovedì pomeriggio per capire meglio il clima avvelenato.
Grillo arriva, parcheggia come lo zar di tutti i Palazzi nella pancia di Montecitorio e si precipita nella saletta dei gruppi dove l’aspettano inquieti i suoi parlamentari.
Lui li gela. «Si discute di un principio. L’aderenza a patti liberamente sottoscritti. E l’adesione all’etica del Movimento. Nessuno ci farà sconti».
Per chiarire che non sta giocando dà del «pezzo di merda» al deputato dell’assemblea siciliana Antonio Venturino che pretende di tenere l’intera indennità .
Il vice-capogruppo alla Camera, Riccardo Nuti, condivide la raffinata analisi. «Sì, sì, lo è».
A quel punto il senatore Francesco Campanella, ex sindacalista, uomo perbene e siciliano anche lui, si alza in piedi. «No Beppe. Venturino non è un pezzo di merda. Non è giusto trattare le persone così».
Grillo lo guarda come se lo volesse radere al suolo. «Parli? Ma tu che cosa hai fatto negli ultimi due mesi?». Il tentativo di umiliarlo. Di dimostrare plasticamente che la loro esistenza politica è appeso al filo sottile che Lui stringe tra le dita. «Senza di me non siete nulla».
E’ questa l’idea – pericolosa, potenzialmente distruttiva – che rimanda.
Campanella regge lo sguardo. In questo due mesi è rimasto a Palazzo Madama dodici ore al giorno. «Non mi pare una domanda pertinente. Ma te lo dico. Ho lavorato nella Commissione Speciale e ora nella commissione Affari Costituzionali».
Grillo lo ignora.
Ormai incapaci di lottare con le contraddizioni che sono state loro imposte, sono molti i deputati che prendono la parola. Grillo resta sorpreso.
Si aspettava l’insoddisfazione di una manciata di eretici. Invece sono decine.
Li ascolta. Si stranisce di fronte a chi gli racconta i propri casi familiari. «Ho tre figli», «Ho il mutuo», «Mi sballano le tasse».
Visioni curiose che si fondono con obiezioni più concrete: «Il contratto non c’è. E lo sai». Così Grillo affonda nuovamente. «Nessuno farà la cresta», grida. «Vaffanculo al denaro». Il deputato Alessio Tacconi, eletto in Svizzera, si ribella. «In questo modo diventi offensivo. Qui la cresta non c’entra».
Quattro ore da mal di testa. Che si chiudono apparentemente con un nulla di fatto.
Invece, nel giro di 24 ore, Grillo spara nuovamente a zero.
Uscendo dall’hotel dove ha passato la notte se la prende con Letta, chiude a una legge sul diritto di cittadinanza per chi nasce in Italia – incassando la curiosa contrarietà del fedelissimo Alessandro Di Battista, che prima si dice favorevole allo «ius soli», poi ritratta e si riallinea – e punta il dito contro chi ha fame di soldi.
«Nessuna mediazione sul denaro».
A Palazzo Madama anche gli uomini della comunicazione rinforzano la tesi del Capo. «C’è gente che se ne vuole andare? Prego. Si accomodino. Resterà solo che crede davvero nel Movimento».
Chi non fa domande? Chi non sgarra? Chi continua a marciare sulla via della gloria grillesco-casaleggese anche se è costretto a percorrere strade costruire su desideri altrui e, peggio, già esauditi?
Chi?
Andrea Malaguti
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Maggio 12th, 2013 Riccardo Fucile
“LA SUA ERA UN’ALTRA STORIA: MIO PADRE RISPETTAVA I GIUDICI”…E LA FIGLIA GAIA: ERO PREPARATA, NO A STRUMENTALIZZAZIONI”
«Ero preparata. Caro Silvio, mio padre era un’altra storia. Un’altra persona. Ognuno
risponde alla sua coscienza. No strumentalizzazioni».
Così Gaia Tortora, figlia di Enzo, risponde su Twitter alle parole di Silvio Berlusconi che nel suo intervento a Brescia, sabato pomeriggio, parlando dei «tantissimi italiani che ogni giorno entrano nel tritacarne infernale della giustizia», ha citato il caso del conduttore televisivo accusato ingiustamente di rapporti con la camorra.
«PARAGONE INACCETTABILE»
Gaia Tortora è poi tornata sull’argomento anche durante l’edizione del TgLa7 delle 20, da lei condotta. «Si tratta di un’altra storia e di un’altra persona – ha ribadito -. Lo dico con il massimo rispetto, ma è quel rispetto che da tanto tempo andiamo cercando. Anche perchè questo paese ha bisogno di un altro clima e non è il clima che abbiamo visto oggi a Brescia».
Intanto arriva il commento anche dell’altra figlia. «Non posso accettare questi paragoni, mio padre ha sempre rispettato i giudici, ha risposto alle loro domande e si è sempre presentato», dice Silvia Tortora, figlia maggiore del giornalista-presentatore.
«In questi giorni cade l’anniversario della sua morte: purtroppo devo constatare che non riposerà mai in pace finchè qualcuno continuerà a strumentalizzare questa vicenda».
E infine: «Sono allibita, non posso accettare tutto questo. Enzo aveva una dignità e tutti lo dovrebbero ricordare».
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