Ottobre 28th, 2013 Riccardo Fucile
LO STAFF DEL VICEPREMIER E’ UN PICCOLO ESERCITO
I detrattori lo chiamano Beghelli, per via di quella calvizie arrivata anzitempo; quelli che a capo del Pdl lo avevano sponsorizzato — Gianni Letta su tutti — si limitavano a definirlo servizievole.
Questo almeno fino al 2011, quando ha capito che il “gangster”, inteso come Berlusconi, aveva qualche pupa in meno e pochi proiettili ancora da sparare.
Perchè Angelino Alfano, probabilmente, la parte dell’allegro fessacchiotto, l’ha solo recitata.
La faccia vera, quella del delfino che non ha voglia di farsi sbranare, l’ha mostrata il 2 ottobre 2013, giorno della fiducia.
Quando ha riunito le colombe che si sono trasformate negli squali assetati di Silvio Berlusconi.
Oggi, l’onorevole Angelino Alfano dalla piana di Agrigento, è uno degli uomini più potenti (o almeno ci prova) di questo Paese.
Da servitore a servito. Tra le cariche colleziona quella di vicepremier dell’amico di vecchia data, tempi dc per intendersi, Enrico Letta, ministro dell’Interno e, ovviamente, parlamentare.
La carica di segretario Pdl gliel’ha tolta Berlusconi, ma la vicenda dello scontro interno al centrodestra deve ancora essere conclusa.
Tutto questo vuol dire avere al fianco più che una serie di collaboratori, un’industria che arriva a tre milioni di fatturato all’anno solo per i collaboratori scelti direttamente da lui.
Per quello che è dato sapere, visto che il fu delfino alcuni emolumenti ai dipendenti del ministero, nonostante siano obbligatori, non ci pensa proprio a renderli noti.
Un esercito di persone più che fidate, a partire dalla segretaria, Danila Subranni, ufficialmente stipendiata dalla Presidenza del Consiglio dei ministri con un compenso (diretta collaborazione dice il riepilogativo) di 50 mila euro all’anno che vanno a sommarsi allo stipendio previsto per i dipendenti di fascia E del ministero, che sono pari a 91.364 euro lordi ogni anno.
Questo nel ruolo di portavoce e per la parte di emolumenti ministeriali, quelli che potrebbe ricevere dal partito, ovviamente non sono resi noti.
A Capo della segreteria particolare del vicepremier siede invece Giovanni Antonio Macchiarola, professione avvocato: lo stipendio, pagato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, 185.097 euro, divisi tra le voci di “trattamento economico fondamentale”, “accessorio” e “indennità di collaborazione”.
Stipendio che per il capo di cabinetto, Manlio Strano, arriva — sempre diviso tra le tre voci — a 195.389 euro lordi all’anno.
Salvatore Mazzamuto, che di Alfano è consigliere per le questioni giuridiche, ha uno stipendio ufficiale uguale a quello della portavoce Subranni, 91.364 euro lordi al-l’anno.
L’industria Alfano non si ferma a questi nomi, ovviamente.
Marco Villani, consigliere diplomatico di Alfano, percepisce un compenso annuo lordo di euro 92.846,71.
Marco Canaparo, anche lui consigliere del super ministro , 55.354,82.
Isabella Rauti (figlia dello storico leader della Fiamma Tricolore Pino Rauti, moglie di Gianni Alemanno), consigliere per le politiche di contrasto alla violenza di genere ha un compenso annuo 74.480,98 euro.
La nomina al ministero di Rauti è avvenuta — ma si tratta di una casualità o comunque non abbiamo elementi per dire il contrario — lo stesso giorno in cui il marito ha perso la poltrona di sindaco.
Ufficialmente a titolo gratuito è l’incarico a collaboratore della segreteria del ministro dell’ex consigliere comunale di Agrigento Davide Tedesco, parente dell’attuale deputato Pdl all’Assemblea Regionale Siciliana Enzo Fontana.
Roberto Rametta, anche lui collaboratore della segreteria del ministro, ha uno stipendio di 41.600 euro.
Tutti sul tetto dei 41 mila euro l’anno anche gli altri collaboratori, come Natascia Marani, Alfonso Gallo Carrabba, Angelo Pisanu Petrini, Aldo Piazza (ex sindaco di Agrigento), Ivan Paci (ex consigliere provinciale e capogruppo del Pdl di Agrigento.
Siamo alla modestissima cifra di un milione e 354 euro e rotti, ma parliamo solo di quello che riguarda lo staff ristretto del vicepremier.
A questa cifra vanno aggiunti gli addetti stampa (solo i direttori dei vari settori sono cinque), e il gabinetto del ministro che può contare su 12 uffici e, i responsabili degli uffici, sono tutti inquadrati come prefetti con uno stipendio che si aggira attorno ai 150.000 euro all’anno, per un totale di un milione e ottocentomila euro all’anno.
Emiliano Liuzzi
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Ottobre 28th, 2013 Riccardo Fucile
IN ALTO ADIGE SVP AL 42%, PD AL 9%, CRESCONO I PARTITI SECESSIONISTI SUD TIROLESI
E’ iniziato alle 7 lo spoglio delle elezioni provinciali a Trento e Bolzano: i dati mostrano un
centrosinistra in vantaggio in Trentino, mentre in Alto Adige lo spoglio delle prima sezioni dà un nettissimo vantaggio dell’Svp, oltre il 40%.
Nelle due province si è votato ieri fino alle 22 per il rinnovo dei due consigli provinciali, per l’elezione del nuovo presidente di Trento e di fatto per il consiglio regionale, che è composto per statuto dai consiglieri delle due province.
Sia a Bolzano che per la Regione saranno infatti i consiglieri ad eleggere il presidente. Nella provincia di Trento il Pd nelle elezioni del 2008 arrivò al 21,62%. Oggi è, per ora, al 25,29%.
La Lega Nord cinque anni fa totalizzò il 14%, mentre oggi è per il momento al 6%.
Il Pdl nel 2008 raggiunse il 12,2%, mentre oggi non si è presentato con una lista propria.
Quanto alla provincia di Bolzano, invece, il Pd nel 2008 arrivò al 6%, mentre oggi ha già raggiunto l’8,9%.
Il Pdl totalizzò cinque anni fa l’8,3% e la Lega il 2,1%. Oggi i due partiti si sono presentati assieme e, per ora, non superano il 3,5%.
Il Movimento Cinque Stelle alle ultime politiche aveva totalizzato il 20% in provincia di Trento, mentre adesso per ora è al 5,6%.
A Bolzano l’M5S aveva raggiunto alle politiche l’8,3%, mentre adesso è al 3%.
Crescono i secessionisti in Alto Adige.
E’ con il 54,7% delle sezioni scrutinate che si può tracciare un prima significativa analisi di quello che sarà il nuovo governo dell’Alto Adige.
Le urne stanno confermando, come del resto previsto, la Suedtiroler Volkspartei il primo partito altoatesino (42,6 %).
Vanno evidenziati i significativi incrementi rispetto al 2008 sia dei Die Freiheitlichen con il 16,2 % (la vera opposizione del partito della ‘stella alpina’) che del movimento popolare secessionista della ‘pasionaria’ Eva Klotz, della Suedtiroler Freiheit (6,2 %). In crescita i Verdi, tiene il Pd.
Crollo, causa la frammentazione, dei partiti di centrodestra con la coalizione Forza Alto Adige (Pdl)-Lega Nord-Team Autonomie che naviga attorno al (3,5 %).
Poco sopra i tre punti percentuali anche L’Alto Adige nel cuore e Movimento Cinque Stelle.
I seggi dei consiglieri di madrelingua italiana da otto sicuramente scenderanno a sette se non addirittura a sei.
Con questi numeri rischia di calare a uno l’assessore di lingua italiana in giunta.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 28th, 2013 Riccardo Fucile
OPERAZIONE DI MARKETING PER UN NUOVO QUALUNQUISTA SOLO AL COMANDO… E A SINISTRA SI APRIRANNO AMPI SPAZI
Ma Renzi è di sinistra o di destra?
Anzi, meglio, l’Italia che vuole Renzi è un’Italia di sinistra o di destra?
Una cosa è certa, lui dice di essere di sinistra.
Che significa?
Per Renzi essere di sinistra vuol dire cambiare: “La sinistra che non cambia si chiama destra”.
Grande riflessione.
E a sinistra si sente quando si circonda di imprenditori a cui chiede di impegnarsi: “Essere di sinistra non è parlare di lavoro ma è creare un posto di lavoro in più”, ergo: “Chi fa l’imprenditore fa l’eroe perchè crea posti di lavoro”.
Ed è di sinistra, ovviamente, il ricambio generazionale.
Così come lo è fare “l’uomo solo al comando”: “Leadership non è una parolaccia, ditelo a certa sinistra, è sapere che non sei indispensabile ma che personalmente ci vuoi provare”.
Il rottamatore alla Leopolda lancia il suo manifesto con profonde analisi.
L’Italia? “Ha bisogno di una rivoluzione della semplicità , togliere la logica del timbro”.
Il Pd? “Non è credibile se è un insieme di correnti. La prima corrente rottamata sarà la corrente dei renziani, non ci sono correnti con i cognomi” (infatti l’ha creata pure lui, ma quando vincerà gli altri dovranno sciogliere le loro)
Invoca lo spirito della Leopolda in camicia bianca.
Le sue parole tuonano amplificate da un microfono vintage stile Rai anni ruggenti.
E risponde alle polemiche di Cuperlo e del Partito sull’assenza del simbolo del Pd. “C’è questa questione del perchè non ci sono bandiere del Pd, una sorta di coperta di Linus: il problema non è quello è che non ci sono le croci sulla scheda”.
Certo, non contano idee e simboli, contano solo i voti.
L’ego è soddisfatto, l’Italia ha un nuovo pallista in arrivo.
E a sinistra si apriranno, piu’ che spazi, voragini.
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Ottobre 28th, 2013 Riccardo Fucile
PER TORNARE A FORZA ITALIA SERVE IL 67% DEI CONSENSI IN CONSIGLIO NAZIONALE… SE ALFANO RIESCE AD ARRIVARE AL 34% BLOCCA L’OPERAZIONE E SI TIENE IL PDL
Il giorno dopo è giorno di battaglia. 
Non sono in corso mediazioni nel Pdl che si avvia a tornare Forza Italia, ma conte e feroci contrapposizioni tra lealisti e governativi
La posizione fermissima di Silvio Berlusconi non fa presagire sviluppi positivi verso quell’unità del partito pure da lui auspicata ancora venerdì sera.
Perchè la sua richiesta resta, ma non a tutti i costi.
Raccontano che l’ex premier – che al termine dell’ufficio di presidenza che ha votato la proposta di passaggio a Forza Italia da sottoporre al consiglio nazionale ha brindato con i lealisti e i falchi, elencando i «24 motivi» o più probabilmente delibere tecniche per le quali «non si possono contemporaneamente mantenere le cariche di ministro, vice premier e segretario» – non ha cambiato idea.
«Ho fatto la cosa giusta, non mi pento di nulla. Dovevo riprendere in mano il partito e l’ho fatto, e adesso chi ci sta ci sta, non mi importa più nulla», i concetti ripetuti ai fedelissimi che l’hanno chiamato ieri.
Ai quali ha anche ribadito la sua visione sul governo: «Sono tante le cose che non mi piacciono: o si cambia rotta, o non possiamo andare avanti». Il che vale sia sui temi economici e la legge di Stabilità che, soprattutto, su giustizia e decadenza, il nodo dei nodi che tutto condiziona.
Parole già dette nei giorni e nelle settimane scorse, ma che hanno un altro peso oggi, con Berlusconi di nuovo alla guida solitaria del suo partito e con gli innovatori di Alfano marginalizzati e costretti a battersi con i lealisti in una corsa all’ultima firma verso un consiglio nazionale che a questo punto i berlusconiani, e forse lo stesso Cavaliere, vorrebbero accelerare e di molto: «Altro che un mese e mezzo, si farà prestissimo», giurano.
È dunque in corso, frenetica, la conta dei numeri di chi sta con chi, nel cn come in Parlamento. Con un’offensiva potente dei berlusconiani, che con Fitto in Puglia, Gelmini in Lombardia, Carfagna in Campania, Bernini in Emilia, Verdini in Toscana (in Sicilia e in Calabria con Scopelliti la maggioranza è invece di Alfano) e tanti altri al lavoro ovunque mirano a ottenere le oltre 600 firme necessarie per affrontare anche la «sfida dei due terzi».
Sì perchè, sostengono i governativi con Cicchitto e non solo, per sancire il passaggio a Forza Italia serviranno il 67% dei consensi nel cn, e quel 34% che potrebbe impedirlo «è ampiamente alla nostra portata».
Previsioni opposte quelle dei lealisti, sicuri di superare la soglia anche se «non ce ne sarebbe alcun bisogno, perchè per ratificare il passaggio basta votare il documento politico uscito dall’ufficio di presidenza con la maggioranza semplice».
Schermaglie che testimoniano come la guerra sia tutta in corso e il tentativo di riavvicinare le posizioni operato da Gasparri (in nome di un partito che non sia «fatto di marziani»), Romani, Matteoli, anche Caldoro, sia disperato.
Schermaglie che nascondono il vero senso dell’operazione: la battaglia per il simbolo del Pdl, che gli alfaniani potrebbero contendere a Berlusconi se riuscissero a inchiodarlo sotto la maggioranza dei due terzi.
Ma se l’obiettivo è questo, è chiaro che la rottura è già nei fatti.
E d’altra parte, almeno in una parte dei governativi, i toni sono chiarissimi: Gaetano Quagliariello tocca il vero punto quando dice che, lui come gli altri ministri, si impegnerà a fondo per evitare la decadenza di Berlusconi, ma se arrivasse «non potrebbe essere il Paese a pagare con la caduta del governo».
Ed è invece questa disponibilità che Berlusconi pretende dai suoi, che decida di staccare la spina o no. Una disponibilità che sarebbe l’unica carta che Alfano potrebbe spendere per rientrare nei giochi di partito, e riguadagnarsi faticosamente un ruolo oggi perduto, anche per lo «sgarbo», mal digerito dall’ex premier, dell’assenza all’ufficio di presidenza.
È dunque Alfano in queste ore nella posizione più difficile, al bivio tra l’accelerazione verso la rottura per continuare a sostenere il governo o il ritorno alla casa del padre alle condizioni, però, di un padre arrabbiato.
Decisione delicata, travaglio reale, che ha a che fare oltre che con i sentimenti con i numeri: serve un gruppo (soprattutto al Senato) compatto e numeroso per rompere e navigare in mare aperto, e l’attacco berlusconiano per la riconquista degli indecisi è in atto.
Con tempi che si fanno sempre più stretti.
Paola Di Caro
(da “il Corriere della Sera“)
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Ottobre 28th, 2013 Riccardo Fucile
PESSIMA QUALITA’ DELLA VITA E ANALFABETI: AL PARI CON PAESI DEL TERZO NELLE CLASSIFICHE… CI SI AFFIDA ALL’ARTE DI ARRANGIARSI
La politica è da buttare, l’economia va male, il lavoro non c’è, la fiducia neppure.
Che brutta Italia, proprio “un paese dei cachi”.
Vabbeh!, ma vuoi mettere la qualità della vita? Attenzione a non farci illusioni: manco quella abbiamo, se diamo credito a statistiche e classifiche, che saranno pure stilate da qualche noioso e pignolo burocrate nordico o asiatico delle organizzazioni internazionali, ma spesso ci azzeccano.
Non ci resta che consolarci con le giornate di sole che — complice la geografia — sono più numerose che altrove.
Ma poi scopriamo che la grigia Germania ha molto più fotovoltaico di noi e ci viene la depressione.
Se già vi sentite un po’ giù, non inoltratevi in questo viaggio nelle magagne italiche.
Se, invece, amate cullarvi nelle vostre malinconie, questa lettura v’è consigliata: preparatevi a indossare la Maglia Nera, percorrendo un’antologia di dati tutti recenti — e tutti, ahimè, negativi -, senza andare a scartabellare troppo indietro negli archivi.
Trasparenza e Corruzion
L’indice della corruzione di Transparency International ci vede circa a metà del gruppo di 174 Paesi censiti, al 72° posto, sempre in fondo al plotone dell’Ue con Grecia e Bulgaria e con un voto ben lontano dalla sufficienza e lontanissimo dai Paesi leader, Danimarca, Finlandia e una sorprendente, ma costante, Nuova Zelanda.
Forse le cose stanno per migliorare, perchè, sempre secondo Transparency International, l’Italia è fra i Paesi che meglio applicano la Convenzione dell’Ocse contro la corruzione — ma i risultati, finora, non si vedono.
Fondi e infrazioni
Nell’Unione europea, siamo, con Bulgaria e Romania, Paesi, però, da poco arrivati, quelli con minore capacità di spesa dei fondi a noi destinati: del pacchetto per la coesione, settennale, abbiamo utilizzato, adesso che s’avvicina la fine del periodo, il 31 dicembre, solo il 40% del totale.
Ci lamentiamo che dall’Ue arrivano pochi soldi, ma riusciamo a spendere solo due euro su cinque.
Procedure di infrazione
In compenso, ne sprechiamo un sacco a pagare multe per il mancato recepimento delle direttive o per le infrazioni alle stesse: siamo i campioni incontrastati su questo fronte. Eravamo appena scesi sotto quota cento infrazioni, a 99, a fine 2012, ma siamo rapidamente tornati sopra collezionando più nuove procedure di quante non riusciamo a chiuderne di vecchie. Ambiente e rifiuti sono le voci dove siamo messi peggio.
Leggere e fare i conti
Per l’Ocse, gli italiani, con gli spagnoli, sono i cittadini che meno sanno leggere e far di conto — lo studio è stato condotto in 24 Paesi: giapponesi e finlandesi guidano l’elenco (e i cechi sono bravi in aritmetica). Per la serie mal comune mezzo danno, gli americani non ne escono molto meglio di noi.
Abbandono della scuola
Vanno a braccetto con le cifre dell’Ocse quelle di Eurostat: l’Italia non tiene il passo dell’Unione nella battaglia contro l’abbandono scolastico: 17,6% contro una media Ue del 12,8% — l’obiettivo è il 10%. Mentre i giovani in possesso di qualifiche di istruzione superiore sono il 21,7% — media Ue 35,8%, obiettivo 40%.
I ritardi di Interne
Anche per l’accesso a internet, l’Italia è lontana dalla media Ue: il 43% delle famiglie non ha una connessione, contro una media del 32%. Peggio di noi Bulgaria, Romania e Grecia, mentre in Svezia solo il 7% delle famiglie non ha Internet. Gli italiani, complice la carenza, rispetto alla media Ue, della banda larga, sono anche fra i più reticenti a fare acquisti online e ad utilizzare i servizi di e-government: appena il 22% vi ricorre (in Danimarca, l’80%), in parte perchè il loro funzionamento è il peggiore nell’Unione — Romania a parte.
Qualità della vita
Un recente rapporto della Commissione europea indica che le città italiane non reggono il confronto con le migliori europee: fra i 79 centri urbani del campione prescelto, ci sono Bologna, Napoli, Palermo, Roma, Torino e Verona, la migliore, che si piazza 18a, mentre in cima alla classifica stanno Aalborg, in Danimarca, Amburgo, Zurigo e Oslo.
Settore per settore, Roma, Napoli e Palermo sono le ultime della classe per i trasporti pubblici e l’efficienza amministrativa, Roma è la peggiore per i servizi scolastici, Palermo la più sporca. L’unica altra metropoli europea che fa loro persistente compagnia sul fondo classifica è Atene.
Libertà di Stampa
Freedom House la misura ogni anno, con un doppio indicatore, numerico da 1 a 100, e qualitativo, stampa libera, semi-libera, non libera: l’Italia con 33 punti, è 73a su 187 Paesi al Mondo, ma è soprattutto l’unico Paese senza libera stampa dell’Europa cosiddetta occidentale, con la Turchia. I criteri della classifica sono discutibili, ma trovarci in testa Finlandia, Svezia e Norvegia non sorprende, così come trovarci in fondo la Corea del Nord, l’Eritrea e vari Paesi dell’ex Urss.
Giampiero Gramaglia
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Ottobre 27th, 2013 Riccardo Fucile
ORMAI E’ DECISO AD ANTICIPARE LA RESA DEI CONTI PRIMA DELL’8 DICEMBRE
La sensazione del Cavaliere è la stessa che provò dopo essersi sbarazzato di Fini nel 2013 (anche allora
col timbro dell’ufficio di Presidenza): serenità . Anzi sollievo.
Perfino una gioia feroce. L’altra notte ha brindato. E che i calici di vino bianco, il suo di analcolico, fossero alzati proprio per festeggiare la cacciata dei «traditori», prima ancora del ritorno alla vecchia insegna di Forza Italia, lo conferma il discorsino pronunciato da Berlusconi. Il quale ha declamato una per una tutte e 24 le «deliberazioni», come le chiama lui, in base alle quali Alfano non potrà più occupare contemporaneamente le poltrone di segretario e di ministro dell’Interno.
Dello show sono stati testimoni quasi tutti i gerarchi rimasti fedeli, da Fitto a Verdini, dalla Gelmini a Rotondi, da Capezzone a Polverini, più l’ormai immancabile cane Dudù: da quando il suo padrone va sostenendo che «è intelligentissimo» e «gli manca solo la parola», tutti i visitatori fanno a gara per vezzeggiarlo con la sola eccezione di Brunetta (l’hanno udito che intimava al bòtolo: «Levati dai piedi!»).
Questo per mostrare quanto fossero infondate le speranze delle «colombe», alcune delle quali si sforzavano di vedere rosa dopo le parole di Silvio in conferenza stampa: «In fondo non ha chiuso tutte le porte, forse capisce di avere sbagliato…».
A giudicare dal «day after», Berlusconi non si pente di un bel nulla. Anzi, insiste.
Fonti attendibili, persone che di sicuro ieri hanno conversato con lui, preannunciano nuove mosse schiacciasassi con l’intendimento di spianare la fronda interna.
Il Consiglio nazionale dell’8 dicembre, quello dove Alfano medita di aprire un dibattito alto e nobile, magari addirittura di ostacolare il passaggio da Pdl a Forza Italia, quasi certamente si terrà prima, molto prima, entro un paio di settimane.
«Perchè aspettare?», si domanda il Cav. Risposta sorridente: «Non ve n’è ragione».
I suoi spargono la voce di aver raccolto (ma forse è pura «disinformazia») oltre 500 adesioni tra gli 800 membri del parlamento berlusconiano.
E poi l’uomo conta di giocarsi tutta, fino in fondo, la partita disperata della decadenza.
Di spendere tra i banchi del Senato gli ultimi giorni che lo separano dal voto.
Di intervenire in Aula al momento opportuno con parole incendiarie contro la sinistra e contro l’ingiustizia.
Agirà in prima persona. Non si fida più, sussurrano nella sua corte, di quanti gli avevano garantito che nel gruppo non c’era dissenso, tutto a posto, tutto sotto controllo…
Giacchè c’è, proverà a smembrare la truppa dei dissidenti, dove in verità più d’uno tentenna, dalla senatrice umbra che quando il 2 ottobre aderì al documento di Alfano non sapeva bene cosa firmava, all’ex vice-ministro già pentito del suo pentimento.
Ricapitolando. Con Angelino il rapporto è zero via zero.
«Consummatum est», conferma chi sa di latino. Sul Consiglio nazionale, il Cav buone bruciare i tempi.
Lascia cadere perfino l’idea di una separazione consensuale, avanzata con spirito costruttivo da Quagliariello, da Cicchitto, da Lupi.
«Vogliono imitare La Russa, Crosetto e la Meloni? Auguri… Ma visto che i Fratelli d’Italia ci sono già , allora dovranno fare i Cugini d’Italia».
Sprezzante quasi quanto Gasparri.
Da un personaggio così, la dissidenza non può attendersi un bel nulla, a parte la personale cortesia (ieri mattina Silvio ha chiamato Cicchitto per augurargli un buon compleanno).
Del resto, commenta uno dei ribelli, «Berlusconi è peggio di Stalin, che dei liberi pensatori aveva tale considerazione da farli accoppare. Invece lui non solo li fa fuori, ma pretende pure che loro siano d’accordo».
Il capo della fronda, Alfano, sta maturando le sue decisioni. Soffre, riflette e tace.
Avrebbe voluto guadagnare tempo, ma sembra impossibile.
L’ora delle decisioni irrevocabili giunge pure per Schifani, fin qui il più in bilico.
Altri, da Quagliariello a Sacconi allo stesso Cicchitto, hanno già capito come andrà a finire e si preparano alle barricate finali.
Ugo Magri
(da “la Stampa”)
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Ottobre 27th, 2013 Riccardo Fucile
MOLTI ITALIANI VOGLIONO CHIUDERE CON IL PASSATO, HANNO MENO SENSO DI APPARTENENZA E BADANO AI PROBLEMI CONCRETI…UN 50-60% DEGLI ELETTORI PDL SEGUIRANNO IL CAVALIERE, SUGLI ALTRI C’E’ INCERTEZZA
Forza Italia può anche tornare ma, forse, rispetto agli esordi del partito, sono cambiati gli elettori. È cambiato il Paese, da qualche anno alle prese con la crisi economica.
Sia chiaro, i sondaggisti offrono prospettive tra loro diverse alla scelta di Silvio Berlusconi di tornare al simbolo che, a partire dal ’94, gli garantì il successo, ma su un punto da Nando Pagnoncelli ad Alessandra Ghisleri a Roberto Weber, tutti sembrano in sintonia: è l’italiano ad essere molto cambiato, da allora.
Di certo genera curiosità il livello di appeal che il ritorno di Forza Italia potrebbe avere sugli elettori, ma gli esperti di sondaggi garantiscono di non avere ancora dati, numeri, risposte: Alessandra Ghisleri promette di «avere i primi riscontri nei primi giorni della prossima settimana», ma – naturalmente – sulla base dell’esperienza, tutti hanno un’idea di ciò che potrebbe accadere.
Soprattutto perchè il vecchio-nuovo simbolo, Forza Italia, troverebbe un Paese molto diverso da quello che fu: «C’è la crisi – precisa subito Nando Pagnoncelli (di Ipsos) – ed è quella, indiscutibilmente, la preoccupazione dell’italiano, oggi. Adesso l’elettore è molto meno tifoso, più pragmatico, e rispetto al passato perfino più disposto a entrare nel merito delle questioni. È una fase fluida, basta un niente per spostare voti ma di certo, nell’elettorato, c’è meno senso di appartenenza di prima, e molto meno rispetto a quando c’era Forza Italia. Gli ultimi vent’anni hanno lasciato un segno, nel Paese e nei comportamenti dei votanti, che oggi sembrano più attenti a questioni pratiche e disposti, per cercare di risolverle, anche ad accettare un governo che magari non è quello auspicato al momento del voto, com’è quello guidato da Enrico Letta». Alessandra Ghisleri di Euromedia Research si rifiuta di fare previsioni: «È un momento di difficile lettura, unico, stiamo lavorando per capire quanto possa valere il ritorno al simbolo. Ma di certo, adesso, la gente si pone nei confronti della politica in modo molto severo».
Poi, naturalmente, Ghisleri precisa che «il marchio è amatissimo e Silvio Berlusconi è il leader ideologico di tutto il suo popolo».
E però la domanda rimane: quanto vale, in termini percentuali, il ritorno al vecchio simbolo? «Di certo gli elettori vivono con frustrazione la politica e il valore del ritorno di Forza Italia può variare a seconda di molti elementi, a cominciare dalla percezione della gente: gli elettori la percepiranno come un’operazione di facciata oppure di contenuto?».
Roberto Weber (di Ixè) ha una certezza: «Le scissioni sono sempre un elemento di debolezza, garantiscono perdita di voti, a tutte le parti coinvolte. Noi sappiamo che un 50-60 per cento dell’elettorato Pdl seguirebbe Berlusconi, ma la quota rimanente, evidentemente, no. E, altro dato sul quale riflettere, nel giorno in cui si ipotizza la creazione di un gruppo autonomo il Pdl perde tre punti percentuali. In più, adesso rispetto al passato, il populismo ha un rivale in più, che in effetti è in crescita».
Lo conferma anche Nando Pagnoncelli: «Beppe Grillo era al 16 per cento a fine giugno e adesso è al 21. Del resto siamo l’unico Paese nel quale ogni governo alle elezioni successive perde».
Rimangono, sull’ipotetico sondaggio legato al gradimento del ritorno a Forza Italia, numerosissime incognite: gli scissionisti faranno un gruppo autonomo? E la decadenza? E Alfano cosa farà ?
Variabili che, allo stato, non sono quantificabili. Quindi, evidentemente, i sondaggi possono attendere. Ma le opinioni dettate dalla conoscenza della materia, no: per Weber, allora, «bisogna certo tenere presente che Berlusconi ha notevoli capacità in campagna elettorale, quindi anche questa è una variabile da tenere in considerazione. E però il gradimento del quale gode il Cavaliere è soprattutto all’interno dei suoi elettori ma per il resto la sua immagine, all’esterno, non tra i suoi fedelissimi, appare logorata».
E così, prima ancora di valutare il gradimento del ritorno a Forza Italia, Weber considera il cambiamento dell’Italia, degli italiani: «Rispetto a qualche anno fa è cambiato il contesto, i segnali dei sondaggi dicono che gli elettori hanno voglia di chiudere con il passato e un ritorno ad un simbolo già usato è, per me, non la strategia di un partito in espansione ma una mossa difensiva».
Alessandro Capponi
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 27th, 2013 Riccardo Fucile
L’EX PRESIDENTE DEL SENATO PRONTO A STACCARE DAL GRUPPO PDL 15 ELETTI. ANCHE GASPARRI PENSA ALLA FUGA
Fino a giovedì sera, alla vigilia del fatidico Venticinque Ottobre del fu Pdl, Renato Schifani si muoveva
con fare sornione e passo felpato tra i due clan berlusconiani, falchi e colombe. Accreditato di un solido legame con il corregionale Alfano (i due hanno archiviato l’era azzurra Miccichè-Prestigiacomo in Sicilia), l’ex presidente del Senato oggi capogruppo a Palazzo Madama ha scelto solo all’ultimo minuto.
E così c’è anche il suo nome tra i cinque disertori governisti dell’ufficio di presidenza di venerdì scorso.
L’house organ dei falchi di B., il Giornale di Sallusti, ha subito segnalato con evidenza, in prima pagina, il tradimento: “E alla fine Schifani gettò la maschera”.
Gli “schifaniani”
Il peso di Schifani quando si aprirà la crisi di governo sulla decadenza del Cavaliere, nell’ultima metà di novembre, sarà decisivo per mettere in sicurezza il governo Napolitano-Letta.
Altri quindici senatori, che fanno riferimento al capogruppo del Pdl, dovrebbero infatti aggiungersi ai già noti 24 (20 del Pdl e 4 di Gal) che hanno firmato l’ultimo documento a favore delle larghe intese.
A quel punto, con un gruppo di 40 senatori, la maggioranza supererebbe quota 180.
Il piano è partito alcuni giorni fa. In caso di spaccatura irreversibile tra “Silvio” e “Angelino”, Schifani avrebbe valutato persino la tentazione di un gruppo autonomo, distinto dalle due fazioni in lotta tra di loro. Tutto è possibile.
In ogni caso l’elenco custodito dall’ex presidente del Senato comprende: Donato Bruno, Simona Vicari, Giuseppe Esposito, Franco Cardiello, Massimo Cassano, Franco Carraro, Bruno Alicata, Antonio D’Alì, Emilio Floris, Cosimo Sibilia, Salvatore Sciascia, Andrea Mandelli.
Scilipoti c’è
Fin qui i nomi sono dodici. Il tredicesimo dovrebbe essere Domenico Scilipoti. Non poteva essere che lui, il tredicesimo.
L’immortale icona Responsabile nella scorsa legislatura è stato sondato da un emissario di Schifani e avrebbe dato la sua disponibilità a far parte dei governisti.
Battuta dell’emissario al cronista: “Scilipoti si butta sempre con chi governa”. Non solo. A muovere lui, ma anche tanti altri, è la “paura fottuta” che la legislatura possa finire dopo appena un anno.
Il gruppo di Schifani dovrebbe quindi raggiungere i quindici con l’innesto di Maurizio Gasparri e del suo fedelissimo Enzo Fasano. L’ex an, già ministro , è stato etichettato come pontiere o ricucitore, ma nella resa dei conti finale dovrebbe scegliere le colombe. Se non altro perchè è nella lista nera dei falchi che si apprestano a occupare i posti chiave di Forza Italia.
Ministri divisi
La questione di un posto certo alle prossime elezioni, comunque di un futuro assicurato, non è secondaria nel tormentone scissionista che sta squassando la destra del Condannato.
Lo conferma la divisione tra i cinque ministri del Pdl. Alfano, Lupi e De Girolamo si stanno battendo per evitare la spaccatura definitiva.
L’ex segretario del Pdl viene descritto come “avvilito”. Al centro di tutto c’è il suo rapporto politico e umano con il Cavaliere. Anche per questo “Angelino”, e con lui Lupi e la De Girolamo, vorrebbero evitare lo strappo.
Diverso il discorso per gli altri due ministri del Pdl, Gaetano Quagliariello e Beatrice Lorenzin, ormai in piena orbita Quirinale.
Per loro vale quello che si dice per Gasparri, Cicchitto e tanti altri: anche in caso di ricucitura non eviterebbero l’epurazione chiesta dai falchi.
Su questo lo stesso Berlusconi si sarebbe espresso con chiarezza: “So chi mi ha tradito”.
E dalla corte del Condannato raccontano che si riferisse più a Quagliariello che ad Alfano.
Ghedini, vero falco
In queste ore, non è un gioco di parole, ci sono i falchi delle colombe (Giovanardi e Cicchitto) e gli iperfalchi dei lealisti. Ossia quelli che vogliono la rottura.
Il falco berlusconiano più intransigente, secondo il racconto di alcuni ministri, è Niccolò Ghedini. È lui che avrebbe detto al Cavaliere: “Se fai saltare il governo fai saltare anche la decadenza e puoi ricandidarti”. “Palle, tutte palle”, sibilano i ministri.
In ogni caso tutto ruota attorno alla decadenza di Berlusconi. Per questo la data dell’8 dicembre, quando si terrà il consiglio nazionale annunciata, rischia di essere superflua se al Senato si voterà a novembre.
Quagliariello l’ha detto ieri: “Il nodo è tra chi pensa che il governo debba andare avanti in caso di decadenza e chi no”.
Il resto è fuffa, come l’ipotesi della separazione consensuale.
Fabrizio d’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 27th, 2013 Riccardo Fucile
L’ANNUNCIO L’8 DICEMBRE…. RICHIAMATI IN SERVIZIO DELL’UTRI, ERMOLLI, BERTOLASO E GALAN PER RILANCIARE FORZA ITALIA
“Se lo chiedessimo a mia figlia Marina, se lo facessimo tutti, nonostante le sue riserve, forse a questo punto accetterebbe». Attorno a Silvio Berlusconi sono rimasti i fedelissimi.
Venerdì tarda sera, dopo il tormentato Ufficio di presidenza che ha sancito l’azzeramento del Pdl e la rinascita di Forza Italia.
A Palazzo Grazioli si ritrovano Fitto e Carfagna, Gelmini e Romano, Brunetta e Galan, Bernini e l’ideatore dell’Esercito di Silvio, Simone Furlan.
I ministri «traditori» sono già lontani, rientrati a Palazzo Chigi, la partita con loro il Cavaliere la considera ormai chiusa.
«Sono addolorato dalla rottura con Angelino. Lui era davvero il mio erede, ma sono le cose della vita, pazienza» dice al cospetto degli ospiti.
Ed è lì, risalito in salotto dopo la conferenza stampa, quando attorno a lui restano in pochissimi, che il leader apre per la prima volta all’ipotesi che fino ad ora aveva sempre escluso.
La «discesa in campo» dell’amata primogenita, presidente Fininvest e Mondadori. Pupilla di Fedele Confalonieri che invece resta ancora profondamente contrario, come del resto Gianni Letta.
Ma il padre ormai sembra non ascoltare più i consigli dei moderati dell’inner circle. Sono altre le sirene. E altre le fascinazioni.
Come quella di contrapporre alla marcia trionfale di Renzi, proprio l’8 dicembre, l’investitura di Marina.
Il Consiglio nazionale Pdl in quella data, alla presenza dei suoi 800 componenti, dovrà ratificare il passaggio a Forza Italia deciso due giorni fa dal leader.
La suggestione che piace molto ai falchi, da Verdini a Bondi alla Santanchè è proprio quella: approfittare della platea e dei riflettori per lanciare la quarantenne che con tanto di brand Berlusconi potrà sfidare il sindaco di Firenze.
Designata lo stesso giorno. Per partire subito in una (virtuale) campagna elettorale che dovrà fare i conti però con un governo ancora in carica.
L’ex premier apre alla svolta familiare, con cautela, ma ne parla come di una mossa a questo punto possibile, per non dire obbligata dalla sua decadenza e dall’interdizione che impedirebbero comunque la sua corsa alla premiership.
Tanto più che dal giorno in cui la decadenza sarà votata al Senato muterà lo scenario. Berlusconi lo ha ripetuto, prima che i suoi ospiti si congedassero per raggiungere il ristorante Fortunato al Pantheon.
«Ritireremo il sostegno al governo, ma vedrete che tanto sarà Renzi da lì a poco ad aprire la crisi». Sicuro del voto tra febbraio e aprile.
Non a caso in quella stessa sede ha parlato di chi dovrà prendere le redini della macchina organizzativa di Forza Italia. Volti e nomi di pretoriani più che fidati. H
a rifatto il nome di Marcello Dell’Utri, visto entrare e uscire a più riprese nelle ultime settimane a Grazioli. E poi Bruno Ermolli, cda Mediaset, ma soprattutto scudiero di mille battaglie al suo fianco dagli anni Settanta.
Poi Guido Bertolaso, ex discusso capo della Protezione civile. Giancarlo Galan, presidente della commissione Cultura, al quale spetterà il talent scouting.
Un ruolo lo avrà anche Furlan coi suoi soldati di Silvio.
La campagna mediatica, quella sì, partirà subito dopo l’8 dicembre.
Un martellamento sul governo attraverso tv e giornali di casa, per accusare la manovra «tutta tasse e sacrifici».
Ma da qui ad allora l’uscita dalla maggioranza sarà sancita dal voto di decadenza al Senato. A quel punto Alfano e i ministri, se resteranno nell’esecutivo, si ritroveranno sotto tiro anche loro.
Intanto hanno concordato ieri di congelare la scissione, la formazione del gruppo autonomo. Meglio attendere prima le mosse del Cavaliere, la decadenza con quel che ne conseguirà .
Si tratterà di attendere ancora una paio di settimane, forse tre. Il fatto è che sta crescendo in queste ore nei gruppi parlamentari Pdl un terzo partito, tra lealisti e alfaniani, quello degli attendisti, i tanti che preferiscono capire le mosse di Berlusconi prima di sbilanciarsi.
Chi non vuole attendere è Raffaele Fitto. Lui come Verdini e altri stanno accarezzando l’idea di anticipare il Consiglio nazionale di dicembre.
Vorrebbero andare subito alla conta. L’ex governatore nella sua Puglia, la Carfagna in Campania come la Gelmini in Lombardia e Matteoli in Toscana e Giro nel Lazio sono già alla caccia delle firme di sostegno a Berlusconi per il passaggio a Forza Italia. Contano di raccogliere entro inizio settimana le 600 su 800 che garantirebbero il 67 per cento, pari ai due terzi necessari per spuntarla.
Alfano e i governativi stanno facendo altrettanto per impedirlo e raggiungere quota 34 per cento.
Berlusconi non ha dubbi, come confidava ieri agli interlocutori sentiti da Arcore: «Sono convinto di aver fatto la cosa giusta. Non avevo altra possibilità per tentare di salvarmi».
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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