Dicembre 12th, 2013 Riccardo Fucile
L’INCAUTO FORCONE CHE NON RICORDA LA FRASE DI MONTANELLI
Se un esponente della famigerata Kasta, dopo avere arringato la folla contro le tasse del governo affamatore, si fosse allontanato dal luogo del comizio sul sedile posteriore di una Jaguar, avrebbe firmato la sua condanna alla lapidazione mediatica. Stormi di pernacchie si sarebbero alzati in volo da ogni tinello, l’indignazione avrebbe lubrificato i polpastrelli ai tastieristi dei social network e al meschino jaguarato non sarebbe restata altra scelta che rottamare il bolide e inginocchiarsi su un tapis roulant di ceci.
Desta perciò una stupefatta ilarità che a compiere un gesto così poco coerente con il contesto sia stato Danilo Calvani, leader del Comitato 9 dicembre: il Forcone Capo. Lo hanno immortalato in quel di Genova, a bordo del macchinone inglese .
Si è giustificato dicendo che non era suo, ma di qualche forcone minore, però ormai il danno d’immagine era compiuto.
Se fossi il suo avvocato, insisterei sull’ingenuità del mio cliente, ignaro dei meccanismi della comunicazione.
A chi aizza i disperati contro i privilegiati è consigliabile farlo da un palco o da un balcone (che esercita un fascino intatto sull’italiano medio), giammai dal finestrino di una Jaguar.
Montanelli diceva che, quando un italiano vede passare una macchina di lusso, il suo primo stimolo non è averne una anche lui, ma tagliarle le gomme.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)
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Dicembre 12th, 2013 Riccardo Fucile
DANILO CALVANI, L’IMPRENDITORE AGRICOLO FALLITO CHE ODIA I POLITICI
Danilo Calvani, 51 anni, studi da ragioniere non terminati, coltivatore di ortaggi a Pontinia, poi
imprenditore agricolo dell’Agro Pontino, oggi leader dei Forconi nazionali. Dice accorato: «Io non ho una Jaguar, non ho proprio l’auto».
Al comizio di Genova è arrivato in Jaguar, con l’autista.
«Non era mia, non ho intestato nulla. E non era il mio autista, solo un amico che mi ha dato un passaggio. Un camionista».
Un camionista con la Jaguar. Prende spesso passaggi?
«Sempre. Stavolta due: da Latina a Massa Carrara e poi, con la Jaguar, da Massa a Genova e su fino a Torino».
Perchè?
«Non ho una lira. La mia azienda è finita all’asta, pignorata per 80 mila euro. Non ho l’auto, non ho un’azienda, sono protestato, però ho quattro figli tra gli otto e i venticinque anni. Veda lei».
Un leader naturale di questa protesta di disperati.
«Sono un contadino in un territorio svuotato, venti anni fa a Latina l’agricoltura era il sessanta per cento del Pil. Un imprenditore riempito di cartelle Equitalia per i contributi previdenziali non versati. E un cittadino che odia i politici».
Veramente si è candidato sindaco.
«Con una lista civica, di centrosinistra. Avevamo occupato l’Inps di Latina, otto mesi. Ho fatto la campagna elettorale dicendo: non votateci, non siamo corrotti. Non ci hanno votati».
Dicono che è un destro radicale, amici in Forza Nuova.
«Forza Nuova non la sopporto. Non voto da sei anni. Da ragazzo Dc e Psi, poi una volta Forza Italia e una volta Verdi».
Ha amici militari. Il generale dei carabinieri in congedo, Antonio Pappalardo, lo vedrebbe bene alla guida di un governo?
«Pappalardo l’ho conosciuto nel corso dei primi blocchi, l’anno scorso. Ci ha creato solo problemi. Non ho detto che voglio le forze armate, ma che la gente oggi si fida solo delle forze dell’ordine. In caso di un vuoto di potere vedrei un carabiniere».
Gliela comprano l’azienda all’asta?
«Nel 2001 l’ho pagata un milione e mezzo, ora vale un decimo. Qualcuno la comprerà , con tutti i soldi sporchi che girano».
Ma quanta gente porterà a Roma?
«Tanta. Il primo giorno eravamo quattro milioni e mezzo».
Corrado Zuino
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Dicembre 12th, 2013 Riccardo Fucile
DA DIECI ANNI RICEVONO SUSSIDI PUBBLICI PER CIRCA 500 MILIONI L’ANNO: MA DI CHE PARLANO?
E’ difficile guardare dentro a una protesta caotica, somma di rabbie disparate.
Ma alcuni focolai da dove si grida contro «i politici che rubano i soldi delle nostre tasse» hanno una sorprendente caratteristica in comune: nascono dentro categorie ben assuefatte a ricevere denaro pubblico.
Una frangia ribelle di autotrasportatori anima la protesta dei «forconi»: nell’ultimo decennio il settore ha ricevuto a vario titolo sussidi per circa 500 milioni di euro l’anno.
Due settimane fa, Genova era stata bloccata dagli autoferrotranvieri contrari a una inesistente «privatizzazione», quando nel trasporto locale fino a tre quarti dei costi sono coperti con denaro del contribuente.
La crisi esaspera; la rabbia spinge a schierarsi dietro i più determinati a battersi. Il guaio è che, nel crescente dissesto del sistema italiano, i più determinati spesso hanno esperienza nello sfruttarne i benefici.
Poi per ricucire tutto si inveisce contro Equitalia, che ha vessato a torto parecchie persone perbene, ma tra i cui nemici gli evasori è probabile siano in maggioranza.
E’ una protesta che guarda al passato, già tenta di riassumere il Censis; anzi è un passato che si rivolta contro sè stesso.
Nelle sessioni di bilancio parlamentari come di fronte ai consigli comunali da anni prevalgono, a svantaggio degli elettori, gruppi di interesse piccoli e compatti, capaci non soltanto di gestire pacchetti di voti ma di bloccare il Paese con le loro agitazioni.
Ora scontenti di ogni tipo sono tentati di mettersi al loro traino nelle piazze, con effetti paradossali.
Possono alcuni autotrasportatori, insoddisfatti dei 330 milioni di specifiche agevolazioni tributarie per il 2014 già ottenuti dalle associazioni di categoria, ergersi a simbolo del malcontento antifisco di tutti?
Forse si tratta solo della speranza che almeno loro riescano ad ottenere qualcosa.
Nel trasporto cittadino invece è normale che si spenda denaro pubblico, perchè il mezzo collettivo è un risparmio per tutti; ma in altri Paesi lo Stato copre una parte inferiore dei costi, circa metà , e i servizi funzionano meglio.
La «privatizzazione» sarebbe in realtà l’ingresso di altri operatori pubblici, come Trenitalia, Deutsche Bahn (Stato tedesco), Ratp (Stato francese), non legati — a differenza dei sindaci — all’immediato tornaconto elettorale.
Insomma il Paese per non poterne più rischia rimedi peggiori del male: ulteriori aumenti della spesa pubblica oppure delle agevolazioni fiscali mirate qui o là , in un do ut des imbarbarito tra piazza e politica.
Mentre, ad esempio, la vita del camionista migliorerebbe facendo rispettare la legge sulle strade, limiti di velocità , carichi, orari, reprimendo le intermediazioni più o meno malavitose, evitando che il lavoro nero prevalga sull’impresa in regola.
Vediamo l’esito estremo di una politica che ha cercato di immischiarsi in tutto, mancando invece al dovere di far funzionare le strutture basilari dello Stato.
Il sospetto della corruzione, in più casi fondato, dilaga fino a diventare un pretesto invocando il quale chiunque può sottrarsi alla legge (quanti romani salgono ora in autobus senza pagare giustificandosi con lo scandalo dei biglietti falsi?).
L’unica via è ritracciare in modo trasparente il confine tra ciò che lo Stato fa e non fa. Una parte della responsabilità deve ritornare ai cittadini: se un servizio comunale è gestito male, perchè non lasciarlo organizzare in proprio a associazioni di luogo o di categoria?
Ridurre i costi della politica e revisionare la spesa pubblica da cima a fondo sono le due parti inseparabili di un compito urgentissimo: ridurre l’uso clientelare dello Stato. Purchè non sia troppo tardi.
Stefano Lepri
(da “La Stampa”)
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