Dicembre 13th, 2013 Riccardo Fucile
IL GOVERNO BRUCIA ANCHE RENZI CHE NE AVEVA FATTO UN CAVALLO DI BATTAGLIA… MENTRE GRILLO CHIEDE CHE IL PD RESTITUISCA GLI ARRETRATI (CHISSA’ PERCHE’ NON LO CHIEDE ANCHE A PDL E LEGA) ALTRI CINQUESTELLE CRITICANO L’ABOLIZIONE DICENDO CHE “LA POLITICA VIENE CONSEGNATA AI GRANDI POTENTATI ECONOMICI”
“L’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti è legge”.
Il colpo di scena lo annuncia Enrico Letta su Twitter, con un messaggio alle 9.08.
Il neo segretario del Partito democratico Matteo Renzi lo avrebbe voluto inserire nel mini programma di tre riforme (tra cui legge elettorale con sistema maggioritario, titolo V della Costituzione e abolizione del Senato) da presentare domenica all’assemblea nazionale del Pd.
Le larghe intese erano state accusate di perder tempo.
Ma Letta ha voluto essere più veloce del nuovo concorrente interno al Pd: “Era una priorità ”, ha spiegato, “agire entro l’anno per evitare ulteriori rinvii. Manteniamo la promessa e ora tutto il potere è ai cittadini”.
Il riferimento è alla possibilità per i contribuenti di destinare il 2 per mille ai partiti politici: “Ma non c’è nessuna intenzione di fregare i cittadini. Se non si specifica la destinazione, i soldi restano allo Stato”.
E non vanno automaticamente alle formazioni politiche.
Il testo adottato è quello che era già stato approvato alla Camera e attendeva il via libera del Senato. “C’è inoltre”, aggiunge il premier, “l’obbligo di certificazione esterna dei bilanci dei partiti. Negli anni scorsi uno dei grandi probemi è statà l’opacità dei bilanci, questo meccanismo molto stringente renderà impossibile che si torni agli scandali degli anni scorsi”.
Il governo canta vittoria su uno dei punti più discussi degli ultimi mesi.
Ribatte poco dopo, sempre su Twitter, il ministro delle Riforme Gaetano Quagliarello: “E una è andata. Ora avanti con la riduzione del numero dei parlamentari ecco i fatti”. Festeggia anche Angelino Alfano che, sempre sul social network, scrive: “Appena abolito per decreto. Impegno mantenuto”.
Pochi festeggiamenti per Beppe Grillo che, sui social network si arrampica sugli specchi: “Letta restituisca i 45 milioni di rimborsi elettorali pregressi del Pd”.
In confusione totale per lo smacco subito, Grillo in primis si sarebbe dovuto rivolgere al neosegretario del Pd e non a Letta che non c’entra nulla, poi sbulacca chiedendo solo al Pd di restituire il pregresso: come mai si dimentica dei suoi amichetti Pdl e Lega? Restituire il pregresso poi sarebbe come obbligare Grillo a rinunciare ai condoni fiscali che aveva chiesto in passato per evitare controlli… con la differenza che i partiti i controlli possono sempre subirli anche ora, Grillo no.
O forse sarà andato in tilt per l’obbligo di certificazione esterna dei bilanci dei partiti inserito nella norma?
Ma stupisce anche la dichiarazione dei parlamentari grillini alla Camera: “questa legge consegna la politica nelle mani dei grandi potentati economici, delle lobby e delle associazioni criminali”.
Queste sono argomentazioni valide, ma non certo da parte di chi voleva l’abolizione del finanziamento pubblico.
E ancora: “Ci sono partiti che possono iscriversi nell’apposito registro e accedere al finanziamento e partiti o movimenti politici che non possono”.
Certo, i partiti devono avere organismi democratici interni e un bilancio pubblico, altrimenti senza controlli i contributi farebbero percorsi strani.
Se poi sono abituati diversamente chiedano spiegazioni a qualche guru…
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Dicembre 13th, 2013 Riccardo Fucile
BERLUSCONI TEME L’ARRESTO E PREPARA ANCHE UN VIDEOMESSAGGIO PER LE RETI MEDIASET… ROTONDI GLI SUGGERISCE DI OSCURARE PER PROTESTA LE SUE RETI E SILVIO RIBATTE: “NON VORRAI CHE CI RIMETTA I CONTRATTI PUBBLICITARI”
Il piano di “evasione” del Cavaliere. Se lui dentro, il caos fuori. Parlamento da paralizzare, media da
presidiare.
E la denuncia martellante del «colpo di Stato in atto».
Non sarà una rivoluzione, ma quella cosa lì insomma non potrà attendere, dovrà scattare un minuto dopo le manette.
Dicono non pensi ad altro, da quando l’arresto gli è stato inculcato come un tarlo dagli avvocati Ghedini e Longo si è passati già al piano operativo.
E a poco sono valse tutte le indiscrezioni dal fronte giudiziario di queste settimane – da Napoli a Milano – sull’alta improbabilità che lo spettro delle sbarre si faccia concreto.
«Figuratevi se non si trova un pm disposto a entrare nella storia arrestando da qui a breve Silvio Berlusconi», esorcizza a modo suo quando dirigenti e parlamentari che lo vanno a trovare a Grazioli – ultimi in serata i senatori forzisti delle prime quattro commissioni per gli auguri natalizi – gli chiedono conto e ragione del proclama del giorno sulla «rivoluzione » preannunciata.
È una sorta di vademecum quello che Denis Verdini, Marcello Fiori, Renato Brunetta, Marcello Dell’Utri hanno quasi costretto a mettere a punto.
«Si tratta di capire se ci fanno questo regalo prima delle elezioni europee o dopo» è l’unica incognita che l’ex premier lascia pendente. Convintosi comunque che il Tribunale di sorveglianza gli negherà i servizi sociali per costringerlo ai domiciliari e impedirgli così di fare campagna elettorale.
Se tutto ciò accadesse, appunto, prima dell’appuntamento con le Europee del 25 maggio, nell’ottica dell’inner circle sarebbe tutto grasso che cola in chiave elettorale. «In ogni caso, si tratta solo di non farsi trovare impreparati e di sapere fin da ora cosa fare in quel momento» è stato il ragionamento col quale Verdini e altri lo hanno messo alle strette in questi giorni tra le angosce di Francesca Pascale e dei figli.
Ne è venuta fuori una sorta di “piano C” – come Cavaliere, ma anche come carcere – nulla di scritto, ma consegne ben circostanziate ai suoi. Con l’obiettivo di provocare un bel terremoto, nell’improbabile ipotesi in cui davvero dovessero scattare arresti o comunque domiciliari.
Scontato che nel simbolo per le Europee campeggerebbe il suo nome, benchè decaduto e per di più se arrestato.
«Per prima cosa, tua figlia Marina deve venirti a trovare in carcere e uscendo da lì denunciare il “colpo di Stato” in atto» è la prima mossa suggerita al leader di Forza Italia.
Da quel momento, scatterebbe l’escalation. Non violenta, ovvio, ma forte.
«Voglio che i deputati occupino l’aula di Montecitorio e i senatori quella di Palazzo Madama» è l’input lanciato da Berlusconi per fermare l’attività parlamentare.
Altri dirigenti del partito negli uffici di Viale Mazzini (o Saxa Rubra) a «occupare simbolicamente alcuni locali Rai».
E le reti Mediaset? Quando un consigliere moderato e dc come Gianfranco Rotondi gli ha suggerito di oscurare tutti e tre i canali per denunciare l’attacco alla democrazia, raccontano che il Cavaliere sia sbottato nell’unico momento di ilarità : «Eh no, va bene arrestato, va bene decaduto, ma devo pure rimetterci i contratti pubblicitari?».
Meglio che le tre reti martellino sul «golpe», mentre con un videomessaggio, benchè “impedito”, Berlusconi sogna di parlare al Paese in una sorta di evasione mediatica. Poi, ricostruzioni giornalistiche sulla «Guerra dei vent’anni», come la chiamano ad Arcore e a Cologno Monzese.
Di giustizia e «persecuzione » intanto tornerà a parlare oggi al fianco di Stefania Craxi per la presentazione del libro dedicato al leader socialista. «Io non lascerò l’Italia che amo» ripeterà .
Ieri sera, la prima di una serie di cene per gruppi con senatori. Proseguirà per giorni, anche perchè il malessere è crescente.
L’attesa nomina del comitato di presidenza slitta ancora, ad oggi, forse oltre.
Sarebbe partito da Berlusconi l’ordine di votare ieri col M5s alla Camera sulla legge di stabilità . La manovra di avvicinamento – come l’apertura velata sull’impeachment – prosegue.
Sembra però che Grillo si sia già districato dall’abbraccio «mortale».
Per lui, ha tagliato corto, «sarebbe la fine».
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 13th, 2013 Riccardo Fucile
LE CARTE DELL’INCHIESTA: “COTA MI INDICAVA I FORNITORI, GLI HO PAGATO ANCHE UN’AUTO”
Più che sassolini, sono pietre quelle che Francesco Belsito, ex tesoriere della Lega, si toglie dalle scarpe durante una decina d’interrogatori, resi tra il maggio e il luglio scorso, ai pm della procura milanese che indagavano sui finanziamenti al Carroccio.
Non dimentica nessuno «il nano»: dai politici agli imprenditori.
E impallina, oltre allo scontato Umberto Bossi – che, si scopre, spende 500 euro pure per iscriversi a un sito di poker on line – personaggi tutt’ora in vista della Lega, da Tosi, il sindaco di Verona, a Cota, attuale presidente della Regione Piemonte, dal neo segretario Matteo Salvini al sempiterno Roberto Calderoli.
E si capisce che, nonostante sia stato chiuso un pezzo d’inchiesta, le indagini non sono ancora concluse, visto che buona parte dei verbali di Belsito sono completamente omissati.
Uno dei più esplosivi è datato 29 maggio.
Spiega Belsito che quando ad esempio ricevette 300 mila euro dal suo socio d’affari Bonet, l’uomo con cui mise in piedi il pasticcio dei fondi in Tanzania, «30 mila euro li ho versati a Calderoli che era ben consapevole che provenivano da affari che avevo concluso con Bonet. Di fatto questi soldi dati a Calderoli andavano a compensare le sue donazioni al partito. Altri esponenti di spicco facevano donazioni al partito…».
Ma poi se li facevano restituire, «in nero», dal tesoriere.
«Dal 2009 ho sempre restituito in contanti i soldi che Calderoli versava, compensando le sue donazioni. Anche Reguzzoni ho pagato personalmente in nero: 15 mila euro per donazioni che avrebbe dovuto fare alla Lega e che invece aveva trattenuto per sè. Cota, quando era capogruppo, prendeva denaro in nero da Balocchi (l’ex tesoriere prima di Belsito, defunto, ndr), non so quantificare le somme, personalmente ho constatato che aveva un negativo sui versamenti che doveva effettuare al partito. Personalmente ho pagato delle sue spese giustificate con fatture; una ricordo che si riferiva a un’autovettura. Il compenso delle spese era pari a circa 50 mila euro che pagai con bonifici in parte verso la Lega Piemonte e in parte verso fornitori indicati da lui…».
Prosegue Belsito: «Anche a Zaia (ex ministro e presidente del Veneto) abbiamo pagato delle fatture ma non ricordo gli importi. Balocchi mi diceva che teneva un contabilità parallela, in cui segnava le somme in nero agli esponenti della Lega, carte rimaste probabilmente alla moglie… Mi era stato detto che da sempre gli imprenditori portavano denaro in nero al partito e che questi rapporti erano intrattenuti principalmente da Giorgetti…».
Belsito non risparmia nessuno.
Nemmeno il neo segretario Matteo Salvini. «Il nero che gli imprenditori versavano veniva utilizzato a volte per la campagna elettorale e veniva gestito senza passare dalle casse del partito.
Ad esempio ricordo che Bonomi, in quota Lega per la Sea (la società che gestisce Linate e Malpensa, ndr) diede in contanti 20 mila euro a Salvini, circostanza che mi venne riferita dalla Dagrada (segretaria di via Bellerio, ndr). Quindi Savini per sanare i suoi obblighi di oblazione verso la Lega intendeva girare al partito questa somma, cosa che non mi risulta sia avvenuta».
Secondo Belsito, per la raccolta fondi ogni parlamentare aveva la sua specialità : «Ad esempio Maroni (“Maronui” nel verbale, ndr) si occupava delle telecomunicazioni».
Ed ecco risultare un finanziamento di Telecom da 100 mila euro. «Nel settore sanitario Salvini aveva voluto la nomina della dottoressa Cantù», diventata capo delle Asl a Milano. Mentre nel settore bancario «le nomine erano gestite principalmente da Calderoli e Maroni. Ma la lista dei «donatori» è lunga: da Caltagirone e Nerogiardini, fino alla Siram che avrebbe versato un milione di euro «a tale Cavaliere della Lega del Veneto legato a Tosi e Maroni».
Era davvero un bengodi.
«Il nano» racconta di 100 mila euro versati sui conti personali di Bossi e moglie Manuela Marrone ma anche di 300 mila euro pagati «in modo non ufficiale e parte per contanti» per la «scuola Bosina», della sciura Bossi.
Dice Belsito di non avere mai consegnato denaro in contante al senatur ma «in alcuni casi di aver ripianato il rosso di alcuni suoi conti personali, 48 mila euro presso la Bpl e altri 6-7 mila euro presso un’altra banca».
Al figlio Riccardo sarebbero arrivati 100 mila euro per le carte di credito e l’agognata scuola Cepu.
E, dulcis in fundo, ben 90 mila euro furono spesi per l’istruzione di Riccardo, del «Trota» e di Moscagiuro, il capo scorta dell’ex vicepresidente del Senato Rosi Mauro: tre belle lauree in Albania.
E se non ci fosse stata l’inchiesta, «vi era un’altra laurea da acquistare a Londra per Renzo, che venne concordata per 130 mila euro, dei quali circa 70-80 mila euro effettivamente pagati…».
Paolo Colonnello
(da “La Stampa”)
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Dicembre 13th, 2013 Riccardo Fucile
CHIAMATO IN CAUSA ANCHE SALVINI: “20.000 EURO IN NERO”
Una mangiatoia da cui tutti attingevano. 
Il vecchio quartier generale della Lega, con Umberto Bossi e la sua famiglia in testa, ma anche gli attuali vertici del Carroccio.
La descrizione dell’amministrazione della Lega Nord fino al 2012 è il caos totale.
O, meglio, il rendiconto di «versamenti in nero e tangenti».
A svelarlo sono le parole di chi, come Francesco Belsito, dal 2009 e per tre anni, è stato il tesoriere del Carroccio.
A fine novembre, i pm milanesi Alfredo Robledo, Paolo Filippini e Roberto Pellicano, hanno chiuso il primo troncone d’inchiesta sui fondi passati da Belsito a Bossi e ai suoi figli Riccardo e Renzo (il Trota), e all’ex numero due del Senato, Rosy Mauro. Tutti accusati di aver concorso a sperperare una quarantina di milioni di rimborsi elettorali, cioè soldi pubblici stanziati per la Lega Nord.
Delle lauree false dei discendenti del Senatur, o delle loro spese quotidiane, già si sapeva da quando lo scandalo è scoppiato, oltre un anno fa.
Quello che emerge, ora, sono le gestioni allegre e sospette a cui avrebbe preso parte il quartier generale leghista.
I FONDI NERI
Il 29 maggio scorso, rinchiuso a San Vittore, Belsito inquadra l’entità dello scandalo. Nel 2009, Umberto Bossi lo incarica di sostituire come tesoriere Maurizio Balocchi. Da allora «tutti i mesi percepivo duemila euro come tesoriere ».
Denaro che non risultava da nessuna parte, perchè come si affretta a precisare Belsito, «tutti i rimborsi in Lega sono in nero». Da dove arrivassero quei soldi – non spiccioli – l’ex tesoriere lo ignora, ma ricorda i contributi non contabilizzati da parte di aziende.
«So di rapporti tra esponenti della Lega e imprenditori perchè ne avevo personalmente notati nel corso di mie presenze a Roma, nei locali frequentati da politici». Parla, nello specifico, di incontri tra l’ex sottosegretario Giancarlo Giorgetti con il banchiere Massimo Ponzellini o con il fondatore di ICS Grandi Lavori, Claudio Salini.
Nulla di penalmente rilevante, ma che svelano un quadro.
Belsito, poi, parla espressamente di fondi neri. «Il nero che gli imprenditori versavano – mette a verbale – veniva utilizzato a volte per la campagna elettorale dagli esponenti politici e veniva gestito senza passare dalle casse del partito».
Ed entra nello specifico. «Ricordo che Bonomi, in quota Lega alla Sea, diede in contanti 20 mila euro a Salvini (eletto segretario del partito domenica scorsa-ndr). Salvini, per sanare i suoi obblighi verso la Lega, intendeva girare al partito questa somma, cosa che non mi risulta sia avvenuta».
LA BAMBINAIA
Belsito non risparmia sospetti nei confronti dei suoi ex compagni di partito. Riguardo all’ex ministro Calderoli – originariamente indagato ma per il quale i pm chiederanno l’archiviazione – l’ex tesoriere sostiene di aver «pagato in contanti una signora di Bergamo che mi è stato detto essere la sua bambinaia».
E ancora. «Pagavo inoltre in contante 2500 euro a una persona che non so cosa facesse, ma che si diceva fosse un vecchio leghista picchiatore».
L’indagato, sempre da San Vittore, parla dell’ex capogruppo Reguzzoni, a cui «ho pagato personalmente in nero 15 mila euro per donazione che avrebbe dovuto dare alla Lega, ma che invece aveva trattenuto in parte per sè».
Belsito parla anche dell’attuale governatore del Piemonte Cota: «Aveva in dotazione un’auto della Lega, con il suo autista pagato da noi».
IL MILIONE DA SIRAM
Nell’interrogatorio del 13 maggio, Belsito ricostruisce il pagamento di un milione di euro alla Lega Nord del Veneto da parte di Siram, multinazionale francese specializzata in appalti ospedalieri e per i quali due ex manager sono indagati.
Belsito fa capire ai pm che tutto lo stato maggiore del partito era informato di quel finanziamento. «La Lega Nord del Veneto aveva chiesto un milione al finanziere Stefano Bonet», mette a verbale l’ex tesoriere leghista, ricordando come il soggetto fosse il tramite con la società francese.
«Siamo nel 2010, dissi a Bossi e Calderoli che tale Cavaliere (ex presidente leghista del consiglio regionale del Veneto-ndr), aveva chiesto questi denari alla Siram. So che tale somma è stata pagata tramite bonifico a favore di una società , credo riconducibile a Cavaliere ».
Secondo Belsito «verosimilmente questa richiesta di denaro serviva a non avere problemi da parte di Siram per gli affari in Veneto o comunque per avere i favori della politica locale. Anche Zaia (governatore del Veneto, ndr) fu informato di tale pagamento».
Belsito va oltre, e sottolinea come si è arrivati alla cifra di un milione: «Cavaliere trattava su incarico del sindaco di Verona Flavio Tosi».
L’indagato sostiene come per Siram il gioco valesse la candela: «Da quello che ricordo – conclude l’ex tesoriere ai magistrati milanesi – la somma degli appalti di Bonet e Siram in Veneto era di circa 25 milioni in un triennio».
Sandro De Riccardis e Emilio Randacio
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Dicembre 13th, 2013 Riccardo Fucile
IL SINDACO TROVA UN PD FORTE MA SENZA SOLDI…. SPOSETTI (TESORIERE DS): “NON AVRETE LA NOSTRA CASSA”
Ormai dismessa, e sconfitta, la “ditta” che fu di Pier Luigi Bersani lascia a Matteo Renzi un partito in rosso, ultima impronta cromatica che rimanda al passato.
Il tesoriere Antonio Misiani, in carica ancora per pochi giorni, mollerà la cassa in virtuale salute, ma fragile, molto fragile: 4 milioni di euro di passivo a dicembre, almeno 7-8 per l’anno prossimo, se passa la legge sui rimborsi elettorali, pronta a Palazzo Madama per l’estremo timbro.
Eppure il Partito democratico, pensato liquido e scoperto ben solido con 207 dipendenti, avrebbe parenti, non proprio lontani, estremamente ricchi: i Democratici di Sinistra, cancellati e milionari, che controllano un patrimonio valutato mezzo miliardo di euro.
Circa 60 fondazioni locali, decentrate e autonome per non perire col debito di 200 milioni di euro verso le banche, gestiscono 2400 immobili e un centinaio di cimeli, libroni, reliquie, documenti, fotografie: cinquant’anni di sinistra e comunismo italiano
I dirigenti che hanno perso e la cassaforte blindata Il guardiano, tesoriere a vita, è il senatore Ugo Sposetti, mai convertito al renzismo: il contrario esatto.
Il giovane Pd, concepito da Democratici di Sinistra e Margherita di Rutelli, fu la conseguenza di un matrimonio con separazione dei beni.
E non sorprende, allora, ascoltare Sposetti pungente come sempre, definitivo come non mai: “Usano le sedi del Pci, nessuno li caccia: o mi sbaglio? Non possiamo toccare le vecchie proprietà perchè abbiamo dei creditori e 23 stipendi da pagare. Se vendiamo è per ristrutturare”.
Sposetti-pensiero tradotto: non li sfrattiamo, ci dicano grazie.
Con precisione chirurgica, aggiunge, e diventa serissimo: “I soggetti giuridici sono diversi. Non possiamo dare nulla a Renzi: il sottoscritto, però, il primo gennaio vuole la tessera”.
Con drammatica lungimiranza, in via del Nazareno, dove s’installa la macchina democratica, già s’intravedono i primi scatoloni. Non le prime rassegnazioni.
Il rosso nei bilanci non pare spaventare il segretario: ma la nuova gestione, la ditta fiorentina, dovrà trovare una soluzione.
Il promesso tesoriere, successore di Misiani, puntuale a far quadrare entrate e uscite (a ottobre liquidità di 12,5 milioni), era Lorenzo Guerini, ex sindaco di Lodi, ora portavoce di Renzi.
Guerini ha preferito sottoporsi alle torture dei giornalisti pur di non impazzire con la calcolatrice. La deputata Maria Elena Boschi, nominata per le riforme fra i 12 in segreteria, annuncia cure dimagranti: addio consulenze, meno impiegati, zero sprechi . Non semplice.
Perchè soltanto le spese per il personale superano i dieci milioni di euro e la piccola Youdem di Chiara Geloni, devota a Bersani sino al patibolo, s’è ridotta per non sforare i 2 milioni.
Il destino di Youdem pare deciso: il segnale sarà staccato, o giù di lì.
I renziani vogliono cambiare verso, dicono. Hanno pensato, presto, di traslocare dal Nazareno, troppi i 600.000 euro d’affitto.
Poi Renzi s’è accorto che il mercato romano non offre di meglio per 3.000 metri quadri, compresa la terrazza panoramica e l’attico per la sala stampa
La nuova legge sui rimborsi e le donazioni dei privati.
l 2014 non sarà , forse, il momento per la volata a Palazzo Chigi. Più facile che sia l’anno, stavolta giusto, per il (finto ) arrivederci ai rimborsi elettorali, scarnificati fino a scomparire nel 2017: -25% ogni anno rispetto ai 24,8 milioni pubblici incassati da Misiani lo scorso luglio.
I partiti dovranno sopravvivere con i contributi di società e privati sino a 300.000 euro e donazioni tramite Irpef (tassa sui redditi) del 2à—1000.
Questa è la legge che ha sostenuto Enrico Letta e che Matteo Renzi voleva ancora più netta. Vuol dire che il segretario s’immagina un partito più leggero, più legato ai capitali privati, ai propri militanti.
Senza scomodare l’immaginazione, però, adesso ci sono 207 dipendenti che aspettano risposte e un po’ di milioni da coprire.
Ma non chiedete una mano a Sposetti.
La vecchia ditta un po’ di rosso lo vuole mantenere.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 13th, 2013 Riccardo Fucile
DALLA DENUNCIA DEGLI IMPRENDITORI SICILIANI DEL 2012 ALLE ATTUALI PRESENZE MAFIOSE AI PRESIDI DI FRONTIERA: ECCO LE PROVE
Utima settimana di gennaio 2012: la Sicilia viene paralizzata dalla rivolta del Movimento dei Forconi
che per 5 giorni blocca completamente l’isola.
Ecco cosa dichiarava Ivan Lo Bello, presidente della Confindustria siciliana: “Ho lanciato un allarme che non si basa su congetture o valutazioni, ma su elementi da noi denunciati. Mi stupisce che tutti i manifestanti non si sono resi conto che all’interno dei blocchi erano presenti mafiosi conosciutissimi. Questi mafiosi erano nei blocchi, nelle ronde e c’era una sorta di servizio d’ordine parallelo che in alcuni comuni ha imposto la chiusura dei negozi, in nome di una solidarietà ai manifestanti, ed erano esponenti legati direttamente o indirettamente a Cosa Nostra”.
Che Lo Bello dicesse una scomoda verità trova presto riscontro nei fatti che oggi i principali media nazionali (su imput di chi?) fanno finta di non ricordare.
Come l’arresto di Carmelo Gagliano, 45 anni, autotrasportatore di Marsala, tra gli organizzatori dei blocchi stradali nella sua provincia e accusato nell’inchiesta della squadra mobile di Caserta di aver prestato i propri mezzi ai fratelli Sfraga, referenti imprenditoriali delle famiglie mafiose Riina e Messina Denaro.
Come la denuncia per sequestro di persona contro cinque catanesi e un gelese, quattro dei quali con precedenti penali anche per associazione mafiosa.
Come la presenza a una conferenza di presentazione del movimento di Enzo Ercolano, fratello di Aldo Ercolano, il killer del giornalista Pippo Fava e nipote del boss catanese Nitto Santapaola.
Sono trascorsi quasi due anni e il ministro degli Interni Alfano nella sua relazione in Parlamento sui disordini di questi giorni, si limita a riferire che “siamo a rischio ribellismo”, dando più peso alla manovalanza e ai mazzieri che ai mandanti.
A sua volta Arturo Esposito, direttore dell’Aisi, l’agenzia informazioni e sicurezza interna dei Servizi segreti italiani dice: “Quello dei Forconi è un movimento senza una regia unica e presenta una preoccupante saldatura tra soggetti diversi animati dai sentimenti di contrapposizione nei confronti dello Stato e delle istituzioni”.
E qui si intravede già qualcosa circa la presenza della criminalità organizzata.
E’ di ieri la lettera di minacce esplicite di morte indirizzata a Cinzia Franchini, presidentessa di Cna Fita, l’associazione che rappresenta più del 30% degli autotrasportatori italiani e che aveva preso le distanze dalle proteste.
Che interesse avrebbe la mafia a fomentare i disordini? Molto semplice e acclarato: il controllo del business dei rifiuti.
Che ci sia una regia occulta nelle proteste del cosiddetto movimento dei forconi, lo sostiene con cognizione di causa anche Mauro Vanetti, attivista di Collettivo anti Slot, un movimento di Pavia che lotta contro le infiltrazioni mafiose.
“Trasporto unito – dice Vanetti – è una piccola organizzazione dell’autotrasporto che ha fatto una battaglia molto forte per l’eliminazione del SISTRI, il sistema informatico obbligatorio molto utile per il tracciamento dei rifiuti e quindi nella lotta alle ecomafie.
La proposta che fa Trasporto Unito di abolire totalmente il SISTRI e ogni sistema di tracciamento dei rifiuti va negli interessi delle mafie.
Ed è inquietante che questa organizzazione abbia fomentato i blocchi stradali del 2012 e infatti nel giugno 2012 il SISTRI è stato sospeso per un anno.
Il primo ottobre è stato riattivato un SISTRI bis e guarda caso sono ripartiti i blocchi stradali.
I collegamenti fra questi movimenti che sono nati in Sicilia l’anno scorso e quest’anno si stanno diffondendo in alcune zone di penetrazione della mafia al nord come Grugliasco, credo che debba suscitare qualche preoccupazione in chi è attento alla penetrazione mafiosa.
Chi ha l’interesse perchè il sistema dei rifiuti continui a non essere tenuto sotto controllo e in generale la logistica, che è un terreno delicato per le organizzazioni criminali in Italia, ha tutte le risorse economiche e le capacità organizzative per soffiare sul fuoco e incoraggiare dei movimenti di protesta che si saldano con con un disagio sociale reale con alcune categorie”.
Il blocco alla frontiera.
I forconi intanto, puntano alle frontiere. Nel quarto giorno di proteste un gruppo di manifestanti sono tornati a bloccare le vie d’accesso a Francia e Piemonte.
Gli autori della protesta hanno montato due tende all’accesso del ponte sul fiume Roja, che porta oltralpe. Bloccato anche il cavalcavia di Roverino che conduce alla statale 20, che porta in Francia e in Piemonte, e all’autostrada A10, altra via per raggiungere il territorio francese. Una occupazione “organizzata” del territorio.
Tutto questo avviene a Ventimiglia, comune sciolto dal Governo per infitrazione mafiosa, con una pesante e conclamata presenza della ‘ndrangheta.
Da verifiche effettuate a Ventimiglia, come ci segnalano gli amici della “Casa della Legalità “, tra i protagonisti del blocco dei Forconi vi sono molti pregiudicati calabresi.
Una scena particolare avviene quando uno in scooter cerca di superare il blocco ed un “forcone semplice” lo ferma.
Il tizio in scooter gli dice di lasciarlo andare, che lui può passare, che lui ha fatto 10 anni di galera (praticamente un master)… poi interviene un “capo-bastone forcone” che urla di lasciare andare quello in scooter: “E’ Mimmo, mio cugggino”.
L’ex sindaco rimosso Scullino, in attesa del processo per concorso esterno in associazione mafiosa con gli ‘ndranghetisti di Ventimiglia, viene fotografato in piazza con i Forconi ( “passavo di lì per caso”, dirà per giustificarsi).
Ed a Savona, alla testa dei Forconi chi c’è? Davide Mannarà , figlio di Lillo (coinvolto nella sparatoria di un regolamento di conti in pieno centro a Savona per cui venne anche arrestato il Pietro Fotia, nel 1993). Pregiudicato con precedenti per droga, nonchè dedito al riciclaggio (anche attraverso i Compra Oro).
Con le forze dell’ordine impegnate 24 ore su 24 a controllare chi manifesta e non a vigilare sul territorio, quanti affari avrà concluso la mafia in tutta tranquillità ?
Mentre mazzieri e manovalanza penseranno di fare chissà che rivoluzione e qualcuno si commuoverà nel vedere bandiere tricolori al vento, senza capire cosa c’e’ dietro.
Ultima chicca: il Secolo XIX pubblica un documento degli organizzatori che riproduciamo e in cui si legge “dopo aver cacciato la classe politica, lo Stato sarà guidato per un periodo transitorio da una commissione retta dalle forze dell’ordine in attesa di nuove elezioni”.
Forse siamo in Tunisia o in Egitto?
Va beh che abbiamo fatta ricca la nipote di Mubarak, ma a tutto c’e’ un limite…
Mi raccomando, amici di destra, oggi di nuovo tutti in piazza a sostenere la ‘ndrangheta.
Noi preferiamo stare con Paolo Borsellino.
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Dicembre 13th, 2013 Riccardo Fucile
NON POTRANNO PIU’ ESSERE PAGATI CASH, IN ITALIA LO FA L’83%
Gli affitti non potranno più essere pagati in contanti. Lo prevede un emendamento del Pd alla legge di
Stabilità approvato dalla commissione Bilancio della Camera. L’emendamento è stato presentato da Marco Causi, capogruppo Pd in commissione Finanze, Laura Braga, neo responsabile Ambiente del partito, e Davide Baruffi, ed ha avuto il parere positivo tanto del relatore, Maino Marchi (Pd), che del governo.
«I pagamenti riguardanti canoni di locazione di unità abitative – si legge nell’emendamento – fatta eccezione per quelli di alloggi di edilizia residenziale pubblica, devono essere corrisposti obbligatoriamente, quale ne sia l’importo, in forme e modalità che escludendo l’uso del contante e ne assicurino la tracciabilità anche ai fini della asseverazione dei patti contrattuali per l’ottenimento delle agevolazioni e detrazioni fiscali da parte del locatore e del conduttore».
Lo stesso emendamento affida poi ai Comuni, in funzione di contrasto all’evasione fiscale nel settore delle locazioni abitative attività di «monitoraggio» anche utilizzando «quanto previsto in materia di registro di anagrafe condominiale e civile».
Il governo spinge perchè si diffonda l’uso dei pagamenti elettronici, ma gli ultimi dati pubblicati da Bankitalia segnalano il contrario: in Italia l’uso del contante è nettamente preferito ai più moderni strumenti di pagamento.
Nel 2012 ben l’83% delle transazioni complessive è stato eseguito in contante (la media europea è del 65%) e le operazioni pro capite annue effettuate con strumenti di pagamento diversi dal contante sono solo 71, contro una media europea di 187 (194 quella dell’area euro).
I numeri sono estratti dal rapporto «La Sepa e i suoi riflessi sul sistema dei pagamenti italiano», dove Sepa è l’acronimo di Single Euro Payment Area, cioè Area comune europea dei pagamenti.
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Dicembre 13th, 2013 Riccardo Fucile
IN PIAZZA ANCHE LA RABBIA DI COMMERCIANTI, PENSIONATI E IMPRENDITORI
L’Italia che sprofonda. Precipita, in caduta libera, lungo la scala sociale e si ritrova alle soglie della povertà .
L’Italia che aggiunge, ai milioni di disoccupati e cassintegrati, altri milioni che non riescono ugualmente a pagare le bollette. Che hanno prosciugato il conto in banca e adesso si sentono chiedere di rientrare dallo scoperto, che tirano giù per l’ultima volta la saracinesca del negozio o si rassegnano a far fallire l’impresa.
L’Italia che è povera e disperata da sempre, al Sud, e l’Italia che, invece, si ritrova, improvvisamente e senza sapere come, impoverita e impaurita, al Nord Est, come al Nord Ovest.
L’Italia che, piegata da cinque anni di crisi e di austerità , si ritrova in piazza – o vorrebbe andarci – spinta solo dalla rabbia e non dalla speranza di ottenere risposte a domande che non riesce a formulare.
Forse anche per questo, in piazza, più che i poveri, ci sono quelli che si guardano alle spalle, con i nervi a fior di pelle, perchè sentono i poveri, di colpo, sempre più vicini.
La mappa del disagio sociale dice, infatti, che l’Italia è un Paese con sempre più poveri: ormai, quasi una famiglia su cinque.
Oltre un milione 700 mila famiglie non raggiunge «uno standard di vita minimamente accettabile», secondo la definizione dell’Istat: lo standard varia a seconda del numero di componenti e della città , ma, in quattrini, oscilla fra i 600 e i 1000 euro al mese.
Questi poverissimi, solo un anno fa, erano un quarto di meno.
Tuttavia, in un Paese del mondo avanzato, che fa parte del G8, si è poveri anche se si riesce a mangiare, ma non si tiene il passo con il resto della società .
I calcoli statistici dicono che, per non essere povera in un Paese ricco, una famiglia di due persone deve disporre almeno di mille euro al mese.
Giusto lo stipendio di un precario fortunato, con moglie a carico, ma senza figli.
Anche qui, in fondo alla scala sociale, le fila si ingrossano.
Nel 2009, questa povertà relativa coinvolgeva quasi l’11 per cento delle famiglie italiane, oggi sono più di 3 milioni, cioè vicini al 13 per cento.
Altrettanto male, però, sta chi rischia, ogni mese, di slittare sotto quella soglia, chi guadagna 1100, 1200 euro.
Sono i “quasi poveri”, un altro 6 per cento di famiglie, perennemente in bilico.
Chi sono questi poveri? In Italia, ci sono ormai più di 3 milioni di disoccupati, di cui solo 2 milioni e mezzo ricevono il sussidio.
Poi ci sono più di un milione e mezzo di cassintegrati. Soprattutto, ci sono oltre 7 milioni di pensionati che, ogni mese, vedono arrivare dall’Inps meno di quei mille euro della soglia di povertà . Di loro, più di 2 milioni non arriva neanche a 500 euro.
Praticamente, quasi un pensionato su due vivrebbe ai limiti della sussistenza, se il suo assegno fosse l’unico reddito di casa. Così, spesso, non è. Ma il discorso vale anche a rovescio.
Quei mille euro di pensione sono, spesso, l’unica fonte di reddito stabile e sicura della famiglia, intorno a cui ruotano altri introiti volatili, precari, anche occasionali, portati a casa da membri più giovani, ancora a caccia di un posto fisso. Anzi, di un posto qualsiasi.
Solo un terzo degli italiani under 30, in effetti, lavora o cerca lavoro.
Il grosso, d’altra parte, studia. Ma uno su dieci cerca lavoro e non lo trova
E’ questa situazione di incertezza, casualità , fragilità , fra alti e bassi imprevedibili che gli sprofondati, caduti dalle certezze e dalle sicurezze delle classi medie, sentono sempre più vicina o stanno imparando a conoscere in questi mesi.
Le statistiche cominciano solo ora a dare conto della mazzata della crisi.
Fra il 2008 e il 2011 il potere d’acquisto delle famiglie si è ridotto del 5 per cento: quando prima si faceva la spesa al supermercato per 100 euro, poi ci si è dovuti accontentare di una spesa di 95 euro.
Ma il vero colpo è arrivato fra il 2011 e il 2012, con l’avvitarsi della crisi e dello spread: il potere d’acquisto è sceso in un solo anno di un altro 5 per cento. La spesa di 100 euro del 2008, ora è più magra di 10 euro.
Le bollette della luce, del gas, le rate del condominio, la tassa della spazzatura sono diventate un incubo: il Censis dice che un quarto delle famiglie italiane ha difficoltà a pagarle.
Non ci sono più neanche le riserve a cui attingere. Conti in banca e risparmi vengono progressivamente prosciugati e mai rimpolpati.
Negli anni ’90, il Paese poteva permettersi di mettere da parte, in media, quasi un quarto del suo reddito.
Erano gli anni in cui le Giornate del risparmio erano grandi feste trionfalistiche. Oggi, su 100 euro di reddito, in media (ricchi compresi, quindi) nel salvadanaio per i tempi bui ne vanno meno di dieci.
Getta la spugna e sprofonda soprattutto quella parte del ceto medio che, prima della crisi, più si era fatta largo nelle gerarchie sociali ed economiche: imprenditori, commercianti, lavoratori autonomi.
Fra gennaio e settembre di quest’anno quasi 10 mila società hanno dichiarato fallimento, il grosso nel corso dell’estate. Molte erano solo scatole vuote, aziende che non avevano mai presentato bilanci negli ultimi tre anni: semplici progetti o terminali di operazioni più complicate. Ma chiudono i battenti, senza l’onta del fallimento, migliaia di aziende vere.
In Italia, secondo le elaborazioni della Fondazione Nord Est, in meno di due anni, dalla fine del 2011 allo scorso settembre, hanno cessato l’attività quasi 80 mila imprese, dai campi alle fabbriche, ai negozi.
Nell’ultimo anno, sono sparite 12 mila fabbriche, oltre 20 mila imprese edili, 5 mila aziende di trasporto.
A cui bisogna aggiungere 17 mila fra bar e ristoranti, 11 mila negozi di moda e abbigliamento. Un gelo che ha investito anche le zone più dinamiche del paese.
Il Nord Est ha perso oltre 3 mila aziende manifatturiere, 5 mila imprese edili, fra la fine del 2011 ed oggi, ad un ritmo di chiusure superiore a quello nazionale.
Troppe tasse, troppe bollette, ma, soprattutto, a spegnere la luce sono state le banche, preoccupate di rientrare dei loro prestiti.
Il termometro della caduta di una parte di società che, fino a ieri, veniva accolta in banca con sorrisi e pacche sulle spalle lo danno le statistiche sulle sofferenze, ovvero i crediti incagliati, che le banche disperano di recuperare.
All’ultimo conto, i prestiti, probabilmente, svaniti, sfiorano i 150 miliardi di euro: rispetto all’anno scorso, c’è un aumento del 22,9 per cento.
Ma, se si prende a confronto il 2010, quando la crisi era ancora strisciante, i soldi che gli sprofondati, ormai, non sembrano in grado di restituire, sono raddoppiati.
Maurizio Ricci
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 13th, 2013 Riccardo Fucile
LA CONVERSIONE ALL’ANIMALISMO MILITANTE PER GARANTIRE PIU’ ELETTORI: SECONDO DAGOSPIA GR1 E GR2 HANNO GIA’ INIZIATO A SPONSORIZZARE L’INIZIATIVA…. IL SITO ANNUNCIATO DAL CAVALIERE PERO’ NON C’E’ ANCORA
“Da oggi potete trovare un sito su Internet, che si chiama ‘Forza Dudù’”. 
L’annuncio arriva nel giorno del lancio dei nuovi circoli di Forza Italia e Silvio Berlusconi, scherzando — ma non troppo- spiega ai militanti l’intenzione di aprire uno spazio legato al partito e dedicato agli animali.
Il sito non c’è ancora, ma ad Arcore pare che il piano sia stato messo a punto.
Perchè un eventuale animalismo militante, come scrive oggi il Corriere, “potrebbe persino garantire a Forza Italia qualche punto inaspettato, già dalle prossime europee”.
La ragione sta nel legame tra una buona fetta di italiani e gli animali domestici.
“Non sapevo che ci fossero in Italia 7 milioni di cani, 12 milioni di gatti — proseguiva l’ex premier alla convention dei club – il 36% delle persone i cani e i gatti li fanno dormire sul letto, il 16% li fa dormire sotto le coperte, il 40% delle signore afferma che dopo un alterco coniugale trova serenità con un gatto o un cane”.
La strategia ispirata a Dudù ha già mosso i primi passi sulle reti del servizio pubblico. L’offensiva parte sul Tg1 del 10 dicembre. Nell’edizione delle 13.30 trova spazio un servizio sul “Manifesto animalista” di Michela Vittoria Brambilla, libro dell’ex ministro del turismo per difendere i diritti degli animali.
Il secondo step si consuma durante le edizioni delle 7.30 del Gr2 e delle 8 del Gr1, tra lo sconcerto delle rispettive redazioni.
Nei due radiogiornali, tra i più seguiti del palinsesto, “il sonoro di Silvio Berlusconi dalla convention dei club di Forza Silvio di domenica è dedicato — scrive Dagospia — niente meno che al lancio del sito ‘Forza Dudù’”.
Il sito non c’è ancora. Colpa di Diego Volpe Pasini, imprenditore allontanato dal centrodestra, che avrebbe comprato il dominio “Forzadudu”.
La pagina web, però, arriverà a breve.
E chissà che dietro all’animalismo militante, conclude il Corriere, non ci sia la sua scelta “sui servizi sociali da scontare dopo la condanna”.
Di certo, ha spiegato Brambilla, “il 55 per cento degli italiani possiede un animale domestico e lo considera come uno di famiglia. In questo — prosegue — la signora Maria e Berlusconi con il suo Dudù non fanno differenza. Perchè ci sono temi che interessano alla politica e temi che interessano alla gente. Questo è un tema che interessa la gente”.
E forse anche il Cavaliere, sia per i servizi sociali che per la prossima campagna elettorale.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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