Dicembre 12th, 2013 Riccardo Fucile
TRA BORGHESI POCO ILLUMINATI E GRILLINI CULTURALMENTE INADEGUATI
Con B&C non si può ragionare: mentono sapendo di mentire. Quelli più intelligenti elaborano le bugie
e quelli più stupidi le ripetono.
Anche con i grillini non si può ragionare: sono incazzati, il che non è colpa loro, ne hanno tutte le ragioni; ma sono anche rozzi e disinformati, culturalmente inadeguati. Già così, il risultato è che milioni di cittadini lavorano per la distruzione traumatica dello Stato.
B&C ossessivamente incompatibili con il controllo di legalità .
E i grillini e i loro violenti compagni di strada (forconi e altri), trasferendo la loro rabbia dalle persone alle istituzioni, alla ricerca di una miracolosa palingenesi.
Questo esercito sta arruolando nuove reclute: imprenditori, commercianti, artigiani, professionisti; tutta gente che “non ce la fa più”.
Che è vero: fino a qualche anno fa godevano di un reddito superiore alla media, composto per il 70 per cento, dai ricavi del loro lavoro e, per il 30 per cento, dal frutto di un’evasione fiscale sistematica.
Con la crisi, i ricavi da lavoro si sono ridotti del 50 per cento. E la lotta all’evasione minaccia di sottrargli quel 30 illecito ma consueto.
La loro situazione economica è precipitata. E stanno cercando alleati.
Non mi sarei reso conto di questo se non mi fossi trovato a commentare con alcuni amici (borghesi benestanti, conservatori illuminati) i disordini di Torino, i blocchi stradali e i poliziotti che si levano i caschi.
All’inizio tutti abbiamo espresso preoccupazione per la violenza della manifestazione; e io ho segnalato come particolarmente inquietante il gesto dei poliziotti, obiettivo segnale di condivisione della protesta.
“È vero — mi hanno detto — questo dimostra a che punto siamo arrivati. Non se ne può più; c’è un clima, una pressione che non sono più tollerabili”. Qualcosa nel tono, nell’enfasi, mi ha fatto sospettare che i miei amici e io non stavamo raggiungendo le stesse conclusioni.
Il seguito del discorso mi ha levato ogni dubbio. “Ti rendi conto che nessuno si compra una macchina nuova? E che, se proprio la vecchia cade a pezzi, altro che Porsche o Mercedes, al massimo un’utilitaria da 10.000 euro. Appena sali un po’, subito l’accertamento”.
“Bè sì; ma ti difenderai, contabilità , bilanci, lo sai come si fa”. Il che, per la verità era un’argomentazione un po’ fasulla, un contenzioso tributario non si sa mai bene come va a finire.
Ma quello che mi ha colpito è stato l’intervento di un altro.
“Ma insomma, non se ne può più. Io ho aperto un locale. Avevo ereditato un po’ di soldi e li ho investiti. Mi hanno fatto l’accertamento e ho dovuto dargli il testamento, l’accettazione dell’eredità , le mie dichiarazioni dei redditi degli anni precedenti e un sacco di altri documenti”.
Commenti disgustati di tutti gli altri. “C’è un clima insopportabile, così non si può andare avanti”. “
Ma scusa — gli ho chiesto — come è finita?”
“Bè, non è successo niente, hanno archiviato”.
“Vuoi dire che ti hanno dato ragione?”
“Sì. Ma sai quanto ho dovuto penare per raccogliere tutti i documenti. E poi la perdita di tempo, l’ansia, la violazione della privacy”.
Ho cominciato a spiegare. C’è un’evasione fiscale da 130 miliardi l’anno (probabilmente di più).
Recuperassimo questi soldi, potremmo diminuire il carico fiscale sulle imprese, aumentare le pensioni, finanziare la spesa pubblica, insomma incrementare i consumi e favorire la ripresa.
Quindi la lotta all’evasione è necessaria. E dove si può fare?
Certo non su lavoratori dipendenti e pensionati: quelli non possono evadere. Resta la gente come te. Sono venuti a controllare, hanno trovato tutto in regola e se ne sono andati. Tu sei la prova che il sistema funziona. Di che ti lamenti?
Ti fossi comprato la Porsche (da lì eravamo partiti) sarebbe stato lo stesso.
Non c’è stato niente da fare.
Come quell’esercito con cui simpatizzavano, erano incapaci di ragionare. Non ho ottenuto risposte coerenti nemmeno quando gli ho detto: “Ma vi rendete conto che non vi state lamentando di un accertamento sbagliato ma di una verifica? Che, in realtà , semplicemente non volete essere controllati?”.
Il clima, la preoccupazione, l’eccessiva pressione fiscale, tutti venduti, andate a prendere i veri evasori.
Non solo irragionevoli: anche rabbiosi. Ho rinunciato e ho ricominciato a parlare di automobili.
Però siamo nei guai. Non solo perchè milioni di persone a un certo punto voteranno. E, se si impadroniscono del Parlamento, nessuno ci salverà da un nuovo fascismo.
Ma soprattutto perchè, pensandoci bene, almeno su qualche cosa hanno le idee chiare. Colpevoli sono i politici; e possiamo anche essere d’accordo.
Ma com’è che a nessuno di questi Masaniello da strapazzo viene in mente che i veri responsabili della miseria economica dell’Italia (da cui, a cascata, deriva ogni altro problema) sono gli evasori fiscali?
Perchè non protestano (con il loro tipico stile, mi starebbe bene) affinchè siano scoperti, arrestati, obbligati a restituire il maltolto?
Perchè non si fanno due conti elementari, tipo: 130 miliardi all’anno, tra soldi recuperati e investimenti con conseguente crescita, in 3 o 4 anni siamo a posto?
C’è una sola risposta: questi protestano ognuno per sè, meno tasse, più salario.
Non solo non gli interessa come fare tutto questo; soprattutto che non gli si chieda di collaborare.
Bruno Tinti
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 12th, 2013 Riccardo Fucile
L’INCAUTO FORCONE CHE NON RICORDA LA FRASE DI MONTANELLI
Se un esponente della famigerata Kasta, dopo avere arringato la folla contro le tasse del governo affamatore, si fosse allontanato dal luogo del comizio sul sedile posteriore di una Jaguar, avrebbe firmato la sua condanna alla lapidazione mediatica. Stormi di pernacchie si sarebbero alzati in volo da ogni tinello, l’indignazione avrebbe lubrificato i polpastrelli ai tastieristi dei social network e al meschino jaguarato non sarebbe restata altra scelta che rottamare il bolide e inginocchiarsi su un tapis roulant di ceci.
Desta perciò una stupefatta ilarità che a compiere un gesto così poco coerente con il contesto sia stato Danilo Calvani, leader del Comitato 9 dicembre: il Forcone Capo. Lo hanno immortalato in quel di Genova, a bordo del macchinone inglese .
Si è giustificato dicendo che non era suo, ma di qualche forcone minore, però ormai il danno d’immagine era compiuto.
Se fossi il suo avvocato, insisterei sull’ingenuità del mio cliente, ignaro dei meccanismi della comunicazione.
A chi aizza i disperati contro i privilegiati è consigliabile farlo da un palco o da un balcone (che esercita un fascino intatto sull’italiano medio), giammai dal finestrino di una Jaguar.
Montanelli diceva che, quando un italiano vede passare una macchina di lusso, il suo primo stimolo non è averne una anche lui, ma tagliarle le gomme.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)
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Dicembre 12th, 2013 Riccardo Fucile
DANILO CALVANI, L’IMPRENDITORE AGRICOLO FALLITO CHE ODIA I POLITICI
Danilo Calvani, 51 anni, studi da ragioniere non terminati, coltivatore di ortaggi a Pontinia, poi
imprenditore agricolo dell’Agro Pontino, oggi leader dei Forconi nazionali. Dice accorato: «Io non ho una Jaguar, non ho proprio l’auto».
Al comizio di Genova è arrivato in Jaguar, con l’autista.
«Non era mia, non ho intestato nulla. E non era il mio autista, solo un amico che mi ha dato un passaggio. Un camionista».
Un camionista con la Jaguar. Prende spesso passaggi?
«Sempre. Stavolta due: da Latina a Massa Carrara e poi, con la Jaguar, da Massa a Genova e su fino a Torino».
Perchè?
«Non ho una lira. La mia azienda è finita all’asta, pignorata per 80 mila euro. Non ho l’auto, non ho un’azienda, sono protestato, però ho quattro figli tra gli otto e i venticinque anni. Veda lei».
Un leader naturale di questa protesta di disperati.
«Sono un contadino in un territorio svuotato, venti anni fa a Latina l’agricoltura era il sessanta per cento del Pil. Un imprenditore riempito di cartelle Equitalia per i contributi previdenziali non versati. E un cittadino che odia i politici».
Veramente si è candidato sindaco.
«Con una lista civica, di centrosinistra. Avevamo occupato l’Inps di Latina, otto mesi. Ho fatto la campagna elettorale dicendo: non votateci, non siamo corrotti. Non ci hanno votati».
Dicono che è un destro radicale, amici in Forza Nuova.
«Forza Nuova non la sopporto. Non voto da sei anni. Da ragazzo Dc e Psi, poi una volta Forza Italia e una volta Verdi».
Ha amici militari. Il generale dei carabinieri in congedo, Antonio Pappalardo, lo vedrebbe bene alla guida di un governo?
«Pappalardo l’ho conosciuto nel corso dei primi blocchi, l’anno scorso. Ci ha creato solo problemi. Non ho detto che voglio le forze armate, ma che la gente oggi si fida solo delle forze dell’ordine. In caso di un vuoto di potere vedrei un carabiniere».
Gliela comprano l’azienda all’asta?
«Nel 2001 l’ho pagata un milione e mezzo, ora vale un decimo. Qualcuno la comprerà , con tutti i soldi sporchi che girano».
Ma quanta gente porterà a Roma?
«Tanta. Il primo giorno eravamo quattro milioni e mezzo».
Corrado Zuino
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Dicembre 12th, 2013 Riccardo Fucile
DA DIECI ANNI RICEVONO SUSSIDI PUBBLICI PER CIRCA 500 MILIONI L’ANNO: MA DI CHE PARLANO?
E’ difficile guardare dentro a una protesta caotica, somma di rabbie disparate.
Ma alcuni focolai da dove si grida contro «i politici che rubano i soldi delle nostre tasse» hanno una sorprendente caratteristica in comune: nascono dentro categorie ben assuefatte a ricevere denaro pubblico.
Una frangia ribelle di autotrasportatori anima la protesta dei «forconi»: nell’ultimo decennio il settore ha ricevuto a vario titolo sussidi per circa 500 milioni di euro l’anno.
Due settimane fa, Genova era stata bloccata dagli autoferrotranvieri contrari a una inesistente «privatizzazione», quando nel trasporto locale fino a tre quarti dei costi sono coperti con denaro del contribuente.
La crisi esaspera; la rabbia spinge a schierarsi dietro i più determinati a battersi. Il guaio è che, nel crescente dissesto del sistema italiano, i più determinati spesso hanno esperienza nello sfruttarne i benefici.
Poi per ricucire tutto si inveisce contro Equitalia, che ha vessato a torto parecchie persone perbene, ma tra i cui nemici gli evasori è probabile siano in maggioranza.
E’ una protesta che guarda al passato, già tenta di riassumere il Censis; anzi è un passato che si rivolta contro sè stesso.
Nelle sessioni di bilancio parlamentari come di fronte ai consigli comunali da anni prevalgono, a svantaggio degli elettori, gruppi di interesse piccoli e compatti, capaci non soltanto di gestire pacchetti di voti ma di bloccare il Paese con le loro agitazioni.
Ora scontenti di ogni tipo sono tentati di mettersi al loro traino nelle piazze, con effetti paradossali.
Possono alcuni autotrasportatori, insoddisfatti dei 330 milioni di specifiche agevolazioni tributarie per il 2014 già ottenuti dalle associazioni di categoria, ergersi a simbolo del malcontento antifisco di tutti?
Forse si tratta solo della speranza che almeno loro riescano ad ottenere qualcosa.
Nel trasporto cittadino invece è normale che si spenda denaro pubblico, perchè il mezzo collettivo è un risparmio per tutti; ma in altri Paesi lo Stato copre una parte inferiore dei costi, circa metà , e i servizi funzionano meglio.
La «privatizzazione» sarebbe in realtà l’ingresso di altri operatori pubblici, come Trenitalia, Deutsche Bahn (Stato tedesco), Ratp (Stato francese), non legati — a differenza dei sindaci — all’immediato tornaconto elettorale.
Insomma il Paese per non poterne più rischia rimedi peggiori del male: ulteriori aumenti della spesa pubblica oppure delle agevolazioni fiscali mirate qui o là , in un do ut des imbarbarito tra piazza e politica.
Mentre, ad esempio, la vita del camionista migliorerebbe facendo rispettare la legge sulle strade, limiti di velocità , carichi, orari, reprimendo le intermediazioni più o meno malavitose, evitando che il lavoro nero prevalga sull’impresa in regola.
Vediamo l’esito estremo di una politica che ha cercato di immischiarsi in tutto, mancando invece al dovere di far funzionare le strutture basilari dello Stato.
Il sospetto della corruzione, in più casi fondato, dilaga fino a diventare un pretesto invocando il quale chiunque può sottrarsi alla legge (quanti romani salgono ora in autobus senza pagare giustificandosi con lo scandalo dei biglietti falsi?).
L’unica via è ritracciare in modo trasparente il confine tra ciò che lo Stato fa e non fa. Una parte della responsabilità deve ritornare ai cittadini: se un servizio comunale è gestito male, perchè non lasciarlo organizzare in proprio a associazioni di luogo o di categoria?
Ridurre i costi della politica e revisionare la spesa pubblica da cima a fondo sono le due parti inseparabili di un compito urgentissimo: ridurre l’uso clientelare dello Stato. Purchè non sia troppo tardi.
Stefano Lepri
(da “La Stampa”)
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Dicembre 11th, 2013 Riccardo Fucile
“SONO L’ITALIA CHE NON C’E’ PIU’, TRAVOLTA DALLA CRISI”
“Questi sono i costi sociali di una crisi selettiva e di una politica chiamata austerità . Invece di
cominciare con le solite manfrine la politica dovrebbe mettere in agenda la soluzione dei problemi”.
Aldo Bonomi, sociologo, non è affatto sorpreso dalla rabbia dei forconi. “Da anni descriviamo il disagio della piccola borghesia. Ora questa massa critica ha fatto condensa”.
La crisi che colpisce l’Italia per il sesto anno consecutivo ha causato, spiega Bonomi, la “desertificazione” di intere aree produttive improntate al fordismo e al post-fordismo. Specialmente al Nord.
Ed è inutile, dice, tentare di analizzare minuziosamente il sentimento politico eversivo che animerebbero queste mobilitazioni, che per alcuni sono manipolate dall’estrema destra e dalla mafia:
“Questo non è un talk show dove invitiamo gli ospiti con un etichetta precisa: destra, sinistra, precario, operaio, imprenditore. Un tempo bastava conoscere il mestiere che uno svolgeva per capire quale partito avrebbe votato. Oggi le classi non funzionano più. Oggi parliamo di arrabbiati, rancorosi, depressi”.
Alla crisi del capitalismo molecolare e dei mestieri nati con il postfordismo italico Bonomi ha dedicato il suo ultimo saggio “Il capitalismo in-finito” (Einaudi).
Barricate improvvise, blocchi del traffico, sassaiole, negozi chiusi a suon di minacce. Professor Bonomi, cosa sta succedendo?
È il risultato della desertificazione in alcune componenti della società . Non a caso le proteste più imponenti avvengono dove sono terminati i lunghi cicli dell’economia come il fordismo — pensiamo a Torino e Genova, le uniche due città un tempo autenticamente fordiste — e il postfordismo del Nordest con le sue micro-imprese ormai al collasso. La crisi di questi modelli ha un impatto sociale molto forte e dopo sei anni di autentico impoverimento non sorprende che esploda la rabbia.
Chi sono i protagonisti del movimento dei Forconi?
Sono soprattutto le persone che patiscono la fine del postfordismo italico. I piccoli imprenditori di quello che ho ribattezzato “capitalismo molecolare”, il piccolo commercio diffuso, i commercianti, i bancarellari, gli ambulanti, la logistica minuta e cioè i padroncini, i camionisti. Una moltitudine rancorosa appartenente a un modello economico che sta sparendo, una piccola borghesia pesantemente stressata dal fisco e impoverita dalla crisi che come sociologo non intercetto alle porte dei sindacati o delle associazioni di categoria, bensì alla mensa della Caritas. Un luogo dove naturalmente arrivano disoccupati e cassintegrati, ma anche appartenenti a quella composizione sociale che definirei “non più”: non più negozianti, non più commercianti, non più piccoli imprenditori. Sono anni che raccontiamo questo disagio e diamo l’allarme. E ora questa massa critica ha fatto condensa.
Pensa che queste proteste possano essere manipolate da forze di estrema destra o dalla mafia?
Invito a guardare la luna, non il dito. Ecco perchè non mi interessa, per il momento, andare a capire cosa c’è dietro la rivolta. Si pensava che il ciclo dei costi sociali non sarebbe arrivato? Questi sono i costi sociali di una crisi selettiva e di una politica chiamata austerità . Invece di cominciare con le solite manfrine la politica dovrebbe mettere in agenda la soluzione dei problemi. È un invito che rivolgo anche alle forze economiche dinamiche: non è possibile occuparsi soltanto dell’economia del “non ancora” – start up e così via — senza risolvere il problema del “non è più”.
Il Viminale parla di mobilitazioni «uniche nel loro genere perchè basate su azioni sporadiche e presidii improvvisi in diversi punti». Anche questo è un cambiamento nella modalità di manifestare il dissenso?
Una volta bastava indicare il lavoro che uno svolgeva per comprendere quale fosse il suo universo politico e valoriale di riferimento. Oggi invece occorre scavare a fondo, la dimensione delle classi sociali è saltata, ora abbiamo la dimensione degli indebitati, dei precari, dei rancorosi, degli incazzati, dei depressi. E penso che gli italiani capiscano la depressione che anima queste proteste, per questo non si lamentano dei blocchi che devono subire.
Grillo, la Lega e Berlusconi cercano di intepretare le ragioni della protesta. Cosa ne pensa?
Non voglio entrare in una discussione politica. Ma è chiaro che i politici, i sindacati, i mass media sono delegittimati. C’è una crisi di rappresentanza e le figure di riferimento sono cambiate. La crisi dei partiti è evidente, c’è una diaspora sia dalle formazioni politiche che dalle associazioni sindacali tradizionali. Gli strumenti con i quali eravamo abituati a capire la realtà sono in parte inadeguati, il conflitto è molecolarizzato e non segue più la linea classica (disagio, organizzazione delle lamentele da parte delle associazioni, richiesta a Palazzo Chigi di cambiare la situazione). E la differenza con il passato è che un tempo la legge finanziaria dispensava aiuti e spese, mentre oggi la legge di stabilità definisce unicamente tagli. Il governo non riconosce questa rivolta, non sa nemmeno quale faccia abbia.
L’austerità ha causato proteste in molti Paesi. Il movimento dei Forconi può essere originato anche dalla enorme crisi di credibilità della classe politica italiana?
Di italiano vedo la crisi drammatica di un capitalismo di territorio. Un problema reale.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 11th, 2013 Riccardo Fucile
PRESI DI MIRA GLI ORGANISMI DI RAPPRESENTANZA SOCIALE: NON E’ UN CASO NEL PROCESSO DI ATTACCO ALLE ISTITUZIONI
La Cgil denuncia gli atti violenti e intimidatori messi in atto dal movimento dei forconi contro le attività lavorative e sindacali.
“Le manifestazioni – si evidenzia in una nota del sindacato – che sotto il titolo giornalistico dei ‘Forconi’ animano in questi giorni le piazze italiane preoccupano quando si qualificano per gli atti violenti che si stanno ripetendo con forza e che vanno sempre e in ogni caso condannati e fermati”.
La Cgil elenca i luoghi dove ci sono stati questi episodi: “In particolare – si sottolinea -., in queste ore, si stanno verificando azioni intimidatorie e provocatorie, anche violente, in molte aree del Paese. Solo a titolo di esempio gravi fatti sono ad Andria, Cerignola, Barletta, Biella, Savona, dove non solo è stato impedito lo svolgimento delle attività lavorative, ma si anche tentato di ostacolare l’esercizio dell’attività sindacale, con gravi minacce, lancio di oggetti e qualche caso tentativi di irruzione nelle Camere del Lavoro”.
“Manifestare – spiega il sindacato – è un diritto di tutti, ma tale diritto va esercitato nel rispetto del principio incontrovertibile della non violenza, della non intimidazione e del rispetto delle libertà di ogni lavoratore e di ogni impresa di poter svolgere liberamente la propria attività “.
“L’assalto ai luoghi di lavoro e alle sedi sindacali – si sottolinea nella nota – è inaccettabile. Si tratta di atti di assoluta prevaricazione che devono essere impediti sul nascere. Il dipartimento organizzazione della Cgil, visto il degenerare della situazione, ha inviato una nota a tutte le proprie strutture nella quale si dispone il rafforzamento dei presidi nelle sedi sindacali e si chiede di innalzare il livello di vigilanza. In ogni capoluogo di Provincia verrà avanzata agli organismi preposti alla sicurezza e all’ordine pubblico, la richiesta di porre la massima attenzione a prevenire le possibili tensioni che possano ingenerare manifestazioni facinorose e squadriste e a reprimere ogni tentativo violento di intimidire aziende, lavoratori o loro rappresentanti sindacali”.
La nota si conclude spiegando che “l’eterogeneità delle rivendicazioni alla base della protesta è sicuramente sintomo del disagio diffuso che si è approfondito in una delle più lunghe crisi della storia e che per giunta non è stata contrastata adeguatamente. Nello stesso tempo è proprio questa eterogeneità che rende difficile individuare risposte e si presta a quelle pericolose invocazioni autoritarie che sono echeggiate nelle piazze e fanno dubitare delle reali finalità di questo movimento”.
Fa un grave errore chi pensa di cavalcare questa protesta per delegittimare ulteriormente la politica e le istituzioni, come sbagliato e foriero di possibili gravi conseguenze, è la continua delegittimazione che trasversalmente una parte del sistema politico sta compiendo nei confronti delle associazioni di rappresentanza sociale e del sindacato in particolare, indicate, a torto e strumentalmente, come i soggetti responsabili dell’attuale situazione e quindi da cambiare, cancellare o annullare.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 11th, 2013 Riccardo Fucile
MINACCE, INTIMIDAZIONI E INSULTI NELLA CENTRALE VIA GARIBALDI PER IMPORRE LA CHIUSURA DEGLI ESERCIZI COMMERCIALI
Vita difficile per i commercianti torinesi che, nonostante le proteste in corso, in questi giorni hanno
cercato di tenere aperti i negozi.
Minacce, intimidazioni e insulti da parte dei manifestanti, che spesso si sono fatti prendere la mano.
Come testimonia il video pubblicato ieri da Repubblica: l’episodio risale al primo pomeriggio di lunedì, nella centralissima via Garibaldi, a poca distanza da piazza Castello.
Le immagini parlano da sè, ma l’HuffPost ha raggiunto Alessandro, uno dei due store manager (del negozio di abbigliamento.
Come si sono svolti i fatti?
“Quando il corteo si è sciolto, un gruppetto di persone assortite è entrato nel nostro negozio urlando e intimando a tutti di uscire. Ho cercato di calmarli, dicendo che avrei chiuso e chiedendo che mi dessero il tempo di far uscire i clienti. Ho tirato giù mezza serranda per far capire che li avrei accontentati, anche se malvolentieri. Abbiamo messo in sicurezza il personale e fatto uscire la clientela. Il mio collega Luca (è il ragazzo con i pantaloni gialli) è rimasto fuori. Allora ho fatto il giro dal portone del cortile per non lasciarlo da solo.
Si è trattato solo di qualche parola (non si sentono neanche tutte). Il problema è che loro sostenevano dei diritti sacrosanti, le loro motivazioni non le discuto assolutamente, però per difenderle hanno calpestato quello che, secondo me, è un diritto più importante: la libertà di scelta. Il nostro è solo uno dei tanti episodi. Abbiamo negozi anche nei centri commerciali e lì sono avvenuti fatti ancora più gravi di quello che è successo a noi. In alcuni casi hanno addirittura malmenato e minacciato in malo modo le commesse”.
Perchè avevate deciso di tenere aperto?
“Non eravamo i due o tre crumiri isolati. C’erano tanti altri negozi aperti come noi. E l’abbiamo fatto non perchè non fossimo a favore dei motivi che hanno portato alla manifestazione. Però, essendo in un Paese democratico, abbiamo ritenuto che restare aperti fosse un nostro diritto. Oltretutto siamo un’attività nuova, abbiamo inaugurato solo sabato scorso. Nella maggior parte dei casi, i negozi chiusi lo hanno fatto non tanto per aderire allo sciopero, ma per il terrore e le minacce che avevano subito nei giorni precedenti. Quello è stato un motivo in più per il quale abbiamo deciso di restare aperti. Non ci sembrava il modo di fare. Poi, come si vede nel video, abbiamo deciso lo stesso di abbassare la serranda, ma soprattutto per l’incolumità dei clienti e delle commesse. Come puoi vedere, noi, comunque, eravamo abbastanza calmi, non avevamo proprio voglia di chiudere”.
Dopo quell’episodio se ne sono verificati altri?
“Martedì e oggi siamo comunque rimasti aperti. Ieri abbiamo abbassato di nuovo le serrande solo per una quindicina di minuti mentre passava un corteo che urlava di chiudere. In quel momento lo staff era di sole donne, quindi hanno chiuso ancora prima che arrivassero. Ma poi hanno rialzato le serrande. Oggi la situazione in via Garibaldi è decisamente più tranquilla, ma i colleghi nei centri commerciali mi dicono che stanno avendo ancora grossi problemi per raggiungere i posti di lavoro”.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 11th, 2013 Riccardo Fucile
DANILO GALVANI, L’AGRICOLTORE A CAPO DEL COORDINAMENTO 9 DICEMBRE, DOPO AVER PARLATO A GENOVA, SI ALLONTANA IN FUORISERIE
Finito il comizio in piazza De Ferrari, a Genova, se ne è andato via in Jaguar Danilo Calvani, l’agricoltore leader del Coordinamento 9 Dicembre.
Calvani ha tenuto un comizio davanti al teatro Carlo Felice e al termine, accompagnato da alcuni manifestanti, è salito su una Jaguar di colore scuro.
A un giornalista che gli chiedeva come potesse viaggiare su un’auto così costosa, Calvani ha risposto: “Non è mia”, cosa che si è potuto appurare.
Chi è Calvani.
Danilo Calvani, 51 anni, contadino da Pontinia, in provincia di Latina, è fiero del lavoro fatto. “Tutto è iniziato il 16 marzo scorso – spiega con orgoglio – nella cella frigorifera della mia azienda, tra amici. Lì abbiamo deciso che non si poteva sopportare oltre”.
Il leader del ‘Coordinamento 9 dicembre’ è cresciuto in una famiglia di agricoltori, “che mi ha trasmesso i valori della terra”, nell’agro-pontino bonificato durante il fascismo.
In quelle terre vive con la compagna e quattro figli. “Ho studiato Ragioneria – racconta – ma ho lasciato l’anno prima del diploma e mi sono dedicato a coltivare ortaggi”.
Nel suo passato nessuna tessera di partito nè di sindacato.
“Da giovane – sottolinea – ho votato Dc e Psi, poi mi sono pentito perchè sono finiti tutti in galera. Negli ultimi anni ho votato solo in due occasioni, una volta per Forza Italia e una volta per i Verdi. Nel 2010 ho partecipato all’occupazione dell’Inps a Latina, abbiamo fatto una lista civica, mi sono candidato sindaco ma ho raccolto un pugno di voti. Forse non aveva funzionato lo slogan ‘Non ci votate perchè non siamo corrotti!”.
Dopo un lungo tour per l’Italia, il 6 ottobre scorso, sempre nella cella frigorifera di Pontinia, è nato il Coordinamento 9 dicembre.
“All’inizio – aggiunge – abbiamo messo insieme gruppi che non dialogavano tra loro. Comitati di categorie delusi dai sindacati, di cittadini e di principi. Erano un centinaio, ora aumentano con una tale frequenza che non riesco più a contarli”.
“È una rivoluzione – precisa – che è partita dalle donne, sono state le prime a volerla. Ci vogliono far passare per violenti, estremisti, mafiosi, fascisti. Non è così. E’ il popolo arrabbiato e desolato che è sceso in piazza. Gli estremisti non hanno nulla a che vedere con noi anche se la nostra protesta comprende tutte le idee”.
Il Coordinamento 9 dicembre è al lavoro, “di intesa con le questure”, per organizzare una grande manifestazione la prossima settimana a Roma.
Dopo neanche un’ora di comizio, ha lasciato Genova destinazione Torino, in Jaguar, facendo storcere il naso a qualcuno nella piazza.
(da “Huffingtonpost“)
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Dicembre 11th, 2013 Riccardo Fucile
TRA “PESCA DELLE OCCASIONI”, MITI INCAPACITANTI E GUARDIANI DI UNA RIVOLUZIONE MAI FATTA
Non so quanti di coloro che oggi a destra (in senso lato) mostrano entusiasmo per le manifestazioni di
piazza (che stanno costando “una cifra” alla nostra economia già dissestata e alle tasche dei privati cittadini) abbiano seguito il lancio dell’iniziativa dei cosiddetti Forconi nelle settimane precedenti.
Chi, come noi, l’ha fatto, era consapevole che sarebbe accaduto esattamente quanto sta avvenendo.
Perchè, attraverso il web, si poteva notare che l’occasione sarebbe stata sfruttata da una miriade di piccoli gruppi, emaginati dal dibattito politico e caratterizzati da rivendicazioni di categoria quando non localistiche.
Il marchio dei Forconi siciliani di per sè era debole e con precedenti ambigui (compresa una candidatura del loro leader in Forza Italia).
Non solo: gli autotrasportatori siciliani aderenti ai Forconi sono poca cosa rispetto ai loro colleghi aderenti alla Cna-Fita che non a caso sottolinea: “si sta cercando di rianimare un tentato blocco dei mezzi che è fallito clamorosamente. E’ intollerabile la penosa ‘ciambella politica’ che da più fronti si sta cercando di gettare a Trasportounito e a chi ha palesemente tentato di strumentalizzare le istanze degli autotrasportatori per fare la rivoluzione”.
E lo stesso Berlusconi che tutto è, salvo che fesso, poco fa ha rinviato l’annunciato incontro con la categoria per non giocarsi i voti degli altri.
Per chi non lo sapesse, il primo giorno di “mobilitazione” dei Forconi in Siclia ha visto la presenza di sole 20 persone in piazza a Palermo….
Ma il loro annuncio “fermeremo l’Italia con i Tir” (che poi non si sono visti) ha permesso a una miriade di “cani sciolti” di usare in franchising la sigla.
Il risultato è che poche migliaia di persone disseminate per la penisola hanno avuto quella “copertura” che altrimenti non avrebbero avuto.
Ecco così convergere i gruppi più svariati, sedicenti di destra e di sinistra, comitati locali, ecologisti, esperti economici dei grandi sistemi, anti-euro, anti-governisti, anti-Ue, anti-Merkel, curve da stadio, studenti in libera uscita, pensionati in cerca di alternativa ai giardinetti, grillini che finalmente possono insultare qualcuno di persona e non solo tramite Fb.
Poche persone che hanno aggregato intorno a sè chi ha mille motivi per protestare e che è in perfetta buona fede: peccato che nessuno gli abbia spiegato che bloccare un incrocio è un reato e che alla fine si troverà sul groppone pure le spese delll’avvocato per difendersi in tribunale.
Ma veniamo all’atteggiamento tenuto dalla presunta destra italiana.
In simbiosi, come sempre, grillini e Berlusconi: essendo la protesta “contro il governo”, hanno cercato di metterci subito il cappello.
Peccato che uno abbia governato per 8 degli ultimi 10 anni e che l’altro al governo non abbia voluto andarci, rinunciando a cambare le cose.
Passando alla destra piu tradizionale vediamo le reazioni per soggetti caratteriali.
il destro politico: è colui che si affaccia dal palazzo del Comune di Torino e si sbraccia per esprimere solidarietà a coloro che manifestano al grido “tutti i corrotti a casa”, dimenticando che nel proprio partito molti “fratelli” sono inquisiti per aver fatto uso personale dei fondi del gruppo
il destro braccio a molla: è colui che non riesce a trattenere braccio e avambraccio e solitamente riesce sempre a rovinare qualsiasi tentativo di infiltrazione. Ma che soddisfazione poter mostrare la foto che lo ritrae su “La Stampa” il giorno dopo agli amici e poter dire: “io c’ero”
Il destro da curva stadio: amante dei simboli e del casino, lo trovi sempre quando c’è da intonare cori e lanciare ortaggi (e altro) alle forze delll’ordine. Letture poche, salvo quella della formazione della squadra del cuore (comprese le riserve)
Il destro economista: ti fa una testa così sul signoraggio, sulla sovranità nazionale espropriata, sulle lobbie bancarie, sul debito pubblico da disconoscere, sugli interessi usurari che paghiamo. Bloccando anche solo un incrocio (cosa che normalmente però fa fare ad altri) ti convince che puoi cacciare Letta, annichilire la Merkel, radere al suolo le banche in tutto il pianeta, ristabilire l’ordine cavalleresco e sotterrare il gruppo Bilderberg. Ultimamente frequenta anche i meet-up grillini e gira con la doppia tessera.
Il destro infiltrato: è colui che non aggregando con le proprie idee e il proprio programma, vive annusando l’aria e si propone come capopopolo di iniziative altrui. Un Berlusconi o un Grillo della Garbatella, scarsi risultati ma l’impegno ce lo mette e magari una citazione sul giornale lo rimedia.
Il destro tricolore: lo riconosci dagli occhiali da miope, non vede più lontano dal naso. Laddove vede sventolare un tricolore e non ci sono bandiere rosse si butta a pesce e prende la tessera number one. Non gli interessa capire cosa ci sia dietro, si accontenta che non ci siano comunisti, zingari e immigrati. Si entusiasma facilmente e ogni volta prende una cantonata: solitamente lo riconosce non prima di sei mesi, quindi non discutete con lui fino alla scadenza del termine.
Il destro olandese: forse è il più di destra di tutti. Oggi era a bordo di un pullman di tifosi dell’Ajax, giunti a Milano in vista della partita con il Milan di stasera.
Stufi di essere bloccati dal traffico, i tifosi olandesi sono scesi e si sono diretti verso i manifestanti lanciando lattine di birra e urlando insulti. Sono volati calci, pugni, spintoni. La rissa è stata interrotta dalla forze dell’ordine che hanno diviso i due gruppi cercando di capire quali fossero di destra e quali no.
Compito ingrato: pensate che gli agenti hanno dovuto persino togliersi il casco.
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