Febbraio 12th, 2014 Riccardo Fucile
SINISTRA E LIBERTA’ DIVISA, MA “SE LO SCHEMA RESTA QUELLO DI LETTA RESTIAMO FUORI”
Sinistra Ecologia e Libertà rischia di esplodere. Rancori e passioni, aspirazioni e linee politiche,
si scontrano e accrescono il caos.
Nichi Vendola, però, mantiene la calma. Attraversa il Transatlantico in completo grigio, consulta senza sosta i suoi parlamentari.
Poi si concede uno yogurt alla buvette. E ragiona del “fattore R”.
Presidente, il governo Renzi sembra alle porte. Sel è pronta a sostenere il segretario democratico a Palazzo Chigi?
«Se cambia lo schema, si può ragionare. Ma se lo schema resta quello del governo Letta, non esiste. Io penso che il nostro punto di partenza debba essere l’elemento che abbiamo condiviso in questi mesi, e cioè l’unanime contrarietà al governo Letta. Una posizione maturata dopo un’impegnativa discussione al nostro interno ».
Lei reclama un cambio di schema, dunque. Significa che nel nuovo governo deve restare fuori il Ncd di Alfano?
«Ma scusi, lei pensa che io possa andare al governo con Giovanardi?».
Ma non può essere Renzi il garante di questa nuova fase?
«Partirei da una premessa. Di Renzi conosciamo solo il “chi”. Sappiamo chi è, ma non conosciamo il “come” e il “cosa”. Cosa propone, come intende proporlo. Ecco, a me interessa come e che cosa intenda fare per affrontare due questioni. Innanzitutto la drammatica situazione sociale che abbiamo di fronte. E poi se intenda procedere con un avanzamento significativo nei diritti civili. Io, su questo, ragiono».
Ecco, appunto: non è possibile rilanciare su queste riforme partecipando a un esecutivo Renzi?
«Con Giovanardi?».
Beh, può escluderlo anche solo in astratto?
«Non si può ragionare in astratto, solo in concreto. Altrimenti diventa un gioco di società , caselle vuote. Una battaglia navale, ecco. Una roba politicista».
Intanto gira voce che Sel rischi la spaccatura, proprio su questo delicato passaggio. Si parla di contatti tra una parte di Sel e dissidenti grillini
«No, non credo. È una voce messa in giro da qualcuno del Pd».
Sinceramente non crede a queste manovre? Nè alla possibilità di una scissione di una parte di Sel?
«Sinceramente. Non credo proprio, a meno di non pensare a una dinamica autolesionista. Noi abbiamo un grande spazio da occupare, ma così saremmo solo un’ombra. E un’ombra non può occupare uno spazio. E poi c’è un altro punto da analizzare…».
Quale?
«La prospettiva del 2018. Ecco, partire da questa prospettiva sarebbe, come dire… imprudente».
Potenzialmente, i numeri sembrano contraddirla.
«Sa perchè dico che si tratta di una prospettiva imprudente? Perchè Renzi, più di Letta, ha dalla sua questo slancio. Ma di meno ha, rispetto all’attuale premier, il fatto di non conoscere l’apparato dello Stato, la macchina burocratica. E questo non aiuta».
Resta un fatto: sembra l’ultima chiamata per le riforme. Perchè non accettare la sfida?
«No, scusi: non basta appellarsi alla situazione emergenziale. Noi siamo un Paese strutturalmente nella… Diciamo in difficoltà ».
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 12th, 2014 Riccardo Fucile
IL CAVALIERE SPINGE PER IL CAMBIO DI ESECUTIVO E SPERA DI FARE IL RIFORMATORE MENTRE L’EX ROTTAMATORE SI ROVINA DA SOLO
Da una parte c’è la soddisfazione di chi dà la cosa per fatta: “Letta l’ho fatto cadere io, non ci
sono dubbi”.
Dall’altra, però, ci sono i soliti calcoli elettorali: “Se davvero si va a un governo di legislatura, tra tre anni ci siamo persi Alfano…”.
E mica solo lui. Il Cavaliere è ondivago. Certo, “mai al governo con la sinistra”, questo resta il diktat, ma in fondo, comunque vada a finire, “Forza Italia avrà solo da guadagnarci”, dicevano alcuni falchi ieri in Transatlantico, pensiero che il Cavaliere condivide.
Se Letta dovesse spuntarla e continuare a fare il premier, con Renzi sempre più nelle vesti di picconatore e l’orizzonte delle urne non più così lontano, l’immagine del partito all’opposizione responsabile non farebbe che aumentare le quotazioni di Berlusconi in veste di “padre riformatore della patria”.
Figurarsi poi se dovesse diventare premier Renzi, quasi una festa.
Questa seconda ipotesi, non a caso, è vista dalle parti dell’ex premier come una chance in più per un suo ritorno in grande stile sulla scena, con una forte ipoteca di Forza Italia su una futura vittoria alle urne.
Sì, perchè, spiegano fonti azzurre vicine al Cavaliere, con il segretario del Pd al governo, Berlusconi continuerebbe proprio a giocare il ruolo di statista e coprotagonista delle riforme.
C’è poi un altro aspetto. L’ipotesi di andare verso un governo di legislatura consentirebbe a Berlusconi di “scontare” i 9 mesi di stop per la sentenza Mediaset e preparare in pompa magna la sua rentree sulla scena elettorale, accompagnata, come va dicendo da giorni, da un rinnovato successo “in puro stile ’94”. Già .
Perchè — altro calcolo che gli ha aperto più volte il sorriso parlando con i falchi — andando Palazzo Chigi senza legittimazione popolare, Renzi rischia di scavarsi la fossa da solo.
E stare un anno, o poco più, all’opposizione per Forza Italia sarebbe solo un toccasana, visti i venti di crisi che ancora spirano.
Ma sia chiaro, è la posizione “eccitata” di Berlusconi, Renzi si scordi di poter contare su una “tregua” sine die, ovvero fino allo scadere naturale della legislatura; in fondo, l’idea della tenzone elettorale a breve scadenza il Cavaliere non l’ha abbandonata del tutto, nonostante il Colle non ne voglia sentir parlare.
Il Cavaliere vuole fare le riforme, essere incoronato in un ruolo di statista che le vicende giudiziarie e il “complotto di Napolitano” contro di lui gli avrebbero negato. Ma nessuna concessione in più a Renzi: fatte le riforme, ciascuno di nuovo al suo posto sul campo di battaglia.
Al Cavaliere in questo momento serve tempo, un annetto o giù di lì, oltre non è disposto, nè può permettersi di andare; la coalizione di centrodestra senza un candidato premier spendibile (e resta in campo il nome di Marina, affiancato a quello di Barbara) dopo un anno vedrebbe i piani ribaltarsi a sfavore di Berlusconi e a svantaggio di Renzi.
Ufficialmente, dunque, la linea di Forza Italia è per la bocciatura dell’ipotesi staffetta, affidata a Renato Brunetta (“Non ci piace la staffetta tra Cip e Ciop”) che ha messo in chiaro: “Staremmo per avere, in poco più di due anni, il terzo presidente del Consiglio senza legittimazione popolare”.
E poi, se Renzi dovesse riuscire, sempre grazie anche al sostegno di Alfano e Scelta civica, a portare a casa le riforme, il jobs act e il taglio dei costi della politica, acciufferebbe in un colpo solo i voti conquistati alla scorsa tornata da Grillo , ma anche quelli degli elettori delusi dal centrodestra. Esattamente il “bacino elettorale” a cui sta puntando Renzi.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 12th, 2014 Riccardo Fucile
BERLUSCONI PUNTA SUL SINDACO-PREMIER PER CACCIARE LO “STANCO ” NAPOLITANO
Il Rottamatore diventa premier in pectore, o sindaco d’Italia, se volete, in un momento di
estrema debolezza della monarchia di Re Giorgio. Di più.
Mai in otto anni quasi di presidenza, Napolitano è apparso così fragile e attore non protagonista. Per lui una settimana imprevedibile, sfuggita al suo rigoroso controllo togliattiano.
Una settimana che si è aperta con il caso Friedman-Corsera-Monti e che si chiuderà , molto probabilmente, con l’incarico a Matteo Renzi. Un timing sospetto che alimenta ulteriori dietrologie, soprattutto dalle parti berlusconiani dove, sic e simpliciter, lo scoop del Corriere grazie al libro di Friedman viene riassunto così: “I poteri forti hanno mollato Napolitano”.
La stanchezza del Re e il triennio archiviato
A più di un fedelissimo, lo ha raccontato anche Lucia Annunziata sull’Huffington Post, Renzi ha detto di essere rimasto colpito dalla “stanchezza” di Napolitano, nel concitato lunedì nero del Colle.
Prima il fuoco azzurro per il presunto complotto dell’estate 2011, poi la cena con il sindaco di Firenze. Due ore di colloquio.
E Renzi costretto a scegliere per esclusione. Il no alle elezioni ribadito da Re Giorgio, anche ad ottobre, non solo a maggio, ha dirottato Renzi su Palazzo Chigi.
Questa la sostanza. Poi c’è, appunto, la descrizione del capo dello Stato, che a giugno compirà 89 anni: stanco e provato.
Un altro interlocutore, che ci ha parlato nei giorni scorsi, aggiunge: “Amareggiato e pure arrabbiato”. Il triennio dei governi del presidente sta per essere archiviato nel peggiore dei modi. La campagna berlusconiana contro il sovrano traditore e la faida con un vincitore e tanti sconfitti in quel Pd di cui lo stesso Napolitano è stato a lungo commissario.
Il figlioccio abbandonato e il Monti vendicatore
Un altro dettaglio decisivo che dà l’idea di quanto sta accadendo risiede nelle liturgie e nei tempi.
Dopo la lunga cena con Renzi, uno striminzito comunicato per liquidare, meglio, abbandonare al suo destino il premier figlioccio di cui è stato custode e protettore. Pochissime righe: “Il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha avuto oggi al Quirinale un rapido incontro con il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per metterlo al corrente di questioni urgenti di governo prima della partenza del Capo dello Stato per Lisbona”.
Quel “rapido incontro” stride come un graffio sul vetro, a confronto con la sera precedente.
L’immagine dei due, “Giorgio” ed “Enrico”, che si abbracciano al Quirinale è strappata per sempre.
L’atteggiamento di Napolitano può sembrare pilatesco, e lo è per molti versi. Ma nasconde anche una massiccia dose di impotenza. L’ombrello con cui coprire il figlioccio dalle tempeste si è rotto.
In tre anni, il capo dello Stato ha bruciato, immolato due presidenti del Consiglio. Prima di Letta c’era Monti, che proprio adesso ha servito al Colle il piatto freddo della vendetta.
Si vendicherà anche Letta junior? In questo quadro di sconforto, delusione e amarezza s’inserisce ovviamente l’offensiva montata da Forza Italia dopo le rivelazioni di Friedman.
I falchi del Cav esagerano: ”Meglio Prodi di lui”
Gli azzurri non si sono accodati all’impeachment grillino (ieri archiviato con l’uscita dall’aula degli esponenti di FI) per una questione di numeri. Una sconfitta certa. Meglio quindi, ad ascoltare i soliti falchi, “mantenere la pressione alta sul Quirinale aspettando Renzi a Palazzo Chigi”.
L’arrivo del Rottamatore premier non è infatti un fattore secondario.
Qualche autorevole berlusconiano fa professione di renzismo: “Cosa credete, che sarà Napolitano a portare lì Renzi? Matteo sarà premier nonostante Napolitano e a quel punto si porrà il problema della successione al Quirinale”.
Dietro l’angolo c’è Romano Prodi ma questo non spaventa affatto, almeno a parole, Palazzo Grazioli: “Chiunque sarebbe meglio di Napolitano”.
Ed è per questo che il Condannato conta sulla sponda renziana per abbattere la pietra angolare dell’ancien règime: Re Giorgio.
In ogni caso, oggi B. ritornerà a Roma e potrebbe incontrare i suoi parlamentari per decidere la linea da tenere su Napolitano e il complotto del 2011.
Il tema delle dimissioni pare sia sbucato anche nella cena dell’altra sera con Renzi. Ancora una volta per rinforzare il no alle elezioni. “Piuttosto mi dimetto”, avrebbe detto Re Giorgio.
E adesso pur essendo debole e stanco, Napolitano tenterà di non cedere alla campagna di B.
L’obiettivo, a questo punto, è avviare Renzi, ottenere rassicurazioni sul percorso riformista (anche se la legge elettorale ieri è stata rinviata un’altra volta) e rimanere al Quirinale per tutta la durata del semestre europeo di presidenza italiana.
Fino al 2015, cioè. Ce la farà , il sovrano traballante?
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 12th, 2014 Riccardo Fucile
AL SUO POSTO ANDREBBE FRANCESCHINI CHE LO AMBISCE DA TEMPO.. GLI ALTRI NOMI CHE CIRCOLANO
“Un governo di giovani, di donne, di tecnici. Ma non i tecnici a cui siamo stati abituati in questi anni. Moltissime novità . Con qualche sorpresa”.
Un fedelissimo di Matteo Renzi descrive così l’esecutivo che verrà .
L’incarico ancora non c’è, le dimissioni del premier in atto neanche, ma il segretario e i suoi già ragionano di uomini, di posti chiave, di nuova maggioranza.
Si immagina il dream team, ma intanto si fanno e si rifanno i conti dei numeri al Senato. Notoriamente ristretti.
Chi sosterrà il governo di legislatura che il sindaco di Firenze si sente pronto a guidare?
L’attuale maggioranza, possibilmente con Sel e qualche grillino transfuga è la risposta più gettonata. Scelta Civica è stata chiarissima, e Ncd — pur di durare — sarebbe pronta a sostenere il cambio di cavallo. Trattando il trattabile.
I numeri al Senato sono risicatissimi . Pd (108 senatori) più Ncd (31) più Nuove autonomie (12) più Sc (8) più i Popolari per l’Italia (12) fanno una maggioranza risicata: 171.
Ancora più risicata, se si considera che i Popolari spaccati, non sono tutti pronti ad appoggiare Renzi.
Sul gruppo misto (14 di cui 8 di Sel e 3 grillini) si sta lavorando. Si arriverebbe a 185. Con Gal farebbe 196.
E in generale sta facendo “scouting” tra i Cinque Stelle. Una decina quelli che Renzi conta di portare a sè. Ma è ancora tutto da vericare.
Per stringere i bulloni, far quadrare i conti, si comincia a ragionare sui ministeri.
Per spingere Sel saldamente in maggioranza (e dare anche un segnale di svolta) si lavora a un’operazione ardita.
Ovvero portare Laura Boldrini al governo. Se andasse in porto, sarebbe il classico modo per prendere due (se non tre) piccioni con una fava: si libererebbe così la presidenza della Camera (ruolo per lei sempre più scomodo) a uso e beneficio di Dario Franceschini , che quella poltrona la sogna da sempre e l’ ha dovuta sacrificare in nome del mai nato governo di cambiamento (quello di Bersani).
Oltre a Laura Boldrini, l’unica poltrona sicura è quella destinata a Maria Elena Boschi: dovrebbe sostituire Gaetano Quagliariello alle Riforme.
E poi, ci sarebbe un dicastero per Dario Nardella. Forse.
Sempre se Renzi non reputa che è meglio lasciargli la successione come sindaco di Firenze. La Giustizia sarebbe uno di quei posti pesanti che Renzi è disposto a cedere al Nuovocentrodestra o — in subordine — a Scelta Civica.
Per l’Agricoltura ci sono in lizza Ernesto Carbone, ma anche Paolo De Castro.
Per l’Economia si fanno i nomi più vari, a partire dal “consigliere” Yoram Gutgeld: ma Matteo mira più in alto.
Un altro posto di peso dovrebbe essere destinato a Lorenzo Guerini, l’attuale portavoce della segreteria Pd, l’uomo delle trattative. Chi sa se addirittura quello di Sottosegretario alla presidenza del Consiglio.
Promozione in arrivo in un ministero di peso per Graziano Delrio, l’uomo di Renzi nel governo Letta.
Ma poi , ci saranno anche tante sorprese, assicurano i renziani: nomi di peso, fuori dalla politica.
Ma chissà che a Palazzo Chigi non arrivi qualche vecchia conoscenza della Leopolda. Si è parlato di Oscar Farinetti (difficile) e Alessandro Baricco (altrettanto difficile).
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 12th, 2014 Riccardo Fucile
RESTEREBBE ANCHE SEGRETARIO DEL PD… NELLA SQUADRA USCIREBBE RIDIMENSIONATO NCD
L’altro ieri diceva: «Ho già i numeri». Intendendo per tali, ovviamente, quelli necessari per
passare in Parlamento.
Il giorno dopo era ancora più ottimista. Quando Bruno Tabacci si è presentato al Nazareno per discutere con lui, si è trovato di fronte un Matteo Renzi disteso e, almeno all’apparenza, sicuro: «È fatta. C’è un unico, vero, problema: come garantire un’uscita di scena onorevole a Enrico Letta».
Il leader del Centro democratico ha sorriso e ha offerto il suo suggerimento: «Noi democristiani in questi casi risolvevamo la questione con l’offerta del ministero degli Esteri».
Il segretario del Pd ha contraccambiato il sorriso ma non ha lasciato capire come intenda risolvere quella che per lui e per il partito intero sta diventando una vera e propria grana.
SFIDUCIA RECIPROCA
Certo, l’iniziativa non può prenderla lui, anche se le diplomazie del leader e del premier, soffocate le rispettive tifoserie, stanno lavorando per un incontro da tenersi stamattina presto, perchè i rapporti tra il sindaco di Firenze e l’inquilino di Palazzo Chigi sono a dir poco pessimi.
Letta ritiene «inaffidabile» Renzi. Il quale, a sua volta, lo giudica «inidoneo» a fare il premier.
Insomma, le cose stanno così. Difficile che possano cambiare. Ma è pure assai improbabile che si arrivi veramente allo scontro tra i due in Direzione. Anche perchè, proprio in vista dell’assemblea del parlamentino del Partito democratico, è stato preparato un ordine del giorno da mettere in votazione e che avrebbe la stragrande maggioranza dei voti in cui si propone la nascita di un nuovo e solido governo in grado di accompagnare la stagione delle riforme.
Prima di arrivare a tanto, dunque, si troverà una soluzione. Alla democristiana o meno.
LA VELOCITA’ E’ TUTTO
Nel frattempo Renzi sa che la sua unica alleata è la velocità con cui si muove. Perciò ha preso in contropiede Letta e prima che il presidente del Consiglio potesse lanciare un appello ai parlamentari del Partito democratico per cercare di uscire dall’angolo li ha riuniti ieri mattina e li ha convinti quasi tutti.
Solo i bersaniani di stretta osservanza, come Nico Stumpo, diffidano ancora delle mosse del leader e sembrano aver capito che l’idea di mandarlo a Palazzo Chigi per toglierlo dal partito non è stata una grande mossa, dal momento che Renzi, se dovesse diventare premier, manterrebbe anche la carica di segretario.
Al Nazareno ci sarebbe un vice, probabilmente Lorenzo Guerini, come reggente.
Ma è al governo, adesso, che il sindaco pensa già . Meditando di bruciare le tappe. Lui vorrebbe addirittura arrivare al giuramento domenica sera, lunedì al massimo.
LA NUOVA SQUADRA
La squadra dei ministri, nella sua testa, l’ha già pronta.
Il Nuovo centrodestra uscirà ridimensionato: niente più Interno e Infrastrutture. Non ci sarà più un vicepremier. Vi saranno personalità che non hanno a che fare con la politica e dei dicasteri «verranno accorpati per consentire il risparmio di alcune centinaia di milioni».
Circolano già addirittura i primi nomi dei possibili ministri. L’Interno andrebbe a Graziano Delrio. Nella compagine governativa entrerebbe anche l’amministratore delegato di Luxottica Andrea Guerra, che di Renzi è buon amico e il cui nome il sindaco di Firenze aveva suggerito anche a Letta, quando doveva mettere in piedi il suo esecutivo nell’aprile scorso.
Potrebbe essere lui il ministro dell’Economia. Ma per quel dicastero si fanno anche altri due nomi: quelli di Lorenzo Bini Smaghi e di Pier Carlo Padoan.
C’è ancora un altro nome che circola e che non dispiace a buona parte dei gruppi parlamentari di Sel, anche se è ovvio che, almeno in un primo momento, semmai il governo Renzi dovesse vedere la luce, il partito di Vendola non gli voterebbe la fiducia.
Si tratta del nome dell’ex ministro della Coesione territoriale Fabrizio Barca.
LE ALLEANZE
Ci saranno anche dei politici, naturalmente, ma sarà essenzialmente il governo di Renzi, non un governo legato alle contingenze delle ristrette intese, piuttosto l’inizio del nuovo corso politico che il segretario del Pd intende intraprendere con la coalizione che verrà .
Ossia quella del futuro, che non avrà certo al suo interno il Nuovo centrodestra, bensì Sel e, forse, anche alcuni ex grillini.
Per questo lungo la strada della legislatura cercherà di infittire i rapporti con questi gruppi. Nello schema che vede Renzi a Palazzo Chigi, comunque, il leader del Pd si candiderebbe anche alle Europee, per cercare di trascinare il Pd.
Ma se tutto questo non dovesse accadere? Pazienza, dice lui, «l’obiettivo non è decidere le carriere, coltivare il proprio orticello, ma disegnare quale deve essere il progetto per portare gli italiani fuori dalla crisi».
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 12th, 2014 Riccardo Fucile
LETTA FA FINTA DI RESISTERE MA DA BUON DEMOCRISTIANO TRATTA UN INCARICO A BRUXELLES (AL POSTO DI TAJANI)
Il pressing è insostenibile, affinchè “molli”.
È come se il tempo, che porta alla staffetta, si sia a messo a scorrere più veloce. Arroccato a palazzo Chigi, Enrico Letta fa spifferare all’esterno che “non si dimette”. E che già nella giornata di mercoledì potrebbe convocare una conferenza stampa per rendere noto il piano di rilancio del governo e la nuova squadra. Con l’obiettivo di sfidare il suo partito.
Spifferi, appunto. Che a stento coprono una tensione da isolamento che, col passare delle ore, è diventata insostenibile. Perchè attorno sta franando tutto.
Proprio nel giorno in cui il premier annuncia, all’uscita dal Quirinale, un piano di governo per andare avanti, perde pezzi.
È pesante la dichiarazione di Andrea Romano, capogruppo alla Camera di Scelta civica, partito senza il quale il governo non ha maggioranza al Senato: “Letta — dice — è uno di grande esperienza e sensibilità istituzionale. E sono sicuro che lui per primo comprenda l’esigenza di voltare pagina davvero, arrivando a un governo che sia guidato da un’altra personalità ”
Praticamente, un avviso di sfratto. Che col passare delle ore si traduce in un pericoloso isolamento. È rovente la linea telefonica tra Enrico Letta e Angelino Alfano. Proprio il vicepresidente di Ncd ha già iniziato la trattativa sul governo Renzi, trattativa già in fase avanzata perchè si è parlato di nomi.
Con Angelino che avrebbe “chiuso” su due ministri suoi all’interno della compagine governativa, su un totale di dodici ministri.
I due, Angelino e Matteo, nei giorni scorsi si sono incontrati per un’ora e mezza. È stata l’occasione in cui Alfano ha dato il via libera al nuovo governo Renzi, purchè “venga tutelato Enrico”.
È proprio attorno a questo punto che ruota l’ultima trattativa, la tutela di Letta.
Nei panni del mediatore il vicepremier sta provando a convincere “l’amico Enrico” che la resistenza a oltranza potrebbe essere controproducente.
Meglio negoziare una via d’uscita, con l’appoggio di Renzi e Napolitano. Perchè se uno si schianta contro un muro, dopo non c’è niente. E in queste condizioni Letta rischia concretamente il muro. Perchè gli alleati non ci sono più.
Pure il capo dello Stato si è posto su una posizione di equidistanza dai duellanti: “Il problema — è la linea del Colle – è del Pd che deve indicare il premier e dare garanzie sulle riforme”. E su queste basi la direzione di giovedì rischia di diventare un Vietnam per Letta. In un processo da parte del suo partito che invoca la discontinuità dopo i risultati deludenti della sua esperienza di governo.
Alfano suggerisce la via della trattativa su una decorosa exit strategy.
Per questo la sua difesa dell’“amico Enrico” è timida.
Col passare delle ore la crisi consuma tappe che in altre epoche avrebbero impegnato settimane. Enrico Letta fa sapere che resiste, considera l’operazione scorretta, e anche opaca.
Per la prima volta l’ombra del complotto si materializza a palazzo Chigi.
Complotto non tanto di Renzi, ma di quanti scommettono su di lui come garante di una operazione di potere che si misurerà innanzitutto sulla grande partita delle nomine che dovrà gestire a breve palazzo Chigi.
Attaccato a telefono con i suoi il premier chiede di resistere, lascia trapelare la volontà di non mollare.
Perchè, sostiene, in questa strampalata crisi “coperta”, un conto è la dinamica sottotraccia, un conto è se ognuno alla luce del sole si assume la responsabilità di staccare la spina un contro. Per la serie, votatemi contro. In direzione e in Parlamento. Ma i suoi sono i primi a ammettere che in queste condizioni è difficile resistere, soprattutto quando nella direzione del Pd dove Letta non ha i numeri sarà chiesto al segretario di “aprire una fase nuova archiviando questo governo”.
Proprio la posizione apparentemente dura del premier, il “non mollo” appare più un modo di tenere aperta una trattativa con Renzi e Quirinale che una effettiva dichiarazione di guerra. Nel Palazzo circolano più ipotesi dalla Farnesina a Bruxelles come decorose way out del premier. Difficile, per come si è messa la situazione, che Enrico Letta possa entrare a far parte di un governo Renzi. Più probabile che sarebbe interessato a un incarico europeo.
Raccontano i ben informati che è sin dal suo viaggio a Bruxelles ha “esplorato” la via europea.
Solo che servirebbero garanzie piene di Napolitano e dello stesso Renzi sull’incarico di commissario europeo, posto che non sarà più di Tajani.
Non è escluso che possa essere proprio questo il tema di un incontro di domani tra il premier e il segretario.
Chissà . In casa Pd in molti sono convinti che, alla fine, sarà costretto a mollare.
(da “Huffingtonpost“)
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