Febbraio 17th, 2014 Riccardo Fucile
IL NODO DELLA GIUSTIZIA….PER L’INTERNO SALE FRANCESCHINI
Matteo Renzi lavora al programma, ma i contatti per la formazione della squadra di governo non si interrompono.
Il Palazzo è in fermento, si registrano rivalità sotterranee (a volte nemmeno ben celate) tra chi aspira a diventare ministro. Il premier in pectore vuole un governo con 16-18 titolari di dicastero, la metà saranno donne.
E bisogna trovare i giusti equilibri tra il Pd e gli altri partiti della coalizione. Ma in queste ore la priorità del sindaco è la ricerca di un nome per il posto in assoluto più delicato: l’Economia
Il futuro titolare del Tesoro deve avere un profilo politico (questa sembra la tendenza di Renzi) e godere di credibilità di fronte ai mercati e in Europa.
Per questo vengono date in calo le quotazioni dei tecnici Lucrezia Reichlin e comunque il Colle segue da vicino la vicenda e non fa mistero di vedere bene l’approdo a Via XX Settembre dell’ex premier Enrico Letta, che però non ne vuole sapere così come Renzi non sembra entusiasta di avere in squadra il suo predecessore.
Da due giorni Prodi smentisce seccamente di essere interessato al Tesoro, ma i sismografi della politica più di un movimento intorno al Professore lo registrano.
Così come dalle parti di Mario Monti, che però non appare realmente in corsa. Un nome credibile per una poltrona di vice al Tesoro è quello di Benedetto Della Vedova, capogruppo al Senato di Scelta Civica.
Renzi vuole un amministratore delegato di pregio alla guida dello Sviluppo economico. Dopo la rinuncia dell’ad di Luxottica Andrea Guerra sono in corso contatti con Mauro Moretti, l’uomo delle Ferrovie.
E in queste ore viene battuta un’altra pista, quella che porta a Franco Bernabè, ex numero uno di Telecom.
Resta in piedi l’ipotesi di vedere Montezemolo a un ministero per la promozione del Made in Italy nel mondo, ma se l’operazione non andasse in porto potrebbe subentrare Carlo Calenda, ex Italia Futura il cui incarico sarebbe il più classico Commercio Estero.
C’è poi la casella del ministero degli Esteri: Emma Bonino è apprezzata (anche dal Colle) ma la sua conferma per quanto probabile non è scontata. Potrebbe essere sostituita da un interno alla Farnesina o da Lapo Pistelli, viceministro con Letta e con una fitta rete di relazioni internazionali. Stesso discorso per Enzo Moavero agli Affari Europei: stimatissimo in Italia (anche lui gode di grande fiducia al Colle) e all’estero, la conferma non è data per certa visto che il civil servant che viene da Bruxelles non ha un partito alle spalle.
Potrebbero succedergli Sandro Gozi o Federica Mogherini (entrambi Pd, tra i renziani in queste ore la seconda viene data in vantaggio).
C’è poi il nodo Giustizia: scese le quotazioni di Vietti (vicepresidente del Csm) si parla di due ipotesi, una politica che punterebbe su Andrea Orlando (ex responsabile giustizia pd e ministro dell’Ambiente con Letta), l’altra su un tecnico.
In questo secondo scenario balla una rosa di nomi: Mario Barbuto (presidente della Corte d’Appello di Torino), Livia Pomodoro (presidente del Tribunale di Milano), Andrea Proto Pisani (avvocato fiorentino) e, novità di ieri, Guido Calvi, avvocato, ex Csm ed ex senatore Ds. È poi in corso un braccio di ferro con Alfano, che vorrebbe restare agli Interni ma che in queste ore sembra poter cedere a patto di mantenere la vicepresidenza del Consiglio.
In questo caso in pole per il Viminale ci sarebbe Dario Franceschini (Pd), che altrimenti verrebbe dirottato alla Cultura.
L’Ncd vuole mantenere anche i ministri Lupi (Infrastrutture) e Lorenzin (Salute), mentre ieri Quagliariello ha formalizzato l’addio al ministero delle Riforme che dovrebbe andare alla renziana Boschi (per lei si parla anche dei Rapporti con il Parlamento).
Tra i popolari Renzi come ministro vorrebbe Andrea Olivero (Famiglia), ma i centristi (compreso lo stesso Olivero) premono per la conferma di Mario Mauro alla Difesa (ha 10 senatori e sarebbe l’unico leader di partito fuori).
Nel caso non venisse confermato, alla Difesa potrebbe arrivare Roberta Pinotti o Emanuele Fiano (entrambi Pd).
Se un punto fermo è Graziano Delrio nel ruolo chiave di sottosegretario alla Presidenza, a ballare sono i montiani. Si parla di Stefania Giannini (Istruzione) o Irene Tinagli, con la prima che però in caso di governo con più vicepremier andrebbe a Palazzo Chigi.
Al lavoro in corsa i pd Guglielmo Epifani e Marianna Madia, mentre all’Agricoltura dovrebbe arrivare il renziano Carbone.
Il socialista Nencini potrebbe approdare agli Affari Regionali.
Alberto D’Argenio
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 17th, 2014 Riccardo Fucile
FASSINA ATTACCA: “PER LE URNE VUOTE POSSIAMO RINGRAZIARE RENZI”
Verranno ricordate come le primarie più fiacche della storia del Pd. 
Primarie fantasma, in molti casi, visti i candidati unici (scelti dalla direzione nazionale) che si sono presi la segreteria regionale per mancanza di avversari.
In alcuni casi primarie macchiate di giallo (seppur sbiadito) come avvenuto in Campania, dove sono stati denunciati brogli: il deputato piddino Guglielmo Vaccaro , a metà pomeriggio, è sbottato: “Non è possibile che in piccoli paesi di provincia voti una persona ogni 25 secondi”. Un voto che, alla fine, nel migliore dei casi, è stato disertato: affluenza in crollo ovunque, da Roma a Torino.
Nel Lazio, 4 anni fa, avevano votato in 120 mila. Ieri hanno contato poco più di 20 mila schede. Tra le poche certezze Michele Emiliano, sindaco di Bari e sul punto di entrare nella squadra di governo, che è diventato il segretario regionale del Pd in Puglia per acclamazione. Non aveva avversari. “Sento la responsabilità di essere il segretario di tutti”, ha detto.
La prima cosa fatta è stata quella di nominare tre vice, tutte donne, una vicina a Gianni Cuperlo, un’altra a Pippo Civati e la terza di sua fiducia.
“Non so se diventerò ministro”, ha detto Emiliano, “ma adesso tocca a Nichi Vendola esprimersi a favore del governo Renzi. È uno sforzo che può fare, anche e soprattutto dopo che il Nuovo centro destra ha preso con forza le distanze da Berlusconi”.
Un’altra regione, la Toscana, un altro quasi ministro (Maria Elena Boschi) a sorvegliare le operazioni di voto e un altro segretario nominato e non eletto.
Chi l’avrebbe detto: il Pd renziano, nato sotto la stella delle primarie, che sceglie i suoi uomini di punta senza nessuna consultazione.
Nella Firenze del presidente del Consiglio quasi incaricato, ieri, è stato il papà di Matteo, da sempre militante del Pd, ha incoronare il nuovo segretario Dario Parrini (superfluo aggiungere che è un renziano della prima ora): non aveva avversari. I giochi erano stati fatti in precedenza.
Le nomine senza voto, ieri, sono arrivate anche per Roger De Menech, plenipotenziario in Veneto, Alessandra Grim in Friuli Venezia Giulia e Fulvio Centoz, già segretario da una settimana in Valle d’Aosta.
Hanno votato, invece, senza nessun entusiasmo e con pochi iscritti nei 661 seggi in Lombardia: “Sto passando questi ultimi giorni non tanto a parlare della mia candidatura quanto a spiegare cosa è successo a Roma. La gente non è arrabbiata, ma spaesata sì. Non ha capito. Mi sono arrivati decine di sms e mail con scritto ‘a votare non ci vengo più’”, racconta il favorito e segretario uscente Alessandro Alfieri, renziano sostenuto anche dal grosso degli ex bersaniani, sicuramente confermato segretario.
Questo la dice lunga sul clima che si respira nel Pd.
L’Emilia Romagna, la Sardegna e l’Abruzzo hanno rinviato l’appuntamento. Ma anche dove c’erano più nomi di candidati non c’è stata nessuna corsa al voto.
L’attenzione in questi giorni è spostata a Roma e i cosiddetti congressi regionali già sulla carta non avevano molto da dire.
E così è stato. Nessuna coda, entusiasmo sotto i piedi, mal di pancia per l’accelerazione di Renzi. Civati è andato al suo seggio, a Monza: “Affluenza decisamente bassa, massimo il 10% di chi è andato a dicembre, secondo i dati che ho” ha spiegato il parlamentare del Pd. Per poi affondare il coltello: “Più che simpatizzanti ho visto antipatizzanti, da quello che dicevano. Non so se ci rendiamo conto di cosa facciamo”.
Non va per le leggere neppure Leoluca Orlando, sindaco di Palermo: “La confusione politica nazionale in Sicilia si somma al permanere di una dirigenza che da oltre 10 anni pur di conservare scampoli di potere ha condannato il centrosinistra alla sistematica sconfitta elettorale. In queste condizioni il Pd ha scoraggiato cinicamente e scientificamente la partecipazione di iscritti e non iscritti”.
Durissimo e diretto al segretario l’attacco di Stefano Fassina: “È colpa di Renzi. Le urne vuote sono la conseguenza della brutale sfiducia a Letta”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 17th, 2014 Riccardo Fucile
“LO CHIAMAVANO ‘IL BOMBA’ PERCHE’ LE SPARAVA GROSSE”: IL RITRATTO DEL SINDACO DI FIRENZE… LE BATTUTE, IL LOOK, GLI SCOUT: “SOPRANNOMINATO ANCHE ‘MAT-TEORIA’ PERCHE’ PARLAVA , PARLAVA, MA A LAVORARE TOCCAVA SEMPRE AGLI ALTRI”
A l liceo lo chiamavano il Bomba, perchè le sparava grosse. Così raccontò un suo ex compagno in una perfida telefonata a un’emittente fiorentina, Lady Radio.
Avevano sorriso anche i professori, leggendo il suo articolo su «Il divino», mensile del liceo ginnasio Dante di Firenze: «Forlani ha commesso molti errori, anche nella formazione delle liste, e dovrà passare la mano, com’è giusto che sia per un segretario che perde il 5%. La Dc deve veramente cambiare, in modo netto e deciso, mandando a casa i Forlani, i Gava, i Prandini e chi si oppone al rinnovamento…».
Era il 1992. Matteo Renzi aveva 17 anni.
È laureato in giurisprudenza (con 109; mancò il 110 perchè discutendo la tesi litigò con il relatore), ma non ha un curriculum di eccellenza.
Parlotta l’inglese con l’accento toscano, ma non ha fatto master all’estero.
Matteo Renzi non è frutto delle èlites. È un politico puro. Con i suoi limiti, e con due punti di forza: il fiuto e l’energia.
Il fiuto gli ha suggerito che l’unico modo per emergere a sinistra era andare contro la vecchia guardia, cavalcando l’insofferenza della base per leader che non vincevano mai. Poi ha usato contro l’intera classe politica lo stesso linguaggio e gli stessi argomenti della gente comune.
Infine ha alzato il tiro contro l’establishment, dalle banche ai sindacati. Si è insomma costruito contro il Palazzo.
Per questo l’opinione pubblica è perplessa, ora che lui nel Palazzo entra senza passare dal voto popolare.
Il più giovane presidente del Consiglio è nato l’11 gennaio 1975 a Rignano sull’Arno, 9 mila abitanti, 23 chilometri da piazza della Signoria.
Il padre Tiziano – piccolo imprenditore che diventerà consigliere comunale per la Dc – e la madre Laura Bovoli vivono in un palazzone di via Vittorio Veneto, con la primogenita Benedetta di tre anni (nel 1983 arriverà Samuele e nel 1984 Matilde, l’unica impegnata nei comitati elettorali del fratello).
Dopo un mese di prima elementare, la maestra, signora Persello, lo promuove: il bambino è sveglio, può passare in seconda. Serve messa a don Giovanni Sassolini, parroco di Santa Maria Immacolata. Gioca stopper nella Rignanese, ma riesce meglio come arbitro e come radiocronista. (Ancora l’anno scorso, in una partita di beneficenza, ha preteso di tirare un rigore: parato, per giunta dal sottosegretario Toccafondi, alfaniano).
Si fa eleggere rappresentante di classe. Entra negli scout. Guida un gruppo in una gita in Garfagnana: si perdono in un bosco, passano la notte all’addiaccio.
I compagni lo chiamano «Mat-teoria», perchè parla parla ma poi a lavorare sono sempre gli altri.
Il capo scout Roberto Cociancich scrive: «Matteo ha doti di leader. Lo vedremo crescere». Oggi Cociancich è senatore pd, inserito nel listino in quota Renzi.
Nel 1994, mentre l’Italia antiberlusconiana inorridisce nel vedere il padrone delle tv private entrare a Palazzo Chigi, Renzi va nelle tv private di Berlusconi: in cinque puntate della «Ruota della fortuna» con Mike Bongiorno vince 48 milioni.
L’anno dopo, a vent’anni, fonda a Rignano un circolo in sostegno di Prodi.
Nel 1999 si laurea con una tesi su «La Pira sindaco di Firenze» e sposa Agnese Landini, conosciuta agli esercizi spirituali nell’Agesci.
Organizza la rete di strilloni per conto dell’azienda del padre, per distribuire La Nazione in strada. Con i soldi che ha guadagnato parte assieme agli amici scout per il Cammino di Santiago: una settimana di pellegrinaggio a piedi.
Al ritorno i capi gli propongono di candidarsi alla guida del partito popolare di Firenze, che ha appena toccato il minimo storico: 2 per cento. Renzi accetta e vince il congresso. Segretario nazionale è Franco Marini.
Palazzo Vecchio è in mano ai postcomunisti. Ai cattolici, cioè a lui, tocca la Provincia. La trasforma «da cimitero degli elefanti a fucina della propria carriera», come scrive il suo biografo David Allegranti.
Si inventa la kermesse culturale «Il Genio fiorentino», la società di comunicazione Florence Multimedia, e Florence Tv, un canale che ne illustra le gesta. Il primo a invitarlo in una tv vera è Corrado Formigli su Sky.
Fa gaffe e le racconta, confonde Churchill con De Gaulle e ne ride.
Nel 2006 passa in città Berlusconi. Ai suoi uomini confida: «Quel Matteo è bravo, ma sbaglia a vestirsi di marrone: fa tanto sinistra perdente».
Scrive Claudio Bozza del Corriere Fiorentino che qualcuno lo riferisce all’interessato. Il marrone è abolito.
Da allora, Renzi evita anche di vestirsi come un politico. Preferisce i jeans Roy Rogers Anni 80 e il giubbotto di pelle da Fonzie («ma la pelletteria è un settore trainante dell’export italiano!»), oppure le camicie bianche senza cravatta con le giacche blu elettrico di Scervino. Taglia il ciuffo. Dimagrisce mangiando banane e iniziando a correre. Martella i colleghi.
Corteggia la categoria che lo attrae di più: gli imprenditori. Una città abituata a perpetrare le sue gerarchie si riconosce nel giovanotto venuto dal contado.
Nel 2009 Renzi si candida alle primarie per Palazzo Vecchio. Il partito ha prescelto Lapo Pistelli, di cui è stato assistente parlamentare.
Lo batte con il 40,5% contro il 26,9. Dirà un anno e mezzo dopo: «Non ho vinto io perchè ero un ganzo, è che gli altri erano fave».
Supera al ballottaggio il portiere Giovanni Galli ed è sindaco. Addio comunicati stampa: le notizie le dà direttamente lui, su Facebook e poi su Twitter.
Nomina dieci assessori, cinque uomini e cinque donne, tra cui Rosa Maria Di Giorgi, che gli chiede: «Ma in giunta si vota?». Lui risponde: «Certo. Però il mio voto vale undici». Oggi non ne è rimasto neanche uno.
Il sindaco li ha sempre scavalcati, parlando direttamente con i funzionari.
Quando intuisce che qualcuno passa informazioni riservate ai giornalisti, per scovarlo racconta con tono da cospiratore a tre assessori tre piani diversi per il traffico: individua così il colpevole.
Il presidente di Confindustria Firenze, Giovanni Gentile, critica la sua proposta di introdurre la tassa di soggiorno, lui replica: «Gentile conta come il presidente di un club del burraco».
In una vecchia stazione ferroviaria, la Leopolda, riunisce i giovani del partito, affida il format a Giorgio Gori e la regia a Fausto Brizzi.
Dice che la classe dirigente del Paese va «rottamata», come le automobili. La settimana dopo, va a pranzo da Berlusconi ad Arcore. «Per Firenze questo e altro» si giustifica. In realtà , Renzi non è antiberlusconiano; semmai postberlusconiano.
Frase-chiave: «Io lo voglio mandare in pensione, non in galera».
Nell’estate 2012 sfida Bersani per la candidatura a Palazzo Chigi. Ma il vero obiettivo polemico è D’Alema.
D’Alema consiglia a Bersani di evitare lo scontro, il segretario fa cambiare lo statuto per indire le primarie: «Renzi non vince».
Il giro d’Italia di Renzi in camper è trionfale. Lo slogan: «Adesso!». La nomenklatura del Pd lo avversa come un usurpatore. Bersani è costretto al ballottaggio, ma prevale, anche a causa del regolamento che restringe la partecipazione.
L’appoggio alla campagna del partito è blando; ma neppure lui immagina la dèbà¢cle. Quando Bersani tenta di aprire ai Cinque Stelle, Renzi lo gela: «Si è fatto umiliare». Bersani rinuncia a formare il governo.
Si vota per il Quirinale. Marini gli telefona per chiedere appoggio. Renzi sbotta con i presenti: «Ma vi rendete conto? Mi ha chiamato per dirmi di aiutarlo a diventare presidente della Repubblica, perchè lui è cattolico.”
I renziani votano Chiamparino, poi Prodi, infine Napolitano.
Lui si illude per un giorno che il presidente rieletto possa affidargli l’incarico, che tocca a Letta. È allora che decide di candidarsi alla segreteria del Pd.
Per la nomenklatura l’usurpatore è diventato un male necessario. L’obiettivo minimo è evitare che Letta e Alfano si accordino per una legge elettorale proporzionale che renda eterne le larghe intese.
L’obiettivo massimo è Palazzo Chigi.
(da “il Corriere della Sera“)
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Febbraio 17th, 2014 Riccardo Fucile
SONO PIU’ I RIFIUTI CHE HA RICEVUTO DAI PAPABILI CHE I CONSENSI.. E SE ALFANO AVESSE DECISO CHE PER NCD E’ MEGLIO ANDARE A VOTARE ADESSO CHE TRA UN ANNO?
Appena rientra a Roma da Firenze Matteo Renzi cambia programma. Facendo slittare l’incontro con
Alfano, inizialmente previsto per le 19,00 al Bernini Bristol. Perchè la trattativa è entrata in una zona critica. Con Alfano che gioca al rialzo. E con la casella dell’Economia legata al confronto con Napolitano.
La lista provvisoria con la quale Renzi salirà al Colle lunedì mattina alle 10,30 per ottenere l’incarico è ancora un work in progress allo stato iniziale.
È legata a queste difficoltà la “mossa” di aspettare il conferimento formale dell’incarico per aprire le danze degli incontri. E di arrivare al rush finale della trattativa con lo scudo dell’incarico conferito dal Quirinale.
Da una posizione di forza: “La pistola delle elezioni anticipate di Alfano — spiega un renziano informato è scarica — e mancano 72 ore al giorno in cui giureranno i ministri. Matteo, dopo l’incarico, farà una ricognizione ma poi stringerà su una sua lista”.
Lista che, al momento, non c’è. Tanto che la fedelissima Maria Elena Boschi a Sky spiega che ci vuole ancora un po’ di tempo: “Sono giornate decisive, sono stati chiesti tempi non particolarmente accelerati. Prenderemo qualche giorno”.
Già , “sono stati chiesti”. Il vaglio problematico riguarda soprattutto il Quirinale. Perchè Giorgio Napolitano sta seguendo con molta attenzione la nascita del nuovo governo. Soprattutto per quel che riguarda la problematica casella dell’Economia.
Le ipotesi di Lucrezia Reichlin e Bini Smaghi sono tramontate. Sulla prima, gradita a Draghi, non è scattato il feeling con Renzi. Per il secondo vale l’inverso. Tramontato anche il nome dell’ad di Luxottica Andrea Guerra per lo Sviluppo.
Per l’Economia circolano tanti nomi, da Prodi che ha declinato a Fassino (improbabile) a Fabrizio Barca, talentuoso Ciampi boy, poi stimato ministro di Monti. Chissà .
È proprio per “stabilizzare” il nuovo governo che sarebbe arrivato dal Colle il suggerimento di ricomporre con Enrico Letta, affidandogli il dicastero di via XX settembre.
Rappresenta l’identikit perfetto: politico, stimato in Europa, consentirebbe anche di ricomporre la dolorosa frattura degli ultimi giorni rafforzando la stabilità del governo e la “coesione” della maggioranza. Un’idea che, al momento, pare non piacere più a Letta che a Renzi.
Sia come sia non sarà un confronto banale quello che si svolgerà al Colle sui dicasteri economici. Perchè il capo dello Stato difficilmente può tollerare che, dopo tanti sacrifici, possa essere intaccare la ritrovata credibilità europea.
E difficilmente può tollerare che il nuovo governo nasca paralizzato da un gioco di veti e da un braccio di ferro quotidiano. Per questo l’idea del “patto alla tedesca” trova l’apprezzamento di Giorgio Napolitano.
Il quadro politico, per il capo dello Stato, è fin troppo confuso perchè ci si possa permettere un governo non legato a un programma definito.
Ed è proprio la “confusione” il secondo corno della difficoltà di queste ore.
E riguarda Angelino Alfano. I toni duri riservati a Silvio Berlusconi sono un modo per parlare a nuora (il Cavaliere) perchè suocera (Renzi) intenda.
Alfano si è posto come un “rottamatore” del vecchio centrodestra così come Renzi lo è stato per il centro sinistra, e ha fatto capire che se è in grado di mandare al diavolo Berlusconi lo può fare anche con Renzi: “Se Renzi ci dice prendere o lasciare — è il ritornello dell’ex vicepremier andiamo a votare”.
Per “prendere” Alfano ha già messo nero su bianco un elenco dettagliato di richieste programmatiche, che limitano le proposte di Renzi sul lavoro, per non parlare dei diritti civili.
Ma soprattutto il suo “no” a una doppia maggioranza: sulle riforme con Berlusconi e al governo con Ncd.
E ha messo nero su bianco, come non trattabile, la richiesta di tre ministeri, di cui uno è l’Interno. Blindati Lupi (alle Infrastrutture) e la Lorenzin (alla Salute) è sul ruolo di Angelino la trattativa più lunga.
Renzi non lo vuole vicepremier e per l’Interno l’ipotesi di Franceschini è sempre più concreta.
“Il problema di Alfano — dicono nell’inner circle del segretario – sono solo le poltrone. Chiusa con Napolitano la casella più importante, sul resto l’accordo si trova”.
Ma qui Renzi rischia di non aver compreso la strategia di Alfano: bastava sentire l’ovazione che ha riscosso oggi all’assemblea Ncd a Roma quando ha risposto duramente a Berlusconi, per comprendere che in questa nuova veste potrebbe raccogliere molti più consensi che se si limita a fare la ruota di scorta.
E se si va a votare subito senza una nuova legge elettorale e sbarramenti alti Alfano potrebbe raccogliere tutti i dissidenti del centrodestra in una coalizione alternativa.
E a quel punto a restare con il cerino in mano sarebbe il premier mancato Renzi.
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