Destra di Popolo.net

“PRENDETE PER BUONE LE VOTAZIONI FATTE SUL BLOG DI GRILLO?”: LA BEFFA, HACKERATO L’ACCOUNT TWITTER DI CASALEGGIO

Febbraio 27th, 2014 Riccardo Fucile

E UN ALTRO HACKER DIMOSTRA CHE HA POTUTO VOTARE QUATTRO VOLTE

Violato nella notte il profilo twitter della Casaleggio Associati, la società  del guru del movimento 5 stelle da ieri nel caos dopo l’espulsione di 4 senatori considerati dissidenti.
E’ di mezzanotte e mezzo il primo tweet in cui, in inglese, si sbeffeggia Casaleggio per essere riusciti a violare la security del suo account.
Da lì una serie di uscite in cui si dice che la votazione sul blog di grillo per ratificare l’allontanamento di Orellana, Bocchino, Battista e Campanella è stata falsata e in cui si definisce “un colabrodo” il sito del comico genovese.
L’ultimo tweet è delle 2.52: “Il vostro guru è stato bucato. Di nuovo. I suoi account? vulnerabili. I suoi siti? idem. Tutto”.
È lo stesso Beppe Grillo ad ammettere il buco sul suo blog:   Ps: Questa notte è stato hackerato l’account twitter @casaleggio, da sempre sostanzialmente inutilizzato, dal quale stanno pubblicando messaggi falsi. La Polizia postale è stata immediatamente avvertita. I responsabili sono stati denunciati.
Ma l’hacker non è l’unico a insinuare che le votazioni potrebbero essere falsate.
Anche a Gazebo, la trasmissione in onda su Rai3, hanno mostrato un filmato in cui un’altro hacker votava 4 volte bucando il sistema.

(da “Huffingtonpost“)

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PIZZAROTTI SI SMARCA DA GRILLO: “NON HO CAPITO QUALI SAREBBERO LE COLPE DEGLI ESPULSI”

Febbraio 27th, 2014 Riccardo Fucile

E IN SENATO ANCHE CATALANO E TACCONI SE NE VANNO

Il sindaco M5s di Parma Federico Pizzarotti prende una posizione decisa contro l’espulsione dei 4 senatori “dissidenti” ratificata ieri dal voto online degli attivisti. Scrive il primo cittadino sui Facebook: “Lo dico con estrema buona fede ai nostri deputati e senatori: dateci elementi sulle colpe dei quattro senatori espulsi; convincetemi su quest’azione così forte e che non concede appello, perchè io non l’ho capita. Non ho capito che cosa è stato commesso, e se ciò che è stato commesso riguarda la violazione precisa del vostro regolamento. Ho verificato le restituzioni, e sono allineate con quelle degli altri senatori. Ho controllato l’attività  di questi senatori su OpenParlamento – prosegue ancora il sindaco , e oltre ad essere superiore alla maggioranza dei rappresentanti degli altri partiti, sono in linea con l’attività  dei nostri altri rappresentanti. E’ stata citata la sfiducia dei territori, ma senza documentare quali sono state le modalità  delle deliberazioni, le motivazioni e i votanti”.
In mattinata intanto, come anticipato già  ieri, si sono registrate due nuove defezioni dal Movimento. A lasciare, alla Camera, sono stati Alessio Tacconi e Ivan Catalano.

(da “Huffingtonpost“)

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IL PARTITO PADRONALE E I VANTAGGI DELLA DITTA GRILLO & CASALEGGIO SPA

Febbraio 27th, 2014 Riccardo Fucile

LA CRITICA DEI DISSIDENTI NON SOLO ERA LEGITTIMA, MA DOVEROSA: PER IL LORO CORAGGIO IL PADRONE LI HA FATTI ACCOMPAGNARE ALLA PORTA DAI SERVI

Com’era prevedibile anche il Movimento 5 Stelle sta facendo i conti in questi giorni con la peggiore malattia della democrazia italiana, il partito padronale.
I quattro parlamentari espulsi dai M5S non hanno violato alcuna regola del movimento, non hanno votato contro una proposta grillina, non hanno trafficato per ottenere una poltrona dal nuovo governo, non hanno rubato nè si sono macchiati di comportamenti immorali. Semplicemente, i quattro hanno osato criticare la performance di Beppe Grillo da Matteo Renzi. Una critica non solo legittima, ma doverosa.
L’atteggiamento di Grillo nei pochi minuti di consultazione con il premier incaricato era di un’arroganza insopportabile.
Non solo e non tanto al cospetto di Renzi, del quale potremmo serenamente infischiarcene, ma nei confronti dei militanti 5 Stelle, i quali avevano chiesto con un referendum online che il leader accettasse di partecipare alle consultazioni.
Ora, Grillo avrebbe potuto benissimo decidere da solo di non andarci.
Ma siccome è schiavo di tutta una retorica per cui lui sarebbe un semplice portavoce in un movimento dove «uno conta uno», ha finto di affidare la decisione a una consultazione.
Una volta ottenuto un risultato a lui non gradito, il sì all’incontro con Renzi, il capo ha deciso comunque di fregarsene in maniera plateale, come tutti hanno potuto vedere.
Qualunque parlamentare grillino dotato di un minimo di dignità  avrebbe dovuto protestare contro un simile disprezzo della democrazia interna.
L’hanno avuta soltanto quattro.
Per questo coraggio oggi il padrone li fa mettere alla porta dai servi.
È una storia vissuta cento volte in questi venti anni, da quando la discesa in campo di Berlusconi ha inaugurato la stagione dei partiti padronali.
E stavolta non dobbiamo prendercela con la casta, stavolta la colpa è tutta nostra, di noi italiani, sempre contenti di votare a destra, a sinistra, oppure «nè a destra nè a sinistra», partiti che hanno per unica ideologia un nome e un cognome.
Sono passati vent’anni di disastri e ancora la schiacciante maggioranza degli italiani crede alla colossale panzana che un uomo solo al comando possa garantire più efficacia, decisionismo e magari trasparenza.
In questi vent’anni i nuovi partiti padronali si sono rivelati assai meno decisionisti dei vecchi e finanche più corrotti.
Hanno garantito una penosa selezione del personale politico, miracolando corti familiari o personali d’infimo livello.
In qualsiasi Paese un simile, clamoroso fallimento avrebbe provocato una totale inversione di rotta. Invece da noi, la giusta ribellione che cosa ha prodotto? Un partito ancora più padronale degli altri, dove il proprietario ha addirittura depositato il marchio alla camera di commercio e il partito gli serve anche (o soprattutto?) per vendere la pubblicità  sul blog, sempre di sua proprietà .
Non è comico, è grottesco.
Non sorprende dunque che alcune ottime persone, appassionate e in buona fede, finite quasi per caso nel mazzo dei maggiordomi di turno, si ribellino contro il padre e padrone del movimento. Stupisce semmai che siano così poche.
I dissidenti sono quattro, i solidali un’altra decina, quelli disposti a lasciare il movimento se verranno espulsi i primi, un’altra dozzina.
Ma dev’essere frustrante anche per buona parte degli altri 120 parlamentari grillini rendersi conto, giorno dopo giorno, d’essere ostaggi della semplice mania di grandezza di un leader. Grillo non vuole cambiare nulla in questo Paese, come tutti i padroni di partito che l’hanno preceduto, da Bossi e Berlusconi a Bertinotti e Di Pietro.
L’unico scopo di tutti lor signori è sfruttare le disgrazie per ottenerne vantaggi.
Se Grillo avesse voluto cambiare l’Italia, avrebbe partecipato all’elezione di un presidente della Repubblica contrario alle larghe intese.
Se poi avesse voluto abbattere davvero le larghe intese, l’avrebbe già  ottenuto cercando in Parlamento alleanze su singole leggi e su sacrosante battaglie, come quella contro l’acquisto degli F35 o i diritti civili, che avrebbero inevitabilmente portato a separare la sinistra dalla destra.
Se volesse cambiare l’Italia, Grillo oggi parteciperebbe al processo di riforma istituzionale, dalla legge elettorale all’abolizione del Senato, mettendo in seria crisi il patto di ferro fra Renzi e Berlusconi.
Ma Grillo e Casaleggio sanno benissimo che qualsiasi scelta in positivo comporterebbe una perdita di consenso, a destra o a sinistra, come dimostra la vicenda dello ius soli, mentre una protesta generica contro la casta si continuerebbe a vendere benissimo sul mercato alla più vasta clientela possibile.
Si tratta di un calcolo molto cinico e quindi, per come funziona l’Italia, esatto.
Senza aver portato un solo risultato a casa in un anno intero e con un esercito di 156 parlamentari a disposizione, il M5S otterrà  di sicuro un grande risultato alle elezioni europee di maggio.
Il che è del tutto inutile al Paese, ma assai vantaggioso per la Grillo&Casaleggio spa.
Questo non toglie che le brave persone, gli onesti parlamentari grillini, si ribellino a un simile scempio della volontà  popolare.
I giornalisti al seguito, una categoria fiorita negli ultimi tempi intorno a Grillo come a chiunque altro abbia acquistato potere politico, sostengono che Orellana e compagnia siano in procinto di ottenere poltrone dal nuovo governo.
Penso si tratti di un’infamia lanciata contro chi dimostra un minimo di spirito critico.
È probabile che Orellana e compagni non entreranno nel governo Renzi e neppure nella maggioranza, anzi si dimetteranno come hanno fatto altri bravi e onesti militanti pentastellati prima di loro, offesi e delusi, lasciando il campo agli opportunisti.
Se sarà  così, onore a loro.

Curzio Maltese

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ESPULSIONI CINQUESTELLE: STUPIDITA’ E DITTATURA DELLA MAGGIORANZA

Febbraio 27th, 2014 Riccardo Fucile

NON ESISTE ALCUNA REGOLA CHE IMPEDISSE AI SENATORI DISSIDENTI DI DISSENTIRE: LA DEMOCRAZIA E’ QUESTA

A Beppe Grillo e a tutti i parlamentari e iscritti del Movimento 5 Stelle che hanno votato l’espulsione dei quattro senatori considerati dissidenti va consigliata la lettura di La Democrazia in America di Alexis de Toqueville.
Le pagine che il filoso francese dedica al problema della dittatura della maggioranza sono esemplari.
E anche se si riferiscono al governo degli Stati, indicano bene la strada che una parte del movimento rischia di imboccare.
Fino a qualche tempo fa la libertà  di parola e il diritto di critica erano temi centrali per l’intero M5s.
Molti cittadini avevano anzi deciso di sostenere l’ex comico alle elezioni dopo aver visto il suo blog e i Meetup battersi anche per questo.
Nel novembre del 2010, per esempio, in uno dei tanti post di Grillo si poteva leggere: “La nostra lingua, la libertà  di parola, è minacciata, castrata da un neo puritanesimo, da un ‘politically correct’ asfissiante che annulla la verità  e uccide qualunque confronto”.
Oggi invece dobbiamo constatare che la libertà  di parola nel Movimento 5 Stelle è minacciata e offesa da una brutta voglia di unanimismo.
Dalla decisione di far votare gli aderenti 5 Stelle non sulla violazione di una norma del non statuto o del codice di comportamento parlamentare, ma su una critica al Capo, o se preferite al Megafono.
Discutere se i senatori avessero ragione o torto nel prendere posizione contro le modalità  con cui Grillo ha deciso di strapazzare Matteo Renzi in diretta streaming — sbattendogli peraltro in faccia molte verità  difficili da contestare — non ha infatti senso.
Il dato importante è uno solo: non esisteva alcuna regola che impedisse ai senatori di farlo.
Certo, per qualsiasi movimento è fondamentale e giusto apparire unito. Ma anche se   le cose sono andate così la questione non cambia di una virgola.
Punire qualcuno per dei comportamenti per i quali non sono state previste esplicitamente sanzioni non è solo liberticida.
Rappresenta un rischio per tutti: anche per coloro i quali oggi votano a favore dell’espulsione dei dissidenti.
Domani, e per un motivo qualsiasi, una nuova maggioranza potrebbe infatti votare la loro.
Consolarsi col fatto che le espulsioni (vedi il caso degli amministratori locali del Pd in val Susa fatti fuori perchè anti Tav) sono spesso la regola in altri partiti, non serve.
Il M5S dice infatti (e quasi sempre lo è) di essere diverso dagli altri movimenti politici. Per questo molti elettori, almeno a giudicare dai commenti e dalle mail che arrivano a questo giornale online, avrebbero trovato più intelligente e democratico che il Movimento, già  in occasione del brutto e analogo caso di Adele Gambaro, avesse riformato il regolamento e il non statuto stabilendo con chiarezza cristallina diritti e doveri degli eletti.
Non averlo fatto lascia spazio all’arbitrio, alla legge più forte e alle espulsioni di massa.
Oltretutto votate online in blocco senza che agli iscritti fosse permesso esprimere valutazioni diverse su ogni singola posizione.
Pensare, come fa il Movimento 5 stelle, di rivoluzionare (con il voto) il Paese è perfettamente legittimo. Credere che sia possibile farlo rinunciando a dimostrare che, sempre e in ogni caso, si è meglio di ciò che si vuole combattere e abbattere non è solo sbagliato.
È stupido.

Peter Gomez
(da “il Fatto Quotidiano“)

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SONDAGGI: RENZI GIA’ CON IL FIATONE, MENTRE IL PD RISCHIA DI AFFONDARE

Febbraio 27th, 2014 Riccardo Fucile

LA STAFFETTA NON PAGA E IL PD PERDE OLTRE IL 2% DI CONSENSI

I numeri cambiano, la sostanza rimane la stessa.
Per i sondaggisti Matteo Renzi rischia tantissimo (e questo si sapeva). La notizia è che la sua ambizione avrebbe già  mietuto la prima vittima: il Partito democratico.
La fiducia nel nuovo presidente del Consiglio rimane su livelli accettabili (anche se non trascendentali), mentre le percentuali del Pd nei giorni della nascita del governo sono calate in maniera sensibile.
Antonio Noto, direttore di Irp Marketing, ha in mano i numeri freschi dell’ultimo sondaggio, realizzato dopo i due discorsi di Renzi a Montecitorio e Palazzo Madama. “Esattamente un italiano su due ha fiducia nel nuovo capo del governo. Renzi piace al 50 per cento degli intervistati. È un risultato discreto, non eccezionale: Letta era attorno al 48, mentre Monti, Berlusconi e Prodi all’inizio avevano un consenso personale più alto, tra il 54 e il 58 per cento”.
Roberto Weber, sondaggista di SWG, commenta numeri simili, leggermente più lusinghieri per il presidente del Consiglio.
Il gradimento personale di Renzi sarebbe attorno al 52 per cento, ma l’ultimo campione risale alla scorsa settimana, prima della presentazione della squadra di governo: per conoscere gli effetti dei primi discorsi del rottamatore in Parlamento bisognaaspettare ancora qualche giorno.
Su un dato i due sondaggisti non hanno nessun dubbio: gli elettori del Partito democratico sono disorientati.
La “staffetta” tra Letta e Renzi non è stata capita. E se è stata capita, non è stata apprezzata.
Secondo Irp, la settimana in cui la direzione del Pd ha sancito il passaggio di consegne a Palazzo Chigi, il partito ha subìto un’immediata diminuzione dei consensi, di circa due punti e mezzo.
“Un fenomeno di questa entità  in così poco tempo è rarissimo — spiega Noto —. La ‘staffetta’ è stata vissuta come un evento traumatico. Dopo le primarie di Renzi il Pd era stabilmente sopra il 30 per cento. Prima del colpo di mano al governo era al 32. Dopo la fiducia è sceso al 29,3”.
Weber riconosce la stessa tendenza, attenuandone un po’ le proporzioni: “Il Pd ha perso circa un punto e mezzo.
Alle Europee rischia molto. I voti in uscita vanno divisi tra M5s, indecisi e Lista Tsipras. L’investimento personale su Renzi invece rimane alto: la sua figura prevale sui contenutio”.
Anche secondo Alessandra Ghisleri, di Euromedia, il blitz di Renzi a Palazzo Chigi non ha fatto bene al Pd: “Nelle ultime settimane ha perso quasi un punto e mezzo, scendendo attorno al 28 per cento”.
Ma per Ghisleri l’operazione ha macchiato l’immagine dello stesso premier: “Renzi è passato in poche settimane dal 48-49 per cento al 42-43”.
Pure le cifre sulla fiducia dell’esecutivo non sono di buon auspicio: “Il consenso sulla sua squadra non supera il 33 per cento. Un numero più basso di quello dei primi giorni del governo Letta e non molto più alto dei suoi ultimi: dopo un anno difficile e deludente, Enrico era al 24”.
Un quadro non confortante, per l’ex rottamatore. Ora Renzi deve correre.
I tre sondaggisti hanno numeri diversi, ma lo stesso, identico pronostico: “Si gioca tutto nei primissimi mesi”.

Tommaso Rodano
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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I CONTI IN TASCA AI PIANI DI RENZI

Febbraio 27th, 2014 Riccardo Fucile

TROPPE CIFRE SENZA REALI RISCONTRI

Matteo Renzi, con i suoi interventi programmatici in Parlamento, ha cambiato l’approccio alle relazioni tra Italia e Unione Europea.
Per la prima volta, nelle parole di un presidente del Consiglio, non c’è la preoccupazione prioritaria di impostare la politica economica secondo le raccomandazioni, gli indirizzi o le reprimende della Commissione europea.
Non è un caso che Renzi non abbia fatto cenno alla necessità /obbligo di rispettare la regola del deficit del 3% del Prodotto interno lordo, al pareggio strutturale di bilancio, al Fiscal compact per rientrare dall’abnorme debito pubblico.
E non è un caso che abbia voluto rimarcare come il suo primo viaggio all’estero non sarà  nè a Bruxelles nè a Berlino, ma a Tunisi.
Tutto ciò manda all’Europa il messaggio che, dopo la stagione dei governi tecnici o semitecnici, questo è un governo politico, senza alcun timore reverenziale verso i tecnocrati della Commissione europea.
Detto che questa mossa riequilibra un atteggiamento che in passato a tratti è sembrato di sudditanza – che oltretutto finisce per nuocere all’idea stessa di Europa unita – i problemi base dell’economia e della finanza pubblica italiane restano quelli di sempre.
Il governo Renzi potrà  anche andare a Bruxelles a chiedere, e magari ottenere, più tempo per rientrare dal debito pubblico, ma se non prenderà  provvedimenti efficaci e credibili dovrà  fare i conti con i mercati, ai quali ogni anno l’Italia è costretta a chiedere di sottoscrivere 400 miliardi di euro in titoli di Stato.
E credibilità  significa innanzitutto prendere misure che abbiano una copertura finanziaria certa .
Va benissimo promettere un taglio del cuneo fiscale per alleggerire di 10 miliardi le tasse su imprese e lavoratori, ma se si dice che questo sconto verrà  coperto con il taglio della spesa pubblica per 3-4 miliardi, bisogna spiegare come.
Perchè si può avere la massima fiducia nel lavoro del commissario Carlo Cottarelli, ma è un dato di fatto che altre valide persone prima di lui, da Piero Giarda a Enrico Bondi, ci hanno provato, ma con scarsi risultati.
Che cosa è cambiato davvero per farci credere che nei 7-8 mesi dell’anno che restano si potranno risparmiare diversi miliardi?
Così come, se si dice che una parte della copertura del taglio del cuneo verrà  dall’aumento del prelievo sulle rendite finanziarie per allinearlo alla media europea, bisogna che il governo non lasci i mercati nell’incertezza e chiarisca subito che cosa si appresta a fare.
Pensa di partire aumentando le tasse? Farebbe meglio a guadagnarsi prima la credibilità  tagliando la spesa.
Così come non ci si può limitare, nell’annunciata riforma del lavoro, a prefigurare l’introduzione di un sussidio universale di disoccupazione senza dire almeno su che ordine di grandezza di spesa si ragiona e dove si prendono le risorse necessarie, perchè un conto è potenziare l’Aspi, cioè l’indennità  introdotta dalla Fornero, e tutt’altra cosa è dare 500 euro al mese a 3 milioni di disoccupati, per un costo annuo di 18 miliardi.
Se Renzi non darà  presto una risposta a questi interrogativi, che del resto lui stesso ha suscitato mettendo così tanta carne al fuoco, l’entusiasmo col quale sembra essere stato accolto dai cittadini, dalla maggioranza e dai mercati lascerà  il posto a tensioni crescenti.
E a danni rilevanti.

(da “il Corriere dela Sera”)

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CASALEGGIO NON ERA D’ACCORDO, IL BULLO DI SANT’ILARIO STAVOLTA HA PRESO I PRIMI MERITATI SCHIAFFONI

Febbraio 27th, 2014 Riccardo Fucile

IL GIORNO NERO DI M5S… E IL TELEFONO DI CIVATI E’ GIA’ BOLLENTE

È sera. Il giorno dei lunghi coltelli si conclude con una riunione plenaria dei senatori del Movimento 5 stelle al terzo piano di Palazzo Madama. Non sono tutti.
Perchè, al di là  della strada, una dozzina di loro colleghi hanno disertato l’incontro, e fanno insieme il punto della situazione.
Nello stesso tempo Federico D’Incà , Laura Castelli, Roberta Lombardi, insieme al responsabile della comunicazione della Camera Nicola Biondo, si infilano nell’ufficio del capogruppo Maurizio Santangelo.
“Volevamo vedere che cosa stava succedendo”, spiegheranno evasivi.
A qualche centinaio di metri di distanza, un gruppo di deputati si riunisce, parla, ragiona, valuta se abbandonare o meno il Movimento.
Nel mezzo, una girandola di telefonate con Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, che monitorano preoccupati la situazione.
Qualche minuto prima era arrivata la notizia ferale: Lorenzo Battista, Fabrizio Bocchino, Francesco Campanella e Luis Orellana sono fuori dal gruppo parlamentare. Lo hanno deciso più di 29mila attivisti, contro i 13mila che sul blog hanno provato a difenderli. Il blog, appunto.
Perchè se la procedura di espulsione per i quattro malcapitati aveva fatto salire il livello della tensione, è stato il post con il quale Beppe Grillo ha annunciato il voto a far saltare il tappo.
Le accuse di “aver cambiato idea”, di essere una zavorra in vista delle elezioni europee (“Beppe ne è ossessionato”, racconta un fedelissimo) ma soprattutto quella di “volersi tenere tutti i 20mila euro” hanno provocato un coro di indignazione.
Monica Casaletto, Laura Bignami, Alessandra Bencini, Maurizio Romani e Cristina De Pietro (quest’ultima solo dopo aver consultato i meetup della sua zona) si sentono, si parlano e maturano una decisione: “In una cosa come quella che è diventata il Movimento non ci stiamo”.
Così preparano un testo, da spedire all’attenzione del presidente Pietro Grasso: “In seguito agli ultimi avvenimenti di cui sono stato spettatore attonito e le posizioni prese dal mio gruppo parlamentare desidero comunicare la volontà  di dimettermi dalla carica di senatore della repubblica”. Fine della storia.
Dieci senatori, il 20% del gruppo stellato a Palazzo Madama, lascia un sogno sospinto in Parlamento da 9 milioni di italiani.
Anche i deputati non stanno con le mani in mano, anche se alla Camera gli animi sono più guardinghi.
A sfidare il mare controvento è Alessio Tacconi: “Esco dal gruppo dei 5 Stelle e con me ci sono altri cinque deputati. Si è dimostrato che non e’ possibile andare contro il parere di Grillo e Casaleggio. Nel movimento comandano solo loro, di fatto sono il braccio e la mente”
Raccontano che in realtà  sia stato il braccio (Grillo) a spingere affinchè i quattro fossero allontanati in fretta, convincendo i senatori scettici della bontà  di questa linea con una serie di sms, mentre la mente (Casaleggio) fosse molto più cauto.
La sottile linea rossa è stata superata. Così gli uffici del presidente Pietro Grasso sono stati contattati per avere delucidazioni su come formalizzare le dimissioni, è solo questione di tempo.
Poi bisognerà  iniziare a pensare a domani. Per tutto il giorno si sono rincorse le telefonate, i contatti, gli abboccamenti.
Raccontano che il telefono di Pippo Civati sia bollente. Quattro espulsi, cinque colleghi che lasciano, altri quattro già  fuoriusciti, e si arriva a tredici.
Con i sei civatiani, si arriverebbe a formare il quinto gruppo parlamentare a Palazzo Madama.
I dimissionari sono convinti: “Noi ce ne andremo da qui, torneremo alle nostre vite”. Ma sarà  l’aula a dover ratificarle.
E non è detto che nel lasso di tempo che trascorrerà  le cose non possano cambiare.
A giudicare dalla valanga di messaggi di solidarietà  arrivata dai colleghi, la storia del giorno in cui esplose il M5s potrebbe non finire qua.

(da “Huffingtonpost“)

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GRILLO MENTE SAPENDO DI MENTIRE: I PARLAMENTARI ESPULSI HANNO LAVORATO PIU’ DEI SUOI SERVI

Febbraio 27th, 2014 Riccardo Fucile

DATI UFFICIALI OPENPOLIS: TAVERNA E DI BATTISTA TRA I FANNULLONI

«I 4 senatori Battista, Bocchino, Campanella e Orellana si vedevano poco e male». Beppe Grillo parte da alcune «segnalazioni ricevute dal territorio» (veri e propri falsi, smentiti dalla base)   per impacchettare l’ultima balla da rifilare agli iscritti del Movimento 5 Stelle e invitarli a espellere quattro colpevoli di lesa maestà .
GLI ISCRITTI CONFERMANO L’ESPULSIONE
La vicenda l’abbiamo raccontata qui. Nell’assemblea di martedì notte i parlamentari M5S hanno votato a maggioranza l’espulsione di quattro senatori, resisi protagonisti negli ultimi mesi di alcune dichiarazioni critiche nei confronti della gestione della comunicazione di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. Come da regolamento la decisione è stata sottoposta al voto online degli iscritti al portale del Movimento. Dalle 10 alle 19 di mercoledì hanno votato in 43 mila: la maggioranza (30 mila) ha ratificato l’espulsione. Solo in 13 mila si sono opposti.
IL TASSO DI PRESENZA
Secondo Grillo la procedura di espulsione parte da «svariate segnalazioni dal territorio di ragazzi, di attivisti, che ci dicevano che i 4 senatori Battista, Bocchino, Campanella e Orellana si vedevano poco e male».
Peccato però che in questi 10 mesi di legislatura senatori abbiano lavorato molto di più dei loro colleghi M5S.
Secondo i dati di Openpolis, i quattro senatori da espellere sono stati presenti a quasi 9 sedute parlamentari su 10.
La loro presenza media è dell’88,15%, superiore di quasi tre punti percentuali rispetto a quella del gruppo al Senato del Movimento 5 Stelle (85,8%).
IL LAVORO IN AULA
E non si può dire neanche che sprechino il loro tempo in aula.
Fabrizio Bocchino ad esempio (quasi 91% di presenze) è primo firmatario di 2 disegni di legge, 2 mozioni, 29 interrogazioni, e 165 emendamenti.
Luis Orellana (85% di presenze) ha al suo attivo 19 interrogazioni, 2 mozioni, 1 ddl, e 96 emendamenti, oltre alle attività  nella commissione Affari Esteri e in quella Politiche dell’Unione Europea.
TAVERNA, PRESENTE A UNA SEDUTA SU DUE
Sono numeri che fanno impallidire colleghi ben più famosi.
Prendiamo Paola Taverna. La vulcanica senatrice pentastellata, continuamente lodata e sponsorizzata sul blog dal duo Grillo-Casaleggio, è la parlamentare più assente dopo Cristina De Pietro: in media è presente a una seduta su due (62%).
E il tempo che passa in aula non è certo utilizzato in modo più efficiente: la senatrice è firmataria soltanto di 2 ddl, tre mozioni, 13 interrogazioni e 25 emendamenti. Numeri piuttosto scarsi, considerato anche il poco impegno che richiede l’unica commissione di cui fa parte: Igiene e Sanita.
Ben meno presenti dei senatori sotto processo, sono anche colleghi come Michele Giarrusso, Paula Nugnes, Manuela Serra o Vito Crimi.
L’ex portavoce ha al suo attivo solo 3 ddl, 2 mozioni e 84 emendamenti.
LE ASSENZE DI DI BATTISTA
Persino i colleghi deputati si fanno vedere meno, come Matteo Dall’Osso (86,76%), Eleonora Bechis (85,47%) o Carla Ruocco (84,42%).
A fare scuola è poi il caso di Alessandro Di Battista.
Il volto del Movimento 5 Stelle, continuamente incensato dalle Tv e da Grillo, ha una presenza in Parlamento di appena il 78,7%.
Il tasso di assenza è a livelli record del 17%, vicinissimo alla media degli altri partiti tanto criticati dal Movimento 5 Stelle.
E nonostante sia solo in una commissione (Affari esteri) Di Battista in questi 10 mesi ha concluso poco o nulla. «Dibba» è primo firmatario di un solo ddl, di una mozione, di 7 interrogazioni e 9 emendamenti. Si fa vedere poco, ma forse si fa vedere bene. Almeno agli occhi di Grillo.

Francesco Oggiano

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GRILLO SMENTISCE SE STESSO: IL COMUNICATO POLITICO N° 45 DEL 2011 DIMOSTRA QUANTO SIA UN BUGIARDO

Febbraio 27th, 2014 Riccardo Fucile

“I PARLAMENTARI POTRANNO ESPRIMERSI LIBERAMENTE SENZA CHIEDERE IL PERMESSO A NESSUN CAPOBASTONE”: OGGI ESPELLE 4 SENATORI PER AVERLO FATTO

“Toquè mal”. Paco De Lucia, immenso musicista che oggi ci ha lasciato, era il primo a dirlo. “Ho suonato male, ho sbagliato”.
Sapeva correggersi, fare autocritica.
Un ottimo comico (perchè quello resta) come Beppe Grillo saprà  questa volta chiedere scusa? Credo di no (magari ci stupisse).
Quel che avviene oggi nel M5s, comunque vada, è una scissione storica.
Grillo e Casaleggio sono riusciti a indottrinare i cittadini meritatamente approdati a Roma in ogni settore: come comportarsi, quando andare e non andare in tv, come usare e cosa postare sui social network.
Ora tentano di negargli di pensare. O semplicemente di avere un’altra opinione rispetto a quella calata dall’alto. È il paradosso.
Il dittatore dal ciuffo grigio pur di tenere la barra dritta (ma per dove?) arriva a negare se stesso. Le tanto vituperate regole del blog, forum, democrazia diretta e bla bla bla.
L’11 agosto 2011 pubblicava il Comunicato politico numero 45:
La libertà  di ogni candidato (al Parlamento, ndr) di potersi esprimere liberamente in Parlamento senza chiedere il permesso a nessun capo bastone sarà  la sua vera forza. Il M5S vuole che i cittadini si facciano Stato, non che si sostituiscano ai partiti con un altro partito. I partiti sono morti, organizzazioni del passato, i movimenti sono vivi. Oggi i parlamentari sono soltanto dei peones che schiacciano un pulsante se il capo, che li ha nominati, lo chiede. Non sono nulla, solo pulsante e distintivo”.
Il capo ha chiesto e agito in streaming ma alcuni dei suoi (Orellana, Bocchino, Campanella e Battista sono solo una parte) non hanno schiacciato il pulsante del consenso.
Morale? Vanno espulsi. Anche loro.
E tanti saluti alle stesse regole dell’M5s. Con cigliegina finale, colpo basso al ventre: “Quelli sono cambiati e si terranno tutto lo stipendio, 20mila euro al mese”.
Le dite spingono sul ventre anticasta dei grillini, come a dire, loro che la pensano diversa scappano col bottino.
Neanche una parola per i parlamentari che magari “non sempre in sintonia” con G&C si tengono scranno e stipendio senza dire una parola.
La linea è dettata: sostenitori M5s iscritti al forum, cacciate i malvagi!
E se non li cacciate, avete deciso voi (e col cacchio che chiedo scusa!).
Nascosto sotto al mantello del “sceglierà  la rete” Grillo continuerà  ad allontanare chi non si allinea.
Uno per uno, fino alla fine, senza mai chiedere scusa e con tanto di “vaffanculo” al Comunicato numero 45.

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