Febbraio 23rd, 2014 Riccardo Fucile
“FARA’ POLITICAMENTE LA FINE DEL GUERRIGLIERO AFGHANO… USATO E POI GETTATO. INDOVINATE DA CHI?”
C’è un parallelo sia pur blasfemo, fra Matteo Renzi e il comandante Massud, con qualche
differenza.
Massud era un grande guerriero e un coglione politico, Renzi è un coglione politico (sempre che non sia al servizio di interessi occulti oltre che dei suoi) e di battaglie conosce solo quelle, sordide, dei direttivi e dei congressi di partito, delle congiure di palazzo di cui ha dato recente dimostrazione facendo fuori uno dei pochi uomini presentabili del Pd, Enrico Letta.
Il nobile Massud, che gode di grande considerazione in Occidente, è all’origine dell’attuale tragedia dell’Afghanistan.
Cominciò portando nel Paese Bin Laden, che aveva le sue basi in Sudan, perchè lo aiutasse a combattere il suo storico nemico, Gulbuddin Heckmatyar.
Così quando i Talebani presero il potere se lo trovarono fra le palle, senza poterlo cacciare perchè l’ambiguo califfo saudita, grazie alle proprie ricchezze, aveva costruito strade, ponti, ospedali e godeva di una certa popolarità , benchè gli afghani non amino gli arabi.
Nel 1979, sconfitti dai mujaheddin, che godono dell’appoggio degli americani che gli forniscono i missili, i sovietici abbandonano l’Afghanistan ma lasciano Kabul, formalmente presidente, un loro Quisling, Najibullah (quello che Karzai è oggi per gli americani).
Massud, che vuole impadronirsi del potere, comincia a bombardare Kabul dalle montagne facendo 10 mila morti. Heckmatyar non ci sta. È l’inizio della guerra civile.
I grandi comandanti militari che avevano sconfitto le truppe russe, Massud, Heckmatyar, Ismail Khan, Dostum con i loro sottoposti si trasformano in bande mafiose che taglieggiano, assassinano, stuprano la popolazione agendo nel più pieno arbitrio
Quella talebana è la reazione a questo stato di cose.
In due soli anni i giovanissimi “studenti di Dio”, guidati dal Mullah Omar, cacciano dal Paese i ben più esperti “signori della guerra ”, perchè hanno l’appoggio della popolazione che non ne può più. Solo Massud, armato da Russia e Iran (oh yes), non si rassegna alla sconfitta e per tre anni logorerà i Talebani in continue scaramucce impedendogli di attuare in pieno il loro programma di governo fra cui c’era anche l’educazione scolastica femminile (oh yes), sia pur a modo loro.
Finalmente nel 1999 Massud è ricacciato nel suo Panchir, tagiko. Ci sono contatti fra emissari di Omar e Massud per arrivare finalmente a una pacificazione dell’Afghanistan.
Omar propone a Massud di diventare presidente, lui si riserverà un ruolo di guida spirituale.
È una proposta generosa visto che uno controlla il 90% del Paese, l’altro solo il resto. Ma Massud pretende anche il comando militare, perlomeno a metà . Omar gli spiega che una diarchia militare crea più problemi di quanti non ne risolva.
Da quel momento Massud comincia a trafficare con gli americani che, decisi a invadere l’Afghanistan, hanno assolutamente bisogno di un appoggio sul terreno perchè solo con i B52 e i caccia non possono piegare i Talebani.
Omar fa pervenire a Massud un ultimo messaggio: “Guarda che se ti allei con gli americani poi saranno loro a comandare, non tu”.
Costituita l’Alleanza del Nord, Massud viene assassinato. Non serve più.
E questa è la fine che farà , politicamente, Matteo Renzi.
Renzi ha pienamente rilegittimato il “delinquente naturale” preparando con lui la nuova legge elettorale e Bibì e Bibò sono già d’accordo per nominare insieme il nuovo presidente della Repubblica.
E la nostra poco allegra prospettiva è questa: d’ora in poi avremo due Berlusconi.
Il Berlusconi propriamente detto e Matteo Renzi.
Finchè il primo, al momento opportuno, non deciderà di liquidare “l’utile idiota”.
Massimo Fini
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 23rd, 2014 Riccardo Fucile
LA SUA AZIENDA FAMILIARE E’ IN AFFARI CON LO STATO E HA SEDI DELOCALIZZATE IN ROMANIA, CROAZIA, ARGENTINA, INDIA…. LA MARCHETTA DI RENZI A BERLUSCONI: UNA FORZISTA PER GARANTIRE MEDIASET
Lunedì scorso a cena ad Arcore da Berlusconi, forse per parlare anche di una sua possibile candidatura con Forza Italia alle prossime europee.
Ieri il Cavaliere che pare abbia detto ai suoi: “Abbiamo un ministro pur stando all’opposizione”.
Su Federica Guidi, neo ministro dello Sviluppo Economico con delega anche alle Comunicazioni, tv comprese, è già bufera.
Perchè c’è pure un potenziale conflitto di interessi per via delle commesse dell’azienda di famiglia, la Ducati Energia, con Enel, Poste, Ferrovie. Un ginepraio.
Dalle imprevedibili conseguenze politiche.
Ma andiamo con ordine. “Donna, imprenditrice, quarantenne, famosa”: questo era l’identikit tracciato da Matteo Renzi, tra giovedì notte e venerdì, per il ministro dello Sviluppo Economico.
Casella chiave per provare a far ripartire la produzione e il lavoro.
E donna, imprenditrice, quarantenne e famosa, appunto, è stata: in Via Veneto, nel ministero che fu anche delle Corporazioni, è arrivata Federica Guidi, figlia di imprenditore, che ha battuto al fotofinish Marcella Panucci, direttore generale della Confindustria.
E forse per la fretta, forse per qualche sottovalutazione, forse per tutte e due le cose messe insieme, Federica Guidi ora rischia di portare con sè, nel suo ufficio al primo piano dell’austero palazzo disegnato da Piacentini e Vaccaro, una notevole dose di potenziali conflitti di interesse.
Perchè la Ducati Energia in quel di Bologna, con fatturato in crescita negli ultimi anni (oltre i 110 milioni) e una sempre più marcata spinta alla delocalizzazione nell’est Europa (Croazia e Romania), nell’estremo Oriente (India) e in America Latina (Argentina) lavora (tanto) di commesse pubbliche, nazionali ed estere.
Con un rapporto strettissimo, dunque, con la Pubblica amministrazione.
E non è affatto un caso che ieri il primo atto del neo ministro Guidi, dopo il giuramento al Quirinale, sia stato proprio quello di dimettersi da tutte le cariche operative (era vicepresidente con la delega sugli acquisti) della Ducati Energia e dal consiglio del Fondo italiano d’investimento.
Un passo inevitabile, ma una conferma dei possibili conflitti.
L’ultima parola spetterà comunque all’Antitrust, l’autorità di garanzia alla quale la legge Frattini ha attribuito il potere di giudicare la posizione dei membri del governo. Dice Stefano Fassina, ex vice ministro dell’Economia, esponente della minoranza del Pd: “Il potenziale conflitto di interessi è del tutto evidente. Ma oltre a questo mi preoccupa la visione del ministro sulla politica industriale, la sua idea di rilanciare il nucleare, la sua contrarietà al ruolo dello Stato nell’economia. Penso che ci sarebbe bisogno di un ministro dello Sviluppo con un orientamento molto diverso”.
La decisione di ieri della Guidi riduce solo di poco dunque il pericolo dei conflitti per l’ex vicepresidente della Ducati Energia, ora super ministro con responsabilità sulle politiche industriale, su quelle energetiche, sulla gestione delle tante (sono 160 le vertenze sul tavolo) crisi aziendali, e sul politicamente sensibile settore delle comunicazioni dove si addensano gli interessi dell’ex senatore Berlusconi.
E qui risiede anche il “caso Guidi” sul versante politico.
Tra Guidalberto Guidi, ex falco confindustriale, e Berlusconi c’è un’antica consuetudine. Anche lui era alla cena di Arcore di lunedì. La figlia Federica ha sempre espresso posizioni vicino alla destra berlusconiana.
È stata euroscettica, iperliberista fino al punto di proporre l’abolizione del contratto nazionale di lavoro sostituendolo con i contratti individuali.
Il Cavaliere ha provato più volte a candidarla nelle sue liste. Pensò addirittura a un futuro da vice di Forza Italia per la giovane industriale. Che ora, però, è al governo mentre Berlusconi è all’opposizione.
E i problemi nascono dalle competenze che ha il dicastero dello Sviluppo.
L’azienda dei Guidi, infatti, opera in tutti i settori controllati dal ministero: energia elettrica, eolico, meccanica di precisione, elettronica.
Fornisce i suoi prodotti, oltrechè a diversi enti locali e alle rispettive municipalizzate, ai grandi gruppi pubblici di cui lo Stato è ancora azionista di maggioranza o di riferimento, attraverso il ministero del Tesoro: Enel, Poste, Ferrovie dello Stato.
Lo stabilimento bolognese della Ducati Energia si è trasformato nel tempo in un impianto di mero assemblaggio di parti di prodotto che vengono realizzate all’estero. Sono circa 60 gli operai su un totale di quasi 220 lavoratori (impiegati, tecnici, ingegneri).
Il restante dei 700 dipendenti, a parte una ventina che opera nel laboratorio di ricerca a Trento, è all’estero dove Guidi si è spostato da tempo per ridurre i costi di produzione. La Ducati ha sei stabilimenti nel mondo e produce, tra l’altro: condensatori, generatori eolici, segnalamento ferroviario, sistemi ed apparecchiature autostradali e per il trasporto pubblico, veicoli elettrici e colonnine di ricarica, generatori e motori elettrici, rifasamento industriale e elettronica di potenza.
Oggi dalla fabbrica italiana di Borgo Panigale escono i “Free Duck”, piccole automobiline alimentate a elettricità , che vengono utilizzate dalle Poste per la consegna delle lettere e dei pacchi, da diversi Comuni per la raccolta dei rifiuti, e anche dalla Polizia municipale, per esempio a Genova.
Alle municipalizzate (l’Atac di Roma, per esempio) le macchine per obliterare i biglietti dell’autobus.
All’Enel dalla Ducati Energia arrivano le cabine per lo smistamento dell’energia e anche le colonnine per le ricariche delle automobili elettriche.
Alle Ferrovie dello Stato sistemi per verificare la funzionalità dei binari e le macchinette per l’emissione dei biglietti self service. A Finmeccanica, negli anni passati, Guidi aveva presentato un’offerta per rilevare la Breda Menarinibus. Proposta che però non venne accolta dai vertici di Piazza Monte Grappa.
Guidalberto Guidi, da presidente dell’Anie (l’associazione di Confindustria delle imprese elettrotecniche ed elettroniche) condusse una battaglia a favore degli incentivi per le energie rinnovabili.
Fu scontro anche in Confindustria tra i produttori tradizionali e gli altri. Non sarà facile, insomma, per il ministro Guidi puntare all’obiettivo di tagliare, come chiede Renzi, del 30% la bolletta energetica gravata dai 12,5 miliardi proprio di incentivi, per il 70% destinati alle rinnovabili.
Figlia-ministro contro padre-imprenditore.
Un altro conflitto di interessi?
Roberto Madia
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Febbraio 23rd, 2014 Riccardo Fucile
IL NEOPREMIER DEVE ACCONTENTARE I PICCOLI PARTITI CON LA SPARTIZIONE DI VICE MINISTRI E SOTTOSEGRETARI…. IL LEADER DI FORZA ITALIA AVVERTE SULL’ITALICUM: “I PATTI SI RISPETTANO”
Adesso tocca a sottosegretari e viceministri. 
La partita degli equilibri si sposta sulla seconda fascia, quella che di solito conta il doppio, soprattutto quando il titolare di un dicastero non è un esperto della materia e ci vuole uno che sa muovere la macchina per davvero.
Per il governo Renzi, questo gioco di scacchi per il completamento della squadra si preannuncia forse anche più tosto della composizione della prima fila.
Si dice che sarà tutto pronto entro giovedì prossimo.
Ci sono da accontentare i Popolari per l’Italia, che hanno perso il ministro fondatore Mario Mauro e già minacciano di non votare la fiducia.
La compagine centrista è anche più arrabbiata dopo che il casiniano di ferro Gian Luca Galletti ha conquistato l’Ambiente, appena una settimana dopo l’annunciato ritorno dell’Udc nel centrodestra.
E poi c’è anche da accontentare Scelta Civica, che ha conquistato l’Istruzione, ma è ancora avida di poltrone.
Ecco i primi nomi che circolano: i tre montiani Andrea Romano, Irene Tinagli e Carlo Calenda; l’alfaniano Giuseppe Esposito per la Difesa, il leader dei Socialisti Riccardo Nencini alla Cultura, la senatrice del Pd Valeria Fedeli per le Pari Opportunità e Vincenzo D’Anna, campano, cosentiniano del Gal, forse all’Interno.
Il che la dice lunga su come quel gruppo al Senato sarà blindato per far da puntello a Renzi nel caso Alfano si mettesse a fare le bizze. Soprattutto sulla riforma elettorale. Perchè sul quel fronte tira aria tesa.
Berlusconi ha capito che il suo ex delfino ha incassato da Renzi l’entrata in vigore dell’Italicum solo dopo l’approvazione della “riforma” del Senato (il famoso emendamento Lauricella) e questo l’ha preoccupato al punto da far decollare immediatamente le contraeree d’assalto sul tema. Gasparri: “Il cosiddetto emendamento ‘Lauricella-campa cavallo’ non esiste — ha detto il proconsole forzista — noi vogliamo sia la legge elettorale che la riforma costituzionale. Ma la prima è una legge ordinaria, già definita e concordata, che si può e si deve varare subito. Il resto richiede, per legge, procedure più lunghe”.
E il Cavaliere stesso, parlando alle sue truppe (in questo caso della Garbatella, a Roma), ha messo in guardia sul fatto che “non si sa quando andremo a votare, ma bisogna stare pronti; questa è una situazione che ha poco a che fare con la democrazia, se il governo non è eletto dai cittadini non è più democrazia, dobbiamo puntare a spazzare via Grillo e ad avere un solo partito che abbia la maggioranza assoluta, il 51per cento, solo così si potranno fare le riforme”.
E in ultimo, lanciando un “pizzino” a Renzi: “Pacta sunt servanda, i patti si rispettano”.
Ecco, appunto, i patti.
Secondo Rino Formica, ex socialista ed ex storico ministro delle Finanze della Prima Repubblica, molto legato al Cavaliere e molto ascoltato nei Palazzi, tra Renzi e Berlusconi il vero patto di ferro sarebbe più profondo rispetto alle semplici riforme. Sarebbe, insomma, composto sostanzialmente da tre punti: intesa per l’elezione di un nuovo Presidente della Repubblica a breve, elezioni politiche tra massimo un anno e una legge elettorale che tuteli Pd e Forza Italia.
In sostanza, si punterebbe all’eliminazione scientifica dei piccoli partiti, all’emarginazione di Grillo (e l’Italicum va in questo senso) per raggiungere, poi, quella larga intesa parlamentare capace di modificare la forma dello Stato in senso presidenzialista.
“È il disegno di Gelli — dice l’ex ministro — con Draghi al Colle”. Gli elementi a suffragio di questa tesi sono effettivamente molti.
Compreso il fatto che sul governo l’impronta del Cavaliere è evidente. Federica Guidi, neo ministro dello Sviluppo Economico, lunedì scorso era a cena ad Arcore con il padre (la sua nomina è considerata una “genialata” di Verdini).
Si parlava di televisioni, non a caso sarà lei a doversi occupare del settore. E grande è stata la soddisfazione del Cavaliere per la bocciatura quirinalizia del nome di Nicola Gratteri alla Giustizia.
Berlusconi aveva chiesto un ministro “non ostile” e si sente tutelato da Orlando, un garantista, lontano dal “partito dei giudici” della Procura di Milano, uno che voleva eliminare l’ergastolo e limitare il 41 bis ai casi davvero esagerati.
Insomma, l’uomo giusto per Silvio, che continua a volere la riforma della giustizia proprio con quel segno garantista che senz’altro un giudice armato contro la criminalità organizzata come Gratteri mai avrebbe concesso.
E, invece, adesso, chissà .
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 23rd, 2014 Riccardo Fucile
“ESECUTIVO TROPPO PERSONALISTICO, MA NON CI SONO ALTERNATIVE”
Tutto è “in capo alla responsabilità di Renzi. La modernità esalta la leadership, ma ci deve essere qualcosa di più di una squadra attorno al leader. C’è bisogno di una comunità che condivide, partecipa, collabora, costruisce”.
L’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani, in un colloquio con l’Unità , si mostra critico con lo strappo di Matteo Renzi ma invita a “partecipare e fare di tutto perchè l’impresa riesca.”
“Quando sento qualcuno che ipotizza di non votare la fiducia – dice nella prima intervista dopo l’operazione – penso che abbia perso la bussola. La fiducia si vota, altrimenti finisce il Pd. Poi bisogna tornare a pensare e a discutere, senza timore di dire la nostra, su cosa è utile che il governo Renzi faccia per l’Italia e su cosa dovranno fare i democratici da domani”.
“Dobbiamo sempre pensare al film di domani. Oggi stiamo preparando il futuro. E mi preoccupa questo distacco tra la società e le istituzioni democratiche. Temo che il distacco continui a crescere e nessuno di noi può illudersi che basti un po’ di populismo e di demagogia, magari in dosi contenute, per risolvere il problema”, afferma Bersani.
“Bisogna dire la verità al Paese, e non inseguire i pifferai sperando di batterli sul loro terreno. La politica non ritroverà se stessa nei particolari e nelle tattiche. È il senso, la direzione di marcia che le dà forza”.
Parlando della propria salute, “se avessi potuto, ovviamente mi sarei evitato tutto questo. Ma, pur nella sventura, confesso di uscirne con un sentimento di soddisfazione. La persona vale sempre più di ciò che fa”, dichiara Bersani, secondo cui “anche la politica deve guarire”.
“I test – aggiunge – dicono che la mia memoria è al 100%. Ma se avessi perso quel 5% che dico io, non mi sarebbe dispiaciuto”.
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 23rd, 2014 Riccardo Fucile
I NERVI DELLA SINISTRA DEM E I MALUMORI CENTRISTI ALLA VIGILIA DELLA FIDUCIA
Il fu rottamatore promette risultati, tanti e in fretta. Ma ha tante botole davanti a sè, e una si
chiama Senato.
Perchè se alla Camera la maggioranza ha i numeri per andare dritta (almeno sulla carta), a palazzo Madama il margine è molto più stretto.
E il rischio di imboscate o ribellioni sarà un peso costante a partire da domani, giorno della prima fiducia per il governo Renzi.
Premesso che la soglia minima di sopravvivenza è quella dei 161 senatori su 320, la maggioranza dovrebbe contare su 165 voti contro i 135 delle opposizioni (il presidente per prassi non vota).
In mezzo, 20-21 dubbiosi di varia natura e provenienza.
I più in bilico sono i sei civatiani del Pd; poi ci sono i 12 di Popolari per l’Italia, che ufficialmente decideranno oggi, e la gran parte di Gal.
E allora il primo test di domani sera è già importante.
Quasi scontato che Renzi ottenga la fiducia: ma conterà anche il come. Un sì con meno di 175 voti sarebbe un segnale fosco, sotto i 170 sarebbe (quasi) allarme.
Un pezzo importante della partita si gioca proprio dentro il Pd.
A Giuseppe Civati la staffetta e il governo non sono proprio piaciuti. E la nomina come ministro della civatiana Maria Carmela Lanzetta, chiamata a sua insaputa, ha aggiunto sale sulla ferita.
Ieri ha ripetuto: “Non votando la fiducia sarebbe difficile rimanere nel partito, dobbiamo valutare cosa fare in aula. Ci dispiacerebbe rompere”.
Poche ore dopo Civati ha lanciato una consultazione on line per conoscere il parere della base. Ma la decisione finale dovrebbe arrivare oggi, dalla riunione della sua corrente a Bologna.
Non ci sarà il senatore Corradino Mineo, all’estero per motivi personali, che al telefono spiega: “Decideremo dopo Bologna, è chiaro che siamo stretti tra le perplessità su questo governo e le richieste della gente di permettergli di partire”. Mineo parla da giorni del progetto di un gruppo in Senato, Nuovo Centrosinistra, da comporre assieme ai 7 di Sel, agli ex grillini del Misto e a dissidenti di M5S. Conferma: “Il progetto continuerà , fiducia o no, anche se siamo molto in ritardo. Di certo daremo segnali sull’esistenza della sinistra”.
Insomma, fiducia o no, i civatiani faranno pesare i sei voti a palazzo Madama. Discorso molto diverso è quello dei Popolari per l’Italia.
L’esclusione dal governo dell’ex montiano Mario Mauro ha lasciato evidenti malumori tra i fuoriusciti di Scelta Civica. E ora i Popolari si sono messi sulla riva del fiume.
“Non abbiamo vincoli a votare la fiducia a prescindere, decideremo lunedì mattina” fa sapere Andrea Olivero. Che chiosa: “La minaccia del voto non ci fa paura”.
Ma la componente dell’Udc, che ha ottenuto un ministro (Gian Luca Galletti all’Ambiente) spinge per il sì.
E proprio Galletti ieri si è detto “convinto che i Popolari faranno prevalere il bene del Paese”. A ballare anche gli 11 voti di Gal, gruppo dell’area di centrodestra.
A Letta diedero la fiducia in tre: difficile che per Renzi i consensi siano molti di più. Sullo sfondo, i cuperliani. Per ora sono allineati sulla fiducia al neo-premier. Ma attendono segnali a stretto giro, innanzitutto sulla riorganizzazione del partito.
Ci sono tre vuoti da colmare in segretaria, quelli lasciati dai ministri Mogherini, Madia e Boschi.
E spoprattutto c’è Cuperlo che invoca un nuovo segretario, “perchè quello che abbiamo ora sta a palazzo Chigi”.
Un dalemiano conferma: “Renzi non può pensare di restare segretario. Serve un nuovo congresso”. Il premier ha scelto come ministro il bersaniano Maurizio Martina anche per dare un segnale di pace alla minoranza. Sa che i nervi sono ancora scoperti. E che del partito bisognerà presto ridiscutere.
Perchè in Senato non sta largo, e le incognite sono tante. La principale si chiama legge elettorale, su cui con i cuperliani sono volati stracci.
Luca De Carolis
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 23rd, 2014 Riccardo Fucile
CORSA DELLA STAMPA PER IL LECCHINO D’ORO E PAPILLE DI VELLUTO
Il governo delle facce nuove” (La Stampa). “Più donne e giovani” (Corriere ). “La nuova generazione”, “Le signore della competenza” (la Repubblica ). “I due partiti maggiori… stanno compiendo un atto coraggioso. Sanno che per loro questa è l’ultima chiamata. Sanno che non possono fallire” (Pigi Battista, Corriere ). “Questa è l’ultima spiaggia della Penisola: più in là c’è solo il mare in tempesta e un azzardo pericoloso… L’Italia ha voglia di novità . È primavera: bisogna cambiare aria nelle stanze e nel cervello” (Beppe Severgnini, Corriere ). “L’Italia, paese considerato gerontocratico, fa un salto in avanti inatteso e si colloca all’avanguardia in Europa” (Aldo Cazzullo, Corriere ). “Il risultato corrisponde pienamente all’impegno preso… con una presenza femminile mai verificata prima… Se i fatti corrisponderanno alle parole molte sofferenze saranno lenite e molte speranze riaccese” (Eugenio Scalfari, Repubblica ).
Ecco, questi erano i commenti di dieci mesi fa sul governo Letta.
Viceversa, ecco quelli sul Renzicchio. “Giovani e donne: nasce il Renzi-1” (Sole-24 ore). “Un governo giovane e di donne” (l’Unità ). “Giovani e donne, il governo Renzi” (La Stampa).
Negli editoriali, oltre al concetto di ultima spiaggia già usati per Monti e Letta, si nota lo sforzo sovrumano di rendere credibile l’excusatio non petita di Sua Altezza che rassicura: “con Renzi nessun braccio di ferro”.
Come nella scena de Il dormiglione, con Woody Allen e Diane Keaton che corrono per l’ospedale dicendo “siamo dottori, non siamo impostori!”, così tutti capiscono che sono impostori e cominciano a inseguirli.
Solo che, nella stampa italiana, tutti si bevono l’impostura, o almeno fanno finta. Napolitano ha “dissipato ogni interpretazione maliziosa sul lungo colloquio con Renzi”, turibola Marcella Ciarnelli dell’Unità . Ha “rimarcato la serenità del colloquio e il fatto che nè ieri nè prima vi sia stato alcun ‘braccio di ferro’”, salmodia l’altra vestale Antonella Rampino sulla Stampa.
Le tre ore di tortura nello studio della Vetrata son cosa normale, anche perchè Renzi ne ha approfittato per svolgere “un lavoro parallelo”: non sapendo che fare, è salito al Quirinale tre ore prima e ha sbrigato un po’ di corrispondenza, poi “in un salottino attiguo ha colmato le caselle che, a effetto-domino, si erano riaperte attorno alla Giustizia”.
Per il braccio di ferro su Gratteri? No, anzi, “non sapremo mai se Renzi aveva inserito in quella casella il giudice Gratteri”: la verità — rivela la Rampino — è che la “riconosciuta saggezza dell’argomentazione presidenziale” ha posto una questione filosofica mica da ridere: “È opportuno un magistrato per via Arenula, quando il governo ha in programma di riformare la giustizia?”. No che non lo è.
Purtroppo analoga saggezza il Monarca non manifestò con B. nel 2011, quando firmò senza batter ciglio la nomina a Guardasigilli del magistrato Nitto Palma, che però aveva il merito di essere amico di Nick Cosentino (così come fece nel ’95 Scalfaro, nominando il giudice Filippo Mancuso nel governo Dini).
Gli inquisiti e gli imputati possono fare i ministri, i generali (da Corcione a Di Paola) andare alla Difesa come nei governi golpisti, i prefetti andare all’Interno e alla Giustizia, specie se amici di Ligresti (tipo Cancellieri), ma i pm antimafia alla Giustizia no, specie se onesti e capaci.
“Meglio, molto meglio — scrive il Corriere — un esponente politico con esperienze parlamentari e di governo già acquisite”.
Cioè Andrea Orlando, che con la sua maturità scientifica è quasi un tecnico e soprattutto un “garantista” (cioè beniamino del partito degli imputati: infatti s’è già espresso — sul Foglio, e dove se no?- per cancellare l’ergastolo e l’azione penale obbligatoria).
Non a caso è l’unico ministro che piace al Giornale e a Libero, assieme alla berlusconiana Guidalberta Guidi. Tutto è bene quel che finisce bene: pussa via Gratteri, brutta bertuccia.
Aldo Cazzullo conia nuove categorie semantiche ad hoc. La Mogherini, avendo 40 anni, non è solo quarantenne, ma addirittura una “neoquarantenne”, per meglio sottolinearne la quarantennitudine. Fermo restando che — siccome “i quarantenni sono troppo poco solidali tra loro per riuscire a fare rete”, come purtroppo sperimentato da Letta — “ora tocca ai trentenni”. Anzi, ai neotrentenni. Tipo la Madia, “33 anni e incinta di 8 mesi”, “un segno di apertura al futuro in un paese a volte gerontocratico”. A volte. Neo.
A vanificare gli sforzi papillari del pur bravo collega corrierista provvede Giuliano Ferrara, che sfodera sul Foglio due metri di lingua extralarge a doppio pennello, riuscendo a leccare Matteo e Silvio in un colpo solo: “Partenza grandiosa”, “governo perfetto”, “Renzi, come Berlusconi, è un colpo di scena vivente”, “se sta attento a non litigare con il Cav.,se non per finta, il Cav. coautore di questo capolavoro che ha la metà dei suoi anni, ce la farà ”, “il governo Leopolda è il migliore possibile”.
A questo punto Renzi si gratterà : gli manca il bacio della morte di Scalfari ed è spacciato. La Stampa, oltre a titolisti da Istituto Luce (“Poletti il cooperatore”, “Padoan da teorico dell’austerità a suggeritore della svolta-crescita”, “La Botticelliana e la Giaguara: Madia & Boschi, l’avanzata delle ‘amazzoni ‘ di Matteo”, “Priorità Giannini: scuole più sicure”), schiera agiografi da vite dei santi.
Molto apprezzato Mauro Baudino sul neoministro della Cultura: “Con la sua quarta prova narrativa, aveva dato un avviso che sta fra Borges e l’amato Pessoa”.
Sta parlando di Franceschini. I suoi romanzi sono pregni di una “vena fantastica e ironica”, ma senza diventare “armi nelle mani degli avversari”, forse perchè sfuggiti ai più. “Il Franceschini scrittore guarda a spiriti acri e ribelli, magari un Bolano, certamente uno Zavattini” e “ha sempre avuto un buon successo di critica”.
De Santis? Sapegno? No, “Jovanotti” che lo “definì ‘visionario’. Come scrittore, non come politico”.
Viene in mente il miglior Calvino: “Nel Visconte dimezzato, quando le due metà di Medardo di Torralba incrociarono le spade per il duello finale, fu un’apoteosi”. Slurp.
Sempre su La Stampa, Teodoro Chiarelli segnala un altro portento: “Renzi non è il solo scout al governo.
Anche Roberta Pinotti ha un passato fra i seguaci di sir Robert Baden Powell. Il suo primo pensiero? Ovviamente per i nostri marò. Dobbiamo riportarli a casa” e lei ha “idee già chiare”.
Un blitz alla Chuck Norris, “Missing in action” con un pugno di scout pronti a tutto. La scoutessa ha financo “volato su un Mb339 delle Frecce Tricolori”.
Insomma, è fatta.
Quando, ormai in vista del traguardo, la classicissima Lecchino d’Oro 2014 pare una corsa a tre Cazzullo-Baudino-Chiarelli, ecco spuntare dalle retrovie un Francesco Merlo in grande spolvero, che stacca il gruppone e allunga la lingua oltre il fotofinish proprio sul filo di lana. “Basta con la demagogia della giustizia che non è politica, Gratteri… sarebbe stato l’ennesima supplenza di un magistrato”.
Dunque viva “Napolitano che, secondo il giudizio di Malaparte, ‘non perde mai la calma neppure dinanzi all’Apocalisse’” e “ha imposto a Renzi il passo”.
In Matteo “la gioia era genuina… Ebbene, questa è l’allegria del rilassamento, l’evviva del dopo-partita, la felicità della vittoria.
Un presidente del Consiglio così raggiante è una novità per l’Italia”.
E vai con le papille di velluto: “Solo grazie alla prudenza di Napolitano che lo ha dosato e sorvegliato, Renzi è rimasto l’attor giovane con il bellissimo torto di prendersi il futuro”. Il tempo di tirare il fiato e la lingua riprende a vibrare: “Il vecchio e il giovane, appaiando la spada che ferisce e separa con la spada che cuce e ripara hanno tenuto a battesimo la nuova classe dirigente”.
È l’aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende.
Il finale è chapliniano: il Vecchio e il Giovane incedono scattanti e sicuri, pancia in dentro e petto in fuori, verso il tramonto: “Sorridono sia l’uomo della politica sia quello dell’antipolitica, il principe Ippolito e il garibaldino Lando”.
Che meraviglia, che commozione.
Ha vinto Merlo, gli altri si rassegnino, chapeau.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 23rd, 2014 Riccardo Fucile
L’EX PREMIER NON GUARDA IN FACCIA IL SUCCESSORE E TWITTA: “STACCO”
Così furioso da sembrare assente. La mano destra (che stringe poco) concessa a Matteo Renzi
e il piede avanti per la fuga.
Venti secondi con lo sguardo verso il pavimento, corrucciato, nervoso e, chissà , vendicativo.
Quando Enrico Letta consegna la campanella, che fa suonare il Renzi I, il segretario democratico abbozza un sorriso, talmente forzato e plastico che le guance s’arricciano in rivoli di rughe.
L’ex presidente non biascica una parola, forse avrà sussurrato un simbolico “arrivederci” o un sospettoso “auguri”, neanche i collaboratori riescono a decifrare le sensazioni di Enrico che, mai commosso e mai loquace, saluta i dipendenti di Palazzo Chigi e lascia Renzi e ministri con un applauso di malinconia.
E si rifugia in un dilemma, ancora non risolto, che l’accompagna in viaggio a Londra con la famiglia: che fare, adesso, lasciare il Partito democratico? Non è escluso, anzi: è probabile.
L’agenda di Letta s’incrocia con l’insediamento di Renzi: martedì, giorno di fiducia a Montecitorio, il deputato Enrico Letta sarà presente. Così ha promesso.
Ma consegna una inequivocabile precisazione ai suoi interlocutori, una precisazione instillata di veleno per il successore: “Mi sento un uomo che serve le istituzioni, voterò sì al governo di Renzi perchè sostenuto da una maggioranza che conosco bene, la mia”.
L’ex vicesegretario democratico, che da ex democristiano compensava gli ex comunisti al vertice, non ha dimenticato la sfiducia in una pubblica direzione Pd e, soprattutto, non ha rimosso le conversioni miracolose di numerosi deputati e senatori. La corrente lettiana è ormai un ruscello, prosciugato: restano Francesco Boccia, Paola De Micheli, Guglielmo Vaccaro, Francesco Russo, Anna Ascani, Marco Leoni e Alessia Mosca.
Una minoranza insufficiente per muovere una battaglia interna. Ma le baruffe sono automatiche .
La senatrice (renziana) Rosa Maria Di Giorgi ha definito “inqualificabile” il comportamento di Letta e il deputato (lettiano) Boccia ha chiesto a Renzi di censurare la collega.
Sarà paradossale, eppure Di Giorgi e Boccia condividono la stessa tessera di partito. E ancora. Sarà un particolare, ma non è cas
uale, non è distrazione: il profilo Twitter di Letta recita “deputato della Repubblica”. Per esclusione: non un deputato democratico, non un politico che segue e insegue il segretario Renzi.
Non occorre una disquisizione accademica per confermare che Letta, in pubblico e in privato, s’allontana da quel Partito democratico che ha contribuito a fondare.
E l’ultimo messaggio, sempre su Twitter, scatena ipotesi e desideri: “Ora stacco via da Roma per prendere le migliori decisioni. Futuro”. In questa settimana di isolamento volontario, telefonino in disparte e (quasi) zero contatti politici, Letta ha riannodato le tappe di un esecutivo di larghe intese durato dieci mesi.
Non vuole usare improperi, ma l’ex premier è convinto di aver subito “un’operazione di palazzo”.
Per non cadere in revisionismo da complotti — come ovvio al mondo terracqueo — il pisano Letta indica il fiorentino Renzi, e il tradimento che ha generato la staffetta.
E non è riuscito a fingere un sentimento di amicizia per il successore, non voleva e non poteva. Ha attraversato il cortile di Palazzo Chigi con la faccia all’insù, stavolta, per il commiato ai funzionari e ai dipendenti affacciati; s’è portato il pugno al petto e s’è liberato da qualsiasi repulsione renziana: spontaneo e coreografico insieme. Sarà uomo di Stato, Letta, ma non ha risparmiato nulla a Renzi: doveva ricambiare, dicono. Quando torna a casa per fare i bagagli con la moglie e i bambini, dopo aver completato le formalità per i 300 giorni di governo, il primo gesto è chiaro: spegne il cellulare. Semplice.
Come sbolognare la campanella a Renzi e giurargli opposizione eterna.
Carlo Tecce
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Febbraio 23rd, 2014 Riccardo Fucile
L’ACCORDO RENZI-VERDINI PER METTERE UN MINISTRO CHE TUTELI GLI INTERESSI COMMERCIALI DEL CAVALIERE
Col sorriso delle grandi occasioni, Silvio Berlusconi l’ha salutata così, alla fine di una cena tra vecchi amici: “Federica, prima o poi questa tessera di Forza Italia dovrai fartela…”.
Lunedì sera, Federica Guidi era ad Arcore, insieme al padre Guidalberto. Cena tra vecchi amici, che hanno un’antica consuetudine.
Per parlare degli imprenditori da coinvolgere nella nuova Forza Italia. Cinque giorni dopo è arrivato il ministero allo Sviluppo economico, quello, per intenderci con delega alle Comunicazioni: “Un capolavoro di Verdini” sussurrano nella corte del Cavaliere.
Perchè Federica è una berlusconiana vera, imprenditrice tosta.
Più volte Berlusconi l’ha corteggiata come volto nuovo da lanciare. E più volte l’ha coinvolta nell’attività che considera più importante degli organigrammi di partito: coinvolgere imprenditori, fare fund raising, tenere i contatti con quel mondo refrattario nei confronti della politica politicante.
Ecco perchè una delle prime telefonate di congratulazioni alla neo ministra è arrivata proprio dal Cavaliere.
Che ai suoi ha consegnato una battuta che la dice lunga: “Abbiamo un ministro pur stando all’opposizione”.
Significa che è in buone mani non solo lo Sviluppo del paese, ma la tutela di Mediaset, il dossier più importante per Berlusconi.
È una delega su cui Berlusconi vuole stare sempre al governo.
Al sicuro con Passera, ai tempi di Monti, grazie anche alla supervisione dell’allora sottosegretario alla presidenza Catricalà .
Poi al sicuro con Catricalà , ai tempi del Letta uno.
Ora in mani sicurissime, quelle di Federica Guidi.
E chissà se il prestigioso incarico non fosse già nell’aria lunedì sera. Fonti informate assicurano che l’oggetto della cena era il coinvolgimento di Federica in Forza Italia.
E che la trattativa si è composta nelle ultime ore. Comunque: meglio di così non poteva andare.
E meglio di così non poteva andare neanche sull’altra casella, la Giustizia.
Il Cavaliere si sente tutelato da Orlando, uomo di sinistra, ma garantista, equilibrato, certo non espressione del partito dei giudici e della Procura di Milano.
Uno che fu attaccato dai “manettari” dopo un’intervista al Foglio, ai tempi in cui si occupava di giustizia nel Pd di Veltroni, quello della “nuova stagione” e del dialogo col Cavaliere sulle riforme.
Raccontano ad Arcore che anche sulla Giustizia la trattativa è stata assai complessa, molto più di quanto è uscito sui giornali.
E che Orlando è stato tutt’altro che imposto dal Colle, cui non dispiacevano anche altri nomi tra cui, secondo i berlusconiani, lo stesso Gratteri, il magistrato che Enrico Letta aveva inserito nella task force contro la criminalità . Chissà .
Sia come sia, di tutti i nomi, quello finale è il meno ostile, visto dalle parti di Arcore. Non certo come “Federica” ma buono per non incrinare il confronto con Renzi sulle riforme e sulla legislatura costituente
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 23rd, 2014 Riccardo Fucile
PRIMARIE FARSA DELLE “SORELLE DI SILVIO”: SI PUO’ SCEGLIERE (FORSE) IL SIMBOLO, MA NELL’OFFICINA E’ BLINDATA LA POLTRONA DELL’EX MINISTRO DI BERLUSCONI
In questo fine settimana si tengono le cosiddette “primarie” promosse da “Fratelli d’Italia che
hanno preso in affitto per un anno dalla Fondazione An anche il simbolo di Alleanza Nazionale.
Se renderà qualcosa rinnoveranno la polizza, altrimenti la restituiranno.
Ricorsi giudiziari permettendo.
In cosa consistono “le prime primarie del Centrodestra” è quindi ben presto spiegato: si potrà votare, bontà sua, il Presidente Nazionale del Movimento, ovvero l’unica candidata Giorgia Meloni, proclamandola “Santa subito”.
In secondo luogo si potranno votare i “grandi elettori” locali, cioè complessivamente 3150 delegati che, nel congresso nazionale di Fiuggi l’8 e 9 marzo, ratificheranno l’elezione del Presidente nazionale, la scelta del simbolo e l’elezione dei membri dell’Assemblea Nazionale del movimento (puro stile piramidale vecchia Dc)
In pratica una presa d’atto per acclamazione per la sorella d’Italia.
Da sottolineare che ogni votante alle primarie potrà indicare fino a 5 preferenze, in modo da far apparire più numerose le stesse.
Ma non finisce qua la liberalità del consulto: si potrà scegliere tra otto simboli come nelle migliori pizzerie: con o senza fiamma e con ingredienti diversamente posizionati, con un piccolo dettaglio.
Sette simboli su otto prevedono che i caratteri di Fratelli d’Italia siano molto più grandi di quelli di Alleanza Nazionale.
Poi si passa alla consultazione sul programma (temi ovviamente originali), dieci i quesiti posti: l’uscita dell’Italia dall’euro; impedire l’importazione di merci che fanno concorrenza sleale al Made in Italy; il blocco di flussi migratori fin quando il tasso di disoccupazione non sarà inferiore alla media europea; condonare le cartelle esattoriali per interessi, sanzioni e oneri sospendendo versamenti per famiglie e imprese in difficoltà ; scaricare dalla dichiarazione dei redditi le spese fatturate; elezione diretta del Capo dello Stato; incentivare le famiglie numerose; vietare nuove sale giochi; pretendere le elezioni primarie per il leader del centrodestra; regolamentazione della prostituzione.
Tra demogogia e populismo insomma, senza specificare le coperture, in una visione da destra ottocentesca e mancanza del senso del ridicolo, lontani dalle moderne destre europee.
Scopiazzando il Pd, occorre anche un’ «adesione» ai valori di Fdi-An (quali?) e versare due eurini che fanno sempre comodo.
Alla fine della santificazione potranno riprendere le trattative della “famiglia Addams” con gli aspiranti apostoli o meglio dire questuanti: obiettivo lista comune con la Destra, ex Fli e Noi Sud per le Europee.
Tra appelli e contrappelli, trattative su capilista e caporali, finanziamenti e percentuali, riusciranno i nostri eroi a mettersi d’accordo?
Le alternative sono due: o non raggiungere il 4% di sbarramento insieme o da soli.
Anche perchè senza idee, alleanze e volti nuovi non si va da nessun parte.
Soprattutto se chi dirige i vecchi commedianti sta sempre nella cabina di regia di Arcore.
Un consiglio: fatevi assumere direttamente, almeno Silvio vi versa le marchette (termine mai così adatto…)
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