Destra di Popolo.net

DELRIO TORMENTATO: ORA MEDITA L’ADDIO E PENSA ALL’EMILIA

Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile

IL RAPPORTO CON RENZI E’ AI MINIMI STORICI: “ORMAI CONTO MENO DI VERDINI”

La poltrona vacante della Mogherini, e forse non solo quella.
Può accadere che nel governo si liberi a breve un’altra casella, meno prestigiosa nelle gerarchie del Cerimoniale ma sul piano operativo altrettanto importante, perchè di lì transitano tutti i dossier: quella di sottosegretario alla presidenza del Consiglio, occupata da Graziano Delrio. Secondo voci rimbalzate dalla sua terra, Reggio Emilia, il braccio destro del premier non respingerebbe affatto una candidatura alla presidenza della regione, nel posto che fu di Errani, qualora su di lui venisse fatta pressione dall’alto e dal basso. Anzitutto dal suo amico Renzi.
Che nel caso fosse d’accordo non potrebbe limitarsi a una pacca sulle spalle, accompagnata da un simpatico «in bocca al lupo»: Matteo dovrebbe esercitare tutto il peso della sua leadership per spianargli la via.
E in fretta, perchè restano solo 7 giorni per formalizzare l’eventuale candidatura Delrio alle primarie Pd.
Già  la corsa è lanciatissima, con i due principali competitor (5 in totale) che si danno battaglia sulle tivù locali.
Uno è Matteo Richetti, l’altro Stefano Bonaccini. Il primo ha appena accusato l’avversario, che gli ha risposto a tono, di incarnare l’«establishment», il vecchio apparato.
Siamo solo all’inizio. Molti stracci voleranno di qui al 28 settembre, data delle primarie.
Non che il Pd rischi di perdere le elezioni di metà  novembre: in Emilia Romagna è follia pensarlo.
Però lo scontro può causare danni d’immagine, tanto più che entrambi i duellanti sono renziani della prima ora. Una spiacevole guerra fratricida.
Se Delrio scendesse in pista, come invoca un gruppo di sindaci capitanati da Marcello Moretti, primo cittadino di Sant’Ilario, magari riporterebbe la pace tra i «rottamatori».
Però Renzi dovrebbe trovare gli argomenti giusti per far ritirare quei due.
Soprattutto, dovrebbe congedare il suo collaboratore più stretto. Lo farà ?
Se si dà  retta alla pentola di fagioli che bolle ininterrottamente da mesi nulla è da escludere.
I rapporti Renzi-Delrio risultano a un minimo storico.
Il sottosegretario ha perso progressivamente voce in capitolo. Certi suoi amici ne hanno appena raccolto uno sfogo che dice tutto: «Ormai conto meno di Verdini», fidatissimo ambasciatore berlusconiano…
Di qui una certa propensione a cambiare aria (il nome di Delrio ricorre in tutti i «totoministri» dell’ipotetico rimpasto).
Peraltro, fonti autorevoli del Palazzo assicurano che Renzi è in fase di recupero. Prova ne sia la visibilità  concessa a Delrio durante la presentazione del piano «Millegiorni», l’incarico di occuparsene insieme con la Boschi, le pubbliche carezze («voi sapete, è il mio fratello maggiore…»), quasi a stemperare le incomprensioni.
Comunque vada, la vicenda dà  la misura di quanto sia duro contemperare le fatiche da premier con quelle di segretario Pd.
Un doppio incarico contro cui ha sparato a zero D’Alema, dalla Festa dell’Unità  a Bologna.

Ugo Magri
(da “La Stampa”)

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D’ALEMA BOCCIA RENZI: “RISULTATI INSODDISFACENTI, LA POLITICA ESTERA LA FA LA MERKEL”

Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile

“NON ABBIAMO UNA SEGRETERIA, IL PD NON PUO’ ESSERE IL MOVIMENTO DEL PREMIER”

Il governo? “Insoddisfacente”. Il partito? “Un movimento di Renzi”.
Ci voleva un Massimo D’Alema in forma smagliante, senza niente da perdere e arrabbiatissimo per sferrare un attacco all’arma bianca a Matteo Renzi.
“Diciamocelo, il vero dominus delle nomine europee è stata la Merkel”.
Si arriccia i baffi D’Alema sul palco della Festa nazionale dell’Unità  di Bologna. Si gratta l’orecchio. Non risparmia la pausa ad effetto. Ed elenca: “Vicino a lei è il presidente della Commissione europea, vicino a lei il presidente del Consiglio europeo, vicino a lei anche il presidente dell’Eurogruppo”.
Renzi durante il dibattito pubblico, neanche lo nomina.
Accanto a lui Pier Ferdinando Casini non risparmia la battuta: “Sembri invidioso”. E lui: “No, sono oggettivo”.
Il fu Lìder Maximo arriva in quella che fu casa sua tre giorni dopo che la nomina di Federica Mogherini a ministro degli Esteri europeo ha certificato la fine delle sue ambizioni internazionali.
Per capire quanto gli bruci basta sentire la risposta a chi gli chiede se è vero, come ha scritto Europa (a firma Fabrizio Rondolino, ndr) che è finita la sua carriera politica: “Europa… lei si occupa di stampa clandestina…”.
Poi la classica risposta dall’alto: “Sinceramente io continuo a fare quello che facevo prima. Sono presidente di un’istituzione culturale europea (la Feps, ndr) e faccio parte del gruppo dirigente del Partito socialista europeo”.
Ma intanto, boccia l’esecutivo: “Il governo fa degli sforzi, ma i risultati sono insoddisfacenti”. Adesso, “vediamo la manovra. A quel punto, comprenderemo meglio: i cittadini aspettano risposte sostanziali”. Guerra apta.
Eppure tra il Lìder Maximo e il giovane presidente del Consiglio non è sempre andata così.
Neanche sei mesi fa (era il 18 marzo) D’Alema aveva presentato con Renzi il suo libro sull’Europa al Tempio di Adriano. “Manderemo in Europa le nostre personalità  più forti”, aveva assicurato Matteo.
A molti era sembrata un’investitura in piena regola per D’Alema, che avrebbe fatto carte false per occupare quel posto.
Quel giorno, giocando sulla comune passione calcistica, aveva regalato al premier la maglia di Totti.
L’altro sembrava gradire o almeno fingeva di farlo. Nel nome della necessità  di assicurarsi l’appoggio dei dalemiani.
Ma poi Renzi ha usato tutta la sua autorità  per portare sulla poltrona di Mr Pesc (Politica estera e di sicurezza comune) la Mogherini.
Fatto sta che D’Alema non si sottrae alle telecamere arrivando.
“L’annuncite”? Quel vocabolo “non è un neologismo. Il paragone: “L’Italia ne ha sofferto moltissimo: nel corso dei governi di Berlusconi era un’attività  costante”.
Poi, ancora, sull’opportunità  che Renzi resti segretario del Pd: “Credo che un partito non possa essere il movimento del premier. Il Pd in questo momento non ha una segreteria, ma un gruppo di persone che sono fiduciarie del presidente del Consiglio. In questo modo il partito finisce per avere una vita molto stentata”.
Ma come, gli obiettano ancora, se il Pd non ha mai avuto tanto consenso?
Ed ecco l’affermazione che pare un augurio (meglio, un malaugurio): “Il consenso è importantissimo, ma i partiti sono delle comunità  di persone che durano nel tempo, al di là  del consenso che possono avere in un’elezione e, magari, un po’ meno in quella successiva. Il consenso è un dato fluttuante”.
Assomiglia alla profezia di una Cassandra speranzosa. Poi si va sul palco. Ride e scherza il Lìder Maximo mentre discetta di politica internazionale. Rivendica l’intervento in Kosovo, ricorda che “sui Balcani ci hanno ascoltato”: perchè “gli americani ti ascoltano se hai gli attributi”.
Approfitta dei jeans rossi di Casini per prendere le distanze dal “giovanilismo”: “Va di moda, ma io sono uno che non si adegua”.
La platea (circa 400 persone) ride e applaude. Lui ci prende gusto.
Ecco un altro affondo: “È stato Obama a contestare gli attacchi degli israeliani alle scuole di Gaza. Il nostro governo non l’ha fatto”.
Quando arriva la domanda ufficiale sulla Mogherini si mantiene sobrio: “È una persona competente, è cresciuta nel partito, sono anni che si occupa di politica internazionale”.
Però, “quello che riuscirà  a fare non dipende soltanto da lei”.
Insomma, ininfluente. Perchè “la politica estera non è una competenza europea, ma nazionale. Francia, Regno Unito, Germania la vogliono fare loro”.
Finito il dibattito, stringe le mani, se ne va. Aria rilassata di chi non le ha mandate a dire. I rapporti con Renzi, che per mesi erano stati costanti, sono interrotti da quando è diventato chiaro come sarebbe andata a finire a Bruxelles.
Non è diventato Mr Pesc, ma D’Alema non rinuncia ad essere D’Alema.

Wanda Marra
(da “il Fatto Quotidiano“)

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NORD COREA, DOVE LA DISSIDENZA E’ “GENETICA” E LA FAME RALLENTA LO SVILUPPO DEI BAMBINI, ALTRO CHE LE STRONZATE DI RAZZI E SALVINI

Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile

ASPETTATIVA DI VITA DI 11 ANNI INFERIORE A QUELLA DEI SUDCOREANI…ALTO TASSO DI MALNUTRIZIONE, 200.000 DETENUTI POLITICI

Corea del Nord: negli ultimi giorni, una serie di visite internazionali hanno portato sulle pagine dei giornali una “Corea del Nord diversa dai soliti clichè”, come se il Paese fosse noto per abusi e povertà  solo per essere vittima di cattiva stampa. Partiamo dai dati più crudi: in Corea del Nord vivono 24 milioni di persone, in tutto e per tutto simili ai 50 milioni di persone che vivono in Corea del Sud.
Solo che al Sud l’aspettativa di vita è di circa 11 anni che al Nord.
Dato che al Nord, dopo più di cinquant’anni di politiche economiche ed agricole che hanno spesso sfiorato il puro delirio autarchico, si muore ancora di fame e si patisce una malnutrizione tale che i Coreani del Nord sono in media 15 cm più bassi dei loro confratelli del Sud.
Ciò nonostante il Paese è in una specie di allerta pre-bellica permanente e mantiene 1.2 milioni di soldati effettivi, con circa 600,000 uomini di riserva.
Alla testa di questa nazione, come sappiamo, è oggi Kim Jong Un, di età  incerta (dovrebbe avere 30 anni, ma la propaganda ufficiale sembra avergli aggiunto un paio di primavere per non farlo apparire troppo giovane).
E’ il terzo nella nuova dinastia dei Kim, iniziata con Kim Il Sung, proseguita con suo figlio Kim Jong Il, ed ora passata a Kim Jong Un.
Non c’è mai stato bisogno di elezioni o di chiedere il parere di nessuno: i Kim regnano come sovrani, e il culto della personalità  creato intorno a loro ha forti sfumature mistiche, che li dipinge come personaggi soprannaturali.
Secondo i calcoli più affidabili vi sono circa 200.000 prigionieri politici al Nord, e come confermato dai racconti di numerosi fuggiti al Sud, essere incarcerati per delitti politici significa che l’intera propria famiglia può essere incarcerata: questo, per una distorsione del principio delle proprietà  genetiche, che fa si che si cerchi di individuare il “gene controrivoluzionario” anche nei parenti di un controrivoluzionario “provato”.
Ma non c’è solo repressione e carestia, certo.
In Corea del Nord, per esempio, per quanto le riforme economiche in stile cinese siano viste con sospetto, c’è stato negli ultimi anni un innegabile rallentamento di alcuni controlli al mercato: in particolar modo, oggi si rischia meno a contrabbandare alcuni beni di consumo dalla Cina, il che fa sì che si siano diffusi tanto o lettori di DVD (particolarmente ambiti per guardare le soap sudcoreane) e anche i telefonini.
Se ne contano infatti 1.5 milioni circa, fra quelli registrati, ma il numero di cellulari contrabbandati dalla Cina potrebbe essere anche il doppio di quelli ufficiali.
Per impedire però che le persone li utilizzino aggrappandosi ai network cinesi o sudcoreani, però, i soldati pattugliano e stanno attualmente costruendo alcune stazioni da cui intercettare e bloccare i segnali di telefonate cellulari internazionali non approvate.
Il PIL del Paese è di 12 miliardi di dollari americani, il che lo rende il 125esimo Paese al mondo per ricchezza.
E malgrado le frequenti minacce di attacchi militari contro il Giappone, la Corea del Sud, e perfino gli Usa, senza gli aiuti alimentari internazionali il Paese sarebbe ancora più povero.

Ilaria Maria Sala
(da “La Stampa”)

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QUANDO LA SALA OPERATORIA DIVENTA UN FILM HORROR

Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile

I CASI PIÙ DRAMMATICI DA FIRENZE A MODENA, DA BOLOGNA A ROMA E MILANO… IN ITALIA OTTO MEDICI SU DIECI SONO STATI SOTTO INCHIESTA ALMENO UNA VOLTA

Da una parte i medici che si difendono, dall’altra i pazienti che si sentono traditi.
Scorrendo le cronache e i dossier che si occupano di malasanità , accertata o presunta, sembra che sia in corso da molti anni una vera guerra.
Otto medici su dieci con 20 anni di anzianità  professionale — stima il Codici, Centro per i diritti del cittadino — sono stati sottoposti a un’inchiesta per un presunto errore, almeno una volta nella loro carriera.
Sintomo del fatto che i pazienti non si fidano e che, nel momento in cui sopraggiunge una complicazione, la prima tentazione che viene è quella di dare la colpa al sanitario cui ci si è rivolti.
Qualche volta si ha ragione, altre no, o almeno la giustizia penale non riesce ad accertare le reali responsabilità : due cause su tre si concludono, dopo molti anni, con un’assoluzione.
La presunta malpractice è al terzo posto tra le segnalazioni che i cittadini hanno fatto lo scorso anno alle 300 sedi italiane del Tribunale per i diritti del malato.
Il rapporto PiT Salute 2014 — che sarà  presentato alla fine di settembre, ma che il Fatto è in grado di anticipare — evidenzia come su 24.110 segnalazioni, la presunta malasanità  è al 15,5 per cento, rappresenta cioè oltre 3.700 denunce.
Tra queste, i presunti errori terapeutici sono al 58,5 per cento e quelli diagnostici al 41,5.
Le medaglie nere, e questa non è una grande novità  rispetto agli ultimi anni, vanno a ortopedia, chirurgia generale, oculistica, ginecologia, odontoiatria e oncologia.
Errori e orrori in tutta Italia negli ultimi anni    
Numeri che prendono forma quando si raccontano alcuni dei casi più gravi degli ultimi anni.
Nel febbraio 2007 all’ospedale di Careggi, Firenze, per un’errore di trascrizione sono stati impiantati su tre pazienti gli organi espiantati ad una paziente sieropositiva.
Sempre nel 2007, annus horribilis, al Sant’Orsola-Malpighi di Bologna una donna è morta dopo l’asportazione di un rene (le era stata attribuita la Tac di un’altra paziente con lo stesso cognome) e al San Paolo di Milano, durante un aborto terapeutico per eliminare un feto malformato in una gravidanza gemellare, è stato soppresso per errore quello sano.
La magistratura è chiamata ora ad accertare cosa sia accaduto nel luglio scorso al policlinico Tor Vergata di Roma, dove una bimba affetta da anemia falciforme è morta durante un intervento di posizionamento di un catetere, operazione preliminare al trapianto di midollo considerata di routine.
Ed è di pochi mesi fa la notizia che a Modena un uomo si è visto estrarre una garza dall’addome 35 anni dopo essere entrato in sala operatoria.
Il Tribunale     per i diritti del malato    
“Nel caso di Potenza chiediamo non solo che vengano accertare al più presto le responsabilità  e che, nel frattempo, l’equipe venga sospesa — commenta Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato —, ma che quanto accaduto apra una riflessione più seria sulla necessità  di dotare le sale operatorie di una sorta di ‘scatola nera’, che rimanga a disposizione di paziente e medico. A tutela di entrambi”. In questa direzione va la decisione del garante della privacy che ha dato ragione a una paziente la quale chiedeva all’ospedale la registrazione del suo intervento.
La difesa dei dottori:     “Avvoltoi e allarmisti”  
Esiste però l’altro fronte, quello dei medici: secondo i rapporti dell’Unione europea, dicono i membri dell’“Associazione Medici accusati di malpractice ingiustamente”, “il 57 per cento degli italiani teme di subire danni in ospedale, nonostante solo il 13 per cento di loro abbia dichiarato di averlo subito”.
Questo perchè, spiegano, esistono gli “avvoltoi della malasanità , pronti a trarre vantaggio dall’allarmismo”.
E in effetti basta navigare su internet e cercare “errori sanità ” per trovarsi di fronte a un lungo elenco di studi legali pronti a difendere cittadini-presunte-vittime.
“Il corporativismo e l’omertà  che abbiamo visto a Potenza — prosegue Aceti — dovrebbero far ripensare la normativa sulla responsabilità  professionale, e non solo nella direzione di abbreviare i termini di prescrizione per la denuncia”.
Il sistema assicurativo fai-da-te    
Ormai le Regioni, da cui dipendono le Asl, non stipulano più contratti assicurativi, troppo onerosi a fronte degli effettivi risarcimenti da erogare.
Secondo l’Ania (l’associazione delle imprese assicuratrici), Liguria, Toscana, Puglia e Basilicata hanno adottato un sistema fai-da-te, con fondi accantonati ad hoc.
Le altre Regioni, e la Provincia autonoma di Trento, restano assicurate per importi superiori a una certa soglia, che va dai 250 ai 500mila euro.
Mentre i privati hanno l’obbligo di assicurarsi, per i medici dipendenti pubblici rispondono appunto le Asl.
E, a maggior ragione allora, in sala operatoria il silenzio diventa d’oro.

Silvia D’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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SLOT, L’ORA DELLA RESA DEI CONTI SU MULTE, MAFIA E COMMISSARI

Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile

LA CONCESSIONARIA BPLUS SFIDA LO STATO IN TRIBUNALE SU TRE PARTITE DECISIVE

Lo Stato gli chiede 820 milioni di euro per danno erariale, loro rispondono facendo causa ad Alfano per 530.
Già  che ci sono, fanno pubblicare un’ordinanza vecchia di tre anni.
È l’ultimo azzardo in casa Corallo, re delle slot machine: il tentativo di influenzare per via mediatica i giudici che scriveranno il destino della loro Bplus, la più grande concessionaria di giochi in Italia, ormai arrivata alla bocca dell’imbuto giudiziario-amministrativo in cui è finita da tre anni tra interdittiva antimafia, obbligo di cessione delle azioni e commissariamento.
È l’ultimo colpo di scena in una battaglia legale che contrappone lo Stato concedente alla società  concessionaria.
Su “La Repubblica” tre giorni fa è apparso, con grande evidenza, un estratto che ha fatto alzare il ciglio ai lettori più attenti.
Riporta parte di un’ordinanza con la quale il Tribunale di Roma ordina al Viminale di rimuovere dal suo sito un passaggio di una relazione nella quale la Dia ipotizza una contiguità  sospetta tra i fratelli Carmelo e Francesco Corallo — figli di Gaetano, personaggio noto alle cronache giudiziarie, tra l’altro, per i suoi affari con il boss Nitto Santapaola — e la mafia.
Privo di una data, l’avviso induce a pensare a una decisione recentissima, anzi “urgente”. Non è così.
Risale a settembre 2011 e nessun giudice, a tre anni di distanza, ne ha disposto la ripubblicazione.
Pochi dubbi sulla paternità  dell’iniziativa. “Non è certo nostra”, scandisce il commissario Vincenzo Suppa, chiamato da Raffaele Cantone ad amministrare la società .
Bocche cucite alla Manzoni, concessionario del Gruppo L’Espresso.
Gli avvocati dei Corallo ben si guardano dal rivendicarla, consapevoli che tentare di creare un clima favorevole al cliente, prima del giudizio, non è pratica che si insegni a giurisprudenza.
Dove “prima” vuol dire tre giorni prima. Perchè proprio oggi si svolgerà  presso il Tar del Lazio l’udienza sul commissariamento disposto dal prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, su richiesta di Cantone.
Non solo. Tra un mese, l’8 ottobre, è fissata l’udienza di merito sul ricorso contro l’interdittiva antimafia emessa nel 2012, sempre da Pecoraro.
Si tratta del primo atto di rottura tra Stato e Bplus, quello che ha fatto calare un muro su interessi prima convergenti.
L’informativa della prefettura ha notificato ai Monopoli che Francesco Corallo era indagato, insieme all’ex presidente di Bpm Massimo Ponzellini, nell’inchiesta sui presunti finanziamenti irregolari concessi dall’istituto di credito.
L’accusa di associazione a delinquere e corruzione fra privati ha fatto ritenere alla prefettura che non si potesse escludere il coinvolgimento di organizzazioni mafiose.
A lungo però hanno prevalso gli “interessi pubblici in gioco”: circa un miliardo di imposte l’anno e 300 posti di lavoro.
L’interdittiva è stata sospesa più volte e mai revocata, come chiedeva l’azienda (che per questo ha fatto ricorso). In cambio dell’ennesima proroga, nel 2013 la Prefettura ha chiesto ai Corallo l’impegno a separare proprietà  e gestione e a spalancare le porte a un “controllore” di legalità .
La scelta cade su Alfonso Rossi Brigante, ex presidente della Corte dei Conti che in una nota del 29 maggio informa però la Prefettura che “la società  non consente di esercitare le funzioni proprie del mio mandato, presupposto indefettibile della sospensione temporanea del provvedimento interdittivo antimafia”.
Il prefetto di Roma, su sollecitazione di Cantone, dispone allora il commissariamento in forza delle norme varate dal governo Renzi.
Bplus si è subito opposta e domani, su questo, si svolgerà  l’udienza incidentale.
La giustizia amministrativa stringe anche su un altro fronte. Il 15 ottobre è atteso il giudizio sul sequestro cautelativo di 29,5 milioni relativo al procedimento sul mancato collegamento delle slot tra il 2004 e il 2007.
Alcune società  hanno conciliato, non Bplus, gravata da una condanna in primo grado della Corte dei Conti a risarcire lo Stato con 820 milioni.
Puntuale l’appello che sarà  discusso a metà  ottobre. I legali della società , costretti a giocare su più tavoli, mettono in campo altre mosse clamorose.
Citano in giudizio il ministero dell’Interno Alfano e il prefetto Pecoraro , per i presunti danni aziendali subiti dall’interdittiva.
La richiesta supera il mezzo miliardo.
Il Sole24Ore riporta poi che anche lo studio legale londinese Hierons, per conto di Bplus, ha chiesto al prefetto di revocare i provvedimenti. In caso contrario, si rivolgerà  all’Alta Corte di Londra.
La sfida Stato-Bplus assume così i contorni di un le-gal-thriller internazionale, con cifre da capogiro.
Ieri si è conclusa la vicenda della sala slot di Piazza Bolivar a Milano. L’apertura era stata bloccata dal Comune perchè lo stabile si trovava a meno di 500 metri da alcuni luoghi “sensibili”, tra cui un oratorio.
Ieri il Tar ha dato ragione a Palazzo Marino: l’apertura non si farà .

Thomas Mackinson
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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SCUOLA, LA RIFORMA RENZI-GELMINI

Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile

100 MILA PRECARI DA ASSUMERE, SENZA SCATTI DI STIPENDIO, COME FECE IL PDL, COPRONO CHI VA IN PENSIONE O POCO PIÙ

La riforma della scuola non sarà  una riforma.
Questa è la prima certezza che si ricava dalla pubblicazione, prevista per questa mattina alle ore 10 sul sito passodopopas  so.it  , del Rapporto sulla scuola pubblica più volte annunciato da Matteo Renzi.
Si chiamerà  la “Buona scuola” e, appunto, invece di una riforma rappresenta le “Linee guida” che saranno messe a disposizione del mondo degli insegnanti, degli studenti, delle famiglie per l’ennesima consultazione popolare che dovrebbe tenersi dal 15 settembre al 15 novembre.
Poi, con calma, si tracceranno i vari provvedimenti. Qualsiasi novità , comunque, non potrà  che vedere la luce con il prossimo anno scolastico, quello che prenderà  il via a settembre del 2015.
In attesa del piano governativo, le indiscrezioni dei giorni scorsi si sono accumulate l’una sull’altra.
Un po’ più di chiarezza, però, l’ha fatta lo stesso Renzi, proprio ieri, pubblicando la sua E-news mensile in cui un passaggio è dedicato proprio alla scuola.
Fra vent’anni, scrive Renzi, “l’Italia sarà  come l’avranno fatta le maestre elementari, gli insegnanti di scuola superiore, le famiglie che sono innanzitutto comunità  educanti”.
Per questo, dice il premier, “noi non facciamo l’ennesima riforma della scuola” ma proponiamo “un nuovo patto educativo”.
Saranno “proposte” e non dei “diktat prendere o lasciare” scrive ancora Renzi.
E qui arrivano i punti salienti: “Proporremo agli insegnanti di superare il meccanismo atroce del precariato permanente e della ‘supplentite’, ma chiederemo loro di accettare che gli scatti di carriera siano basati sul merito e non semplicemente sull’anzianità : sarebbe, sarà , una svolta enorme”.
La frase, incomprensibile per i più, può voler dire una cosa già  circolata nelle bozze allo studio.
Si tratta di rivedere le piante organiche della scuola pubblica, adeguando l’organico di diritto (più basso) a quello di fatto o funzionale (più alto) in modo da dotare le scuole del personale necessario a svolgere le lezioni.
Quindi, sulla carta , fine delle supplenze.
Non significa però che tutti i precari oggi in circolazione verranno assunti, come ha più volte sottolineato Renzi.
Anzi, è probabile che sfruttando un ampio turn-over offerto dall’andata in pensione di molti insegnanti entrati in servizio negli “anni d’oro” dei 70, si arrivi a una stabilizzazione più o meno consistente — 100 mila? — nel giro di tre anni.
Un modo per stare dentro i margini finanziari rispettando in questo modo i tagli mai più recuperati della riforma Gelmini.
In cambio, dice Renzi, gli insegnanti devono rinunciare agli scatti automatici progressivi e accettare scatti di stipendio basati sul merito.
Problema spinoso perchè nella scuola italiana è difficile capire cosa sia e chi possa stabilire il merito.
In ogni caso, una soluzione del genere è stata già  applicata nel 2011 con il ministro Gelmini, quando i sindacati, tranne la Cgil, accettarono la soppressione dello scatto nei primi tre anni per portarlo a otto.
Ne derivò un risparmio che permise la stabilizzazione di circa 67 mila precari.
Oggi si potrebbe produrre uno scambio analogo.
L’obiettivo di Renzi in ogni caso è di parlare direttamente a “famiglie e studenti” per chiedere loro se “condividono le nostre proposte sui temi oggetto di insegnamento: dalla storia dell’arte alla musica, dall’inglese all’informatica”.
L’aspetto mediatico dell’iniziativa consiste anche nella volontà  di scavalcare gli insegnanti per parlare direttamente a tutto il resto, famiglie in primis.
In questa logica si spiega l’intenzione di ridare centralità  alle scuole private con l’ipotesi della defiscalizzazione della spesa per le rette.
Misura che potrebbe valere anche diverse centinaia di milioni. Ma anche l’idea di paragonare i presidi ai sindaci, dando loro più ruolo, responsabilità  e autonomia. Infine, la centralità , ribadita più volte, della “alleanza scuola-lavoro” anche con l’enfasi posta sulla riforma dello Statuto dei Lavoratori per tendere a quel “modello tedesco” riscoperto ormai come strategico.
Ieri, non a caso, Renzi ha visto a lungo anche il ministro Poletti per mettere a punto il piano sulla delega-lavoro la cui discussione riprende domani al Senato.
E che al premier non dispiacerebbe appaiare al dibattito sulla scuola pubblica.
La consultazione popolare, dunque, scatta dal 15 settembre al 15 novembre, poi, nella legge di stabilità , “ci saranno le prime risorse e da gennaio gli atti normativi conseguenti”.
Come si vede, non si va più di corsa ma “passo dopo passo” perchè, dice lo stesso Renzi, “la scuola non si cambia con un decreto”.
Forse nemmeno con due.

Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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INTERVISTA A CACCIARI: “ANNUNCITE? MATTEO NON SIA GENERICO. E BASTA GELATI E SECCHIATE D’ACQUA”

Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile

“FARE IL SIMPATICO FA PRESTO A STUFARE, PIU’ CONCRETEZZA E STILE”

«Ma cosa significa riforma della scuola? Come deve essere la scuola per Matteo Renzi? Francamente non si capisce. Una riforma si annuncia quando hai nero su bianco un disegno complessivo, un programma di sistema. Altrimenti rischi di fare annunci a vanvera… »
Massimo Cacciari non vuole accusare Matteo Renzi di «annuncite acuta», come fanno in molti.
Sottolinea che il Presidente del Consiglio «è pieno di buona volontà , ha molte energie e idee». Solo gli consiglia di «mettere un po’ di ordine tra i suoi vari fini. Essere meno generico e più concreto. E avere uno stile un po’ più da statista. Altro che secchiate d’acqua in testa e gelati in mano… Essere simpatico fa presto a stufare ».
Professor Cacciari, la scuola è una cosa molto seria, che tocca da vicino la vita delle famiglie. Cosa si aspetta lei dal Governo in questo campo?
«Bisogna ridurre drasticamente i tempi dello studio. Arrivare alla fine della scuola a 18 anni, non un secondo dopo. Per l’università  puntare tutto sull’autonomia, abbandonando ogni mentalità  centralistica. E eliminare il valore legale del titolo di studio».
Cercando di andare piano con gli annunci
«L’uomo politico si trova spesso per necessità  a dover fare annunci. Questo può anche essere un fenomeno positivo. Un modo per indicare i programmi che si hanno in testa. Se ho un fine e lo indico non sono affetto da annuncite».
Quando si scivola, invece, nell’annuncite?
«Quando non esprimo coerenza. E faccio fuochi d’artificio. Se un giorno parlo di Jobs Act, quello dopo di riforma del Senato, l’altro ancora di riforma della scuola, senza un programma di sistema… »
Un po’ quello che sta facendo Renzi?
«Ma no, il suo problema è decidere da che parte cominciare a srotolare il gomitolo. Mettere un po’ di ordine. Avere metodo. Visto che di soldi non ce ne sono molti dovrebbe cominciare col semplificare le procedure. Per esempio semplificare la giustizia amministrativa, il pagamento delle tasse ».
Invece Renzi è partito dalle riforme istituzionali.
«Sì, mi è sembrata un po’ una mentalità  alla Berlusconi. Come dire «non mi permettono di decidere ».
Professore è decisamente severo con Renzi. Finita anche per lei la luna di miele?
«Renzi va bene. Anche perchè, non dimentichiamolo, a lui sembra andare a pennello il soprannome “Tina” che davano al primo ministro inglese Margaret Thatcher ».
L’acronimo di «There is no alternative »(non ci sono alternative).
«Esatto. Ci piaccia a no».
Dica la verità  non va matto per lo stile renziano?
«Prima di gettarsi il secchio di acqua gelata in testa avrebbe fatto bene a informarsi se lo avrebbero fatto anche gli altri capi di Stato, come Obama o la Merkel. Cominci ad avere anche lui un po’ di stile da statista».

Carlo Brambilla
(da “La Repubblica“)

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COSA LORO: PIU’ PROVANO A NEGARE LA TRATTATIVA STATO-MAFIA, PIU’ NE CONFERMANO L’ESISTENZA

Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile

SOLIDARIETA’ DELLE MASSIME CARICHE DELLO STATO A DON CIOTTI, MA DI MATTEO ASPETTA ANCORA UNA TELEFONATA

Tecnicamente si chiama “eterogenesi dei fini”: quando un’azione produce l’effetto opposto a quello sperato dal suo autore.
È quel che accade ai nostri politici che tentano di negare o sminuire la trattativa Stato-mafia, e più ci provano più ne confermano l’esistenza e l’importanza.
L’altro giorno sono state depositate e rese note alcune conversazioni fra Totò Riina e il suo compare di 41-bis, in cui il boss delle stragi augura la morte a don Luigi Ciotti. Il presidente Napolitano e il premier Renzi hanno subito telefonato al sacerdote per dargli la solidarietà  delle istituzioni, com’è giusto, doveroso e normale che sia. Purtroppo non hanno fatto altrettanto nove mesi fa, quando furono divulgate le frasi di Riina che non si limitava a voler morto il pm Nino Di Matteo, ma aggiungeva ripetutamente, ossessivamente che va eliminato con una strage tipo Capaci e via D’Amelio, e che “dobbiamo farla subito”.
Da allora, era la fine del 2013, si attende che Napolitano e Renzi chiamino Di Matteo o almeno pronuncino il suo nome e cognome accanto alla parola solidarietà , ma in quasi 300 giorni non han trovato un minuto per farlo.
Perchè? Non è un’illazione dedurre dal loro silenzio che Di Matteo è un condannato a morte di serie B, anzi di serie C perchè ha il grave torto di indagare sulla trattativa, ha osato ascoltare Napolitano a colloquio con Mancino (nelle quattro bobine poi fatte distruggere nel giorno del suo reinsediamento al Colle), addirittura di convocarlo come testimone al processo in Corte d’Assise.
Chissà  la soddisfazione di Riina nell’apprendere che il suo nemico pubblico numero uno è anche il nemico pubblico numero uno dei vertici dello Stato.
Per fortuna, là  dove non arriva la politica, osa il cinema.
Al Festival di Venezia sono due i film che parlano di trattativa: due gioiellini firmati da Franco Maresco (Belluscone) e da Sabina Guzzanti (La trattativa).
Prima ancora che venissero proiettati, avevano già  attirato un mare di critiche: non dal punto di vista artistico o storico (nessuno li aveva ancora visti), ma da quello politico. E qui l’aggettivo “politico” è sinonimo di “omertoso”: di mafia, peggio se associata allo Stato, è meglio non parlare.
È quel che sostiene anche il vero protagonista del film di Maresco, che non è Berlusconi (il titolo col cognome storpiato è pura satira), ma un palermitano piccolo piccolo: Ciccio Mira, impresario di cantanti neomelodici e di feste popolari nei quartieri più mafiosi di Palermo, come Brancaccio, feudo dei fratelli Graviano e base di partenza delle stragi di via D’Amelio nel ’92 e di Firenze, Milano e Roma nel ’93.
I palchi dei concerti sono posizionati dinanzi alle case dei boss, a mo’ di inchino. E al termine il cantante rivolge un commosso e deferente saluto “agli amici ospiti dello Stato”, i mafiosi detenuti al 41-bis, augurando loro “un presto (sic) ritorno a casa”.
La storia è quella del sottoproletariato palermitano, rigorosamente filomafioso e berlusconiano (ma chissà  che non stia diventando renziano).
Peraltro speculare ai figli della buona borghesia che, intervistati in discoteca, parlano di mafia esattamente come i figli di Brancaccio: “Il 23 maggio? Un giorno come un altro”, “Il 19 luglio? Si sposò mia sorella”, “La trattativa Stato-mafia? Niente so, ma non penso ci sia stata”, e comunque “meglio la mafia che lo Stato, no?”.
Il film di Maresco non è un film su Brancaccio, e nemmeno su Palermo, e neppure sulla Sicilia: ma sull’Italia.
Al di là  delle declamazioni retoriche, quelle risposte in discoteca corrispondono perfettamente al pensiero di gran parte della nostra classe politica, della Prima e della Seconda e della Terza Repubblica (si fa per dire, ovvio).
Infatti ieri, per non farci mancare nulla, il forzista Lucio Malan — valoroso esponente della maggioranza che sta riscrivendo, cioè devastando la Costituzione — ha chiesto il sequestro del film per l’“immagine negativa” che dà  di Berlusconi (forse quando mostra la faccia di Dell’Utri, o la foto di Mangano, o la tomba di Bontate) e dell’Italia. Testuale: “Il cinema può essere un veicolo eccezionale di promozione non solo turistica, ma anche economica” e non dovrebbe “indulgere sulla mafia”.
Bravo Malan, e grazie.
Sei tutti loro.

Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)

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