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IL SOLE 24ORE: IL BONUS DI 80 EURO NON COMPENSA IL BLOCCO

Settembre 5th, 2014 Riccardo Fucile

CHI RICEVE GLI 80 EURO PERDERA’ IL 4,1% DEL SALARIO, GLI ALTRI IL 9%

Con la sua estensione al 2015 annunciata mercoledì dal governo, il lungo blocco dei contratti pubblici arriverà  a costare in media l’anno prossimo il 9% dello stipendio netto; per le fasce di reddito più basse, interessate quindi dal «bonus» di 80 euro introdotto a maggio dal decreto Irpef, il costo cumulato delle manovre non si azzera, ma scende sensibilmente fino ad attestarsi al 4,1 per cento.
Si possono sintetizzare così gli effetti del lungo stop contrattuale, che nel pubblico impiego ha fermato i rinnovi dal 2010, quando la crisi che si era estesa alla finanza pubblica e al debito convinse il Governo Berlusconi-Tremonti a fermare i rinnovi contrattuali: uno stop confermato da Monti e Letta, secondo un filone che ora segue anche Matteo Renzi com’era prevedibile dalla lettura del Def di primavera e soprattutto dallo stato della finanza pubblica italiana.
Per pesare il costo effettivo, calcolato naturalmente in termini di mancati aumenti, che la fila indiana di manovre sul pubblico impiego ha imposto alle buste paga dei dipendenti statali e locali bisogna far riferimento all’Ipca, cioè l’«indice dei prezzi al consumo armonizzato» che l’Istat comunica ogni anno e che avrebbe dovuto misurare dal 2010 gli aumenti di ogni tornata contrattuale.
Con la nuova puntata del 2015 (la legge di stabilità  si occuperà  del triennio, ma vista la temperatura politica sul tema è prematuro ora esplorare orizzonti più ampi del prossimo anno), il congelamento dei rinnovi contrattuali si tradurrebbe in un taglio cumulato dell’11,8% sugli stipendi lordi (l’Ipca 2015 per ora previsto è dell’1,3%).
In termini effettivi, cioè al netto delle tasse, la manovra si rivela un po’ meno pesante, soprattutto perchè la corsa del Fisco regionale e locale avrebbe assorbito una parte degli aumenti contrattuali: tenendo presente questo fattore, il costo effettivo si rivela del 9 per cento.
In altri termini, se crisi finanziaria e Governi non avessero fermato la macchina contrattuale, lo stipendio 2015 degli statali sarebbe stato mediamente del 9% più alto rispetto a quello che sarà  scritto nei cedolini reali.
Per i vertici delle agenzie fiscali si tratta in media di quasi 10.100 euro all’anno in meno, per un dirigente medio ministeriale la “perdita” netta si avvicina ai 4.600 euro all’anno mentre per un impiegato con anzianità  media di Palazzo Chigi supera di poco i 2.500 euro.
I valori in gioco cambiano però per i tanti dipendenti pubblici che, lontani dalle fasce dirigenziali e soprattutto con poca anzianità , rientrano nel raggio d’azione del «bonus» da 80 euro che il Governo ha intenzione di rendere strutturale con la legge di stabilità . Nel confronto fra «bonus» e rinnovo contrattuale evocato dal ministro della Pa Maria Anna Madia, il primo è sicuramente vincente se si guarda solo al 2014-2015: riavviare la macchina contrattuale, senza ovviamente recuperare gli arretrati anche perchè questa ipotesi è esclusa espressamente dalle vecchie manovre, porterebbe a uno stipendio netto da 17.100 euro poco più di 200 euro netti all’anno (275 euro lordi), mentre il bonus ne promette per il prossimo anno 960.
Questa spinta, però, non basta a recuperare tutte le risorse lasciate sul campo negli anni passati: dal 2010 a oggi, con la macchina contrattuale a regime, lo stipendio iniziale da 17mila euro netti di un dipendente a inizio carriera sarebbe salito verso quota 18.800 euro, mentre il «bonus-Renzi» non riesce ad alzarlo oltre quota 18.100. L’effetto-congelamento, insomma, riguarda anche le fasce di reddito basse, anche se fermandosi al 4,1% è più che dimezzato rispetto al 9% “pagato” dagli altri.

Gianni Trovati
(da “Il Sole24ore”)

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FRATELLI D’ITALIA FINANZIERA’ LA PROSSIMA CAMPAGNA DEI RADICALI SUI DIRITTI DELLE FAMIGLIE OMOPARTENTALI

Settembre 5th, 2014 Riccardo Fucile

I PROVENTI DELLA CAUSA CIVILE DESTINATI DAL FOTOGRAFO OLIVIERO TOSCANO AL PARTITO DI PANNELLA…E ORA ANCHE I QUATTRO MODELLI DELLA FOTO PORTERANNO FDI IN TRIBUNALE

Sapete chi finanzierà  la prossima campagna dei radicali sui diritti delle famiglie omoparentali?
Il partito di Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, cioè Fratelli d’Italia.
La notizia, data come divertissement-provocazione, appare sulla newsletter del movimento di Pannella.
Oliviero Toscani, scippato recentemente di un suo manifesto pro coppie gay, cui i Fratelli d’Italia (sia pur non l’establishment) hanno cambiato verso, trasformandolo in un messaggio omofobo, annuncia il destinatario della sua causa.
«In caso di vittoria, i soldi dovranno essere devoluti al Partito Radicale per pagare una campagna a favore delle adozioni per i gay».
Dunque niente beneficenza, come sembrava nelle prime dichiarazioni, ma una perfida triangolazione…
E non finisce qui.
A quanto pare anche i quattro modelli del manifesto faranno ricorso.
«Tutto ciò è semplicemente geniale!», commentano i radicali.
E Pannella ringrazia online la Meloni.

Alessandra Longo

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L’AQUILA, NELLE CASE DI CARTAPESTA È VIETATO ANDARE SUI BALCONI

Settembre 5th, 2014 Riccardo Fucile

GLI APPARTAMENTI COSTRUITI DAL GOVERNO BERLUSCONI DOPO IL SISMA NON SONO AFFATTO SICURI…. DOPO IL CROLLO DI TRE GIORNI FA, IL SINDACO HA EMANATO UN’ORDINANZA DI DIVIETO

A Preturo, a soli undici chilometri da L’Aquila, una delle frazioni devastate dal sisma del 2009, di finanziamenti pubblici ne sono arrivati molti per l’aeroporto, dove sono sbarcati i Grandi della Terra, oggi di aerei che decollano e atterrano neppure l’ombra.
Mentre, anche per mancanza di manutenzione, crollano, come fossero di carta pesta, i balconi delle C.a.s.e. costruite per dare un tetto agli sfollati.
“Abbiamo sentito un boato e la prima cosa a cui abbiamo pensato è stato il terremoto e siamo usciti in strada” raccontano i condomini di via Volontè, una delle 19 new town volute dall’allora premier Silvio Berlusconi, che ospitano oltre 16 mila famiglie.
Molte di loro, da ieri, come recita l’ordinanza emessa dal sindaco, non potranno più affacciarsi sui balconi finchè non terminerà  il sopralluogo che ne dovrà  constatare la non pericolosità .
La causa? “Tutta da accertare” ci spiega il Procuratore capo Fausto Cardella che ha assegnato il fascicolo dell’indagine appena aperta alla dottoressa Roberta D’Avolio.
Reato ipotizzato: crollo colposo di costruzioni.
Nel frattempo che vengano accertate le responsabilità  penali, il sindaco Massimo Cialente punta il dito sulla mancanza di risorse per la manutenzione delle C.a.s.e. realizzate con 500 milioni di finanziamento dell’Unione europea che dallo Stato sono passate di proprietà  del Comune.
A realizzare i 23 palazzi dislocati tra Preturo, Collebrincioni, Sassa e Arischia era stato un raggruppamento di imprese su bando indetto dalla Protezione civile allora capeggiata da Bertolaso.
Ma “la ditta che ha realizzato la palazzina dove è avvenuto il crollo del balcone è fallita” come fa notare il sindaco.
Tra i condomini c’è chi ancora ricorda quel 19 agosto 2009 quando Silvio Berlusconi con le braccia aperte rivolte alla folla al di là  delle transenne “benedì” il cantiere incassando un fiume di applausi.
“Eravamo disperati e lui ci restituiva una casa, dovevamo fischiarlo? Ma se tornasse oggi la musica sarebbe diversa”.
Erano quelli i tempi della distribuzione delle dentiere e dello spumante sul tavolo della cucina da stappare appena varcata la soglia della nuova vita offerta dal governo Berlusconi.
L’importante è fare e il “come” lo vede chi si trova di nuovo senza una casa.
Monica spinge il passeggino della sua piccola Cristina, nata tre anni dopo il terremoto.
È giovane ma i suoi occhi sono tristi nel guardare il palazzo dove è venuto giù il balcone a pochi metri da quello dove abita lei.
Occhi che la morte l’hanno vista troppo da vicino, sotto le macerie ha perduto la sua più cara amica, per poterla dimenticare: “Sono indignata e allo stesso tempo stanca di indignarmi”.
Rabbia e rassegnazione due sentimenti che si respingono e si mescolano fino a togliere la forza per sperare ancora in una vita dignitosa e soprattutto sicura.
Ne sa qualcosa il signor Leonardis, 88 anni, che dorme nella camera che dà  sul balcone su cui si è schiantato quello del piano di sopra.
“Era appena mezzogiorno quando sono rientrata in casa e poco dopo un boato ci ha riportato indietro di cinque anni” racconta la figlia Luciana Leonardis proprietaria di un noto ristorante.
“Mio padre è vivo per miracolo, era stato sul balcone fino a qualche minuto prima come fa ogni giorno per annaffiare le piante. Questo è quello che dobbiamo continuare a sopportare, un’angoscia senza fine”.
Due famiglie di nuovo sfollate e molte altre costrette a vivere con la paura finchè tutti i sopralluoghi disposti non accerteranno che non vi è pericolo di altri crolli.
E dire che sono state realizzate senza guardare a spese visto che le C.a.s.e., acronimo di antisismiche, sostenibili, ecocompatibili, sono costate 2.800 euro al metro quadrato.
Case dove vengono giù i balconi, dove anche le caldaie non sono a norma, dove volano via pezzi di tetto, dove gli isolatori antisismici (cilindri posti alla base delle case per rafforzare l’effetto antisismico) sono difettosi come ha dimostrato l’inchiesta sui Grandi Rischi.
A Sassa , altra frazione terremotata, ne sono state evacuate 30 perchè ritenute inagibili. Un dono della Protezione civile di Guido Bertolaso, costruite attraverso un bando di 500 milioni di euro finanziato dall’Unione europea.
È una furia l’assessore al bilancio Lelio De Santis: “Il crollo conferma quello che in tanti avevano detto sul progetto C.a.s.e.: costi pesanti, realizzazioni superficiali e fatte con i piedi, sicurezza poco e nulla e affari per le imprese” che pensa a come mettere in sicurezza le persone prima che vengano giù altri balconi visto che la pioggia continua a cadere e le previsioni non sono benevoli.
E infine si rivolge al governo, reo di non aver stanziato risorse per la manutenzione: “Noi abbiamo messo in bilancio un milione di euro, ma c’è bisogno di fondi straordinari. Poi dobbiamo accelerare le procedure per il soggetto che deve gestire per una manutenzione seria altrimenti il patrimonio cadrà  a pezzi”.
Manutenzione ordinaria che il Comune aveva affidato alla società  Manutencoop e che richiede almeno nove milioni.
Mentre il tempo continua a dimostrare che il terremoto non è stata la sola disgrazia che si è abbattuta su L’Aquila.

Sandra Amurri
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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PROVINCE: I NOMINATI SE LI SPARTISCONO IL PD E FORZA ITALIA

Settembre 5th, 2014 Riccardo Fucile

ENTRO IL 12 OTTOBRE VERRANNO RINNOVATI 64 CONSIGLI E COSTITUITE 8 CITTà€ METROPOLITANE: NIENTE ELETTORI, SOLO LOGICHE DI PARTITO… AZZERATE LE LISTE CIVICHE

Un po’ ristrette, un po’ insolventi, molto disordinate, però le Province stanno bene.
E tra un paio di settimane, senza che le piazze siano invase da ingombranti palchetti per i comizi e senza consultare i cittadini con relativo scrutinio notturno e le proiezioni dei sondaggisti, saranno persino rinnovate, rimpinguate.
Ci saranno presidenti (64), consiglieri (760); presidenti di città  metropolitane     (8) e consiglieri di città  metropolitane (162): una carovana un po’ ridotta, rispetto all’epoca di elezione di primo livello, questa è di secondo livello, politici votati votano politici: ce n’erano 2500, adesso saranno 986, ma si scelgono tra loro.
Entro il 12 ottobre e non vi sentite in difetto se la notizia non vi tocca, sparse e con regole miste, ciascuna applica un decreto su misura, le Province si fanno simbolicamente più snelle (anche di democrazia).
Così “leggere” che Vincenzo Bernazzoli di Parma non riesce a scovare 30.000 euro (trentamila euro, avete letto bene) per la manutenzione ordinaria di fatiscenti edifici scolastici.
E ancora covano nei bilanci gli effetti dei continui mancati trasferimenti statali, e ancora le buche attendono una toppa, e i servizi un po’ di carburante: all’improvviso, oggi il problema non è risolto, bensì scomparso.
Il governo di Matteo Renzi, che ha spinto la Costituzione in sala operatoria con l’assistenza di un (ex) Cavaliere, non promette (pardon, non annuncia) nulla sul destino di queste 64 Province: forse un domani saranno abolite davvero, adesso i presidenti si prendono un mandato di 4 anni, i consiglieri s’accontentano di un biennio e sindaci, assessori e sconosciuti membri dei comuni s’apprestano a spartirsi un piccolo, desolante, eremo di potere.
Anche se le piazze non pullulano di manifesti, la campagna elettorale è cominciata da settimane.
E le campagne elettorali locali, proverbialmente faticose e cervellotiche, svolte dai politici per i politici non sono nient’altro che riunioni condominiali per distribuire le poltrone con maggiore comodità .
Lo spirito riformista accompagna le trattative di queste ore, al centrosinistra (cioè al Partito democratico) e al centrodestra (cioè a Forza Italia) non pare vero: possono dividersi la Puglia e la Liguria, siglare patti più o meno segreti, senza temere la bocciatura popolare.
Azzerate le liste civiche: pesano poco.
A Taranto il sindaco è di Sel, Ippazio Stefano, la Regione di Sel, di Nichi Vendola. E allora democratici e forzisti, giocando a campo largo sull’intera regione, volevano assegnare la Provincia tarantina al partito di Berlusconi, al primo cittadino di Massafra, Mario Carmelo detto Martino Tamburrano.
Il coordinatore Michele Emiliano ha protestato, i dem pugliesi l’hanno seguito, e l’inciucio pare evitato.
A La Spezia, dove i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni detengono egregie quote elettorali e la concorrenza è fragile da qualsiasi punto di vista e per chiunque (nessuno ha voglia di prendersi questa incombenza), i dem hanno cercato l’approccio con i forzisti: reazione freddina.
Neanche quattro mesi fa, i padovani hanno incoronato sindaco il leghista Massimo Bitonci: dopo il centrodestra e il centrosinistra, la città  ha scelto un leghista.
A Forza Italia non piace più. E così Manuel Bianzale, capogruppo di Forza Italia al Comune di Padova, rivendica la presidenza.
Per spaventare il Carroccio, i forzisti minacciano alleanze con il Nuovo Centrodestra di Alfano: direte, che minacce pericolose. Sbagliato, perchè il movimento di Angelino sarà  quasi ininfluente se votano i cittadini, ma determinante se votano i politici.
A Bergamo, anche per continuità  storica, i democratici sostengono il consigliere uscente Matteo Rossi che, commosso, ha presentato il simbolo e divulgato un messaggio (non ai cittadini, semmai ai colleghi): “Fin dall’oratorio, la mia passione è quella di tenere insieme e di fare insieme”.
I leghisti dovevano ratificare la linea di Matteo Salvini, il segretario contestatore che, appunto, voleva contestare la farsa di queste Province mezze vive e mezze morte: il partito locale l’ha smentito.
E la Lega lancia Giuseppe Pezzoni da Treviglio, quasi 30.000 abitanti.
Occhio alla Toscana, dialogo fitto tra i democratici e l’emissario di Denis Verdini, Massimo Parisi. Nessun ostacolo, come abitudine, a Firenze: i forzisti si apparentano con i leghisti.
I sindaci capoluogo di 8 città  metropolitane (mancano Reggio Calabria e Venezia commissariate) si prendono l’intera provincia, estendono il territorio.
Il chirurgo Ignazio Marino potrà  operare sino a Frascati. I grandi vincono dove lo spazio è grande, i piccoli s’azzuffano.
Chi vuole conquistare la Provincia di Avellino deve trattare con Ciriaco De Mita, 86 anni, sindaco di Nusco, elettore.

Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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TRAGEDIA A NAPOLI: NON SI FERMA ALL’ALT, CARABINIERE UCCIDE 17ENNE, RIVOLTA NEL QUARTIERE

Settembre 5th, 2014 Riccardo Fucile

LO SCOOTER NON SI ERA FERMATO ED ERA NATO UN INSEGUIMENTO… PER I CARABINIERI E’ PARTITO ACCIDENTALMENTE UN COLPO… IL FRATELLO DELLA VITTIMA ACCUSA “E’ STATO SPERONATO E UCCISO”

Un colpo sparato da un carabiniere durante un inseguimento e un ragazzo di 17 anni morto.
La tragedia è avvenuta nel Rione Traiano di Napoli durante la notte e gli abitanti del quartiere sono scesi in strada per protestare.
Due auto della polizia sono state incendiate e altre sei sono state danneggiate. Ressa di persone anche all’ospedale San Paolo dove si trova la salma di Davide Bifolco. Secondo la prima ricostruzione dei fatti tre persone non si sono fermate all’alt dei carabinieri e nella fuga a un agente è partito in maniera accidentale un colpo con la pistola di ordinanza. In caserma è stato invece fermato Salvatore Triunfo, ragazzo di 18 anni che era a bordo dello scooter.
Mentre la terza persona sarebbe un latitante evaso pochi giorni fa.
E’ stato identificato e le forze dell’ordine lo stanno cercando.
“E’ stato un omicidio, non s’inventassero scuse. E’ stato un omicidio”, ha commentato tra le lacrime il fratello Tommaso Bifolco, fratello di Davide. “Non è caduto durante l’inseguimento, è stato speronato e ucciso“. I familiari e conoscenti sono scesi in strada per protestare.
“Davide è scappato”, ha continuato il fratello, “perchè guidava uno scooter non suo, non era assicurato e non aveva il patentino. La mia famiglia non aveva soldi per comprare un motorino a Davide. Forse si è spaventato, forse voleva evitare il sequestro del mezzo e per questo non si è fermato davanti alle forze dell’ordine. E’ stato colpito al cuore. E dopo, quando lui era a terra, i carabinieri hanno anche avuto il coraggio di ammanettarlo e di mettergli la testa nella terra. Aveva la polvere in bocca, mio fratello. Io mi vergogno di essere un italiano. Ora lo Stato, chi ci chiederà  scusa per quello che è successo? Mio fratello era un ragazzo d’oro, mai droga, mai rapine, mai nulla. Non voleva proseguire gli studi e io lo stavo convincendo a fare il mio stesso lavoro, l’ascensorista. Stava facendo solo un giro nel quartiere con il suo motorino, e per questo a Napoli si deve essere uccisi? Qui di morti ne vediamo tanti ma stanotte un intero rione è sceso in strada e sapete perchè? Perchè non è stato ucciso un camorrista ma un ragazzo innocente”.
Rabbia anche nelle parole della madre. “Quando gli ha sparato non l’ha visto in faccia?”, ha detto la mamma di Bifolco. “Quel carabiniere non ha visto che Davide era un bambino? Ieri sera è venuto da me, aveva freddo e mi ha chiesto un cappellino mi ha detto: ‘Mamma, faccio l’ultimo giro col motorino e torno a casa’. Poi, mi sono venuti a chiamare, volevano i documenti. Sono scesa in strada e ho visto Davide a terra. Ho cercato di muoverlo, l’ho preso per il braccio, ma non si muoveva più. Era già  morto. Ora, se ha il coraggio, quel carabiniere deve uccidere anche me, perchè mi ha ucciso mio figlio”.
Durante un servizio per il controllo del territorio, i carabinieri del Nucleo Radiomobile di Napoli hanno notato tre persone in sella ad uno scooter che stavano percorrendo con fare sospetto viale Traiano.
Secondo quanto riferito dai carabinieri i tre non hanno risposto alla richiesta di fermarsi ed è nato un inseguimento che si è concluso su via Cinthia, quando il conducente dello scooter in corsa ha preso un’aiuola perdendo il controllo del mezzo, urtando l’auto dei carabinieri e cadendo a terra.
Secondo alcuni testimoni sul posto invece il mezzo sarebbe caduto dopo essere stato speronato dalla vettura dei carabinieri.
Subito dopo la caduta uno dei sospetti, inseguito da un carabiniere, è riuscito a fuggire a piedi facendo perdere le tracce.
Mentre l’altro militare stava procedendo a bloccare e a mettere in sicurezza gli altri due, avrebbe accidentalmente esploso un colpo con la pistola d’ordinanza che ha raggiunto uno dei sospetti, un ragazzo di 17 anni.
Il giovane è stato soccorso e portato all’ospedale San Paolo, dove è deceduto. L’Autorità  Giudiziaria, subito intervenuta sul posto, sta sentendo alcune persone per ricostruire l’esatta dinamica dei fatti.
Gli scooter secondo i testimoni erano due. A raccontarlo è Enrico, un amico della vittima che ripete, quasi a memoria, quel che ha vissuto stanotte. Era a bordo di un motorino insieme ad un amico.
“Stavamo percorrendo un viale quando ad un certo punto una macchina dei Carabinieri è andata contro lo scooter di Davide. E’ iniziato l’inseguimento, è stata puntata la pistola e Davide è stato ucciso — dice ancora — l’hanno ammanettato come il peggior dei criminali, nonostante fosse già  stato colpito”.
“Davide era un bravissimo ragazzo — aggiunge Enrico — per me era un fratello. Giocavamo a calcio, scherzavamo tra di noi. Non eravamo delinquenti, stavamo soltanto facendo un ultimo giro prima di tornare a casa”.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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“RISCHIAMO LA VITA PER 1400 EURO AL MESE, ORA BASTA UMILIAZIONI”: LA VERGOGNA DI UN GOVERNO DI SFRUTTATORI

Settembre 5th, 2014 Riccardo Fucile

“MA LO SAPETE CHE SE UNO VIENE PROMOSSO CONTINUA A PERCEPIRE LA CIFRA PRECEDENTE PERCHE’ HANNO BLOCCATO I TETTI SALARIALI?”… “D’ORA INNANZI DOPO SEI ORE FINISCE IL SERVIZIO COME DA LEGGE: NO TAV, BLACK BLOC, STADIO, TRASPORTO IMMIGRATI? NOI CE NE ANDIAMO DOPO SEI ORE”

«Un poliziotto, in stato di indigenza, è stato costretto a dormire in macchina». Franco Maccari, segretario del Coisp, racconta la vita in diretta dello “sbirro” costretto alla povertà .
«È un “agente scelto” di Milano, 20 anni di anzianità , 1400 di stipendio, il salario bloccato d 5 anni, l’impossibilità  di fare un secondo lavoro. Dopo la separazione, è rimasto senza casa, assegnata alla moglie e ai figli, e con mezzo stipendio. Abbiamo dovuto soccorrerlo. E trovargli una stanza di emergenza».
Come l’”agente scelto” di Milano, ce ne tanti, tra le forze dell’ordine.
La guardia di finanza ha addirittura creato un sistema di welfare interno per soccorrere chi non ce la fa ad arrivare alla fine del mese.
A farne le spese anche un leader sindacale come Giuseppe Tiani, del Siap.
«Sono stato promosso da ispettore capo a ispettore superiore. Mi hanno “rapinato” 200 euro al mese su uno stipendio, dopo 29 anni di servizio, di 1800. Noi rischiamo la vita per pochi soldi al mese. Facciamo straordinari che non ci pagano».
Le divise sono in subbuglio e «chiedono le dimissioni dei ministri della Difesa Roberta Pinotti e dell’Interno Angelino Alfano».
A farle infuriare è stato l’ulteriore proroga del blocco dei tetti salariali previsto da una legge dell’ultimo governo Berlusconi che avrebbe dovuto congelare i salari solo per il triennio 2010-13.
«Poi, però – si lamenta Tiani – il blocco è stato prorogato per il 2014 e ora il ministro Madia lo ha annunciato per il 2015. Ciò che era provvisorio, sta diventando perpetuo».
Maccari risponde a Renzi, che accusa i poliziotti di fare ricatti.
«Noi non chiediamo – spiega – il rinnovo del contratto, fermo dal 2009. Ma lo sblocco dei tetti salariali, ovvero quel meccanismo perverso per il quale non possiamo guadagnare più dell’anno precedente. Questo vuol dire che se uno viene promosso, guadagna come quando aveva il grado inferiore».
Dal 2010, da quando è entrata in vigore la norma, 125 dirigenti superiori (questori o dirigenti di compartimento), hanno assunto l’incarico, le responsabilità , gli oneri, ma con lo stipendio che avevano prima.
Tra queste vittime del blocco che non percepiscono lo stipendio adeguato al loro attuale incarico, anche funzionari che oggi fanno i questori a Crotone, L’Aquila, Isernia, Arezzo, Siracusa, Catanzaro, Cagliari, Genova, Perugia, Cosenza, Matera, Pistoia, Reggio Emilia e Varese.
«Dal 2010 – rincara la dose Lorena La Spina, segretario dei Funzionari – al comparto sicurezza sono stati tagliati 5 miliardi di euro, 3,2 dei quali riguardano i nostri stipendi».
Lo sciopero, va detto, è vietato per legge agli uomini in divisa e con le stellette. Ma fatta la legge, trovato l’inganno.
Lo spiega Felice Romano, leader del Siulp. «Vero. Non possiamo fare sciopero. Ma è nostro diritto, però, applicare il contratto. E noi chiederemo di applicarlo alla lettera, senza più concedere deroghe».
Così, si bloccherà  la giustizia. Ecco un esempio che spiega come e perchè.
«Da Reggio Calabria — dice Romano — parte un pullman con 50 migranti e 4 poliziotti diretti al Nord, un viaggio a volte di 18, 20 ore. Visto che Renzi e Madia sostengono che noi siamo statali come tutti gli altri, ci comporteremo da tali. Anzichè fare il viaggio tutto in una volta, allo scadere del nostro orario, dopo sei ore, ci fermeremo. E quindi, il viaggio di un giorno durerà  due o tre. Con costi alle stelle perchè bisognerà  dare alloggio ai poliziotti. Ma anche ai 50 migranti ».
Questo «no agli orari in deroga», come viene chiamato tecnicamente, è già  scattato in mezza Italia, da Aosta a Varese, Verona, Vicenza, Genova, Bologna Brindisi Catania, Napoli Pavia e altre città . In questo modo sarà  paralizzata la gestione dell’ordine pubblico.
«Partita di calcio? – chiosa Felice Romano – manifestazione No-Tav? Black bloc infiltrati nei cortei? Dopo sei ore, qualunque cosa succeda, fine del servizio: tutti a casa».
«I nostri uomini – denuncia Daniele Tissone, Cgil – non ne possono più. E l’indifferenza del presidente del Consiglio dimostra profonda ingratitudine nei confronti di chi serve il Paese».
«Ci fanno fare migliaia di ore di straordinari – sostiene Filippo Girella, dell’Ugl – ma lo straordinario ci viene riconosciuto la metà  di quanto guadagna una colf, 7 euro e 50 centesimi. Dobbiamo gestire il fenomeno degli immigrati senza presidi sanitari adeguati per proteggerci da eventuali contagi. Di fatto siamo diventati mano d’opera a basso costo per garantire un minimo di presidio del territorio. Ma non è questa la nostra mansione di forze dell’ordine».
Insieme ai poliziotti, protestano, compatti, anche i militari delle quattro forze armate, Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri, più la guardia di finanza.
«Quello che certamente non credevamo – dichiara Alessandro Rumore, del Cocer dell’Arma – è che venisse negata dai politici la riconoscenza a chi, per poco più di 1300 euro al mese, è disposto a sacrificare la propria vita per il Paese».

Alberto Custodero

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STATALI, RAPINA DA 20 MILIARDI: IN 5 ANNI 6.000 EURO A TESTA

Settembre 5th, 2014 Riccardo Fucile

AGLI STATALI SOTTRATTI 20 MILIARDI IN 5 ANNI

Qualche giorno fa avevamo scritto che il governo Renzi sembra il Letta bis. L’unica vera notizia uscita finora su come sarà  la meravigliosa spending review prossima ventura ci dice che questo esecutivo è in realtà  pure il Monti tris e il Berlusconi quater: i contratti dei dipendenti dello Stato, fermi al rinnovo 2008-2009, saranno bloccati anche l’anno prossimo e senza alcuna indennità  di “vacanza contrattuale” (lo aveva già  deciso — fino al 2018 — un previdente Enrico Letta).
Renzi, insomma, è in perfetta continuità  con le politiche di austerità  — o più correttamente di contrazione della domanda interna — imposte dall’Unione europea ai paesi periferici.
Non solo, si potrebbe dire che questo è davvero il primo atto del “Jobs act” come lo intendono a Bruxelles e Francoforte: sotto le formule complicate tipo “riallineamento dei salari alla produttività ”, c’è infatti un taglio degli stipendi, esattamente quello che i dipendenti del pubblico impiego subiscono dall’anno 2010.
Non sono spiccioli : lo dimostrano alcuni facili calcoli fatti dall’Unione sindacale di base (Usb) sui numeri dell’Aran (l’agenzia, attualmente inattiva, che si occupa di contratti pubblici) e dell’Istat.
Eccoli. Se si prendono gli stipendi tabellari medi (al netto, cioè, di straordinari e eventuali premi di risultato) dei dipendenti dei principali settori dello Stato si scopre che un astratto “travet-massa” guadagna 21.405 euro lordi l’anno.
Secondo i dati Istat, poi, la variazione media annua dell’indice Ipca (il livello dei prezzi, simile al tasso di inflazione, su cui si calcolano gli aumenti degli stipendi pubblici) tra il 2009 e il 2014 è stato all’ingrosso dell’1,9%.
Il danno inflitto agli statali è dunque facilmente calcolabile: chi guadagnava 21.405 euro nel 2009 oggi — solo per recuperare l’inflazione e cioè il potere d’acquisto — avrebbe dovuto portare a casa 23.510 euro circa.
Tradotto: il blocco degli stipendi ha causato un danno da 2.110 euro allo stipendio medio a fine 2014 (ovviamente, l’anno prossimo sarà  ancora peggio).
Calcolando gli aumenti non percepiti anno per anno, invece, il conto fa 6.250 euro a testa in cinque anni.
Finita? Macchè. Spiega Luigi Romagnoli (Usb Pubblico Impiego): “Queste perdite sono irreversibili ed andranno sommate nel tempo fino alla pensione del singolo lavoratore, arrivando a sfiorare i 30.000 euro nel caso l’uscita dal lavoro dovesse avvenire per esempio nel 2024. E i nostri calcoli sono basati sul blocco dei contratti fino al 2014”.
Moltiplicando i dati singoli per i 3,2 milioni di lavoratori pubblici complessivi il monte complessivo dei mancati guadagni ammonta a circa venti miliardi totali.
Come si sa, il calvario non è finito visto che il governo — dopo averlo smentito in ogni modo — ha annunciato che il congelamento dei contratti continuerà  anche l’anno prossimo “perchè non ci sono risorse per i rinnovi”.
Un voltafaccia che da ieri sera è tecnicamente corretto definire dilettantesco e patetico. Quando ad aprile, infatti, i giornali scrissero che gli stipendi pubblici sarebbero stati bloccati anche per i prossimi anni perchè così era scritto nel Documento di economia e finanza, il governo smentì sdegnato con apposita nota del sottosegretario Angelo Rughetti alla Funzione pubblica, Pd di rito renziano: il Def si scrive a legislazione vigente e quindi non può contenere il rinnovo dei contratti, quello sarà  definito nella Finanziaria.
Ieri sera, però, un’apposita velina di palazzo Chigi ha smentito la smentita: “Il blocco degli stipendi pubblici era già  nel Def, non c’è niente di nuovo”.
Allora, se è vero, tutti dovrebbero sapere che nel Def è previsto il blocco totale fino al 2018, anno in cui vengono stanziati i soldi per la sola indennità  di vacanza contrattuale fino al 2020.
In una tabella è quantificato pure il risparmio: altri 21 miliardi e dispari totali nel quadriennio 2015-2018 (circa due e mezzo l’anno).
Il governo, come si sa, s’è impegnato a tagliare 20 miliardi di spesa pubblica strutturale nel 2015 e 32 l’anno dopo: sarà  ormai chiaro a tutti che chi non siede al tavolo, è sul menù.
Secondo il ministro Madia, però, uno statale che con straordinari e tutto il resto guadagna 26mila euro l’anno è ricco, quindi deve pagare un po’ perchè il momento è difficile.
Il bonus Irpef, alla fine, è l’alfa e l’omega della visione di questo governo: “Noi — ha spiegato Madia alla Festa del Pd — siamo trasversali ai blocchi sociali ed elettorali tradizionali. L’alleanza è sulle persone. Non sono qui a difendere solo i lavoratori pubblici, sono qui a difendere i lavoratori della Repubblica Italiana”.
Vabbè.

Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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TUTTI CONTRO RENZI IL BUGIARDO

Settembre 5th, 2014 Riccardo Fucile

LA RIVOLTA È IN DIVISA: POLIZIA, ESERCITO, MARINA, FORESTALI, MEDICI, VIGILI DEL FUOCO.IN SCIOPERO CONTRO RENZI… IL BLOCCO DEGLI STIPENDI ERA STATO NEGATO DA ALFANO E PINOTTI POCHI GIORNI FA

Il blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici (fino al 2020, dice il Def) scatena la furibonda reazione degli uomini in divisa, che annunciano il primo sciopero della storia repubblicana.
Lo schiaffo più esplicito viene dalle Forze dell’ordine. “Per la prima volta siamo costretti a scioperare” dicono i sindacati di Polizia e il Cocer Interforze che rappresenta i militari.
Dichiarazione dura, a tratti inquietante, visto che si tratta di divise. Ma, in ogni caso, una sconfessione diretta della decisione del governo di bloccare ancora nel 2015, dopo un blocco che dura dal 2010, gli stipendi dei dipendenti pubblici.
Non a caso Matteo Renzi cerca di correre ai ripari annunciando una imminente convocazione, ma facendo sapere di “non accettare ricatti”: proclamare gli scioperi quando ci sono tanti disoccupati “non è giusto”, dice il premier.
Polizia e militari si dicono soddisfatti per la convocazione ma non abbassano i toni. Parlano di “maltolto” e rivendicano quanto scritto nella nota del pomeriggio: “Per la prima volta nella storia della nostra Repubblica siamo costretti, verificata la totale chiusura del governo, a dichiarare lo sciopero generale”.
Lo sciopero vero e proprio, in realtà , alle forze di polizia è precluso nel caso in cui venga interrotto il servizio.
Ma la posizione si carica di un forte valore simbolico.
Ai ministri Alfano e Pinotti, che si sono fatti garanti dello sblocco degli stipendi, ad esempio, chiedono di scegliere: “O state con noi oppure vi dimettete”.
In ogni caso, a Bologna i sindacati di polizia hanno dichiarato il blocco degli straordinari . Toni analoghi a quelli della Polizia penitenziaria, del Corpo Forestale dello Stato e del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco che definiscono le dichiarazioni della ministra Madia “l’ennesima umiliazione” che rischia di provocare una “frattura insanabile proprio per chi si sacrifica ogni giorno”.
Non parlano di sciopero o altre proteste eclatanti, ma si dicono “delusi e amareggiati” anche i medici del Servizio sanitario nazionale.
Il presidente del Sindacato dei medici, Cimo, Riccardo Cassi, si aspettava almeno qualche apertura mentre il segretario nazionale dell’Anaao Assomed, Costantino Troise, accusa il governo di “rastrellare risorse dai soliti”. Il segretario nazionale della Cgil Medici, Massimo Cozza, fa il conto dei giorni di blocco contrattuale “oltre 1800 giorni” e il vice presidente dell’Aaaroi-Emac Fabio Cricelli, teme l’estensione del blocco “anche per il 2016”.
Intervengono anche i medici veterinari della Fvm secondo i quali “ancora una volta il governo fa cassa attraverso il bancomat dei dipendenti pubblici”.
Sono solo le manifestazioni più irritate ed evidenti della protesta strisciante che corre lungo tutto il pubblico impiego e che si irradia verso le varie categorie sindacali. Fino a raggiungere i vertici confederali.
Il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, ad esempio, si dice profondamente deluso dall’atteggiamento del governo che comunica notizie come quella del blocco degli stipendi senza nemmeno “il minimo galateo” di convocare i sindacati.
“Nemmeno a Cuba succedono cose come questa”, sbuffa il leader della Cisl che giura di essere “il più inc… di tutti”. Più della Cgil   che pure interviene con Susanna Camusso, segretario generale, definendo “incomprensibile” l’atteggiamento del governo finalizzato a colpire “i soliti noti” per tutelare altri interessi.
Interessi che più esplicitamente mette in rilievo Bonanni quando fa notare che le concessioni alle Autostrade vengono varate in fretta e furia mentre misure come il blocco degli stipendi o il taglio dei permessi sindacali vengono fatti senza nessuna discussione preventiva.
Il malumore cresce nei posti di lavoro e la realtà  della prima mobilitazione sindacale contro il governo Renzi si fa sempre più concreta.
Non ci sono ancora date nè modalità . Le prime riunioni operative si terranno la prossima settimana ma sembra certo che si vedranno anche i segretari di Cgil, Cisl e Uil.
C’è il tema del Pubblico impiego ma anche nella Scuola si avverte il disagio di chi ritiene la riforma degli scatti stipendiali una limitazione delle prerogative degli insegnanti. “La buona scuola” di Renzi garantisce l’assunzione dei precari ma non piace a chi nella scuola pubblica già  ci lavora.
Non dovrebbe però esserci uno sciopero generale. La Cisl non vuole e la Cgil punta alla massima unità . L’idea che circola è di imitare le proteste dei pubblici dipendenti dei comuni di Roma e Venezia che sono state molto massicce e molto visibili.
La modalità , quindi, potrebbe essere quella di una manifestazione nazionale da tenersi a Roma di sabato, quindi senza proclamare lo sciopero.
Cgil, Cisl e Uil sono stati finora ampiamente provocate da Renzi e ora si trovano nel passaggio in cui scegliere se rispondere ai colpi subiti oppure condannarsi all’impotenza.
Una scelta che potrebbe aprire una nuova fase nella vita del governo Renzi.

Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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