Settembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
STEFANIA COVELLO FINO A DIECI ANNI FA ERA CONS. COM. DI COSENZA PER IL PARTITO DI SILVIO… POI PASSO’ ALLA MARGHERITA E DIVENNE ASSESSORE
Tra i calabresi del Pd non fanno che sottolineare quanto la cosa sia lontana nel tempo, «io me l’ero persino
dimenticata», assicura il collega di segreteria Ernesto Carbone. Ma, mentre lei è chiusa in una riunione da cui non risponde al telefono, sono tanti i suoi compagni di partito a raccontare che sì, è vero, Stefania Covello, 42enne broker di Cosenza, la nuova responsabile del Mezzogiorno e dei fondi europei del Pd, delega che le dovrebbe essere ufficialmente conferita oggi alla prima riunione della nuova segreteria «plurale», in passato ha fatto un passaggio in Forza Italia.
Peccato veniale nel Pd post ideologico targato Renzi, ma che non manca di fare notizia.
Figlia di un ex parlamentare democristiano, Franco, che si candidò poi con Forza Italia, lei inizia a fare politica nel 1997, quando viene eletta per la prima volta in consiglio comunale a Cosenza: lo scrive lei stessa, nel suo sito, specificando che il sindaco è Mancini, di centrosinistra.
Vero, ma lei fa parte della minoranza, la lista civica dei Cattolici democratici e riformisti.
Nel 2002, poi, si ricandida, viene eletta, e l’archivio del comune di Cosenza la elenca di nuovo in minoranza: ma stavolta, appunto, nel gruppo di Forza Italia.
«E’ tutto così lontano nel tempo che nemmeno lei ricorda bene le date», taglia corto il portavoce, prontamente nominato (ieri) in vista dell’impegno in segreteria.
Stando ai ricordi di chi la conosce, comunque, nel gruppo di Fi resta poco.
«Nel 2003 è entrata a far parte della Margherita», garantisce il segretario regionale della Calabria, Ernesto Magorno.
Un passaggio che dalle sue parti non passa inosservato: nel 2005 un candidato al Consiglio regionale calabrese, il leader del Movimento disoccupati Carlo Morrone, la nomina tra i candidati al velenoso premio «Giuda 2005» riservato ai politici passati dal centrodestra al centrosinistra.
Lei, però, da quel momento lì sta: assessore provinciale all’istruzione e alle politiche e beni culturali, poi consigliere regionale, infine deputata alla Camera, dal 2013, dopo aver partecipato alle primarie per i parlamentari.
Vicina al leader dei popolari Beppe Fioroni, nell’ultimo congresso si è schierata con Renzi.
«Il Pd calabrese è molto soddisfatto della sua nomina in segreteria», garantisce Magorno. Lo scrive sul sito del Partito democratico regionale: «Un risultato importante che premia il lavoro dell’intero Pd Calabria, un motivo d’orgoglio per tutti i democratici calabresi».
Tra di loro, giurano, nessuno se lo ricordava nemmeno più quel «peccato di gioventù
Francesca Schianchi
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Settembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
IL SINDACALISTA PORTO’ IN PIAZZA DUE MILIONI DI LAVORATORI IN DIFESA DELL’ART 18
Il governo, con il suo emendamento al Jobs Act, ha messo nero su bianco l’eliminazione dell’articolo 18.
Ed è riuscito a farlo senza doverlo nemmeno nominare: «Il reintegro sul luogo di lavoro non c’è più, non è previsto in nessun caso» commenta Sergio Cofferati, europarlamentare del Pd che dodici anni fa, da leader della Cgil, per difendere quel principio portò in piazza due milioni di persone. «E’ il guaio è che di questa sparizione non tutti sembrano essersene accorti».
Fatto fuori nel silenzio, dice lei. Ci spiega meglio questo passaggio
«Basta leggere con attenzione il punto dove l’emendamento introduce il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio. Non si prevede esplicitamente il mantenimento del reintegro sul posto di lavoro, anzi si usa la stessa formula che compare in alcune delle proposte che intendono sostituire il reintegro con il risarcimento monetario. Di fatto si elimina quella parte riguardante l’articolo 18 che era sopravvissuto alla riforma Fornero».
Il ministro Poletti dice che sulla questione si deciderà al momento dei decreti attuativi.
«La formula usata è esplicita, il reintegro è escluso. Tanto più che si tratta di un diritto indipendente dall’anzianità lavorativa: il reintegro c’è o non c’è. Qui non c’è, nemmeno nei casi di licenziamento discriminatorio».
Questo spiegherebbe la piena soddisfazione del senatore Sacconi, che da sempre chiede l’eliminazione totale dell’articolo 18?
«Diciamo che Sacconi ha letto il testo meglio di Poletti».
Ma se è vero che ormai il reintegro riguarda pochissimi casi e la stragrande maggioranza dei lavoratori ne è esclusa, perchè accanirsi nella sua difesa
«Perchè la discriminazione non si misura con il metro della quantità , e perchè ci deve essere una norma che garantisce dignità alla persona che lavora. Una legge che non tutela il lavoratore allontanato per motivi discriminatori è un inaccettabile passo indietro. Pensare di compensare una ingiustizia dichiarata e riconosciuta con dei soldi è indice di un impressionante arretramento culturale».
Dodici anni fa lei con questo ragionamento portò in piazza due milioni di persone, perchè oggi questo tema non scalda più gli animi?
«Perchè i valori sono più laschi».
La sinistra ne è responsabile?
«Sul lavoro si tende ormai a ragionare solo in termini di giusta mercede, di compenso adatto a garantire un certo livello di vita. E anche la sinistra ha perso di vista il ruolo sociale del lavoro, il suo peso nella realizzazione dell’individuo e nella consapevolezza della sua dignità ».
Dodici anni fa avrebbe mai pensato che quello che non è riuscito a fare un governo di destra lo sta facendo un governo di sinistra?
«C’è una pressione durissima da parte della Ue sul governo italiano affinchè faccia azioni che non sono di riforma, ma diventano simboliche — in negativo — rispetto al mondo del lavoro».
La Camusso parla dell’articolo 18 come dello scalpo preteso dai falchi della Ue, anche lei la pensa così?
«C’è molta ideologia in quelle pressioni. Cedere che eliminare quella norma possa sbloccare la creazione di posti di lavoro è irreale: lo dimostrano i numeri. Quando fermammo il governo Berlusconi, nonostante l’articolo 18, l’economia, fino al 2008 continuò a crescere. Quando, anni dopo, la Fornero intervenne su quelle norme snaturandole la corsa della disoccupazione non si placò».
Tutta colpa dei «cattivi» di Bruxelles quindi?
«A Bruxelles si può resistere. Anni fa la Ue chiese al piccolo Belgio di eliminare una legge che prevedeva un meccanismo automatico di potenziamento dei redditi più bassi. Una sorta di piccola scala mobile per intenderci, e lo dico senza rimpianti. Bene il piccolo Belgio disse di no. D’altra parte il nostro premier non ha detto, poco tempo fa, «basta diktat, sulle riforme decidiamo noi»? Ecco questa potrebbe essere una buona occasione per dimostrarlo».
Lei dice che l’abolizione dell’articolo 18 non porterebbe nessun nuovo posto di lavoro
«Al contrario, l’eliminazione del reintegro causerebbe un aumento dei licenziamenti, visto che verrebbe a cadere l’effetto deterrente che produce».
Qual è allora, secondo lei, la formula per incentivare l’occupazione?
«Per me è sempre valida la vecchia ricetta keynesiana: investimenti pubblici in grado di smuovere investimenti privati»
Con quali soldi?
«Cerchiamoli: ricorriamo agli Eurobond, applichiamo la tassazione sulle rendite finanziarie e utilizziamo quei capitali per investire in infrastrutture, che creano occupazione immediata, e innovazione. Ritorniamo a parlare seriamente di lotta all’evasione fiscale, come il governo di Prodi e di Visco fece. E ridistribuiamo ricchezza: è l’unico modo per far ripartire la domanda».
Luisa Grion
(da “La Repubblica“)
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Settembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
AL TAVOLO ANCHE SPERANZA E I DUE NEO COMPONENTI DELLA SEGRETERIA
Metti un lunedì sera, a cena, con Massimo D’Alema. Metti che a quel tavolo ci siano tutti o quasi gli esponenti
della minoranza del Partito democratico.
Anche quelli che, formalmente, hanno siglato la cosiddetta «pax renziana», come, tanto per fare qualche nome, il capogruppo alla Camera dei deputati Roberto Speranza e i neo-componenti della segreteria, «plurale e non unitaria», per dirla alla Cuperlo, Enzo Amendola e Micaela Campana.
Non ci sono solo loro ovviamente: a quel tavolo c’è un folto gruppo della rappresentanza parlamentare del Pd, che, come è noto, è stata nominata dalla precedente segreteria.
In quell’incontro conviviale si parla di come arginare il segretario nonchè premier. Che Massimo D’Alema sia arrabbiato con l’inquilino di Palazzo Chigi non è una novità .
L’ex ministro degli Esteri, nei suoi conversari privati con i compagni di partito a lui più fedeli, lo dice senza troppi infingimenti: «A me aveva detto determinate cose, sia sulla composizione del governo che sulla nomina europea dell’Alto rappresentante e poi non ha tenuto fede alla parola data. Prima o poi qualcuno dovrà raccontare le bugie che dice quello lì»
Ed è stato proprio D’Alema a volere la cena, il 15 settembre scorso. Per vedere cosa ne pensino i deputati e i senatori del Partito democratico che fanno parte della minoranza (che poi, nei gruppi parlamentari, è praticamente maggioranza).
C’è chi propone di andare giù duri sull’articolo 18, approfittando della protesta dei sindacati. E questo è un fronte che, di fatto, si è già aperto.
Ma ce n’è un altro, che diventa di stringente attualità , visto che Matteo Renzi e Silvio Berlusconi hanno dato una «registrata» al patto del Nazareno sulla riforma elettorale. «Le preferenze, ci vogliono le preferenze e su quello bisognerà incalzare il premier. E poi le soglie. Sono troppo alte, così non vanno bene», viene detto da più parti.
Si discute persino di Quirinale. La successione a Giorgio Napolitano non è al momento all’ordine del giorno, ma la minoranza del Partito democratico vuole giocare d’anticipo sul presidente del Consiglio.
Nel timore che Renzi possa spiazzare tutti puntando su una donna, viene fatto il nome di Paola Severino, ministra della Giustizia del governo Monti.
È vero che si deve a lei la legge che ha portato fuori dal Parlamento Berlusconi, ma il suo nome non dispiace al centrodestra: Severino, tra l’altro, è in buoni rapporti con Gianni Letta.
Non è una cena di congiurati, quella di lunedì scorso. Anche perchè tutti a quel tavolo sanno che non è possibile ribaltare la maggioranza interna al Pd.
Il tentativo, piuttosto, è quello di condizionare il leader, che, finora, è andato avanti senza assoggettarsi a troppi vincoli.
Ma anche le altre minoranze del Partito democratico non sembrano propense a rendere la vita facile al premier.
Pippo Civati, che di tutti gli oppositori del presidente del Consiglio è quello che parla più chiaramente, non nasconde il suo fastidio.
Ed è arrivato al punto di siglare un’alleanza interna con Beppe Fioroni, ex Ppi, ex Margherita, leader dei cattolici del Pd, figura quanto mai lontana da lui.
Eppure i due, proprio ieri, assisi su un divanetto del Transatlantico di Montecitorio, confabulavano tra di loro.
Oggetto dei loro discorsi, la decisione di prendere a breve, già a ottobre, delle iniziative comuni. Sulla scuola e sulla pace. Iniziative formalmente asettiche che, però, mirano a stanare il premier e a metterlo in difficolt�
Insomma, nel Pd della «segreteria plurale», le diverse minoranze interne, si tengono le mani libere e puntano a minare la «pax renziana».
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
SE VIOLANTE E BRUNO NON OTTENGONO I VOTI PREVISTI, NAPOLITANO SI RASSEGNI… SONO ALTRI GLI INTERROGATIVI CUI DOVREBBE DARE RISPOSTA
Stavolta S.A.R. Giorgio Napolitano ha proprio ragione: nella politica italiana accadono cose che “sollevano gravi interrogativi”.
Purtroppo non sono quelle che dice lui, anzi il fatto che lui le dica per imporre al Parlamento di mandare alla Consulta chi garba a lui solleva “gravi interrogativi” sulla sua irrefrenabile vocazione autoritaria.
Se il suo amico Luciano Violante e l’amico di Previti, Donato Bruno, non ottengono i voti previsti dalla Costituzione per diventare giudici costituzionali, il capo dello Stato non può e soprattutto non deve farci nulla: se non rassegnarsi alla loro definitiva trombatura dopo 12 fumate nere e alla loro sostituzione con due giuristi veri, sganciati dai partiti (ce ne sono a bizzeffe, dalla Carlassare a Rodotà , da Pace ad Ainis, da Villone a Gianluigi Pellegrino), che rappresentino degnamente un organo costituzionale per definizione indipendente.
Ciò che il presidente della Repubblica non può fare (anche se naturalmente lo fa) è dare ordini al Parlamento per imporre i suoi amichetti.
Qui, a sollevare “gravi interrogativi”, è il silenzio di Napolitano sulla condanna a morte del pm di Palermo Nino Di Matteo pronunciata un anno fa da Salvatore Riina nell’indifferenza delle istituzioni, e sulla gravissima violazione della sicurezza del Pg di Palermo Roberto Scarpinato da parte di un uomo delle istituzioni che s’è introdotto nel suo ufficio per lasciargli sulla scrivania una lettera di minacce contenente particolari della sua vita privata e della sua attività investigativa che solo un rappresentante dello Stato può conoscere.
Il tutto, guardacaso, qualche giorno dopo gl’interrogatori e le acquisizioni di documenti condotti dall’alto magistrato a Roma nella sede dell’Aisi, il servizio segreto civile.
Qui, a sollevare “gravi interrogativi”, è che Napolitano non abbia ancora trovato un minuto per telefonare a Di Matteo e a Scarpinato per testimoniare la solidarietà dello Stato a due suoi servitori minacciati dalla mafia e da pezzi delle istituzioni, e magari per invitarli al Quirinale e così smentire ogni sospetto sul loro isolamento.
Qui, a sollevare “gravi interrogativi”, è il fatto che Napolitano, 16 mesi dopo la sua convocazione come teste al processo sulla trattativa Stato-mafia in corso a Palermo, non abbia ancora trovato il tempo di ricevere i giudici della Corte d’Assise, i pm e gli avvocati nel suo ufficio al Quirinale, come prevede la legge, per rispondere alle loro domande e chiarire tanti punti oscuri.
Qui, a sollevare “gravi interrogativi”, è che Napolitano si limiti a sollecitare il Parlamento a eleggere i membri laici mancanti del Csm, anzichè segnalare l’incompatibilità di alcuni candidati o già eletti: il sottosegretario Pd Giovanni Legnini, che passa direttamente dal governo Renzi all’autogoverno dei giudici; la pidina Teresa Bene, docente associato (mentre è richiesta la cattedra di ordinario); e il forzista Luigi Vitali, imputato in due processi per abuso d’ufficio e per falso ideologico (condizione che giustifica la decadenza).
Qui, a sollevare “gravi interrogativi”, è che il Plenum del vecchio Csm scaduto a luglio e prorogato in attesa del nuovo non possa nominare il neo procuratore capo di Palermo (dove la commissione Incarichi direttivi ha già scelto Guido Lo Forte al posto di Francesco Messineo, in pensione dal 1° agosto) perchè Napolitano non vuole e ha bloccato tutto con la solita lettera dell’apposito segretario Donato Marra.
Vuole gentilmente Sua Maestà rimuovere quel veto assurdo, dare un capo alla Procura di Palermo, specie in un momento così grave, e dissipare almeno uno dei “gravi interrogativi”?
Grazie, Sire.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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