Settembre 19th, 2014 Riccardo Fucile
“RENZI TROVERA’ DEI GIAPPONESI PRONTI A COMBATTERE”
Non è una guerra senza quartiere perchè il quartiere c’è, ed è il Pd.
E non è nemmeno di quelle che scoppiano così, quasi per caso, perchè ci si preparava da tempo, e la posta in palio è tanto chiara che di più non si può: innovazione contro tradizione.
E’ una sorta di guerra civile, quella che squassa il Pd, quasi uno scontro di religioni, e non è un caso che la miccia siano — a dirla in sintesi — il lavoro e il destino dell’articolo 18.
Qualcuno dovrà vincere e qualcun altro perdere, di qui non si scappa: e chi prevarrà potrà ridisegnare oppure restaurare profilo, valori e identità del sempre inquieto Pd.
Vincesse Renzi, quella sorta di mutazione genetica avviata con il suo avvento alla segreteria e poi al governo (41% tre mesi dopo) produrrebbe una nuova e forse decisiva trasformazione del partito: visto che la questione mette in discussione la sua stessa ragione sociale.
Vincessero gli altri — la «vecchia guardia», se vogliamo dir così — gli esiti potrebbero essere imprevedibili: e nemmeno il precipitare verso elezioni in primavera, sarebbe più da escludere.
La «vecchia guardia», dicevamo. In certi casi vecchissima e ancora amatissima tra i soggetti — i lavoratori dipendenti, per semplificare — in nome dei quali divampa la guerra civile.
Sergio Cofferati, animatore di manifestazioni oceaniche in difesa dell’articolo 18, quasi non ci crede: «Si punta alla cancellazione di diritti elementari che la sinistra, prima, e il Pd, poi, hanno sempre difeso. Buttiamo via i nostri valori in cambio di che?».
In cambio dell’ennesima legittimazione a governare, si risponde da solo: e sempre più spesso il destino di chi governa si decide in Europa.
«Se il Pd si spacca, se la tensione cresce, se i sindacati proclamano uno sciopero — annota Cofferati — Renzi pensa di poter poi andare in Europa e dire: “Avete visto che casino? Eppure la riforma io l’ho fatta”… Desolante. La sensazione è sempre più quella di una caduta verticale di professionalità , di capacità di governare».
Molte cose sono già andate di traverso alla «vecchia guardia» (a «quelli di prima», per dirla con Renzi): il patto con Berlusconi, una legge elettorale contestata, una riforma del Senato imposta a colpi di diktat e metodi di direzione (del partito e del governo) mai davvero digeriti. Il Pd trasformato in un qualunque «partito del leader».
Passo dopo passo, verrebbe da dire, la mutazione continua: ma il passo che il governo intende fare sul lavoro, stavolta, è di quelli capaci di richiamare alle armi anche chi — contro il proprio stesso temperamento — s’era messo mestamente d’un canto.
«Se Renzi va avanti, troverà dei giapponesi pronti a combattere — annuncia Rosy Bindi -. Si comporta come se stesse in un altro partito: non ha mica vinto le primarie promettendo la cancellazione dell’articolo 18! Comunque, se il presidente del Consiglio è tranquillo perchè è certo di avere i voti di Berlusconi, bene: vuol dire che saranno sostitutivi di alcuni dei nostri. Io ho partecipato e sostenuto le manifestazioni di Cofferati — conclude — e pensavo di aver fondato, col Pd, un partito di sinistra: se lo si vuol trasformare in qualche altra cosa, ci sarà tanta gente pronta ad opporsi».
Un partito di sinistra, o di sinistra-centro: che non deve cambiare nè collocazione nè ragione sociale.
«Se gli innovatori sono la destra, che pensa di uscire dalla crisi riducendo i diritti e la dignità di chi lavora — conferma Gianni Cuperlo — io penso per noi sia giusto stare dall’altra parte».
Un partito di sinistra, o di sinistra-centro, che non può trasformare la sua segreteria «in un completamento dello staff di Renzi» (Fassina).
Un partito di sinistra, o di sinistra-centro — però — che prima perdeva e adesso vince: allargando, appunto, i propri consensi non solo al centro ma, talvolta, perfino a destra. E questo è un fatto — frutto della mutazione — con cui si dovrà pur fare i conti.
Dice Pier Luigi Bersani — ultimo segretario «tradizionale» del Partito democratico — che quel che pare voglia proporre il governo gli sembra “surreale”.
E rincara: «Si descrive l’Italia come vista da Marte». Vien da chiedersi come descriverebbe il Pd qualcuno che lo osservasse da Marte. Un partito in trasformazione? In disfacimento? Un partito moderno, tanto moderno da sembrare americano?
Difficile dirlo. Visto dalla Terra, invece, comincia a ricordare — dopo qualche mese di calma piatta — certi attualissimi e terribili scenari medio-orientali: califfi, ribelli, annunci di vendette e guerre sante di cui pochissimi avvertivano la mancanza.
Non potrà durare a lungo, così. «E infatti Renzi è lì che osserva e decide il da fare — conclude Rosy Bindi -. Con la pistola delle elezioni sempre lì, sul tavolo, pronta a sparare…».
Federico Geremicca
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Settembre 19th, 2014 Riccardo Fucile
NEL 2002 IL CENTROSINISTRA MANIFESTAVA AL CIRCO MASSIMO ASSIEME A COFFERATI… D’ALEMA FIRMAVA CAPPELLINI ROSSI, RUTELLI RIDEVA E UN BEL PO’ DI “RENZIANI” SFILAVANO COMPATTI
È stata la manifestazione più grande di sempre, il “lungo fiume rosso” che parlava di “speranza” e di
“futuro”.
Questi i titoli dell’Unità il giorno dopo il grande corteo della Cgil al Circo Massimo, il 23 marzo 2002, quando il sindacato di Sergio Cofferati portò in piazza tre milioni di persone per difendere l’articolo 18.
Allora era minacciato dal governo di Silvio Berlusconi e tutto il centrosinistra si ritrovò in quella piazza per difendere i diritti dei lavoratori.
Massimo D’Alema, allora presidente dei Ds, si spinse a dire che per il Cavaliere “la sfida con questo sindacato sarà perdente”.
Ma le parole di sdegno anti-padronale e di solidarietà operaista riguardavano tutti, Ds e Margherita (scontato il sostegno della Rifondazione comunista di Fausto Bertinotti). Tutti, anche i più fieri avversari di Cofferati si misero dietro il “cinese” della Cgil e si piegarono alla sua dimostrazione di forza.
Quel giorno D’Alema autografava cappellini rossi e si appuntava rose rosse sul petto.
Il presidente dei Ds guidava la delegazione del suo partito insieme a Piero Fassino, il segretario nazionale, oggi sindaco di Torino e sponsor indefesso di Matteo Renzi. Mentre allora affermava con nettezza che “sull’articolo 18 il governo ha fatto una sciocchezza” e si compiaceva per una “manifestazione serena e compatta” segno di un “grande movimento di opposizione”.
Insieme ai due dirigenti principali c’erano tutti gli altri esponenti del centrosinistra: Walter Veltroni, nel frattempo sindaco di Roma, Rosy Bindi oppure un capogruppo dei Ds che oggi sta manovrando per essere eletto alla Corte costituzionale: Luciano Violante.
C’era tutta la sinistra di quel partito, Pietro Ingrao, Fabio Mussi, ma anche i suoi esponenti liberisti tra cui un Enrico Morando che sfilava in difesa dell’articolo 18 mentre oggi lo affossa da viceministro dell’Economia del governo Renzi.
Quella manifestazione rappresentò l’avvio della riscossa del centrosinistra nei confronti di Berlusconi che portò poi allavittoria elettorale, sia pure di misura, del 2006. In quella piazza il centrosinistra c’era tutto. Se avesse avuto ruoli di primo piano ci sarebbe stato anche Renzi.
C’era, ad esempio, il suo partito di allora, la Margherita. Il presidente, Francesco Rutelli, ritornò apposta da Parma, dove era alle prese con le beghe del congresso nazionale, per poi ritornarci la sera stessa.
Una navetta obbligata da “una manifestazione immensa, forte e serena”.
Non si spostò invece, Dario Franceschini, che però dal congresso di Parma sottolineo che quella di Roma era “una rivolta morale sacrosanta” anche se precisava che non tutto quello che si diceva in piazza era condivisibile al 100%.
Più coraggioso di lui, invece, un democristiano di lungo corso come Giuseppe Fioroni, oggi messo un po’ in disparte da Renzi, che attaccava a testa bassa il governo Berlusconi: “Tre milioni di cittadini che liberamente manifestano il dissenso sono stati additati come sovversivi. Ora il governo fa marcia indietro. Delle due l’una: o il governo mentiva quando parlava o mente ora che scrive. O forse mente tutte e due le volte perchè, dal suo insediamento, non ha fatto altro”.
Franco Marini, ex sindacalista e padre nobile dei popolari nella Margherita era ancora più schietto: “Gratta, gratta, dietro alla faccia del presidente-operaio viene fuori quella del padrone”.
Mentre il più morbido Paolo Gentiloni, anche lui margheritino e oggi al fianco di Renzi, sosteneva, dal congresso del suo partito che “la manifestazione di Roma non è lontana da Parma, non è in contrasto con il nuovo riformismo”.
Anzi: “Quella di Roma è una manifestazione straordinaria”.
Entusiasmo a piene mani di un gruppo dirigente che presagiva la rivincita anche se, quel giorno, doveva accettare di mettersi sulla scia del “massimalismo” della Cgil e dietro la forza di un segretario sindacale, Cofferati, che dopo quella prova di forza, vinta, tentò di incassare un risultato politico prendendo la testa dell’Ulivo.
Non ci riuscì. Fu ingabbiato dalle manovre dei D’Alema e Fassino e alla fine scelse di fare il sindaco di Bologna.
Poi venne la seconda volta di Prodi, vennero altrigoverni di centrosinistra fino all’avvento di Renzi che l’articolo 18, forse, lo cancellerà davvero.
Di quella giornata, della foto-ricordo della sinistra che fu, resta oggi un po’ di mal di pancia nel Pd che proverà a strappare qualche risultato.
Restano scene come quella che andò in onda sotto il palco del Circo Massimo con la “iena” Enrico Lucci che mette il microfono davanti alla faccia di D’Alema: “Perchè uno è di sinistra?” “Perchè crede nella propria dignità ”, fu la risposta. “E perchè un giovane dovrebbe essere di sinistra?” chiede ancora Lucci. “Se non si è di sinistra da giovani…”, rispose D’Alema.
Matteo Renzi non avrebbe certamente sottoscritto.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 19th, 2014 Riccardo Fucile
IL FIGLIO DI GIANROBERTO HA UN RUOLO SEMPRE PIU’ FORTE E GESTISCE IL BLOG DI GRILLO
Il tweet-anatema contro i grillini accusati di difendere Pizzarotti? «L’ha scritto Davide». Il nuovo blog dell’Europarlamento? «Lo fa Davide».
E il viaggio a Bruxelles da Farage? «L’ha organizzato Davide». Davide. Davide. Sempre Davide.
Davide Casaleggio, 38 anni, esperto di sub quanto di Web, figlio di primo letto del guru Gianroberto (e socio in azienda dalla fondazione nel 2004), è sempre più potente in casa Cinque Stelle.
È rientrato dall’estero in tempo per stare al fianco di papà a Cernobbio, dove Casaleggio senior è apparso stanco, dopo l’intervento di qualche mese fa, mentre quello junior più in forma del 2013.
E così ormai è lui la stella rampante. In azienda la sua stanza è sempre più affollata. A Montecitorio il suo ruolo è sempre più temuto. Lì, dove pochissimi l’hanno conosciuto di persona, ma quasi tutti ripetono che è l’uomo della successione.
In stile berlusconiano: «Marina è arrivata prima da noi che da loro», è il tormentone dei pentastellati. Tanto che non si parla più di Casaleggio Associati, bensì di Casaleggio&Son.
FANTASMA TELEMATICO
Davide, primogenito di Gianroberto e della linguista inglese Elizabeth Birks, è schivo come papà . Pochissime foto. Pochissimi incontri pubblici. Un fantasma. Sempre presente, ma invisibile.
Ne sa qualcosa Alessandro Bergonzoni, che anni fa ricevette la mail di un accanito fan che diceva di non essersi perso un suo spettacolo e gli chiedeva di scrivere la prefazione a un e-book. Titolo: “Tu sei rete”. Autore: Davide Casaleggio.
Il comico accetta, il libro esce nel 2008 per la “Casaleggio Associati”, ma di Davide in carne e ossa nemmeno l’ombra: «Non l’ho conosciuto nemmeno dopo», racconta Bergonzoni
Sei anni più tardi, l’incorporeità di Casaleggio junior, se possibile, si è acuita. L’erede del guru grillino è per moltissimi, nel Movimento 5 stelle, puro spirito.
Perfino ai corsi di comunicazione, negli studi milanesi, frequentati da fedelissimi, a fine lezione non si concedeva neanche per una birra. Idem a Roma.
Al di là di una ristretta cerchia — tra cui l’ex capogruppo al Senato Vito Crimi, la deputata Laura Castelli, il capo della comunicazione a Bruxelles Claudio Messora — e al netto di un paio di strette di mano, nessuno lo conosce davvero.
Addirittura Federico Pizzarotti, sindaco di Parma, prima amatissimo dal capo e poi caduto in disgrazia per eccesso di autonomia, non l’ha mai incontrato.
Sul sito della Casaleggio appare una delle poche foto che circolano. Lo ritrae in giacca e cravatta, nonostante «prediliga jeans e felpa se non deve incontrare un cliente», racconta un collega di studio.
Negli uffici milanesi al secondo piano di via Morone 6 — un centinaio di metri quadri con pareti bianche, arredamento essenziale, pochi quadri di pop art e molti ritagli di giornale incorniciati — divide la stanza con altri, accanto all’open space e allo studio di papà .
Ma da quel tavolo è lui che gestisce tutti gli strumenti del blog di Beppe Grillo, è lui l’amministratore del sito di notizie “lafucina.it”, che insieme a “Tzetze.it” fa da moltiplicatore dei clic e delle inserzioni pubblicitarie.
È lui che coordina la squadra di giovanissimi esperti di Rete, scelti in base a criteri di assoluta fiducia. Ed è sempre lui che si occupa di strategie web, e-commerce e marketing on line.
Per il Movimento 5 stelle, segue invece la certificazione delle liste, verifica i documenti e la conformità dei requisiti, compresa la fedina penale dei candidati.
Ogni anno cura la presentazione di una relazione sul business on-line. Evento che, con il crescere del suo ruolo politico, è diventato sempre meno aperto a curiosi e giornalisti: «Si accede solo su invito», è la scelta fatta per l’edizione 2014, anno in cui Davide è più presente fra Parlamento e affari a 5 stelle.
Già , perchè il ruolo politico — sebbene non dichiarato, nè certificato da alcun organigramma — aleggia ogni giorno. Fra i deputati grillini la sensazione è ben presente: «Siamo preoccupati», ammette una deputata che chiede di restare anonima.
«Gianroberto è una figura di rilievo e dovrà prendere del tempo per sè, anche se non si rassegna al riposo che il corpo gli chiede. Davide, invece, è cresciuto nel suo mito ed è alle prese con un’eredità che è soprattutto di sangue».
Parole che trovano conferma anche fra gli epurati del M5s, i primi ad aver denunciato lo strapotere della Casaleggio in campo politico: «Il Movimento è in mano a una persona, Beppe Grillo, e a una società , la Casaleggio», sintetizza il senatore Luis Orellana.
E così, dopo il risultato deludente delle Europee, molto è cambiato sia dentro che fuori la società milanese. Il leader ha passato l’estate al mare, Casaleggio padre è rimasto lontano dalla capitale, mentre Davide ha sbrigato più di qualche faccenda di casa. «Quando siamo andati via noi, a febbraio scorso, il suo ruolo era molto più defilato di adesso».
ALCATRAZ, YOGA E BICICLETTA
Ma chi è Davide Casaleggio? Classe 1976, da ragazzino era un campione di scacchi.
Poi gli studi, la laurea alla Bocconi (a differenza di papà che lasciò la facoltà di Fisica dopo pochi esami), la vita in provincia con la compagna Paola Gianotti, 32 anni.
Vivono nella storica Villa Garda, vicino a Ivrea, un vero castello ottocentesco fortunato lascito della famiglia di lei.
Dividono una passione: lo sport. Insieme sfidano le montagne e il mare, appassionati di alpinismo e immersioni subacquee. La coppia ama i viaggi spartani: scalare il Kilimangiaro, pagaiare tra i fiordi groenlandesi, a meno trenta gradi sull’Aconcagua. Davide poi è patito di uno sport da action movie: la fuga da Alcatraz.
Una versione estrema del triathlon dove devi nuotare nel mare, scappare in bici e poi a piedi.
Nelle classifiche di “Escape from Alcatraz California” si piazza al sesto posto assoluto. Con tempi di tutto rispetto: 3 ore e 27 minuti.
Lei, invece, si divide fra Thai boxe e bicicletta, sfidando il Guinness. E anche se ha interrotto il giro del mondo per un incidente in Arizona, dove è stata investita da un’auto, i supporter del sito Keep Brave sanno che Paola non mollerà .
La bici ha un ruolo anche nella vita di lui. Ancora più importante nella “Weltanschauung” della Casaleggio &Son.
Uno dei soci, colleghi e amici di Davide è Marco Bucchich, uomo forte dell’azienda. «Marco pratica lo yoga e ha la passione delle biciclette.
Recupera pezzi usati, le rimette a nuovo, poi le porta in studio. Così molti di noi girano in bici», raccontano alla Casaleggio. Una specie di team building su due ruote, nel segno dell’Ashtanga, la pratica trascendentale indiana: «Si pedala con lo scatto fisso, che diventa una forma di meditazione. E si frena all’indietro», continua un collega: «Anche se Davide è fedele alle sue mountain bike, con cui percorre terreni accidentati».
Come l’agenda d’autunno dei 5 stelle. Molti i fronti aperti: legge elettorale e riforme, lavoro, economia. E così i parlamentari sono spaesati, forse non orfani ma in crisi di identità . Attendono la grande kermesse del Circo Massimo, dal 10 al 12 ottobre. E sebbene la presenza di Davide non sia confermata, è già certo che l’organizzazione dell’evento più importante della stagione grillina è stata affidata proprio a Bucchich, braccio destro di papà e figlio
Perchè Davide lavora così, nell’ombra.
Tanto che a Montecitorio, o in quell’ufficio comunicazione che a detta di molti è la stanza dei bottoni, si è fatto vedere una sola volta. A luglio, per risolvere il pasticcio che aveva coinvolto il deputato toscano Massimo Artini, incaricato di mettere a punto una piattaforma informatica.
Un lavoro delicato, da realizzare d’intesa con la Casaleggio e finito invece nella bufera, con l’accusa di aver creato un sistema parallelo a Grillo. Morale, la vicenda sembra sopita, nessuno ne parla più, ma in realtà manca ancora la parola “fine”. «La metterà Davide», ripetono tutti. Quando e come non si sa.
CHI CONTROLLA IL MEET UP
Pure dei “Meet Up”, la versione on line delle vecchie sezioni di partito, Davide è il maggior teorico. Scrive Gioia Salvatori nel suo libro “Gianroberto Casaleggio”: «Se un Meet Up viene sciolto poco male. Il corto circuito non brucerà i centri vicini, che continuano a moltiplicare il messaggio».
Perchè c’è una zona grigia fra la gestione dei server della Casaleggio Associati e le strategie del Movimento 5 stelle.
Esiste, cioè, un potere politico nelle competenze tecniche di chi, materialmente, anima la rete dagli uffici di Gianroberto &Son. Se anche a parole, ripetono tutti che «no», che «sono due canali diversi», che «si tratta solo di un supporto tecnico», dal Nord-est arrivano indizi in senso opposto.Tutto comincia alcuni anni fa a Udine.
Prima del boom elettorale del M5s, il Meet Up più importante della zona si chiamava “Friuli in movimento”.
Era guidato dall’organizer, Michelangelo Giumanini, 47 anni, docente alle scuole medie: «Era diventato il decimo in Italia come numero di iscritti, linkato sul Blog di Grillo e considerato fra i più attivi», dice.
Tutto cambia nel 2012, quando con il successo del M5s parte la guerra per cacciare i vecchi. Una guerra che, racconta l’ex grillino, passa per la Casaleggio: «Improvvisamente viene creato dal nulla un nuovo Meet Up in Friuli. E come organizer arriva un ex dipendente di Casaleggio».
Subito dopo «il mio vecchio gruppo sparisce dal Blog ufficiale sostituito dalla nuova sigla», continua Giumanini: «Allo stesso modo, il mio nome scompare dalle “parlamentarie” esattamente alla mezzanotte, quando si dava il via alla votazione. Difficile pensare a una coincidenza».
Così la storia finisce in rete. E Giumanini mette in vendita il Meet Up su Ebay. Già . Sul celebre portale di aste online compare la dicitura “Organizer Meet Up”.
Condizioni dell’oggetto: usato. Offerte: 12. Offerta più alta: 51 euro. Rottamato, insomma, ma sul Web.
Se i dirigenti friulani nicchiano, parlando di «vecchie ruggini», l’ex dipendente della Casaleggio, raggiunto al telefono da “l’Espresso” chiede l’anonimato e, sui controlli diretti della società sui Meet Up, rivela: «Funziona così: i dipendenti più fidati seguono le vicende del M5s. La catena di comando prevede che le segnalazioni vadano fatte a loro o, per fatti gravi o questioni rilevanti, ai vertici. Io parlavo con Gianroberto in persona. E risolsi la situazione».
NON CHIAMATEMI L’EREDE
Una successione solo tecnica, dunque? O anche politica?
Se il delfinato dei Casaleggios in azienda è ormai dato per certo, le eventuali ripercussioni sul M5s infiammano il dibattito. Da quel 28 maggio, quando Grillo volò a Bruxelles per incontrare il leader dell’Ukip, Nigel Farage.
C’era chi insinuava che Davide fosse in rapporti «molto stretti» con il mondo anglo-americano, evocando servizi segreti e spie, e chi invece giurava che il rampollo Casaleggio stesse con Grillo solo in veste di interprete.
Eppure in parlamento quella presenza scosse gli equilibri: «Un gruppo di noi», racconta un deputato, «si chiese se stessimo per fare la fine di Forza Italia», in aria di passare per via ereditaria alla primogenita dell’ex Cav, Marina.
Da quel giorno teorie e retroscena si sono accumulati. Cominciarono a serpeggiare nomignoli come “Pier Davide” o “la Marina B. dei grillini”.
E arrivarono pure le battute dei colleghi. Come il capogruppo leghista alla Camera, Massimiliano Fedriga, che sorridendo butta lì: «Ve lo garantiamo noi: con i “Trota” non si va lontano».
Cerno e Fantozzi
(da “L’Espresso”)
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Settembre 19th, 2014 Riccardo Fucile
TUTTI GLI APPUNTAMENTI DELL’AUTUNNO CALDO
Forza di polizia, pubblico impiego, studenti, centri sociali, metalmeccanici. In vista del varo della legge di
stabilità , e delle scelte dolorose che tradizionalmente la accompagnano, Matteo Renzi deve cominciare a fare i conti con un autunno che si delinea come molto caldo.
Ironie a parte — “I sindacati vogliono un autunno caldo? Facciano pure, tanto l’estate non è stata un granchè”, aveva detto un mese fa — il premier è consapevole di avere di fronte settimane non facili.
Ancora oggi, il presidente del Consiglio ha alzato i toni dello scontro: “A quei sindacati che vogliono contestarci” io “chiedo: dove eravate in questi anni quando si è prodotta la più grande ingiustizia, tra chi il lavoro ce l’ha e chi no, tra chi ce l’ha a tempo indeterminato e chi precario” perchè “si è pensato a difendere solo le battaglie ideologiche e non i problemi concreti della gente”.
Sarebbe interessante che qualcuno gli ricordasse dove era lui: da Mike Bongiorno? A colloquio con de Mita? O con Andreotti ? O con Buttiglione?
O forse a spiegare come si puo’ miracolosamente passare in 24 ore da co.co.co a 14.000 euro l’anno a dirigente dell’azienda paterna per farsi pagare migliaia di euro di contributi dallo Stato?
O forse a studiare come può arrivare la medesima azienda a una bancarotta fraudolenta?
Le parole sconce del premier hanno ricompattato l mondo del lavoro, e non solo, che è già sul piede di guerra.
L’ultimo annuncio è arrivato oggi dal segretario della Fiom Maurizio Landini, che ha anticipato la manifestazione della categoria al prossimo 18 ottobre.
Complice, con ogni probabilità , l’accelerazione impressa sul Jobs Act dall’esecutivo, che punta a dare un prima via libera in autunno prima che la legge di stabilità venga spedita all’Europa.
Una data non casuale quella del 18 ottobre, che arriva al termine di una settimana che si profila incandescente.
Dopo l'”assedio” programmato per il prossimo 2 ottobre promesso dai centri sociali in vista della riunione del Consiglio direttivo dell’Eurotower, il 10 ottobre partirà la mobilitazione della scuola e degli studenti.
Dal 12 al 18 sarà la volta dell’iniziativa europea “Take the City” al cui interno, il 16, è previsto in Italia lo sciopero del comparto logistica.
Acque non tranquille anche a novembre.
Dal 7 con una giornata in cui sono previste azioni in tutte le città e l’8, quando scenderanno in piazza tutte le sigle del pubblico impiego, per protestare contro il blocco degli stipendi annunciato dal governo.
E proprio sul pubblico impiego il governo ha da fronteggiare un’altra questione incombente: la minaccia delle forze di polizia, arrivate nei giorni scorsi a un passo dallo sciopero, poi scongiurato dopo le rassicurazioni che verranno trovate le risorse per garantire al comparto sicurezza almeno 900 milioni per garantire lo sblocco degli stipendi.
Rassicurazioni che non sono bastate però al Sindacato autonomo di Polizia che il prossimo 23 settembre organizzerà uno “sciopero bianco”: un’astensione dal lavoro dalle 11 alle 14 con autoconvocazioni in assemblee sindacali.
“Non abbiamo aderito all’accordo raggiunto nei giorni scorsi perchè vogliamo ricevere rassicurazioni direttamente dal premier, ci aspettiamo che sia il premier a convocarci per farci vedere le carte”, spiegano dal sindacato.
“Abbiamo due preoccupazioni in particolare. La prima è che occorre scongiurare da subito la possibilità che le risorse messe a disposizione arrivino da altri tagli, in un comparto che è già stato martoriato. E poi pare di capire che le risorse messe sul piatto dal governo possano coprire soltanto un terzo del personale. Se si vuole garantire davvero lo sblocco dei contratti occorre trovare almeno il doppio delle risorse”.
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Settembre 19th, 2014 Riccardo Fucile
“BLOCK BCE” E’ L’APPUNTAMENTO CHE IL 2 OTTOBRE VEDRA’ MOBILITATE LE SIGLE CHE CONTESTANO LA POLITICA DELLA BANCA CENTRALE
“Jatevenne”. Gli attivisti dei centri sociali di Napoli si preparano ad assediare la Bce. Il 2 ottobre nella città partenopea sono attesi i membri del consiglio direttivo della Banca centrale europea.
Una riunione a cui diversi movimenti sociali non intendono mancare: “Assedieremo il vertice” è il messaggio che sta circolando da diversi giorni sui social network.
Gli attivisti hanno creato una pagina Facebook che intende raccogliere tutti coloro che vorranno unirsi alla manifestazione in programma per quella che sarà la “Quinta Giornata” di Napoli.
Si chiama “Block Bce”: nell’immagine è raffigurato un pulcinella incatenato dalla Bce, da un lato, ed una donna, forconi in mano, con la scritta ‘stop austerity’ sulla maglietta che insegue la Bce formato maiale.
L’obiettivo è la “liberazione dalla dittatura finanziaria, Napoli si deve mobilitare”. Prima del corteo che si muoverà il giorno del vertice della Bce, ci saranno altri incontri preparatori, per coinvolgere il maggior numero di sigle e gruppi sociali, dai disoccupati ai movimenti per la casa.
“Ma anche chi solitamente non si interessa a queste tematiche, chi resta fuori dalle mobilitazioni”, dice uno dei gli attivisti. In via Mezzocannone, dove c’è una delle sedi dell’Università di Napoli Federico II, già si sono svolte varie assemblee.
E diverse sigle hanno risposto all’appello, come i Collettivi autonomi studenteschi, il Laboratorio occupato Ska e il Quarto mondo.
La prossima settimana, anticipano i movimenti, si svolgeranno incontri nelle università , concerti in piazza.
Poi, oltre alle Quattro giornate di Napoli, i movimenti ‘festeggeranno’ la Quinta giornata, il 2 ottobre, quando si svolgerà la manifestazione di “assedio e di protesta”.
Secondo gli organizzatori della manifestazione, “è evidente che la scelta di Napoli non cade casualmente. Una città simbolo della disoccupazione, del lavoro nero, della precarietà per significare “’attenzione dei signori dell’euro ai tanti sud dell’Unione Europea. Sud che invece, come rivelano tutti gli indicatori economici, hanno subito più di altri l’effetto del loro governo della crisi, approfondendo il divario dei redditi e dell’occupazione fino a precipitare in una situazione sociale drammatica”.
Quindi l’appello a precari, studenti, disoccupati, senza casa, lavoratori sempre più sfruttati, i tanti comitati territoriali a mobilitarsi per “una contestazione che contrapponga all’Europa autoritaria e antipopolare della Trojka e della moneta una prospettiva di emancipazione, diritti e cambiamento radicale costruita a partire dalle lotte sociali”.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 19th, 2014 Riccardo Fucile
L’EX PRESIDENTE PRESENTERA’ LA SUA CANDIDATURA ALLA DIREZIONE DEL PARTITO: PRIMARIE A FINE NOVEMBRE
Nicolas Sarkozy è tornato. Con un colpo di scena che scuoterà la politica francese, l’ex presidente, in un
messaggio appena pubblicato sul suo profilo Facebook, ha annunciato ufficialmente il suo ritorno in campo e la candidatura alla presidenza dell’Ump, il grande partito francese della destra, in vista delle presidenziali del 2017.
«Basta con l’esasperante spettacolo della politica francese
L’ex inquilino dell’Eliseo è coinvolto in diversi filoni di inchieste giudiziarie per finanziamenti illeciti al partito da parte dell’ereditiera dell’Orèal, Liliane Bettencourt, ma questo non lo ha dissuaso dalla scelta di tornare in campo.
«Che ciascuno sia convinto della forza e della sincerità del mio impegno al servizio della Francia», ha scritto sul social network.
«Amo troppo la Francia, sono troppo appassionato dal dibattito pubblico e dall’avvenire dei miei connazionali – ha proseguito – per vederli condannati a scegliere tra l’esasperante spettacolo di oggi e la prospettiva di un isolamento senza via d’uscita».
La sconfitta del maggio 2012
Sarkozy era stato sconfitto nel maggio 2012 da Franà§ois Hollande, l’attuale presidente, e aveva dichiarato all’indomani del voto che avrebbe abbandonato la vita poltica. Cosa che ha fatto fino a oggi.
Da tempo tuttavia negli ambienti parigini si parlava di una sua clamorosa discesa in campo, complice l’impopolarità senza precedenti di Franà§ois Hollande, il caos che regna nell’Ump (il partito di centro-destra cui appartiene) e la prospettiva di un’affermazione di Marine Le Pen, leader della destra populista e anti-euro.
Sarkozy afferma di voler trasformare completamente il partito dell’Ump «per creare una vasta unione» che superi «le divergenze tradizionali». Dopo la sua disfatta alle elezioni presidenziali del 6 maggio 2012, Sarkozy afferma di aver «potuto esaminare con il necessario distacco lo svolgimento del suo mandato presidenziale e di averne tratte le dovute lezioni».
Il filone giudiziari
Le vicende giudziarie sono però un ostacolo alla sue rielezione.
Il 2 luglio scorso è stato posto in stato di fermo per 24 ore (cosa mai accaduta a un ex presidente) in seguito a un’inchiesta dell’Ufficio centrale di lotta alla corruzione.
Gli inquirenti sospettano che Sarkozy abbia ottenuto informazioni riservate da parte di alcuni magistrati della Corte di Cassazione sulle inchieste in corso nei suoi confronti in cambio della promessa di un intervento a loro favore.
I reati possibili sono quindi quelli di violazione del segreto istruttorio e, più grave, di traffico illecito di influenza, una forma di corruzione che prevede una pena massima di dieci anni di detenzione.
(da “il Sole24ore”)
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Settembre 19th, 2014 Riccardo Fucile
SE FOSSE ACCOLTO BERLUSCONI POTREBBE TORNARE IN CAMPO
Vedi mai che il Cavalier (ex) Berlusconi trovi il suo giudice a Strasburgo. E va bene che tutti scongiurano il voto anticipato e giurano, invece, che la legislatura andrà avanti fino al 2018 perchè il paese ha bisogno di riforme, di farle presto, eccetera, eccetera. Ma Matteo e Silvio sono troppo simili per non sapere, l’uno dell’altro, che in politica è sempre meglio “estote parati”, stare pronti, per dirla in latinorum.
La notizia, tenuta riservata dai legali dell’ex premier, è che la Corte europea dei Diritti dell’uomo ha “ammesso” uno, finora l’unico, dei tanti ricorsi di Berlusconi post condanna per frode fiscale (4 anni) del 2 agosto 2013 da cui è derivato tutto il resto: servizi sociali, decadenza dalla carica di senatore, incandidabilità per cinque anni, interdizione penale dai pubblici uffici per due anni, estromissione da ogni carica rappresentativa e onorifica (pure il titolo di Cavaliere), il divieto di candidarsi in ogni tipo di elezione.
La comunicazione della Cedu è stata notificata ai legali nelle scorse settimane.
Nella missiva si comunica che “quanto prima possibile” sarà decisa la fissazione del procedimento avviato da “Berlusconi Silvio per violazione ripetuta dei principi cardine del giusto processo”.
Non è un verdetto ma la Corte spiega che sono “degne” di valutazione quelle che nel corso del dibattimento sulla cosiddetta compravendita dei diritti tv sono state, secondo i legali di Berlusconi, “violazioni ripetute dei diritti dell’imputato”.
Ad esempio la lista testi tagliata dai giudici, la non ammissione di alcune prove, “la non imparzialità ” del giudice. Soprattutto alla luce di quello che è accaduto il 9 luglio scorso quando la Corte d’Appello di Milano ha assolto in un processo gemello Fedele Confalonieri e Pier Silvio Berlusconi e altri sette manager.
L’impostazione dell’accusa si fondava sullo stesso presupposto del processo finito invece con la condanna di Silvio: Mediaset, attraverso una triangolazione con le major statunitensi titolari dei diritti televisivi, gonfiava i costi attraverso una fittizia mediazione del manager egiziano Frank Agrama.
In questa maniera sarebbero stati oltre duecento i milioni di dollari depositati esentasse su conti riconducibili in gran parte a Silvio Berlusconi. Il meccanismo, secondo il canovaccio della procura, sarebbe proseguito oltre il 2008, anche con il nuovo management.
Ma per Confalonieri e Berlusconi jr la Corte ha dato ragione alle difese.
Forti, quindi, anche di un’assoluzione per gli stessi fatti, i legali di Berlusconi pretendono che la Cedu valuti se ci sia stata violazione dei diritti della difesa nel procedimento che ha condannato l’ex Cavaliere.
La Corte di Strasburgo ha già respinto il ricorso “urgente” dei legali di Berlusconi contro la legge Severino che gli ha fatto perdere il seggio di senatore e gli ha impedito di candidarsi alle Europee di maggio. Restava questo sul giusto processo.
Non c’è ancora la data per la discussione. Ma Strasburgo impiega tempi ragionevoli. E se per caso dovesse dare ragione all’ex premier, ecco che si aprirebbero scenari impensabili.
Se fossero, infatti, riconosciute le violazioni di cui Berlusconi si dichiara vittima, sarebbe annullata la sentenza di condanna e automaticamente l’ex Cavaliere tornerebbe titolare di tutti i suoi diritti. Attivi e passivi.
Potrebbe votare e, soprattutto, candidarsi ed essere votato.
Il tutto in un arco di tempo che ragionevolmente potrebbe coincidere con la prossima primavera. In tempo per le urne.
Troppi “se” non fanno la storia. Si tratta solo di una possibilità .
Ma se consideriamo altre scadenze che sono invece certezze – il primo marzo 2015 Berlusconi termina il periodo ai servizi sociali di Cesano Boscone e ha scontato comunque il suo debito con la giustizia penale – ecco che ci sarebbero tutte le condizioni per una campagna elettorale in piena regola.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 19th, 2014 Riccardo Fucile
“SULLA CONSULTA SALTA TUTTO”, MA RENZI LO PROTEGGE
Imbarazzo. Paura che salti di nuovo tutto. 
La notizia del Fatto impietrisce lo stato maggiore del Pd: Donato Bruno, il candidato di Forza Italia alla Corte costituzionale e finora sostenuto anche dal Pd, è indagato dalla procura di Isernia.
Deborah Serracchiani, intervistata ad Agorà , è visibilmente imbarazzata: “Il candidato del Partito democratico si chiama Luciano Violante – dice il governatore del Friuli Venezia Giulia – ma come ha spiegato il presidente del Consiglio in modo chiaro e netto, l’avviso di garanzia serve all’indagato per poter far chiarezza”.
Al momento, spiegano anche altro fonti del Nazareno, Bruno resta in campo.
Al momento però. Perchè è “solo” venerdì. E il caso è complicatissimo.
Un pezzo di Pd, nel segreto dell’urna, ha considerato Bruno difficilmente votabile sin dall’inizio perchè troppo berlusconiano, troppo legato a Cesare Previti.
Ora l’inchiesta di Isernia. Dove Bruno risulta indagato dalla procura di Isernia in merito alla vicenda del fallimento della Ittierre, colosso dell’abbigliamento entrato in crisi nel 2009.
Secondo Il Fatto, Bruno in quanto avvocato è finito sotto la lente dei magistrati per via di una consulenza da 2,5 milioni che gli sarebbe stata affidata da uno dei commissari liquidatori della Ittierre, ossia Stanislao Chimenti.
Ed è indagato per “interesse privato del curatore negli atti del fallimento” in quanto condivide lo studio professionale con lo stesso Chimenti.
A nominare Chimenti, Roberto Spada e Andrea Ciccoli commissari straordinari per l’Ittierre fu nel febbraio del 2009 l’ex ministro Claudio Scajola.
Al momento al senatore Bruno non sarebbe stato comunicato nulla dai magistrati e a lui non risulterebbe nessuna iscrizione sul registro degli indagati.
Il caso politico però è già enorme. Perchè la notizia, secondo più di un democrat, potrebbe produrre il classico effetto domino.
Con Berlusconi che non solo non è disposto a mettere da parte la candidatura. Ma a questo punto, dopo la svolta garantista di Renzi contro gli avvisi di garanzia “citofonati”, si aspetta che il Pd sia coerente: “Il problema — dice una fonte di rango del Nazareno — è che un pezzo dei nostri questa notizia non la regge e rischia di saltare tutto ora che, praticamente, avevamo chiuso la partita”.
Basta ricordare il caso di Luigi Vitali, il candidato al Csm che Forza Italia ha dovuto mettere da parte perchè una parte del Pd non lo votava in quanto indagato. Adesso Donato Bruno.
Pesa, sulla vicenda il ruolo di Silvio Berlusconi.
Impegnato a recuperare quella trentina di voti della Lega che mancavano, secondo il pallottoliere di ieri, a eleggere Violante e Bruno.
E pesa l’incognita di Sel, che già nella votazione di ieri ha votato solo Violante ma non Bruno.
Ora potrebbe riaprire la trattativa complessiva. Insomma, cambia tutto.
Anche se, per ora, la linea del Pd è che “i candidati restano Violante e Bruno”.
Se così fosse, c’è già chi scommette su la quattordicesima fumata nera.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 19th, 2014 Riccardo Fucile
IL FORZISTA, IN CORSA PER LA CORTE COSTITUZIONALE, INQUISITO PER UN INCARICO DA CURATORE FALLIMENTARE… GLIELO DIEDE L’AVVOCATO CON CUI DIVIDE LO STUDIO
Quella consulenza da circa 2,5 milioni di euro è ora nei cassetti della Guardia di finanza e della Procura di Isernia.
E rischia di far tramontare ogni velleità per Donato Bruno, parlamentare di Forza Italia, candidato a diventare giudice della Corte costituzionale.
Il Fatto Quotidiano è in grado di rivelare che Bruno è indagato per concorso in “interesse privato del curatore negli atti del fallimento”.
Parliamo del fallimento della Itierre di Isernia, ex colosso del tessile, con ben 600 dipendenti ormai in cassa integrazione.
Per comprendere questa vicenda bisogna procedere con ordine e mettere a fuoco un dato: Bruno è molto amico di Stanislao Chimenti, commissario straordinario della Itierre, così amico da condividerne le stanze dello studio.
Per intendersi, Bruno e Chimenti hanno assistito insieme Stefano Ricucci nella vicenda Magiste.
Non sono soci, insomma, ma condividono lo studio e a volte, come nel caso Ricucci, lavorano insieme.
Quando per l’Itierre arrivano i primi seri problemi, l’allora ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, nomina tre commissari straordinari che devono curare gli interessi dell’azienda: Roberto Spada, Andrea Ciccoli e Stanislao Chimenti.
È il 12 febbraio 2009. I tre commissari straordinari si mettono subito al lavoro, analizzano le carte dell’azienda guidata dall’ex presidente del consiglio d’amministrazione di Itierre, Tonino Perna, oggi imputato per bancarotta.
Scoprono — e denunciano in procura — che dall’azienda sono spariti ben 44 milioni. E così, i tre commissari si costituiscono parte civile nel processo contro Perna — su autorizzazione del ministero dello Sviluppo economico, firmata il 24 ottobre 2010.
Ma nel frattempo finiscono anch’essi nel registro degli indagati.
Il motivo? In questi anni hanno affidato consulenze su consulenze.
Ed è proprio su queste consulenze che procura e Guardia di finanza stanno indagando.
Il sospetto è che siano state affidate ad amici degli amici.
Il caso di Bruno è emblematico. È proprio al suo vicino di stanza — il senatore avvocato Donato Bruno — che Chimenti affida una consulenza, sul fallimento della società molisana, che vale ben 2,5 milioni.
Da qui l’ipotesi di reato, prevista dall’articolo 228 del codice fallimentare, che riguarda anche Bruno: “Il curatore che prende interesse privato , in qualsiasi atto del fallimento, direttamente o per interposta persona o con atti simulati, è punito con la reclusione da due a sei anni e interdizione dai pubblici uffici”.
L’indagine è ancora nelle fasi preliminari, la posizione di Bruno è quindi al vaglio di procura e Guardia di finanza che, in questi mesi, stanno studiando l’intera mole delle consulenze affidate dai commissari, per verificare se il loro comportamento sia stato corretto.
Di certo, però, c’è che Bruno risulta indagato per la consulenza in questione, che non è peraltro l’unica arrivata in famiglia: un’altra consulenza, da 150mila euro, è stata infatti affidata al figlio del parlamentare, anch’egli avvocato.
Il punto è che l’intera vicenda — a fronte di consulenze milionarie — riguarda ben 600 dipendenti, finiti in cassa integrazione, per la pessima gestione della Itierre che non a caso, infatti, è finita sotto la lente dei tre commissari straordinari nominati da Scajola. Parliamo di un’azienda che, un tempo valeva il 10 per cento dell’intero Pil molisano: ha gestito firme come Ferrè, Dolce & Gabbana, Versace e Jean Paul Gaultier.
Oggi — nonostante la vendita effettuata dai tre commissari, nel 2011, a un nuovo imprenditore — la situazione è il baratro: 600 dipendenti in cassa integrazione.
Se non bastasse, si scopre che la consulenza affidata a Bruno dai commissari, da ben 2,5 milioni, è talmente sospetta da costargli un’iscrizione nel registro degli indagati.
È lo stesso Bruno al quale ben 500 parlamentari vogliono affidare il compito di vigilare sulla nostra Costituzione.
Sentito dal Fatto, il senatore replica: “Non ho ricevuto alcun avviso di garanzia, non mi risulta quindi di essere indagato. I tre commissari , compreso Chimenti, mi hanno affidato la consulenza proprio in virtù del nostro rapporto fiduciario. Sono sereno: non rinuncerei alla candidatura anche se fossi indagato”.
Antonio Massari
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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