Settembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
IL SISTEMA DEL CANGURO PER RIDURRE I 689 EMENDAMENTI A 300, MA IL GOVERNO RISCHIA DI ANDARE SOTTO
La vera resa dei conti, se ci sarà , comincia mercoledì, quando il Jobs act approderà nell’aula del Senato.
Mentre ieri, durante la direzione, il barometro dello scontro segnava picchi altissimi, erano in molti alle prese con il pallottoliere (magari, qualche renziano, con strumenti più moderni, tipo Excel).
Perchè il futuro del Jobs act – ma anche e soprattutto del governo e del premier Matteo Renzi – è tutto in un pugno di numeri: quei sette voti di scarto, che potrebbero venire a mancare per via dei dissidenti del Pd.
Scomporre il puzzle del Partito democratico non è facile.
Perchè la geografia è complessa: risale a un’epoca pre renziana, ma ha visto riallineamenti, piccoli movimenti tellurici che hanno allontanato e avvicinato le faglie dall’epicentro.
I renziani «puri» (quelli della prima ora) sono scesi a 12 (Isabella De Monte è andata in Europa).
Se a questi si aggiungono gli esponenti di AreaDem (Dario Franceschini), si arriva a una quarantina.
Nella maggioranza vengono normalmente conteggiati anche i cinque «Giovani Turchi» (vicini a Matteo Orfini e Andrea Orlando).
E con qualche maldipancia dovrebbero comunque votare a favore del Jobs act.
Ci sono poi quelli che vengono indicati come lettiani (anche se Enrico Letta ha sciolto la sua corrente): sono tre.
Sul fronte opposto, ci sono i duri e puri che dovrebbero votare no, senza se e senza ma.
Tra questi si possono annoverare Corradino Mineo, Walter Tocci e Maria Grazia Ricchiuti. Il quarto è Felice Casson, tra i senatori più critici: qualche voce maligna lo dà verso un riallineamento, che sarebbe favorito anche dalla prospettiva di avere il via libera del partito per diventare sindaco di Venezia.
Poi c’è l’ampia pattuglia dei bersaniani e dei cuperliani: una quarantina di senatori. Qui bisogna puntare gli occhi sulla componente chiamata Area Riformista, nella quale c’è un nucleo di irriducibili, guidato da Alfredo D’Attorre, deputato.
È un’area poco omogenea e lancia segnali contraddittori. Vannino Chiti, per esempio, potrebbe aver gradito i messaggi lanciati dal segretario: tra questi la nuova legge sulla contrattazione e la riapertura del tavolo verde per la concertazione.
Ma al di là degli schieramenti ufficiali, bisognerà vedere cosa accadrà nel percorso del Jobs act.
Perchè sono stati presentati 689 emendamenti: meno dei 7.000 della riforma costituzionale, ma quanto basta per rischiare di far tornare in auge il discusso meccanismo del «canguro».
Alla fine ne resteranno sui 300 e su molti si ballerà .
A parte le prevedibili proteste di Cinque Stelle, è possibile che i malumori democratici si riversino a macchia di leopardo sugli emendamenti.
Ed è altrettanto possibile che qualche senatore di Forza Italia arrivi in aiuto di Renzi. È il famoso «soccorso azzurro».
Porrebbe un problema politico se arrivasse sul voto finale, ha ammesso lo stesso Renzi.
Ma non è escluso affatto che qualche «aiutino» arrivi sui singoli emendamenti.
Alessandro Trocino
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
LO RIVELA LA RICERCA DI OPENPOLIS: MA CHE BELLA OPPOSIZIONE FA IL PARTITO DI SILVIO
Sulla scia della definizione “Renzusconi” data dal giornalista Andrea Scanzi all’accordo tra il premier
e il Cavaliere, la trasmissione Piazzapulita (La7) ha mostrato nel corso della puntata di ieri sera alcuni dati accertati.
Attraverso un sistema messo a punto dal sito Openpolis, che monitora le attività dei parlamentari e delle loro votazioni, si è verificato il numero di volte in cui in Parlamento i rappresentanti del Pd e di Forza Italia hanno votato allo stesso modo.
Si è così scoperto che i due capigruppo di Forza Italia e del Pd alla Camera, rispettivamente Renato Brunetta e Roberto Speranza, hanno espresso lo stesso voto in 436 occasioni su 667, per una percentuale di voto convergente pari al 65%.
I capigruppo degli stessi partiti al Senato, Paolo Romani (FI) e Luigi Zanda (Pd), entrambi presenti in oltre 2362 votazioni, hanno una percentuale di votazioni comuni che ammonta al 90,9%.
Analogo confronto è stato registrato sui fedelissimi di Renzi e di Berlusconi, come Matteo Richetti (Pd) e Francesco Paolo Sisto, che hanno votato allo stesso modo ben 1605 volte, con una percentuale di voto convergente dell’86,4%.
Il ministro Maria Elena Boschi (Pd) e l’onorevole Daniela Santanchè (FI) hanno invece una concordanza di votazioni pari all’81,5%.
Ancora più alta è la percentuale di votazioni comuni (87%) tra il deputato renziano Lorenzo Guerini e l’onorevole di FI Annagrazia Calabria.
Il sindaco di Firenze Dario Nardella, ospite in studio, motiva così l’impressionante armonia tra le due compagini politiche: “Molte votazioni sono state sulla riforma costituzionale“.
Ma viene smentito da un consigliere comunale di Forza Italia che, dal pubblico, fa notare al politico che le riforme istituzionali di Renzi, come anche l’abolizione dell’art.18, sono le stesse che Berlusconi ha tentato di fare per 20 anni.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
I RENZIANI NON NE AZZECCANO UNA, NAPOLITANO FURIOSO: “PARLAMENTO FRETTOLOSO E DISATTENTO”
Teresa Bene non può essere eletta al Consiglio superiore della magistratura perchè non ha i titoli necessari.
Il plenum del Csm ha scartato con queste motivazioni la candidatura – data ormai per sicura – dell’avvocata e docente napoletana proposta dal Partito democratico, che ora commenta acidamente: la decisione “è errata sia nel merito sia sul piano procedurale
Sono stati violati i miei diritti”.
I dubbi sul curriculum di Bene erano sorti nelle scorse ore e non è ancora chiaro se il Partito democratico non abbia verificato con dovizia i requisiti richiesti per l’elezione al Csm dei membri laici.
Nel caso di Bene, il problema è sorto sugli anni di avvocatura che per il Consiglio devono essere almeno 15, mentre la giurista del Pd ne avrebbe totalizzati soltanto la metà .
Inoltre non è docente bensì professore associato.
A sponsorizzare Bene è stato il ministro della Giustizia Andrea Orlando, che l’aveva impiegata come consulente quando era responsabile dell’Ambiente.
Convalidata invece l’elezione degli altri 7 membri laici.
Ora le Camere dovranno proporre un nuovo nome per sostituirla.
Nel frattempo, come era dato per assodato, Giovanni Legnini è stato eletto vicepresidente del Csm da parte del plenum, a larga maggioranza con 20 voti a favore.
Subito è arrivato il commento di Giorgio Napolitano – che presiede il Consiglio superiore della magistratura: “Sono rammaricato per quanto è accaduto. Può esserci stata frettolosità e disattenzione in Parlamento, nel pur laborioso processo di selezione per i rappresentati del Csm”.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
SECONDO RADIOCOR MEZZA MANOVRA FINANZIATA CON AUMENTO DEFICIT PIL (10 MILIARDI)…5 MILIARDI DALLO SPREAD E 3 DALL’EVASIONE, POCO DAI TAGLI
Dopo il braccio di ferro di ieri tra Palazzo Chigi e ministero dell’Economia sulla data del Consiglio dei
ministri, i tecnici del Tesoro – secondo quanto si apprende – hanno ottenuto più tempo per ultimare la scrittura del Def.
La riunione dell’esecutivo, inizialmente prevista per le 11 di questa mattina, e’ stata posticipata alle 18.30.
Il giallo del Documento di economia e finanza.
Per tutto il pomeriggio, tra Palazzo Chigi e Via XX settembre, c’è stato un rimpallo di semi-notizie sulla data di approvazione del Def da parte del Cdm.
Da una parte il ministero del Tesoro chiedeva che il Def arrivasse sul tavolo del governo il primo ottobre, data annunciata nell’agosto scorso, dall’altra il premier spingeva per domani.
Gli uffici del Tesoro volevano prendersi tutto il tempo a disposizione ma poi Renzi ha premuto sull’acceleratore annunciando l’approvazione del Documento nel Cdm di domani mattina.
Fatto sta che i tecnici sono ancora a lavoro per limare il documento, che sarà la struttura sulla quale si baserà la Legge di stabilità .
Di fatto non e’ pronta la parte programmatica e l’eventuale capitolo sull’impatto che le riforme avranno sull’economia italiana.
A nulla sono servite le sollecitazioni da parte del Tesoro affinchè il Cdm venisse convocato per il primo ottobre.
Alla fine ha deciso Renzi, ma buona parte della scrittura ancora e’ da ultimare.
Oggi invece l’Ufficio parlamentare di Bilancio ha dato il via libera al quadro macroeconomico tendenziale.
“Ci costa, ma rispetteremo il limite del 3%” nel rapporto deficit-Pil, così come chiede l’Unione europea, ha detto Matteo Renzi.
Attorno a questa premessa, attorno a questo “ci costa” si basa il Def. “Il danno reputazionale che deriverebbe dal mancato rispetto del vincolo — spiega il premier nel corso della Direzione del partito – sarebbe più grave rispetto ai vantaggi che avremmo nel superarlo”.
Dunque il tetto non si tocca ma, in cambio del rispetto dei limiti, l’Italia chiede all’Ue lo slittamento di un anno, al 2017, del pareggio di bilancio pieno. Forse anche al 2018.
Alcune anticipazioni, sull’aspetto programmatico, le ha fornite Renzi durante la Direzione del partito.
Il Def metterà nero su bianco che nella legge di stabilità sarà previsto il mantenimento del bonus di 80 euro per 11mila persone.
E poi ancora ci saranno 1,5 miliardi per i nuovi ammortizzatori sociali, un miliardo per gli investimenti nella scuola, 1,5 miliardi di spazio di impatto per i Comuni e 2 miliardi destinati alla riduzione del costo del lavoro.
Oltre a queste spese, bisogna poi aggiungere quelle indifferibili e già programmate.
In tutto fanno all’incirca 22miliardi.
Da dove prenderli? Quali saranno le coperture?
L’idea, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Radiocor, sarebbe quella di collocare nel il deficit attorno al 2,9%.
In questo modo, con lo scarto di sei decimi di punto tra deficit tendenziale (2,3%) e deficit programmatico (2,9%) si ricaverebbero 10 miliardi da destinare alla crescita. Ciò favorirebbe una scrittura più facile della legge di stabilità .
La spending review dei ministeri non ha ottenuto i risultati sperati, ma 3 miliardi sono stati recuperati dalla lotta all’evasione, e a questi si sommano i 5 mld di minor spesa per interessi sul debito per il calo dello spread.
Va da sè che a questo punto servirebbero solo pochi miliardi di tagli alla spesa pubblica per far quadrare i conti.
Comunque sia il tasso di crescita — secondo quanto riportato nel Def – sarà ancora negativo, con il Pil in calo dello 0,2/0,3%, forse anche dello 0,4%, contro il +0,8% previsto in precedenza.
Dovrebbe calare però il debito, attestandosi sotto il 130%, per effetto del nuovo metodo di calcolo previsto dalle regole europee.
Questi dati, secondo il ministero del Tesoro, scongiurano, per quest’anno, una manovra correttiva.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
LE COLLABORAZIONI SONO IL 7%… IL NODO È IL CONTRATTO A TEMPO E LE FALSE PARTITE IVA… REINTEGRO PER DISCRIMINAZIONI E DISCIPLINARI
La direzione del Pd ha partorito una nuova, forse l’ultima, ipotesi di riforma dell’articolo 18.
Ma ha dato il via libera ad altre idee di Renzi: l’abolizione della precarietà , in particolare con la cancellazione dei contratti di collaborazione coordinata e continuativa (Co.co.co) e dei contratti a progetto (co.co.pro.); la riforma dei Servizi per l’impiego, gli ammortizzatori sociali.
1. Cosa prevede la nuova formulazione sull’articolo 18?
La mediazione che Renzi ha offerto alla minoranza, illustrata chiaramente dal ministro Poletti, si basa sul mantenimento dell’articolo 18 per i licenziamenti discriminatori (per religione, sesso, nazionalità , etc.). Renzi ha recuperato anche il licenziamento disciplinare tra quelli che, se comminati ingiustamente, prevederanno il reintegro (resterebbe l’attuale formulazione?).
Per i licenziamenti economici, invece, rimane solo l’indennizzo.
2. Che vuol dire cancellare i contratti di collaborazione?
Il contratto di collaborazione continuata e coordinata è stato istituito nel 1997 dal “pacchetto Treu”.
Nel 2003, anche considerato il suo abuso da parte delle imprese, è stato superato con la legge Biagi dal contratto a progetto (a eccezione di alcuni casi come il lavoro pubblico, gli iscritti agli albi professionali, etc.).
Si specifica più chiaramente l’oggetto della mansione per evitare la reiterazione di contratti aventi la stessa finalità . Al lavoratore viene applicata la ritenuta previdenziale al 27% (33% entro il 2018) oltre ad altre tutele sociali.
Anche in questo caso, però, c’è stato un largo utilizzo da parte dei datori di lavoro per aggirare un rapporto di lavoro subordinato.
A fine 2013, però, l’insieme dei rapporti di collaborazione rappresentava solo il 7% dei rapporti di lavoro con una forte tendenza alla diminuzione.
3. Che fine farà il contratto a tempo determinato?
Questa forma di rapporto è quella più largamente utilizzata con il 68% dei nuovi rapporti di lavoro (ministero del Lavoro).
Inoltre, sui rapporti a tempo determinato attivati nel 2013, il 46,3% ha avuto una durata inferiore al mese, il 19,3% tra due e tre mesi, il 31,9% tra 4 e 12 mesi e solo il 2,5% ha superato l’anno.
Il decreto Poletti, cioè la prima versione del Jobs Act, ha portato a 5 i rinnovi possibili entro 36 mesi in assenza di causale del contratto stesso.
Con il contratto a tutele crescenti che fine fa questo tipo di contratto?
Finora non è chiaro.
4. Quali altri contratti rimangono oltre ai co.co.pro?
Il contratto indeterminato pesa per il 16,4% sui rapporti di lavoro avviati nel 2013. Accanto a questi c’è il contratto di apprendistato che ha un’incidenza del 2,5% e riguarda i giovani dai 15 ai 29 anni.
La tipologia è stata più volte rivista per allentarne le rigidità e permettere, ad esempio, di alleggerire i vincoli sui programmi di formazione.
C’è poi un 6% di altre tipologie che pure rappresentano una quota importante: lavoro intermittente, interinale. In crescita il lavoro accessorio.
5. Cos’è il lavoro accessorio e cosa c’entra con i mini-job tedeschi?
Il lavoro accessorio ha un posto importante nella delega-lavoro. Nato con l’idea di far uscire dall’illegalità una serie di piccoli lavori all’interno del tetto dei 5000 euro l’anno, è via via cresciuto.
Questi “lavoretti” (giardinaggio, ripetizioni, pulizie)sono pagati con i “buoni lavoro”, i voucher acquistabili anche dal tabaccaio e comprensivi di copertura Inps e Inail. Secondo i dati dell’Inps, nel 2013 i lavoratori che complessivamente hanno avuto accesso a questa formula sono stati 950 mila per un importo medio di soli 527 euro annui.
Il 63,5% ha meno di 40 anni e la maggioranza è composta da donne impiegate nel commercio.
Si tratta del rapporto di lavoro più in sintonia con i mini-job tedeschi. Per questo il governo intende alzare il limite dei 5.000 euro annui.
6. Quanto contano le partite Iva e che fine fanno?
Un ruolo decisivo nella precarietà oggi è occupato da quelle che vengono definite false partite Iva. Queste regolano l’erogazione di attività professionali svolte in forma autonoma con, appunto, regolare partita Iva.
Nel corso degli anni, però, molte forme di lavoro subordinato sono state trasformate in questa tipologia di lavoro — al pari della associazione in partecipazione — che secondo lo studio del Laboratorio politiche sociali del Politecnico di Milano — riportato da Dario Di Vico sul Corriere della Sera — è pari al 12% di quelle complessive: circa 400 mila unità .
Una cifra superiore ai contratti di collaborazione o agli apprendistati. Che succederà a questa tipologia?
7. Senza l’articolo 18 lo Stato deve “prendersi cura” di chi perde il lavoro. In che modo?
Chi perde il lavoro può beneficiare di sussidi legati all’azienda — cassintegrazione, mobilità — e dell’Aspi.
I servizi per l’impiego, le vecchie agenzie di collocamento, sono però utilizzati da una percentuale bassissima di disoccupati.
Renzi propone di istituire un’Agenzia nazionale per l’impiego, partecipata da Stato, regioni e province autonome e vigilata dal ministero del Lavoro.
A questa agenzia vorrebbe affidare anche la gestione dell’Aspi, “coinvolgendo le parti sociali” come ha sottolineato ieri in direzione Pd. Un’opportunità allettante per i sindacati. La stessa Aspi dovrebbe essere leggermente ampliata con lo stanziamento di 1,5 miliardi nella legge di Stabilità . Che però sono davvero pochi per un’effettiva universalità .
A meno che dietro ci sia l’ipotesi di abolire la cassa integrazioni, sia pure in parte.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
“MI CHIEDO COME POTRANNO RIMANERE ASSIEME LE VARIE ANIME DEL PD”… “RENZI HA PERSO IL 20% DI FIDUCIA IN POCHE SETTIMANE”
La riunione dei democratici l’ha impressionata
?
Dopo una direzione così difficile la parola scissione non mi pare così campata in aria.
Lo scontro frontale chi avvantaggia a livello di consenso, Renzi o la minoranza?
Entrambe le parti, perchè rafforza le reciproche identità e la partecipazione dei rispettivi elettorati. Ormai Renzi punta agli elettori di centro, e a un pezzo di quelli del centrodestra, che in assenza di alternative lo guardano con simpatia. Conta sul fatto che la parte più a sinistra, quella per così dire rimobilitata dal discorso di D’Alema, sia numericamente poco consistente.
Proprio D’Alema ha attaccato il premier ironizzando di fatto sulla sua scarsa preparazione.
All’elettore questo fattore non interessa, quelli preparati spesso non piacciono. Funzionano altre qualità .
Ma la battaglia sull’articolo 18…
Questo sì che interessa, mobilita la gente. In un recente sondaggio abbiamo riscontrato che i cittadini sono spaccati sull’argomento. C’è una prevalenza di chi vorrebbe abolirlo, per essere precisi. Ma c’è grande dibattito.
Perchè Renzi insiste su questo punto? Pensa di guadagnare consensi o vuole distogliere l’attenzione da altri temi?
Ho la sensazione che ci creda davvero. Ma di certo influisce la percezione collettiva che non stesse occupandosi di temi centrali, forte anche tra chi lo sostiene.
Civati lo ha attaccato sul piano ideologico: “Domenica sera in tv diceva cose di destra”.
Questo può danneggiare il premier. Non deve assimilarsi al centrodestra, perderebbe voti. E chi lo attacca su questo piano lo sa bene.
Ma Renzi è ancora popolare?
L’entusiasmo è in flessione, secondo tutti gli istituti di sondaggi. I nostri ultimi dati dicono che si fida di lui poco più del 50 per cento degli italiani, che è comunque un dato molto alto. Ma qualche settimana fa eravamo al 70 per cento.
Perchè è calato?
Si è diffusa l’impressione che faccia molti annunci ma pochi fatti.
Luca De Carolis
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Settembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
UNA VITTORIA SIMBOLICA PER FAR FINTA CHE E’ CAPACE DI GOVERNARE
Nessuno pensa che abolire l’articolo 18 per i nuovi assunti possa creare milioni di posti di lavoro.
Il monitoraggio della riforma Fornero del 2012 non dimostra che licenziamenti più facili aiutino le assunzioni.
Difficile dire se la condizione dei lavoratori italiani peggiorerà o migliorerà : chi verrà assunto col contratto unico a tutele crescenti sarà più precario di chi oggi è a tempo indeterminato con l’articolo 18.
Però avrà più diritti di un lavoratore con un contratto a progetto o a partita Iva.
Ma chissà se le aziende faranno più “contratti unici” o più partite Iva.
Rimarrà il reintegro per i licenziamenti discriminatori e, ha detto ieri il premier, per quelli disciplinari ingiusti. Il mercato del lavoro quindi cambierà poco.
E allora perchè Renzi si è impelagato in questa campagna?
Perchè l’articolo 18 è un simbolo di quello che in Italia non cambia mai, diritti fondamentali o incrostazioni post-sessantottine, a seconda del punto di vista.
Il premier ha scelto il modo più ostile di presentare la riforma perchè vuole vincere una battaglia violenta.
Due le ragioni. La prima: finora il suo governo non ha fatto alcuna riforma, all’estero e sui mercati aspettano di vedere se Renzi è capace di ottenere risultati (regalare soldi prima delle elezioni non vale).
Seconda ragione: il governo può sperare di ottenere concessioni da Bruxelles sul deficit solo se le deroghe servono a finanziare riforme strutturali.
È lo schema suggerito dal presidente della Bce Mario Draghi: riformate il lavoro e Bruxelles vi aiuterà a pagare i costi.
Renzi ha poi un gradevole obiettivo secondario: bastonare, ancora, i sindacati e l’opposizione interna nel Pd.
Ha perfino spinto D’Alema e Bersani a rivendicare di aver votato l’indebolimento dell’articolo 18 (governo Monti) mentre ora ne predicano la sacralità .
Quella sull’articolo 18 è sempre stata una battaglia simbolica.
E Renzi ha bisogno di una vittoria simbolica che fughi i dubbi — sempre più diffusi, non solo tra i “gufi” — sulla sua capacità di governare.
Stefano Feltri
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
I DELINQUENTI OGNI TANTO RIPOSANO, I CRETINI MAI
L’altra sera da Fazio, Matteo Supercazzola ha voluto mostrare a tutti come sono ridotte le facoltà di
Giurisprudenza, o forse rincuorare i somari: se han dato la laurea a lui, c’è speranza per tutti.
Purtroppo però il dottore in Legge Matteo Renzi, che non distingue la sospensione feriale dei termini processuali dalle ferie dei magistrati e degli avvocati, fa il presidente del Consiglio e sta riformando la Giustizia.
Come se uno che non conosce la differenza fra un bisturi e un paracarro riformasse la chirurgia, o se la Boschi riformasse la Costituzione.
La sospensione feriale dei termini dal 1° agosto al 15 settembre non c’entra nulla con le ferie dei magistrati, semmai con quelle degli avvocati: che, se dovessero depositare i loro atti e ricorsi (scadenza 30 giorni) pure d’estate, non andrebbero mai in vacanza.
Ora il governo l’ha ridotta dal 6 al 31 agosto.
Ergo “giudici e avvocati lavoreranno di più”, come ha detto il premier da Fazio? Neanche per sogno.
L’idea che per un mese e mezzo si facciano solo i processi urgenti (quelli di criminalità organizzata, con imputati detenuti o a rischio prescrizione) e gli atti investigativi senza termini (il pm che interroga i testi ecc.) risponde a un’esigenza concreta: d’estate le notifiche vanno a vuoto, perchè testimoni, imputati e avvocati sono fuori casa e fuori studio, ed essendo impossibile inseguirli per mari e monti si limita l’attività allo stretto necessario per non perdere energie e soldi invano.
La riduzione della sospensione feriale produrrà montagne di udienze deserte e rinviate.
Se di solito le ferie di avvocati e magistrati (a parte quelli di turno) coincidono con la sospensione feriale è perchè, nel resto dell’anno, creerebbero intoppi.
E se finora le toghe avevano 45 giorni di ferie (come peraltro i carabinieri dal grado di maresciallo anziano in su) era perchè i giorni erano “lordi”: comprese due settimane di lavoro fuori ufficio.
Per loro i termini non si fermano mai, neppure d’estate.
Se un giudice concludeva un processo il 31 luglio e doveva depositare le motivazioni in 15 o 30 giorni, le scriveva in ferie, sennò finiva sotto processo disciplinare. Idem se tornava il 15 settembre e il 16 aveva un processo: lo studiava in ferie.
Ora il Genio di Rignano, affiancato da quell’altro scienziato di Orlando, ha ridotto le ferie togate da 45 a 30 giorni, però “netti”.
Risultato: per farsi 30 giorni netti, i giudici smetteranno di emettere sentenze 15 giorni prima di andare in ferie e rifisseranno udienze una-due settimane dopo il rientro.
E la produttività della macchina giudiziaria, anzichè aumentare, diminuirà . Bravo Renzi.
La verità è che anche questa “riforma”, come per il Senato e l’art. 18, nasce da un’ignoranza sesquipedale dei problemi che dovrebbe risolvere.
Sulla giustizia c’è la stessa idea demagogica di Brunetta, che pensava di aumentare la produttività dei magistrati con i tornelli ai tribunali, ignorando che: l’Italia ha i magistrati più produttivi di tutti i paesi Ocse; l’enorme cumulo di processi dipende da un eccesso patologico non di fannulloneria, ma di contenzioso; e l’attività del giudice è di per sè incoercibile.
Quale sarebbe il tempo giusto per decidere se uno è colpevole o innocente, ha torto o ragione?
A volte bastano poche ore, altre occorrono mesi di studio. Ora questi ciucci che vogliono toghe più laboriose le mandano in pensione a 70 anni anzichè a 75.
Così a fine 2015 perderemo 450 magistrati esperti senza sostituirli: già oggi gli organici sono scoperti e i concorsi per i famosi “giovani” non si bandiscono perchè non c’è un euro.
Anzi l’effetto-risparmio sarà neutralizzato dai costi aggiuntivi per l’Inps e per lo Stato, che dovrà anticipare i Tfr.
Ma soprattutto questi asini vorrebbero aumentare l’offerta di giustizia senza scoraggiare la domanda.
Pura follia: se anche riuscissero ad accrescere ancora la produttività , chi ora non denuncia perchè ha perso le speranze nella giustizia si aggiungerebbe a tutti gli altri.
E il sistema imploderebbe.
È questa la differenza fra i governi B. e il governo Renzi: i delinquenti ogni tanto si riposano, i cretini mai.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
OPERAI DI TURNO PER TRE GIORNI, POI PER DUE RESTERANNO A CASA… IN TUTTO 30 ORE MA PAGATE 40
Alla Ducati Motor di Bologna si apre l’era del lavoro domenicale: sindacato e azienda hanno raggiunto l’intesa per un ciclo produttivo su 21 turni (tre turni al giorno per sette giorni) che porta il reparto Officina (dove si produce l’albero motore e a camme delle «rosse» di Borgo Panigale) a lavorare anche al sabato e alla domenica; ma non nei festivi.
LO SCHEMA «TRE-DUE»
Nella notte, l’ultima assemblea con gli operai del reparto (in tutto sono 66) ha dato l’ok all’intesa che prevede lo schema ribattezzato «tre-due»: tre giorni al lavoro (nel turno del mattino, in quello del pomeriggio o notturno; tutti da otto ore massimo) e due a casa.
Per fare un esempio: un operaio può fare uno dei tre turni nei primi tre giorni della settimana e poi stare a casa giovedì e venerdì, riprendere al sabato e alla domenica per rifermarsi due giorni da martedì; e così via.
L’ACCORDO
«È il miglior schema possibile», rivendica la Fiom-Cgil. In totale, gli operai lavoreranno in media 30 ore settimanali, ma pagate 40.
L’accordo porta inoltre 13 assunzioni (sei part time verticali che diventano full time e altri sette lavoratori che entrano con il part time verticale che sarà trasformato in assunzione a tempo pieno) e, ovviamente, un aumento salariale.
L’incremento di stipendio varia a seconda dei tipi di turni e dei giorni (a seconda che si stia in officina dal lunedì al venerdì, o al sabato e domenica), ma complessivamente, secondo i calcoli del sindacato, per un operaio al quarto livello, con cinque scatti di anzianità , ci sarà un aumento della retribuzione lorda annua che oscilla tra 2.500 e 2.700 euro.
L’accordo è sperimentale, vale dal prossimo 1 ottobre fino al dicembre 2015, ma con una clausola: se non si firma l’integrativo aziendale per tutti i dipendenti Ducati Motor il modello «tre-due» decade.
L’OK DEI LAVORATORI
Quello raggiunto tra sindacato e Ducati Motor «è un accordo buono, serio ed acquisitivo; se tutti fossero così non sarebbe davvero male», commenta Luana Rocchi, sindacalista della Fiom-Cgil di Bologna che ha seguito passo passo tutta la lunga trattativa.
C’è anche una quota di importanti investimenti di Ducati Motor da qui al 2019.
Messi in fila tutti gli elementi, il 71% dei lavoratori dell’Officina ha dato l’ok all’ipotesi di intesa: l’ultima assemblea si è conclusa attorno alle 2 di questa notte.
L’accordo sul lavoro domenicale è stato anticipato anche per venire incontro ad esigenze produttive dell’azienda collegate ad alcune commesse «e così abbiamo anche evitato che alcune lavorazioni venissero esternalizzate», prosegue Rocchi.
(da “il Corriere della Sera”)
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