Settembre 17th, 2014 Riccardo Fucile
RENZI E’ IL FIGLIO NATURALE DI BETTINO CRAXI
La foto di Maria Elena Boschi che consola il previtiano Donato Bruno, candidato di B. alla Consulta, per
l’ennesima trombatura con un dolce grattino alla schiena non è uno scandalo: è un reperto d’epoca, un disvelamento della corrispondenza di amorosi sensi ormai esplosa all’aria aperta, senza più gl’incontri furtivi e clandestini del passato, nel Partito Unico Renzusconi che ha sostituito le vecchie e superate sigle di Pd e Forza Italia.
Se n’era già avuta prova l’8 agosto, quando Maria Consolatrice degli Afflitti e Rifugio dei Peccatori festeggiò la schiforma del Senato baciando a uno a uno i berluscones in processione.
Si piacciono, si annusano, si strusciano, si palpano, si limonano, presto si sposeranno: al cuore non si comanda.
Ieri, in Parlamento, Renzi ha fatto il grattino all’Ad dell’Eni Claudio Descalzi da lui nominato e difeso dopo l’indagine sulla maxitangente di 200 milioni di dollari alla Nigeria: “Noi non permettiamo a un avviso di garanzia citofonato sui giornali o a uno scoop di cambiare la politica industriale della Nazione. Chiamatela svolta per un Paese civile”.
Grattino anche a Stefano Bonaccini, indagato per peculato, ergo candidato Pd a governatore dell’Emilia Romagna per rimpiazzare degnamente il condannato Vasco Errani: “L’avviso di garanzia non sia un vulnus della carriera politica”.
Oggi la stampa al seguito non mancherà di celebrare la “svolta garantista”.
Che naturalmente non esiste.
Mai, dalla notte dei tempi, gli avvisi di garanzia hanno rappresentato un vulnus per le carriere politiche, e nemmeno le condanne.
Anzi, hanno sempre fatto curriculum. A destra, al centro e a sinistra.
Il Pd ha sempre candidato, mandato in Parlamento, al governo, nelle partecipate, nei servizi, nelle forze dell’ordine e nella burocrazia fior di pregiudicati, imputati e inquisiti.
Renzi si crede il primo, invece è arrivato ultimo. E denota pure un’ignoranza sesquipedale sui fatti che dovrebbe conoscere: la notizia di Descalzi indagato non è stata “citofonata sui giornali”, semplicemente è contenuta nel provvedimento di sequestro della maxitangente Eni in Svizzera disposto dai giudici di Milano, che il premier farebbe bene a leggersi o a farsi spiegare da uno che ci capisca.
Anche l’idea che le indagini giudiziarie danneggino la politica industriale, oltre a essere una sublime cazzata (è la corruzione che rovina l’economia, non le inchieste sulla corruzione, peraltro condotte in tutte le democrazie del mondo senza che i politici mettano becco), è tutt’altro che nuova.
L’ha strombazzata per vent’anni il suo padre putativo Silvio. Il quale peraltro l’aveva mutuata dal suo spirito guida Bettino Craxi, che il 10 luglio 1981, in pieno scandalo P2 e subito dopo l’arresto di Roberto Calvi, presidente e distruttore del Banco Ambrosiano, responsabile del più grave crac della storia d’Europa con decine di migliaia di famiglie sul lastrico e suo finanziatore occulto, scandì alla Camera queste parole: “Non c’è più grande male per un’azione di moralizzazione e di giustizia che la strumentalizzazione volgare, l’uso politico delle carte e delle iniziative giudiziarie e di parte: un fattore di inquinamento, intossicazione e distorsione della vita democratica”. Sulla P2 “si è andati oltre misura con una campagna che ha cominciato a puzzare di maccartismo”.
E l’arresto di Calvi “ripropone con forza il problema di un clima inquietante, di lotte di potere condotte in modo intimidatorio contro il quale bisogna agire per ristabilire la normalità dei rapporti tra Stato e cittadini, la fiducia nella giustizia, la correttezza nei rapporti tra potere economico, gruppi editoriali, potere politico. La crisi della Borsa ha molti responsabili, comprese talune azioni giudiziarie che presentano aspetti scriteriati. Quando si mettono le manette, senza alcun obbligo di legge o senza ricorrere a istituti di cautela che pure la legge prevede, a finanzieri che rappresentano la metà del listino, è difficile non prevedere incontrollabili reazioni psicologiche”. Basta sostituire Ambrosiano con Eni, Calvi con Descalzi e Craxi con Renzi.
Matteo, ormai hai 39 anni: è tempo che tu sappia di chi sei figlio.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 17th, 2014 Riccardo Fucile
L’UOMO BECCATO IN CALLE LARGA XXII MARZO, NEL CUORE DELLO SHOPPING…E SUL WEB SCATTA L’INDIGNAZIONE
Un gondoliere ritratto in una posa inequivocabile e scatta l’indignazione sul web.
Un pope è stato fotografato di spalle in un atto che a tutti è sembrato esplicito: avrebbe cioè usato un portone a mo’ di vespasiano.
E non in una zona periferica di Venezia ma vicino all’hotel Bauer, a due passi da calle larga XXII marzo, cuore pulsante dello shopping griffato e dei monumenti più importanti della città .
«Come vuoi che si comportino i turisti, se non diamo noi il buon esempio?», commenta più di una persona su Facebook.
Venezia non è nuova a episodi come questo ma finora i «colpevoli» erano sempre stati «foresti», mai residenti.
In agosto, i veneziani si erano infuriati per una fotografia che avrebbe ritratto due turisti in area marciana mentre usavano un cestino dell’immondizia al posto del wc.
Il condizionale però è d’obbligo, l’immagine – proprio come quella del gondoliere – era ambigua e facilmente fraintendibile.
Sui social network è tuttavia scoppiata la rivolta contro la maleducazione che imperversa in città .
«La creme di Venezia», ironizza qualcuno.
«Ma non erano i turisti a rovinare la città ?», si chiede qualcun altro.
Altri ancora chiedono che il gondoliere venga individuato e punito per il gesto «vergognoso».
«Chi è senza peccato scagli la prima pietra», commenta però più di una persona in risposta alla generalizzata levata di scudi contro i turisti, ritenuti da tanti la causa principale del degrado nei costumi e nei comportamenti in centro storico.
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 16th, 2014 Riccardo Fucile
LA MINACCIA DEL VOTO ANTICIPATO NON ATTACCA: NIENTE QUOTA 570 PER ENTRAMBI: BRUNO SI FERMA A 544, VIOLANTE A 526
La minaccia di voto anticipato scandita da Matteo Renzi di fronte alla Camere non basta a sboccare
l’impasse sull’elezione dei due giudici della Consulta e dei membri laici del Csm.
All’undicesima votazione è ancora fumata nera.
Non ce la fa nè Luciano Violante nè Donato Bruno a raggiungere il quorum di 570 voti. Con l’aggiunta di una clamorosa sorpresa.
Il candidato di Forza Italia raggiunge quota 544 voti, e quindi sale rispetto alla votazione del giorno prima in cui si era attestato a quota 529.
Violante è sotto, a quota 526. In calo rispetto ai 530 del giorno prima.
E per la prima volta in calo da tre votazioni.
Niente quorum neanche sul Csm: Luigi Vitali ha ottenuto 389 voti, Alessio Zaccaria 140 e Nicola Colaianni 136.
Il volto del vicesegretario Lorenzo Guerini in tarda serata è lo specchio della preoccupazione.
Perchè è evidente che qualcosa non ha funzionato. Chi ha assistito allo scrutinio racconta che su 57 schede c’era solo il nome di Donato Bruno, mentre su 36 solo quello di Violante.
Un dato che alimenta i sospetti sulla “lealtà ” con cui è stato sostenuto il ticket.
Con una parte di Forza Italia che ha giocato ad azzoppare Violante.
Perchè ormai, come accaduto nelle precedenti votazioni, è evidente che i gruppi del partitone azzurro sono fuori controllo. E nei voti poco organizzati confluiscono più malumori: verso il patto del Nazareno, verso lo strapotere di Verdini, verso Berlusconi ormai assente dalla vita del partito.
E confluisce l’antipatia atavica verso l’ex presidente della Camera.
Insomma, i veleni scorrono a fiumi nel segreto dell’urna. E per la prima volta autorevoli fonti Pd ammettono che “il problema è politico”. E che a questo punto è difficile trincerarsi dietro l’alibi di questi giorni che il problema è solo tecnico e legato agli assenti.
Alla Camera gli assenti erano molto pochi. Per l’occasione sono arrivati anche quelli che di solito non si vedono mai, come gli avvocati di Silvio Berlusconi e Niccolò Ghedini.
Per tutto il giorno si respirava un’aria di cauto ottimismo. Bruno, seduto su un divanetto, aveva praticamente la processione di parlamentari che a urne ancora aperte si congratulavano per il risultato.
E invece nell’urna si sono materializzate le resistenze sul “patto del Nazareno”. Neanche la minaccia di voto anticipato riesce a piegarle.
Anzi, accade proprio l’opposto: “Il cambio di marcia invocato dal presidente del Consiglio non si realizza. Renzi non cambia verso al Parlamento” dice un democrat a serata inoltrata.
E il voto su Luciano Violante rischia di diventare un caso. In casa democrat aleggia il fantasma dei 101. Del tradimento nell’urna.
È un fantasma “politico”, molto poco tecnico. Perchè tutto, dalle parti del Nazareno, anche il voto della Consulta rientra in una partita più grande, quella del Great game per il Quirinale.
Lo spiega a microfoni spenti un parlamentare molto vicino alla trattativa: “Violante alla Corte da molti viene vissuto come ingombrante. Sai, va alla Corte, organo costituzionale e di garanzia per eccellenza, poi ne diventa presidente… E quando si apre la successione di Napolitano, non dico che è candidato, ma è l’unico che arriva all’appuntamento da non rottamato, anzi da esponente della vecchia guardia votato sia dal partito di Renzi che da quello di Berlusconi. Per parecchi tutto questo è scomodo”.
Si spiegherebbe così la “freddezza” con cui Renzi lo avrebbe sostenuto.
A caldo trapela dal Nazareno che il premier non ha intenzione di mollarlo. E che si sta valutando un modo per rendere più controllabile il voto.
Magari dando precise indicazioni per renderlo tracciabile, come accade quando si elegge il capo dello Stato.
Chiedendo ad alcuni gruppi di votare “Violante”, ad altri “Luciano Violante” ad altri “L. Violante”. Chissà .
Il dato è che il ticket è stato bocciato. Bruno confidava a più di un parlamentare le sue preoccupazioni. Perchè è chiaro che, se cade la candidatura di Violante, cade anche la sua.
A notta fonda sia Bruno sia Violante sono ancora in campo.
Sia pur azzoppati dalle resistenze del Parlamento.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 16th, 2014 Riccardo Fucile
SONO CENTRI DI SPESA SENZA CONTROLLO: DAL 1995 LE AMMINISTRAZIONI OPTANO PER IL BUONO PASTO O IL SERVIZIO DI RISTORAZIONE COLLETTIVA
Incassato il blocco degli stipendi non resta che consolarsi con la frittura di calamari e la torta rustica alla mensa di Stato, ultimo e persistente privilegio (o diritto, a seconda dei punti di vista) del pubblico impiego sotto tiro.
Secondo i dati del Tesoro ce ne sono un migliaio sparse per l’Italia e ogni anno all’Erario, scuole e ospedali esclusi, costano la bellezza di 490 milioni di euro, in aggiunta ai 722 erogati in buoni pasto.
Da quelle porte i commissari alla spesa non sono mai entrati e pare non lo faranno neppure stavolta, in occasione della dieta del 3% che il governo ha prescritto ai ministeri.
Si imbatterebbero però in situazioni sorprendenti, dove il grasso — è il caso di dire — cola davvero.
Alla Farnesina ad esempio, dove i funzionari sono a lungo distratti dalle vicende internazionali per occuparsi di questioni di cucina e del grammo del prezzemolo.
In un mondo squassato da venti di guerra, il nostro Ministero degli Esteri non poteva sottrarsi all’emergenza domestica di rinnovare il contratto per la mensa interna: entro il prossimo 18 settembre deve selezionare un operatore della ristorazione che in cambio di sette milioni e mezzo di euro provveda a sfamare i 2.300 dipendenti della sede centrale per i prossimi tre anni. E poco importa se a sentir loro preferirebbero di gran lunga un buono pasto.
Certo, costa molto meno dell’analogo bando Rai che ai contribuenti italiani sta per mangiare, è il caso di dire, la bellezza di 50 milioni di euro, dieci per ogni anno della convezione quinquennale oggetto della gara.
Tanto costa far sedere a tavola dirigenti, dipendenti e ospiti della tv di Stato che da mesi s’arrovella per trovare 150 milioni da portare in dote al governo e che, alla fine, verranno grattati dalla solita padella: vendita dei gioielli di famiglia (RaiWay), tagli al personale e “riorganizzazione” delle strutture giornalistiche, vale a dire svuotando quel poco che resta a giustificare il canone.
Mense di Stato affare serissimo, dunque.
Anche perchè in tempi di deflazione basta un piccolo beneficio per allargare la forchetta dell’equità sociale e tagliare col coltello l’Italia in due: quella che s’accomoda a tavola, magari con tutti gli onori e su marmi smaltati, e quella che deve accontentarsi del buono pasto, quando c’è.
Poco più in là , del resto, ci sono gli esclusi del tutto, gli ex impiegati e i collaboratori che non hanno nè l’uno ne l’altro perchè tutto si taglia, ma non la mensa interna.
La sua dura legge è: meglio qualche lavoratore in meno che gli altri a bocca asciutta, ontologicamente indisponibili al ticket che per gli “altri italiani”, 1,9 milioni di statali e due milioni di privati, è il pranzo.
Buoni pasto, mense autogestite e servizi esterni. Il business della pausa pranz
Affare anche costosissimo, poi.
Secondo i dati Consip per la “ristorazione collettiva” — tra personale, materie prime, pulizia dei locali, lavanderia, assicurazione etc — lo Stato mette sul piatto ogni anno 1,6 miliardi di euro. La metà circa (51%) è in carico agli enti locali (mense scolastiche, soprattutto), un altro 25% alla Sanità (ospedali), un 19,5% alle forze armate e di polizia.
Nel 4,5% residuo, che varrebbe minimo 75 milioni di euro l’anno, c’è poi la zona grigia delle amministrazioni che senza un obbligo o una ragione specifica (la sede è periferica, il personale non può allontanarsi etc) hanno deciso di optare comunque per la mensa in affidamento diretto. Una facoltà definita per legge nel 1995, in occasione della finanziaria.
E questa libertà , come spesso accade, ha messo le ali alla spesa e complicato la vita a chi volesse monitorarla, controllarla e ridurla.
Ne sanno qualcosa i tecnici del Tesoro: “La rilevazione del conto annuale — spiegano — viene fatta al livello di ente e non al livello di unità locale. Un terzo delle amministrazioni che hanno sostenuto una spesa per le mense ha erogato anche buoni pasto, evidentemente a causa di situazioni e valutazioni differenziate nelle diverse unità locali appartenenti al medesimo ente”.
Una certezza, però, c’è.
Buona o cattiva che sia, e per quanto possa costare, chi la mensa ce l’ha se la tiene a denti stretti.
E non ci pensa proprio a sostituirla, magari aderendo alla convenzione Consip che da 15 anni il Mef ha attivato per dotare tutte le amministrazioni di buoni pasto sostitutivi (quella in corso vale 910 milioni, quasi un miliardo).
Per non scontentare nessuno, esiste anche una terza via di organizzare il servizio che consente alle amministrazioni di usare il proprio personale per la gestione e di acquistare direttamente le derrate alimentari necessarie (la convenzione Consip che vale 800 milioni di euro l’anno). Spreco e potenziale risparmio, dunque, si annidano laddove le amministrazioni procedono direttamente all’affidamento del servizio con una propria gara, fuori da ogni convenzione centralizza d’acquisto.
Alla Farnesina, tra marmi e ricette scelte dai dirigenti
Soltanto lì, tra le pieghe dei bandi che si cucinano in casa, si coglie a pieno la premura con cui le amministrazioni pubbliche adempiono all’ufficio.
La Farnesina, ad esempio, ma altri se ne potrebbero fare. A predisporre la nuova gara per “ristorazione, mensa e bar” è stato un dirigente di II fascia. Formazione da contabile, incarichi funzionali importanti in diverse direzioni generali. Nel 2009, per dire, ha preso parte come ufficiale di collegamento alla Riunione G8 dei Capi di Stato e di Governo a L’Aquila. Approdato alla direzione Risorse — come altri colleghi prima di lui — si occupa d’altro, nello specifico è il “responsabile del procedimento” di gara del servizio mensa. Che è tutto da leggere.
Prescrive a chi effettuerà la fornitura del servizio di scodellare, ogni santo giorno, tre primi e tre secondi diversi a scelta del dipendente.
Il capitolato tecnico specifica: “giovedì, gnocchi”. Nessuno sa il perchè, ma è tassativo ed “eventuali variazioni dovranno essere motivate”.
Nell’allegato n 3, di ben dodici, c’è anche — non è uno scherzo — il ricettario by Farnesina. In piccole schede distilla con precisione grammature e ingredienti per singolo piatto.
Risolve pure l’eterno conflitto dell’amatriciana: pancetta o guanciale? Quella doc, sdoganata per via diplomatica, deve contenere 100 grammi di pasta di semola di grano duro, pancetta “tesa” (30 grammi), cipolla, pomodori.
Guai dimenticare peperoncino rosso e sale: ne va un grammo.
Altre ricette consigliate sono il minestrone di lenticchie secche (40 grammi), il pesce alla mugnaia (con acciughe), pollo alla cacciatora (attenzione, ci va il prezzemolo: un grammo), torta rustica e così via. Impossibile, a questo punto, non prendere in contropiede il funzionario che ai fornelli ne sa una più di Gordon Ramsey.
“Guardi che noi non abbiamo inventato nulla”, risponde con gentilezza e modestia lui, ex commissario contabile del Consolato Generale d’Italia a Hong Kong. “Il capitolato lo ha redatto una mia collaboratrice, ma so che altre amministrazioni forniscono indicazioni simili cui ci siamo ispirati. In ogni caso mi spiace, non sono autorizzato a rilasciare notizie sul funzionamento dell’ufficio e sulla redazione di documenti di gara. La prego, sia gentile”.
Il paradosso: si risparmia se non ci si mangi
La Farnesina ritiene però che la mensa sia economica e consenta un notevole risparmio per l’Erario.
Fornisce anche dei numeri precisi. “Ogni giorno mediamente gli utenti del servizio sono circa 900 a fronte di circa 2.300 dipendenti in servizio che avrebbero tutti diritto al buono pasto qualora non fosse attivo il servizio mensa. La spesa per il MAECI è dunque meno della metà di quella che sosterrebbe con l’erogazione di buoni pasto a tutto il personale che ne avrebbe diritto”.
In sostanza il risparmio della mensa è determinato dal fatto che due terzi del personale che ne ha diritto ha finito per rinunciarvi.
E forse bisognerebbe anche chiedersi perchè, visto che i lavoratori lamentano da anni la scarsa qualità di cibo e servizio e tramite i loro sindacati hanno espressamente chiesto di rinunciarvi per il buono.
“Del resto funziona così — spiega un decano del ministero — le amministrazioni aggiudicano le gare con un ribasso tale sulla base d’asta che i margini del fornitore per dare un buon sevizio si riducono all’osso. L’operatore che capisce poi che non sarà rinnovato finisce per trascurarlo del tutto, sia sul fronte delle portate proposte che del servizio”.
E perchè tenere la mensa allora?
“Semplice, perchè il contratto dei diplomatici che qui dettano legge non prevede buoni pasto. Così gente che guadagna anche 10mila euro al mese mangia qui. Magari male, ma gratis”.
Ma è poi funzionale la mensa interna?
“In realtà un’altra ragione per cui la maggior parte dei dipendenti non mangia qui è dovuta ai tornelli contatempo: perderebbero 20 minuti di tempo di lavoro. Mangiare in mensa, di fatto, è come uscire dal ministero. Così la gente si compra il panino al bar interno, dove non c’è il tornello, e spende dai 5 ai 10 euro di tasca propria. Si tratta soprattutto di donne lavoratrici per le quale anche 20 minuti al giorno sono tempo preziosissimo. Mangiano male in piedi al bar, oppure consumano alla scrivania dell’ufficio il panino che si portano da casa”.
Ai dipendenti ora tremano già i polsi pensando che il nuovo contratto, per ragioni di risparmio, avrà un prezzo a base d’asta inferiore al precedente.
Quello in scadenza, gestito dalla ditta barese Ladisa Spa, costa 8,30 euro più Iva per ogni pasto erogato ma il ministero fa sapere il nuovo affidamento farà leva su tariffe inferiori, avendo fissato il prezzo a base d’asta a 7,50 euro (iva esclusa).
Ci sono però 18 piccoli indiani (su una platea 2.300 dipendenti) che la fortuna e la distanza hanno dispensato dalla mensa.
Si tratta, non è uno scherzo, del “personale in servizio presso la sede centrale che presta stabilmente la propria lavorativa in sedi decentrate distanti più di 800/1000 metri dalla Farnesina”.
Un chilometro, dunque, e sei salvo.
Nello specifico, spiega ancora la nota del Ministero, “rientrano oggi in tale categoria unicamente i dipendenti in servizio presso gli Uffici siti a Villa Madama”.
Per chiudere il ragionamento sull’economia delle mense, giacchè la Farnesina si è mostrata eccezionalmente collaborativa, si devono mettere in conto anche i costi che non si leggono nel bando.
Che non sono di poco conto, soprattutto quando prendi la mensa al sesto piano e la trasferisci al meno uno. Qui è andata così, con conseguenti oneri di adeguamento dei locali che non sono ancora finiti. Un anno fa è stata ristrutturata l’area di consumazione spendendo 80mila euro tra pavimento e controsoffitti (sopra il video dell’inaugurazione).
Oggi è in corso l’intervento sull’area cucina, lavaggio e bagni che dovrebbe concludersi entro i primi di ottobre al costo di 89.792 euro. Ma sono soldi ben spesi, perchè la mensa è eterna.
Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 16th, 2014 Riccardo Fucile
SOLO LUI PUO’ SUGGERIRE A RENZI COSA NON FARE…. INFLUENTE E SCHIVO, HA SORPASSATO DELRIO E CARRAI
C’è solo una persona che conta davvero, nell’attuale mondo di Matteo Renzi, uno che ha il potere di dirgli di
no, di suggerirgli cosa non si può fare, di segare avversari interni e far crescere magari altri.
C’è solo uno che, per quanti «no» dica al premier, alla fine Renzi stesso non solo accetta ma – è cosa non nota – ha soprannominato «il signor No».
Tutti sanno del soprannome pubblico di Luca Lotti, «lampadina», pochissimi del vero soprannome: «il signor No».
Luca Lotti è un uomo che parla poco coi giornalisti, già questo indice di intelligenza e mente ferma.
Quando nel 2013 gli chiesero se Letta doveva sentirsi preoccupato da una leadership Renzi nel Pd, rispose «assolutamente no. Fossi in lui sarei contento perchè avrei un Pd più forte che mi sostiene e che mi sollecita».
La crudezza senza ostentazione di frasi così è però unita a una riservatezza senza nessuna spacconeria, che invece tanti renziani si consentono, credendosi (senza esserlo) simili a Renzi. Lotti no.
“Il Lotti” – come lo chiamavano a Firenze quand’era capo di gabinetto del sindaco – non sbraca mai. C’è di più: il Lotti gestisce potere vero.
Se Maria Elena Boschi è la «prima della classe», se Dario Nardella a Firenze ha una pacca sulla spalla per tutti («di cosa hai bisogno?») e – sindaco al posto di quella che era la prima scelta, Stefania Saccardi – si sogna futuro Renzi, alla Festa dell’Unità di Firenze la folla più grande è stata per Lotti (sia rispetto a Nardella, sia rispetto a Boschi ieri sera).
Una folla che è andata davvero a baciargli la pantofola: tutti, dal militante all’aspirante renziano, a chiunque sperasse di ottenere un’attenzione, non si vuol dire un contratto nello staff di Palazzo Chigi, si prostravano.
Del resto tutta la faccenda dello staff è passata materialmente – e non solo – da lui (e grazie a Lotti si sta infine sbloccando, considerando che mai un team del premier era stato senza contratti per più di sessanta giorni).
Se «Franco» è lo storico segretario factotum di Renzi, è Lotti che tiene le chiavi politiche e apre e chiude porte (e Franco resta a Firenze).
A Roma raccontano sia stato Lotti – lui naturalmente negherebbe – a decretare un declassamento di Delrio: uno «fratello minore», l’altro «fratello maggiore», come li chiama Renzi: ma il minore qui vince.
Se però chiedi di Lotti, tutti si zittiscono.
In un ambiente dove tutti chiacchierano e twittano e whatsappano troppo, non solo Lotti lo fa poco, ma pochi hanno voglia di parlare di lui: Lotti può stopparli, dunque è una specie di tabù nel nuovo potere: il più freddo e il più bravo.
Se ci fosse Frank Urquhart-Underwood – il personaggio di House of Cards – nel renzismo, sarebbe lui.
È capace di polso durissimo.
Quando la riforma del Senato stentava, racconta un senatore che Lotti scrisse un sms a Zanda, «se succede ancora andiamo a votare a ottobre».
Quando Sel superò la soglia di critiche tollerata (a fine luglio) Lotti avvisò «se continuano così non si fanno alleanze locali».
Ha 33 anni – gli anni di Cristo, biondo come lui – ma sa essere fermo, lucido e a fuoco come gli altri del gruppo, mal per loro, no. *
Se Bonifazi dice «L’Unità rinascerà », si vedrà .
Se lo dice Lotti (l’altra sera a Firenze: «Ci siamo presi un po’ di tempo perchè vogliamo dare una mano»), è tutto diverso: si sta muovendo con imprenditori.
All’Ilva appare Renzi, ma è Lotti vicino a una soluzione. Sui nomi, può far passare degli ignoti, come il sindaco di Montelupo, Paolo Masetti, nuovo delegato nazionale alla Protezione Civile dell’Anci: un ruolo che può «romper le scatole» all’Agenzia del Demanio, affidata a Roberto Reggi.
Su Mps, è lui che ha mediato.
Eppure pochi sanno apparire giovani e «diversi» dal resto del renzismo.
Lotti non mette quelle camiciazze bianche, Lotti si veste coi jeans scuri e il golfino, blu o nero.
Lotti è biondo, e con gli occhiali neri (stile Oakley) ha un suo perchè.
Lotti per rinsaldare l’amore con la moglie le compra una pagina di pubblicità sul quotidiano locale per dirle auguri il giorno del compleanno.
Lotti, figlio di un dirigente di banca, è diventato quasi più potente di Marco Carrai, l’amico imprenditore di Renzi, non suo amico a sua volta.
Anzi, forse senza «quasi».
Jacopo Iacoboni
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Settembre 16th, 2014 Riccardo Fucile
RENZI NON TAGLIA SOLO I NASTRI, MA ANCHE I SERVIZI SOCIALI DEI PIU’ DEBOLI
Sara ha 14 anni, è disabile dalla nascita e ieri non è andata a scuola.
Perchè? Perchè i suoi genitori le vogliono risparmiare l’umiliazione di farsi la pipì addosso: il suo handicap le impedisce di andare in bagno da sola.
Andrea ha bisogno di un educatore specializzato per comunicare con insegnanti e compagni: non c’è. Niente scuola, nemmeno per lui.
Succede che quest’anno la Provincia di Napoli, con una delibera datata 7 agosto, ha interrotto l’erogazione dei fondi per le attività e l’inserimento dei disabili, con il risultato che per seicento studenti delle scuole superiori del Napoletano l’anno scolastico non è iniziato.
“Ogni impegno di spesa in materia di assistenza e diritto allo studio è sospeso perchè non è stato ancora approvato il bilancio dell’ente, i cui termini sono stati prorogati al 30 settembre”, spiega Maurizio Moschetti, assessore provinciale all’Istruzione.
“Spero che da qui a venti giorni sia possibile trovare una soluzione”.
Dunque non chiedetevi che ne è stato dei principi costituzionali, de “la scuola è aperta a tutti”, dei “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, del “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale”.
“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”: cosa resta dell’articolo 3?
Una manciata di cifre intricate, di scaricabarile e un tristissimo gioco di prestigio sulla pelle dei più deboli.
Nel rapporto annuale Istat 2014 si legge che l’Italia è al settimo posto tra i Paesi Ue per la spesa in protezione sociale (sanità , previdenza e assistenza) destinando il 29,7% del Pil (la media europea è 29%).
Ma esiste una forte disomogeneità nelle voci di spesa: le pensioni di anzianità e vecchiaia assorbono oltre il 52 % della spesa totale (media europea 39%), mentre alla disabilità viene riservato il 5,8% contro il 7,7% della media europea e a famiglia, infanzia e maternità destiniamo solo il 4,8% contro l’8% della media europea.
Questi numeri ce li racconta Toni Nocchetti, medico napoletano e anima dell’associazione Tutti a scuola, che da anni lotta per il diritto allo studio dei ragazzi con handicap.
“Non mi domandi perchè lo faccio: tutti mi chiedono, con stupita ammirazione, i motivi del mio impegno visto che non ho figli disabili. Lo faccio perchè sono un essere umano, un papà e un cittadino. La disabilità dovrebbe essere considerata come un minimo comune denominatore di civiltà ”.
Nella sede di Tutti a scuola i telefoni sono impazziti: i genitori chiamano per sapere come comportarsi.
Qualche istituto ha detto “tenete vostro figlio a casa”, qualche altro “portatelo a scuola, ma solo per un paio d’ore”.
“Il Miur ha delegato l’assistentato materiale in alcuni territori alla Provincia, in altri ai Comuni ”, spiega ancora Nocchetti.
“In termini pratici l’assistentato materiale significa la possibilità di andare in bagno, mangiare la merenda nell’intervallo, entrare e uscire dalla classe. Il ministero, in maniera del tutto impropria, scarica la responsabilità sugli enti locali, ma tra tagli e patti di stabilità non ci sono risorse e quindi ci troviamo in questa situazione”.
A concorrere però non è solo la mancanza di fondi: “Il sistema è assurdo. Per esempio i costosi ausili scolastici come carrozzine e banchi speciali non possono essere riutilizzati perchè per legge quando non servono più allo studente cui sono stati destinati, che magari è cresciuto o ha lasciato la scuola, devono essere risanificati. Ma in Campania, per esempio, non esiste una struttura autorizzata a questa procedura. Evidentemente più del buon senso contano le lobby dei produttori. Alla faccia della semplificazione amministrativa”.
Nell’anno scolastico 2007/2008 gli alunni disabili, secondo il Miur, erano 174.404 e l’organico di sostegno, che comprende sia i docenti di ruolo che i precari, contava 88.441 unità .
L’anno scorso gli alunni disabili erano 209.814, gli insegnanti erano 110.216.
“Quasi la metà : questo vuol dire che ogni allievo è seguito da un insegnante di sostegno per la metà del tempo scolastico.
Voglio sottolineare che la sentenza 80 della Corte costituzionale del febbraio 2010 ha messo a disposizione oltre 15.000 insegnanti di sostegno, dopo centinaia di ricorsi delle famiglie ai Tar di tutta Italia. Ma la politica non ha fatto nulla”.
E per quest’anno? “Il Miur – prosegue Nocchetti — comunica che gli alunni disabili cresceranno solo di mille unità e ammonteranno a 210.909. E ancora una volta saremo costretti a segnalare al ministro che il Servizio statistico del Miur pratica un gioco che a Napoli è fatto per imbrogliare gli ingenui avventori, il gioco delle tre carte, mescolando i numeri e lasciando apparire cose non vere. Vuole un esempio? Sembra che le 13.342 immissioni in ruolo di insegnanti di sostegno varate dal governo Letta-Carrozza (legge n. 128/2013) in tre anni successivi (con tranche di 4.447 lo scorso anno, 13.342 questo e 8.895 il prossimo) rappresentino nuove cattedre. Si tratta invece di insegnanti che di fatto venivano già utilizzati. È semplicemente, lo dico con pacatezza, vergognoso. Una classe politica seria non mette tre bambini con difficoltà nella stessa classe, piazza un insegnante di sostegno e risolve la questione: sono prove tecniche delle classi differenziali. Sarà anche difficile da digerire, ma se le risorse non ci sono la politica ha l’onere di reperirle. O almeno di dire la verità ”.
Silvia Truzzi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 16th, 2014 Riccardo Fucile
LA CLASSIFICA DELL’EU SOCIAL JUSTICE INDEX TIENE CONTO DEI FATTORI POVERTA’, EDUCAZIONE, LAVORO, SANITA’ E COESIONE SOCIALE
Giustizia sociale, l’Italia è quintultima in Europa. Peggio solo Grecia, Romania, Bulgaria e Ungheria. 
L’impietosa fotografia è dell’EU Social Justice Index 2014, un progetto di ricerca della della London School of Economics e della fondazione tedesca Bertelsmann Stiftung, che incrocia i dati dei 28 Paesi Ue per quanto riguarda povertà , educazione, lavoro, sanità e coesione sociale.
Malissimo la “giustizia generazionale”, con i giovani italiani in fondo alle classifiche su lavoro e inclusione sociale.
In dettaglio, l’Italia si è aggiudicata il 23esimo posto — su 28 Paesi Ue — con un indice di 4,70 (da 1 a 10) nella giustizia sociale complessiva.
Poco sopra la disastrata Grecia (3,57) ma ben sotto i soliti Paesi del Nord come Svezia (7,48), Finlandia (7,13) e Danimarca (7,06).
Non va meglio guardando i singoli parametri, dove la Penisola è quasi sempre sotto la media europea: prevenzione della povertà , inclusione sociale, educazione, accesso al mercato del lavoro.
L’Italia arriva prima solo per i cosiddetti neet, ovvero giovani tra 20 e 24 anni che non sono impegnati nè in attività di formazione, nè di tirocinio, nè di lavoro.
Nel Paese sono ben il 32 per cento, un’enormità in confronto al Lussemburgo (7,4 per cento) ai Paesi Bassi (7,8 per cento) e alla Danimarca (8,7 per cento).
Secondo gli autori dello studio, proprio la misera condizione dei giovani, che danneggia la coesione sociale e la lotta alle discriminazioni, assesta un duro colpo alla cosiddetta “giustizia generazionale”, che in teoria mira ad “un equilibrio tra gli interessi delle fasce di popolazione più giovani e quelle più anziane”.
E le cose vanno sempre peggio, visto che la percentuale dei neet in Italia è aumentata del 10 per cento negli ultimi 5 anni, passando dal 21,6 per cento del 2009 al 32 per cento del 2014
Meglio l’economia, peggio la giustizia sociale.
A guardare i dati si possono riassumere così le 114 pagine del rapporto Social Justice Index, secondo il quale “ai piccoli progressi dei Paesi Ue in termini di stabilità economica non fa da contrappeso una migliore condizione dei loro cittadini”.
Si potrebbe pensare che ci si trovi di fronte agli effetti di una lunga crisi economica, ma a guardare la situazione di Paesi come Spagna e Portogallo qualcosa non torna: sia pur maggiormente colpiti dalla crisi e dalla disoccupazione rispetto all’Italia, entrambi i Paesi si trovano qualche posizione sopra nella classifica generale.
Un altro chiaro esempio lo danno Irlanda e Svezia: simile Pil pro capite ma ben 17 posizioni di differenza nell’indice.
Cresce il divario tra Nord e Sud Europa.
Il caso italiano è la riprova dell’evidente divario in termini di giustizia sociale complessiva tra Paesi del Nord e del Sud Europa, con i primi cinque posti saldamente in mano a Svezia, Finlandia, Danimarca, Lussemburgo e Germania.
Una situazione che, secondo gli esperti, va a discapito soprattutto dei più giovani. Secondo il report, infatti, il 28 per cento dei giovanissimi 0-17 anni sono a rischio povertà in Europa e il 3,5 per cento povero lo è già .
“La crescente ineguaglianza sociale tra generazioni e tra Paesi diversi può portare a forti tensioni e perdita di fiducia”, afferma Jà¶rg Drà¤ger, membro del consiglio direttivo SIM Europe, il quale non ha dubbi sugli scenari futuri: “Se una simile situazione dovesse continuare ancora a lungo o addirittura peggiorare, l’intero progetto di integrazione europea si troverà in serio pericolo”.
Alessio Pisanò
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Settembre 16th, 2014 Riccardo Fucile
IL “GIGLIO MAGICO” ARRIVA A SAN MINIATO E ARRUOLA L’EX ASSESSORE DI RIFONDAZIONE E LA MOGLIE
Comunisti duri e puri, eppure entreranno nello staff di Matteo Renzi a Palazzo Chigi. Pilade Cantini, ex assessore di Rifondazione comunista a San Miniato (Pi) e la moglie Elena Ulivieri sono pronti a lavorare per il premier: il primo si occuperà della corrispondenza, la seconda dei social network.
Pilade, che nel profilo Facebook scrive il proprio nome in cirillico a sottolineare la vicinanza con la Russia, è stato anche capo segreteria dell’assessore al traffico a Firenze, quando Renzi era sindaco.
La Ulivieri è laureata in informatica e web designer, con una forte militanza a sinistra.
“Ci voleva proprio lui, Renzi, per avere un comunista come me nel palazzo del governo, perchè oggi in questo Paese siamo rimasti davvero pochi”, dice Pilade al quotidiano La Repubblica. “Una cosa è la stima che ho per Renzi, un’altra le opinioni personali, ormai sono due piani separati. Io sono un uomo d’altri tempi, uno che rimugina, non certo veloce come il mondo contemporaneo: a me l’ideologia piace tanto. Renzi invece è davvero post-ideologico, apprezza le persone, segue l’intuito”.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 16th, 2014 Riccardo Fucile
DIECI ORE DI LAVORO AL GIORNO, SOTTOPAGATI 5 EURO L’ORA
Vivono in tende improvvisate, senza acqua calda e con due bagni chimici per circa 150 persone. 
Il lavoro è regolato da alcune cooperative.
Tutti hanno dei contratti, ma nessuno li rispetta: 10 ore di lavoro al giorno per 10 giorni, mentre sulla carta dovrebbero lavorare solo 2.
La nuova frontiera del made in Italy assomiglia pericolosamente a Rosarno o alle campagne in provincia di Foggia.
Siamo a Canelli, fra le colline dell’Astigiano, patria dello Spumante e del Moscato d’Asti: 120 milioni di bottiglie all’anno.
La vendemmia dei bianchi dura solo due settimane durante le quali serve molta manodopera, così la cittadina piemontese viene invasa da centinaia di braccianti dell’Est Europa, principalmente bulgari, che per 5 euro l’ora lavorano nelle vigne.
Ma le condizioni di vita, oltre che quelle di lavoro, sono al di sotto degli standard minimi di vivibilità
Cosimo Caridi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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