Settembre 16th, 2014 Riccardo Fucile
E NON VERSANO NEANCHE I 1.000 EURO DESTINATI AL FONDO PER LA COMUNICAZIONE
Volevano evitare la guerra degli scontrini almeno in Europa, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio.
Dopo le liti sulla diaria da restituire — «abbiamo un problema di cresta», aveva confessato il fondatore sul blog — per Bruxelles e Strasburgo si era deciso di fare diversamente.
I 17 parlamentari europei del Movimento — a differenza di deputati e senatori grillini — possono tenersi i loro stipendi.
Guadagnano 8000 euro lordi al mese, più 304 al giorno di diaria (corrisposti quando sono nelle sedi europee), e 4299 per le spese generali (telefono, computer, attività degli uffici).
Oltre, ovviamente, ai rimborsi per le spese di viaggio.
Il totale oscilla tra i 17mila e i 19mila euro lordi al mese.
Cui si aggiungono i 21.200 del fondo che serve loro ad assumere 6 collaboratori, 3 italiani e 3 a Bruxelles, gestito direttamente dal Parlamento europeo.
E però, il regolamento che hanno firmato per potersi candidare qualche richiesta la faceva: affidare la comunicazione a un gruppo di lavoro scelto dalla Casaleggio Associati (quello guidato da Claudio Messora), pagarne gli stipendi attraverso il fondo per i collaboratori (ognuno dei 17 europarlamentari ha assunto due persone).
Infine, devolvere 1.000 euro per il funzionamento di quel gruppo.
È qui che il meccanismo si è inceppato. Finora quei soldi non sono arrivati, con grande irritazione degli uomini di Casaleggio inviati a Bruxelles.
I parlamentari si sono insediati il primo luglio, i collaboratori sono stati assunti, ma del fondo da creare per la comunicazione neanche l’ombra. Anzi.
«Il 12 agosto gli eurodeputati sono andati a chiedere la testa di Messora », racconta chi ha parlato con lo staff. Ignazio Corrao, trentenne di Palermo, capogruppo dei 5 stelle nella delegazione che condividono con l’Ukip di Nigel Farage, la spiega diversamente:
«Le nostre indennità sono più basse di quelle italiane, e calcolate in modo diverso. Dobbiamo solo trovare un modo di donare questi soldi senza che qualche strano organismo tra 5 anni venga a chiederci la restituzione di migliaia di euro. Non è facile, abbiamo consultato degli avvo…dei funzionari che stanno studiando la questione». Assicura, Corrao, che lo stesso staff della Casaleggio sta cercando una soluzione.
Non conferma la diversità di vedute sul gruppo di comunicazione, anche se dice: «Io sono uno stakanovista, lavoro 16 ore al giorno, ognuno di noi ha una visione diversa di come deve funzionare una struttura, ma rispetteremo l’impegno, evitando di far sorgere problemi».
Alla riunione del 12 agosto c’era anche lui: «Si è parlato solo della linea operativa per i prossimi mesi, su cosa spingere di più comunicativamente. Nient’altro».
I militanti vicini a Messora non la pensano così: la voce è che gli europei vogliano far da sè, che considerino perdente la linea comunicativa a 5 stelle.
In questi giorni, però, guru e fondatore hanno altro a cui pensare: la clausola imposta per le candidature alle prossime regionali, la necessità di non essere indagati, è vista come un tentativo di far fuori il capogruppo in Emilia Romagna, Andrea De Franceschi (finito come gli altri responsabili dei gruppi nell’inchiesta Spese pazze, e appoggiato dal sindaco di Parma Federico Pizzarotti).
Mezzo partito in regione, e parecchi deputati e senatori, sono pronti a dar battaglia. Giulia Sarti chiede che su una regola del genere si decida tutti insieme («Anche io e Di Maio siamo stati querelati, non potremo ricandidarci?»).
E chiede che sulle votazioni del blog — chiamato ora ad eleggere i candidati in regione — vigili sempre un organismo terzo.
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica”)
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Settembre 16th, 2014 Riccardo Fucile
L’ESPERTO IN TRANSAZIONI D’AFFARI E AMICO DI TUTTI
Il segreto di Donato Bruno, che l’ha portato fin quasi sulla soglia della Consulta, è questa sua aria
ammiccante, da gran furbacchione.
Lo incontri e subito lui, cordialmente, corre incontro e ti saluta.
Gli rivolgi la parola e, anzichè guardare l’orologio, si mostra paziente, col sorriso sulle labbra.
Ha un vocione dal timbro baritonale che rassicura. Raramente si sbilancia nei giudizi, specie se tranchant; in compenso ascolta come se fosse un confessore o, perlomeno, ne dà l’impressione…
Di politici così alla mano ne circolano pochi, più facile incontrare personaggi tronfi o narcisi.
Per cui già questo sarebbe sufficiente a fare di Bruno un beniamino, amatissimo dai peones di Forza Italia che l’hanno portato sugli scudi, al punto da vincere i dubbi di Berlusconi.
Perfino a sinistra l’uomo risulta simpatico, tanto che da quella parte nessuna voce si è levata per contestare il ticket con Luciano Violante.
E a pensarci un attimo è ben strano questo sostegno afasico del Pd, forse addirittura è la dimostrazione di quanto quel partito sia mutato in fretta, perchè fino a poco tempo fa nessuno si sarebbe sognato di dare via libera a una candidatura così marchiata, anzi il solo ipotizzarla avrebbe provocato scandalo e proteste tra i più timorati in quanto tutti sanno che Bruno è un vecchio sodale di Previti, che ha difeso «Cesarone» in Parlamento, che i due tuttora si frequentano, si consultano, agiscono di conserva.
La circostanza in sè non deve meravigliare: entrambi in fondo sono berlusconiani (Previti ormai un po’ meno), tutti e due esercitano la professione di avvocati, l’uno e l’altro prosperano sulla piazza di Roma.
Bruno viene dalla Puglia, per l’esattezza nacque 65 anni fa a Noci che si trova nelle Murge baresi, ma da tempo immemore si è trasferito nella Capitale.
Ha uno studio elegante in Via Veneto con tre segretarie e otto associati, tra i quali il figlio Nicola balzato agli onori delle cronache (con grande tormento di papà ) nell’ambito dell’inchiesta recente sulle baby-squillo dei Parioli.
Più che di cause civili, lo studio Bruno è fulcro di transazioni e di affari che vanno a gonfie vele, se è vero che 3 anni fa il candidato bipartisan alla Consulta aveva dichiarato redditi per la bellezza di 1 milione 751 mila euro.
Chi frequenta il noto ristorante «Da Tullio», in via San Nicola da Tolentino, spessissimo lo incontra in compagnia dei suoi facoltosi clienti, a cominciare da Stefano Ricucci, l’immobiliarista che 9 anni fa era sotto i riflettori per la love story con la Anna Falchi e per l’inchiesta giudiziaria sui «furbetti del quartierino».
Un altro immobiliarista che Bruno considera più d’un fratello è Renato Della Valle. Trascorrono le vacanze insieme, qualcuno sostiene che abbiano pure interessi in comune. Di sicuro è grazie a Della Valle che Bruno conobbe Berlusconi.
Accadde nel 1996 e da allora gli prese la passione per la politica. Per 4 volte il nostro Donato è stato eletto alla Camera e una quinta, l’ultima, in Senato.
Si è già parlato di lui per la Consulta nel 2008 e anche per il ministero della Giustizia che gli fu soffiato da un altro amico di «Cesarone», vale a dire Francesco Nitto Palma, oggi sospettato magari a torto di essere tra i «franchi tiratori».
Ricapitolando: berlusconiano doc, amico di Previti, avvocato di Cassazione ma senza speciali benemerenze sul piano accademico.
È un curriculum che potrebbe prestare il fianco a critiche. Ciò nonostante, il Pd non solleva obiezioni…
Il mistero trova una risposta, secondo chi ben conosce Bruno, nella sua natura consociativa, cioè ecumenica, alla Gianni Letta per capirsi, che lo rende amico di tutti e di nessuno, una figura senza spigoli e accomodante, quasi un «omino di burro» nel paese dei balocchi. In tutti gli anni che è stato presidente della Commissione affari costituzionali, mai che Bruno abbia preso una decisione sgradita alla sinistra, o che si sia reso responsabile di un minimo sgarbo.
Quando lasciò quella presidenza, invitò a cena tutti i commissari senza distinguo tra destra centro e sinistra.
La fedeltà nei confronti del Cavaliere è stata temperata da una filosofia politica che si riassume nel «volèmose bene».
E che stasera potrebbe valere a Bruno uno scranno tra i custodi della Costituzione.
Ugo Magri
(da “La Stampa“)
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Settembre 16th, 2014 Riccardo Fucile
I CANDIDATI SCELTI DAL PREMIER E DA BERLUSCONI NON ARRIVANO AL QUORUM… IL PRIMO SI FERMA A 529 VOTI, IL SECONDO A 530… ASSENZE IN ENTRAMBI GLI SCHIERAMENTI
Donato Bruno, insaccato dentro un ampio doppiopetto blu berlusconiano, fende per l’ennesima volta il Transatlantico, apre la porta-finestra che dà sul cortile di Montecitorio, scende pochi gradini e si accende la decima sigaretta in meno di un’ora.
Quanto fuma, Bruno. L’avvocato pugliese che vuole diventare giudice costituzionale è in ansia ma ai cronisti dice: “Sono sereno”.
Usa l’aggettivo più sfigato nell’era renziana.
Accanto a lui, c’è Nitto Palma, ex guardasigilli, tabagista come Bruno.
Sono due previtiani di acciaio, “Nicola” e “Nitto”. Nel giro di un fine settimana, Bruno da alfiere della ribellione di Forza Italia contro B. (che voleva il giannilettiano Catricalà ) è diventato uno dei due simboli del patto renzusconiano sulla Consulta.
Un giudice al Pd, l’altro al partito del Pregiudicato. Ma la fumata è ancora nera, nera, nera.
E sono dieci senza risultati La decima votazione per eleggere i due nuovi componenti della Corte costituzionale inizia alle quindici.
Nel Pd, resiste la candidatura di Luciano Violante, dalemiano nonchè uomo del Colle. Ma per la coppia Violante-Bruno è da subito brutto tempo. Le previsioni negative si sprecano.
I berlusconiani fedeli a Denis Verdini, lo sherpa dell’accordo del Nazareno,vanno in giro a rassicurare i colleghi democratici.
Mostrano un sms sul telefonino. “Vedete, non è vero che stiamo votando solo Bruno, le indicazioni sono per tutti e due, per lui e Violante”.
Segue declamazione del messaggino. Allo stesso tempo, nell’emiciclo della Camera, il fiore renziano delle riforme, Maria Elena Boschi, accarezza e massaggia la schiena del previtiano.
Il ministro bissa il bacio quasi carnale con il già citato Verdini al Senato, quando è stata approvata in prima lettura la distruzione della nostra Carta.
Berlusconiani e renziani si baciano, si accarezzano, si parlano, ridono insieme ma sulla Consulta non ce la fanno.
Bocciato Bruno, bocciato Violante. Il previtiano raccoglie 529 voti, il dalemiano uno in più, 530.
Sulla nuova faccia oscura dell’intesa Bierre (copyright Formica) si sfogano tutti i mal di pancia contro l’inciucio tra il Pregiudicato e lo Spregiudicato.
I più forti sono dentro Forza Italia. Ed è quasi un paradosso. Il ribelle Bruno si è trasfigurato nel candidato istituzionale ma non ce la fa. Sulla carta, democrat e azzurri assommano ben 553 tra senatori e deputati. Il quorum è di 570.
Con i 110 centristi circa (alfaniani, casiniani, ex montiani), si dovrebbe volare. Non è così.
La settimana scorsa, Violante venne falcidiato dalla faida interna forzista e si fermò a 468, mentre Bruno sfondò con 120 voti bruciando per sempre il nome di Catricalà .
Adesso la colpa, dicono, è degli assenti. Votano in 802. Gli azzurri che mancano sono una quindicina. Fatti altri calcoli complicati, viene fuori che i malpancisti di destra sono almeno una quarantina, compresi i dissidenti dell’ex governatore pugliese Raffaele Fitto.
Obiettivo Nazareno
Il vero obiettivo dei ribelli è il patto del Nazareno nelle sue varie forme. La più indigesta è quella con la chioma leonina e argentata di Verdini.
L’accordo gli ha dato un potere immenso e in fondo, raccontano, la paternità del fallimento di Catricalà è sua. Doppio gioco, che sarebbe stato completato, raccontano sempre, se il Pd avesse giubilato definitivamente Violante.
Un trappolone ordito, in pratica, da due toscani, lui e “Matteo”. Violante, però, per il momento non desiste, nonostante tre bocciature. Qualcuno lo chiama “accanimento terapeutico”.
Oggi si riprenderà alle 18 e i renzusconiani stavolta confidano nel superamento del quorum.
Se i due dovessero farcela contribuirebbero ad alzare il tasso di politicizzazione della Consulta. Non era mai accaduto sinora. Violante, Bruno e il già nominato (dal Colle) Giuliano Amato, ex craxiano.
Tenendo presente i due giudici che scadono a novembre in quota Napolitano, il tasso potrebbe aumentare ancora.
È la via renzusconiana per uscire nel modo peggiore, e con la benedizione del Quirinale, dal ventennio di guerra tra politica e magistratura. Non solo.
Prove generali per il Quirinale?
Una frase di Renato Brunetta, capogruppo azzurro alla Camera, sembra profetica: “Con 530 voti non si cambia candidato, con questi numeri si elegge il presidente della Repubblica”.
Nel garbuglio di ipotesi per il 2015, propedeutica all’eventuale voto politico potrebbe essere l’annunciata successione di Napolitano.
Oggi a Roma tornerà anche il Condannato. Da giorni, più fonti riferiscono di un nuovo incontro tra B. e il premier. Con la vicenda Violante da un lato, con quella Catricalà -Bruno dall’altro, per la prima volta il loro sarà un vertice che somma due debolezze.
Fabrizio d’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 16th, 2014 Riccardo Fucile
COSI’ IL GOVERNO RENZUSCONI “NORMALIZZA” CSM E CONSULTA
Ma questi analfabeti lo sanno cosa sono la Corte costituzionale e il Csm? 
A giudicare dai personaggi squalificati che vogliono mandarci e dal silenzio che avvolge i loro curricula, si direbbe di no.
Ma, a giudicare dalla pervicacia con cui insistono per quei nomi, a costo di paralizzare da quattro mesi il Parlamento, si direbbe di sì.
Il Partito Unico Renzusconi sa benissimo che la Consulta, pur già inquinata da vecchi politicanti, potrebbe ancora dare fastidio per la presenza di personalità indipendenti, che vanno al più presto rimpiazzate con uomini di stretta obbedienza.
Sennò le loro leggi incostituzionali (tipo l’Italicum) vengono di nuovo bocciate. I nomi di Violante, participio presente per tutte le stagioni, e Donato Bruno, membro della grande famiglia dei Cesaroni (è amico di Previti) e padre di un giovanotto inquisito per le baby squillo dei Parioli, rispondono perfettamente all’identikit: infatti Napolitano, che dovrebbe garantire un minimo di decenza costituzionale, tace e acconsente.
Monita solo perchè facciano presto, non perchè scelgano figure indipendenti.
Idem per il Csm: la norma che prepensiona i magistrati a 70 anni decapiterà subito i vertici di 250 uffici giudiziari, in aggiunta ai 70 già vacanti (come la Procura di Palermo), dunque occorre una truppa filogovernativa per nominare gente di fiducia. Sennò poi insabbiare le inchieste diventa difficile, e con questo tasso di devianza fra le classi dirigenti gli scandali continueranno a disturbare i manovratori.
Intendiamoci, mettere le zampe sugli organi costituzionali di garanzia è un vecchio sogno del potere politico.
Ma prima delle larghe intese, quando destra e sinistra governavano una alla volta, una parvenza di dialettica e di conflitto era assicurata. Ora, col Partito Unico, anche quel velo è caduto.
A parte i 5Stelle, ogni tanto Sel, la Lega e FdI, gli altri votano tutti col governo. Così il Csm che sta per nascere sarà il più governativo della storia.
Infatti Napolitano, che del Csm è il presidente, tace e acconsente.
Non una parola su Luigi Vitali, ex sottosegretario berlusconiano, indagato a Brindisi e addirittura rinviato a giudizio a Napoli per falso ideologico (quanto basta, secondo la legge 195/1958 sul Csm, per causarne la decadenza).
Non un fiato sull’inciucio fuorilegge per dare la vicepresidenza al sottosegretario Pd alle Finanze Giovanni Legnini, molto amato dai giornali perchè nel governo Letta aveva la delega ai fondi per l’editoria: primo caso nella storia di un membro del governo che passa direttamente alla guida di quello che spiritosamente si chiama organo di autogoverno dei magistrati.
Come possano i membri togati piegarsi a votare uno così è un mistero.
Questo avvocato abruzzese il 25 luglio 2008 prese parte con Marini, Scelli, Lehner, Farina-Betulla alla festosa processione di politici al carcere di Sulmona per portare conforto al governatore Ottaviano Del Turco, appena arrestato per tangenti e poi condannato in primo grado a 9 anni e 6 mesi.
Non si sa se Legnini fosse lì nella sua veste di senatore, oppure di socio di studio dell’avvocato Marco Femminella, legale di un coimputato di Del Turco, il capogruppo Pd Camillo Cesarone (nomen omen, poi condannato a 9 anni).
Farà piacere ai pm e ai giudici del processo Del Turco sapere che sulle loro carriere e i loro fascicoli disciplinari veglierà Legnini: lo stesso che sorride pacioso in varie foto abbracciato al plurimputato Luciano D’Alfonso, neo-governatore d’Abruzzo nel solco della tradizione penal-progressista locale.
Il trasloco di Legnini al Csm farà felice anche Giovanni Lolli, primo dei non eletti Pd, ora vicepresidente della giunta D’Alfonso, che potrà entrare alla Camera al posto suo. Nel 2008 Lolli si salvò per prescrizione dal processo sulle ruberie della Missione Arcobaleno, dov’era imputato di favoreggiamento per aver avvertito due indagati delle intercettazioni disposte dal pm barese Michele Emiliano, ora segretario del suo partito in Puglia.
E vissero tutti felici e contenti.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile
SUL LAVORO “BARRIERE” PIU’ ALTE TRA CONTRATTI TEMPORANEI E DEFINITIVI
Non ci sono le coperture strutturali per mantenere gli 80 euro anche per i prossimi anni, sul lavoro l’unico effetto è l’innalzamento delle barriere tra contratti temporanei e definitivi, sulla politica industriale solo annunci a parte un appello a non licenziare, sulla scuola vari annunci “ma non sono stati presentati disegni di legge o provvedimenti ministeriali”.
A fare la radiografia dei primi sei mesi di governo Renzi è lavoce.info.
Il breve rapporto mette sotto osservazione anche la giustizia civile, il cosiddetto “Sblocca Italia” (il cui testo ufficiale è stato firmato dopo settimane di annunci), le riforme istituzionali e il rapporto con l’Europa.
“Gli 80 euro? Compromessa l’efficacia del sostegno ai consumi
La misura più forte dell’esecutivo guidato da Matteo Renzi è stata quella della riduzione del cuneo fiscale sul lavoro attraverso l’ok agli 80 euro dal maggio scorso, dalla quale comunque — ricorda lavoce.info — sono rimasti fuori i redditi troppo bassi per pagare le tasse (gli “incapienti”), oltre che i disoccupati.
“A tutt’oggi — si legge nella relazione — non ci sono le coperture strutturali per il bonus e questo ne compromette l’efficacia nel sostenere i consumi”.
Lavoro, “barriere più alte tra contratti temporanei e definitivi
Quanto al lavoro “le garanzie giovani sin qui sono state solo promesse. Forse troppe”, esordisce l’approfondimento de lavoce.info. “Il Jobs act — aggiunge — doveva essere la prima riforma.
Ma il governo Renzi ha solo varato un decreto sui contratti a tempo determinato che, con la nuova prova triennale, rende del tutto improponibile un contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti come quello che dovrebbe essere nel Jobs act. Aumenta così il dualismo nel mercato del lavoro e innalza le barriere che separano i contratti temporanei da quelli a tempo indeterminato”.
Scuola, “vari annunci ma nessun disegno di legge”
La scuola è uno delle questioni più presenti nell’agenda di Renzi. Eppure, si legge nell’analisi della Voce — “ci sono stati vari annunci del ministro Stefania Giannini non sempre seguiti da un dibattito in consiglio dei ministri, ma ad oggi non sono stati presentati disegni di legge o provvedimenti ministeriali”.
Tra le varie misure annunciate vengono elencate l’abolizione del test di ammissione a medicina, l’abolizione delle graduatorie dei precari, l’aumento della quota premiale del Fondo di finanziamento ordinario e la sperimentazione dell’accorciamento della scuola secondaria.
L’unica novità nel frattempo è stato il via libera a oltre 30mila assunzioni per docenti (anche di sostegno) e Ata.
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Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile
CHIESTO DI FARE LUCE SU COME SONO STATE UTILIZZATE LE RISORSE DESTINATE ALL’ATTIVITA’ POLITICA OLTRECONFINE… NESSUNO SA COME SIANO STATI SPESI I SOLDI
“Trasparenza totale sulle risorse finanziarie e sul loro utilizzo all’interno del Pd”. 
A chiederlo i componenti della circoscrizione Estero dell’Assemblea nazionale del Partito democratico che, in una nota formale indirizzata al segretario Matteo Renzi, al vice Lorenzo Guerini, al tesoriere Francesco Bonifazi e alla Commissione di garanzia, denunciano senza mezzi termini la violazione delle norme statutarie del partito. Quali?
La mancata rendicontazione e conseguente pubblicazione on line delle spese sostenute dal Pd per le ultime campagne elettorali della circoscrizione Estero, quella che, fra i connazionali residenti Oltreconfine, elegge dodici deputati e sei senatori.
Alle politiche 2013, mentre in patria Pier Luigi Bersani non riusciva a smacchiare il Giaguaro, Oltreconfine il Pd vinceva facendo eleggere quattro senatori e cinque deputati a fronte di una spesa di 100mila euro.
Tutto bene quindi? No, perchè quelle spese non sono mai state rendicontate, così come tutte le altre uscite a partire dal 2010 che, secondo il documento, ammontano a oltre 400mila euro.
Così la nota, firmata trasversalmente dai membri delle tre correnti che si diedero battaglia alle Primarie 2013 (Civati, Cuperlo e Renzi), chiede formalmente di fare chiarezza nella gestione delle risorse che “appare contraddittoria rispetto allo statuto del Pd e gestita in forma discrezionale”.
Sul banco degli imputati la gestione dell’ex responsabile nazionale Pd Italiani nel mondo Eugenio Marino che, secondo i firmatari della nota, continua a non voler spiegare come siano stati impiegati quei fondi.
“Ora dovrà essere la Commissione di garanzia a spiegarci perchè in questi anni non è stato rispettato lo Statuto per quanto riguarda la trasparenza e la correttezza della gestione finanziaria”, attacca Roberto Parrillo, primo firmatario della nota, che sottolinea come in questi ultimi cinque anni non siano mai state presentate le rendicontazioni nè sia mai stato costituito il Comitato di tesoreria come invece prevede il regolamento interno del partito.
In realtà la questione non riguarda solo la trasparenza, l’etica e le regole del Pd, ma le scelte politiche che sottendono la decisione di finanziare un candidato piuttosto che un altro.
Sì, perchè dentro il Pd non sanno nemmeno quali candidati hanno potuto beneficiare di quelle risorse nè tantomeno come siano stati spesi i soldi.
E godere o meno di risorse economiche può fare la differenza fra chi viene eletto e chi no, soprattutto in una circoscrizione divisa in aree immense, grandi come uno o più continenti.
Eppure lo statuto del Partito parla chiaro.
Ecco cosa c’è scritto al comma 7 dell’articolo 17 della parte VIII: “Il Comitato di tesoreria della Circoscrizione estero, a inizio anno e non oltre il 31 gennaio, informa l’Assemblea della Circoscrizione estero sulle risorse finanziarie disponibili.
Entro il 15 dicembre successivo, lo stesso Comitato presenta una relazione su come sono state utilizzate le risorse dell’anno trascorso”.
Sullo sfondo di questa nuova lotta interna al partito, più che una battaglia fra aree e minoranze, è in atto uno scontro generazionale: i “vecchi”, legati all’emigrazione tradizionale e ai patronati italiani all’estero e i “giovani” che invece guardano alla fuga dei cervelli e meno alle braccia.
E che ora, dopo il cambio della guardia al Nazareno vogliono nuova musica e suonatori.
Anche a migliaia di chilometri da Roma.
Eleonora Lavaggi
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Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile
FANNO PARTE DEI MILIZIANI DI PRAVY SEKTOR: “E’ DURISSIMA, SI LOTTA CORPO A CORPO”… SONO UNA DECINA INVECE I GIOVANI DI SINISTRA CHE APPOGGIANO I SEPARATISTI
«È una vita durissima. Abbiamo a disposizione pochissime armi: qualche Flobert rinforzata, un buon numero di mazze. Gli scontri sono quasi sempre ravvicinati: combattiamo spesso a colpi di Molotov». Il suo nome di battaglia è Stan: piemontese, 52 anni, una moglie e dei figli che ormai non vede quasi più.
Da qualche mese la sua esistenza è cambiata: ha una nuova patria, l’Ucraina, e una nuova occupazione, la guerra.
Stan è uno dei tanti italiani che hanno deciso di andare nelle trincee del Donbass, dove da cinque mesi si combatte l’ultima guerra sporca in terra d’Europa.
Sono volontari, non percepiscono stipendio.
Lo fanno – dicono loro – per ragioni puramente ideali. «Da giovane militavo in Avanguardia Nazionale – racconta Stan -. Sognavo un giorno di prendere parte a una vera rivoluzione patriottica. Questa è la mia ultima opportunità per farlo: come potevo lasciarmela sfuggire?» Oggi Stan è un combattente del battaglione Azov, le cui insegne cosparse di rune sventolano da settimane alle porte di Donetsk.
A piazza Maidan c’è passato per caso, durante una trasferta di lavoro. Ha aderito alle formazioni di Pravy Sektor, l’estrema destra ucraina.
A inizio maggio, quando decine di militanti filorussi sono morti carbonizzati nel rogo della casa dei sindacati di Odessa, lui si trovava lì: «All’incendio seguirono due giorni di scontri furibondi — racconta -. Centinaia di separatisti erano accorsi in città e girava voce che l’esercito russo stesse per attaccarci dalla Crimea: se così fosse stato, non avemmo avuto scampo».
Italiani pronti ad arruolarsi: spesso per noia, oppure per soldi.
«Negli ultimi tempi mi hanno contattato in molti – assicura Mauro Voerzio, 46 anni, torinese, animatore dell’Associazione Italia-Ucraina Maidan -. I più erano aspiranti mercenari in cerca di lavoro. Ce ne sono parecchi in circolazione: si dice che i russi paghino dagli otto ai diecimila dollari al mese».
Voerzio lavora a Kiev dal 2007, fa il tour operator. Maidan lo ha risucchiato nel novembre 2013: «Ho partecipato a tutti i principali scontri – dice -, sono stato seguito dalla polizia segreta di Yanukovich, la Sbu. Dicevano che ero un agente della Cia. Tutte le sere, quando rientravo a casa dalla piazza, avevo il terrore di essere sequestrato».
Oggi la sua missione è supportare la causa ucraina in Italia: raccolta di fondi, propaganda online, raccolta di medicine e di vestiario per i soldati al fronte.
«C’è urgenza di tutto, dagli anfibi alle mimetiche, ai giubbotti antiproiettile. Ho visto i combattenti del battaglione Kiev: vanno in trincea con le scarpe da ginnastica».
Ha detto qualcuno: l’Ucraina è una nuova guerra di Spagna.
Sono quasi una decina gli italiani che, in nome dell’«antifascismo», combattono a fianco dei filo-russi. Volano su Kiev, in qualche modo attraversano le linee del fronte e raggiungono il Donbass. Hanno tra i venti e i trent’anni, sono ex militari, ex legionari, ma anche studenti universitari col gusto dell’avventura.
L’addestramento dura una settimana: avviene nei pressi di Lugansk, sotto gli ordini del comandante Igor Strelkov, reduce di Bosnia e di Cecenia.
Era il mese di giugno, quando il governatore del Donbass, Pavel Gubarev, annunciò la creazione di «squadre internazionali che coinvolgono italiani, spagnoli, francesi e canadesi».
Luca Pintaudi, 22 anni, studente in Cattolica e militante di Millennium-Partito Comunitarista Europeo, ha raggiunto Donetsk all’inizio dell’estate: «Abbiamo portato la nostra solidarietà politica ai dirigenti della Repubblica Popolare — racconta -. Oggi ci occupiamo della raccolta di fondi e materiale di prima necessità , che impacchettiamo e spediamo nel Donbass».
Una causa che fa sempre più presa nel nostro Paese, specie tra i settori «antagonisti».
Ne è un esempio l’iniziativa promossa dal gruppo punk-ska Banda Bassotti, che a fine mese volerà a Donetsk per esibirsi in una «tournèe antifascista». La parola d’ordine, non a caso, sembra uscita dai più eroici anfratti del secolo breve: «No pasaran!».
Andrea Sceresini
(da “La Stampa”)
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Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile
I DUE LAVORATORI, RIDOTTI ALLA FAME, AVEVANO OTTENUTO UNA INGIUNZIONE DI PAGAMENTO DAL TRIBUNALE… LA FECCIA RAZZISTA SUL WEB OVVIAMENTE STA CON L’ASSASSINO: SAREBBE APOLOGIA DI REATO, MA NESSUNO SI RICORDA CHE ESISTE
Erano stati licenziati quest’estate ma non avevano ricevuto quanto spettava del loro lavoro. 
Così due operai edili, Mustafa Neomedim e Avdyli Valdet, questa mattina si sono presentati nell’abitazione dell’imprenditore Gianluca Ciferri, armati di piccozza.
Ciferri ha sparato con un revolver calibro 38, uccidendo entrambi gli ex dipendenti.
“L’ho fatto per legittima difesa”, ha detto agli inquirenti prima di essere arrestato per duplice omicidio.
È accaduto a Molini Girola, nel Fermano.
Ciferri, 48 anni sposato con 3 figli, possiede una piccola impresa edile – la “Gianluca Ciferri Movimento Terra”.
Neomedim e Valdet avevano lavorato per l’azienda ma, secondo quanto ricostruiscono i sindacati, non avevano ottenuto delle mensilità arretrate e per questo si erano rivolti a un giudice per chiedere l’ingiunzione di pagamento.
Scrive il Corriere Adriatico:
Le due vittime si chiamavano Mustafà Nexhmedin, 48 anni, e Valdet Avdyl, 26 anni, kosovaro. Erano entrambi incensurati e con un regolare permesso di soggiorno a Fermo.
Mustafà Nexhmedin aveva 4 figli – il più grande di 7 anni il più piccolo di uno e mezzo -, era in Italia da 13 anni. Con lui l’intera famiglia che, da quanto emerge, si era perfettamente integrata.
Con l’imprenditore per cui ha lavorato c’è in piedi un vertenza legale.
Mustafà si era rivolto a un sindacato che lo aveva affiancato nel procedimento, concluso con un decreto ingiuntivo a suo favore.
Valdet Avdyl, 26 anni, sempre kosovaro, aveva lavorato anche lui per Ciferri, poi si era licenziato e restando senza lavoro era tornato per un periodo nella sua terra. A Fermo aveva fatto ritorno in questi giorni, pare, per chiedere i soldi arretrati
“Le richieste dei due lavoratori erano state diverse, reiterate e non ascoltate. Rivendicavano mensilità arretrate, un problema comune a molte piccole aziende edili, mentre la crisi sta sconquassando la tenuta sociale dei territori” ha commentato il segretario provinciale della Cgil Maurizio Di Cosmo.
Mustafa Neomedim fino a pochi mesi fa era iscritto alla Fillea Cgil, ma da quando aveva perso il lavoro non aveva rinnovato la tessera.
Si era rivolto alla Uil, che pare avesse avviato l’iter per un’ingiunzione di pagamento a carico di Ciferri. La vicenda insomma era nota ai sindacati.
Secondo Di Cosmo, la tragedia di Mustafa e Avdyli Valdet, il suo compagno di lavoro, che “non riuscivano più a mettere insieme neppure i soldi per mangiare, deve far riflettere l’intera comunità , le istituzioni locali, il Governo. Serve un cambio di passo reale”.
Secondo i sindacati, “la scarsità di denaro in circolazione e la mancanza di commesse stanno mettendo le imprese con le spalle al muro e gettando sul lastrico migliaia di dipendenti e le loro famiglie. C’è bisogno di maggiore liquidità da immettere nel sistema produttivo e di nuovi investimenti, a partire da quelli pubblici. Di fronte a queste necessità ed alla fame di lavoro che c’è, siamo costretti a constatare, purtroppo, che governo e Parlamento sono ad altre cose affaccendati. E le sporadiche volte che se ne occupano, è solo per abbattere i pochi diritti rimasti a difesa della libertà e della dignità dei lavoratori”.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile
SERVIVANO 570 VOTI: IL CANDIDATO PD ARRIVA A 530, QUELLO DI FORZA ITALIA A 529… PESANO 107 ASSENTI….PER IL CSM PASSA LA SPARTIZIONE: CASELLATI, BENE E BALDUZZI
Fumata nera per l’elezione di due giudici costituzionali da parte del Parlamento in seduta comune.
Nessun candidato ha raggiunto il quorum richiesto dei tre quinti dei componenti dell’Assemblea, pari a 570 voti.
Luciano Violante e Donato Bruno, dunque, non ce l’hanno fatta nonostante l’intesa tra Pd e Forza Italia e soprattutto all’interno dello stesso partito di Berlusconi dopo la fronda che ha “abbattuto” il primo candidato, Antonio Catricalà .
Violante ha raggiunto 530 voti, Bruno 529.
Servirà una nuova votazione che è già stata programmata per le 18 di domani, 16 settembre. Per spingere all’elezione i due candidati alla Consulta sia il Pd sia Forza Italia avevano fatto girare sms tra i loro parlamentari: “Luciano Violante e Donato Bruno per la Corte Costituzionale”.
Regge invece il patto trasversale su alcuni dei nomi per i membri laici del Csm.
Dopo l’elezione di Giovanni Legnini e Giuseppe Fanfani (Pd) e Antonio Leone (Ncd) oggi è arrivato il via libera a Elisabetta Alberti Casellati (Fi), Teresa Bene (tecnica in quota Pd) e Renato Balduzzi (Scelta Civica).
Il quorum previsto era di 482 voti e secondo l’Ansa i tre lo avrebbero superato di pochissimo. Alberti Casellati avrebbe ricevuto 489 voti, mentre gli altri eletti ne avrebbero ottenuti 486.
Devono essere eletti ancora altri due membri laici del Csm. Servirà una nuova votazione, l’ottava.
Luigi Vitali (in quota Fi) si è fermato invece a 418 voti. Non hanno raggiunto il quorum neanche Alessio Zaccaria, candidato M5S, che ha ottenuto 111 preferenze, e Nicola Colaianni, seconda scelta dei grillini ma su cui punta il Pd per la quota da lasciare alle opposizioni, che ha raggiunto 125 voti.
Alla votazione per la Consulta gli assenti sono stati in tutto 107, di cui solo 9 nel Pd, più uno in missione.
In Fi invece non hanno votato in 16 (4 senatori e 12 deputati), mentre in Ncd non si sono presentati in 9 (5 senatori e 4 deputati).
Tutti presenti in Scelta Civica, mentre tra i Popolari per l’Italia (Mario Mauro e Pierferdinando Casini) non hanno votato in 6 (2 senatori e 4 deputati); nella Lega Nord hanno disertato in 6 (3 deputati, 3 senatori); nel Misto 19 (9 senatori e 10 deputati); 7 di Sel.
Maggior numero di assenze nel M5S: 12 senatori e 13 deputati.
Tre gli assenti in Gal e 4 in FdI; Autonomie 3.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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