Novembre 21st, 2014 Riccardo Fucile
L’AUTHORITY FORNISCE IL CONFRONTO CON I GOVERNI MONTI E LETTA: APPENA 1027 GIORNATE CONTRO 1547 DEL GOVERNO LETTA, 1369 DI MONTI, 1142 DI BERLUSCONI (NEI RISPETTIVI PRIMI 10 MESI DI INSEDIAMENTO)
Quello del confronto con “ogni altro governo” o “ogni altra epoca” era un giochetto che piaceva molto anche all’ex Cavaliere.
“Sono in assoluto il maggior perseguitato dalla magistratura di tutta la storia di tutte le epoche del mondo”, la sentenza consegnata agli annali da Silvio Berlusconi il 9 ottobre 2009.
Un leit motiv sfoderato a ogni pie’ sospinto dall’ex premier sia negli anni in cui dominava la scena politica, sia dopo la rovinosa caduta dall’altare.
Anche a Matteo Renzi piacciono i superlativi assoluti, ma l’attuale numero uno di Palazzo Chigi ha scelto di spostare il confronto sul terreno della conflittualità sociale, quello che più lo infastidisce in questo periodo di lotta al sindacato, voglia di riformare l’articolo 18 e corsa ad approvare il Jobs Act.
Piccato dalla decisione della Cgil di indire lo sciopero generale per il 12 dicembre, questa mattina il premier si è azzardato a fornire una stima: “I sindacati che non hanno fatto sciopero contro la Fornero e la riforma di Monti hanno fatto oggi più scioperi che con i governi precedenti — ha scandito il presidente del Consiglio in collegamento telefonico con Rtl 102.5 — se coloro i quali non hanno mai scioperato in passato, oggi scioperano sempre, gli faccio i miei auguri”.
Il governo Renzi, quindi, avrebbe “subito” più agitazioni di “tutti gli altri governi”.
E’ davvero così?
IlFattoQuotidiano.it ha consultato l’Autorità di garanzia per gli scioperi e ha scoperto che il premier ha preso un abbaglio.
Abbiamo chiesto al Garante il numero dei giorni di sciopero effettuati nel comparto pubblico nel corso dei primi 10 mesi di vita dell’attuale esecutivo, per poi metterli a confronto con quelli registrati nello stesso periodo dei tre governi precedenti.
Il risultato, per il premier, sarà sorprendente: dall’insediamento dell’ex sindaco a Palazzo Chigi a oggi, si sono verificate meno mobilitazioni rispetto a quanto accaduto durante i governi Berlusconi IV, Monti e Letta.
Dal 28 febbraio l’Autorità ha conteggiato 1.027 giornate di sciopero nel comparto pubblico. Dal 28 aprile 2013 al 14 febbraio 2014 (governo Letta) — continua il Garante — i giorni di stop sono stati 1.547; nei primi 10 mesi del governo Monti — si legge ancora nei dati — “sono stati effettuati 1.369 scioperi”; dall’8 maggio 2008 all’8 marzo 2009 — governo Berlusconi IV — i giorni in cui i lavoratori hanno incrociato le braccia sono stati 1.142. Ergo,
Renzi ha detto una bugia.
Da alcuni mesi a questa parte il tono è sempre lo stesso, la battaglia contro il sindacato non conosce soste. “Non mi preoccupo di far scioperare le persone ma farle lavorare. Anzichè passare il tempo a inventarsi ragioni per fare scioperi, mi preoccupo di creare posti di lavoro”, ha detto Renzi a Rtl, riecheggiando i toni utilizzati in precedenza dai suoi alleati più stretti.
Lo sciopero? “Dovrebbe essere molto regolato, prima che tutti lo facciano random — sentenziava alla Leopolda l’amico finanziere Davide Serra — se vogliono aumentare i disoccupati, facciano lo sciopero generale”.
Ma anche se la Cgil si prende la piazza, portando con sè anche la Uil (mentre la Cisl continua nella sua politica di isolazionismo e prossimità al governo di turno), “non mi preoccupo — ha concluso Renzi — possono far scioperi ma noi abbiamo promesso che cambieremo e, piazza o non piazza, le cose le cambiamo“.
A questo punto un inglese che conosce la politica italiana direbbe tra sè e sè con aria interrogativa: “It rings me a bell“, queste parole mi ricordano qualcosa.
Chi diceva qualcosa di simile? Sempre lui, Silvio Berlusconi.
Il governo ”certamente non si fa intimidire da nessun tipo di sciopero”, sentenziava il 17 maggio del 2002 da Madrid l’ex Cavaliere rispondendo al leader della Cgil Sergio Cofferati che ventilava nuove mobilitazioni di piazza dopo quella che il 16 aprile aveva portato tre milioni di persone nelle strade di Roma.
Per poi ribadire il concetto il giorno dopo: “Il presidente del Consiglio non cederà mai” di fronte alle agitazioni sindacali, “non si può pensare che con uno sciopero il governo cambi opinione” perchè non è questo ciò che ”serve al paese che, invece, ha bisogno di lavoro, di sviluppo”.
Le similitudini sono molte, le argomentazioni in comune anche.
“Siamo sicuri che sia una protesta sui contenuti o è soltanto il tentativo di un’azione politica contro il governo?”, la domanda retorica rivolta da Renzi al conduttore radiofonico.
Un po’ quello che diceva l’ex Cavaliere l’11 febbraio 2004: “Vorrei ricordare a tutti che ci sono stati molti scioperi che hanno ragioni politiche e non attinenti a motivi del lavoro”.
Ma per la perla più splendente bisogna attendere il 5 aprile del 2005, all’indomani della disfatta alle elezioni regionali.
Quel giorno l’allora premier sfoderò la calcolatrice: “Gli scioperi sono aumentati di 100 volte“, regalando alle cronache un calcolo spannometrico che ricorda da vicino quello sciorinato a Rtl da Matteo Renzi. “I sindacati sono la cinghia di trasmissione della politica del centrosinistra…”, chiosava Berlusconi.
Era il 2005, quando ancora esisteva un centrosinistra e la lotta sistematica volta allo smantellamento del sindacato era di là da venire.
Marco Pasciuti
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 21st, 2014 Riccardo Fucile
“HO TRASPORTATO CENTINAIA DI POLITICI E LORO AMICI, LEGITTIMI SOLO IL 5% DEI VOLI”
“Per semplice comodità personale alcune autorità hanno utilizzato i voli di Stato. Oltre alla personalità
stessa, si sono imbarcati anche: familiari, parenti, amici e così via e questa è una prassi piuttosto consolidata”.
A rivelarlo alla cronista Monica Raucci de ‘La Gabbia’ (La7) è un pilota degli aerei preposti ai voli di Stato.
L’interlocutore (protetto da anonimato) aggiunge anche: “Gli scopi illegittimi? Innumerevoli volte per ricongiungimenti familiari o per sagre varie, ho trasportato delle personalità ”.
E ancora: “Ho trasportato un centinaio di politici in questi anni su voli di Stato. Bene, legittimi saranno stati un 5 per cento“.
Una dichiarazione che si inserisce in un momento di polemica dopo il caso del “volo di Stato” per riportare a casa il ministro Pinotti.
Una prassi che sembrerebbe non un caso isolato, ma un uso disinvolto delle strutture statali per fini non certo catalogabili come istituzionali.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 21st, 2014 Riccardo Fucile
RINTRACCIATO UN DEPOSITO BANCARIO RICONDUCIBILE AL DEPUTATO PD…. I PM: “FORSE DA LàŒ È PASSATA LA TANGENTE DA 1,8 MILIONI”
Un conto in Svizzera sul quale potrebbero essere arrivati i soldi della presunta tangente contestata dalla procura di Roma a Marco Di Stefano, il renziano dell’ultima ora ma subito promosso coordinatore alla Leopolda.
Secondo i pm romani Corrado Fasanelli e Maria Cristina Palaia l’ex assessore al Demanio del Lazio sarebbe stato corrotto dall’imprenditore romano Daniele Pulcini con una mazzetta di 1,8 milioni di euro perchè la controllata della Regione, Lazio Service, prendesse in affitto una nuova sede di proprietà del gruppo Pulcini.
Nel silenzio del partito di Matteo Renzi, che non ha detto una parola sul ‘caso Di Stefano’, intanto le indagini continuano, e nel mirino dei pm oltre la vicenda del palazzo di via Serafico dei Pulcini, ci sarebbero finiti altri tre appalti.
Intanto nei giorni scorsi, le autorità svizzere hanno risposto ad una rogatoria internazionale inviata dai magistrati capitolini.
A Ginevra esisteva un conto (ora estinto) presso l’Ubs sul quale Di Stefano aveva la procura ad operare.
Il rapporto bancario non è intestato direttamente all’onorevole, ma i pm sono certi che sia riconducibile a lui.
Circostanza che non risulta al legale di Di Stefano, l’avvocato Francesco Gianzi: “Allo stato attuale, sembra che il mio assistito non abbia alcun conto inSvizzera. Aspettiamo l’esito delle indagini”.
Il sospetto dei pm però è che su quel conto riconducibile a Di Stefano potrebbe essere transitata la tangente da 1,8 milione.
A mettere nei guai il renziano sono due testimonianze rese nel 2010.
La prima è quella del fratello di Alfredo Guagnelli, l’amico dell’onorevole scomparso misteriosamente a ottobre del 2009.
Bruno Guagnelli sentito dai pm aveva detto: “In una circostanza mio fratello mi disse, ridendo, che Daniele Pulcini diceva sempre che l’assessore, riferito a Di Stefano, era un ladro perchè aveva preteso 1.800.000,00 euro per il buon esito di un affitto o di un acquisto di un palazzo di cui aveva bisogno la Regione Lazio nel 2009”.
Stessa versione è stata riferita anche dall’ex moglie del “leopoldo”, Gilda Renzi: “Sempre da Bruno (Guagnelli, ndr) apprendevo che il rapporto tra Daniele Pulcini e mio marito Marco era contraddistinto da forti interessi economici poichè Antonio Pulcini aveva dato in affitto, alla Regione Lazio, un palazzo. Alfredo gli aveva anche aggiunto che Marco Di Stefano aveva percepito 1,8 milioni di euro di ‘mazzette’ mentre Alfredo, che aveva fatto da intermediario aveva, a sua volta, percepito 300 mila euro di ‘mazzette’”.
Era solo l’inizio. Poi con le indagini si è scoperto che la rete politica dello scomparso Alfredo Guagnelli era molto più ampia.
Tra i testimoni sentiti nel 2009 c’era l’ex socio di Guagnelli, il fotografo Alessandro Innocenzi, che ha raccontato dei viaggi fatti anche da alcuni politici con Alfredo.
A Montecarlo, uno volta Alfredo Guagnelli portò anche Innocenzi ed è stato in quell’occasione che il socio tornato in albergo avrebbe trovato su un tavolino decine di mazzette di banconote da 500 euro.
Che si trattasse dei soldi a Di Stefano, sentito dal Fatto nelle scorse settimane, Alessandro Innocenzi non può assolutamente confermarlo.
Innocenzi al Fatto rivela che tra le amicizie politiche di Guagnelli c’era anche Paolo Bartolozzi, ex parlamentare europeo in quota Forza Italia: “Lo aiutò nella campagna elettorale del 2005 per diventare deputato europeo. Praticamente mi chiese di fare un bonifico da un conto cointestato della nostra società di 6 mila euro”.
Nulla di irregolare, spiega Bartolozzi raggiunto nei giorni scorsi al telefono, perchè il bonifico era registrato ed era solo il sostegno alla campagna elettorale.
Adesso su quella scomparsa, il pm Cugini sta ancora indagando.
Anche Di Stefano verrà risentito, come è stata sentita la ex moglie nei giorni scorsi. Dopo questo interrogatorio, alcune testate giornalistiche riportavano la notizia (smentita da Gilda Renzi) di alcuni festini hard.
“In questi giorni — ha detto Gilda Renzi al Fatto — ho letto testate giornalistiche con vari titoli da gossip. Smentisco con forza queste affermazioni che mi sono state attribuite e addebitate. Per questo ho dato mandato al mio avvocato di tutelarmi e di procedere per vie legali nelle sedi opportune”.
Intanto il marito dichiara guerra: “Da sette anni sono vittima di stalking, non posso esimermi dal querelarla per calunnia, diffamazione e falsa testimonianza se quanto scritto sui giornali corrispondesse ai verbali”.
Valeria Pacelli
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 21st, 2014 Riccardo Fucile
LE RIVELAZIONI DEL PENTITO GALATOLO: “PROCURATO IL TRITOLO, IL DOPPIO DI QUELLO USATO PER BORSELLINO”
Quasi il doppio rispetto a quello utilizzato per imbottire l’autobomba di via D’Amelio. 
Un po’ meno della metà di quello agganciato agli skateboard e piazzato sotto l’autostrada di Capaci.
Per far saltare in aria il pm della trattativa Stato-mafia Nino Di Matteo, il mafioso dell’Acquasanta Vito Galatolo aveva procurato 150 chili di tritolo.
L’esplosivo, nascosto in un bidone, sarebbe stato sotterrato in una delle campagne della zona di Monreale, sopra Palermo, che da alcuni giorni vengono battute metro per metro dagli uomini della Dia sguinzagliati con cani artificieri, metal detector e geo-radar all’interno di fondi agricoli e casolari ritenuti nella disponibilità di Cosa Nostra.
A raccontare nei dettagli la fase dell’acquisto e della raccolta dell’esplosivo è sempre Galatolo che da cinque giorni è ufficialmente un collaboratore di giustizia dopo aver confidato prima a Di Matteo e poi al procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, il primo a verbalizzare le dichiarazioni del neo-pentito, il piano di morte che avrebbe dovuto rilanciare lo stragismo a Palermo.
E se i 400 chili di esplosivo utilizzati per l’attentatuni di Capaci sventrarono l’asfalto dell’autostrada sulla quale viaggiava la macchina blindata di Giovanni Falcone, uccidendo il giudice, sua moglie e tre uomini della scorta, in via D’Amelio bastarono 90 chili di Semtex, detonante al plastico, nascosti nel cofano di una Fiat 126, per massacrare Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta, per ferire 24 persone, squarciando la facciata del palazzo dove abitava la madre del magistrato.
Antonino Vullo, l’unico agente sopravvissuto perchè rimasto all’interno della macchina blindata, ricorda così la scena: “Improvvisamente è stato l’inferno, ho visto una grossa fiammata, ho sentito sobbalzare la blindata. L’onda d’urto mi ha sbalzato dal sellino e non so come ho fatto a scendere dalla macchina. Attorno a me c’erano brandelli di carne umana sparsi dappertutto”.
Ora, a sentire Galatolo, Cosa Nostra con “entità esterne che sono interessate all’attentato” sarebbe pronta a fare il bis con un quantitativo di tritolo che è quasi il doppio rispetto a quello usato il 19 luglio del 1992.
E proprio come in via D’Amelio, il pentito ha raccontato che a vent’anni di distanza, per eliminare Di Matteo, i boss avrebbero intenzione di utilizzare ancora una volta lo stesso piano di morte: un’autobomba piazzata su un punto cruciale del percorso che il pm compie tutti i giorni a bordo della jeep blindata per spostarsi dalla sua residenza al lavoro.
È anche per questo motivo che lunedì scorso il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha convocato urgentemente una riunione straordinaria del comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica alla presenza dei capi delle forze dell’ordine e dei servizi: le modalità della strage annunciata nel racconto di Galatolo hanno mandato in fibrillazione gli apparati di intelligence per una situazione ad alto rischio che minaccia la vita del magistrato ma anche la sicurezza pubblica.
Ora si indaga sulla provenienza dei 150 chili di tritolo che probabilmente, dopo l’arresto di Galatolo (nel giugno scorso) qualcuno ha provveduto a spostare e a occultare in un nascondiglio più sicuro.
Il boss dell’Acquasanta ha spiegato di essersi occupato in prima persona dell’acquisto dell’esplosivo e ha fornito ai pm dettagli sull’origine e le fonti dell’approvvigionamento.
Le sue rivelazioni, ovviamente, sono top secret, ma è un fatto che Galatolo da due anni viveva a Mestre, vicino Venezia, dove aveva preso la residenza dopo l’applicazione del divieto di soggiorno a Palermo.
Storicamente la zona del Nord-Est italico è sempre stata crocevia del traffico d’armi e di esplosivo militare proveniente dagli armamenti dell’ex Jugoslavia.
Nei suoi frequenti spostamenti a Palermo, dove aveva il permesso di recarsi per assistere ai suoi processi, il mafioso dell’Acquasanta incontrava i boss delle altre famiglie cittadine.
Nelle carte del blitz denominato “Apocalisse”, che il 23 giugno scorso fece scattare l’arresto di Galatolo e di altri 90 uomini d’onore, è emerso che il neo-pentito incontrava i boss emergenti del clan di Resuttana e San Lorenzo.
Dopo aver deciso di “togliersi un peso dalla coscienza”, il mafioso ha spiegato che alla fine del 2012, partecipò a Palermo a una serie di summit per verificare lo stato di avanzamento del piano di morte per Di Matteo.
Pipitone e Rizza
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 21st, 2014 Riccardo Fucile
INUTILE CHE RENZI FACCIA IL FURBASTRO: DEL PROCESSO ETERNIT NON HA CAPITO NULLA… CHE LA PRESCRIZIONE NON RIENTRI NELLE SUE PRIORITA’ LO STA DIMOSTRANDO DA MESI
Diciamo subito che la Cassazione non era affatto obbligata dalla legge a dichiarare prescritto il reato di disastro colposo per il patron dell’Eternit Stephan Schmidheiny, condannato in primo e secondo grado per la morte da amianto di 2154 persone (bilancio parziale). A
nzichè allinearsi alla richiesta del Pg Jacoviello, noto annullatore di processi eccellenti, e dell’avvocato Coppi, sempre molto fortunato al Palazzaccio quando fa certi incontri, la Corte poteva sposare l’interpretazione alternativa data dal Tribunale e dalla Corte d’appello di Torino, che con due sentenze molto ben motivate avevano spiegato come il disastro provocato dall’amianto, rimasto a lungo latente e poi esploso con effetti che semineranno malati e morti per tanti decenni ancora, non può cristallizzarsi — come invece ritiene la Cassazione — all’istante in cui le fibre del minerale-killer smisero di depositarsi sul terreno con la chiusura della fabbrica di Casale nel lontano 1986 (ragion per cui il reato, pur accertato, si sarebbe estinto addirittura prima del processo, che dunque non avrebbe dovuto neppure cominciare). Insomma, come scrive Vladimiro Zagrebelsky su La Stampa, c’era un’altra “scelta, ragionata e seriamente argomentabile, tra un’interpretazione che metteva d’accordo diritto e giustizia e un’altra che proclamava summus jus summa injuria”.
I giudici hanno imboccato la via più facile, e anche più comoda dinanzi al potente di turno.
E, trattandosi della Cassazione, non c’è rimedio al loro eventuale errore: per convenzione, l’ultimo giudice che si alza è quello che ha ragione.
Ma c’è qualcosa di ancor più odioso della sentenza Eternit: il commento furbastro di Matteo Renzi: “Cambieremo le regole della prescrizione e faremo in modo che i processi siano più veloci”.
Intanto denota un’ignoranza sesquipedale del caso Eternit: se la Cassazione ritiene che il processo non sarebbe dovuto neppure iniziare, la sua durata non c’entra nulla.
E poi il tempo dei “faremo” è scaduto da nove mesi: da quando Renzi smise di essere outsider e diventò premier.
Che la prescrizione non rientri fra le sue priorità fu chiaro fin da subito, anzi da prima che entrasse a Palazzo Chigi: precisamente dal 18 gennaio 2014, quando siglò il Patto del Nazareno con il recordman mondiale delle prescrizioni.
Poi quando accettò che Napolitano gli depennasse il nome di Gratteri dal ministero della Giustizia.
Quando rinviò a settembre la riforma della giustizia promessa per giugno.
E infine quando firmò due decreti per altrettante scemenze, cioè le ferie delle toghe e alcune regolette inutili del processo civile, avviando invece le cose serie (prescrizione, anticorruzione, autoriciclaggio ecc.) sul binario morto dei disegni di legge.
Che, come tutti sanno, non passeranno mai perchè B. non vuole.
Come spiega Davigo sull’ultimo Micromega, la prescrizione non è l’effetto dei processi lunghi: ne è la causa principale, perchè incoraggia i ricorsi dilatori e le perdite di tempo degli imputati ricchi e dei loro avvocati specialisti in criminalità & impunità .
Un pilastro della Costituzione materiale di quest’Italia marcia, che consente a centinaia di politici, amministratori, imprenditori e finanzieri di riunirsi in Parlamento e nei Cda anzichè nell’ora d’aria.
Il timidissimo ddl Orlando, ove mai fosse approvato, non cambierebbe una virgola dello sconcio, che dipende da due fattori nemmeno sfiorati dal ministro della Giustizia: in Italia la prescrizione parte quando il delitto viene commesso, non quando viene scoperto; e — caso unico al mondo — non si ferma mai, nemmeno dopo due condanne di merito alla vigilia del giudizio di legittimità in Cassazione, e neppure quando uno patteggia la pena (e poi fa ricorso contro la sanzione da lui stesso concordata).
Quindi le chiacchiere stanno a zero: se Renzi vuole avere titoli per parlare, faccia subito un decreto per bloccare la mannaia della prescrizione al momento del rinvio a giudizio, come in tutti i paesi civili.
Se il Pd è una cosa seria, troverà in Parlamento i voti dei 5Stelle e di Sel per convertirlo in legge.
I requisiti di necessità e urgenza, se non li capisce da sè, se li faccia spiegare dai parenti dei morti ammazzati dall’Eternit.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 21st, 2014 Riccardo Fucile
SOLO DA NOI LE LEGGI CONSENTONO DI ALLUNGARE I TEMPI PER FARLA FRANCA
Il sistema vigente in Italia di prescrizione del reato è a dir poco singolare e la sua scarsa ragionevolezza è
stata accentuata dalla riforma di cui alla legge 5 dicembre 2005, n. 251 (cosiddetta ex Cirielli), sicchè anzichè contribuire alla ragionevole durata del procedimento ne determina l’allungamento.
La legge fissa un termine, superato il quale il reato si prescrive.
Tale termine è di 6 anni dalla data del commesso reato per i delitti puniti con pena fino a 6 anni (minore per le contravvenzioni) e pari alla pena massima prevista per il delitto per le pene superiori (i delitti puniti con la pena dell’ergastolo sono imprescrittibili).
Il compimento di determinati atti (ad esempio l’interrogatorio dell’indagato, le sentenze di condanna in primo o secondo grado) interrompe il decorso del termine di prescrizione, che ricomincia a decorrere dall’inizio.
Però, tranne che per determinati reati o per i recidivi, “in nessun caso l’interruzione della prescrizione può comportare l’aumento di più di un quarto del tempo necessario a prescrivere” (in precedenza il tetto era della metà ).
(…) Il pubblico ministero, allorchè riceve notizia di un reato il cui termine di prescrizione è ad esempio di 6 anni, commesso 5 anni prima, dovrà procedere interrompendo il decorso della prescrizione, ma gli resteranno 2 anni e 6 mesi per procedere alle indagini preliminari, all’eventuale udienza preliminare e ai giudizi di primo grado, appello e Cassazione
(…) Un simile sistema di prescrizione diviene infatti un potente incentivo per condotte dilatorie e per la presentazione di impugnazioni pretestuose da parte degli imputati o dei loro difensori, perchè, se si riesce a far passare il tempo previsto dalla legge, si evita la condanna.
Una diversa normativa, basata sul principio che, una volta iniziato il procedimento (rinvio a giudizio, o se proprio si vuole, almeno dopo la condanna in primo grado) la prescrizione cessa di decorrere (come avviene nel procedimento civile), o che, quantomeno, preveda limiti più elevati conseguenti all’interruzione e alla sospensione, farebbe venir meno l’interesse dell’imputato a prolungare il procedimento e quindi, in definitiva, concorrerebbe a ridurre la durata dei processi.
Tanto più che la prescrizione è ambita più dagli imputati colpevoli che da quelli innocenti.
ln altri paesi (ad esempio Usa a livello federale) la prescrizione (tranne che per i reali imprescrittibili) è di 5 anni, ma cessa di decorrere dopo la richiesta di rinvio a giudizio.
È questa l’ovvia via maestra.
Infine, pur essendo la prescrizione rinunciabile da parte dell’imputato, non vi sono apprezzabili conseguenze (neppure di biasimo morale) per chi, ricoprendo cariche elettive, se ne avvalga in spregio all’articolo 54 della Costituzione, che impone ai cittadini che ricoprono cariche pubbliche il dovere di adempierle “con disciplina e onore”.
Vi è disciplina e onore nel ricercare la prescrizione e nell’avvalersene?
La cosa che più sorprende è che la prescrizione continua a decorrere anche quando l’impugnazione sia proposta dal solo imputato condannato (che spera che prima della nuova sentenza scadano i termini, con relativo proscioglimento).
Non è facile spiegare agli stranieri perchè, se è l’imputato a dolersi della decisione, può godere anche del vantaggio del decorrere della prescrizione, con cui sperare di farla franca prima della nuova sentenza.
Le possibilità dilatorie (Come scappare)
Il vigente codice di procedura penale si fonda sul principio (successivamente inserito nell’art. 111 della Costituzione) della formazione della prova innanzi al giudice nel contraddittorio delle parti, salvo che per gli atti irripetibili e per quelli di cui le parti consentano l’acquisizione al fascicolo del dibattimento.
Stante la disciplina della prescrizione, è raro che la difesa consenta l’acquisizione di atti, anche quando non vi è alcuna concreta esigenza di ripetere l’assunzione della prova.
Ad esempio, in un processo per ricettazione di assegni, di solito non potrà essere acquisita la denunzia di furto o di smarrimento del libretto degli assegni, ma il denunciante dovrà essere citato come testimone, per dichiarare che ha presentato tale denunzia.
Un altro esempio è l’esame testimoniale degli appartenenti alle forze di polizia, i quali sono di solito i testi d’accusa.
La loro attività ordinaria (quella dei processi comuni) è ripetitiva e raramente costoro, a distanza di mesi o di anni, sono in grado di ricordare i particolari relativi a uno scippo o a un borseggio. Peraltro essi documentano il loro operato in annotazioni di servizio, delle quali non è consentita l’acquisizione al fascicolo del dibattimento se non con il consenso delle parti.
Pertanto è necessario citarli (mancando normalmente il consenso della difesa all’acquisizione delle annotazioni di servizio) per poi vederli consultare gli atti da loro redatti in aiuto alla memoria (…).
Le impugnazioni non pagano dazio
In Italia nel processo penale impugnare conviene perchè non si corrono rischi, in quanto vi è il divieto di peggiorare la posizione dell’imputato se è solo lui appellante, e non anche il pubblico ministero.
La Corte d’appello non può aumentare la pena inflitta in precedenza, pertanto non vi sono rischi a proporre appelli infondati e dilatori.
Attualmente perchè in Italia l’imputato condannato a una pena da eseguire non dovrebbe appellare?
Se è detenuto, può uscire per decorrenza termini; se è invece libero, non andrà in carcere fino a sentenza definitiva.
Dopo l’appello, ci si può rivolgere alla Corte di Cassazione.
Alla fine di questa lunga corsa a tappe, dopo aver scalato tutti i gradi, si può sempre sperare nella prescrizione (…).
La soluzione va trovata nell’autoregolamentazione, introducendo dei rischi a carico di ch i propone impugnazioni infondate e meramente dilatorie. In pratica, si deve consentire la reformatio in peius in appello, in modo da introdurre una qualche deterrenza e ricondurre il numero di impugnazioni a livello di quello di altri paesi .
Come funziona nel resto del mondo
Il confronto con altri Stati è infatti impietoso per l’Italia.
Sono poco più di 37 mila gli appelli pendenti in Francia (dove non vi è il divieto di reformatio in peius) a fine 2009, contro i “nostri” 169 mila.
La Corte di Cassazione francese è investita di circa 8 mila ricorsi all’anno, con un centinaio di avvocati abilitati alle giurisdizioni superiori (meno che nella sola città di Rieti).
In Italia i ricorsi in Cassazione penali sono circa 50 mila l’anno, quasi altrettanti nel civile e gli avvocati iscritti all’albo delle giurisdizioni superiori sono circa 50 mila (…).
Negli Usa vi sono gli ordinamenti di 50 Stati, quello federale ordinario e quello federale militare (…) Nel 2010, sono stati appena 12.797 gli appelli che, provenienti dalle Us District Courts, sono stati giudicati dalle US Courts of Appeals, con una riduzione del 7 % rispetto al 2009.
Per quel che riguarda la Corte suprema degli Stati Uniti, nel 2009 solo 8.159 casi (civili e penali) sono approdati all’esame della più alta istanza giudiziaria americana con un aumento del 5,4 % rispetto all’anno precedente.
Di questi, peraltro, solo una piccolissima parte viene esaminata, essendo necessario che almeno 4 dei 9 giudici chiedano di esaminare il ricorso.
In Italia il ricorso è sempre possibile
(In Italia) il ricorso per Cassazione, secondo l’articolo 111 della Costituzione, è sempre ammesso contro le sentenze e i provvedimenti sulla libertà personale.
Nel 2013, a fronte di quasi 53 mila ricorsi in materia penale, il 15,9 % dei procedimenti è stato definito con decisione di rigetto e il 17,7 % con annullamento (con rinvio nel 9,9 % dei casi, senza rinvio nel 7,8 %). Il 64,3 % dei definiti è stato dichiarato inammissibile .
In caso di inammissibilità viene di solito inflitta una sanzione pecuniaria (normalmente mille euro a favore della Cassa delle ammende), ma una percentuale ridicolmente bassa delle relative somme viene effettivamente riscossa, posto che la maggior parte degli imputati non risulta intestataria di beni su cui eseguire coattivamente la sanzione (…).
Una peculiarità italiana è l’elevato numero di ricorsi per Cassazione proposti contro le sentenze di applicazione pena (patteggiamento). Infatti il 14,9 % dei ricorsi riguarda sentenze di patteggiamento, rispetto alle quali la funzione quasi esclusivamente dilatoria del ricorso è evidente.
Amnistie e indulti ad alta frequenza
In Italia fra il 1942 e il 1986 vi erano stati circa 35 provvedimenti di amnistia (che estingue il reato) e indulto (che estingue la pena). (…)
Nel 1990, dopo l’entrata in vigore del codice di procedura penale vi fu un’amnistia. Successivamente vi è stato un indulto nel 2006 e recentemente si è tornati a proporre un provvedimento di indulto a fronte del problema del sovraffollamento delle carceri. In altri paesi l’amnistia è un provvedimento di carattere eccezionale e piuttosto raro.
Qualche tempo dopo l’entrata in vigore del codice accusatorio, alcuni giudici della California vennero in Italia e parteciparono a un incontro organizzato dall’Associazione nazionale magistrati a Milano.
Erano interessati a comprendere perchè in Italia fosse così ridotta la percentuale di patteggiamenti e furono loro indicate le varie cause.
Costoro, che avevano compreso benissimo anche questioni complesse, quando si indicò il frequente ricorso all’amnistia, chiesero più volte all’interprete di ritradurre.
Dopo una consultazione fra loro chiesero se fosse qualcosa di analogo al perdono presidenziale, ma fu risposto che quello corrisponde in Italia alla grazia, mentre l’amnistia è una legge che perdona tutti. Vi fu una nuova consultazione fra loro seguita da ampi sorrisi e dissero che avevano capito: stavamo facendo loro uno scherzo.
Il solo parlare di amnistia o indulto, come avvenuto ancora di recente, riduce le richieste di riti alternativi e incentiva ulteriormente i comportamenti dilatori e le impugnazioni. Infatti se la sentenza diviene definitiva il condannato deve scontare la pena, ma se riesce a differire il passaggio in giudicato della sentenza potrebbe arrivare un provvedimento di clemenza (…). Sotto questo profilo la modifica del sistema di prescrizione e l’introduzione di adeguati rischi alla proposizione di impugnazioni dilatorie è indispensabile per cercare di dare efficienza e dignità al processo penale.
Piercamillo Davigo
(da “Micromega”)
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Novembre 21st, 2014 Riccardo Fucile
SI SONO SCONTRATE DUE DIVERSE INTEPRETAZIONI, MA IL GIUDICE E’ LIBERO DI SCEGLIERE COME MEGLIO PERSEGUIRE GLI SCOPI DI GIUSTIZIA
L’epilogo della vicenda giudiziaria Eternit è sicuramente una vergogna.
Condotte delittuose gravissime, accertate giudizialmente in modo certo, che avevano dato luogo a condanne di primo e di secondo grado pesanti, sono improvvisamente svanite dissolvendosi nel nulla.
Liberi tutti, dunque, o quantomeno libero l’unico soggetto condannato dal giudice di appello.
Com’era inevitabile, ieri sono esplose le polemiche, che hanno investito — nelle parole dello stesso Presidente del Consiglio — soprattutto l’istituto della prescrizione, che ancora una volta avrebbe fatto irruzione nel processo penale producendo guasti dirompenti.
Di qui l’urgente necessità , si è ribadito, di cambiare le regole penali del decorso del tempo
Nella vicenda Eternit, tuttavia, la disciplina della prescrizione non è, forse, la responsabile principale dello sconcertante esito giudiziale.
La cassazione ben avrebbe potuto infatti eludere, con un’interpretazione diversa della legge penale, gli effetti perversi dello scorrere degli anni.
Nel processo Eternit la procura di Torino aveva contestato il delitto di disastro, reato che si realizza quando viene cagionato un evento dirompente di vaste proporzioni che crea una situazione di pericolo per la vita o l’integrità fisica di un numero indeterminato di persone.
E’ pacifico che a realizzare tale delitto non è necessario che si verifichi la morte o la lesione personale di qualcuno, ma è sufficiente che taluno, cagionando l’evento distruttivo — il crollo di un edificio, il naufragio di una nave, l’inquinamento di un ambiente — faccia sorgere il rischio che un numero indeterminato di persone rimanga ucciso o sia menomato nell’integrità fisica.
Se per effetto del disastro si verifica la morte o la malattia di qualcuno, con il delitto di disastro concorreranno quelli di omicidio e di lesioni personali, tanti quante sono le persone uccise o comunque offese.
Il problema è sorto quando ci si è domandati in quale momento il reato di disastro si consumi.
Secondo l’interpretazione maggioritaria della cassazione, ciò si verificherebbe quando le condotte che cagionano la situazione di pericolo (ad esempio l’inquinamento di un ambiente) vengono a cessare (ad esempio, perchè l’ambiente viene bonificato o l’attività produttiva nociva viene interrotta).
Secondo un’interpretazione minoritaria, la persistenza dell’insorgere di malattie o del verificarsi di decessi impedirebbe invece di considerare concluso il fatto disastroso, che rimarrebbe vivo fino a che tutte le patologie o gli eventi collegati al disastro si siano esauriti.
In questa prospettiva il delitto di disastro verrebbe meno soltanto quando si sia verificato l’ultimo decesso o l’ultima malattia collegata alla situazione di pericolo.
La spiegazione tecnica di quanto è avvenuto nella vicenda Eternit risiede tutta in questa divergenza d’interpretazione.
Tribunale e Corte di Appello di Torino, per non considerare prescritto il reato contestato dalla Procura, avevano fatto affidamento sulla nozione di disastro «allargata» agli eventi di morte e di lesione personale.
La cassazione, ribadendo quanto aveva già più volte stabilito, ha invece individuato il momento consumativo del reato in quello in cui la «fabbrica delle polveri» aveva cessato di produrre.
Così individuato il «tempo del commesso reato», dichiarare la prescrizione era giocoforza sulla base di un semplice calcolo di anni, mesi e giorni trascorsi.
Avrebbe potuto tuttavia, la cassazione, decidere diversamente?
Certo che sì: considerata l’eccezionalità della situazione, la particolare gravità della vicenda delittuosa e le ragioni di giustizia sostanziale inevitabilmente sottese al caso sottoposto al suo giudizio avrebbe potuto optare per l’interpretazione contrapposta del momento consumativo del reato di disastro.
Non lo ha fatto perchè, tecnicamente, sarebbe stato sbagliato farlo?
E’ difficile rispondere, perchè in diritto non è frequente poter discernere con sicurezza ciò che è tecnicamente corretto e ciò che è tecnicamente scorretto.
Quando la lettera della legge non è vincolante e si apre alla possibilità d’interpretazioni differenti, il giudice, purchè motivi adeguatamente la sua decisione, è tutto sommato libero di orientare le proprie scelte tecniche sulla base degli scopi di giustizia che intende perseguire.
Stabilito che il giudice di legittimità , nella vicenda giudiziaria Eternit, non era costretto dall’assoluta ineluttabilità della legge penale ad optare per l’interpretazione prescelta del momento consumativo del reato, la «responsabilità » della disciplina attuale della prescrizione per l’esito abnorme di tale vicenda inevitabilmente si stempera.
Anche in pendenza della disciplina vigente, l’effetto estintivo del decorso del tempo avrebbe potuto essere evitato; dato il lungo periodo trascorso dalla chiusura dell’Eternit, a fronte dell’interpretazione «rigorosa» seguita dalla cassazione anche una più ragionevole disciplina della prescrizione non avrebbe d’altronde potuto, verosimilmente, evitare l’estinzione del reato di disastro.
Ben venga comunque, ora, l’indignazione (tardiva) dei politici per gli effetti dirompenti della prescrizione (come è stata delineata qualche anno fa dalla c.d. riforma ex Cirielli) sul sistema di giustizia italiano.
Se tale indignazione dovesse condurre a riformare finalmente l’istituto in modo da renderlo adeguato ai tempi necessari a portare a termine i processi penali, l’esito della vicenda giudiziaria Eternit, al di là dello sconcerto che inevitabilmente suscita, avrebbe quantomeno prodotto un risultato positivo.
Purchè ovviamente, sull’onda dell’indignazione, non si finisca per cadere nell’eccesso opposto: eliminare cioè pressochè del tutto, o ridurre inmodo spropositato, gli effetti estintivi del decorso del tempo.
La ratio della prescrizione — e cioè non punire il delinquente che, a distanza di anni dalla commissione del reato, magari si è redento o si è rifatto una vita — mantiene infatti, intatta, la sua efficacia persuasiva.
Carlo Federico Grosso
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Novembre 21st, 2014 Riccardo Fucile
QUANDO IL DIRITTO DEL PIU’ FORTE SE NE INFISCHIA DELLA GIUSTIZIA
L’impunito d’amianto Stephan Schmidheiny è riuscito a perdere la faccia dopo avere sgraffignato
l’assoluzione.
Il comunicato in cui il padrone della Eternit attacca i giudici di Torino e si rivolge con arroganza allo Stato italiano affinchè gli eviti ulteriori perdite di tempo processuali è una radiografia del suo stato di umanità in prognosi riservata.
Nel momento dello scampato pericolo, l’uomo che dovrebbe pur abitare dentro il finanziere ha rivelato la sensibilità di un colapasta.
Visti i precedenti, nessuno si aspettava da lui un pensiero comprensivo nei confronti delle famiglie di Casale che continuano a piangere i caduti di una guerra senza fine. Ma era almeno lecito attendersi un silenzio dignitoso, per rispetto nei confronti dell’esercito muto dei morti.
Invece Schmidheiny ha parlato, e dell’unico argomento che gli interessava davvero: se stesso.
Incurante dello strazio che circonda il suo trionfo, ha continuato a indossare i panni della vittima, arrivando in un eccesso di spudoratezza a ribaltare la motivazione della sentenza romana che lo ha assolto per avvenuta (ancorchè discutibile) prescrizione, mica per non avere commesso il fatto.
Siamo abituati a imprestare all’indole contorta di noi italiani una certa disinvoltura nell’interpretare le decisioni dei giudici, persino quelle favorevoli.
Ma la faccia tosta ha disseminato proseliti anche nei quartieri alti di Zurigo, dove un privilegiato vive talmente sconnesso dalla realtà da non riuscire nemmeno a truccare il suo disprezzo per il prossimo con il rimmel delle buone maniere.
E fornisce solidi argomenti al sospetto che non di una divaricazione tra diritto e giustizia si sia trattato, ma semmai dell’ennesima conferma che il diritto del più forte se ne infischia della giustizia.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Novembre 21st, 2014 Riccardo Fucile
“CI VORREBBE UNA ENCICLOPEDIA PER RACCOGLIERE ANNUNCI E SMENTITE”
Sta per partire con un programma tutto suo in Albania.
“Un talk show, si chiama “Contratto”: assomiglia a Invasioni Barbariche a Porta a Porta piuttosto che a C’è Posta per te”, racconta Sabrina Ferilli in un’intervista su La Repubblica.
“C’è molta materia umana, i personaggi fanno un percorso di vita. Sono venuti Christian De Sica, Giorgia Meloni, Walter Veltroni”.
Un nuovo percorso per l’attrice de La Grande Bellezza che ha abbracciato con “entusiasmo” questa nuova avventura perchè “ho la possibilità di fare da pioniera per un progetto (quello del canale a Tirana di Bacchetti, ndr) che rappresenta anche una finestra che si apre per l’Italia. Io non sono una snob”.
E come vede l’Italia la Ferilli?
“Messo in ginocchio dalle clausole. Leggo cose straordinarie…sulle capacità di realizzarle non mi pronuncio, ma non vedo riattivare l’economia. Sento parlare di massimi sistemi ma nella vita del signore del quarto piano non cambia niente, gli 80 euro sono una soluzione facile e d’effetto”.
Riferimento a Matteo Renzi di cui dice: “Arriveremo a rimpiangere Bersani, la gente ha bisogno di sentir parlare in un certo modo, il contrasto è stridente. Fra Twitter e selfie è tutto un annuncio continuo, ci vorrà un’enciclopedia per raccogliere le smentite”.
Progetti futuri?
“Un film, “Io e Lei”, di Maria Sole Tognazzi con Margherita Buy, una storia importante di donne”.
(da “La Repubblica”)
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