Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
PUPAZZI E PUPARI: “QUESTA VOLTA CI GIOCHIAMO TUTTO”… NELLE MANI DI LOTTI LA PRIMA LISTA DI FRANCHI TIRATORI
Matteo Renzi non aveva certo bisogno di ascoltare il discorso di fine anno di Giorgio Napolitano
per sapere come la pensa il capo dello Stato sul suo successore al Quirinale.
Attraverso i frequenti colloqui riservati con Napolitano, il premier ha appreso da tempo che il presidente vorrebbe lasciare il testimone ad una personalità autorevole e autonoma, in grado di gestire, se necessario anche in prima persona, l’attuale delicatissima fase di crisi non solo economica, come è avvenuto dal 2011 in poi con la nascita dei governi Monti, Letta e quindi Renzi.
Insomma, non un candidato avatar. Eppure il messaggio quirinalizio di fine anno, esplicitamente rivolto al successore al Colle con tutti quei richiami al “senso di responsabilità , del dovere, della Costituzione e della nazione…”, ha fatto scattare una sorta di allerta dalle parti del presidente del Consiglio.
Innanzitutto, perchè è stato seguito da ben 13 milioni di telespettatori, a conferma di quanto sia solida l’eredità di un ‘presidente interventista’ come Napolitano in termini di popolarità .
L’affare Colle insomma non è da prendere sotto gamba, nè presenta ampi margini di azione per l’elezione di un presidente che sia solo l’ombra, l’avatar del premier.
Luca Lotti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio cui Renzi ha affidato in via del tutto riservata la prima ricognizione tra le forze politiche sul dossier Quirinale, conta già circa 130-140 franchi tiratori in Parlamento.
La lista di Lotti: 130-140 franchi tiratori.
“Stavolta ci giochiamo tutto”, lascia trapelare Renzi nei contatti con i fedelissimi dal ‘rifugio’ di Courmayer dove si trova in vacanza con la famiglia per qualche giorno.
I problemi maggiori arriverebbero dal Pd, a sentire le fonti renziane.
Nel Partito Democratico infatti lo screening di Lotti conta un’80ina di franchi tiratori, tra cui vengono calcolati di certo parlamentari come Pippo Civati, Stefano Fassina, le truppe dalemiane e gli anti-renziani per eccellenza.
“Questi non voteranno mai il nome proposto da Renzi, chiunque esso sia…”, dice una fonte vicina al premier.
E poi ci sono i circa 40 fittiani di Forza Italia, più una decina di possibili ‘traditori’ nei gruppi minori, Ncd e Scelta Civica.
Si tratta di forze che potrebbero saldarsi già nel test sulla legge elettorale al Senato, al via la prossima settimana.
Il rischio più temuto dai renziani è che questa saldatura punti a far saltare i capilista bloccati dell’Italicum, caposaldo dell’accordo con Silvio Berlusconi sul nuovo sistema di voto.
Sarebbe il caos, non solo perchè si metterebbe a rischio l’ok di Palazzo Madama all’Italicum prima della corsa quirinalizia (al nastro di partenza a fine gennaio).
Ma anche perchè un pasticcio del genere spaccherebbe i due maggiori partiti proprio alla vigilia di un appuntamento delicato come l’elezione del successore di Napolitano.
Il 7 Renzi riunisce i gruppi Pd. Più in là , vedrà Berlusconi.
Per compiere tutti i passi necessari ad evitare il caos, già mercoledì 7 gennaio il premier incontrerà i parlamentari del Pd sulla legge elettorale. All’inizio della settimana prossima vedrà anche i ministri, uno per uno, sul programma di riforme dell’anno nuovo: “Costituzione, legge elettorale, fisco, giustizia civile, Pubblica amministrazione, cultura-scuola-Rai, Green Act, lavoro.
“Facciamo sul serio, sara’ un buon 2015”, ha scritto su twitter da Courmayer. In programma, c’è anche l’incontro con Berlusconi, ma non già la prossima settimana. Perchè, nonostante le strizzate d’occhio al M5s, l’alleanza con l’ex Cavaliere resta centrale nello schema di Renzi sulla scelta del successore di Napolitano.
“L’accordo tra loro è roccioso”, sottolinea un parlamentare renziano.
Anche perchè Berlusconi, prima vittima dell’attivismo di Napolitano nel 2011, è il più vicino all’idea di Renzi di ricondurre il Quirinale ad un ruolo meno interventista sugli affari di governo.
Il punto interrogativo, si sa, sta sulla tenuta di Forza Italia. E oggi un’altra dose di allerta è stata seminata nel quartier generale renziano dal Mattinale di Forza Italia che chiede un accordo sul Quirinale prima del voto sulla legge elettorale in Senato.
E’ la linea Brunetta, sminuiscono nella cerchia stretta del premier, pur ammettendo che si tratta di segnali assolutamente non piacevoli.
Dunque, il percorso sembra lastricato di insidie.
E ci si mette anche il peso da novanta di uno come Napolitano che lascia. Nemmeno Renzi può permettersi un ‘vuoto’ al Colle, ragionano i suoi.
Come se ne esce? In queste ore, lo schema non può che essere di massima.
Il premier poi non è interessato a scoprire le carte prima che l’arbitro abbia fischiato l’inizio della partita per il Colle, vale a dire prima della metà di gennaio quando Napolitano dovrebbe lasciare.
Però, date le trappole in vista, la ricerca cerca di restringersi su un nome che possa davvero avere la massima condivisione in Parlamento, al netto dei franchi tiratori dati per scontati, magari non tutti i 130-140 di Lotti ma di certo una loro parte.
Prima la carta ‘politico per il Colle’, poi il ‘tecnico’, se necessario.
E’ in questa cornice che prende quota l’intenzione di partire dalla proposta di un candidato ‘politico per il Colle’: per non deludere le aspettative dello stesso Napolitano e per non esacerbare il clima in Parlamento.
Se poi il politico non passa, si prenderebbe in considerazione l’ipotesi di una candidatura tecnica.
Il tutto riferito sempre e solo alla quarta votazione, quella per cui sono sufficienti 505 voti del Parlamento in seduta comune.
E dunque per la categoria ‘politici’, tra i gruppi Pd girano i nomi di Graziano Delrio o Walter Veltroni più che di Dario Franceschini o Piero Fassino.
Soprattutto, il primo viene citato molto in queste ore. Moderato, renzianissimo eppure candidato considerato di sintesi e autonomo, non fosse altro che per quelle voci di tensioni con il premier prima dell’estate, e poi prodiano della prima ora, sottosegretario eppure ancora punto di riferimento di quel ‘partito Anci’ che fu la prima culla del renzismo, Delrio presenterebbe il limite di essere comunque troppo legato a Renzi, ma risulterebbe gradito anche a Berlusconi, potrebbe insomma comunque riscuotere un largo consenso.
Nella categoria ‘tecnici per il Colle’, che scatterebbe solo in caso di flop del politico e per raccogliere voti anche nel M5s, si fanno i nomi di Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale, e Raffaele Cantone, capo dell’anticorruzione spedito da Renzi a gestire ogni emergenza di politica e malaffare, dall’Expo a ‘mafia capitale’.
E poi anche il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.
C’è da dire che sia Delrio che Cantone sarebbero i presidenti più giovani della storia della Repubblica: dato mai sottovalutabile nella visione renziana.
Ma per i nomi è presto. In questa fase, le antenne sono dritte e puntate sugli umori del Parlamento.
Mercoledì il premier farà l’ennesimo test ai gruppi Pd (e ne convocherà un’assemblea nazionale ma solo a partita quirinalizia iniziata, insomma non prima della seconda metà di gennaio).
Poi, la verifica con Berlusconi.
Il test dei test inizia giovedì 8 gennaio.
Luogo: l’aula del Senato alle prese con l’Italicum 2.0.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
I “NO” DI DE NICOLA PER AVERE GARANZIE E LE LUNGHE MARATONE IN AULA
Per la tredicesima volta, davanti alle urne di vimini foderate di raso verde dalle quali uscirà il nome del prossimo inquilino del Quirinale, il Palazzo scopre che non c’è un metodo, non c’è una tecnica, non c’è proprio nessun sistema che garantisca l’elezione a colpo sicuro del capo dello Stato.
E oggi l’imbarazzante ricordo dell’aprile 2013 – quel falò politico di 72 ore che bruciò i nomi di Franco Marini, di Stefano Rodotà e di Romano Prodi, prima che i leader di partito andassero in processione da Napolitano per supplicarlo di accettare il secondo mandato – spinge chi sarà chiamato a fare la prima mossa a guardarsi indietro, per capire come si fa un presidente.
Perchè solo la storia può insegnare qualcosa: forse non i segreti per conquistare il Colle, ma di sicuro gli errori da non commettere per evitare una rovinosa sconfitta.
All’alba della Repubblica – siamo alla fine di giugno del 1946 – la partita si svolge tra le quattro mura di una stanza, quella in cui una sera si riuniscono De Gasperi, Togliatti e Nenni per scegliere il “capo provvisorio dello Stato” dopo la fine della monarchia.
Una partita a tavolino, dunque, nella quale il leader democristiano entra portando in tasca il nome di Vittorio Emanuele Orlando (il presidente del Consiglio della Grande Guerra) e ne esce con quello di Enrico De Nicola.
Eppure, trovata l’intesa, l’impresa più difficile risulta quella di convincere il grande giurista napoletano a dire di sì: quando gli offrono – a 69 anni – la poltrona più importante della neonata Repubblica, lui ha già rinunciato quattro volte ad essere presidente del Consiglio.
Al prefetto di Napoli, incaricato da De Gasperi di sondarne la disponibilità , De Nicola risponde con un cortesissimo «No, grazie».
Neanche Giovanni Leone, suo allievo prediletto, riesce a parlargli: «Veniva al telefono – racconterà poi – e credendo di ingannarmi camuffava la voce nella cornetta: mi dispiace, l’onorevole non c’è».
Sul Giornale d’Italia il giornalista Manlio Lupinacci gli rivolge un appello pubblico: “Onorevole De Nicola, decida di decidere se accetta di accettare”».
Solo quando Giuseppe Saragat, presidente dell’Assemblea costituente, gli telefona per assicurargli che c’è quasi l’unanimità sul suo nome, De Nicola finalmente accetta.
E raccoglie l’80 per cento dei voti.
Neanche due anni dopo, nonostante la storica vittoria alle politiche del 18 aprile 1948, De Gasperi riesce a imporre il suo candidato, il repubblicano Carlo Sforza.
Nella notte del 10 maggio, dopo due disastrose votazioni, deve ripiegare sul liberale Luigi Einaudi.
E tocca al suo collaboratore più fidato, Giulio Andreotti, bussare alle sei e un quarto alla porta dell’ignaro senatore piemontese per chiedergli di lasciare le sue tre cariche – ministro del Bilancio, vicepresidente del Consiglio e governatore della Banca d’Italia – per la presidenza della Repubblica.
«Ma De Gasperi – obietta lui, sinceramente preoccupato – lo sa che io porto il bastone? Come farei a passare in rassegna i reparti militari?».
E Andreotti, serafico: «Non si preoccupi, mica deve andare a cavallo: al giorno d’oggi ci sono le automobili».
Con l’elezione di Giovanni Gronchi si sperimenta, e proprio in casa democristiana, la congiura anti-partito.
Il segretario del partito, Amintore Fanfani, vorrebbe eleggere Cesare Merzagora, ma un fronte largo si mobilita sottotraccia per Gronchi, il democristiano che piace a sinistra.
E mentre il futuro presidente porta a spasso per Roma il monarchico Covelli, per convincerlo a rastrellare i voti della destra, Guido Gonella tiene i contatti con Togliatti e Andreotti va a casa di Pertini.
Ci va a piedi, per non essere seguito, e il deputato socialista scende ad accoglierlo in vestaglia. «Trovammo l’atrio affollato di gente, come se ci aspettassero – racconterà poi – e invece aspettavano la Madonna Pellegrina che allora girava di palazzo in palazzo».
Anche un candidato ufficiale può mettere in campo le contromisure per neutralizzare chi lavora contro di lui.
Per far eleggere il quarto presidente, Antonio Segni, che nelle prime votazioni non riesce a raccogliere i voti dei dissidenti democristiani, si mobilita quella che verrà battezzata «la Brigata Sassari», guidata da Piccoli, Sarti e Cossiga.
Sono loro che si occupano di recuperare a uno a uno i voti in libera uscita: nel Transatlantico, col telefono o al ristorante.
Decisivo è però il no di Leone a Togliatti. E’ il pomeriggio del 6 maggio 1962. A Segni sono mancati solo quattro voti, all’ottavo scrutinio, per essere eletto, e in aula è scoppiato un tumulto per l’apparizione di schede prevotate.
Mentre l’aula è in subbuglio, il segretario del Pci va da Leone, presidente della Camera, e gli chiede di rinviare la seduta al giorno dopo. Se lo farà , avrà i voti della sinistra per diventare presidente al posto di Segni. «Vi ringrazio, ma così userei i miei poteri per un interesse personale: non posso», risponde Leone, che indice per la sera stessa la nuova votazione. Segni supera il quorum per 15 voti: la Brigata Sassari ha conquistato il Colle
Due anni dopo, quando le dimissioni di Segni riaprono i giochi per il Quirinale, il presidente del Consiglio Aldo Moro fa tesoro degli errori di De Gasperi ed evita di schierare dal primo minuto il suo candidato, il socialdemocratico Giuseppe Saragat. «Se noi lo candidassimo subito, i gruppi democristiani si ribellerebbero e uscirebbe eletto Fanfani » spiega a Nenni.
Dunque lo stesso Moro dà il via libera alla candidatura di Leone, che i franchi tiratori si incaricano di bloccare. Poi, dopo il quindicesimo scrutinio a vuoto, fa approvare ai grandi elettori del partito un oscuro documento in cui si auspica un candidato che raccolga «le più larghe adesioni della parte democratica del Parlamento ».
Molti votano senza cogliere quella sfumatura. Solo un deputato quarantenne di Novara, Oscar Luigi Scalfaro, coglie il vero significato di quella frase: «Ho capito tutto, questa sera siamo stati chiamati a votare per Saragat!».
E al ventunesimo scrutinio, dopo un testa a testa con Nenni, Saragat diventa il quinto presidente.
Entrare in gioco nel secondo tempo, quando il primo nome è stato bruciato nel voto segreto: questa è la mossa che si rivelata la più efficace, in 69 anni di votazioni presidenziali.
Funziona anche con Leone, lo sconfitto del 1964 che sette anni dopo ottiene la rivincita al termine della più lunga serie di votazioni della storia del Quirinale: al ventitreesimo scrutinio.
Il candidato ufficiale della Dc, Fanfani, esce di scena al settimo giorno, battuto dai franchi tiratori, e da allora i democristiani non partecipano più alle votazioni.
Il 23 dicembre a piazza del Gesù l’intesa arriva sul nome di Leone. Dovrà battere Nenni, che abita nel suo stesso condominio, in via Cristoforo Colombo.
Il giorno della votazione decisiva il portiere mette la guida rossa nell’atrio. «Non so chi sarà eletto – annuncia agli altri inquilini – ma so che stasera torna a casa un presidente».
Quando però il partito di maggioranza relativa non ha la forza per imporre il suo candidato nè al primo nè al secondo tempo, la sua prima tentazione è quella di bloccare anche gli altri aspiranti.
Così, nel luglio rovente del 1978 – Moro è stato ucciso il 9 maggio, Leone è stato costretto a dimettersi il 15 giugno – le correnti democristiane cercano di neutralizzare il candidato più insidioso: il socialista Sandro Pertini, sostenuto dai comunisti e dai laici, subìto.
Non potete chiederci, dicono, di votare un candidato scelto dagli altri.
La contromossa di Pertini è geniale: convoca i cronisti e annuncia il suo ritiro dalla corsa. Poi aggiunge: «Volete una rivelazione? Dieci giorni fa io sono andato da Zaccagnini e gli ho detto: il candidato devi essere tu». La mina è disinnescata, il candidato socialista non è più uno schiaffo alla Dc.
Così, 48 ore dopo l’ex partigiano viene eletto presidente con 832 voti, un record tutt’ora imbattuto.
Sette anni dopo, però, la Dc non si fa cogliere impreparata. Ha imparato la lezione, e Ciriaco De Mita realizza un capolavoro tattico riuscendo a far eleggere al primo scrutinio – per la prima volta dal 1946 – Francesco Cossiga.
Il segretario Dc tesse con largo anticipo, in gran segreto, una tela che gli permette di raccogliere un consenso trasversale così ampio che Cossiga – ex uomo di punta della “Brigata Sassari” – stavolta può andarsene in Portogallo ostentando il suo distacco. Ma il giorno del voto decisivo va a trovare l’amico segretario alle sei e mezzo del mattino nella sua casa vicino alle Fosse Ardeatine, lo invita a fare due passi nella strada deserta e gli regala una Bibbia rilegata con la sua dedica. «Non lasciatemi solo» mormora, abbracciandolo.
Eppure la pazienza e l’abilità non bastano, davanti a una poltrona per due.
E nella primavera del 1992, quando Andreotti e Forlani puntano entrambi verso il Colle, i grandi elettori li puniscono nel voto segreto.
Solo il tritolo della strage di Capaci, che scuote il Palazzo come un terremoto, costringe i partiti a trovare subito un’intesa su un outsider, Oscar Luigi Scalfaro, che alla prima votazione aveva avuto solo sei voti.
All’ultimo momento però Achille Occhetto va dal candidato per dirgli che c’è ancora ostacolo: «Tra i nostri c’è chi teme che la tua identità di cattolico fervente possa entrare in conflitto con la necessaria connotazione laica dello Stato» lo avverte.
«Di’ ai tuoi – gli risponde Scalfaro – che io sono serenamente degasperiano: la Chiesa è la Chiesa, lo Stato è lo Stato».
Poche ore dopo – la sera del 25 maggio – il quinto (e ultimo) presidente democristiano viene eletto con 672 voti su 1002.
Nell’ultimo anno del secondo millennio, l’elezione del successore di Scalfaro è così sorprendente, per la rapidità dell’elezione e per l’ampiezza della maggioranza – che da allora si parla di “metodo Ciampi”.
Stavolta il ruolo del grande tessitore tocca a Walter Veltroni, che riesce a trovare l’intesa con l’opposizione berlusconiana sul nome del ministro dell’Economia che ha portato l’Italia nell’euro.
L’accordo resta segreto fino all’ultimo, anche se una settimana prima delle votazioni Gianfranco Fini fa una scommessa con i giornalisti e scrive il nome del futuro presidente su un foglio che, sigillato in una busta, viene affidato al cameriere di un bar. Dopo l’elezione, torna con i cronisti, riapre la busta davanti a loro e mostra il biglietto: «Ciampi».
L’impresa non riuscirà più a nessuno. Nel 2006 la candidatura di Massimo D’Alema trova una sponda perfino nel «Foglio» di Giuliano Ferrara, ma Fini, Casini e Rutelli si mettono di traverso e all’ultimo momento spunta il nome dell’ottantunenne Giorgio Napolitano.
Sarà il primo ex comunista a diventare capo dello Stato. E sarà anche il primo presidente a essere rieletto, dopo il ritorno sulla scena degli eterni protagonisti delle campagne per il Quirinale: i franchi tiratori.
Ma quella è un’altra storia, che va raccontata dall’inizio.
Sebastiano Messina
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
LA CANCELLIERA CONTRO IL POPULISMO XENOFOBO
Un discorso di fine anno all’insegna della lotta al populismo di destra, in particolare (anche se
non lo cita direttamente) il riferimento è al gruppo estremista Pegida (Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’Occidente).
Quel movimento nato a Dresda che sta prendendo piede anche in altre città della Germania: per la Merkel è “ovvio che accogliamo le persone che cercano di salvarsi”. La cancelliera difende così le scelte nelle politiche per l’immigrazione del suo governo, e mette in guardia i tedeschi dai rischi derivanti dal crescente populismo di destra, “spesso pieno di pregiudizi e persino odio”, dice riferendosi alle recenti proteste anti-islam nelle città tedesche.
Proteste guidate da Pegida, appunto.
La cancelliera, come riporta il Financial Times, guida un trio di leader europei che ha duramente attaccato i populismi: gli altri due sono il presidente francese Francois Hollande (il riferimento al Front National è evidente) e quello italiano Giorgio Napolitano.
Avvertimenti che hanno un sapore diverso, con un occhio ai recenti avvenimenti che hanno interessato la politica greca con la mancata elezione del presidente e l’ascesa di Syriza di Alexis Tsipras in vista delle prossime elezioni.
Come racconta la Stampa, la Merkel ha difeso la linea del governo tedesco sugli immigrati e ha fatto riferimento alle manifestazioni di Pegida, dove sono stati utilizzati slogan della rivoluzione pacifica che portò alla Caduta del Muro di Berlino: “Quello che intendono veramente è: voi non ne fate parte – per il colore della vostra pelle o per la vostra religione”. E “nei loro cuori albergano troppo spesso i pregiudizi, la freddezza, sì, addirittura l’odio”.
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Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
NUOVO PIANO REGOLATORE: IMPRENDITORI VICINI AL PD MANDANO MESSAGGI CON “CONSIGLI”…LA PROCURA APRE UN FASCICOLO
Pressioni delle cooperative sul sindaco e sui consiglieri comunali di San Lazzaro di Savena (Bologna) per salvare la cittadella di 582 alloggi.
A denunciarlo è il primo cittadino Pd Isabella Conti che ha deciso, dopo il fallimento di una delle coop coinvolte nel progetto, di bloccare la costruzione da tempo contestata dai cittadini.
Ora il Piano regolatore dovrà essere approvato dal consiglio comunale e nel frattempo alcune persone del mondo della politica e alcuni imprenditori vicini al Partito democratico avrebbero inviato via sms “alcuni consigli” per dire al sindaco di valutare la sua decisione, per evitare eventuali problemi di equilibri politici in seguito al fermo dei lavori e per non rischiare azioni di risarcimento danni.
La Procura di Bologna ha aperto un fascicolo sulla questione. L’inchiesta, per il momento conoscitiva e senza ipotesi di reato, è sul tavolo del procuratore aggiunto Valter Giovannini.
Alcuni giorni fa il sindaco è stato sentito dai carabinieri del Nucleo investigativo e ha formalizzato la denuncia, facendo nomi e cognomi degli autori delle pressioni, al limite delle velate minacce.
Si tratterebbe di persone del mondo della politica e dell’imprenditoria. Al centro dell’inchiesta ci sarebbe anche una frase velatamente minacciosa riferita al sindaco: sarebbe stata pronunciata da un professionista (partito a cui appartiene anche il primo cittadino) che l’avrebbe detta a una dipendente comunale.
Il progetto al centro delle pressioni riguarda un insediamento urbano da 582 alloggi, più una scuola e un centro sportivo, che sarebbe dovuto sorgere a Idice, fra via Palazzetti e via Fondè.
Varato dalla giunta precedente, guidata da Marco Macciantelli, ora stoppato attraverso una delibera con cui è stato avviato il procedimento di decadenza del Poc, il Piano operativo comunale.
La decisione, formalizzata a fine novembre, aveva innescato le proteste dalla cordata di cooperative che dovevano realizzare l’insediamento.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
“IL MAGGIOR NUMERO DI ASSENTI ERA IN REGOLARI FERIE”
“Per come sono stati pubblicati, i dati inducono in errore. C’è da dire, infatti, che la maggior
parte delle assenze non è per malattia, ma per ferie. C’è stata una sbagliata organizzazione. La verità è che stato tenuto in servizio solo un numero di agenti in grado di coprire l’ordinario. Per quanto riguarda i servizi particolari della notte di capodanno, contavano su circa 700 vigili che volontariamente si sarebbero dovuti secondo loro mettere in straordinario, ma questo non è successo. E’ stato quindi un errore di valutazione da parte loro”
Così, intervistato dall’agenzia di stampa Dire, il segretario del Sulpl di Roma, Stefano Giannini, sull’assenza dal servizio dell’83,5% dei vigili urbani della capitale la notte di capodanno.
E proprio per questo Giannini ora non crede ci saranno conseguenze di alcun tipo per gli agenti: “Quelli che si sono assentati per malattia erano veramente malati. A quanto ci risulta nessuna visita fiscale ha rilevato anomalie”.
“Matteo Renzi decida se noi siamo polizia o impiegati”.
E’ il messaggio lanciato al presidente del consiglio dal segretario da Giannini: “C’è una confusione- ha spiegato- frutto della mancata riforma della polizia locale, che noi chiediamo da anni. Ora il governo deve impegnarsi per mettere definitivamente un punto su questo. Perchè al momento siamo considerati forze di polizia quando gli fa comodo e impiegati in altri casi…”.
I vigili assenti a capodanno a Roma?
“La maggior parte hanno donato il sangue e, come previsto dal contratto collettivo nazionale di lavoro degli enti locali, erano esentati dal servizio”.
Così Franco Cirulli, responsabile Uil polizia municipale di Roma Capitale, commenta il tweet del ministro della pubblica amministrazione Marianna Madia.
Alla domanda sul perchè i vigili abbiano deciso di assentarsi per donare il sangue proprio in concomitanza con una serata impegnativa per la viabilità come quella del 31 dicembre, il sindacalista risponde: “Chi ha bisogno di sangue ne ha bisogno sempre, anche la notte di capodanno e di natale. Noi come sindacato, con senso di responsabilità abbiamo sospeso le assemblee, se i vigili hanno donato il sangue assentandosi in modo massiccio è perchè glielo consente la legge”.
Quanto al resto dei vigili assenti, oltre ai donatori di sangue, prosegue il sindacalista, “c’era chi era malato e chi ha usufruito della legge 104”, spiega.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
NUMERI IN CADUTA LIBERA: DA UN MILIONE DI CONTATTI NEL 2013 A POCHE MIGLIAIA QUEST’ANNO
Un anno fa, per il messaggio di fine 2013, boom di contatti e diretta in tilt.
Un anno dopo, per il messaggio di fine 2014, il web resta tranquillo, quasi dorme.
Il discorso di Capodanno di Beppe Grillo è ormai una consuetudine.
Ma se nel 2013 – quando il leader cinquestelle lanciò per la prima volta l’obiettivo del «vinciamo noi» per le elezioni europee – la trasmissione web si impallò più volte per eccesso di contatti (e ci fu chi, immancabilmente, ipotizzò complotti), questa volta tutto è filato liscio.
Per il capo del M5S questa quiete online non è un buon segno.
Minore l’attesa politica su quanto avrebbe detto il leader, ormai prevedibile l’idea del controcanto al discorso presidenziale.
E così se per il discorso di fine 2013 le visualizzazioni su YouTube sono state oltre un milione e centomila, quello del 2014, a ieri sera, era stato visto da alcune migliaia.
Il dato, certo, crescerà ma arrivare a un milione sembra una chimera.
La reazione del web nelle prime ore è decisiva.
E questa volta l’interesse per la performance di Grillo a Capodanno è stato tutt’altro che frenetico: negli anni scorsi, per esempio, le condivisioni del video dal blog a Facebook erano state migliaia (15 mila nel 2012), dieci volte di meno questa volta (ma i modi per far circolare il filmato sono tanti e quindi la cifra complessiva sarà più alta).
Molti di meno anche i commenti, per la maggior parte si tratta di fedelissimi che invitano il leader a «non mollare».
Il cuore dell’edizione 2014 del discorso del capo del Movimento Cinque Stelle si è concentrato su due obiettivi politici: il referendum consultivo per uscire dall’euro e il reddito di cittadinanza. «Vogliamo avere la nostra sovranità monetaria – ha detto Grillo -.
Uscire dalla moneta unica è una partenza, diventeremo competitivi. Lo so che è chiedere una cosa gigantesca».
In penombra, con in mano una lanterna e una candela di fianco, il leader del M5S ha scherzato: «Siamo nel nuovo ufficio della Casaleggio Associati, una specie di catacomba dove aleggiano gli spiriti, quelli buoni». Grillo si è rivolto esclusivamente ai sostenitori, descrivendo il Movimento come l’unico partito degli onesti: «Siamo qui per parlare di cose proibite e pericolose come lealtà ed onestà – ha sussurrato dagli schermi – noi siamo i veri eversori». E per chiudere ha letto un racconto di Italo Calvino, La pecora nera , in cui in un paese dove tutti sono ladri e si derubano a vicenda, la presenza dell’unico onesto crea un certo scompiglio. «È una parabola – ha chiosato il leader – scritta decenni fa, ma non è cambiato niente».
Pessimista sul futuro – «il 2014 ce lo ricorderemo, sarà leggermente meglio del 2015: abbiamo una disoccupazione a livelli memorabili» -, Beppe Grillo ha attaccato ancora una volta il capo dello Stato: «Forse avremo una grande soddisfazione – ha detto – perchè per raggiunti limiti di età Napolitano, che ha condiviso (e leggermente sponsorizzato) questo sfacelo, si toglierà »
Nel mirino anche Matteo Renzi: «Forse il 2015 ci porterà dei risultati straordinari. Può darsi che l’ebetino si toglierà di mezzo». Poche ore prima il messaggio contro il premier era stato ben più cruento: sulla web tv del Movimento, con l’idea di voler ironizzare sull’inglese incerto del presidente del Consiglio, era stato pubblicato un video, una celebre scena dal film Pulp Fiction , in cui un malcapitato – che grazie a un fotomontaggio ha il volto di Matteo Renzi – viene crivellato di colpi di pistola.
Tra i commentatori sono diversi quelli che apprezzano il messaggio violento: «Magari fosse vero» scrive un utente.
Massimo Rebotti
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Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
I VIGILI APPLICANO IL REGOLAMENTO DI POLIZIA URBANA DEL FAMIGERATO COMUNE DI PADOVA
Considerate le 112mila infrazioni per eccesso di velocità sulle tangenziali condonate di recente
dall’amministrazione comunale c’è una storia che merita di essere raccontata.
È quella di Massimo Susa, un senzatetto di 48 anni originario di Torino, che la notte del 21 dicembre scorso, come spesso fa, ha scelto il selciato di piazzetta Sartori come letto.
Alle 2 e 25 non si può certo dire che la zona pulluli di passanti.
Eppure la sua presenza ha catturato l’attenzione.
«Si sdraiava a terra sul marciapiede utilizzandolo come giaciglio per dormire. Nell’occasione utilizzava cartoni e coperte che venivano fatte rimuovere». Recita così il verbale con cui la municipale, contestandogli la violazione del regolamento di polizia urbana, gli ha affibbiato una multa da 100 euro.
Il caso della multa al senzatetto “esplode” sulle televisioni nazionali.
Massimo Susa è un uomo mite e colto che otto anni fa è stato licenziato dall’azienda di illuminazione per la quale lavorava.
Viveva con i genitori, non è più riuscito a trovare lavoro, e a un certo punto non se l’è più sentita di stare in casa con loro. Così la vita l’ha portato sulla strada. Lasciata Torino, Massimo gira senza una meta precisa.
Cerca e trova aiuto, chiede l’elemosina per campare.
A Piacenza la Caritas locale gli dà spesso una mano, ma anche Padova si è dimostrata ospitale con lui.
Chiede qualche spicciolo agli Eremitani, trova chi gli offre un pasto caldo e qualche volta un tetto.
All’asilo notturno c’è da alzare la voce per avere un posto.
Non è nello stile di Massimo, e così, come in quel 21 dicembre, non resta che la strada.
Non vuole far polemica, qualcuno si è già reso disponibile a pagargli la multa.
In fin dei conti a Padova si trova bene.
Nonostante chi la amministra.
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Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DEI COMMERCIANTI: “SENZA ALTRE OPERE LA CITTA’ ANDRA’ SOTTO”
Venezia 2017, cronaca del Mose in funzione: scatta l’allarme, le dighe si alzano e fermano l’alta marea.
Evviva, la laguna è salva. Ma esiste una zona che non può stappare lo champagne e non si tratta di un campiello di periferia.
E’ piazza San Marco, che si allaga comunque.
Già , fra tre anni, quando sarà varato il Mose, lo scenario potrebbe essere proprio questo, beffardo e paradossale. Cioè, la grande opera non proteggerà il suo centro storico, simbolo della città nel mondo.
Lo denunciano compatti e agguerriti gli abitanti della piazza, gli imprenditori, i commercianti, i ristoratori, i famosi caffè Quadri e Florian e pure la Basilica di San Marco per bocca del suo proto, l’architetto Ettore Vio, che lancia l’allarme usando la matematica: «Se, come hanno deciso, il Mose verrà alzato soltanto quando la marea è a 110 centimetri, il problema non è affatto risolto perchè la Basilica inizia ad andare sott’acqua a 80 e nel 2014 è successo 200 volte. Se non si interviene in tempo rischiamo di perdere un patrimonio immenso, mosaici del tredicesimo secolo compresi».
L’associazione Piazza San Marco, che riunisce oltre cento fra esercenti e grandi appassionati di Venezia (il 10% dei soci è straniero) ha preparato un documento di denuncia e di rabbia.
«E’ uno scandalo: hanno speso oltre 5 miliardi per fare il Mose, hanno rubato decine di milioni in tangenti e non sono riusciti a fare le opere complementari di San Marco. Restituiscano le mazzette e con quei soldi salviamo la piazza più bella del mondo», esce allo scoperto Alberto Nardi, presidente dell’Associazione e titolare dell’omonima storica gioielleria.
Domanda: possibile che in trent’anni di battaglie e progetti nessuno avesse previsto una cosa del genere, Mose su e San Marco giù?
Naturalmente no, tutti ne erano a conoscenza. Tutti sapevano che la piazza ha la sfortuna di essere la zona più bassa di Venezia e che la Basilica si trova in una sorta di catino.
Per questa ragione lo Stato aveva previsto, oltre al Mose, alcuni interventi complementari, come l’innalzamento delle banchine verso il bacino, l’isolamento dell’antica rete di cunicoli e l’impermeabilizzazione della zona per impedire l’allagamento per risalita delle acque.
Costo degli interventi: 100 miliardi di lire, lievitati poi a 100 milioni di euro.
Una cifra importante ma nemmeno un cinquantesimo del costo del Mose (5,4 miliardi) e in ogni caso inferiore ai colossali sprechi scoperti dall’indagine giudiziaria sulla corruzione legata alla grande diga.
Il Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico del governo per le opere di salvaguardia della laguna, prima fra tutte il Mose, qualcosa aveva anche fatto: il banchinamento, che però risulta inutile se non vengono realizzati anche gli altri lavori, come dimostrano le 240 acque alte dell’anno appena concluso.
Risultato: il Mose sara’ una bellissima, incompiuta opera.
Come aver fatto una casa meravigliosa dimenticando le finestre. Sul perchè non si possano fare le finestre non ci sono dubbi.
«Sono finiti i fondi della legge Speciale per Venezia», allargano le braccia in Comune. Succede poi il fatto strano che a denunciare la falla del Mose siano un po’ tutti.
Non solo i commercianti della piazza, con Raffaele Alajmo del Quadri a fare da alfiere, considerato che il suo storico caffè è sempre il primo ad essere allagato: «Quest’anno mi è entrata 140 volte, noi abbiamo l’acqua quando la marea supera gli 85 centimetri, a 95 perdiamo 4 ore di lavoro. Questo significa che devo fermare l’attività tutte le volte, con cuochi lavapiatti camerieri e receptionist da pagare ugualmente e sono 25. Poi abbiamo gli stucchi della sala Ponga che quest’anno è peggiorata in modo vistoso per l’acqua salata di risalita. Insomma, un disastro se non si provvede in qualche modo, anche perchè le acque alte sono sempre più frequenti».
A denunciare il fenomeno è, paradosso nel paradosso, anche lo stesso Consorzio Venezia Nuova, cioè chi dovrebbe provvedere alla salvaguardia di Venezia.
Ecco come parla Hermes Redi, il direttore generale e ingegnere che ha seguito la grande opera come una sua creatura: «Hanno ragione i commercianti, posso dire solo questo. Anzi, aggiungo che lo stesso problema avrà Rialto, altra zona bassa. L’acqua entrerà dalle forine, la piazza doveva essere impermeabilizzata. Anche se ritengo che un utilizzo elastico del Mose possa limitare i danni».
Alcuni propongono di risolvere il problema alzando la diga quando si prevedono acque alte sopra i 90 centimetri, in modo che anche San Marco rimanga all’asciutto. «Impossibile – spiegano i tecnici – dovremmo chiudere la laguna troppo spesso e lo specchio d’acqua diventerebbe una fogna a cielo aperto, con ripercussioni negative sotto il profilo ambientale e sanitario. E’ necessario garantire il ricambio delle acque». Già , ma a chi spettava l’onere di completare i lavori?
«C’è stato un problema di competenze, doveva occuparsene il Comune », azzarda Redi. E i responsabili del Comune cosa dicono?
«Il problema è di pecunia — spiega Marco Agostini, il direttore generale che ha seguito passo passo la vicenda — Dieci anni fa le opere erano state presentate al Comitatone che però non le ha mai approvate per mancanza di fondi. La Legge Speciale è sempre abbastanza incerta come competenze».
Consorzio, Comune, Comitatone. La palla e’ pesante e passa di mano in mano. Agostini riconosce un rischio serio: «Non solo per San Marco: i palazzi possono cadere se non vengono fatte le opere complementari perchè le acque alte sono sempre di più. Non sono capricci, questi. Io dico che se le mazzette fossero finite in queste casse non saremmo qui a parlarne».
Dunque, il responsabile sarebbe il Comitatone per Venezia. E il Comitatone sono un po’ tutti: governo, Regione, Provincia, Comune, Magistrato alle Acque, autorità portuale. E quando ci sono tutti nessuno è più responsabile e Piazza San Marco affoga.
(da “il Corriere veneto”)
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Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
“COL SUO SANGUE SI CREERA’ UNA BANCA DI PLASMA PER CURARE ALTRE PERSONE”
Aveva contratto il virus in Sierra Leone, ma i sanitari dell’ospedale Spallanzani di Roma hanno
annunciato che Fabrizio Pulvirenti, il medico siciliano di Emergency e ‘paziente zero’ di Ebola in Italia, è “completamente guarito”.
Quindi è stato dimesso dalla struttura sanitaria capitolina specializzata nel trattamento delle malattie infettive, dove era stato ricoverato lo scorso 25 novembre.
“Ringrazio i medici — ha detto Pulvirenti -: quello che è stato fatto per me è davvero grande”. E annuncia di volere continuare a operare, anche se non a breve e “per un periodo limitato”, in Sierra Leone .
“Devo prima di tutto ricostruire il mio tono muscolare, successivamente valuterò quando tornare. Sicuramente — ha aggiunto — voglio tornare per completare il lavoro che stavo svolgendo”.
Al suo fianco anche il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, la presidente di Emergency, Cecilia Strada, il commissario straordinario dell’Inmi Valerio Fabio Alberti e il direttore scientifico dello Spallanzani, Giuseppe Ippolito.
Quest’ultimo ha anche annunciato che “con il sangue di Fabrizio”, che sarà inviato anche in Sierra Leone, si procederà a creare una “banca centralizzata” di plasma per curare altre persone colpite da Ebola.
“Poco più di un mese fa, il 25 novembre, ci interrogavamo sulla sorte di questo straordinario medico, che come ha giustamente detto il presidente Napolitano si può annoverare tra le eccellenze italiane“, ha dichiarato Alberti.
“Da allora — ha sottolineato — non vi nascondo che abbiamo passato momenti duri e oggi con soddisfazione e orgoglio possiamo comunicare ufficialmente la sua guarigione”. In conferenza stampa è intervenuto anche Gino Strada che, in collegamento su Skype ha detto: “Sono molto contento, nessuno di noi ha mai dubitato che Fabrizio ce l’avrebbe fatta”.
Il racconto del medico: “Due settimane di buco di coscienza”
“Sono stato curato non soltanto dal punto di vista professionale, ma con i colleghi dello Spallanzani si è creato un rapporto amichevole, di affetto — ha detto Pulvirenti nel giorno delle dimissioni — E li ringrazio uno per uno abbracciandoli perchè quello che è stato fatto per me credo sia davvero grande”.
Il medico ha spiegato di avere sempre seguito le procedure di sicurezza in Sierra Leone e ritiene “impossibile risalire al momento del contagio”.
Poi ha descritto la sua esperienza di paziente. Dopo i primi giorni nella clinica, ha detto, “nei quali cercavo di guardare ogni sintomo con occhio scientifico, per mantenere la mente impegnata la luce della coscienza si è spenta, con un buco di circa due settimane delle quali non ricordo assolutamente nulla: i buoni propositi di mantenere la razionalità sono andati a farsi benedire e il medico è stato scalzato dal paziente, com’è giusto che sia. In questo momento io sono il paziente”.
Nel suo intervento anche un pensiero ai colleghi: “Non sono un eroe. Sono solo stato meno fortunato di loro perchè sono stato contagiato”.
Lorenzin: “Giornata di felicità ”
“Una bella notizia con cui iniziare l’anno — ha detto durante la conferenza stampa il ministro della Salute Beatrice Lorenzin – e la dimostrazione di quello che siamo capaci di fare. Questa vicenda è l’esempio di collaborazione di squadra che ha funzionato. Una giornata di felicità per me e per tutti gli italiani”.
Lorenzin ha inoltre aggiunto che “abbiamo trovato altri 4 milioni di euro per lo Spallanzani nel fondo del ministero della Salute“, e ha annunciato anche che “a Emergency sarà data una medaglia ad alto valore per la sanità italiana.
La diamo a voi — ha proseguito — perchè in questo modo va a tutti i colleghi di Fabrizio, che avrà una onorificenza a parte per il coraggio e per la forza di volontà e l’esempio che ha dato”.
Sulla guarigione del medico è intervenuto anche il presidente del Consiglio Matteo Renzi, che su Twitter ha scritto: “Grazie a medici e personale dello Spallanzani per la loro straordinaria professionalità . In bocca al lupo a Fabrizio: buon lavoro”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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