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STRAGE IN REDAZIONE A PARIGI: ASSALTO A SEDE CHARLIE HEBDO, ALMENO 12 MORTI

Gennaio 7th, 2015 Riccardo Fucile

RAID DI DUE UOMINI INCAPPUCCIATI CHE SPARANO CON IL KALASHNIKOV… GRIDAVANO “VENDICHEREMO IL PROFETA”… AGENTI FREDDATI PER STRADA

Sconvolgente attacco armato contro la redazione parigina di Charlie Hebdo, a Parigi. Una sventagliata di pallottole contro i giornalisti e vignettisti gridando «Vendicheremo il profeta». Almeno 12 morti. Due dei quali poliziotti. Freddati per strada senza pietà  come mostrano video e foto.
Due uomini incappucciati e vestiti di nero sono penetrati nella sede del giornale satirico francese, noto per le prese di posizione dissacranti e provocatorie sul terrorismo di matrice islamica, prima di aprire il fuoco con dei kalashnikov.
È successo nell’XI arrondissement, in rue Nicolas-Appert, la zona orientale della capitale francese, nelle vicinanze di piazza della Repubblica e della Bastiglia.
Quel che è successo sfiora l’inimmaginabile.
L’attacco, le raffiche in redazione. Uccisioni, vere e proprie esecuzioni: i redattori chiamati per cognome. Lo sparo che li ammazza. La fuga, con gli agenti che cercavano di reagire travolti dai proiettili. E ammazzati mentre erano a terra.
Posti di blocco in tutta Parigi. L’auto con cui i terroristi sono scappati è stata trovata un’ora dopo l’attentato. Nel XIX arrondissement.
Qui gli uomini incappucciati avrebbero preso un’altra vettura, minacciando con le armi un automobilista.
E allontanandosi dopo aver investito un altro pedone. Un’ora prima dell’attacco i redattori della rivista avevano postato sull’account ufficiale una vignetta raffigurante al-Baghdadi, il capo dell’Isis.
Queste le parole attribuite al terrorista: «Al dunque, i migliori auguri».
Tra le vittime, il direttore Stephan Charbonnier, detto Charb, ed altri tre colleghi vignettisti del settimanale satirico.
Secondo le Figaro si tratta di Cabu, Tignous e Wolinski.
In Francia, dove la satira vanta una tradizione lunghissima ed è assai seguita, sono nomi celeberrimi. Nomi noti anche in Italia. Soprattutto quest’ultimo, Wolinski, collaboratore di varie riviste, tra cui «il Male».
Allerta massima in tutta Europa
Gli assalitori sono successivamente fuggiti a bordo di un’auto nera. Facendosi largo
con altre raffiche di Ak 47.
Scene riprese e fotografate da decine di testimoni con video e foto che stanno rimbalzato su tutti i siti.
Allerta massima in tutta la Francia. Siamo a livello 3: quello che prevede l’ipotesi di altri attacchi.
E che estende immediatamente l’allarme a Europa e Usa.
Il presidente Hollande è andato sul posto. «È terrorismo, attacco contro la libertà ». «Dobbiamo reagire con fermezza, ma con uno spirito di unità  nazionale. Dobbiamo essere compatti – ha detto ancora il presidente – mostrare che siamo un paese unito. Siamo in un momento difficile: molti attentati erano stati evitati, sapevamo di essere minacciati perchè siamo un paese di libertà ».
Il grido: «Allah u Akbar»
Secondo alcune testimonianze, dopo l’attacco i due assalitori sarebbero riusciti a fuggire, aggredendo un automobilista e impossessandosi della sua auto.
I due durante l’attentato hanno gridato «Allah u Akbar», Dio è grande: lo testimoniano le immagini girate dal giornalista Martin Boudot, trasmesse da France Televisions.
«E’ un vero massacro!». Almeno 12 morti
«È un vero massacro, ci sono dei morti!»: così in una drammatica telefonata uno dei dipendenti del giornale Charlie Hebdo che si trovava nella sede al sito di 20 Minutes
Tre anni fa altro attentato
Nel novembre 2011 la sede del settimanale venne distrutta da una bomba molotov e dall’incendio generato dall’esplosione.
La redazione aveva annunciato la nomina di Maometto come direttore del numero in uscita, che si sarebbe chiamato «Sharia Hebdo» in relazione alla vittoria del partito islamico di Ennahda alle elezioni in Tunisia e alla decisione del nuovo governo libico di usare la sharia come principale fonte di legge.
Nel 2006 vignette contro Maometto
Nel 2006 il settimanale Charlie Hebdo suscitò polemiche pubblicando una serie di caricature del profeta Maometto, diffuse inizialmente dal quotidiano danese Jyllands-Posten. E appunto: nel 2011 la sede del giornale venne colpita da alcune bombe molotov.
Hollande, dopo essere rientrato all’Eliseo, ha detto che «non c’è dubbio che si tratti di terrorismo. Diversi attentati sono stati sventati nelle scorse settimane», «siamo minacciati perchè siamo un Paese di libertà ».
«Esprimo cordoglio per le vittime, sia giornalisti che poliziotti, al servizio della libertà  della Francia», ha detto il presidente che ha poi annunciato: «Alle 14 riunirò all’Eliseo tutti i ministri e responsabili della sicurezza».
La condanna della Casa Bianca: «Solidali con la Francia»
La Casa Bianca ha condannato «nei termini più forti» l’attacco contro la sede di «Charlie Hebdo» a Parigi.
In una dichiarazione rilasciata alla televisione Msnbc, il portavoce di Barack Obama Josh Earnest ha dichiarato: «Tutta la Casa Bianca è solidale con le famiglie di quelli che sono stati uccisi o feriti in questo attacco».

(da “il Corriere della Sera”)

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RENZI TIENE BERLUSCONI PER IL COLLE: SALVACONDOTTO IL 20 FEBBRAIO

Gennaio 7th, 2015 Riccardo Fucile

IL GOVERNO FA FILTRARE UNA MODIFICA: FRANCHIGIA PER LE SOMME EVASE ALL’1,5%…. COSàŒ L’EX CAVALIERE SI SALVA LO STESSO… PALAZZO CHIGI CERCA DI COPRIRE LE TRACCE: CI PENSA DELRIO

La decisione politica non cambia: il decreto delegato sul fisco deve favorire i grandi evasori e Silvio Berlusconi.
Secondo un retroscena di Repubblica che Palazzo Chigi e ministero dell’Economia non hanno smentito, Matteo Renzi ha deciso di abbassare la soglia di non punibilità  per somme sottratte al fisco anche con frode dal 3 per cento del fatturato all’1,5-1,8 per cento.
Come dice Repubblica, il premier si è consultato anche con deputato Pd esperto di fisco, Marco Causi, che però non vuole essere associato a una norma che non condivide.
Correzione inesistente: a B. andrebbe sempre bene
Anche con le nuove soglie di franchigia Berlusconi, infatti, rimarrebbe tra i beneficiari perchè la percentuale di fatturato evasa dal Cavaliere tramite frode fiscale, grazie alle magie della prescrizione, risulta inferiore all’1,2 e lo 0,7 per cento del fatturato nei due anni fiscali per cui è stato condannato, 2002 e 2003.
E quindi l’ex Cavaliere può ancora sperare di veder svanire il divieto di candidarsi e di essere eletto: se sparisce il reato, dice il codice penale, spariscono anche gli effetti della sentenza di condanna, per quanto definitiva. Il provvedimento arriverà  in Consiglio dei ministri il 20 febbraio, con gli altri decreti fiscali.
Ma il messaggio rassicurante a Berlusconi è arrivato, in vista dei giochi del Quirinale che per allora saranno chiusi.
Certo sarà  complicato, questa volta, aiutare il socio nel patto del Nazareno con la stessa discrezione dimostrata nel Consiglio dei ministri del 24, con giornali chiusi e opposizioni distratte.
Perchè per la prima volta è diventato palese il caos organizzativo che regna a Palazzo Chigi da diversi mesi.
Nell’era del renzismo la macchina amministrativa è stata piegata alle esigenze di comunicazione (e improvvisazione) del premier, saltando formalità  e aggirando procedure.
E ora che l’incidente è arrivato, nei corridoi di Palazzo Chigi tocca a Graziano Delrio gestire il disastro.
Sia perchè, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, è lui il capo formale della macchina, sia per evitare altri danni di immagine a Renzi che si è preso la responsabilità  del presunto pasticcio per chiudere ogni dibattito sulle reali colpe.
Secondo quanto ha ricostruito il Fatto Quotidiano, però, non si è trattato di pasticcio e neppure si può parlare di colpe, al massimo di dolo.
Niente errori, tanta strategia     Il provvedimento col favore fiscale a grandi banche con guai fiscali e a Silvio Berlusconi ha seguito un iter anomalo ma non certo frutto di imperizia, bensì di ferrea volontà  politica che ora è difficile mascherare.
In condizioni normali i testi arrivano al dipartimento affari giuridici e legislativi della presidenza del Consiglio che poi li mette all’ordine del giorno del “pre-consiglio”, un passaggio fondamentale che serve ai tecnici dei vari ministeri per sapere che cosa hanno preparato i colleghi e raccordare così il lavoro, chiedere modifiche e, soprattutto, preparare i rispettivi ministri alla riunione collegiale con il premier.
Il decreto delegato sul fisco non è stato messo all’ordine del giorno in vista del Consiglio del 24 dicembre: così nessuno dei ministri interessati (da Andrea Orlando della Giustizia, a Pier Carlo Padoan dell’Economia a Federica Guidi dello Sviluppo) era formalmente informato che se ne se sarebbe parlato in Consiglio.
Motivazione informale offerta a chi osava chiederne una: il capo dell’ufficio legislativo di Palazzo Chigi, quell’Antonella Manzione che a Firenze guidava i vigili e che Renzi ha voluto con sè a Roma, non sarebbe stata d’accordo con molte parti del testo.
Eppure i problemi, cioè soprattutto il comma 19 bis, nel testo uscito dal Tesoro ancora non c’erano.
Delrio inserisce all’ultimo secondo il decreto all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri.
Ma quale testo? Mistero, perchè saltando il passaggio del pre-Consiglio nessun tecnico ha potuto vederlo.
Ma almeno in Consiglio, cioè davanti agli altri ministri, è stato discusso?
“Il Consiglio ha discusso la delega fiscale (…) una discussione che ha prodotto poi il testo pubblicato”, ha detto ieri Delrio al Messaggero.
Ma anche questo, secondo quanto risulta al Fatto, è falso: è soltanto l’ultima trincea difensiva di Renzi e Delrio , un monito agli altri membri del governo a lasciare la loro impronta digitale sulla questione.
I verbali del Consiglio sono, come sempre, quasi segreti, ma Delrio sta lavorando da giorni per fare in modo che almeno la versione per i posteri sia formalmente ineccepibile, cioè che il decreto delegato è stato approvato “con modifiche” e non “salvo intese”, cioè che c’è stata una discussione articolo per articolo, con dibattito e variazioni, invece che soltanto un accordo politico di massima.
L’articolo che non ha visto nessuno: le testimonianze
“Il testo era pulito. Ho avuto notizia dell’introduzione del detto articolo 19 bis, nel testo elaborato dalla commissione da me presieduta”, dice al Corriere della Sera l’ex presidente della Corte costituzionale Franco Gallo che guida la commissione di tecnici del Tesoro al lavoro sulla riforma fiscale.
Tre ministri anonimi interpellati da Libero dicono che nella riunione del 24 della norma salva-Berlusconi non se ne è proprio parlato.
Ma nessuno lo ammetterà  pubblicamente: perchè scavalcare i tecnici e far riscrivere le norme direttamente da Delrio, Luca Lotti o chissà  chi (perchè uno dei problemi di questo caos è che è impossibile attribuire la paternità  legislativa) è diventata la nuova norma nel renzismo per i provvedimenti più delicati.
Da mesi i ministri hanno rinunciato a pretendere il rispetto almeno formale della propria autonomia e lasciano tutto in mano a Renzi.

Carlo Di Foggia e Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LE RITORSIONI DI FORZA ITALIA SBATTONO SULL’ITALICUM

Gennaio 7th, 2015 Riccardo Fucile

VERDINI: “RENZI HA FATTO QUEL CHE HA POTUTO”

Un po’ affiatati e un po’ distanti. Sarà  così, molto simulata, la volata verso il Colle di Matteo Renzi e Silvio Berlusconi.
Gli autori del Patto dialogano attraverso messaggi recapitati da fedelissimi noti o da manine ignote.
In attesa di un faccia a faccia che dovrà  vidimare la candidatura per il Quirinale. In questo parapiglia mediatico rientra la ritorsione al giovane Matteo che s’è rimangiato — se ne riparla il 20 febbraio, annuncia l’annunciatore seriale di Firenze — la norma sul 3% a favore degli evasori e dei frodatori fiscali, il dono che avrebbe riabilitato il condannato di Arcore. Tema: l’Italicum, la legge elettorale.
Il concetto è esposto da Renato Brunetta, capogruppo forzista a Montecitorio: “Il Nazareno non prevedeva il premio di maggioranza per la singola lista. Forza Italia e Berlusconi sono da sempre contrari, dunque si ripristini il disegno e approvato alla Camera che incentiva le coalizioni. Non sono possibili, nello spirito del Nazareno, modifiche unilaterali”.
L’avviso è siglato Brunetta, condiviso da Paolo Romani, il collega di Palazzo Madama (dove riparte, proprio oggi, il cammino dell’Italicum).
Il nuovo atteggiamento, più rigido e meno piatto, è la conseguenza di un ordine che l’ex Cavaliere ha impartito ai suoi, domenica, nella riunione di Arcore.
A volte, conviene far sentire il peso di un alleato che aspetta l’agognata riabilitazione politica. Fingere un drammatico disaccordo, e poi tornare una coppia inossidabile.
Il suggerimento è di Denis Verdini, che invoca calma: “Vanno evitati i colpi di testa, dato che Matteo ha fatto quel che ha potuto”, riflessione riportata dal Corriere e non smentita.
Matteo ha fatto, a metà . Ha provato, secondo la lettura di Verdini, a recuperare il pregiudicato di Arcore spazzando via con un codicillo l’effetto “legge Severino”, e cioè l’essere incandidabile, un Caimano escluso ancora per anni dalla politica attiva.
È ormai evidente che il salvacondotto del 3% sia uno strumento per condizionare l’ex Cavaliere per il Quirinale.
E non soltanto perchè lo affermi Franco Coppi, l’avvocato di Berlusconi. Ma perchè Renzi ha fissato per il Cdm del 20 febbraio, si presume a successore di Giorgio Napolitano già  insediato, il varo del rielaborato decreto legislativo in materia fiscale, la revisione del testo licenziato il 24 dicembre di vigilia, il regalo poi ritirato per l’ex Cavaliere.
In Forza Italia evocano i “ricatti”; fragoroso il Mattinale di Brunetta: “Salta tutto”.
In un lungo comunicato, Renzi ha toccato l’agenda di questa settimana, che oggi s’inaugura con un incontro pomeridiano con i parlamentari democratici e un colloquio con il ministro Pier Carlo Padoan, mentre in Parlamento sfilano l’Italicum (Senato) e la riforma costituzionale (Camera): “Entro fine mese ci saremo”.
E ha garantito che il Cavaliere “sconterà  la sua pena sino all’ultimo giorno” (si riferiva anche alla Severino?).
E l’ex sindaco di Firenze non rinnega l’articolo 19 bis che depenalizza i reati fiscali: “Si può naturalmente eliminare, circoscrivere, cambiare. Il fatto che ci siano adeguate soglie di punibilità  e che si rispetti il principio di proporzionalità  è sacrosanto. Poi nel merito si può discutere di tutto. Noi non facciamo norme ad personam nè contra personam. Una legge si adotta se serve agli italiani, non se si immagina che possa servire o non servire a un italiano. Questa ossessione su Berlusconi sia da parte di chi lo ama, che da parte di chi lo odia non mi riguarda”.
In retorica, promosso. In sostanza, un po’ vago.
Berlusconi sarà  fuori dai beneficiati? Bene, e allora perchè non intervenire subito e zittire quelli che, dal professor Coppi all’opposizione dem, vedono in questa faccenda un farsesco giochino per il Quirinale?
Renzi la pensa in maniera opposta. Spiega che sospende la norma sui reati fiscali sino al 3% proprio per evitare polemiche sul Quirinale. Troppo tardi.
E poi il 22 febbraio ci sarà  l’anniversario del governo. Palazzo Chigi farà  festa. Questa promessa di Renzi, pare, sarà  mantenuta.
E l’ex Cavaliere che fa, se ne resta triste a Cesano Boscone?

Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano“)

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DECRETO ILVA, UN SALVACONDOTTO INCOSTITUZIONALE

Gennaio 7th, 2015 Riccardo Fucile

L’AMBIGUITA’ DI DECIDERE DI NON DECIDERE

Ciò che infastidisce non è l’inadeguatezza o la semplice non condivisibilità  della soluzione: è il tentativo di nascondere che la soluzione è inadeguata o — prevedibilmente — non condivisa. Così è per l’ennesimo “Salva Ilva” .
Non è proprio nozione diffusa. Ma è evidente che ci sono problemi che non hanno soluzione; perlomeno non hanno soluzione soddisfacente.
Se Ilva (Taranto) continua a produrre ammazza la gente: è avvenuto negli anni passati e sta avvenendo ogni giorno.
Dunque dovrebbe essere chiusa.
Se poi fosse economicamente conveniente risanarla e produrre in condizioni di sicurezza, lo si faccia; dopo — solo dopo — si riaprano gli stabilimenti e si dia inizio alla produzione.
Peraltro, come tutti sanno, risanare Ilva costa una quantità  di soldi che non ha nessuno: non lo Stato e nemmeno privati imprenditori che vogliano farsene carico.
Quanto ai soldi sequestrati ai vecchi proprietari, i Riva, ci sono ma non sono disponibili: per servirsene bisognerebbe confiscarli; ma la confisca presuppone una sentenza definitiva di condanna che è ben lungi dall’arrivare.
Tra l’altro, questo dimostra quanto un sistema giudiziario inefficiente sia dannoso per l’economia nazionale. Sicchè chiudere Ilva si può, forse si dovrebbe; ma significa chiuderla per sempre.
Ilva chiusa provocherebbe conseguenze devastanti sull’economia nazionale: la mancata produzione siderurgica di Ilva (Taranto) copre il 40% del fabbisogno nazionale.
Si può sempre ricorrere alle importazioni ma il costo di questa soluzione viene stimato in 4/6 miliardi di euro all’anno: un onere probabilmente insopportabile per le imprese italiane del settore.
A ciò si aggiungerebbe la perdita del posto di lavoro per circa 12.000 dipendenti dell’azienda; e per un numero non quantificabile di dipendenti dell’indotto direttamente connesso con Ilva Taranto e delle aziende che sarebbero travolte dall’aumento dei costi per l’acciaio di importazione.
Economicamente e socialmente un disastro. Però non vi sono altre opzioni; e dunque si deve scegliere una delle esistenti.
Il piano ideato dall’allora ministro dell’Ambiente Clini (poi finito in galera per corruzione ma in allora autoproclamatosi unica figura istituzionale competente a gestire il caso Ilva, con particolare esclusione della magistratura tarantina) era privo di senno e di senso.
Di senno, perchè soldi per adempiere alle prescrizioni contenute nell’Aia (Autorizzazione Integrata Ambientale) Ilva non ne aveva; e perchè i termini per realizzare le più significative tra queste prescrizioni (una fra tutte, la copertura dei parchi stoccaggio minerali con un edificio che sarebbe stato il più grande d’Europa) erano risibili.
Di senso perchè, ammesso che davvero Ilva potesse essere risanata e risanata nei termini, fino ad allora autorizzare la continuazione della produzione significava autorizzare la morte di un gran numero di persone.
Tanto avevo ragione (avevamo: molti altri scrivevano le stesse cose) che il nuovo “Salva Ilva” prevede due misure volte a ovviare a entrambe queste situazioni.
I termini previsti nell’Aia slittano: adesso sarà  sufficiente realizzare, entro il 31 luglio 2015, l’80% delle misure richieste dall’Aia; come previsto, sono in ritardo.
E il commissario straordinario che gestisce Ilva e i suoi dipendenti saranno immuni da responsabilità  penali: l’attuazione del progetto di risanamento previsto dalla legge è definito a priori come “adempimento delle migliori regole preventive in materia ambientale, di tutela della salute e dell’incolumità  pubblica e di sicurezza sul lavoro”.
Quanto alla percentuale di realizzazione: 80% di che?
L’unica interpretazione possibile è quella di far riferimento al numero delle misure prescritte.
Che è proprio una presa in giro: si realizzano puntualmente le misure meno impegnative fino a raggiungere la percentuale richiesta; e si trascurano quelle più costose e importanti.
E poi: cosa vuol dire realizzare? Bagnare i depositi di minerale e arretrarli di 80 (80!) metri può essere considerata misura idonea a evitare il disperdersi di polveri? Infine, quanto al salvacondotto concesso al Commissario, sembra quello che il Cardinale di Richelieu dette a Milady De Winter, incaricata di uccidere Lord Buckingham: “È per mio ordine e per il bene dello Stato che il latore della presente ha fatto quello che ha fatto” (Dumas — I tre Moschettieri). Costituzionalmente inaccettabile.
E, se la magistratura tale lo ritenesse, si finirebbe dritti avanti alla Corte costituzionale.
È evidente che tra la morte di un numero indeterminato di cittadini e il disastro economico che la chiusura di Ilva cagionerebbe, il governo ha scelto la prima opzione. Come ho detto, ci sono problemi che non hanno soluzioni ottimali.
Però è ingiusto non spiegare con chiarezza ai cittadini i motivi della decisione e non assumersi apertamente questa tremenda responsabilità .
Questo è ciò che ci si aspetta da un Uomo di Stato; è anche vero che un politico ragiona in un altro modo…

Bruno Tinti
(da “il Fatto Quotidiano”)

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IMPUNITÀ PURE PER L’ILVA: UN DECRETO, TRE PORCATE

Gennaio 7th, 2015 Riccardo Fucile

NIENTE PROCESSI AL COMMISSARIO E AI SUOI UOMINI SE COMMETTONO REATI…BONIFICHE RIDOTTE ALL’80%

Approvato la vigilia di Natale, l’ennesimo decreto “Salva Ilva” è legge da lunedì scorso.
E da ieri se ne conoscono i pesanti effetti.
Dopo che Monti stabilì che l’acciaieria restava aperta contro la decisione della magistratura, Letta che tagliava fuori i Riva — commissariandola — il settimo decreto di Matteo Renzi li estromette definitivamente.
Lo fa, però, mettendo pochissimi soldi sul piatto delle bonifiche, dando carta bianca al commissario e con pesanti deroghe al rispetto delle prescrizioni ambientali.
Quelle che fanno infuriare gli ambientalisti, Verdi in testa, che parlano di “condono”. Promemoria: il premier si è convinto della necessità  di una nuova “operazione Alitalia”. Tradotto: con una piccola modifica alla legge Marzano (fatta per Parmalat), parte l’amministrazione controllata su richiesta del commissario Piero Gnudi.
Poi lo schema è noto: la parte sana — la good company — va in mano al futuro commissario (stando al testo, lo stesso Gnudi), mentre debiti e contenziosi finiscono in una bad company, con la garanzia dello Stato. Questo, però, nel testo del governo non c’è. C’è però molto altro.
COMMISSARIO-IMPUNITà€
Viene lasciata carta bianca al nuovo commissario e ai suoi incaricati nell’attuazione del piano ambientale previsto dall’Autorizzazione integrata, quella che dovrebbe fare in modo che l’Ilva non uccida più i tarantini: non rischieranno nulla sul piano penale e civile.
Il perchè è presto detto: stando al testo, molte delle prescrizioni sanitarie non verranno rispettate. Il cavillo disinnesca così qualsiasi iniziativa della Procura di Taranto.
Obiettivo manifesto, peraltro, dei precedenti decreti.
PRESCRIZIONI, C’È TEMPO
Qui si sfiora il condono. L’articolo 2 stabilisce infatti che per rispettare le 94 prescrizioni previste dall’Aia c’è tempo fino al luglio 2015.Mac’è un di più: basterà  che per quella data ne siano state realizzate almeno l’80% per non bloccare tutto.
Toccherà  al Ministero, con apposito decreto, fissare il termine per le restanti.
Quali? Stando ai tempi fissati dal testo quelle più importanti: la copertura del parco minerali (considerato il principale responsabile del sollevamento delle polveri verso il rione Tamburi), e la numero 16: agglomerato cokeria altiforni.
Entrambe scadono a ottobre e la prima ha tempi lunghi: circa due anni e mezzo. I lavori però, non sono ancora iniziati e il progetto esecutivo ancora non ha l’ok definitivo.
Il rischio è che i due più importanti paletti a tutela della salute non vengano rispettati.
SALUTE, INSOMMA
Più che sottostimarli, il decreto sembra ostacolarli. Sempre all’articolo 2 si decide che la valutazione del danno sanitario non può modificare le prescrizioni che devono essere adottate sugli impianti.
Perchè? La risposta, forse, è nello studio della valutazione del danno sanitario redatto dall’Arpa Puglia: in caso di non applicazione delle prescrizioni sarebbero a rischio cancro 25 mila persone, che in caso di piena applicazione si ridurrebbe solo del 50%.
Dettaglio inutile, visto che non potranno incidere sulle bonifiche.
GLI SPICCI (DI LETTA-MONTI)
Renzi ha parlato di 2 miliardi di euro. Soldi che però non ci sono, almeno non tutti. 1,2 miliardi, per dire, sono quelli sequestrati ai Riva dalla procura di Milano.
Sequestrati, non confiscati (serve una sentenza definitiva): in pratica i soldi sono ancora bloccati in Svizzera.
Proprio in questi giorni i pm stanno dialogando con le autorità  elvetiche per riportarli in Italia, ma l’operazione non è semplice e i soldi sono a rischio contenzioso.
Di sicuri, ci sono solo 486 milioni. Cifre non stanziate da Renzi, ma dai governi precedenti al suo, e finora mai spesi (ci sono anche fondi di Fintecna: 150 milioni).
Il premier ha promesso poi 375 milioni di fondi europei.
Nel testo, però, la cifra non compare. I custodi giudiziari della Procura di Taranto avevano stimato il danno ambientale in 8 miliardi.
Dei 30 milioni per la ricerca sui tumori infantili, promessi dal premier, invece, non c’è traccia. Renzi sembrava tenerci in modo particolare: “L’Europa non ci impedisca di salvare i bambini di Taranto”, ha spiegato nelle scorse settimane.
Ieri, il sottosegretario Graziano Delrio ha assicurato che ci saranno. Secondo uno studio dell’Istituto superiore della sanità  del 2014, la mortalità  per tumore della popolazione tarantina da zero a 15 anni è risultata del 21% superiore alla media della Puglia, mentre l’incidenza delle malattie tumorali è superiore del 54%.
IL FUTURO
Accollate le perdite allo Stato, l’acquirente c’è già : la multinazionale Arcelor Mittal e il gruppo Marcegaglia, in difficoltà  e in conflitto d’interessi in quanto fornitore dell’Ilva.
La cifra, stando al testo, è stata già  fissata da una valutazione indipendente (che non è dato conoscere).
Proprio come chiesto da Mittal.

Carlo Di Foggia
(da “il Fatto Quotidiano”)

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AVANTI CON RENZI FINO ALLO SFASCIO: NUOVO RECORD DISOCCUPATI 13,4%

Gennaio 7th, 2015 Riccardo Fucile

TRA I GIOVANI A NOVEMBRE E’ ARRIVATA AL 43,9%, SALENDO DI 0,6 PUNTI…   IN CERCA DI LAVORO 730.000 UNDER 25

Sale ancora il tasso di disoccupazione in Italia: nel Belpaese il tasso di senza lavoro, a novembre, ha raggiunto quota 13,4%, in aumento di 0,2 punti percentuali rispetto ad ottobre. Lo ha comunicato l’Istat nelle stime, mentre l’omologo tedesco Destatis ha annunciato un tasso del 6,5% a dicembre.
Mentre cioè in Germania – nell’ultimo mese del 2014 – i disoccupati scendevano di 27mila persone (contro previsioni per -7mila), in Italia nel mese precedente il numero di senza lavoro toccava quota 3 milioni 457 mila, con un aumento dell’1,2% rispetto ad ottobre (+40 mila) e dell’8,3% su base annua (+264 mila).
Per il tasso di disoccupazione tricolore si tratta del massimo storico, il valore più alto sia dall’inizio delle serie mensili, gennaio 2004, sia delle trimestrali, ovvero dal 1977 (37 anni fa). Anche tra i giovani, tra 15 e 24 anni, il tasso di disoccupazione a novembre balza al 43,9%, in rialzo di 0,6 punti percentuali su ottobre.
E anche in questo caso è il valore più alto mai registrato sia dall’inizio delle serie mensili, gennaio 2004, sia di quelle trimestrali, ovvero dal 1977.
Risultano in cerca di un lavoro ben 729mila under25, che rappresentano il 12,2% del totale della popolazione in quella fascia d’età .
Guardando ai dati sugli occupati, e tornando cioè alle note buie, a novembre scendono dello 0,2% rispetto a ottobre.
Si contano così 48 mila occupati in meno in un solo mese, con il secondo ribasso consecutivo.
Il loro numero cala anche su base annua, sempre dello 0,2% (-42mila).
Il tasso di occupazione, pari al 55,5%, diminuisce di 0,1 punti percentuali in termini congiunturali e rimane invariato rispetto a dodici mesi prima.

(da “La Repubblica”)

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EVASIONE ALL’ESTERO: IN GERMANIA SCATTA IL PENALE ANCHE SE SI SOTTRAE AL FISCO UN SOLO EURO

Gennaio 7th, 2015 Riccardo Fucile

NEI PAESI CIVILI DOVE L’EVASIONE SI COMBATTE E NON SI AIUTA COME FA RENZI, NON ESISTONO LIMITI MINIMI E LE PENE SONO PIU’ SEVERE

Cosa bisogna fare per essere considerati evasori fiscali in Italia?
Nel caso di dichiarazione infedele, perchè l’evasione possa essere considerata penalmente rilevante l’imposta sottratta al fisco deve essere superiore ai 50 mila euro e l’ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti è superiore al 10% dell’ammontare complessivo degli elementi attivi indicati in dichiarazione o comunque superiore ai 2 milioni di euro.
Nel caso di omessa dichiarazione, invece, si parla di reato quando le imposte evase superano i 30 mila euro.
Le pene? In entrambi i casi c’è la reclusione da 1 a 3 anni.
Se viene riscontrata la dichiarazione   fraudolenta, il carcere va da un anno e 6 mesi a 6 anni.
Ora, con le nuove norme volute dal governo Renzi, le condizioni per chi evade diventano addirittura più favorevoli: le soglie che fanno scattare il penale si alzano.
In diversi Stati esteri, invece, come riporta IlSole24Ore, i limiti minimi non esistono.
E’ il caso della Germania, dove l’evasione ha in ogni caso rilevanza penale, anche se al fisco viene sottratto un solo euro.
Le autorità  considerano “evasore” il contribuente che mostra l’intento di sottrarsi agli obblighi fiscali e reputano sufficiente anche il dolo eventuale.
Non fa differenza che l’evasione sia attuata tramite dichiarazione infedele o dichiarazione omessa.
L’ordinamento prevede sanzioni pecuniarie e il carcere da 1 a 5 anni, che può arrivare ai 10 anni nei casi più gravi.
Vengono considerati casi particolarmente gravi quelli di evasione su “larga scala”, ovvero per imposte evase superiori a 50 mila o 100 mila dollari.
Si scherza poco anche negli Stati Uniti, dove il reato scatta sopra i 10 mila dollari: previste sanzioni amministrative e la reclusione, che scatta nei casi più gravi.
Nel Regno Unito non esiste una soglia al di sopra della quale scatta il procedimento penale: il fisco considera penalmente perseguibile anche l’emissione di documenti fittizi volti a mascherare l’evasione.
All’evasore il più delle volte viene richiesto il pagamento delle imposte evase più gli interessi: la multa può arrivare al 100% del tributo evaso.
Ma se il meccanismo fraudolento viene accertato dal giudice, il furbetto in questione può essere punito con la reclusione fino a 7 anni.
In Spagna, invece, le violazioni penali scattano se l’evasione supera la soglia dei 120 mila euro: reclusione da uno a 5 anni e sanzione fino a 6 volte la somma evasa. Soprattutto l’evasore perde il diritto a ottenere crediti o aiuti statali o a usufruire di incentivi fiscali o contributivi per un periodo tra i 3 e i 6 anni.
In Francia il fisco non può perseguire un contribuente se il maggiore reddito accertato non eccede il 10% del reddito tassabile dichiarato dal contribuente o una somma minima di 153 euro.
Le pene? Carcere fino a 5 anni e multe fino a 500 mila euro.
Ma se vengono individuate “circostanze gravi” la sanzione può arrivare a 2 milioni di euro e il periodo massimo di detenzione passa da 5 a 7 anni.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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