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IL PADRE DI RENZI ORA RISCHIA ANCHE LA TRUFFA AI DANNI DELLO STATO

Gennaio 17th, 2015 Riccardo Fucile

DOPO L’INCHIESTA CHE LO VEDE INDAGATO PER BANCAROTTA, AVVIATE NUOVE INDAGINI SUL MUTUO INSOLUTO PAGATO DALLO STATO

Dal papà  all’amico.
La vicenda del mutuo insoluto della società  Chil Post di Tiziano Renzi, rimborsato dallo Stato attraverso presunti illeciti compiuti dal padre del premier, ora coinvolge direttamente la banca che ha ricevuto il versamento.
Gli accertamenti degli inquirenti della Procura di Genova, che hanno indagato il padre del premier per bancarotta fraudolenta per il fallimento della Chil Post, e quelli dei dirigenti della finanziaria della Regione Toscana si concentrano sul credito cooperativo di Pontassieve.
I primi stanno valutando il possibile reato di truffa ai danni dello Stato, i secondi per approfondire eventuali omissioni e individuare quindi dei possibili responsabili da cui farsi eventualmente rimborsare il danno per i 263 mila euro elargiti da Fidi Toscana, la controllata dalla Regione.
Dopo l’intervento di due giorni fa del governatore Enrico Rossi, che ha annunciato al Fatto la volontà  di approfondire se ci sono state delle responsabilità  da parte dei familiari del premier annunciando le necessarie denuncie agli organi competenti, Fidi Toscana ieri ha avanzato richiesta formale alla banca di Pontassieve a fornire l’intera documentazione relativa al mutuo concesso alla Chil Post.
La finanziaria controllata per il 49% dalla Regione, infatti, potrebbe rivalersi sull’istituto di credito: secondo il regolamento sottoscritto al momento della richiesta di garanzia avanzata dalla madre del premier, Laura Bovoli, e dalle sorelle Benedetta e Matilde, la banca era obbligata a comunicare ogni variazione societaria, così come le titolari.
Ma a Fidi Toscana, confermano al Fatto i vertici, il credito di Pontassieve ha comunicato solamente il cambio di nome di società  da Chil a Chil Post.
Non una riga sulla cessione di beni e servizi per due milioni di euro, quella che i pm di Genova ritengono la parte sana della società , nè del cambio di sede e di proprietà . Informazioni fondamentali che, stando a quanto ammette Fidi Toscana, sono state trasmesse solo dopo la dichiarazione di fallimento nel 2011.
A guidare la banca oggi è Matteo Spanò, un fedelissimo del Presidente del Consiglio dai tempi della Provincia di Firenze.
Cresciuti insieme negli scout, fin dai lupetti, Spanò guida anche il Museo dei Ragazzi controllato da Palazzo Vecchio, nominato per espresso desiderio di Renzi.
Che lo aveva già  insediato a capo della Florence Multimedia, società  creata ad hoc nel 2004 dal non ancora rottamatore ma giovane presidente della Provincia e poi finita all’attenzione della Corte dei Conti per 9,2 milioni di euro spesi tra il 2006 e il 2009.
Tra cui ci sono fatture pagate alla Dotmedia, impresa privata di Spanò.
Alla Dotmedia, società  che fino al 2012 è stata tra i fornitori del Comune di Firenze, sono finite anche alcune commesse dirette affidate dal Museo dei Ragazzi.
Presieduto, come detto, sempre da Spanò.
Un dato: Dotmedia è passata da 9 mila euro di fatturazione del 2008 ai 401 mila del 2011. Socio di Spanò era Andrea Conticini allo stesso tempo socio della Eventi 6, la società  della famiglia Renzi: amministrata dalle sorelle Matilde e Benedetta, che ne detengono il 36 per cento ciascuna, insieme alla madre, Laura Bovoli, che ha l’8 per cento. Il restante 20 per cento era in mano a Conticini, marito di Matilde.   Spanò dunque, è per Renzi un uomo di fiducia e di famiglia.
La Eventi 6 però è anche la società  a cui la Chil Post cede la parte sana prima di fallire. E su questa si è concentrata l’inchiesta degli inquirenti liguri.
Magistrati che, a quanto si apprende, nei mesi scorsi erano già  arrivati a individuare il giro di fondi ricevuti da Fidi Toscana e hanno già  acquisito la documentazione necessaria attraverso gli uomini della Guardia di Finanza che sequestrarono il materiale presso gli uffici dell’istituto di credito lo scorso settembre.
L’ipotesi investigativa a carico di Tiziano Renzi è quella della truffa ai danni dello Stato.

Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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QUIRINALE, MISSIONE AMATO IL PREMIER TENTA IL COLPACCIO

Gennaio 17th, 2015 Riccardo Fucile

IL NOME 24 ORE PRIMA DELLA SEDUTA COMUNE: “NIENTE VETI TRA DI NOI”, MA NON CI CREDE NESSUNO

Il gran giorno, maledetto calendario, cade di nuovo di mercoledì. Come quella sera di due anni fa, quando al teatro Capranica, a due passi da Montecitorio, andò in scena la seduta di analisi collettiva del Partito democratico: la struggente decisione del segretario Pier Luigi Bersani di sostenere la candidatura al Colle di Franco Marini, cui seguirono il tradimento, i 101 di Prodi e la corsa tra le braccia protettrici di Giorgio Napolitano.
Ma stavolta, mercoledì 28 gennaio, giurano che sarà  tutta un’altra storia. Non solo perchè il Capranica nel frattempo ha chiuso e i 500 grandi elettori del Pd saranno costretti a riunirsi in un altro posto, forse in una sala convegni di via Margutta, forse anche più lontano, al centro congressi di via dei Frentani.
Sarà  un’altra storia perchè Matteo Renzi vuole tentare il colpaccio.
In una delle più complicate elezioni del presidente della Repubblica, lo solletica la missione impossibile: eleggere il nuovo capo dello Stato alla prima votazione.
E intestarsi così la clamorosa vittoria contro i gufi che stanno dentro e fuori casa sua. Davanti ha una dozzina di giorni: la direzione del partito, da ieri, è convocata in modo permanente, pronta a riunirsi per allargare la discussione dei gruppi di Camera e Senato.
Lì, nelle riunioni a Montecitorio e Palazzo Madama, Renzi ha chiesto di essere considerato “ospite” fisso.
Sarà  lui poi, accompagnato da una delegazione composta da Lorenzo Guerini, Debora Serracchiani (vicesegretari Pd), Luigi Zanda, Roberto Speranza (capigruppo) e Matteo Orfini (presidente del partito) a guidare il “giro di consultazione con gli altri partiti”. Poi, quel mercoledì di vigilia del voto, arriverà  il nome.
Uno, dice Renzi. E Francesco Boccia, ala critica del partito, fa già  sapere che “non vorrei mai essere in lui”.
Il premier, forse, la fa un po’ troppo facile. Ai gruppi di opposizione che gli hanno chiesto di sospendere il percorso delle riforme in Parlamento, ieri ha dato dei “fannulloni”.
E ai compagni di partito più riottosi ha già  fatto sapere che “nessuno ha il diritto di mettere veti, nemmeno tra di noi”.
“Non prendiamoci in giro — insiste ancora Boccia appena uscito dalla direzione — Il partito è diviso, è inutile che ce la raccontiamo. Serve una rosa di nomi, non è un prendere o lasciare. Se mi propone un maggiordomo, uno che prende ordini ma non li dà , io non lo voto”.
Era stato lo stesso Boccia, parlando con i colleghi di partito, a tracciare l’identikit del prossimo inquilino del Quirinale:“Deve essere uno che se chiama la Casa Bianca, Berlino o Francoforte non ha bisogno di presentarsi”.
Altissimo profilo, dunque. Lo stesso delineato da Renzi. Scartati gli ex segretari di partito, perdendo quota le riserve della Repubblica, i nomi che restano in pista — ormai è opinione comune — “sono due o tre”.
Il solito Romano Prodi, che proprio ieri è tornato a dire “non voglio più essere in mezzo a tensioni”. Ignazio Visco, il governatore di Bankitalia che, a differenza di Mario Draghi, non si è chiamato fuori. E poi lui, il nome che ronza nella testa della premier come il più plausibile per il colpaccio dell’elezione al primo giro: Giuliano Amato.
Non è in cima alle preferenze degli italiani: nelle Quirinarie del Fatto, per dire, non compare nemmeno, ma è il più basso anche nel “borsino” de lastampa.it  , è a fondo classifica sul corriere.it  , addirittura ultimo dei 20 messi ai voti dalla trasmissione di Rai-Tre Agorà .
Eppure è l’uomo che Giorgio Napolitano più gradirebbe come suo successore. E quello che piace anche a Silvio Berlusconi.
Ma, dicevamo, forse Renzi la fa troppo facile. È vero che è lo stesso Gianni Cuperlo a certificare che il metodo messo a punto per il Colle è “meno rischioso” di quello che all’epoca costò caro a Bersani: la delegazione dei 6, rispetto al pieno mandato che allora il segretario tenne per sè, blinda di più il nome che uscirà  dalle consultazioni. Ma mentre Renzi, illustrato il cronoprogramma quirinalizio cinguettava su Twitter con J-Ax, dalla pancia del Pd salivano già  preoccupazioni acide.
Le esprime bene Nico Stumpo, sanguigna voce della minoranza: “Se le cose vanno come ha detto, ok, ci siamo. Ma il nome lo dobbiamo decidere noi, insieme. Non vorrei che invece lo decidesse con qualcun altro. E che poi venga lì, spari il candidato e ci metta con le spalle al muro: o lo votate o siete dei sabotatori”.

Paola Zanca
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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REGIONALI LIGURIA: CON IL PD LACERATO, IL CENTRODESTRA CERCA DI PERDERE LO STESSO CANDIDANDO DUE IMPROPONIBILI

Gennaio 17th, 2015 Riccardo Fucile

FORZA ITALIA PRESENTA IL PRESIDENTE DEI COSTRUTTORI, LA LEGA IL BOLSO RIXI CHE DA VENT’ANNI VIVE DI POLITICA TRA RONDE E INCARICHI DI   PORTABORSE IN REGIONE LOMBARDIA

Sono tre i candidati alla presidenza della Regione.
Per ora, una, per il centrosinistra, Raffaella Paita. E due, per il centrodestra.
Ieri c’è stata l’investitura, da parte dello stesso Silvio Berlusconi, di Federico Garaventa che correrà  per Forza Italia.
E oggi sarà  invece il segretario federale della Lega, Matteo Salvini, a incoronare Edoardo Rixi, peraltro da poco nominato suo vice (degno contraltare)
Sembra dunque tramontata qualsiasi ipotesi di unità  nel centrodestra, difficile, ma che avrebbe potuto rappresentare un motivo di preoccupazione per la candidata Paita.
“Ok a Garaventa”, ha deciso, ieri, Silvio Berlusconi.
L’imprenditore Federico Garaventa, 48 anni, laureato in Economia e Commercio, infatti, ha incontrato il cavaliere, che lo formalmente designato proprio alfiere nella corsa alle elezioni regionali di maggio.
“Nei prossimi giorni Berlusconi incontrerà  gli alleati, cercando di far confluire la più ampia convergenza su questo progetto politico”, spiega Sandro Biasotti, coordinatore regionale di Forza Italia, pure presente all’incontro.
“Garaventa ha offerto il proprio contributo di persona indipendente – indica Biasotti – e che può coagulare il più ampio consenso possibile, indispensabile per imprimere il necessario cambio di passo alla regione”
Presidente ligure di Ance, l’associazione nazionale che riunisce i costruttori edili, Garaventa lavora nell’impresa di famiglia che opera nel settore delle promozioni immobiliari e dell’edilizia privata.
Al di là  di ogni valutazione personale, fa specie che, in una Regione massacrata dalle alluvioni e dalla cementificazione selvaggia, si operi una scelta che identifica il centrodestra con la lobby del cemento, autolesionismo puro.
Non solo: Forza Italia e Lega insieme arrivano a malapena al 20% e riescono pure a dividersi. Il Carroccio presenta, tanto per cambiare, il bolso tuttologo Rixi che è sia consigliere regionale (redivivo da circa tre mesi dopo un lungo silenzio) che consigliere comunale.
Lo accomuna a Salvini l’età  e il fatto di vivere di politica da vent’anni (con una esperienza da portaborse in Regione Lombardia grazie a Rosy Mauro).
Le voci maligne che il centrodestra in Liguria punti sempre a perdere presentando candidature deboli   per poi passare all’incasso da Burlando prima e da Paita in futuro, sembrano quindi trovare conferma.
Probabile, dopo l’addio di Cofferati, che anche la sinistra si divida su due candidature.
Quinto candidato sarà  un grillino che parte da un 20-25%: anche in questo caso, temendo di vincere, Grillo presenterà  il solito candidato anonimo. Il capogruppo in Comune dei Cinquestelle aveva proposto di cercare una candidatura esterna forte e conosciuta per giocarsela alla pari: ovviamente è stato già  minacciato di espulsione.
La farsa ligure segna un altro appuntamento nel segno della continuità  dei poteri forti locali.
Da ricordare che, in base alla legge elettorale, il candidato governatore che si piazzerà  terzo non verrà  eletto in consiglio regionale.

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I DIPENDENTI LEGA A SALVINI: “COME SONO STATI SPESI I SOLDI DEL PARTITO?”

Gennaio 17th, 2015 Riccardo Fucile

I 7I EX LAVORATORI “CACCIATI”: “DAL BILANCIO 2012 A QUELLO 2013 BEN 17 MILIONI IN MENO SUI DEPOSITI BANCARI: CHE FINE HANNO FATTO?”

La trattativa tra i 71 dipendenti della Lega Nord e i vertici del partito (che puntano alla cassaintegrazione a zero ore per i lavoratori) si chiuderà  mercoledì al ministero del Lavoro.
Il segretario del Carroccio, Matteo Salvini, ha ricevuto una delegazione dei dipendenti di via Bellerio che spiegano: “Ci ha ribadito che non ci sono soldi, ma noi speriamo che il partito ripensi ai suoi investimenti e ci tuteli”.
I lavoratori intanto ‘studiano’ i documenti relativi al rendiconto 2012 e 2013.
“Se si guardano i depositi bancari — dicono –   si è passati dai 22 milioni di euro del 2012 ai 4,9 milioni di euro del 2013, cioè 17 milioni di euro in meno. Come sono stati spesi questi soldi?”
Perchè il problema non deriva solo dal taglio del finanziamento pubblico ma da una situazione pregressa che è andata peggiorando.
Quello che si dice nei corridoi è che, dopo lo scandalo Bossi-Belsito, Maroni non abbia badato a spese per farsi eleggere governatore della Lombardia, investendo in propaganda valanghe di quattrini.
Atrettanto avrebbe fatto poi Salvini, una volta eletto segretario, alle ultime elezioni europee.
Neanche troppo larvatamente l’accusa è quella di aver pensato solo alla loro affermazione personale senza programmare un piano finanziario che potesse tutelare i dipendenti del Carroccio.
E ricordano che per la propria moglie Salvini ha usato un criterio diverso, piazzandola in Regione Lombardia per chiamata diretta.

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ANNUNCIO CHOC DI COFFERATI: “LASCIO IL PD, NON MI CANDIDO E VOTERO’ CHI MI PIACE”

Gennaio 17th, 2015 Riccardo Fucile

DRAMMATICA RIUNIONE IN CORSO A GENOVA DOPO LO SCANDALO DELLE PRIMARIE

Annuncio choc dell’europarlamentare Sergio Cofferati durante la riunione del Partito democratico convocata dal segretario regionale Giovanni Lunardon e quello genovese Alessandro Terrile.
L’incontro, ampiamente partecipato, si è svolto con Sergio Cofferati e i suoi sostenitori ed è stato un tentativo di persuadere l’ex sindaco di Bologna a non compiere atti di rottura dopo le polemiche sulla sconfitta alle primarie regionali.
Ma lo sforzo è stato vano: «Esco dal Pd e fonderò una mia associazione – ha detto Cofferati -non chiedo a nessuno di seguirmi».
L’ex leader della Cgil ha aggiunto di non volersi candidare come presidente della Regione: «Sosterrò chi dimostra certi valori», ha concluso.
La riunione è ancora in corso.

(da “il Secolo XIX”)

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ORA CI PENSA ALFANO: PRONTA LA LISTA DI IMAM DA ESPELLERE DALL’ITALIA, SAREBBERO UNA DOZZINA

Gennaio 16th, 2015 Riccardo Fucile

LA RETE “SHARIA4” E LA STORIA DI ANAS, PARTITO DA BRESCIA PER LA JIHAD

Stavano per attraversare il confine italiano al passo del Frejus due jihadisti belgi scampati alla retata scattata ieri a Verbiers.
In Italia, con probabile destinazione al sud, perchè se le cellule jihadiste sono nuclei autonomi addestrati e in attesa di entrare in azione, la rete di conoscenze e di supporto logistico a loro disposizione ha solide ramificazioni in tutta Europa. Anche nella nostra penisola.
Secondo il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, intervistato nella trasmissione “Otto e mezzo”, il livello di allarme in Italia da uno a dieci è “sette”.
Per restare ai dati certi, basta ricordare come il capo della cellula condannata per terrorismo il 24 settembre scorso in Puglia (tribunale di Andria), l’imam tunisino Hosni Hachemi, ha vissuto e ha solidi contatti in Belgio con la formazione integralista “Sharia4Belgium”.
A cui fanno riferimento i 13 arrestati e le dodici perquisizioni ordinate giovedì dell’antiterrorismo belga.
Belgio, Francia, Germania mentre dagli Stati Uniti fonti di intelligence avvertono: “Almeno venti cellule addestrate da tempo sono pronte ad entrare in azione in Europa”.
L’Europa sotto attacco reagisce compatta e fa scattare un po’ ovunque operazioni contro la minaccia integralista islamica.
Il Viminale ribadisce, da giorni, che pur avendo un livello di allarme ALFA1 (non succedeva dall’11 settembre 2001) non risultano alla nostra intelligence nè agli investigatori “minacce in fase di progettualità “.
Ma il Viminale sta valutando la posizione di una dozzina di imam, o presunti tali, per ordinarne l’espulsione dal territorio nazionale “per motivi di sicurezza nazionale”.
La lista degli espulsi nasce dall’attività  info-investigativa che Ros dei Carabinieri e antiterrorismo del Viminale non hanno mai cessato in questi anni in cui la jihad sembrava essere andata in sonno.
“Si tratta – si spiega – di persone, diciamo pure predicatori, nei cui confronti non ci sono gli estremi per procedere all’arresto o ad altre forme di interdizione e di cui però è dimostrata l’attività  di proselitismo in chiave integralista e anti occidentale”.
Persone che in questi momenti è più salutare mettere fuori dai confini nazionali. L’espulsione per motivi di sicurezza fu introdotta nel 2005 dall’allora ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu.
La lista dei sospetti in Italia si compone di circa “un centinaio di nomi”, tra i venti e 35 anni, in maggioranza magrebini, per lo più sono seconde generazioni già  inseriti e residenti soprattutto in Lombardia, Emilia Romagna, Liguria, Veneto e Lazio. Tra loro anche una decina di donne.
La loro palestra principale è il web dove trovano tutte le istruzioni per addestrarsi e addestrare. Qualcuno di loro è partito per la Siria e prima ancora per l’Iraq.
Qualcuno è tornato. I lone fighter diventano foreign fighter.
La “cellula” integralista ne può diventare il complemento o la conseguenza. I numeri italiani sono diversi, meno preoccupanti, da quelli francesi e belgi: una ventina le persone sotto indagine; 54 i foreign fighters di cui quattro italiani.
I profili di questi combattenti sono stati messi a disposizione del Parlamento tramite il Copasir
Di Fatima, il nome da convertita di Maria Giulia Sergio, 27 anni, sappiamo già  molto: adesso dovrebbe essere tra la Turchia e la Siria. Potrebbe essere con lei anche il secondo marito, un albanese la cui famiglia vive ancora tra Siena e Grosseto nel comune di Scansano.
Meno noto è Anas el Abboudi, 22 anni, marocchino di origine, naturalizzato italiano. Anas viveva a Vobarno, in provincia di Brescia, il padre operaio cassaintegrato e la madre casalinga. Frequentava una scuola professionale a Brescia finchè non è sparito nel settembre 2013.
“Il mio datore di lavoro è il jihad” ha scritto nel suo ultimo post su Facebook prima di chiuderlo ad agosto 2014.
Nella foto, Anas imbracciava un kalashnikov. Ora si sa che ha assunto il nome di battaglia Anas al Italy e che è in Siria.
Nel 2013 il giovane era stato arrestato per addestramento con finalità  di terrorismo. Ma dopo 15 giorni fu rimesso in libertà : il Tribunale del Riesame riconobbe che il giovane aveva posizioni radicali ma non stava però progettando alcun attentato.
Gli uomini della Digos e dell’antiterrorismo che hanno indagato su di lui ritengono sia il fondatore della filiale italiana di ‘Sharia4’, il movimento ultraradicale islamico messo al bando da diversi paesi europei e fondato in Belgio nel 2010 dal predicatore filo-jihadista Omar Bakri.
E torniamo in Belgio, al cartello integralista “Sharia4” contro cui, nei principali paesi europei, si stanno concentrando le operazioni antiterrorismo delle ultime ore.

(da “Huffingtonpost“)

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QUIRINALE, BERLUSCONI INSOFFERENTE: TEME UN PRENDERE O LASCIARE SUL NOME

Gennaio 16th, 2015 Riccardo Fucile

E RIBADISCE LA RICHIESTA DI UNA ROSA DI NOMI

È con crescente insofferenza che Silvio Berlusconi segue le mosse di Renzi sul Quirinale. Perchè anche le parole che il premier-segretario ha pronunciato nel corso della direzione del suo partito alimentano il sospetto che Matteo continui a chiedere di mostrare la moneta di riforme e legge elettorale, senza però mostrare il cammello del Quirinale.
E poco importa se Renzi ha messo su un “teatrino della politica” — il comitatone, la direzione permanente — per governare un partito effervescente come il Pd.
Il problema è che, al momento, ai segnali pubblici nei confronti del suo partito non corrispondono segnali riservati verso Arcore.
Ecco perchè chi ha sentito Berlusconi in queste ore ricorre alle parole del Vangelo per descrivere i suoi tormenti: “A chi ha sarà  dato, a chi non ha sarà  tolto anche quello che ha”.
È questo il timore. Perchè finora il premier ha “tolto” parecchio a Forza Italia: ha tolto il consenso, ha minato l’unità  interna, ha tolto pure la speranza di vincere le elezioni con una legge elettorale che è la certificazione della sconfitta.
Adesso c’è il Colle. Arrivati al dunque, Berlusconi sente di non avere feedback, al momento, sul grande scambio in nome del quale ha sacrificato “quello che ha”. Lo scambio tra i voti di Forza Italia sul Quirinale e le garanzie su agibilità  politica e risoluzione dell’affaire Mediolanum .
In nome di queste garanzie l’ex premier non ha mai posto veti nemmeno su un candidato del Pd.
Il primo feedback che avrebbe voluto, come attestato di una volontà  di trattare, consiste non in quel “nome” secco che, nel corso della direzione del Pd, Renzi ha annunciato per la sera del 28, ma una “rosa” di nomi.
Non è un dettaglio, perchè in una trattativa, quando c’è una rosa, c’è anche il tempo per sondare i nomi, stabilire contatti, fare delle verifiche.
E invece pare che Renzi non abbia alcuna intenzione di fare una terna, ma piuttosto di proporre un nome. E, soprattutto, di proporlo quando sente di avere in tasca la legge elettorale al Senato.
È una strategia che sa, dalle parti di Arcore, di cappio al collo: “Io — ha confidato l’ex premier ai suoi — non mi fido”. Il non mi fido non significa rompere il Nazareno. Significa trattare in modo più duro, come del resto ha provato a fare scatenando Brunetta sul calendario delle riforme due giorni fa. Ma comunque trattare.
Ecco perchè, nel gioco di simulazioni e dissimulazioni, c’è il lavoro sottotraccia di Verdini che ha proposto – ricevendo un mezzo sì – un incontro a tre con Renzi, Alfano (e Berlusconi) il week end prima della quarta votazione.
Il Quirinale è sempre la madre di tutte le battaglie. E non stupisce che, dallo stesso quartier generale, possano essere pensate strategie opposte.
Come in tutte le battaglie, sotto gli spari, c’è sempre un filo di dialogo. E Verdini continua ad assicurare che “alla quarta Matteo lo fa con noi”.
Epperò tra i desideri di Renzi e quelli di Berlusconi, al momento c’è una sfasatura. Nel senso che la priorità  di Berlusconi è avere garanzie su di sè, ovvero l’agibilità  politica. Chi gliela dà , ha i suoi voti, anche se è uno che viene dal Pci.
Ed è per questo che l’ex premier non ha posto veti sugli ex segretari del Pd.
Per Renzi invece, stando a quel che si dice ad Arcore, la priorità  è avere uno che “non gli faccia ombra”.
Ed è per questo che, paradossalmente, ha posto il veto sugli ex segretari del Pd. La sfasatura si è manifestata sul nome di Mattarella, su cui il sondaggio di palazzo Chigi è davvero serio.
Magari non fa ombra al premier, ma è uno per Berlusconi, memore delle sue dimissioni sulla legge Mammì, difficilmente copre una diavoleria per dargli l’agibilità .
E allora si comprende il nervosismo dalle parti di Arcore. Anche perchè, nel corso del colloquio di due giorni fa, Raffaele Fitto ha spiegato a Berlusconi che comunque voterà  contro sulle riforme e sulla legge elettorale: “Io — gli ha detto – lavoro per te, e perchè tu sia forte anche dopo il 2 febbraio quando sarà  eletto il prossimo capo dello Stato. Perchè quello ti vuole usare e poi gettare quando avrà  tutto, legge elettorale, riforme e Quirinale. Sappi che io comunque voto contro e lo faccio per difendere te”. Il ragionamento ha colpito molto Berlusconi, che sarebbe tentato dalla guerriglia al Senato sulla legge elettorale, per alzare la posta. Ma, al momento, è solo una tentazione.
Quando ha sentito per telefono il capogruppo Paolo Romani gli ha consegnato la regola di ingaggio di tutelare il Nazareno, proprio pensando al Colle.
L’agibilità  vale, oltre ai sondaggi in picchiata e a una riforma che equivale alla sconfitta, anche la perdita di un pezzo di partito.
Se non arriva, valgono le parole di Gesù: “A chi ha sarà  dato, a chi non ha sarà  tolto anche quello che ha”.
E il nervosismo cresce.

(da “Huffingtonpost”)

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CATTOLICI FREDDINI SU MATTARELLA: L’EX DC NON ENTUSIASMA

Gennaio 16th, 2015 Riccardo Fucile

DA ACLI A CL, DA MOVIMENTI PER LA VITA AI NEOCON

Fine di una storia. Una storia in cui in Italia c’erano da un lato i cattolici e dall’altro i laici, da una parte i democristiani e dall’altra i social-comunisti.
Una storia in cui tutti facevano della confessione religiosa uno dei criteri per scegliere la propria barricata, le proprie amicizie, le proprie abitudini. E un proprio presidente della Repubblica.
Una storia sgretolata, spazzata via proprio da quelli che, dopo tre elezioni che hanno visto salire al soglio quirinalizio un laico (prima Ciampi poi, per due volte, Napolitano), dovrebbero passare all’incasso.
Bocciato il criterio dell’alternanza come una delle variabili che dovrebbero portare alla scelta.
E, soprattutto, non convince Sergio Mattarella, il nome che più autorevolmente potrebbe dare una guida, un senso, a una battaglia di questo tipo. Una doppia stroncatura ricca di sfumature, distinguo, divergenze d’opinioni, figlie del variegato mondo cattolico italiano.
“Parlare di un presidente della Repubblica cattolico è un depistaggio”. Mario Mauro è uno dei fondatori di Area Popolare. Ma è anche uno degli esponenti storici di Comunione e Liberazione.
“Non importa se sia un cattolico. Tra i nomi che circolano quello di Mattarella è valido, una garanzia. Ma quello che importa non è l’individuo, ma che al centro dell’accordo ci sia la scelta di un profilo autonomo da quello dell’esecutivo e che garantisca una Costituzione che venga riformata senza stravolgere le autonomie e le libertà  conquistate, che non sia frutto dei veti di questo o di quello”.
Mauro sottolinea come “i presidenti laici che abbiamo avuto negli altri paesi europei sarebbero considerati dei bigotti. Certo non sarò io a rammaricarmi se alla fine il nome indicato sarà  quello di un cattolico”.
Paola Binetti, deputata dell’Udc, tra i leader italiani dell’Opus Dei, è altrettanto cauta: “Forse quello dell’alternanza potrebbe essere un criterio da utilizzare. Ma a me non interessano le etichette”.
E se Mauro mette l’accento sul profilo istituzionale del successore di Giorgio Napolitano, la Binetti individua altri temi che dovranno essere centrali nel prossimo settennato: “Il problema, come dicevo, non è quello di mettere un bollino sulla persona. Sotto il marchio ci deve essere una ricchezza di valori. Il futuro presidente dovrà  avere a cuore la famiglia, della riduzione delle disparità  sociali, e del rispetto nell’utilizzo della libertà  d’espressione”.
Molta cautela su Mattarella.
“Il Pd dice che il nome dovrà  uscire dalle sue fila – spiega l’onorevole Udc – Per cui, se guardo alla Margherita, il nome potrebbe essere quello di Mattarella come quello di Pierluigi Castagnetti. Se non venisse da quel partito si potrebbe pensare a Pier Ferdinando Casini”.
Mario Adinolfi, polemista, blogger, deputato del Pd e oggi direttore del quotidiano d’impronta cattolica La Croce, Mattarella lo conosce: “Ho stima di lui, abbiamo percorso insieme una strada comune. Ma sui nomi non mi ci impiccherei, ce ne sono tanti altri che potrebbero essere fatti”.
Per Adinolfi “non ha più senso parlare di alternanza fra laici e cattolici”. Ma va oltre: “Io credo che sia utile fare un ragionamento diverso: servirebbe di per sè un cattolico al Colle. Un presidente radicato, che abbia cioè radici nella cultura cristiana del paese”.
Nessun entusiasmo per Mattarella, per il direttore de La Croce è un altro il nome perfetto: “Quello di Graziano Delrio. Un presidente della Repubblica con 9 figli rappresenterebbe in prima persona quella cultura della vita che è fondamentale mettere al centro della vita pubblica”.
Anche Luigi Amicone è un direttore. Di Tempi, settimanale corsaro di area ciellina: “Introdurre nel dibattito l’alternanza è una bufala.
Perchè quello che conta è che il futuro inquilino del Colle raddrizzi quella tendenza disgregativa della repubblica giudiziaria che, con responsabilità  diverse, Scalfaro, Ciampi e Napolitano non sono riusciti a invertire”.
Per Amicone, dunque, “che sia laico o cattolico non importa, ma deve essere un presidente di transizione”. Un profilo che non si attaglia a Mattarella: “Non mi entusiasma, così come non mi entusiasma nessuno dei nomi fatti finora”. Ma aggiunge un nome all’elenco dei magistrati circolato finora: “Se dovessi avanzarne uno io direi Carlo Nordio. Il procuratore aggiunto di Venezia sarebbe un bel segnale di discontinuità “.
Carlo Casini, tra i fondatori del Movimento per la Vita, spiega che “io preferirei un cattolico, ma esistono tante e tante persone senza distintivo che sarebbero ugualmente valide”.
Mattarella? Dopo un po’ di insistenza spiega che “probabilmente è un nome giusto, ma non so, preferirei non sbilanciarmi”. La bocciatura dell’ex Dc arriva secco da Gianluigi De Palo, trentottenne, una lunga militanza nelle Acli abbandonata per fare l’assessore al Comune di Roma: “Il Capo dello stato è un biglietto da visita dell’Italia nel mondo. Mattarella è uno sconosciuto alla mia generazione, non scalda i cuori. Così come l’alternanza è una roba da prima Repubblica. A me non dispiacerebbe Romano Prodi. È apprezzato all’estero, ha un notevole standing internazionale. Sarebbe il nome giusto”.

(da “Huffingtonpost“)

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LA PENSIONE DELL’AVVOCATO COMUNALE? È TRE VOLTE LO STIPENDIO DELLA MERKEL

Gennaio 16th, 2015 Riccardo Fucile

UN EX DIPENDENTE COMUNALE DI PERUGIA HA UNA PENSIONE CHE E’ IL DOPPIO DELLO STIPENDIO DI OBAMA E IL TRIPLO DI QUELLO DI ANGELA MERKEL E DEL SEGRETARIO ONU

Com’è possibile che un ex dipendente comunale di una città  di provincia possa prendere di pensione il triplo del suo ultimo stipendio e il doppio abbondante della busta paga di Obama?
La direzione generale dell’Inps ha aperto un’inchiesta. Era ora: quel vitalizio di 651 mila euro nel 2013 a Mario Cartasegna, fosse anche regolare in ogni cavillo, grida vendetta.
E torna a porre il tema di certi spropositati «diritti acquisiti» concessi in base a leggi, leggine e sentenze insostenibili
Nato nel 1941 dalle parti di Postumia, oggi in Slovenia, finito in Umbria come calciatore nella squadra del capoluogo, laureato in legge mentre ancora giocava, Cartasegna viene assunto dal Comune di Perugia nel 1972 e pochi anni dopo ottiene dai sindaci socialisti dell’epoca due concessioni spettacolari.
Oltre al posto fisso e allo stipendio garantito (nel suo caso assai buono) dei dipendenti pubblici avrà  una bella percentuale sulle cause come fosse non un funzionario «a tempo pieno» ma un legale con studio privato.
Un’accoppiata contrattuale sconcertante (immaginatevi un muratore comunale che abbia un extra per ogni mattone che mette o un centralinista comunale che abbia un extra per ogni telefonata che smista!) che gli consentirà  anni dopo di tentare un nuovo colpaccio. Saputo di una sentenza del Tar del Lazio confermata dal Consiglio di Stato che dava ragione a degli avvocati dipendenti del Comune di Roma, riconoscendo loro il diritto di calcolare per la pensione anche le percentuali sulle cause vinte, chiede al Tesoro d’avere lo stesso privilegio.
No, gli risponde il ministero: «A prescindere dalla considerazione che l’importo di tali quote non è fisso e continuativo», la legge 299/1980 «fa espresso divieto agli enti di corrispondere emolumenti non previsti dal contratto di categoria » e l’articolo 10 «dispone che la certificazione delle voci retributive ai fini di pensione sono quelle contrattuali “con esclusione di qualsiasi altro emolumento a qualunque titolo corrisposto”».
Cartasegna fa ricorso al Tar di Perugia dov’è di casa, insiste sulle due sentenze romane, bolla come «stucchevole e quasi irritante» il rifiuto del Tesoro, liquida come «macroscopicamente errato» il richiamo al contratto di categoria e insomma batte e ribatte: vuole i soldi degli «extra» calcolati nella pensione.
Per dieci anni, silenzio assoluto: si sa quanto può essere lenta la giustizia civile.
E per dieci anni il Comune di Perugia, obbligato a tirar fuori un pacco di soldi dei cittadini per pagare i contributi supplementari (ammesso e non concesso che poi li abbia pagati tutti: l’Inps contesta da anni «amnesie » degli enti locali) «si dimentica» di chiedere al capo dell’ufficio legale Cartasegna, a sua volta smemorato, di opporsi in giudizio contro le pretese del dipendente Cartasegna.
Pretese che il Tar perugino riconosce infine, nel dicembre 1997, fondate: «Nella quota degli onorari percepiti si rinviene la presenza di tutti gli indici che la legge prevede per la loro utilità  a pensione».
Anzi, condanna il Tesoro e Palazzo Chigi a pagare pure le spese.
Tre mesi dopo l’Avvocatura dello Stato chiede all’Inpdap, l’istituto previdenziale dei dipendenti pubblici che passerà  all’Inps portando in dote un buco di 23,7 miliardi, se voglia fare appello. Silenzio.
Altri due mesi e torna alla carica: lo fate o no l’appello?
Macchè: come scoprirà  con stupore un recentissimo documento Inps «agli atti non risulta che la sentenza sia stata mai appellata».
Scherziamo? Nonostante fosse destinata a costare un sacco di soldi? Mai appellata.
Nè dalla Cassa previdenza dipendenti enti locali nè dall’Inpdap.
Spiega l’avvocato perugino, in una intervista, che lui mai e poi mai avrebbe immaginato di prendere un vitalizio così stratosferico: «Mi sono ritrovato questa cosa senza neanche crederci. Quando lavoravo prendevo in Comune 10-12 mila euro al mese. Secondo lei potevo pensare di arrivare ad una pensione così alta, 24 mila euro netti al mese? Me la sono trovata come quello che vince il primo premio della lotteria di Capodanno…».
Non è esatto.
Quel «premio della lotteria» non è caduto dal cielo: il legale non ha mollato l’osso per anni. Tanto che, dopo che già  era andato in pensione alla fine del 2008, è nato un nuovo contenzioso (protagonisti l’Inpdap, l’Agenzia delle Entrate, l’Inps…) sul tema: quell’«extra» sulle cause va calcolato pure nel caso di processi avviati da Cartasegna «prima» di andare in pensione ma conclusi «dopo»?
Il risultato è in una relazione Inps del 23 dicembre scorso: «La stessa sede provinciale di Perugia nel corso degli anni ha operato 9 riliquidazioni per effetto di ulteriori incrementi stipendiali certificati dal Comune da attore con il modello PA04. La decima riliquidazione è in corso».
Fatto sta che l’«affare Cartasegna» è diventato, per la sua esemplare abnormità  che non risulta avere paragoni con alcun altro caso di dipendenti pubblici (neppure quello degli ex avvocati romani che fecero il primo ricorso e non arrivano a un terzo del vitalizio di cui parliamo) il simbolo di come un sistema impazzito abbia potuto produrre squilibri impensabili in ogni altro luogo del globo terraqueo.
E non solo perchè quella pensione salita nel 2013 a 651 mila euro è il doppio dello stipendio di Barack Obama e il triplo di quelli di Angela Merkel o del segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon.
Ma anche perchè Cartasegna negli ultimi anni, come lui stesso riconosce, aveva uno stipendio immensamente più basso.
Lievitato con una progressione pazzesca: una impennata dal 2004 al 2008, in cinque anni, da poco più di 200 mila euro a oltre un milione.
Merito, forse, di una massa di processi che per pura coincidenza sono arrivati a conclusione proprio nella fase finale che porta all’ultimo stipendio buono per il calcolo della pensione la sua busta paga.
Un record planetario. Che ha visto l’avvocato perugino incassare una pensione via via cresciuta con lo strascico di altri «extra» fino alla cifra che dicevamo.
Un caso limite? Certo. Ma impossibile da spiegare, in questi anni di vacche magre, a quegli italiani che faticano ad arrivare a fine mese.
E che dimostra come certi «diritti acquisiti», quando sono platealmente esagerati, non possono essere sacri e intoccabili come la reliquia del dente di Buddha a Candy.

Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera“)

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