Gennaio 11th, 2015 Riccardo Fucile
“NON AVRETE LA NOSTRA LIBERTA’, NON AVRETE NULLA, ABBIAMO VINTO NOI, SIAMO TUTTI CHARLIE, SIAMO TUTTI FRANCESI, SIAMO LA VITA, SIAMO INARRESTABILI”
Dov’era finito il mio Paese? Dove ci eravamo persi per strada? L’incubo per tutti noi francesi è iniziato mercoledì.
Per la mia famiglia, in realtà , è stato un ripido scivolare dal paradiso all’inferno in una settimana.
Siamo tornati a Parigi da poco, dopo lunghe peregrinazioni in Europa e gli ultimi 3 anni in Messico per il lavoro di Dario, mio marito.
Con noi le nostre gemelle, Luna e Margo, cinque anni e, loro malgrado e nostra fierezza, simbolo proprio di una multiculturalità senza confini.
Nate da una parigina e un napoletano, “costrette” sin dalle prime parole a parlare almeno tre lingue: quelle dei genitori e quella del posto dove si sono ritrovate in base ai nostri spostamenti.
Il rientro a Parigi è stato il sogno: pochi giorni prima della follia eravamo finalmente entrati nella nostra nuova casa a sud-ovest della Capitale.
La nostra prima, vera casa: ero e sono finalmente a Parigi, la mia città adorata.
Ero e sono in Francia, il mio paese amato. E qui sono finalmente tornata a vivere con le “pupine”, come amiamo chiamarle con quel vezzeggiativo in italiano che di generazione in generazione si sono passate le donne della famiglia di mio marito.
E proprio grazie a loro, dopo anni all’estero, il “ritorno a casa” mi ha fatto sentire ancora più fiera della mia cultura.
Orgogliosa di trasmetterla alle mie bimbe in un posto unico dove etnie, generi e religioni che popolano le strade si mescolano naturalmente.
Un posto che emana da tutte le strade di questa città gli “odori” della Repubblica: laicità , libertà , uguaglianza. L’odore e l’umore di una terra di accoglienza.
E poi l’incubo. Dov’era finito il mio paese? Dove ci eravamo persi per strada?
Ma solo oggi, dopo tre giorni di sangue e oblio sentimentale, ho trovato di nuovo l’esprit di Parigi.
L’ho sentito prima dentro di me, uscendo da quel nichilismo che ha distrutto e logorato le nostre coscienze così poco abituate all’orrore che vince sulla ragione.
L’ho trovato quando ho detto a Margo e Luna: «Mamma va a una manifestazione, ci vediamo dopo».
Hanno domandato cosa volessi dire. Ed è stato quello il momento in cui, guardando i loro occhi curiosi in attesa di una risposta, ho finalmente capito dove era il mio Paese, dove non ci saremmo affatto persi per strada.
Ho spiegato loro: «Mamma va a difendere la vostra libertà : quella di crescere e andare a scuola, studiare, giocare, pensare, ridere. Vado a difendere l’uguaglianza, perchè tutti possano avere opinioni diverse e le possano esprimere senza paura. Vado a difendere la libertà : quella di vivere in un mondo privo di pregiudizi e aperto a tutti». E dopo tutto è stato semplice, anche lasciarsi andare nella marea umana.
Scesa di casa, raggiunta la metro per andare, già mi sentivo meno marcia, triste, cupa. E via via che velocemente si riempivano le carrozze, riprendevo sempre più speranza, catturata da un’onda di unione collettiva.
Una sensazione che mai prima nella mia vita avevo vissuto.
E ho persino iniziato a sorridere, senza vergognarmene, talmente era bello tutto quello che succedeva intorno a me.
Ecco dove è finito il mio Paese: per le strade della mia Parigi, dove ha sempre avuto la forza di combattere.
Nei volti di vecchi e giovani, famiglie e single, bianchi e neri.
Negli occhi di tutti coloro che urlavano: «Siamo tutti ebrei, musulmani, cattolici e laici».
In quei milioni di corpi l’uno accanto all’altro che dentro pensavano tutti la stessa cosa: non avrete la nostra libertà . Non avrete nulla. Abbiamo vinto noi.
Siamo tutti Charlie, siamo tutti francesi.
Siamo la vita, siamo inarrestabili.
Miranda Mavridis
(da “il Secolo XIX”)
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Gennaio 11th, 2015 Riccardo Fucile
OLTRE 22.000 VOTANTI, COFFERATI DENUNCIA INQUINAMENTI DEL VOTO: A SPEZIA DECINE DI CINESI AI SEGGI, A GENOVA VOTANO TANTE FAMIGLIE NOMADI IN VALPOLCEVERA
Svanisce il timore dell’astensionismo per le primarie del centrosinistra in Liguria, dove si vota
oggi per scegliere il candidato alla successione di Claudio Burlando nelle elezioni regionali della prossima primavera: alle 14 erano stati superati i 22 mila votanti nei 300 seggi in tutta la regione,
Ma la tensione resta molto alta e le polemiche si fanno sempre più dure con il passare delle ore per quello che Sergio Cofferati, uno dei tre candidati con Raffaella Paita e Massimiliano Tovo, ha denunciato come un rischio di inquinamento del voto per la presenza massiccia di extracomunitari in diversi seggi della Liguria.
A La Spezia il coordinatore provinciale Pd Alessandro Pollio, secondo quanto dichiarato all’emittente Primocanale, ha segnalato una massiccia presenza di stranieri, soprattutto stranieri e nordafricani, ai seggi, in particolare quello allestito pressi il centro Allende, è Sergio Cofferati, all’uscita dal seggio di palazzo Ducale, a denunciare possibili irregolarità . “Mi sono stati segnalati numerosissimi casi di violazione esplicita delle regole
“L’inquinamento è in corso, molto pesante e non solo per i voti della destra ma con il voto organizzato di intere etnie, come quella cinese alla Spezia e quella marocchina a ponente”.
Lo ha detto Sergio Cofferati, uscendo dal seggio di Palazzo Ducale dove ha votato per le primarie
“Quello che temevamo si sta verificando – ha detto Cofferati – in misura ancora più consistente di quella che avevo segnalato come un pericolo. Prendiamo nota di tutto e segnaleremo alla commissione di garanzia e anche alla segreteria nazionale del partito. E’ inimmaginabile quello che sta succedendo in queste ore in Liguria”.
Ma non solo: se nell’imperiese alcuni nordafricani sprovvisti di documenti sono stati allontanato dai seggi – altri, con tutte le carte in regola, hanno potuto votare – a Genova risultano presenze di rom dei campi nomadi della Valpolcevera nei seggi di Bolzaneto e Certosa.
Una situazione su cui i vertici del Pd genovese e ligure stanno assumendo informazioni per meglio valutare
Tensione altissima anche nel giorno del voto, quindi, dopo che le ultime settimane sono trascorse in un crescendo da resa dei conti tra renziani e minoranza dem.
E soprattutto ha alzato i toni dello scontro l’annuncio di Ncd di appoggiare Raffaella Paita.
L’affluenza. Alle 14 avevano votato 7800 persone in provincia di Genova, 6200 a La Spezia, 1620 nel Tigullio, 4087 a Savona, 2340 a Imperia.
Sergio Cofferati ha votato al seggio di palazzo Ducale dove si è visto anche il presidente uscente della Regione Claudio Burlando, che ha però votato in Albaro. Raffaella Paita si è invece recata al seggio a La Spezia, Massimiliano Tovo a Sant’Olcese.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 11th, 2015 Riccardo Fucile
LA FOLLA INVADE PARIGI CONTRO IL TERRORISMO: OLTRE UN MILIONE IN PIAZZA, 45 CAPI DI STATO
Parigi, mondo. Una piazza immensa per commemorare una matita spezzata.
Sfilano Hollande e Sarkozy, il palestinese Abu Mazen e l’israeliano Benjamin Netanyahu, il presidente ucraino Petro Poroshenko e il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov, il re Abdallah II di Giordania con la regina Rania e il premier turco Ahmet Davatoglu, Angela Merkel e Matteo Renzi, David Cameron e Marano Rajoy, e tante, tantissime persone per ricordare le vittime della strage jihadista al giornale satirico Charlie Hebdo e i poliziotti e gli ostaggi rimasti uccisi durantre il raid e nei due giorni successivi.
Più di un milione le persone in strada per la marcia che è partita da Place de la Republique.
La folla è talmente immensa, che la Prefettura ha chiesto di non marciare verso Place de la Nation, punto di arrivo, dato che i boulevard sono tutti bloccati.
Impressionante il dispiegamento di forze: cecchini sui tetti, 24 unità della riserva nazionale, 20 squadre della brigata anti crimine della polizia di Parigi, 150 agenti in borghese “incaricati della protezione delle alte personalità e della sicurezza generale”. Duemila poliziotti e 1.350 militari schierati a Parigi per proteggere gli oltre 45 tra capi di governo e di Stato e i manifestanti.
E’ la risposta del mondo alle stragi dei fratelli Cherif e Said Kouachi e di Amedy Coulibaly che hanno insanguinato la Francia. E il presidente Hollande, al termine del corteo dei capi di Stato, saluta i poliziotti e abbraccia i redattori sopravvissuti al massacro di Charlie Hebdo e i parenti delle vittime, che guidano la marcia.
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Gennaio 11th, 2015 Riccardo Fucile
“IL NUOVO TESTAMENTO NON CONDANNA I RICCHI, MA L’IDOLATRIA DELLA RICCHEZZA”… “IL NOSTRO SISTEMA SI MANTIENE CON LA CULTURA DELLO SCARTO, COSI’ CRESCONO DISPARITA’ E POVERTA'”
Anticipiamo uno stralcio di «Papa Francesco. Questa economia uccide», il libro sul magistero
sociale di Bergoglio scritto da Andrea Tornielli, coordinatore di «Vatican Insider», e Giacomo Galeazzi, vaticanista de «La Stampa». Il volume raccoglie e analizza i discorsi, i documenti e gli interventi di Francesco su povertà , immigrazione, giustizia sociale, salvaguardia del creato. E mette a confronto esperti di economia, finanza e dottrina sociale della Chiesa – tra questi il professor Stefano Zamagni e il banchiere Ettore Gotti Tedeschi – raccontando anche le reazioni che certe prese di posizione del Pontefice hanno suscitato. Il libro si conclude con un’intervista che Francesco ha rilasciato agli autori all’inizio di ottobre 2014.
«Marxista», «comunista» e «pauperista»: le parole di Francesco sulla povertà e sulla giustizia sociale, i suoi frequenti richiami all’attenzione verso i bisognosi, gli hanno attirato critiche e anche accuse talvolta espresse con durezza e sarcasmo. Come vive tutto questo Papa Bergoglio? Perchè il tema della povertà è stato così presente nel suo magistero?
Santità , il capitalismo come lo stiamo vivendo negli ultimi decenni è, secondo lei, un sistema in qualche modo irreversibile?
«Non saprei come rispondere a questa domanda. Riconosco che la globalizzazione ha aiutato molte persone a sollevarsi dalla povertà , ma ne ha condannate tante altre a morire di fame. È vero che in termini assoluti è cresciuta la ricchezza mondiale, ma sono anche aumentate le disparità e sono sorte nuove povertà . Quello che noto è che questo sistema si mantiene con quella cultura dello scarto, della quale ho già parlato varie volte. C’è una politica, una sociologia, e anche un atteggiamento dello scarto. Quando al centro del sistema non c’è più l’uomo ma il denaro, quando il denaro diventa un idolo, gli uomini e le donne sono ridotti a semplici strumenti di un sistema sociale ed economico caratterizzato, anzi dominato da profondi squilibri. E così si “scarta” quello che non serve a questa logica: è quell’atteggiamento che scarta i bambini e gli anziani, e che ora colpisce anche i giovani. Mi ha impressionato apprendere che nei Paesi sviluppati ci sono tanti milioni di giovani al di sotto dei 25 anni che non hanno lavoro. Li ho chiamati i giovani “nè-nè”, perchè non studiano nè lavorano: non studiano perchè non hanno possibilità di farlo, non lavorano perchè manca il lavoro. Ma vorrei anche ricordare quella cultura dello scarto che porta a rifiutare i bambini anche con l’aborto. Mi colpiscono i tassi di natalità così bassi qui in Italia: così si perde il legame con il futuro. Come pure la cultura dello scarto porta all’eutanasia nascosta degli anziani, che vengono abbandonati. Invece di essere considerati come la nostra memoria, il legame con il nostro passato è una risorsa di saggezza per il presente. A volte mi chiedo: quale sarà il prossimo scarto? Dobbiamo fermarci in tempo. Fermiamoci, per favore! E dunque, per cercare di rispondere alla domanda, direi: non consideriamo questo stato di cose come irreversibile, non rassegniamoci. Cerchiamo di costruire una società e un’economia dove l’uomo e il suo bene, e non il denaro, siano al centro».
Un cambiamento, una maggiore attenzione alla giustizia sociale può avvenire grazie a più etica nell’economia oppure è giusto ipotizzare anche cambiamenti strutturali al sistema?
«Innanzitutto è bene ricordare che c’è bisogno di etica nell’economia, e c’è bisogno di etica anche nella politica. Più volte vari capi di Stato e leader politici che ho potuto incontrare dopo la mia elezione a vescovo di Roma mi hanno parlato di questo. Hanno detto: voi leader religiosi dovete aiutarci, darci delle indicazioni etiche. Sì, il pastore può fare i suoi richiami, ma sono convinto che ci sia bisogno, come ricordava Benedetto XVI nell’enciclica “Caritas in veritate”, di uomini e donne con le braccia alzate verso Dio per pregarlo, consapevoli che l’amore e la condivisione da cui deriva l’autentico sviluppo, non sono un prodotto delle nostre mani, ma un dono da chiedere. E al tempo stesso sono convinto che ci sia bisogno che questi uomini e queste donne si impegnino, ad ogni livello, nella società , nella politica, nelle istituzioni e nell’economia, mettendo al centro il bene comune. Non possiamo più aspettare a risolvere le cause strutturali della povertà , per guarire le nostre società da una malattia che può solo portare verso nuove crisi. I mercati e la speculazione finanziaria non possono godere di un’autonomia assoluta. Senza una soluzione ai problemi dei poveri non risolveremo i problemi del mondo. Servono programmi, meccanismi e processi orientati a una migliore distribuzione delle risorse, alla creazione di lavoro, alla promozione integrale di chi è escluso».
Perchè le parole forti e profetiche di Pio XI nell’enciclica Quadragesimo Anno contro l’imperialismo internazionale del denaro, oggi suonano per molti — anche cattolici — esagerate e radicali?
«Pio XI sembra esagerato a coloro che si sentono colpiti dalle sue parole, punti sul vivo dalle sue profetiche denunce. Ma il Papa non era esagerato, aveva detto la verità dopo la crisi economico-finanziaria del 1929, e da buon alpinista vedeva le cose come stavano, sapeva guardare lontano. Temo che gli esagerati siano piuttosto coloro che ancora oggi si sentono chiamati in causa dai richiami di Pio XI…».
Restano ancora valide le pagine della “Populorum progressio” nelle quali si dice che la proprietà privata non è un diritto assoluto ma è subordinata al bene comune, e quelle del catechismo di San Pio X che elenca tra i peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio l’opprimere i poveri e il defraudare della giusta mercede gli operai?
«Non solo sono affermazioni ancora valide, ma più il tempo passa e più trovo che siano comprovate dall’esperienza».
Hanno colpito molti le sue parole sui poveri «carne di Cristo». La disturba l’accusa di «pauperismo»?
«Prima che arrivasse Francesco d’Assisi c’erano i “pauperisti”, nel Medio Evo ci sono state molte correnti pauperistiche. Il pauperismo è una caricatura del Vangelo e della stessa povertà . Invece san Francesco ci ha aiutato a scoprire il legame profondo tra la povertà e il cammino evangelico. Gesù afferma che non si possono servire due padroni, Dio e la ricchezza. È pauperismo? Gesù ci dice qual è il “protocollo” sulla base del quale noi saremo giudicati, è quello che leggiamo nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo: ho avuto fame, ho avuto sete, sono stato in carcere, ero malato, ero nudo e mi avete aiutato, vestito, visitato, vi siete presi cura di me. Ogni volta che facciamo questo a un nostro fratello, lo facciamo a Gesù. Avere cura del nostro prossimo: di chi è povero, di chi soffre nel corpo nello spirito, di chi è nel bisogno. Questa è la pietra di paragone. È pauperismo? No, è Vangelo. La povertà allontana dall’idolatria, dal sentirci autosufficienti. Zaccheo, dopo aver incrociato lo sguardo misericordioso di Gesù, ha donato la metà dei suoi averi ai poveri. Quello del Vangelo è un messaggio rivolto a tutti, il Vangelo non condanna i ricchi ma l’idolatria della ricchezza, quell’idolatria che rende insensibili al grido del povero. Gesù ha detto che prima di offrire il nostro dono davanti all’altare dobbiamo riconciliarci con il nostro fratello per essere in pace con lui. Credo che possiamo, per analogia, estendere questa richiesta anche all’essere in pace con questi fratelli poveri».
Lei ha sottolineato la continuità con la tradizione della Chiesa in questa attenzione ai poveri. Può fare qualche esempio in questo senso?
«Un mese prima di aprire il Concilio Ecumenico Vaticano II, Papa Giovanni XXIII disse: “La Chiesa si presenta quale è e vuole essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri”. Negli anni successivi la scelta preferenziale per i poveri è entrata nei documenti del magistero. Qualcuno potrebbe pensare a una novità , mentre invece si tratta di un’attenzione che ha la sua origine nel Vangelo ed è documentata già nei primi secoli di cristianesimo. Se ripetessi alcuni brani delle omelie dei primi Padri della Chiesa, del II o del III secolo, su come si debbano trattare i poveri, ci sarebbe qualcuno ad accusarmi che la mia è un’omelia marxista. “Non è del tuo avere che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene. Poichè è quel che è dato in comune per l’uso di tutti, ciò che tu ti annetti. La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi”. Sono parole di sant’Ambrogio, servite a Papa Paolo VI per affermare, nella “Populorum progressio”, che la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto, e che nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario. San Giovanni Crisostomo affermava: “Non condividere i propri beni con i poveri significa derubarli e privarli della vita. I beni che possediamo non sono nostri, ma loro”. (…) Come si può vedere, questa attenzione per i poveri è nel Vangelo, ed è nella tradizione della Chiesa, non è un’invenzione del comunismo e non bisogna ideologizzarla, come alcune volte è accaduto nel corso della storia. La Chiesa quando invita a vincere quella che ho chiamato la “globalizzazione dell’indifferenza” è lontana da qualunque interesse politico e da qualunque ideologia: mossa unicamente dalle parole di Gesù vuole offrire il suo contributo alla costruzione di un mondo dove ci si custodisca l’un l’altro e ci si prenda cura l’uno dell’altro».
Andrea Tornielli e Giacomo Galeazzi
EDIZIONI PIEMME Spa, Milano
(da “La Stampa”)
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Gennaio 10th, 2015 Riccardo Fucile
SARA’ VENDUTA LA SEDE COMPRATA DA BOSSI NEL 1993… IN MOBILITA’ TUTTO LO STAFF… FATE ATTENZIONE, ORA SALVINI POTREBBE COMPARIRE SUL VOSTRO PIANEROTTOLO
Via Bellerio addio. Il quartier generale della Lega non ha ancora riaperto dopo le vacanze di Natale.
Il portone sormontato dal Sole delle Alpi resterà sbarrato fino a lunedì prossimo.
Ma, alla riapertura, non sarà un ritorno alla normalità : la storica della sede del Carroccio, orgoglio e vanto di Umberto Bossi, è giunta alla sua conclusione.
Tutta l’attività sarà provvisoriamente concentrata in pochi, pochissimi locali in quella che fu la sede della Padania , già chiusa dallo scorso primo dicembre.
Sempre nel complesso di via Bellerio, ma in una palazzina separata.
Il movimento potrà così risparmiare su riscaldamento, pulizie e altre spese correnti, ormai insostenibili dopo la riduzione del finanziamento pubblico ai partiti che, nel 2017, si esaurirà definitivamente.
Resta tuttavia da capire come la prenderà Umberto Bossi, il cui ufficio con ampio terrazzo all’ultimo piano della palazzina principale è assai distante dai locali dell’ex Padania
A lavorare nelle stanze del quotidiano scomparso ci sarà soltanto un pugno di persone: i dipendenti saranno cinque o sei al massimo, anche se il segretario Matteo Salvini conta in una pattuglia più nutrita di collaboratori alimentata dal volontariato.
Poca cosa, in ogni caso, rispetto alla trentina di persone che ci lavoravano fino ad alcune settimane fa: per i 71 dipendenti della Lega (una quarantina lavora fuori dal fortino di via Bellerio, nelle sedi regionali o provinciali), il partito ha chiesto la cassa integrazione a zero ore.
La trattativa è in corso, giusto mercoledì scorso un incontro con i dipendenti è andato a vuoto. Ma per loro, sperare nei miracoli è difficile.
A trattare la cosa, peraltro, non è la politica, ma lo studio internazionale Pwc, PricewaterhouseCoopers
Le cose resteranno in tale limbo fino a quando la Lega non troverà l’occasione di cedere gli edifici di via Bellerio a un prezzo che non sia troppo stracciato.
Ma questa non è una gran notizia: se il complesso di palazzine alla periferia Nord di Milano ancora non è stata venduto, è soltanto perchè fino a qui non si è trovato un acquirente.
La crisi immobiliare, certo. Ma anche il fatto che le spese per rimettere a nuovo quegli edifici dall’atmosfera sovietica sarebbero tutt’altro che lievi.
Probabilmente, non sarà Matteo Salvini a piangerci sopra. Il segretario leghista non è felice di dover essere colui che licenzia decine di persone che conosce magari da decenni, per giunta proprio nel momento del suo successo personale.
Ma via Bellerio appartiene a una storia della Lega che non c’è più: è Umberto Bossi. Che nel 1993 acquistò quei 7.600 metri quadrati all’estrema periferia (Nord, ovviamente) di Milano come simbolo in cemento e mattoni dell’orgogliosa diversità della Lega.
Gli altri partiti, già squassati dall’inchiesta Mani pulite, disponevano ancora di sedi prestigiose in palazzi nobili nel centro della città .
La Democrazia cristiana in via Nirone, a due passi da Sant’Ambrogio e dall’Università Cattolica, il Partito socialista in corso Magenta, a poca distanza.
Meno sontuosa, forse, ma almeno altrettanto spaziosa, la stanza dei bottoni dell’allora giovane Pds, in via Volturno, all’Isola, oltre la Stazione Garibaldi
La Lega, no. Il suo quartier generale era in una zona popolare, un tempo industriale, negli spazi che erano stati di una vecchia società farmaceutica, la Meazzi.
Assai distante anche fisicamente dal potere degli «altri».
Il salasso non era stato da poco, per il giovane movimento federale: 14 miliardi di lire, a fronte di un finanziamento pubblico di 6,2 miliardi l’anno.
Sul reperimento della differenza, parecchio è stato scritto. Eppure, proprio negli stessi mesi, la Lega mise a segno il suo colpo fino a quel momento più grande: la conquista di Milano con il «borgomastro» Marco Formentini, trampolino dell’accordo che portò i barbari non ancora sognanti al governo con Silvio Berlusconi, l’anno successivo. Qualche tempo più tardi, a volta secessionista ormai sancita, via Bellerio fu il teatro di un episodio tutt’ora mitizzato dai leghisti che ne furono testimoni.
La perquisizione da parte della polizia, ministro dell’Interno Giorgio Napolitano, in cerca di evidenze sull’attività della Guardia nazionale padana.
Roberto Maroni ne era il responsabile e proprio l’oggi governatore lombardo si oppose all’iniziativa disposta dalla Procura di Verona. Che si concluse con un tafferuglio. Maroni finì la giornata malconcio, in ospedale e fu più tardi condannato per resistenza a pubblico ufficiale.
Il procedimento sulle Camicie verdi, invece, non è ancora ufficialmente iniziato: la Procura di Bergamo ha chiesto al gip il rinvio a giudizio per 34 protagonisti dell’associazione di allora.
Ma dopo la malattia di Umberto Bossi nel 2004, tutto progressivamente cambiò.
Il palazzo di via Bellerio, da cuore pulsante del movimento passò a essere considerato il simbolo stesso del «cerchio magico», il ristretto gruppo dei vicinissimi al «capo». Per molti militanti, una sorta di corte al centro di intrighi sempre più distanti dalla natura popolare della Lega.
Poi, con la caduta di Bossi, il sovradimensionamento di via Bellerio fu una delle prime cose che balzarono all’occhio della spending review interna voluta dal suo successore, Roberto Maroni.
Ma, appunto, la crisi aveva già iniziato a soffiare.
I dipendenti, chissà , con il tempo potranno essere riassorbiti in altre iniziative.
Ma per la vecchia azienda farmaceutica, i fasti sono definitivamente al capolinea.
Marco Cremonesi
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Gennaio 10th, 2015 Riccardo Fucile
PAITA E COFFERATI: ULTIMA LITE IN TV…. A RISCHIO IL RISULTATO DI OGGI… SUL VOTO DECISIVI GLI SCAJOLIANI
“Maleducata, tu hai disprezzo per le persone”, attacca Sergio Cofferati. 
“Non voglio ridurre la Liguria come Genova amministrata da Marco Doria”, ribatte Raffaella Paita.
Davanti allo schermo dell’emittente Primocanale migliaia di liguri allibiti: il confronto tra i candidati alle primarie Pd di domenica si rivela uno scontro senza quartiere.
Molto più aspro di un faccia a faccia tra partiti opposti.
È solo l’ultimo capitolo. Come Il Fatto ha rivelato settimane fa, le primarie rischiano di non essere decise dagli elettori di centrosinistra, ma da scajoliani ed ex An scesi in campo per sostenere Paita (candidata sponsorizzata da Claudio Burlando): alcuni indagati per voto di scambio o con frequentazioni tra famiglie calabresi al centro di inchieste.
Una situazione che ha costretto a intervenire big nazionali come Gianni Cuperlo e Pierluigi Bersani: “Quanto sta accadendo in Liguria è molto preoccupante e grave. La pesante intromissione del centrodestra nelle primarie liguri — sostiene Cuperlo — snatura e mina la legittimità delle primarie stesse”.
Ma Burlando replica: “Ben vengano nuovi elettori. Ci siamo sempre lamentati quando scappavano gli elettori e ora ci lamentiamo perchè ne vengono di nuovi?”.
Ma anche gli altri sono in preda ai travagli.
Con il M5S che, sotto la superficie, è diviso: da una parte i fedeli a Grillo, alle regionarie. Dall’altra chi intravvede la possibilità di vincere, di voltare pagina dopo sessant’anni di centrosinistra.
“È un’occasione irripetibile. Possiamo salvare questa terra. Abbiamo in mano il biglietto della lotteria, ma ho il terrore che lo cacceremo nel cesso”, sospira Paolo Putti, capogruppo M5S in comune.
Ecco la Liguria di oggi. Divisa su tutto, lo ha mostrato il dibattito tv.
Con passaggi al limite del surreale, come quando Cofferati rimprovera a Paita l’appoggio di scajoliani ed esponenti di destra. E lei che risponde: ma tu sei appoggiato da Sel.
Il confronto-scontro tv è stato molto più di un dibattito elettorale locale.
Pare una fotografia perfetta del Pd nazionale in pezzi. “Sergio, calmati, sei nervoso”, ripeteva Paita mentre anche a lei tremavano le mani e ingoiava un bicchiere d’acqua dopo l’altro.
E Cofferati che cercava di mostrarsi mite mentre la insultava: “Maleducata”. “
Appena ho dato il via alla trasmissione è stato come suonare il gong tra due pugilatori. Sono volati gli stracci”, sorride Luigi Leone, direttore di Primocanale.
Uno scontro tra mondi diversi, su ogni tema. A cominciare dalle grandi opere.
Con Paita che vuole vestire i panni della decisionista. E Cofferati che, pure favorevole ai progetti, parla di “dibattito pubblico”.
Volano parole grosse: “Tu disprezzi la gente”, dice lui. “Non voglio amministrare come Doria”, ribatte lei. Chissà cos’ha pensato il sindaco Marco Doria che, in teoria, sarebbe sostenuto dallo stesso centrosinistra di Paita e che sente la sua poltrona scricchiolare.
Le eventuali candidature di indagati? “Dipende… sono garantista”, apre uno spiraglio Paita muovendosi sul confine sottile tra accontentare gli “amici” di centrodestra e perdere gli elettori di centrosinistra.
E Cofferati? “No, è una questione di opportunità ”.
Uno spettacolo che ha fatto tremare tanti dirigenti Pd. “Il partito non esiste più. Quello che ci unisce ormai è solo una cosa: il potere”, allarga le braccia un pezzo grosso dell’ex Pci che preferisce non essere citato.
Aggiunge: “Per onestà intellettuale dovremmo separare le nostre strade. Ma troppi di noi tacciono perchè hanno paura di perdere il cadreghino”.
Ma chi voncerà domenica? “Dipende dall’affluenza alle urne. Che rischia di essere bassissima, perchè la gente non ne può più. Da una parte c’è Paita, un’imprenditrice di se stessa; dall’altra Cofferati, un notabile che fa da foglia di fico”, sostiene il politologo Pierfranco Pellizzetti. Pronostici? “Se l’affluenza sarà bassa, credo sarà favorita Paita che può contare su cricche e cordate di apparato”.
Il riferimento è al partito e al sistema di potere fedele a Claudio Burlando, primo sponsor di Paita e signore del centrosinistra da decenni.
Conclude Pellizzetti: “Sarà decisiva Genova. Se nel capoluogo voteranno in pochi, vinceranno le province”.
Come La Spezia e Imperia, dove Paita ha incassato gli appoggi di ex scajoliani ed ex An.
“La faida nel Pd apre praterie per i Cinque Stelle”, conclude Leone. Già , i grillini.
Che proprio ieri hanno cominciato a selezionare online i candidati consiglieri regionali. Ma ancora devono scegliere il presidente. “Abbiamo delle regole precise, dobbiamo rispettarle . Sennò diventiamo come gli altri”, sostengono i fedeli al leader.
Ma c’è chi ribatte: “Così perderemmo un’occasione storica per salvare la nostra terra. Non solo: faremmo da tappo all’opposizione e alla fine saremmo i garanti della vittoria di burlandiani e scajoliani. La responsabilità sarà nostra”.
Su una cosa sembrano tutti d’accordo, Pd, scajoliani e Cinque Stelle: nei prossimi tre giorni si gioca il futuro della Liguria.
Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 10th, 2015 Riccardo Fucile
L’IDEA CHE L’ISLAM ESIGA UNA RISPOSTA VIOLENTA AGLI INSULTI CONTRO MAOMETTO E’ UNA PURA INVENZIONE
Nella loro furia omicida gli autori del massacro di Parigi urlavano di aver “vendicato il Profeta”, seguendo le orme di altri terroristi che hanno fatto saltare redazioni di giornali, accoltellato un regista, ucciso scrittori e traduttori, convinti che questa, secondo il Corano, sia la giusta punizione per i blasfemi.
In realtà il Corano non punisce la blasfemia.
Come in molti altri casi alla base del fanatismo e della violenza del terrorismo islamico, anche l’idea che l’Islam esiga una risposta violenta agli insulti nei confronti del profeta Maometto è un’invenzione dei politici e dei religiosi, finalizzata a un progetto politico.
L’unico libro sacro che contempli la blasfemia è la Bibbia.
Il Vecchio Testamento la condanna e prevede dure punizioni per i blasfemi.
Il passaggio più noto è tratto dal Levitico (24: 16): «Chi bestemmia il nome del Signore dovrà essere messo a morte: tutta la comunità lo dovrà lapidare. Straniero o nativo del paese, se ha bestemmiato il nome del Signore, sarà messo a morte».
Al contrario nel Corano il termine blasfemia non appare mai. (Detto per inciso, il Corano non proibisce neppure di ritrarre Maometto, pur esistendo diversi detti del Profeta, o hadith, che lo vietano al fine di evitare l’idolatria).
Lo studioso islamico Maulana Wahiduddin Khan afferma che «in più di 200 versi del Corano viene rivelato che i contemporanei del Profeta perpetrarono ripetutamente l’atto oggi definito “blasfemia o insulto al Profeta…” ma il Corano non impone di punirlo con frustate, la morte o qualunque altro castigo fisico».
In varie occasioni Maometto si mostrò comprensivo e cortese con quelli che deridevano la sua persona e i suoi insegnamenti.
«Nell’Islam – dice Khan – la blasfemia è oggetto di dibattito intellettuale più che di punizioni fisiche».
Qualcuno ha dimenticato di dirlo ai terroristi. Ma il credo raccapricciante e sanguinario adottato dai jihadisti, che considerala blasfemia e l’apostasia gravi crimini contro l’Islam da punire con la violenza, trova purtroppo vasta diffusione nel mondo musulmano, anche tra i cosiddetti “moderati”.
La legislazione di molti paesi a maggioranza musulmana prevede norme contro la blasfemia e l’apostasia, che in qualche realtà vengono applicate
L’esempio più significativo è dato dal Pakistan.
Stando ai dati della Commissione americana sulla libertà religiosa internazionale, a marzo almeno 14 persone in quel paese erano in attesa di esecuzione e 19 scontavano una condanna all’ergastolo.
Il proprietario del più importante gruppo di media locale è stato condannato a 26 anni di carcere per via di una trasmissione in cui, come sottofondo alla scena di un matrimonio, era stato trasmesso un canto religioso sulla figlia di Maometto.
E il Pakistan è in buona compagnia: Bangladesh, Malaysia, Egitto, Turchia e Sudan, tutti hanno fatto un uso punitivo e persecutorio delle leggi contro la blasfemia.
Nella moderata Indonesia, dal 2003 sono 120 le persone in carcere con questa accusa. L’Arabia Saudita proibisce qualunque pratica religiosa che non corrisponda alla sua versione wahabita dell’Islam.
Il caso del Pakistan è significativo perchè l’estremizzazione delle norme contro la blasfemia è relativamente recente e ha cause politiche.
Con l’intento di emarginare l’opposizione democratica e liberale il presidente Mohammed Zia Ul-Haq alla fine degli anni Settanta e negli anni Ottanta si avvicinò ai fondamentalisti islamici, senza remore nei confronti degli estremisti.
Approvò una serie di leggi che islamizzavano il paese, una delle quali proponeva la pena capitale o il carcere a vita per chi avesse insultato in qualunque forma Maometto.
Quando i governi tentano di ingraziarsi i fanatici, finisce che questi ultimi prendono in mano la legge.
In Pakistan, i jihadisti hanno ucciso decine di persone con l’accusa di blasfemia, incluso Salmaan Taser, il coraggioso politico che osò criticare aspramente la legge contro la blasfemia.
Dobbiamo combattere i terroristi di Parigi, ma dobbiamo combattere anche le radici del problema.
Non basta che i leader musulmani condannino gli assassini se i loro governi poi avallano il concetto che la blasfemia va punita.
La commissione Usa per la libertà religiosa e il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti umani hanno dichiarato, a ragione, che le leggi contro la blasfemia costituiscono una violazione dei diritti umani universali in quanto violazione della libertà di parola e di espressione.
Nei paesi a maggioranza musulmana nessuno osa rivedere queste norme.
Nei paesi occidentali nessuno si confronta con gli alleati su questo tema. Ma la blasfemia non è una questione esclusivamente interna ai singoli paesi.
Oggi è al centro del sanguinoso confronto tra gli islamisti radicali e le società occidentali.
Non può più essere trascurata. I politici occidentali, i leader musulmani e gli intellettuali ovunque dovrebbero ribadire che la blasfemia non esiste nel Corano e non dovrebbe esistere nel mondo moderno.
Fareed Zakaria
(da La Repubblica – The Washington Post. Traduzione di Emilia Benghi)
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Gennaio 10th, 2015 Riccardo Fucile
L’IDEA CHE IN QUESTA RELIGIONE SIA CONNATURATA LA VIOLENZA E’ ASSOLUTAMENTE SBAGLIATA
Il paradosso è che Islam viene dalla radice s-l-m che in arabo forma “salam” e in ebraico
“shalom”, cioè pace.
Esso quindi significa pace e rimanda alla pace del cuore e della mente che si ottiene quando ci si sottomette a quella verità ultima del mondo tradizionalmente detta Dio. Questo sottomettersi però non è da intendersi come cessazione della libertà , come la Soumission descritta da Michel Houellebecq nel suo nuovo romanzo e come a loro volta l’intendono gli integralismi islamici di ogni sorta, Is, Al Qaeda, Boko Haram, Hezbollah e affini.
Si tratta piuttosto di sottomettersi nel senso di “mettersi sotto”, ripararsi, come quando piove forte e ci si rifugia dall’acquazzone.
È la medesima disposizione esistenziale che porta i buddhisti a recitare ogni giorno “prendo rifugio nel Buddha, nel Dharma, nel Sangha”, e che porta i cristiani a dire “Amen” cioè “è così, ci sto, mi affido” o a recitare Sub tuum praesidium.
La sottomissione equivale alla custodia e al compimento della libertà del singolo che trova un porto a cui approdare e quindi una direzione verso cui navigare: è questo il fondamento originario alla base dell’Islam e di ogni altra religione.
Oggi però nella mente occidentale l’Islam è ben lontano dal venire associato a ciò a cui la sua radice rimanda.
Evoca piuttosto il contrario, la guerra, la lotta, il terrore.
Un duplice grande compito attende quindi ogni persona responsabile: prima capire, e poi far capire, che non è per nulla così.
Ieri accompagnando mia figlia a scuola pensavo che in classe avrebbe trovato un compagno di fede musulmana e mi chiedevo con che occhi l’avrebbe guardato e con che occhi l’avrebbero guardato gli altri studenti.
La disposizione dello sguardo dei figli dipende molto dallo sguardo e dalle parole degli adulti.
Ma ora qualcuno provi a pensare di essere un musulmano quindicenne che ogni giorno si sente addosso sguardi diffidenti e rancorosi, e immagini che cosa finirebbe per pensare dell’occidente.
Non sto per nulla dicendo che se c’è il terrorismo islamico è colpa nostra perchè noi occidentali siamo malvagi e imperialisti, anche perchè sono convinto del contrario, cioè che se c’è il terrorismo islamico è soprattutto per l’incapacità dell’Islam e delle sue guide spirituali di gestire l’incontro con la modernità , come più avanti argomenterò.
Sto dicendo piuttosto che siccome il terrorismo islamico purtroppo c’è ed è in crescita nel cuore stesso dell’Europa, spetta a ognuno di noi decidere se trasformare ogni musulmano in un nemico e in un potenziale terrorista oppure no.
E tutto procede da come parliamo dell’Islam e da come guardiamo i musulmani.
L’Islam è una grande tradizione spirituale con quattordici secoli di storia e con oltre un miliardo di fedeli.
L’idea che a questa religione sia essenzialmente connaturata la violenza è profondamente sbagliata da un punto di vista teorico e soprattutto è tremendamente nociva da un punto di vista pratico, perchè non fa che suscitare a sua volta violenza e da qui il gorgo che può finire per risucchiare irrimediabilmente la vita delle giovani generazioni.
È vero che nel Corano vi sono pagine violente e che la storia islamica conosce episodi violenti, ma questo vale per ogni fenomeno umano.
La Bibbia ha pagine di violenza inaudita e sia l’ebraismo sia il cristianesimo conoscono il fanatismo religioso e la violenza che ne promana.
Lo stesso vale per l’hinduismo con l’ideologia detta hindutva.
Persino il più mite buddhismo conosce oggi episodi di intolleranza in Sri Lanka e Myanmar
Dando uno sguardo alla politica, che cosa abbiano prodotto la destra e la sinistra nel ‘900 è cosa nota: repressione dei diritti umani e milioni di vittime innocenti.
Andando poi all’evento madre da cui è nata l’idea di laicità nella società europea, cioè la Rivoluzione francese, nei dieci anni della sua durata (1789-1799) si registra un numero di vittime variamente stimato dagli storici ma comunque enorme, visto che nei diciassette mesi del Terrore tra il 1793 e il 1794 si ebbero centomila vittime, una media di quasi 200 morti al giorno.
E tutto questo nel nome di “ libertè, ègalitè fraternitè”, compresa, immagino, la libertà di stampa.
Noi non abbiamo nessun titolo per dare lezioni ai musulmani, se non uno solo: che siamo più vecchi e abbiamo più storia.
Oggi buona parte dell’Islam, come l’Occidente cristiano nel passato, sta vivendo l’incontro con la secolarizzazione sentendosi aggredito, nel senso che i processi di laicità e di modernità risultano per esso come dei virus infettivi a cui reagisce attaccando e facendo così venir meno la tradizionale tolleranza che ha contraddistinto buona parte della sua storia.
Dalla Rivoluzione francese alla Seconda guerra mondiale, in un arco di oltre 150 anni, l’Occidente ha vissuto la sua influenza con febbri altissime, imparando alla fine a usare quel metodo della gestione della vita pubblica tra persone di diverso orientamento culturale e religioso che si chiama democrazia (per quanto ancora in modo molto imperfetto).
E noi questo dobbiamo fare: esportare democrazia. Non ovviamente nel senso criminale di George Bush e della sua guerra in Iraq (che ha molta responsabilità per la trappola in cui stiamo finendo), ma nel senso del rispetto delle idee e della vita altrui, da cui si produce quello sguardo amichevole che è il solo vero metodo per suscitare pace e lasciare una società migliore a chi verrà dopo di noi.
Questo non significa che non bisogna essere determinati nella lotta contro i terroristi islamici, significa solo che occorre sempre saper distinguere l’organismo dalla malattia contratta.
E in questa distinzione dovrà consistere la nostra lotta quotidiana a favore della pace del mondo.
Vito Mancuso
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 10th, 2015 Riccardo Fucile
MICHEL CATALANO, TITOLARE DELLA TIPOGRAFIA, HA RACCONTATO AL “FIGARO” L’ORA TRASCORSA CON I TERRORISTI
Ancora sconvolto da quella che ha definito “un’esperienza surreale”, il titolare della tipografia dove si sono asserragliati ieri i fratelli Kouachi a Dammartin-en-Goele ha raccontato oggi a Le Figaro l’ora trascorsa con i due terroristi.
Tutto è cominciato, ha detto Michel Catalano, quando è suonato il campanello poco dopo le otto.
Mentre scendeva, ha sentito due uomini parlare con il capo dell’atelier e ha visto che erano armati.
Allora ha ordinato a Lilian, il grafico di 26 anni, di nascondersi, ed è andato incontro ai Kouachi che salivano le scale.
“E’ stato un momento incredibile gli ho offerto il caffè nel mio ufficio e abbiamo parlato”.
Catalano racconta che i due autori del massacro a Charlie Hebdo non sono mai stati aggressivi con lui e gli hanno anche consigliato di chiamare i gendarmi per dirgli che era con loro.
Quando è arrivato un fornitore, Catalano ha chiesto di lasciarlo andare e loro lo hanno fatto.
Poi sono arrivati gli agenti della gendarmeria e i due hanno fatto segno di non sparare fino a quando Catalano non si è messo a riparo. A questo punto vi sono stati dei colpi e Said, il maggiore, è rimasto ferito al collo.
Catalano gli ha messo una benda.
I due fratelli hanno detto al tipografo di non preoccuparsi perchè l’avrebbero fatto andare via.
Alla terza richiesta da parte di Catalano, il minore dei due, Cherif, ha accettato di farlo uscire. Appena fuori, Catalano ha avvertito che Lilian era nascosto all’interno.
E’ cominciata allora un’attesa estenuante con una forte preoccupazione per il giovane grafico: “se gli fosse accaduto qualcosa, non me lo sarei mai perdonato”, afferma.
La sera, dopo che tutto era finito e Lilian era sano uscito sano e salvo dalla tipografia, Catalano è riuscito a tornare a casa.
Allora c’è stato un lungo abbraccio con il figlio Valentin, che fa l’apprendista in tipografia ma ieri mattina era a scuola.
(da “Huffingtonpost”)
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