Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
EUROPA IN STAGNAZIONE, ITALIA SOTTO LA SOGLIA DI SOPRAVVIVENZA… CALO DEGLI ORDINI E DELLA OCCUPAZIONE
Non c’è stato alcun colpo di coda del manifatturiero europeo sul finale del 2014: i dati
dell’istituto di ricerca Markit relativi al mese di dicembre dipingono ancora una situazione di stagnazione per l’Eurozona, con secche negative in Italia e Francia e una Germania troppo debole per trainare tutti gli altri.
Gli indici Pmi, costruiti attraverso le opinioni delle aziende, raccontano di un Vecchio continente ancora impantanato e impattano anche sui mercati, che inizialmente avevano accolto con favore le parole di Mario Draghi sull’imminenza di un intervento della Bce.
Il Pmi manifatturiero dell’Eurozona si è fermato a 50,6 punti a dicembre, sopra la soglia di 50 punti che separa le fasi di espansione e contrazione economica ma sotto i 50,8 punti indicati nella prima stima.
La media del Pmi dell’ultimo trimestre dell’Eurozona (50,4), rappresenta la crescita peggiore del anifatturiero da quando la ripresa è iniziata nel terzo trimestre del 2013. Si è verificato un leggero miglioramento dei nuovi ordini ricevuti, soprattutto esteri. Markit spiega che tra i singoli Paesi Irlanda, Spagna e Paesi Bassi hanno riportato forti miglioramenti, mentre Austria e Grecia modesti.
A dicembre e per il quarto mese consecutivo, aumentano i livelli occupazionali del manifatturiero, con nuovi posti di lavoro in Germania, Spagna, Paesi Bassi, Irlanda e, con il primo aumento in sette mesi, in Grecia.
Di contro, aumentano i tassi di contrazione in Francia e in Italia.
Grazie all’attuale riduzione del prezzo del petrolio rimane debole la pressione sui costi.
“Ancora una volta – commenta Chris Williamson, capo economista di Markit – le imprese manifatturiere dell’Eurozona hanno segnalato una stagnazione dell’attività . La crisi in Ucraina ha incrementato l’incertezza economica. Se tutto va bene dovremmo osservare una crescita maggiore durante i prossimi mesi. I costi minori, collegati al crollo del prezzo del greggio, stanno aiutando e aumentano le speranze di stimoli politici più aggressivi da parte della Bce”.
Nel dettaglio dell’Italia, la contrazione è rappresentata da un indice Pmi manifatturiero a 48,4 punti, il punto più basso dal maggio del 2013.
A dicembre, il Belpaese ha visto il terzo mese consecutivo di calo. Il problema è che i tassi di contrazione della produzione, dei nuovi ordini e dei livelli occupazionali hanno accelerato.
“Uno dei lati positivi dell’ultima indagine è rappresentato dalla crescita continua dei nuovi ordini dall’estero ad un livello che è stato in continua crescita mensile durante gli ultimi due anni, l’incremento di dicembre è stato elevato anche se è risultato leggermente inferiore rispetto a quello del mese precedente”, dice Markit.
Negativo invece il commento dell’economista Phil Smith, che sottolinea come il calo degli ordini lasci presagire una nuova contrazione degli indici in futuro.
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
L’83,5% DEI VIGILI ASSENTI PER MALATTIA A CAPODANNO, ASSENZE ANCHE PER AUTISTI ATAC….E SI SCATENA LA GUERRA SENZA CONOSCERNE LE CAUSE
Assenteisti per malattia.
L’ 83,5% dei vigili previsti nel turno del 31 per coprire la festa voluta dal Campidoglio in via dei Fori Imperiali e al concertone del Circo Massimo ha presentato certificato medico per malattia. I dati del Campiglio mostrano come il 31 mattina «da una iniziale disponibilità di più di 900 vigili se ne sarebbero presentati 165» con l’evidente rischio caos per viabilità , soccorsi e servizi essenziali proprio nella notte della festa in piazza.
«Hanno messo a repentaglio la sicurezza della città » ha dichiarato il comandante Raffaele Clemente. «Un fatto grave e inaccettabile» l’ha definito il vice sindaco Luigi Nieri, preoccupato di un atteggiamento che arriva «nel momento in cui stiamo cercando un terreno di confronto sul contratto decentrato».
È l’ennesimo braccio di ferro tra i vigili da un parte e il comando e l’amministrazione dell’altra. I vigili in particolare contestano il piano messo a punto dal comandante Raffaele Clemente per la rotazione degli incarichi come misura per fronteggiare la corruzione. Un piano già avviato, che prenderà il via il 12 gennaio.
Dal rifiuto degli straordinari alle assenze per malattia
Dopo il differimento dei giorni scorsi dell’assemblea sindacale prevista per il 31 a ridosso della mezzanotte e proseguendo il rifiuto degli straordinari (che copre il 20% delle presenze), il comando aveva predisposto una ridistribuzione del personale, ma sono giunte le assenze per malattia.
Il comandante Clemente ha fatto scattare la procedura di reperibilità per le situazioni di urgenza (nelle quali rientra il concerto di Capodanno) chiamando i vigili al lavoro e garantendo l’impiego di circa 470 unità , di cui 240 dalle 18 e circa 230 a partire dalle 24.
Una presenza minore rispetto alle circa 700 unità che da anni stabilivano in straordinario la copertura della notte di Capodanno e una risparmio per l’amministrazione. «Ringrazio gli agenti che hanno compiuto un eccellente lavoro» ha dichiarato il comandante.
I sindacati: «Anno horribilis il 2015»
I sindacati dal canto loro reagiscono con «sconcerto e imbarazzo» e parlano di «disaffezione delle persone per le politiche dell’amministrazione e del comando», annunciando un «annus horribilis» quello del 2015 per la capitale «dove i grandi eventi sono all’ordine del giorno e ricorrere all’istituto della reperibilità è economicamente svantaggioso».
E la battaglia non si ferma, anzi. L’agitazione è promessa in vista del derby Roma – Lazio dell’ 11 gennaio. Mentre lo «sciopero» degli straordinari, con l’astensione volontaria, continua.
La diserzione numerica
Il comandante della Polizia locale di Roma Capitale, Raffaele Clemente ha stigmatizzato «l’atteggiamento di quanti hanno cercato di sabotare, con una diserzione numerica assolutamente ingiustificata. Le divergenze sorte nelle ultime settimane o mesi sul fronte della rotazione degli agenti o sulla definizione del salario accessorio – ha aggiunto – non dovrebbero essere prese a pretesto per venir meno alla propria professionalità e ai propri doveri.
Per questa ragione sarà rigorosamente ricostruita l’intera vicenda a favore dell’ autorità giudiziaria o di garanzia. Ogni eventuale condotta illecita sarà sanzionata amministrativamente».
Un quarto degli autisti Atac in servizio
Assenti (forse) per malattia anche gli autisti dell’Atac. «Causa mancanza di personale la frequenza dei treni provoca 30 minuti di attesa» si leggeva sul cartello della linea A della metropolitana il 31 notte. Il cartello fotografato ha fatto il giro del web l’1 mattina e si sono scatenate proteste a pioggia.
Fino a quando nel pomeriggio l’Atac ha dichiarato: «Sui convogli della linea A della metro erano disponibili solo 7 conducenti sui 24 che sarebbero stati necessari a garantire la regolarità del servizio».
Per questo le corse sono state più lente dalle 23.30 fino a fine servizio «circa 10-15 minuti di attesa a fronte di 5». «È stato invece regolare il servizio sulla linea B» hanno assicurato dall’Atac. Ma dall’azienda non ha fatto sapere il motivo delle assenze, lasciando il forte sospetto dei certificati medici. «Nessun alibi» tuona l’assessore ai trasporti Guido Improta.
«Chiederò all’Amministratore Delegato di Atac, Danilo Broggi, di porre in essere ogni iniziativa per sradicare una mentalità lontana dalla logica di servizio che deve caratterizzare chi lavora in un’azienda municipalizzata». L’assessore promette di «accertare le motivazioni per le quali su un bacino di 150 macchinisti abbiano dato la loro disponibilità ad operare la notte di Capodanno solo in 7».
Manuela Pelati
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 1st, 2015 Riccardo Fucile
SARA’ CAPACE IL PREMIER DI CONDIVIDERE IL SUO POTERE?
All’inizio c’era qualcosa che potremmo chiamare il “lodo Putin”: eleggere Presidente della
Repubblica un Medvedev qualunque, che permetta al Premier di controllare anche il Colle, oltre che Palazzo Chigi.
E poi chissà , magari scambiare posto a tempo dovuto?
Ammetto, l’espressione “lodo Putin” non ha mai attraversato le labbra del Primo Ministro. Ma nei fatti è la migliore definizione di quello che è stato, fin dal primo momento, il rapporto con il potere dell’attuale Premier.
Significativo che l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica coincida con il primo anniversario del governo. A febbraio di un anno fa Matteo Renzi sfondava le porte delle stanze romane con una manovra che lasciava senza fiato.
I suoi avversari ma anche molti dei suoi seguaci: appena nominato segretario del partito, con una valanga di consensi, otteneva da Giorgio Napolitano la poltrona di Palazzo Chigi, tradendo le rassicurazioni date ad Enrico Letta, e quelle date ai suoi elettori delle primarie, cui aveva promesso la fine di manovre di potere, la trasparenza nei rapporti fra cittadini e potere, nonchè la fine di governi senza legittimazione popolare, cioè non eletti.
Per quel che vale, tra i supporter che Renzi ha perso quel giorno ci sono anche io.
Fu quello un momento molto opaco della nostra storia pubblica, una occasione persa per rimettere sul binario un treno istituzionale che da parecchio aveva perso la sua rotta e continuava a macinare eccezioni alla regola, accrocchi, soluzioni trovate caso per caso – la fine extraparlamentare del berlusconismo, il governo tecnico Monti promosso e subito abbandonato, il pubblico abbattimento ( “come un cavallo azzoppato” ha ricordato l’interessato recentemente ) del leader Pd Bersani che aveva comunque vinto le elezioni, sostituito con il suo vice Letta, a sua volta presto abbandonato, fino alla vergognosa eliminazione su pubblica piazza, ma per mano nascosta, di ogni candidato alla presidenza della Repubblica e la nuova emergenza di un secondo mandato per Napolitano.
Dobbiamo proprio ricominciare da lì, direte? Certo.
Perchè di quel periodo, a dispetto di tante dichiarazioni, rimangono oscuri passaggi e motivazioni (come poi rimproverare ai cittadini la sfiducia nelle istituzioni? ).
E perchè è in quel momento che, invece di sanarsi, si è creata una nuova anomalia italiana; invece di interrompere la deriva eccezionalista di quel percorso, si è creato in quella occasione un leader che dell’eccezionalismo fa oggi la sua cifra.
Un anno dopo possiamo azzardare qualche risposta sulle ragioni che spinsero Matteo Renzi a fare la sua accelerazione su Palazzo Chigi.
Oggi abbiamo di lui una conoscenza migliore, e sappiamo che questo fenomenale leader non è un uomo che crede nella paziente costruzione di filiere, di luoghi di aggregazione sociale, di egemonie culturali. Niente Gramsci da quelle parti.
L’ex sindaco di Firenze è un uomo di gestione, di amministrazione nel senso più alto, un uomo del fare della cosa pubblica, la cui maggiore efficacia si espleta proprio nel massimo controllo delle leve di questa cosa pubblica.
In altre parole, Matteo Renzi è davvero il primo Sindaco d’Italia – pensa che il potere forte, individuale e decisionista sia lo strumento più importante per governare. Pensa a una equazione perfetta tra massimo potere del leader e massima efficacia.
In questo senso, si capisce ora bene perchè un anno fa sbarcò a Palazzo Chigi senza attendere: era ed è sua profonda convinzione che solo operando da una posizione di potere avrebbe potuto “agire”, cambiare l’Italia come voleva.
E se questo implicava un compromesso iniziale per fare il Premier, una messa con cui conquistare Parigi, Matteo Renzi scelse allora di considerare che valesse la pena.
Nulla di male in questo approccio. La politica è in generale sinonimo di potere.
Nella nostra storia recente da Craxi a D’Alema a Berlusconi, sono più i leader tentati da questo schema, di quelli che hanno provato a percorrere il sentiero della condivisione.
Nel caso di Renzi, l’inclinazione “decisionista” ha acquisito forza grazie anche a una richiesta popolare di azione e cambiamento – e infatti di tutti I leader nominati è quello che finora ha segnato più successi nell’accumulo di potere: con in corso una riforma in senso monocamerale del Parlamento, una riforma elettorale , e la trasformazione di fatto di Palazzo Chigi in un premierato forte, somma delle cariche di segretario del partito di Maggioranza, e di titolare di un Governo in cui i Ministri sono poco più di suoi avatar.
Insomma, di messe per Parigi Renzi ne ha trovato più di una in questo anno e direi che continua a trovarne.
Tutto bene, dunque? E perchè scriverne oggi, all’inizio della elezione del nuovo Presidente della Repubblica?
Semplice: perchè il progetto di ridefinizione dei poteri che Renzi ha avviato un anno fa, si conclude solo con la elezione del nuovo Presidente.
Non a caso c’e stata da parte sua fin dall’inizio una lunga preparazione al “lodo Putin” – con tutte le sbandierate intenzioni su una donna al Quirinale, o un grande direttore di orchestra, o un grande architetto.
Solo la esistenza di un Presidente che non gli faccia ombra , potrebbe infatti oggi lasciare al Premier l’agibilità di potere totale che sta inseguendo.
I modi del voto, e la personalità che verra’ scelta per il Colle, saranno dunque dirimenti. Porteranno il progetto renziano da una parte o dall’altra. Ne accentueranno il controllo sulle istituzioni o ne costituiranno il bilanciamento, ne ricostituiranno una dialettica interna.
Fin qui la posta in gioco. Il terreno di questo gioco tuttavia ha già cominciato a definirsi.
Nelle ultime settimane si sono accumulati i messaggi al Premier. E non solo da parte dei grandi elettori in Parlamento.
Da destra e da sinistra, dalle zone più scontente della politica a quelle più autorevoli, incluso una buona parte del mondo imprenditoriale favorevole a Renzi, si sente chiedere una personalità in grado di guidare il paese con “autorevolezza” ed “autonomia” in questo difficile momento.
Vale per tutti il discorso di dimissioni di Napolitano: la sostenuta sottolineatura della crisi economica, della necessita’ di tenere insieme il paese e’ stata in controluce l’enfatizzazione anche di forti istituzioni nel paese.
Ed e’ stato ancora Napolitano a tracciare non pochi giorni fa la strada da seguire per la scelta del suo successore, invitando ad evitare sia una scelta ” di pancia” sia una scelta “estetica”, cioè di pura immagine – di fatto così eliminando sia le tentazioni dell’antipolitica alla M5s, sia quella delle belle ma deboli figure proposte da Renzi. Persino una figura “tecnica” e’ stata considerate dal Colle troppo debole per un ruolo estremamente politico quale quello del Colle.
L’invito che arriva a Renzi è dunque molto chiaro: gli si chiede da molte parti un Presidente che non sia semplicemente una sua proiezione, ma un suo pari.
Accoglierà queste voci, il Premier? O le considererà un’ennesima trappola che gli prepara il caro vecchio establishment del paese?
Un ennesimo ostacolo dei gufi che non vogliono cambiare?
A questo incrocio suonerà fra pochi giorni la campanella d’inizio della elezione. Vedremo cosa Renzi sceglierà – perchè ne ha tutta la forza politica di numeri e di manovra- , e la sua scelta varrà per tutti noi.
Dove vada la mia preferenza, è chiaro da come ho cercato di raccontare in questa testata (che rimane uno spazio aperto a tutte le idee e voci) il primo anno dell’era renziana. Renzi e’ un politico di razza, arrivato sulla scena del nostro paese con una causa buonissima – rinnovare tutto. Ma la sua visione del potere e’ tale da essere un rischio per tutti, a cominciare da lui.
Nelle difficili circostanze raccontate così bene da Napolitano una guida solitaria, per quanto carismatica e potente sia, non basta.
L’efficacia di governo non nasce solo dalla capacità di un leader di prendere decisioni, ma da fatto che queste decisioni siano giuste.
E la forza delle decisioni non viene dai decreti, ma da quel sistema di equilibrio e controlli fra vari poteri istituzionali e sociali, la comparazione fra punti di vista, valori, e interessi, che ha sempre garantito che si arrivi a decisioni informate, anche quando non condivise.
La ragione per cui la democrazia occidentale è stata forte, anche dentro questa sua crisi strutturale, e’ esattamente la sua articolazione interna. In questo senso, rimane la migliore salvaguardia per tutti. Incluso di chi e’ nel punto più alto del potere.
Lucia Annunziata
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 1st, 2015 Riccardo Fucile
PIU’ TEMPO PER OTTENERE PROROGHE DELLE CONCESSIONI SENZA GARA E PER APRIRE CANTIERI “URGENTI”… FAVORI AI TAXISTI, MAZZATE AGLI SFRATTATI
Un altro aiutino ai concessionari autostradali, che avranno più tempo per presentare il piano grazie al quale potranno incassare il prolungamento del loro contratto (e dei relativi incassi) senza dover partecipare a una gara.
Meno fretta anche per l’avvio dei cantieri “urgenti” finanziati dal decreto Sblocca Italia.
Possono esultare anche i taxisti, che incassano un nuovo rinvio della liberalizzazione del servizio di noleggio con conducente.
Sono alcune delle novità più rilevanti, sul fronte dei trasporti e delle infrastrutture, introdotte dal decreto Milleproroghe, il consueto provvedimento di fine anno con cui l’esecutivo sposta in avanti le scadenze.
Quello varato dal Consiglio dei ministri del 24 dicembre e pubblicato in Gazzetta ufficiale il 31 è “il più light della storia degli ultimi anni”, aveva sostenuto il premier Matteo Renzi, “molto breve, stretto come numero di norme: siamo stati molto rigorosi con noi stessi”.
Ma, per quanto riguarda le materie di competenza del ministro Maurizio Lupi, il “rigore” ha colpito selettivamente.
Nessuna grazia, per esempio, per gli inquilini morosi che hanno ricevuto l’avviso di sfratto: rompendo una tradizione che va avanti da decenni il governo ha scelto di non inserire nel testo la proroga del blocco degli sgomberi.
Lupi, al momento dell’approvazione del Piano casa, aveva d’altronde chiarito di essere contrario a quel “vecchio rito”. Poco importa se, come sostengono il Codacons e il Sunia, la decisione farà perdere l’abitazione in cui vivono a “famiglie con minori, anziani a basso reddito, invalidi e persone malate che non riescono più a pagare gli affitti“.
Il regalo di Natale ai concessionari
Il decreto Sblocca Italia presentato a fine agosto e approvato dal Senato in novembre concedeva alle società titolari di concessioni sulle tratte autostradali della Penisola — dall’Autostrade per l’Italia dei Benetton a Gavio, passando per il gruppo Toto e gli enti pubblici che gestiscono Autobrennero e Autovie venete – la possibilità di un rinnovo dell’autorizzazione senza gara.
Bastava consegnare al ministero dei Trasporti guidato da Lupi, grande sponsor dell’operazione criticata invece da Banca d’Italia, Antitrust e Autorità anticorruzione, “proposte di modifica del rapporto concessorio”.
Per esempio chiedendo l’unificazione di tratte attualmente soggette a concessioni separate, oltre all’impegno a investire nei necessari “interventi infrastrutturali”.
Una previsione che presta il fianco a provvedimenti severi da parte della Commissione Ue, perchè confligge con in principio della libera concorrenza, come rilevato a suo tempo da più di un osservatore. Ma tant’è.
E ora, con il Milleproroghe, l’esecutivo ha anche dato ai concessionari sei mesi in più per proporre le modifiche: lo Sblocca Italia stabiliva che dovessero farlo entro la fine dell’anno appena concluso, con il nuovo provvedimento avranno invece tempo fino al 30 giugno 2015.
Di conseguenza slitta in avanti, dal 31 agosto al 31 dicembre 2015, anche la data entro cui dovranno essere stipulati l’atto di proroga o la “convenzione unitaria”.
Senza contare che il 31 dicembre scorso i concessionari hanno ottenuto anche il consueto adeguamento annuale dei pedaggi.
Le opere “urgenti” possono attendere
Il cuore dello Sblocca Italia, come è noto, è lo stanziamento di 3,8 miliardi per le “grandi opere cantierabili da subito”. In realtà non proprio “subito”, si direbbe: non sono passati nemmeno due mesi dall’approvazione del decreto e già il governo rimanda di altrettanto il via ai cantieri del Passante ferroviario di Torino, del sistema idrico Basento-Bradano, dell’asse autostradale Trieste-Venezia e della tratta Colosseo-Piazza Venezia della linea C della metropolitana di Roma. Ovvero quelli definiti “cantierabili entro il 31 dicembre 2014″.
Lo Sblocca Italia era molto chiaro sul fatto che, se i termini non fossero stati rispettati, i fondi sarebbero stati revocati.
Già con il primo decreto interministeriale di ripartizione delle risorse Lupi era corso ai ripari stabilendo che per evitare la tagliola sarebbe bastato rispettare condizioni meno gravose della reale apertura del cantiere.
Per esempio, il Comune di Roma si sarebbe messo in salvo semplicemente inviando il progetto definitivo aggiornato della metro C.
Ora, ecco una scappatoia ben più ampia: nel Milleproroghe si sposta il termine al 28 febbraio 2015. Idem per la concessione degli appalti per un lotto costruttivo dell’alta velocità Veronaâ€Padova, il completamento dell’asse viario Leccoâ€Bergamo e della linea 1 della metropolitana di Napoli, il Terzo valico dei Giovi e il nuovo tunnel del Brennero.
Tutte opere che avrebbero dovuto essere appaltate entro fine 2014 e cantierate entro il 30 giugno 2015, pena l’addio agli stanziamenti. Macchè: ora per iniziare i lavori c’è tempo fino a fine luglio. E dire che il titolo dell’articolo 3 del decreto parlava di “opere indifferibili e urgenti”.
Esultano i taxi e Uber resta nel limbo
Nulla di fatto, invece, per gli autisti che offrono il servizio di “noleggio con conducente“.
E per la discussa Uber, la società californiana che permette di prenotare le loro auto attraverso una app e quest’anno ha aperto anche al servizio “tipo taxi” svolto però da privati (UberPop), causando la rivolta di chi ha pagato a caro prezzo una licenza.
La scorsa primavera, nel pieno della protesta dei tassisti milanesi, Lupi aveva chiarito di essere favorevole all’uso delle tecnologie per l’accesso ai servizi di trasporto ma di considerare illegale UberPop perchè “il servizio pubblico non in linea può essere erogato unicamente dai taxi e dagli Ncc”.
Per dirimere una volta per tutte la questione sarebbe stato opportuno intervenire con un decreto ad hoc.
Quello esplicitamente previsto da un Dl del 2010, in base al quale entro dicembre 2014 il governo avrebbe dovuto adottare “disposizioni attuative tese ad impedire pratiche di esercizio abusivo del servizio di taxi e del servizio di noleggio con conducente o, comunque, non rispondenti ai principi ordinamentali che regolano la materia”. E rimandare la scadenza, via Milleproroghe, al 31 dicembre 2015.
Niente proroghe per gli sfrattati, per la gioia dei proprietari immobiliari
Restano a bocca asciutta anche gli inquilini sfrattati, che speravano in un nuovo (sarebbe stato il trentunesimo) rinvio dell’esecutività del provvedimento. Stavolta il ministero delle Infrastrutture, per la gioia di costruttori e società immobiliari, è stato inflessibile, con la giustificazione che nel decreto battezzato “Piano casa” sono stati incrementati, portandoli a 446 milioni di euro complessivi, i fondi per il sostegno all’affitto a canone concordato e quello per la morosità incolpevole.
Peccato che i soldi stanziati, secondo l’Unione inquilini, siano insufficienti per far fronte all’emergenza abitativa.
Per chi non ce la fa a pagare l’affitto ci sono infatti 226 milioni in tutto, ma da spalmare su un orizzonte di sette anni.
Nemmeno 35 milioni all’anno, dunque.
E nel 2013 gli italiani colpiti da sfratto esecutivo per morosità incolpevole sono stati oltre 65mila.
Soddisfatto Corrado Sforza Fogliani, presidente della Confederazione italiana proprietà edilizia (Confedilizia), che aveva chiesto al governo di “rompere la rituale liturgia” e non cedere a tentazioni di “pericolosa demagogia”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 1st, 2015 Riccardo Fucile
IL DRAMMATICO APPELLO DELLE DUE COOPERANTI PRIGIONIERE DELL’ALLEATO-COMPETITORE DELL’ISIS
Il capo coperto dal chador e vestite di nero. In mano un cartello con la data del 17 dicembre
2014.
E un messaggio di 23 secondi in cui dicono di essere Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, le due cooperanti italiane rapite in Siria e di cui non si hanno notizie dal 31 luglio scorso.
Così, in un video su YouTube il 31 dicembre 2014, le due giovani chiedono aiuto per tornare a casa, perchè in grave pericolo.
“Siamo Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, supplichiamo il nostro governo e i suoi mediatori di riportarci a casa prima di Natale. Siamo in grave pericolo e potremmo essere uccise. Il governo e i mediatori sono responsabili delle nostre vite”.
Sentimenti contrastati per Salvatore Marzullo, padre di Vanessa: “Abbiamo visto quelle immagini, le prime immagini di Vanessa e Greta da mesi, sembra stiano abbastanza bene anche se in una condizione difficile. Siamo contenti di averle viste, siamo ottimisti”.
Per gli 007 “siamo in una fase delicatissima, che richiede il massimo riserbo”.
Il Fronte al Nusra ha confermato di tenere prigioniere le due ragazze italiane : “E’ vero, abbiamo le due donne italiane… perchè il loro paese sostiene tutti gli attacchi contro di noi in Siria”, ha detto all’agenzia stampa tedesca Dpa Abu Fadel, un esponente del gruppo legato ad al Qaeda che opera in Siria e Libano.
Ma cosa è il fronte Al Nusra?
Sono gli alleati-competitori dell’Isis di Abu Bakr al-Baghdadi.
Specialisti nella fiorente industria dei sequestri che prospera nella martoriata Siria. Sono il referente diretto in terra siriana del (sulla carta) numero uno di al-Qaeda: Ayman al-Zawahiri.
Sono loro ad aver rapito e poi liberato 45 caschi blu delle Nazioni Unite nel Golan. Sempre loro hanno rapito e poi liberato 21 cristiani.
Sarebbero stati loro ad assassinare il sacerdote francese Frans van der Lugt, il 7 Aprile 2014. Sono i qaedisti di Jabat al-Nusra.
E sono loro ad avere oggi nelle mani le due giovani cooperanti italiane, Greta Ramelli e Vanessa Marzullo.
L’opposizione moderata al regime di Bashar al-Assad, il Consiglio nazionale siriano, denuncia una connivenza fra i miliziani di al-Nusra e il regime di Damasco.
“Mai l’esercito del dittatore nè i terroristi di Hezbollah che lo affiancano hanno attaccato le aree controllate da al-Nusra. Così come abbiamo la certezza che alcuni sequestrati siano passati dai servizi di Assad alle cellule qaediste”, dice all’Huffington Post, Burhan Ghalioun, uno dei leader del Cns.
Per comprendere il dramma dei rapiti, occorre capire cosa resta oggi della Siria.
Oggi lo Stato siriano, nelle sue formali frontiere, non esiste più. Resiste il regime, che controlla una porzione del territorio e il centro della capitale. Dopo oltre 190.000 morti (fonti Onu), centinaia di migliaia di feriti e milioni di profughi, con il “clan Assad” abbarbicato al potere e il variegato fronte dell’opposizione armata sempre più egemonizzato, con il terrore, dai gruppi qaedisti, come immaginare che la Repubblica araba di Siria possa ricomporsi nel suo spazio canonico, quasi nulla fosse accaduto, e non piuttosto decomporsi in staterelli di impronta etno-religiosa, l’un contro l’altri armati, estrapolazione non proprio lineare di antiche e recenti fratture?
Quel che resta della Siria oggi, è la discarica delle tensioni levantino-mediorientali che vi hanno incontrato l’area di minor resistenza — di massima fragilità istituzionale e geopolitica — dove sfogare le reciproche ostilità .
D’altro canto, la destrutturazione socio-geopolitica provocata dalla brutale reazione del ‘clan Assad’ alla sfida delle opposizioni, e accentuata dall’internazionalizzazione del conflitto, ha finito per mutare il codice genetico della rivolta siriana, emersa nel marzo del 2011 come protesta popolare, in linea con le promettenti ‘Primavere’ tunisina ed egiziana.
In pochi mesi si è scivolati dalla contrapposizione regime-avversari allo scontro Stato-insorti, e, in un presente sempre più oscuro, alla guerra per bande, alimentata dalla manipolazione delle antiche faglie etnico-confessionali, che spesso copre molto specifici interessi clanico-tribali.
Ed è in questo quadro di dissoluzione dello Stato-Nazione siriano che si sviluppa, grazie soprattutto ai finanziamenti sauditi, il Fronte al-Nusra.
Secondo fonti di intelligence giordane e occidentale, il gruppo può contare oggi su circa seimila combattenti, la maggior parte dei quali siriani.
È emerso all’inizio del 2012 con attentati nel centro di Damasco. Il suo leader è Abu Muhammad al-Golani, veterano della guerra in Iraq dove combattè con il gruppo “al-Qaeda in Iraq'”(versione primitiva dello Stato islamico) sotto il comando di Abu Bark al-Baghdadi, attuale capo dell’Isil autoproclamatosi califfo.
Ad aprile 2013 l’Isil tentò la fusione con il Fronte al-Nusra: al-Baghdadi dichiarò che la fusione era avvenuta e i membri del Fronte avrebbero dovuto rispondere a lui, ma al-Golani smentì dicendo di non essere stato consultato e ribadì la sua fedeltà al leader di al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, subentrato alla guida della rete terroristica dopo l’uccisione di Osama bin Laden in Pakistan.
Al di là delle reali connessioni con al-Qaeda in Iraq, rileva in proposito Andrea Plebani, analista dell’Ispi, il Fronte al-Nusra è riuscito a divenire in poco tempo una delle branche qaidiste più attive e popolari a livello globale. Al-Nusra – rileva Bernard Selwan Khoury, tra i più autorevoli studiosi dell’Islam radicale armato, incarna l’ideologia zawahiriana, mentre l’Isis incarna una jihad sul modello di quella irachena, che (in particolare del periodo di Abu Musab al-Zarqawi — fondatore dell’ala irachena di al-Qaeda) ha condotto numerosi attacchi contro altri musulmani, legittimati secondo l’ideologia del takfir, che consiste nell’accusare d’infedeltà altri fedeli islamici di apostasia o eresia. Al-Zarqawi — fondatore di quello che oggi è l’Isis — fu tra gli artefici di tale strategia, che non soltanto fece perdere popolarità ad Al-Qaeda, ma portò lo stesso Bin Laden a prenderne le distanze. Al-Nusra dispone di finanziamenti e mezzi superiori alla stragrande maggioranza delle milizie d’opposizione.
L’ideologia islamista e il fanatismo per il martirio del gruppo spiegano parte del successo in guerra.
Ma le ragioni del suo radicamento vanno ben oltre l’ideologia del martirio: il Fronte al-Nusra è formato in gran parte da veterani di altre guerriglie — molti hanno combattuto in Iraq contro gli americani — e attira finanziamenti generosi dalle petromonarchie del Golfo. Jabhat al-Nusra non terrorizza la popolazione ma ne conquista il consenso.
Per questo è ancora più pericoloso.
Ed è per questo che le sue minacce vanno prese sul serio.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 1st, 2015 Riccardo Fucile
DIECI ANNI BUTTATI PER UNA LEGGE CHE NON C’E’
I ladri della pala del Guercino rubata a Modena dovrebbero brindare stasera, per sfregio, al nostro Parlamento: se fossero beccati, se la caverebbero con una denuncia.
Dieci anni non sono bastati infatti per mettere una toppa alla sciagurata voragine aperta dal codice dei Beni culturali del 2004: niente manette, ai predatori dell’arte.
Sono tanti, dieci anni. In quel 2004 in cui fu approvata la legge voluta da Giuliano Urbani un ignoto Mark Zuckerberg inventava Facebook, Umberto Bossi era colpito da un ictus, Marco Pantani moriva in modo strano in un residence, il Festival di Sanremo era vinto da Marco Masini e a Madrid trionfava Zapatero.
È passato un sacco di tempo, da allora. E a Palazzo Chigi abbiamo visto transitare Berlusconi e poi Prodi e di nuovo Berlusconi e poi ancora Monti e Letta e Renzi…
Eppure quella oscena «svista», chiamiamola così, di prevedere pene così ridicole (massimo tre anni, fosse pure per il furto della Primavera di Botticelli) da escludere le manette e il carcere per i tombaroli che saccheggiano i siti archeologici, i ladri che svaligiano i musei, i delinquenti che animano il traffico mondiale di opere d’arte (il quarto business planetario dopo i traffici di armi, di droga e di prodotti finanziari), non è mai stata cancellata.
Bastavano due righe: «Le pene per i reati previsti dagli articoli… vengono raddoppiate». Due righe.
E il nostro Paese, il più colpito dai razziatori («Italia, saccheggio del paradiso dell’arte», titolò El Mundo ) avrebbe potuto almeno mostrare d’aver capito l’urgenza di porre fine a quella sconsiderata indulgenza sfociata in una vera e propria complicità .
Ricordate lo strepitoso monumento funerario dei Gladiatori scoperto nel 2007 a Lucus Feroniae, ridotto in dodici pezzi e sotterrato per poter essere «smaltito» un tronco alla volta all’estero? Arresti impossibili, per la difficoltà di dimostrare che erano stati i tombaroli stessi a danneggiare quel tesoro.
E lo struggente «Sarcofago delle Muse» scoperto nel 2008 a Ostia Antica?
Il tombarolo era in possesso di un crick da carrozziere perchè voleva separare una statuina dall’altra per venderle più facilmente: niente manette.
E il trono di Caligola? Sorpresero i «predatori dell’arte perduta», per citare un libro di Fabio Isman, mentre trasferivano verso nord quella metà inferiore della statua trovata nella villa dell’imperatore a Nemi: solo una denuncia. In attesa, chissà quando, del processo.
E via così, di furto in furto. Spiega il dossier «Ecomafia 2014» di Legambiente che nel 2013 sono stati accertati 872 furti di opere, più di 2 ogni giorno, 1.435 le persone denunciate, 41 arresti e 184 sequestri
A guidare la classifica è il Lazio, seguito dalla Campania, dalla Lombardia e dalla Toscana.
Solo in Sicilia, «la criminalità organizzata movimenterebbe in questo settore, secondo le stime dei carabinieri, un volume d’affari di oltre 157 milioni di euro».
Dicono i militari del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, i quali sul web catalogano man mano migliaia di pezzi rubati, che nel 2014 (i dati definitivi sono destinati a crescere) sono stati registrati almeno 600 furti per un totale superiore ai 10 mila pezzi, tra i quali, appunto, quella grande pala d’altare del Guercino, alta tre metri, portata via dalla Chiesa modenese di San Vincenzo.
Massimo Rossi, che guida il Gruppo Tutela Patrimonio Archeologico della Finanza, conferma che anche secondo i loro dati, nonostante tutti gli sforzi (più 27% di beni archeologici recuperati), la situazione resta pesante.
Eppure da anni ogni appello, ogni denuncia, ogni sfogo d’indignazione contro tanta tolleranza verso i ladri non riesce a scuotere il Palazzo.
Ci ha provato da ministro dei Beni culturali Giancarlo Galan, con un decreto abortito con la caduta di Berlusconi.
Poi il successore Lorenzo Ornaghi, che fu convinto da qualche anima bella a lasciar fare al Parlamento.
E poi ancora Felice Casson, che verso la fine della scorsa legislatura riuscì a portare il progetto di legge in commissione Giustizia.
Era così sensata, quella scelta d’una maggiore durezza, che passò all’unanimità . Tutti d’accordo. Destra e sinistra.
Pareva fatta, pareva. Macchè: non è mai arrivata in Aula.
E si è persa via via in qualche cassetto, da dove nessuno pare volerla tirar fuori…
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 1st, 2015 Riccardo Fucile
LE SFIDE ANNUNCIATE DAL DIRETTORE DELLE CAMPAGNE DI GREENPEACE ITALIA
Primo auspicio per il prossimo anno è “che a Parigi (al vertice sul clima che si terrà a dicembre,
ndr) si arrivi a un accordo serio e vincolante che porti a una prospettiva risolutiva riguardo alla principale emergenza ambientale che è il cambiamento climatico. Cambiamento che è già in atto, dunque si tratta di evitare il peggio”, spiega Giannì ad Adnkronos.
Alla riunione di Parigi “si dovrebbero fissare degli obiettivi molto importanti di riduzione delle emissioni di gas serra, questione non più rinviabile”.
Per il direttore delle Campagne di Greenpeace Italia, “si può fare di meglio su efficienza energetica e rinnovabili e quindi sulla dismissione delle peggiori fonti di emissione di gas serra, cioè carbone e petrolio. Quello che ancora non si è capito, sicuramente non lo si è capito in Italia, è che questa è anche un’enorme occasione di sviluppo, occupazione e tecnologia”.
Altro tema chiave del prossimo anno è l’Expo 2015. “In Italia avremmo una grandissima occasione per parlare di una questione molto importante che è il modo in cui produciamo gli alimenti: l’Expo — spiega Giannì -. Ma per ora non è stata minimamente utilizzata. Io immaginavo che potesse essere l’occasione per riflettere sul ruolo di noi singoli consumatori riguardo a produzione, acquisto, consumo e uso degli alimenti, sul modo in cui vogliamo produrre il cibo nei prossimi 50 anni e tante altre cose”.
“Il made in Italy — sottolinea — dovrebbe essere l’affermazione di un certo tipo di produzione basata sulla qualità che vuol dire tipicità ma anche sostenibilità . Perchè è inutile avere un prodotto tipico poi contaminato da pesticidi o altro. Spero che si parli di questo”.
Nella lista dei ‘desideri’ di Greenpeace c’è anche l’auspicio che ci si occupi di più di “sicurezza in mare e del mare”.
“Mi aspetterei che di questi temi riuscissimo a parlare anche lontano dai mesi estivi — osserva Giannì — In questo Paese se ne discute solo durante le vacanze quando ci si lamenta del mare sporco o in caso di incidenti come quello della Norman Atlantic. Questo episodio potrebbe essere un’occasione per parlare di come noi tuteliamo la sicurezza in mare e del mare. Perchè ci vuole pochissimo per fare danno”.
( da “Adnkronos.com”)
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Gennaio 1st, 2015 Riccardo Fucile
LA DEPUTATA BOCCIA RENZI, RIMANDA SALVINI E SUL QUIRINALE DICE: “L’UNICO CANDIDATO SAREBBE BERLUSCONI”
Salvini ha detto: «Berlusconi si chiarisca le idee o noi andiamo avanti da soli». Cosa rispondete?
«Certe dichiarazioni andrebbero maggiormente ponderate. Consiglio a Salvini, che stimo e mi è simpatico, di avere più rispetto per Berlusconi che ha portato la Lega al governo e resta l’ultimo Premier votato dagli italiani. Salvini non può dettarci la linea, lui sa bene che senza Berlusconi non può far niente, altrimenti andranno da soli anche alle elezioni locali».
Salvini però le alleanze a livello locale le vuole mantenere.
«Questo è un atteggiamento da democristiano, la politica dei due forni, che non credevo gli appartenesse».
Berlusconi sostiene da anni che bisogna riconquistare l’elettorato deluso di centrodestra. Perchè Salvini in pochi mesi è riuscito a conquistare una grossa fetta di quell’elettorato?
«Sui numeri si può discutere, in Emilia, ad esempio, ha preso meno voti rispetto alle Europee. Lui sta facendo una politica forte di destra e cavalca temi molto sentiti, soprattutto dalla fascia più debole. Salvini ingenera una speranza, noi ci siamo riusciti di meno. Per questo sostengo che Berlusconi debba tornare a fare il numero uno».
La strada dei Club Forza Silvio è quella giusta?
«Il problema di FI non è l’assetto organizzativo ma l’assenza di regole. Dentro il partito ci sono persone, sempre le stesse, che fanno 7/8 cose. Serve un programma politico, e Berlusconi si sta impegnando in prima persona, e regole che creino una giustizia interna. Il Congresso andrebbe anticipato dal 2016 al 2015 per eleggere una classe dirigente credibile che abbia fame di cambiare il Paese».
Il M5S continua a perdere i pezzi. Per Grillo siamo già ai titoli di coda?
«Perdono parlamentari perchè non hanno senso di appartenenza, in politica non si inventa nulla, conta il sacrificio quotidiano, bisogna stare tra la gente. Queste persone sono state improvvisamente catapultate in Parlamento. Non credo che Grillo sia alla frutta, è un esagitato e riesce ancora a far presa grazie alla crisi. Molti suoi parlamentari guardano al Pd, ormai lo dicono apertamente, è la pistola fumante che Renzi mette sul tavolo, ed è inaccettabile».
Il voto per il Quirinale sarà ancora più complesso per i dissidenti interni. Riuscirete a trovare un nome largamente condiviso?
«C’è bisogno di una guida autorevole perchè Renzi governa con i tweet, è inesperto e in grandi difficoltà . Il problema è capire l’obiettivo dei dissidenti, se la sfida per il Quirinale serve solo per aumentare il loro potere all’interno dei partiti allora è sciacallaggio. Se Renzi avesse veramente coraggio l’unico Capo dello Stato possibile per esperienza, capacità e rapporti internazionali sarebbe Berlusconi».
Eppure Berlusconi si è detto disposto a votare un candidato del Pd. Apertura strategica o segnale di debolezza?
«Un’apertura strategica, Berlusconi non si autopromuove ma garantirebbe pace e sviluppo al Paese e indirizzerebbe il governo Renzi verso la via giusta. Paradossalmente sarebbe più utile per il Pd che per noi. Purtroppo so che Renzi non avrà questo coraggio, ma figure autorevoli ce ne sono poche. Dal mio punto di vista rimane Draghi che nessuno boccerebbe. Oltre a Berlusconi, in subordine, ci sarebbe Martino».
Come giudica la Legge di Stabilità ?
«Renzi ha detto di aver tagliato 18 miliardi di tasse, in realtà nel prossimo triennio aumenteranno di 45 milardi. Non c’è traccia neanche della sbandierata spending review. Verrà aumentata l’Iva, anche sui pellet, l’accise sui carburanti. La Legge di Stabilità di Letta era più coraggiosa e con meno tasse, questa porterà a un’ulteriore contrazione dei consumi, praticamente il contrario del nostro programma. Renzi è debole e non contrasta le indicazioni dell’Ue».
Una previsione sul 2015: si andrà a votare?
«Credo di no, non ci sono le condizioni, non abbiamo neanche i soldi per fare le elezioni. La Grecia andrà al voto e questo creerà molti problemi in Europa. Detto ciò, non credo che Renzi arriverà fino al 2018. Sarebbe un atteggiamento umile da parte sua aprire a una grande coalizione così come hanno fatto in Germania. La Merkel non è stata più brava degli altri, ha semplicemente portato avanti, per due legislature, una grande coalizione che le ha consentito di fare le riforme».
Andrea Barcariol
(da “il Tempo”)
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Gennaio 1st, 2015 Riccardo Fucile
IL PIU’ VENDUTO E’ “STORIA DI UNA LADRA DI LIBRI” DI MARCUS ZUSAK, TOCCANTE STORIA AMBIENTATA DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE… PER IL RESTO CONFERME E I SOLITI TESTI DI RICETTE DI CUCINA E CORSI DI LINGUA
Poche sorprese, molte conferme e la solita vagonata di ricette di cucina e corsi di lingua: questo,
in sintesi, il 2014 dei libri più venduti in Italia.
Il podio della classifica dei bestseller di quest’anno vede al terzo posto John Green con Colpa delle stelle (edito da Rizzoli), young adult strappalacrime trainato anche dal film con Shailene Woodley che tanto ha commosso i teenager di tutto il mondo.
Seconda piazza per La piramide di fango (Sellerio), ennesimo trionfo per il maestro Andrea Camilleri.
Ma il libro più venduto del 2014, forse un po’ a sorpresa, è Storia di una ladra di libri (Frassinelli) di Marcus Zusak, toccante storia ambientata durante la Seconda guerra mondiale e dal quale è strato tratto un film di successo.
Gli altri sette posti della Top10 sono un elenco di grandissimi nomi, scrittori contemporanei che da anni compaiono tra i più venduti.
Quarto il sempiterno Ken Follett con I giorni dell’eternità (Mondadori), seguito da Inferno di Dan Brown in edizione economica (Mondadori) e Paulo Coelho con Adulterio (Bompiani).
Settima la regina italiana del romanzo rosa Sveva Casati Modignani con il suo La moglie magica, edito da Sperling & Kupfer, mentre all’ottavo posto c’è Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza (Guanda) di Luis Sepulveda.
Nono è di nuovo Andrea Camilleri con Morte in mare aperto e altre indagini del giovane Montalbano (Sellerio), mentre a chiudere la classifica c’è Una mutevole verità (Einaudi) di Gianrico Carofiglio.
Gli altri sette posti della Top10 sono un elenco di grandissimi nomi, scrittori contemporanei che da anni compaiono tra i più venduti, come il sempiterno Ken Follett che si classifica quarto
Ma le classifica di vendita dei libri hanno senso solo se scorporate per generi.
E allora, considerando solo la narrativa italiana, Andrea Camilleri occupa il primo, il terzo e il sesto posto (Inseguendo un’ombra, Sellerio), mentre il secondo è della già citata Sveva Casati Modignani.
Quarto e nono (La regola dell’equilibrio, Einaudi) Gianrico Carofiglio, mentre completano la top 10 Gli sdraiati (Feltrinelli) di Michele Serra, Il telefono senza fili (Sellerio) di Marco Malvaldi, La strada verso casa (Mondadori) di Fabio Volo e L’uragano in un batter d’ali (Newton Compton) di Sara Tessa.
Tra la narrativa straniera, oltre i titoli che già dominano le vendite generali, trovano posto anche Il cardellino (Rizzoli) di Donna Tartt, uno dei casi editoriali dell’anno, le solite Cinquanta sfumature di E. L. James e gli eterni Stephen King (Doctor Sleep, Sperling & Kupfer) e Wilbur Smith (Il dio del deserto, Longanesi).
Tra i saggi, primi tre posti per Braccialetti Rossi.
Il mondo giallo (Salani) di Albert Espinosa (da cui è tratta l’omonima serie di RaiUno), Ammazziamo il Gattopardo (Rizzoli) di Alan Friedman e Un’idea di destino (Longanesi) dell’indimenticabile Tiziano Terzani.
Particolarmente interessante è la classifica dei libri per ragazzi, con Sepulveda che conquista il primo posto, seguito da Diario di una schiappa.
Guai in arrivo! (Il Castoro) di Jeff Kinney, da un libro sulla divetta Disney Violetta e dall’alternarsi di Suzanne Collins e Veronica Roth con i vari capitoli delle loro saghe distopiche Hunger Games e Divergent.
Resiste al decimo posto un libro che non smette mai di vendere: Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupery.
Chiudiamo con la “Varia”, che racchiude tutto quello che non è incasellabile come narrativa o saggistica.
Il libro più venduto è English da zero (Mondadori) di John Peter Sloan, seguito dall’irriducibile Benedetta Parodi con le ricette di Molto bene (Rizzoli).
Terzo posto per Open, l’autobiografia bestseller mondiale dell’ex tennista Andre Agassi. Le altre posizioni sono ancora appannaggio di diete, ricette e corsi di lingua.
Resiste al decimo posto un libro che non smette mai di vendere: Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupery
Fin qui le vendite di libri del 2014. Ancora una volta, la quantità non è sempre amica della qualità .
Ma così come facciamo già con televisione, musica e cinema, forse è il caso di rassegnarsi anche tra gli scaffali della libreria.
Domenico Naso
(da “il Fatto Quotidiano“)
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