Febbraio 27th, 2015 Riccardo Fucile
VIETATO MANIFESTARE CONTRO SALVINI: CONTESTATORI TRASCINATI VIA… ANCHE A DESTRA MANIFESTAZIONE CONTRO LA LEGA LADRONA
Cresce l’attesa a Roma per sabato quando in piazza del Popolo salirà sul palco per il comizio della Lega Matteo Salvini e da piazza Vittorio sfileranno ciittadini, associazioni e i centri sociali dietro lo slogan “Mai con Salvini” con un rebus ancora sulla destinazione finale anche se prende piede l’ipotesi Campo de’ Fiori.
Questa mattina sono partite nuove contestazioni.
Un centinaio attivisti dei movimenti di lotta per la casa sono stati bloccati all’ingresso della metro piazza di Spagna a Roma: erano diretti in piazza del Popolo ma sono stati fermati dalle forze dell’ordine.
Un gruppo è comunque riuscito a raggiungere la piazza ed è entrato nella basilica di Santa Maria del Popolo dove ha srotolato gli striscioni con su scritto ‘Mai con Salvini, mai con Renzi, respingiamoli’.
Sono intervenuti gli agenti che li hanno trascinati fuori, una donna ha avuto un malore e sul posto è arrivata un’ambulanza.
Intorno alle 13.30, la protesta è terminata, le porte della chiesa sono state chiuse e alcuni degli attivisti sono rimasti sulla scalinata e nel piazzale.
Gli attivisti hanno lanciato la sfida: alle 17 tutti in piazzale Flaminio per “impedire materialmente il comizio della Lega Nord previsto per domani – 28 febbraio – a piazza del Popolo”.
In questa maniera, nella costruzione della manifestazione di domani che partirà da piazza Vittorio alle 14, i movimenti per la casa e i migranti, insieme a studenti e precari, “quotidianamente protagonisti nelle lotte di questa città , stanno dando un segnale di ‘respingimento’ forte e chiaro nei confronti del Matteo padano e dei suoi alleati”, si legge nella nota dei movimenti.
Ma a destra non sono poche le voci di dissenso contro l’inciucio Salvini-Meloni, ritenuto una svendita dei valori e della identità della destra.
Cresce la protesta sul web anche da parte di militanti e di organizzazioni di destra che vogliono “respingere” Salvini e la sua mascotte Giogio’.
E’ stato indetto per domani un presidio anti-Lega da parte del Movimento Sociale Europeo di via Ottaviano alle 18 in piazza Cola di Rienzo, che commemorerà invece Mikis Mantakas, militante ucciso 40 anni fa a Roma da estremisti di sinistra.
argomento: LegaNord | Commenta »
Febbraio 27th, 2015 Riccardo Fucile
PER INCASSARE 15 MILIARDI NE HA DOVUTI SPENDERE 45 IN ONERI DI URBANIZZAZIONE
Un bidone. Nel trentesimo anniversario del primo dei condoni edilizi, varato nel febbraio ’85, i numeri
dicono tutto: per incassare in totale poco più di 15 miliardi di euro d’oggi, lo Stato ha poi dovuto spenderne 45 in oneri d’urbanizzazione.
Il triplo. Un suicidio economico, urbanistico, morale.
Segnato da impegni solennemente ridicoli: «È la fine dell’abusivismo edilizio». Sì, ciao…
Va riletta, l’Ansa del 21 febbraio 1985. Entusiasta per l’approvazione del Parlamento, Bettino Craxi dettava da Palazzo Chigi una nota esprimendo soddisfazione per la sanatoria e spiegando che avrebbe portato nelle casse statali «circa cinquemila miliardi di lire» e che le misure avrebbero concorso «con efficacia a porre fine al fenomeno dell’abusivismo edilizio, che era divenuto dilagante».
Che fosse ormai dilagante è vero: secondo il Cresme (Centro Ricerche Economiche Sociali Mercato Edilizia) l’effetto annuncio di quel primo condono «avrebbe provocato l’insorgere, nel solo biennio 1983/4, di 230.000 manufatti abusivi».
Ovvio: i primi proclami furono fatti dal ministro dei Lavori Pubblici Franco Nicolazzi, con la comica minaccia che chi non avesse sanato avrebbe visto apparire le ruspe, nell’ottobre dell’83. «Perchè non approfittarne per tirar su una casa nuova da spacciare per già esistente?», si chiesero decine di migliaia di furbi.
E cominciarono a costruire.
Nel ’94, dopo l’annuncio del nuovo condono, di Silvio Berlusconi, replay. Al punto che il sindaco Enzo Bianco, a Catania, ordinò che chi voleva la sanatoria portasse la foto dell’abuso commesso. Molti non l’avevano: la casa abusiva da sanare non esisteva ancora.
Del resto, quale rischio correvano gli imbroglioni?
Tre anni dopo, avrebbe certificato Legambiente, dei 18.402 casi di abusivismo dichiarati «non sanabili» e quindi da abbattere (3.309 in parchi e riserve, 12.899 in aree protette, 2.194 in territorio demaniale), gli edifici effettivamente abbattuti erano stati 446.
Dei quali solo 66 in Campania, Sicilia, Calabria e Puglia, le «regioni canaglia» dell’abusivismo. Sintesi: chi avesse costruito un condominio davanti ai faraglioni di Capri o sulle rovine di Selinunte aveva, dopo l’ordinanza di demolizione (e già quella, campa cavallo!), lo 0,97% di probabilità che arrivasse davvero la ruspa.
E così sarebbe andata anche col terzo condono, quello berlusconiano del 2003.
Quando ad esempio, contando sull’ormai accertata e cronica incapacità dello Stato di abbattere le case abusive, Annapia Greco tirò su in poche notti di febbrile lavoro in piena estate, pensando di spacciarla per un vecchio abuso, una villa intera sull’Appia Antica a pochi passi dalla tomba di Cecilia Metella.
Finita la villa in prima pagina sul Corriere, la signora parve non capacitarsi di tanto scandalo. Era abusiva? E vabbè… L’avevano già diffidata? E vabbè… Aveva fatto la furba in una delle aree archeologiche più protette del mondo? E vabbè… «Tutta questa pubblicità ! Queste cattiverie! Ce l’avete coi ricchi? E che ho fatto mai? Ci ho provato, d’accordo, è andata male, pazienza. Che, me volete crocifigge?».
A farla corta: non solo tutti ma proprio tutti i condoni criminogeni hanno incassato molto meno di quanto pomposamente annunciato, ma hanno contribuito, storicamente, a spingere centinaia di migliaia di imbroglioni a compiere abusi non ancora commessi.
Col risultato che nel solo periodo 1982/1997 furono costruite (dati Cresme) 970.000 abitazioni totalmente abusive.
E l’andazzo è andato avanti, nella prospettiva che «un giorno o l’altro un altro condono arriverà », al ritmo di almeno 26.000 case abusive l’anno. Con una percentuale di demolizioni (alla fine di un calvario giudiziario) del 10,2%.
Un esempio? Ne scrive nel suo libro appena uscito Le città fallite, l’urbanista Paolo Berdini: «Il 20 ottobre 2009 a Giugliano, comune del Napoletano, la Guardia di Finanza ha sequestrato 98 case e un albergo completamente abusivo localizzato in via Ripuaria, a due passi dalla via Domiziana che conserva ancora basoli romani, in un’area sottoposta a vincoli di natura archeologica.
La Finanza scopre foto aeree ritoccate, bollettini postali con date falsate, documenti di pratiche di condono aperti prima della costruzione degli immobili.
Un affare da 20 milioni di euro in mano alla camorra legata ai clan Rea, Mallardo e Nuvoletta. Malavita organizzata che usufruirà del provvidenziale quarto condono edilizio. Che, naturalmente, sarà l’ultimo. Come sempre».
Quale «quarto condono»?
Quello che sarà varato dopo mille tentativi dalla Regione Campania con la legge 16 del 2014 (impugnata dal governo) per consentire ai furbi di riaprire le antiche pratiche rimaste bloccate dei condoni dell’85 e del ’94, allargando la sanatoria ad aree ad alto rischio come la zona rossa del Vesuvio.
Valeva la pena di avallare la distruzione di tanta parte del nostro territorio o addirittura di spingere a nuovi abusi tanti italiani sottoposti alla tentazione di violare la legge con la promessa di folli «premi»?
E per quale paradossale coincidenza, quel 1985 che vide la prima delle scellerate sanatorie fu anche l’anno del battesimo della legge Galasso, la prima a introdurre una serie di tutele sui beni paesaggistici e ambientali?
Sono i temi sul tavolo, stamattina, di un convegno alla Camera, nell’Auletta dei Gruppi, con alcuni dei massimi esperti di ambiente, territorio, difesa del patrimonio storico e artistico.
Da Paolo Maddalena a Salvatore Settis, da Vezio De Lucia a Tomaso Montanari, dagli urbanisti Paolo Pileri e Paolo Berdini a parlamentari impegnati su questi temi come Mario Catania, Ermete Realacci, Claudia Mannino, Massimo De Rosa…
Un dato, comunque, pare ormai assodato.
I condoni, finanziariamente, sono stati un harakiri.
Basti dire che, grazie alle leggi che generalmente spinsero i furbi a pagare troppo spesso solo i primi acconti (per bloccare le inchieste giudiziarie e gli appiattimenti) gli 8 milioni di italiani che vivono negli oltre due milioni di case interamente abusive hanno pagato di sanzione una pipa di tabacco.
Per capirci, se è vero che l’incasso ufficiale complessivo è stato, secondo Legambiente, di 15 miliardi e 334 milioni di euro attuali, ogni furbetto ha pagato mediamente meno di 2.000 euro. Niente, rispetto ai costi caricati sui Comuni.
«Il territorio urbanizzato dall’abusivismo (la cui densità è più bassa delle aree di normale lottizzazione) è pari a circa 50 mila ettari», spiega Berdini.
«Per urbanizzare ogni ettaro con le opere indispensabili (fognature, acquedotti, strade, reti elettriche e telefoniche) ci vogliono in media 600 mila euro. Più le spese per le opere di urbanizzazione “sociali”, cioè scuole, sanità e così via, che costano altri 300 mila euro ad ettaro».
Totale: 900 mila euro ad ettaro completamente urbanizzato a spese dello Stato.
Insomma, per sistemare il territorio agli abusivi abbiamo speso 45 miliardi di euro.
Caricati sulle spalle di quella grande maggioranza di cittadini che quegli abusi non li hanno mai fatti.
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: denuncia | Commenta »
Febbraio 27th, 2015 Riccardo Fucile
IL PATTO DEL NAZARENO PROSEGUE CON ALTRI MEZZI
Signori, mi voglio rovinare.
Continuo a pensare che il Patto del Nazareno non sia mai morto: semplicemente — come scriveva ieri Daniela Ranieri e come dimostra l’affare delle torri Rai che finiranno tutte o in parte a Mediaset — prosegue con altri mezzi.
I mezzi di B. che, dopo aver incassato l’esclusione di Prodi dal Quirinale, pensa giustamente agli affari suoi, molto più interessanti dell’Italicum e del nuovo Senato (che peraltro, anche dopo la morte presunta del Patto, restano identiche a quelle dettate da lui): le tv, le antenne, l’editoria e naturalmente i processi (che peraltro saranno ancor più difficili dopo la porcata della responsabilità civile dei giudici, che corona un altro punto-cardine del Piano di rinascita democratica di Gelli).
Però sono disposto a rimangiarmi tutto, col capo cosparso di cenere: addirittura ad affermare pubblicamente non solo che il Patto del Nazareno è morto e sepolto, ma non è proprio mai esistito, ce lo siamo inventato noi, come pure i nove successivi incontri fra Renzi & B. a Palazzo Chigi.
E pure a metterci sopra un bell’applauso alla riforma renziana della Rai per decreto. Ma a una condizione: che il decreto contenga un paio di regolette semplici semplici per risolvere, dopo vent’anni di inciuci, una serie di problemucci rimasti inevasi nel Far West dell’etere.
Dire, come fa Renzi, “fuori i partiti dalla Rai”, è una figata pazzesca.
Ma troppo ambigua (di che partito è Antonio Campo Dall’Orto, renziano leopoldino della prima ora, che sta raccogliendo pareri e proposte per conto del premier?).
E anche poco originale: l’avevano già detta, prima di lui, Craxi, Andreotti, Forlani, De Mita, Amato, Ciampi, Berlusconi, Dini, Prodi, ri-Berlusconi (con Gasparri incorporato), ri-Prodi, ri-Berlusconi, Monti e Letta, col contorno di Quirinale, Consulta, Agcom, Antitrust, forse anche Arcicaccia ed Esercito della Salvezza. Risultato: i partiti sempre padroni della Rai.
Come si fa a farli uscire una volta per tutte da Viale Mazzini con le mani alzate e a non farli tornare mai più?
1) Nel 2005 un gruppo di artisti, intellettuali e giornalisti riuniti da Tana De Zulueta e Sabina Guzzanti proposero una legge di iniziativa popolare “Per un’altra tv”, che coglieva il meglio dalle esperienze delle emittenti pubbliche europee e raccolse le firme di 60 mila cittadini, consegnate nel 2006 al ministro Paolo Gentiloni.
In sintesi, proponeva: una Fondazione a cui conferire le azioni della Rai; un Consiglio per le comunicazioni audiovisive di 21 membri, di cui 11 nominati dalla società civile (artisti, produttori, giornalisti, autori, imprenditori, utenti e sindacalisti del ramo, più esponenti delle accademie e delle università ), 3 dagli enti locali e 7 dal Parlamento; un Cda da esso nominato con figure esperte scelte in un pubblico concorso aperto a chiunque esibisca il curriculum online, perchè ciascuno possa verificarne la competenza e l’indipendenza; abolita la commissione parlamentare di Vigilanza, che è un ossimoro, essendo la Rai (come la Bbc) che deve vigilare sui politici e non viceversa.
Gentiloni manifestò grande interesse per l’iniziativa, poi naturalmente fece come tutti gli altri: affidò ai partiti il compito di liberare la Rai dai partiti.
E il Parlamento si guardò bene dal discutere la legge popolare.
Ora chi ha proposte migliori le presenti, possibilmente in un dibattito pubblico e trasparente, non nelle segrete stanze di Palazzo Chigi, del Nazareno e anfratti limitrofi 2) Il decreto Renzi deve contenere rigorosi divieti contro i conflitti d’interessi nel mondo dei media (chi fa politica non può possedere neppure un’azione di concessionarie dello Stato, neppure tramite parenti o prestanome) e le concentrazioni sui relativi mercati (tetti antitrust calcolati sulle singole voci e non sul gran calderone del Sic: quote azionarie, affollamenti pubblicitari ecc.).
Se è questo che vuol fare Renzi (si spera non da solo), merita tutto l’appoggio che gli serve e nessuno — a parte i partitocrati che vogliono tenere le zampe sulla tv, pubblica e privata — potrà contestare i requisiti di necessità e di urgenza al suo eventuale decreto.
Se invece, come con tutte le nomine fatte sin qui, la sua rottamazione consiste nel sostituire gli amici di chi c’era prima con gli amici suoi e nel comprarsi il silenzio di B. lasciandolo ingrassare senza regole, vorrà dire che il Patto del Nazareno è sempre vivo.
E la battaglia delle torri, narrata ieri dai quotidiani di regime come un’epica lotta fra San Matteo defensor Rai e il rapace Caimano, è l’ennesima finta.
Perchè sono due torri gemelle.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Berlusconi, Renzi | Commenta »
Febbraio 27th, 2015 Riccardo Fucile
COME SI SPIEGA LA PATOLOGIA DI CHI ODIA IL DIVERSO E VIVE SOLO DI MISERABILI EGOISMI
A ottobre ricevetti una mail da Stefano Martoccia, ingegnere torinese di trentatrè anni colpito da un
tumore alle ossa che gli era costato l’amputazione della gamba destra.
Stefano abitava all’ultimo piano di una casa senza ascensore e aveva informato i coinquilini dell’intenzione di installarne uno a sue spese.
L’assemblea di condominio — luogo tra i più ottusi ed efferati dell’umanità , al cui confronto il Parlamento è un covo di idealisti — aveva negato l’assenso.
La legge consentiva a Stefano di procedere.
Ma il dominus dell’assemblea, titolare della maggioranza dei millesimi, aveva opposto ostacoli ed eccezioni, arrivando a insinuare che il giovane volesse costruire l’ascensore con gli incentivi concessi ai disabili per aumentare il valore del suo appartamento e poi rivenderlo.
Aveva preteso che Stefano sottoscrivesse un documento in cui si impegnava a rimuovere l’impianto, in caso di cessione della casa, e a utilizzarlo in esclusiva, negando le chiavi dell’ascensore a parenti e infermieri.
Stefano si era rifiutato di firmare e mi aveva manifestato il suo dolore stupefatto per le soglie di cattiveria a cui può giungere un essere umano.
I suoi condomini, scriveva, erano frequentatori assidui della parrocchia.
Devoti al prossimo, purchè non abitasse a casa loro.
Girai la mail alla collega Maria Teresa Martinengo, che scrisse un articolo sul giornale nella speranza che qualcuno si vergognasse.
Ma nessuno si vergognò.
Per non perdere energie che gli servivano altrove, Stefano accantonò il progetto dell’ascensore e si trasferì nell’appartamento del cugino al pianterreno, dove una morte più misericordiosa degli uomini è venuto a prenderlo ieri mattina.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
argomento: denuncia | Commenta »
Febbraio 27th, 2015 Riccardo Fucile
INTERVISTA ALLA DONNA 36ENNE CHE SI E’ LANCIATA NELLE ACQUE DEI CAMPI FLEGREI E HA AIUTATO IL CETACEO FERITO A TORNARE AL LARGO: “MI HA GUIDATO L’ISTINTO”
Sulle rive della Spiaggia Romana di Bacoli il mare grigio-celeste dei Campi Flegrei è un mare di eroi.
Quelli della mitologia greca, come Miseno che sfidò le divinità marine suonando una conchiglia. E quelli come Debora Di Meo, 36 anni, che ha messo a repentaglio la propria vita per salvare un cetaceo da morte sicura
Imprenditrice con un ristorante a picco su quella spiaggia, Debora è una giovane donna che ci viene incontro con il figlio di nove mesi tra le braccia. La balena spiaggiata era rimasta incastrata tra gli scogli sotto un’antica villa romana, sulla spiaggia che dista una ventina di chilometri da Napoli.
Qualcuno ha notato quello che sembrava un delfino ma molto più grande dibattersi in una rientranza fra le rocce di tufo a pochi metri dalla riva. Hanno capito che sarebbe morta, come tanti cetacei disorientati dai sonar delle barche o impigliati nelle reti. E hanno chiamato Debora Di Meo, che pesca in apnea ma soprattutto ama il mare e lo rispetta.
Un gesto d’amore e di coraggio verso un piccolo di balenottera comune, la Balaenoptera physalus, più di 8 metri di lunghezza e due tonnellate di peso. In pratica, il secondo animale per dimensioni mai esistito sulla terra, che da adulto arriva a 80 tonnellate per 24 metri.
Il video del salvataggio è diventato virale sui social network e Debora si è ritrovata famosa come la ragazzina Maori che nel film “La ragazza delle balene” guida verso la libertà un gruppo di cetacei spiaggiati.
Di fronte a quale scena si è trovata?
“Una balena, che mi è sembrata un cucciolo, si era fatta strada tra gli scogli entrando da una secca, ed era rimasta bloccata in venti centimetri d’acqua proprio sotto le rovine della villa romana di Servilio Vatia descritta da Seneca, davanti all’antro di Cerbero. Era poggiata sul fianco sinistro e su quello destro aveva una profonda ferita. Soffiava e sbatteva e nel tentativo di liberarsi si stava procurando altre lacerazioni sulla pin- na. Tutti guardavano ma nessuno si muoveva. Così mi sono decisa. Indossavo jeans, maglione e scarpe da ginnastica. C’erano 7 o 8 gradi, per fortuna non pioveva, ma l’acqua era gelata. Mi sono tolta solo la giacca e mi sono tuffata”.
Perchè hanno chiamato lei?
“Forse perchè abito qui vicino. Di mestiere faccio la ristoratrice, ho casa e locale su questo sperone di roccia e il mio compagno è proprietario di un locale proprio su questa spiaggia dove sono in corso lavori di ristrutturazione in vista dell’estate. Sono stati gli operai e la mia famiglia ad allertarmi. Mi sono precipitata. Sono un’amante del mare, non si può lasciar morire un animale così”.
Che cosa ha fatto allora?
“Ho raggiunto a nuoto lo specchio d’acqua dove la balenottera stava combattendo per salvarsi. Non sapevo che cosa avrei fatto. Mi sono affidata all’istinto. La mia esperienza in salvataggi era zero, ma quell’animale era davvero in difficoltà : sono genovese ma di genitori flegrei, e vivo da 14 anni su questa costa. Mio padre era armatore navale e a noi figli ha insegnato prima a nuotare e poi a camminare. L’unica esperienza che posso paragonare a questa è uno squalo che trovammo sulla spiaggia a Shark River Hills, nel New Jersey, dove ho vissuto due anni. Ma era già morto. Un animale grande come questa balena non l’avevo mai visto prima”.
Avere paura in una situazione come questa sarebbe umano…
“Non ne ho avuta. Non c’era tempo. la balenottera sbatteva così forte, c’era il rischio che si incastrasse di più. Quando mi sono avvicinata però forse ha capito che volevo aiutarla e ha smesso di dimenarsi. È stato un bell’incontro ravvicinato: aveva la pelle molto liscia, ma durissima, ma soprattutto ricorderò sempre i suoi occhi, i nostri sguardi si sono incrociati. Ho spostato la sua testa verso l’uscita dalla “gabbia” di scogli e ho cominciato a spingere. Per fortuna ha trovato una sorta di canale nel quale è riuscita a infilarsi e con qualche altro colpo di coda ce l’ha fatta a tirarsi fuori”.
C’è stato anche un saluto?
“Quello che io credo sia stato tale. Uscita dalla secca, nei pressi dei resti archeologici della peschiera della villa romana, la balena è tornata indietro venendo verso di me. Mi è sembrato quasi che volesse dirmi grazie. Poi si è rigirata ed è andata via. Lungo questo tratto di costa capita spesso di avvistare delfini, ma non sapevo che ci fosse un canyon verso Cuma dove le balene come quella che ho incontrato io vengono a riprodursi. Me lo ha spiegato una ricercatrice che segue i cetacei nel Golfo di Napoli. Hanno anche tentato di riconoscerla dalle foto, ma non è stato possibile”.
Dieci minuti per salvare un animale mettendo in pericolo la propria vita. Ci sarà stata quale immancabile critica
“Chi conosce i cetacei dice che ho rischiato grosso. I miei familiari mi hanno rimproverato: una madre di un bambino piccolo, certe cose non dovrebbe farle. Ma io ho agito d’istinto, non ho riflettuto molto. Mentre gli altri cercavano di contattare la Capitaneria di Porto o la Protezione animali, ho voluto tentare. La trovo una cosa normale. E non ho dubbi: lo rifarei anche adesso”.
Stella Cervasio
(da “La Repubblica“)
argomento: radici e valori | Commenta »