Febbraio 19th, 2015 Riccardo Fucile
IL CONSIGLIERE RAI ANTONIO VERRO, IL 25 AGOSTO 2010, SCRIVE AL PREMIER BERLUSCONI…. PIANO PER SABOTARE IL SERVIZIO PUBBLICO. OBIETTIVO PRINCIPALE: “ANNOZERO” DI SANTORO
Il documento che pubblichiamo qui accanto è un reperto d’epoca. O meglio, lo sarebbe se quell’epoca fosse archiviata.
Invece è anche un referto della politica e della sottostante televisione di oggi, anche se l’uscita di B. dal Parlamento e dal governo ha regalato ai tartufi l’alibi perfetto per ignorare il più mostruoso conflitto d’interessi dell’Occidente.
Siamo nell’agosto del 2010 e da due anni Silvio B. e i suoi cari, tornati a Palazzo Chigi e dunque al vertice Rai, le provano tutte per rinverdire i fasti dell’editto bulgaro del 2002: cioè per chiudere Annozero di Michele Santoro su Rai2 e normalizzare i programmi sgraditi di Rai3 (Report, Ballarò, Parla con me, Che tempo che fa ecc.).
Quel che è accaduto nella stagione precedente i nostri lettori lo sanno bene, grazie alle telefonate del Dg forzista della Rai Mauro Masi e del membro forzista dell’Agcom Giancarlo Innocenzi, intercettate dalla Procura di Trani (e pubblicate dal Fatto) tra il 2009 e il 2010. Masi ce l’ha messa tutta, ma non è riuscito a trovare appigli giuridici per “chiudere tutto”, come ordinava B., nonostante il prodigarsi di premurosi consiglieri del Principe, tipo il magistrato Cosimo Ferri (ora sottosegretario alla Giustizia del governo Renzi).
Ma ora, all’inizio della stagione 2010-2011, ci pensa Antonio Verro.
La sua biografia è l’apoteosi del conflitto d’interessi: palermitano, amico di gioventù di Marcello Dell’Utri, dirigente Edilnord, assessore comunale milanese al Demanio per FI, quattro volte parlamentare con B., due volte membro del Cda Rai.
Forte di questo po’ po’ di bagaglio, Verro scrive un memorandum di otto schede all’“On. Pres. Silvio Berlusconi” e lo spedisce via fax alla sua residenza privata di Arcore, preceduto da una succulenta nota di accompagnamento.
Succulenta non solo per il contenuto, ma anche per il linguaggio che ricorda un altro memorandum: quello dello spione Pio Pompa su come “disarticolare anche con azioni traumatiche” l’opposizione politica, giornalistica e giudiziaria a B.
Le otto schede — spiega il Verro — corrispondono alle “trasmissioni che più mi preoccupano” in quanto “fortemente connotate da teoremi pregiudizialmente antigovernativi”.
Ora, il Cda Rai non ha alcun potere d’intervento sui contenuti dei programmi, che sono responsabilità esclusiva del Dg e dei direttori di rete.
E il commissario politico Verro lo sa bene (“il Consiglio non può fare decisiva interdizione”).
Ma assicura al Capo di aver fatto il possibile per aggirare la legge (“nonostante i nostri vari tentativi, penso non ci sia più niente da fare”).
E— non si sa se per conto del governo, del premier, di Forza Italia o del gruppo Fininvest — non si dà per vinto.
Infatti propone un “rimedio” alla patologia della legalità : “mettere paletti relativi a composizione del pubblico, strettoie organizzative e scelta di ospiti politici (e non) tramite i Direttori di rete”. Sì, avete capito bene: un consigliere Rai chiede al presidente del Consiglio, che è pure proprietario di Mediaset, il via libera per imbottire i programmi sgraditi al governo (o al premier? o a FI? o a Mediaset?) di claqueur che applaudano o fischino a comando e di ospiti filogovernativi, e addirittura per sabotare i non allineati con “strettoie organizzative”.
Siccome poi il nemico pubblico numero uno è Annozero, e il direttore di Rai2 Massimo Liofredi è di centrodestra, ma troppo affezionato agli ascolti di Santoro che tengono in piedi la rete, “è di fondamentale importanza” rimpiazzarlo “il prima possibile” con la turboberlusconiana Susanna Petruni.
A Rai1 invece, presidiata da Mauro Mazza, non c’è da spostare una foglia.
Quanto a Rai3, diretta da Paolo Ruffini, basterà “un puntuale controllo” di Masi.
Chissà che diranno ora i politici e i commentatori “terzisti” che a queste vergogne, denunciate dal Fatto in beata solitudine, sono usi opporre sorrisetti e spallucce.
Anzi, chissà se diranno qualcosa. Ma soprattutto: chissà se oggi il consigliere Verro rassegnerà le dimissioni, o se la presidente Anna Maria Tarantola e gli altri consiglieri gliele chiederanno, o se non accadrà nulla.
Come sempre, da vent’anni.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 19th, 2015 Riccardo Fucile
GUERRA E TERRORISMO NON SONO AFFATTO TRA I PRIMI PENSIERI DEGLI ITALIANI… E IL 20% RITIENE CHE IL PESO INTERNAZIONALE DELL’ITALIA SIA INSIGNIFICANTE
Matteo Renzi sembra sereno, ma il suo governo sembra essere meno “amato” di quello di Enrico
Letta.
Questo dicono le rilevazioni di Lorien Consulting che hanno messo a confronto i dati di popolarità degli ultimi due esecutivi a un anno dal loro insediamento.
Negli ultimi 4 mesi dei due mandati, infatti, il governo Letta ha distaccato in popolarità quello di Renzi: dopo 9 mesi 53% contro 50, dopo 10 50 a 46, dopo 11 mesi 49 a 43 e dopo un anno, infine, 48 a 44.
In realtà Letta — scelto da Giorgio Napolitano per guidare il governo di grossa coalizione — si era insediato a fine aprile 2013 e durò fino a metà del febbraio successivo.
Ma i sondaggi continuarono anche nei mesi successivi all’addio dell’ex vicesegretario del Pd a Palazzo Chigi.
Come si può spiegare questa “vittoria” di Letta?
Da una parte si potrebbe dire che forse l’azione dell’esecutivo precedente non era divisiva come quella di quello attuale: Renzi è “dentro o fuori”, “a favore o contro”.
Dall’altra, però, c’entra — come spiega Matteo Pietripaoli, responsabile Public Affair di Lorien Consulting — anche la qualità e l’intensità delle opposizioni.
Sia dentro il Parlamento sia fuori, viene da dire, visto che per esempio il capo del governo non ha molti amici nè pareri positivi tra gli attivisti dei sindacati.
Diverso il discorso per il governo di Mario Monti, che ha registrato indici bassissimi nella parte finale del suo mandato: “Questo — dice Pietripaoli — nonostante avesse una maggioranza larghissima. Ma non era un governo politico e, anzi, le opposizioni erano ‘interne’, sia a destra che a sinistra”.
Dopo alcuni mesi di difficoltà il Partito democratico sembra aver ripreso fiato, complice anche l’elezione a presidente della Repubblica Sergio Mattarella, considerata una vittoria quasi personale del presidente del Consiglio.
I democratici si attestano ora al 38 per cento.
Tra le intenzioni di voto vi è la conferma del sorpasso della Lega Nord nei confronti di Forza Italia. Il Carroccio, nella rilevazione di ieri 16 febbraio di Lorien, è dato al 14,5% contro il 13,5 di Forza Italia.
“Contrariamente a quanto accade di solito il flusso è diretto: i voti di Forza Italia finiscono direttamente alla Lega — spiega Pietripaoli — mentre usualmente un orientamento di voto finisce nell’astensione e poi magari a un partito diverso”.
Ma c’è una differenza di “qualità ” tra il voto berlusconiano e quello leghista: “Quelli di Forza Italia sono i fedelissimi, quelli che non cambieranno mai — aggiunge Pietripaoli — Quanto raccoglie il Carroccio invece è ancora fluido”.
Cioè tra il dire (di votare) e il fare c’è una bella differenza.
Il Movimento Cinque Stelle resta più o meno stabile al 18 per cento, mentre tra gli altri partiti che supererebbero la soglia di sbarramento ci sono l’Area popolare (Ncd e Udc) al 4 per cento, Sel al 4 per cento e Fratelli d’Italia al 3.
Lorien Consulting ha anche fatto una media di tutti i sondaggi fatti a febbraio da 15 istituti di rilevazione: da questa “mappa” emerge che il Pd resta agganciato oltre il 37 per cento, la Lega sfiora il 14 e comunque supera Forza Italia, mentre il M5s resta tra il 18 e il 19.
Due quesiti, infine, destano sorpresa.
Il primo: a fronte del luogo comune secondo il quale le riforme istituzionali non fregano nulla a nessuno, l’87% degli intervistati da Lorien ritengono la nuova legge elettorale e la trasformazione del Senato in Camera delle autonomie “molto o abbastanza importanti” (anche se la rissa in Parlamento viene definita “un pessimo esempio” e il 56% “una vergogna” per il Paese).
Il secondo elemento particolare è che se agli italiani viene chiesto quali sono i problemi più gravi del Paese nessuno indica la sicurezza o l’immigrazione.
Ai primi 5 posti infatti ci sono disoccupazione e lavoro (81%), mancata crescita economica (43), corruzione e evasione fiscale (39), eccessiva tassazione (30) e sanità pubblica (28). Nonostante l’avanzata di Isis in Libia, dunque, terrorismo, guerra, immigrazione, sicurezza non sono in cima ai pensieri degli italiani.
Tuttavia se la domanda diventa “Qual è il suo livello di preoccupazione sullo Stato islamico” il 90% risponde o molto o abbastanza.
Per contro solo il 20% di coloro che hanno risposto al sondaggio di Lorien pensa che sia significativo il peso dell’Italia a livello di politica internazionale.
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Febbraio 18th, 2015 Riccardo Fucile
NEL 2014 SONO STAI 2.531 I ROGHI DI RIFIUTI
Un filo di fumo sottile che taglia come una lama l’azzurro del cielo.
Passa un minuto e il filo diventa una coltre grigia. Pochi minuti dopo si vede un enorme fungo nero e denso.
L’aria diventa acre e l’ex ministro per i beni culturali Massimo Bray, dal terrazzo della reggia di Carditello, nella provincia di Caserta tossisce e non può fare a meno di girarsi: è uno dei famosi e velenosi roghi della terra dei fuochi.
È bastato sostare qualche minuto in più in un posto dalla visuale ampia per vederne spuntare uno.
«È il dramma di questo bellissimo territorio» — spiega Bray che nonostante le minacce per il suo impegno per la salvaguardia e la valorizzazione di queste zone e in particolare per il recupero di quella reggia, si trovava a Carditello per una intervista alla trasmissione Crash della Rai.
«I roghi identificano troppe volte il paesaggio intorno a Carditello. È necessario che questo tema sia una priorità . Lo ha detto anche con parole chiarissime papa Francesco quando è venuto a Caserta. Questa denuncia il papa l’ha fatta con forza. Ha detto che se vogliamo ridare fiducia, se vogliamo dare speranza non può più accadere quello che accade in questa meravigliosa terra dove appiccano di continuo roghi tossici».
Le cifre
Secondo un dossier di Legambiente redatto proprio ad un anno dall’entrata in vigore delle norme sulla terra dei fuochi del febbraio 2013, nel 2014 nelle province di Napoli e Caserta sono stati censiti 2.531 roghi di rifiuti ma ci sono stati solo 45 arresti di cui 31 per il nuovo delitto di combustione illecita di rifiuti entrato in vigore proprio col decreto, 210 sequestri di veicoli impiegati per il trasporto illegale di rifiuti e 245 sequestri di aree interessate da scarico abusivo e combustione di scarti e immondizia.
Amianto a Caivano
Girando per la terra dei fuochi non è difficile trovare cumuli di rifiuti carbonizzati: a Caivano, per esempio, rintracciamo uno spazio in cui sono stati sversati chili e chili di amianto.
«Prima dell’estate grazie all’attenzione mediatica che c’era stata sulla terra dei fuochi — spiega Enzo Tosti, uno dei leader del coordinamento dei comitati – il fenomeno dei roghi si era un po’ ridimensionato, ora invece sembra non solo che sia ripreso ma che forse sia addirittura aumentato. In realtà la tipologia dei roghi era cambiata: il fenomeno dei roghi era un po’ parcellizzato nel senso che facevano piccoli sversamenti. Poi però quando hanno capito che comunque controlli non ce ne sono, si è ritornati al vecchio metodo: grossi sversamenti e ovviamente grossi roghi. Secondo noi che monitoriamo di continuo queste zone, la situazione è addirittura peggiorata. Chi ha buttato qui l’amianto ha messo a rischio la propria vita e quella di tutte le persone che abitano qui perchè in queste condizioni è impensabile che sia innocuo».
I controlli
Sulla questione dei controlli è scoppiata la polemica tra il movimento Cinque Stelle e il governo: i grillini hanno denunciato che oltre nove milioni di euro previsti per il pattugliamento della Terra dei fuochi, sono stati «spostati» e quindi destinati alla sorveglianza dell’Expo di Milano.
Il governo nega, i comitati chiedono invece che quei soldi siano utilizzati per le bonifiche o per dei controlli efficaci.
Secondo i comitati per provare a fermare i roghi tossici bisognerebbe cominciare a rintracciare chi produce i rifiuti che poi vengono abbandonati nelle campagne e dati alle fiamme diventando veleno.
«Il famoso decreto dello scorso febbraio sulla Terra dei fuochi colpisce l’ultimo anello della catena criminalizzandolo, e fa bene, ma non si occupa della filiera, non si occupa tracciabilità del rifiuto che viene incendiato. Non colpisce chi produce questa tipologia di rifiuto.
La tracciabilità non esiste proprio, invece basta dare uno sguardo e ci si rende conto che ci sono tanti elementi per tracciare chi ha sversato: basta leggere sui sacchi, sugli involucri: ci sono aziende, piccole imprese calzaturiere, tessili, opifici che lavorano per i marchi di lusso e ditte, molte delle quali provviste di regolare autorizzazione, che si occupano della rimozione e smaltimento di amianto».
Il bitume
In uno dei siti che abbiamo visitato e che si trova al centro di distese di campi coltivati, c’era tanto bitume.
Questo materiale mantiene i roghi accesi per ore e produce tantissimo inquinamento. Lì era stato appiccato un grosso incendio e per spegnerlo, ci spiega Tosti, ci sono volute tre autobotti.
«Questo sito è stato segnalato già da tanto tempo dagli stessi agricoltori perchè qui vengono sempre a sversare ma nessuno controlla, nessuno fa niente. Loro coltivano zucchine che dovrebbero essere vendute e che invece non possono essere messe in vendita perchè sono piene di diossina. Questo è inaccettabile. Vediamo che accanto ai rifiuti bruciati ci sono altri materiali e molto amianto. Significa che dopo il rogo hanno fatto altri sversamenti. E qual è stata la risposta? Hanno messo in sicurezza l’amianto con della plastica arancione (che ormai è a terra). Mi sembra evidente che non c’è nulla veramente “in sicurezza”. Sarebbe ridicolo se invece non ci fosse da piangere».
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 18th, 2015 Riccardo Fucile
DAL RIPRISTINO DEL VECCHIO REGIME DEI MINIMI PER LE PARTITE IVA, AL BLOCCO DI SOLI QUATTRO MESI AGLI SFRATTI… CONCESSIONI, REGALO ALLE AUTOSTRADE
La toppa più grande è sulle partite Iva, con la proroga del vecchio regime dei minimi (e lo stop alla
crescita dei contributi Inps).
Ma c’è anche il cerotto sul blocco degli sfratti (120 giorni solo per i casi più gravi) e tante piccole compensazioni attese da aziende indebitate e fornitori della Pa.
Per finire ai non pochi regalini confermati, autostrade in testa.
Il decreto Milleproroghe arriva in aula alla Camera — dove il governo ha chiesto la fiducia — con le modifiche approvate in notturna nelle commissioni Bilancio e Affari Costituzionali. Salvo imprevisti (M5S e Fi annunciano battaglia) giovedì verrà approvato.
Il testo, blindato, passerà poi in Senato.
Il tempo stringe (il testo scade il primo marzo).
Andiamo con ordine. Quello sulle partite Iva è un dietrofront clamoroso, arrivato dopo le proteste a oltranza dei freelance.
Cosa è successo? Solo poche settimane fa il governo aveva abolito il vecchio regime “dei minimi”, quello riservato a chi ha meno di 35 anni e guadagna fino a 30 mila euro lordi (può durare 5 anni e l’aliquota sul reddito è solo il 5%), introducendone uno nuovo dal 2015: niente limiti di tempo ed età , ma la soglia per beneficiarne scende a 15 mila euro e l’aliquota triplica (15%).
In questo modo, i redditi bassi sono penalizzati e si paga di più.
Non a caso negli ultimi due mesi del 2014 il Tesoro ha registrato un boom di nuove partite Iva. Adesso, con un emendamento di Scelta civica viene prorogato il vecchio regime per il 2015. Bloccato — almeno per quest’anno (con emendamento M5S) — anche il contestato aumento dell’aliquota per i contributi previdenziali dal 27,72 al 29,72% (per la legge Fornero dovrà arrivare al 33 nel 2019).
Le due misure avrebbero portato a rincari del 380%.
Piccolo dietrofront anche sul blocco degli sfratti.
Il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi si era battuto per bloccare la consueta proroga (va avanti da 31 anni), per la gioia di costruttori e proprietari immobiliari colpiti dal crollo dei prezzi. Secondo i sindacati degli inquilini sarebbero a rischio 30 mila famiglie (50 mila secondo i Comuni). Il ministero ne ha invece stimate solo tremila.
E così arriva una mini-proroga di 4 mesi, solo per consentire un passaggio “da casa a casa”. Resta fuori la gran parte dei soggetti coinvolti (circa il 92%, quelli che rischiano lo sfratto per morosità ).
Ieri è arrivato il plauso di Confedilizia. Piccola proroga anche per chi vuole rateizzare il debito con Equitalia: potrà farlo fino a luglio prossimo (a oggi l’hanno fatto in 2,6 milioni, per 28,4 miliardi).
Al capitolo delle richieste delle imprese — nella fattispece i costruttori — va ascritto anche il ricco aumento dal 10 al 20% degli anticipi sugli appalti che la Pa paga ai suoi fornitori.
Accontentati anche i Comuni.
Quello di Venezia, per dire, può festeggiare per un emendamento ad hoc: le sanzioni per aver sforato il patto di stabilità passano da 60 a 17 milioni (il debito si ferma così a 52 milioni, evitando, per ora, il default).
L’Anci, invece, ha chiesto e ottenuto di spostare al primo settembre l’obbligo di dotarsi delle centrali uniche d’acquisto.
È la più sbandierata delle misure della spending review — quella che dovrebbe chiudere migliaia di stazioni appaltanti (ognuna con un suo prezzario), riducendo gli sprechi — mai attuata e ora di nuovo posticipata.
Le Regioni, invece, potranno prorogare i contratti dei precari.
Ci sono poi i regalini. Resta infatti la norma che permette all’Aifa, l’Agenzia del farmaco di aggirare la spending review e salvare quattro dirigenti.
Così come il regalo nel regalo ai signori delle autostrade: si danno altri sei mesi di tempo (fino al 30 giugno) per presentare la richiesta di integrazione fra diverse tratte. Cioè il meccanismo, previsto dallo Sblocca-Italia, che permette di prorogare automaticamente (e senza gara) le concessioni.
Un regalo da 16 miliardi, destinato ai gruppi Gavio (in ottimi rapporti con il premier), Benetton e Toto. Due giorni fa il presidente dell’Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone ha criticato la norma, auspicando una revisione, mentre l’Ue è pronta a sanzionare l’Italia.
Se così fosse, i concessionari per legge potranno rivedere al rialzo i pedaggi (già lievitati dell’1,3%). Resta anche lo stop alle sanzioni (si pagherà il 2%) per le Regioni che hanno sforato il patto di stabilità per pagare i debiti ai fornitori.
Norma cucita sul Lazio.
Carlo Di Foggia
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 18th, 2015 Riccardo Fucile
RESTANO IN FUNZIONE I POZZI PETROLEFERI DELL’ENI… MOLTE AZIENDE COSTRETTE A SOSPENDERE COMMESSE E CANTIERI
«Se questi tre non tornano subito, giuro che vado a prenderli io».
È angosciato Dino Piacentini, 57 anni, presidente dell’azienda di costruzioni fondata dal padre Stefano nel 1949 a Palagano nell’Appennino modenese che oggi fattura per il 70% all’estero.
«Ci sono ancora tre italiani in cantiere che cercano in qualche modo di portare avanti il lavoro. Abbiamo avuto già tre rapiti l’anno scorso, miracolosamente riportati a casa: gli abitanti di al-Zwara dove stiamo ristrutturando e ampliando il porto, unica speranza per un futuro migliore della città , ci chiedono di restare, ma per noi è troppo, troppo rischioso ».
La commessa era di 40 milioni. I lavori, cominciati a novembre 2013 nel breve momento in cui sembrava ripristinata in Libia una parvenza di sviluppo, dovevano finire nell’ottobre 2015.
«Invece, chissà . Intanto questo guaio e altri problemi minori ci hanno fatto ridurre il fatturato a 90 milioni nel 2014 da 126 del 2013», dice Piacentini che è anche presidente dell’Aniem, l’associazione delle imprese edili manifatturiere aderente a Confimi.
I tre dipendenti di Piacentini non sono gli ultimi italiani che malgrado tutto continuano a lavorare nell’inferno libico.
«Una quarantina di connazionali, per lo più piccoli imprenditori, tiene fede ai suoi impegni nella manutenzione degli oleodotti, nell’impiantistica elettrica, in altri servizi », rivela Gianfranco Damiano, presidente della Camera di commercio italo-libica, il cui ufficio a Tripoli è peraltro tenuto ancora aperto dal segretario libico Nadim Elghalali.
«Sono le retroguardie del centinaio di piccole imprese presenti in Libia, quelle che tutte insieme hanno garantito al nostro Paese quasi 3 miliardi di export nel 2014. Lavorano nella zona sud, lontano dagli scontri, ma se la guerra si allargherà resteranno bloccati».
La dislocazione territoriale favorisce anche l’Eni, i cui pozzi sono per lo più nell’ovest del Paese e tuttora funzionanti (con personale quasi tutto libico): i giacimenti offshore Bahr Essalam (che attraverso la piattaforma di Sabratha fornisce gas al centro di trattamento di Mellitah e di qui al gasdotto Greenstream per l’Italia) e Bouri (petrolio).
Operativi restano anche i campi nel deserto di Wafa (gas e petrolio) ed Elephant (greggio).
È chiuso solo il campo petrolifero di Abu Attifel in Cirenaica.
Se il gas sembra regolare, l’import italiano di greggio dalla Libia è sceso dai 14 milioni di tonnellate del 2012 agli 8 del 2014 e ai 4 del 2014, anche se l’Eni assicura che il suo livello produttivo è vicino al potenziale.
Quanto al valore, è crollato (anche per il fattore prezzo) dagli 8 miliardi del 2013 a meno di cinque
L’Italia è il primo partner commerciale della Libia: il maggior acquirente delle sue esportazioni e il maggior fornitore per le sue importazioni, «costituite per poco meno della metà dai prodotti della raffinazione lavorati sulla base dello stesso greggio che loro esportano», precisa Alessandro Terzulli, capo economista della Sace, la società pubblica di finanziamento e assicurazione dell’export.
«Ma ora tutto questo si sta sfaldando. Gli stessi prodotti raffinati rallentano vistosamente, e per l’industria manifatturiera già i dati dei primi 11 mesi del 2014 erano pesanti: — 33% per le forniture di meccanica strumentale sullo stesso periodo dell’anno precedente, — 58% per i mezzi di trasporto, — 35% per i metalli. Insomma un calo generalizzato che sembra il preludio alla paralisi totale degli scambi, così come del resto dell’economia libica».
Eppure la transizione post-Gheddafi sembrava inizialmente un punto di lancio verso traguardi da Paese industrializzato.
Imponente era lo sforzo infrastrutturale. Il governo Monti aveva perfino confermato all’inizio del 2012 il controverso accordo firmato a Bengasi da Berlusconi con il colonnello nel 2008, in virtù del quale l’Italia avrebbe finanziato grandi opere per 5 miliardi in vent’anni, purchè realizzate da imprese italiane.
Emblema di questo piano di sviluppo era l’autostrada costiera, 1.700 chilometri dall’Egitto alla Tunisia, il cammino che oggi invece percorrono le milizie dell’Is. Titolare della commessa è tuttora il consorzio guidato da Salini-Impregilo con Condotte, Pizzarotti e la Cmc di Ravenna.
Tutto fermo: alla Salini si limitano a riferire che le aree “cantierabili” del primo lotto da Ras Ejdyer ad Emssad dove sono appena iniziati gli sbancamenti -400 chilometri con 12 ponti, 8 aree di servizio, 6 zone parking, un ordine da 944,5 milioni — sono sorvegliate da guardie libiche.
Ma ovviamente non si sa nulla del futuro. Così come non si sa come finirà il mega auditorium di Tripoli progettato da Zaha Hadid, 258 milioni di commessa sulla carta, o l’appalto da 57 milioni per l’aeroporto di Al Kufra, altre due gare vinte da Salini. Rimasti incompiuti, come la transizione libica.
Eugenio Occorsio
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 18th, 2015 Riccardo Fucile
LA RABBIA DELLE DONNE: “QUI ABBIAMO WELFARE, ASILI, EFFICIENZA: PERCHE’ COLPIRE CHI OFFRE RIFUGIO?”
“La Danimarca è femmina” scherza Kristine Toft a un tavolino di Mackiee’s Pizza di Aarhus. 
E’ appena tornata dalla grande manifestazione contro il terrore sulla piazza del municipio dove insieme a 1500 persone ha intonato la canzone distribuita dagli organizzatori “Circondati dai nemici” e mangia un hamburger con quattro amiche.
Tra loro c’è Yasmeen, 32 anni, palestinese di origine come Omar Abdel Hamid al Hussein.
“C’erano pochi musulmani alla manifestazione, pochissimi, me lo aspettavo ma mi fa male” dice Yasmeen bevendo una birra analcolica.
E’ arrivata qui con i genitori quando aveva due anni, si è laureata in scienze politiche e oggi lavora all’università di Aarhus: “Non mi piace che si irrida la mia religione come con le vignette sul Profeta, ma non piace anche a molti danesi non musulmani e siamo tutti liberi di protestare. Ai miei fratelli invece vorrei dire che la loro rabbia e il loro vittimismo rivela solo quanto si sentano frustrati per non saper cogliere le opportunità che questa società ci offre”.
La voce di Yasmeen non è isolata tra le musulmane di Danimarca (ci sono ovviamente mille e una eccezione).
A Copenaghen la medico 29enne afghana Alam Abdullah è severissima nei confronti di quelli che vanno in Siria a combattere e di quelli che pensano di farlo qui come il killer di sabato: “Non provo nessuna pena, nessuna comprensione, non vedo alcun coraggio nell’uccidere qui o in Siria, ci vuole coraggio invece a guardarsi intorno, conoscere gli altri e vivere tutti insieme. Sono furiosa con i ragazzi che sono andati a deporre fiori e bigliettini sul luogo in cui l’assassino è stato ammazzato, stiamo diventando pazzi, le destre estreme avranno di che gongolare”.
Le donne in Danimarca sono davvero ovunque, dai vertici delle grandi aziende ai doks del porto di Aarush.
Ma curiosamente mancano nella nutrita lista dei foreign fighters arruolatisi in Siria che fa del paese uno dei maggiori contribuenti alla legione straniera del Califfato.
“Per quanto valgano questi numeri dei circa 100 danesi partiti, molti da Aaruh dove c’è una grande comunità araba, le donne note sono finora solo un paio” conferma Mehdi Mozaffari, esperto di islamismo e radicalizzazione all’università di Aarhus.
Può darsi che le donne (specie se provenienti da condizioni difficili) apprezzino più dei loro compagni il modello danese della “flexsecurity”, università gratis (anzi stipendiata), 55% di tasse al servizio di un welfare molto buono, asili che in efficienza fanno concorrenza ai leggendari nonni dell’Europa meridionale.
Può darsi che di fronte ai continui improperi lanciati loro dietro dagli emarginati ubriachi e spesso stranieri (che non risparmiano però le connazionali e le correligionarie) stazionanti alle spalle della stazione di Copenhagen le donne facciano quadrato, tutte, dalle tardo-hippie della comune di Christiania alla ragazza siriana velata arrivata a settembre da Aleppo e già paladina del paese che l’ha accolta (“Quando ho sentito dell’attentato di sabato mi sono messa a piangere, ma perchè colpire chi ci offre rifugio?” dice Sima sul treno tra Arush e Copenahagen).
Può darsi che sia un caso.
A Kristine piace pensare che la Danimarca sia donna.
Francesca Paci
(da “La Stampa”)
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Febbraio 18th, 2015 Riccardo Fucile
RITENUTI “SOGGETTI ISLAMICI PERICOLOSI”, HANNO TENTATO DI COMPRARE ARMI AL MERCATO NERO
Due presunti terroristi islamici, forse di nazionalità libica, si nascondono nel centro di Roma.
Nessuno conosce ancora i loro nomi, ma “l’Espresso” ha scoperto che la caccia all’uomo dura da qualche giorno, ed è in grado di pubblicare l’identikit con cui le forze dell’ordine stanno tentando di stanarli.
I due presunti estremisti (uno sotto i 30 anni, con i capelli corti, l’altro più giovane, alto e con le treccine) sono considerati molto pericolosi, e poco tempo fa hanno tentato di comprare armi da fuoco sul mercato nero della Capitale.
Poi (ha chiosato un’altra fonte dei carabinieri all’Adnkronos) sono entrati in un’armeria, chiedendo il prezzo di giubbotti antiproiettili e visori notturni.
Così facendo si sono traditi: qualcuno ha capito le loro intenzioni, ha sentito puzza di bruciato e ha subito informato i servizi antiterrorismo, che ora stanno setacciando la Capitale per arrestarli.
La tensione è alle stelle: «Si tratta di soggetti islamici pericolosi, sospettatati di terrorismo» si legge nella nota che l’Arma ha girato ai suoi uomini sul territorio. «Caso rintraccio fermarli con le dovute precauzioni, perquisirli sul posto e accompagnarli in caserma, informandone subito il comandante».
Si sospetta che i due siano ancora nel centro della città : le ricerche si stanno concentrando nel quartiere dell’Esquilino e del Pigneto, le zone multietniche della Capitale con due moschee molto frequentate.
Nessuno sa perchè i due libici (così si sono dichiarati ai potenziali “venditori”) volessero acquistare armi illegalmente, nè quali siano i loro obiettivi.
Di sicuro il nuovo contesto preoccupa moltissimo gli inquirenti. «Noi controlliamo i potenziali attentatori e i foreign fighters che hanno combattuto in Siria e in Iraq, li seguiamo uno a uno» chiarisce una qualificata fonte dell’antiterrorismo.
«In Italia ne monitoriamo una cinquantina, alcuni sono pure italiani. Ma temiamo anche le azioni militari di cani sciolti che non abbiamo ancora identificato. Il rischio di emulazione dopo le stragi di Charlie Hebdo e di Copenaghen è enorme».
I due potrebbero essere arrivati in Italia da qualche tempo, e far parte di una delle cellule jihadiste da sempre operanti in Libia che da qualche mese hanno issato le bandiere nere dell’Isis.
Il livello di guardia per possibili attentati interni si è alzato ancor di più due giorni fa.
Emiliano Fittipaldi
(da “l’Espresso“)
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Febbraio 18th, 2015 Riccardo Fucile
VILLE E SPESE FOLLI, COSI’ IL CAV CONTINUA A PAGARLE
Altro che Fitto, la Puglia e il gioco delle alleanze per le Regionali. 
Silvio Berlusconi, ammettono persone a lui vicine, “è molto preoccupato per i suoi processi, proprio adesso che s’intravedeva la fine”.
Le 21 perquisizioni che hanno riguardato le ragazze protagoniste, a vario titolo, dei bunga bunga in quel di Arcore, sembrano allungare senza fine l’incubo dei processi del Cav.
Il nuovo precipitare degli eventi capita, infatti, a tre settimane da un doppio appuntamento che per Berlusconi doveva essere liberatorio.
Ma che invece potrebbe essere solamente interlocutorio. Con neri presagi.
Il 9 marzo l’ex Cav torna Cavaliere perchè conclude la condanna per la frode fiscale, decade la prescrizione penale, riacquista i diritti e le onorificenze perdute pur restando incandidabile (legge Severino).
Il giorno dopo, il 10 marzo, con la solita stupefacente casuale tempistica, la Corte di Cassazione affronta il terzo e definitivo grado di giudizio sul caso Ruby, ovverosia il processo in cui Berlusconi è stato condannato in primo grado a sette anni ed assolto in Appello.
Con motivazioni che è bene qui ricordare per comprendere “la profonda preoccupazione” del Cavaliere.
La Corte d’Appello, infatti il 16 ottobre scorso ha scritto nelle motivazioni che il primo reato, la concussione, non era dimostrata visto che i funzionari della questura non avevano denunciato pressioni.
Relativamente al secondo reato, la prostituzione minorile, i giudici hanno sostenuto che ad Arcore era stato messo in piedi “un sistema prostitutivo” ma che Berlusconi non era consapevole della minore età di Ruby. Non c’era la prova.
La svolta nelle indagini del cosiddetto Ruby ter (la corruzione delle ragazze testimoni al processo) racconta, adesso, che Berlusconi avrebbe invece continuato a pagare fino a pochi giorni fa le ragazze nel timore che potessero raccontare la verità sul primo processo Ruby.
E che quindi quel primo processo sarebbe stato “falsato”, nelle testimonianze e nelle prove. E, di conseguenza, anche nel verdetto.
Una questione di legittimità che potrebbe condizionare il verdetto della Cassazione atteso il 10 marzo. E far rivivere, con tutte quello che ne consegue, l’incubo dei processi e di nuove sentenze di condanna.
Altro che Fitto, alleanze e liste. Berlusconi e avvocati devono rimettersi pancia a terra nella guerra con la giustizia.
Le perquisizioni decise dai pm Tiziana Siciliano e Luca Gaglio, coordinati dall’aggiunto Pietro Forno, raccontano che il ragioniere Spinelli ha, fino a pochi giorni fa, elargito alle ragazze somme fino a 15-20 mila euro “senza preventiva autorizzazione di Berlusconi”.
Se le richieste superavano quella soglia, allora serviva il via libera del titolare.
Lo stipendio delle Olgettine era già emerso durante il primo processo. “Le pago perchè sono state rovinate dall’inchiesta e non possono più lavorare” spiegò il Cavaliere. Che però mise fine allo stipendificio nel 2013 quando arrivò la prima condanna.
I pm, grazie a verifiche bancarie e accertamenti fiscali, hanno scoperto che non è così. Dagli atti emerge che “le ragazze avrebbero beneficiato di una sorta di liquidazione di circa 25 mila nel 2013”.
Dopo un po’, però, hanno continuato a chiedere soldi al ragionier Spinelli che “le saldava con banconote di 500 euro”.
Nella cassetta di sicurezza di Francesca Cipriani sono stati trovati 45mila euro in banconote da 500. Non finisce qua.
Salta fuori che tre di loro (Alessandra Sorcinelli, Barbara Guerra e Iris Berardi) beneficiano di alloggi principeschi in Brianza.
Le prime due abitano ville da 400 metri quadrati sulla carta intestati a due società immobiliari.
La Berardi (all’epoca dei fatti minorenne) si è accontentata di un appartamento sempre riconducibile alla galassia immobiliare del Cavaliere.
Quello che inquieta gli investigatori è che Guerra e Berardi si erano costituite parte civile al processo Ruby 2 (imputati Fede, Mora, Minetti) per poi improvvisamente fare marcia indietro.
C’è un legame tra quella decisione e l’uso delle abitazioni?
Non c’è dubbio che il guaio più grosso per Berlusconi si chiama sempre Karima el Magrough, in arte Ruby, oggi mamma di una bimba di tre anni.
Per la procura la ragazza continua a vivere “decisamente al di sopra delle proprie possibilità ”.
Dove prende questi soldi Ruby? Nei decreti di perquisizione la procura scrive che “negli ultimi mesi le sono stati consegnati soldi in contanti da alcuni factotum per conto di Silvio Berlusconi”. La consegna sarebbe avvenuta “tra Milano e Genova” e in tranche da 14-15 mila euro.
L’ipotesi dell’accusa è che il mediatore tra Ruby e Berlusconi possa essere l’avvocato Luca Giuliante (indagato con le ragazze e ieri perquisito).
La procura di Milano sembra molto sicura delle mosse che sta facendo. E non si può non tornare all’autunno 2010 quando nell’agenda di Ruby fu trovato l’appunto “4,5 milioni da Berlusconi”.
In alcune intercettazioni, depositate al processo, la ragazza marocchina spiegava che quella “era la cifra promessa per pagare il suo silenzio e se fosse riuscita a farsi passare per pazza”.
Sempre in quell’autunno, un’altra intercettazione raccontava del misterioso interrogatorio di Ruby che, dopo essere stata sentita dagli inquirenti, fu risentita dallo stesso avvocato Giuliante, alla presenza di Lele Mora e di un misterioso “emissario” di Berlusconi.
Di quei quattro milioni e passa non è mai stata trovata traccia.
Una delle tante millanterie di Ruby? Il fatto è che oggi, quattro anni e passa dopo, Karima fa una vita da nababba.
E una manina le allunga di volta in volta 20 mila euro per le sue spese.
Tutte notizie di reato che arrivano a tre settimane dalla Cassazione.
E destinate a riaprire una storia che sembrava ormai sepolta.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 18th, 2015 Riccardo Fucile
TRANCHE ANCHE DI 15.000 EURO… SPESE FOLLI: UN PARTY DA 7.000 EURO, VACANZE ALLE MALDIVE DA 70.000 EURO, SCARPE E BORSE
Karima El Mahroug, detta Ruby, la giovane marocchina al centro dello scandalo che è costato l’accusa di prostituzione minorile a Silvio Berlusconi da cui è uscito assolto in appello, avrebbe ricevuto soldi in contanti anche negli ultimi mesi, consegnati tra Milano e Genova da alcuni «factotum» per conto dell’ex premier, in tranche anche da 14-15 mila euro.
È quanto emerge dalle indagini dell’inchiesta cosiddetta «Ruby ter», che valuta un eventuale condizionamento dei testimoni nei due processi con al centro la giovane marocchina.
Spese sproporzionate
La donna, oggi 22enne, stando agli accertamenti, avrebbe sostenuto spese sproporzionate rispetto ai redditi, come un party da 7 mila euro per il compleanno della figlia Sofia, di tre anni, l’acquisto di abiti di alta sartoria e una vacanza alle Maldive per nove giorni per due persone – a quanto sembra con il nuovo compagno, dopo la crisi col padre di sua figlia Luca Risso – che potrebbe essere costata tra i 60 e i 90 mila euro.
A differenza delle altre ragazze, una ventina in totale, perquisite martedì dalla polizia giudiziaria nell’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Pietro Forno e dai pm Luca Gaglio e Tiziana Siciliano, Ruby non avrebbe ricevuto i soldi in contanti dal ragioniere Giuseppe Spinelli (sentito ieri dai pm per 7 ore), tesoriere di fiducia di Berlusconi, ma da alcuni «factotum» tra Milano e Genova, dove la ragazza vive.
Richieste di denaro
Le consegne di contanti, in alcuni casi in tranche da 14-15 mila euro, sarebbero avvenute anche tra novembre e i giorni scorsi.
Gli investigatori avrebbero accertato poi che la ragazza nell’ultimo periodo ha effettuato spese «folli», non compatibili con i redditi dichiarati, come i sette mila euro, pagati lo scorso dicembre, per il party di compleanno della figlia, che tra l’altro frequenta una scuola privata.
Un tenore di vita, dunque, molto alto e non giustificabile, secondo gli inquirenti, con i suoi guadagni.
Dalle indagini è emerso, inoltre, soprattutto attraverso intercettazioni, che la giovane avrebbe anche richiesto un abito del sarto Gianni Campagna.
Secondo le indagini, poi, l’avvocato Luca Giuliante, perquisito ieri, avrebbe, in sostanza, avuto il ruolo di gestire le richieste di denaro della marocchina a Berlusconi, consigliandole anche di non esagerare.
La ragazza avrebbe anche regalato borse di marca alle sue amiche.
Tra l’altro, ieri gli investigatori nel corso delle perquisizioni a casa della giovane hanno fotografato borse e scarpe che aveva in casa, oltre a sequestrare fatture di acquisti da lei effettuati e estratti conto.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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