Febbraio 15th, 2015 Riccardo Fucile
SBLOCCA ITALIA: “CONCESSIONI SENZA ALCUNA PROCEDURA AD EVIDENZA PUBBLICA”
Un regalo ai concessionari, l’ennesimo. Un danno agli utenti.
C’è una partita da cinque miliardi di euro all’anno che si sta giocando in queste ore in Italia: la gestione delle autostrade.
Una partita che ruota attorno a un articolo del decreto Sblocca Italia, il numero cinque, e che vede da una parte il Governo e dall’altra il presidente dell’Autorità nazionale Anticorruzione, Raffaele Cantone, il quale ha già scritto una lettera al ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, e domani sarà ascoltato in commissione Ambiente alla Camera.
«Se non si cambia quella norma – sostiene Cantone – si rischia che vengano affidate concessioni senza alcun tipo di procedura ad evidenza pubblica, in violazione, tra l’altro, dei principi di concorrenza ed economicità ».
La storia, dunque.
Grazie all’articolo 5 gli attuali concessionari (Benetton, Gavio, Toto oltre a una serie di enti locali pubblici e privati) potranno chiedere il rinnovo degli attuali permessi nel caso decidano di unificare la gestione di tratte interconnesse.
«Il senso della norma – spiegano dall’Anticorruzione – è dare la possibilità di accorpare le concessioni, che al momento sono 25 e fruttano in media cinque miliardi netti all’anno, per favorire gli investimenti e una riduzione delle tariffe al casello». Nei fatti però si può arrivare al risultato opposto.
«Accorpando le concessioni si prende come data di scadenza, chiaramente, quella più lontana. Se ce n’è una che si chiude nel 2015 e un’altra nel 2025, la scadenza viene portata automaticamente al 2025 per entrambe. Di fatto è una proroga mascherata». Dei 25 concessionari, almeno 9 hanno il contratto in scadenza (ad esempio quello del gruppo Gavio per la Torino-Milano finisce nel 2017), e per l’Autobrennero è addirittura già scaduto nel 2014.
Lontano invece il termine per Autostrade per l’Italia, che da sola gestisce il 50 per cento dei chilometri in Italia: se ne riparla nel 2038.
Una posizione, quella di Cantone, che è condivisa dall’Unione europea e dal Garante della Concorrenza, Giovanni Pitruzzella, che alla Camera ha parlato di «un meccanismo di proroga implicita che elimina del tutto e potenzialmente per periodi significativi un essenziale fattore concorrenziale del settore ».
Non esattamente un dettaglio, questo.
L’attuale regime aiuta a tenere alti gli utili dei concessionari, come dimostrano i bilanci, e molto bassi i vantaggi per gli automobilisti visto che non si sono riscontrati sensibili abbassamenti nelle tariffe.
Secondo Cantone non ce ne saranno nemmeno negli anni a venire.
Perchè nonostante lo Sblocca Italia punti all’obiettivo di raggiungere «prezzi e condizioni di accesso più favorevoli per gli utenti », il commissario Anticorruzione ha più di un dubbio su come andrà a finire questa storia.
Oggi quella dei pedaggi è una vera giungla, le autostrade che hanno interesse ad accorparsi hanno tariffe diverse ed è complicato pensare che si adeguino al ribasso. «Dove sarà quindi il vantaggio per gli automobilisti?», si chiedono all’Authority. Senza bandire le gare, si rimane in condizioni di sostanziale monopolio.
Stesso discorso vale per gli investimenti.
La nuova legge lega la possibilità di unificare, e dunque prorogare le concessioni, al «potenziamento e adeguamento strutturale, tecnologico e ambientale delle infrastrutture».
Ma in realtà questo è previsto già nei contratti in vigore, dunque le società che vogliono ampliare le corsie di una tratta, ad esempio, ne hanno già facoltà . E hanno pure un altro vantaggio: se gli scade il contratto e non sono ancora rientrati dell’investimento, sarà chi subentra a saldare il conto.
A Cantone, ha già risposto nei giorni scorsi il ministro Lupi, il quale difende le scelte del governo sostenendo che «le modifiche del rapporto concessorio sono subordinate alla realizzazione di investimenti, essenziali per la sicurezza e l’adeguamento tecnologico della rete, altrimenti privi di copertura finanziaria. Se non lo facessimo potremmo arrivare a un inasprimento delle tariffe».
Ma all’Anticorruzione, che sta vagliando tutti i 25 contratti delle autostrade italiane, non ne sono convinti.
Giuliano Foschini e Fabio Tonacci
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 15th, 2015 Riccardo Fucile
“DOPO GHEDDAFI BISOGNAVA METTERE TUTTI ATTORNO A UN TAVOLO, INVECE OGNUNO HA PENSATO DI POTER GIOCARE IL PROPRIO RUOLO, C’ERANO INTERESSI ECONOMICI”…. “ORA OCCORRE UN LAVORO COMUNE CHE COINVOLGA TUTTI”
“Una catastrofe per colpa nostra, dell’Occidente”, ripete Prodi. 
Altro che Iraq, Siria e Kobane. Le bandiere nere del Califfato islamico sventolano a trecento chilometri dalle coste italiane di Lampedusa, Paolo Gentiloni invoca l’intervento armato, perchè “la situazione si sta deteriorando”, e viene citato dalla radio dell’Isis come “ministro nemico dell’Italia crociata”.
Romano Prodi, ex premier, ex presidente della Commissione europea, già inviato speciale dell’Onu per il Sahel e padre della Fondazione per la collaborazione dei popoli, conosce bene il dossier Libia: “Non era difficile prevedere che si sarebbe arrivati a questo punto, davvero non lo era neppure nel 2011”.
Presidente, adesso che cosa bisogna fare?
Cosa bisogna fare non lo so. Oggi non lo so più, mi creda. So bene quanto si sarebbe dovuto fare dopo la caduta di Gheddafi. Bisognava mettere tutti attorno a un tavolo, invece ognuno ha pensato di poter giocare il proprio ruolo.
Cosa intende?
Si è preferito credere che un primo ministro (il primo nel 2011 fu Mahmud Jibril al-Warfali, ndr) e un parlamento legittimi potessero risolvere le cose da soli, facendo finta di non vedere che la situazione era compromessa in partenza, che alcune fazioni armate avrebbero finito per esser lasciate a loro stesse. Ma il primo ministro non ha mai avuto un potere reale sul territorio.
Come siamo arrivati a tutto questo?
Si tratta di un errore nostro. Delle potenze occidentali. La guerra in Libia del 2011 fu voluta dai francesi per scopi che non lo so… certamente accanto al desiderio di ristabilire i diritti umani c’erano anche interessi economici, diciamo così.
L’Italia?
L’Italia ha addirittura pagato per fare una guerra contro i propri interessi.
Credo che il suo acerrimo nemico di sempre, Silvio Berlusconi, sia d’accordo con lei su questo punto.
Ma sta scherzando? Berlusconi si è fatto trascinare dalla Francia ed è entrato in guerra.
Eppure Berlusconi si professava grande amico del leader libico…
Il presidente del Consiglio in carica era Silvio Berlusconi. Adesso la Libia è caduta nell’anarchia e nel caos più assoluti. La situazione è davvero di una gravità eccezionale, non possiamo fare finta che le nostre azioni non abbiano inciso nel produrre tutto questo.
Ravvisa un pericolo di sicurezza per l’Italia?
La Libia è dietro l’angolo. È un Paese ridotto a essere senza alcuna disciplina, senza controllo, senza alcuna forma di statualità , dove i commercianti di uomini imperversano buttando a mare i disperati che sognano una vita migliore in Europa.
Teme che i terroristi possano arrivare anche sui barconi, come ha detto qualcuno?
I terroristi sono organizzati, altro che barconi.
Ritorno alla prima domanda. Le cancellerie occidentali cosa dovrebbero fare in questo momento secondo lei?
Occorre senza dubbio uno sforza per produrre un minimo risultato nel tentativo di fare sedere tutti gli interlocutori al tavolo e impegnare in un lavoro comune Egitto e Algeria. Non c’è altra via che non produca una situazione ancora più catastrofica di quella attuale.
Pensa che anche gli uomini incappucciati dell’Isis debbano essere fatti sedere al tavolo dei negoziati?
A questa domanda non posso dare una risposta perchè è relativa a un presente di cui non voglio parlare.
Giampiero Calapà
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 15th, 2015 Riccardo Fucile
BENE I CINQUESTELLE, ALLA SINISTRA RADICALE MANCA UN LEADER
“Il centrodestra deve fare presto e darsi un metodo perchè sembra non volere giocare la partita delle regionali “: Raffaella Della Bianca commenta così i risultati del sondaggio che ha commissionato con il suo gruppo.
L’area del centrodestra dalle regionali del 2010, quando aveva ricevuto il 47,2 per cento dei consensi, nelle intenzioni di voto per maggio scende al 28,9 per cento.
Secondo il sondaggio, invece, l’area del centrosinistra (senza le ali estreme) sarebbe al 45,4 per cento contro il 52,7 del 2010.
Ma Sel, i verdi, Rifondazione e dintorni da soli avrebbero il 5,7 per cento.
I 5Stelle invece sarebbero al 21,9%.
Quello commissionato da Della Bianca è il primo sondaggio che fotografa le intenzioni di voto e testa i candidati alla presidenza della Regione in vista delle elezioni del prossimo mese di maggio.
Il sondaggio, realizzato il 10 febbraio scorso dalla società Lorien su un campione di mille elettori libiato. testa il gradimento delle forze in campo.
Sui candidati presidenti così come nelle intenzioni di voto per partiti e formazioni, svetta il Pd che fa la parte del leone: 38,4 per cento dei consensi a Raffaella Paita (38,6 al Pd).
In casa del centrodestra il sondaggio “misura” i candidati che sono in campo anche se negli ultimi giorni qualcosa è cammente
In ogni caso, Fi, Fratelli d’Italia, Lega e liste civiche di riferimento, con il loro candidato, sia Edoardo Rixi della Lega, Federico Garaventa di Fi, arriverebbero al 24,2 per cento.
Alice Salvatore del Movimento 5Stelle arriverebbe al 23,8%
Sulla sinistra che sta tentando di aggregarsi, tra la Rete i civatiani e le altre componenti, il sondaggio fa un’operazione per così dire di fantasia: il candidato dei sogni, vale a dire Anna Canepa, magistrato della direzione nazionale antimafia, il massimo dell’affidabilità , del rigore e della stima. Ma non è sulla scena.
Perchè allora sondare l’eventuale gradimento? “Perchè tra i nomi di possibili candidati che erano usciti rispetto alla sinistra, questo era il più forte”, spiega Della Bianca.
Il risultato è 13,4 per cento, contro il 5,7 per cento che raccoglierebbero i partiti di questa area. Tornando con i piedi per terra, Alice Salvatore, candidata 5Stelle avrebbe il 23,8 per cento, dunque qualcosa più dei voti del suo movimento che sarebbe al 21,9 per cento.
Il sondaggio testa anche il gradimento della giunta Burlando con due successive rilevazioni, una nell’ottobre scorso, prima dell’alluvione, una il 10 febbraio: il giudizio positivo era al 30,1 per cento, ma scende al 24,8.
E se al centrosinistra le piogge violente, secondo il sondaggio, hanno provocato un danno di immagine, il centrodestra in compenso è in caduta libera.
“I partiti si contraggono, occorre un candidato fuori dai partiti, sostenuto da una lista civica”, dice Della Bianca.
Ava Zunino
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 15th, 2015 Riccardo Fucile
LA BADANTE BOSCHI PORTA IL CAFFE’ A RENZI
È notte ed è già San Valentino. Nell’aula vuota di Montecitorio, dopo le urla e le botte, Maria Elena
Boschi è sola ai banchi del governo.
Si vota fino alle due e quarantacinque. La ministra delle Riforme è stanca, ha il volto pallido come la giacca.
La solitudine è un cioccolatino da scartare e da mordere con dolcezza. Dopo un po’ però arriva lui. Il premier. Renzi. “Matteo”, semplicemente.
La seconda notte a Montecitorio del presidente del Consiglio.
Durante la prima, tra giovedì e venerdì, c’è stata la baraonda delle opposizioni, poi finite sull’Aventino. E “Matteo” dapprima minaccia l’azzurra Bergamini, “se non votate le riforme si va al voto anticipato”, poi va a sedersi accanto a “Maria Elena”. Lei è premurosa. Il premier vuole un caffè. E la ministra provvede.
Il premier vuole un caricabatteria per lo smartphone. E la ministra provvede, ancora una volta.
Il rapporto tra Renzi e i suoi ministri è stato spesso descritto come “dispotico”, senza tolleranza per le opinioni altrui. Con la Boschi è diverso.
Gli ordini, le richieste diventano sussurri mai gridati, mai imposti. La ministra è una badante contenta di prendersi cura del suo premier.
Da soli al banco, i due attendono l’alba di San Valentino. È l’immagine di una riforma che nasce come il sole.
Renzi e la Boschi sono il papà e la mamma della nuova Costituzione. Due teste e un monocameralismo. Il renzismo è questo.
Solo il berlusconismo può evocare precedenti simili. Ai tempi del montismo, per esempio, la Cancellieri non avrebbe mai scartato un cioccolatino, aspettando il Professore dal loden verde.
L’ex Cavaliere, secondo la leggenda di Palazzo Grazioli, il caffè se lo faceva portare da Angelino Alfano, maggiordomo politico poi scissionista nel momento del dolore più grande, quello della decadenza di Silvio.
In ogni caso, per i capi carismatici, per gli uomini soli al comando, funziona sempre così.
Tra la richiesta di un caffè e quella di un provvedimento legislativo il confine è sottilissimo.
Spesso non c’è. In fondo, ai suoi parlamentari, Renzi ha chiesto di approvarsi da soli le riforme della Costituzione come se fosse proprio un caffè da bere durante la notte, con la ministra prediletta accanto.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 15th, 2015 Riccardo Fucile
“NON AVREI ERETTO BERLUSCONI A CO-FONDATORE DELLA REPUBBLICA, CHE MESSAGGIO DAI AI CITTADINI? CHE UNA CONDANNA PER FRODE FISCALE SIA UN PECCATO VENIALE?”
«Mi divertiva l’idea di farmi dei biglietti da visita con scritto “Mario Monti. Ex senatore a vita”. Poi non hanno abolito nè il Senato nè i senatori a vita…».
Nel suo ufficio alla Bocconi, l’ex presidente del consiglio, ex leader di Scelta civica, ex predestinato al Quirinale, è un ex di ottimo umore.
Qualche sassolino nelle scarpe, però, gli è rimasto: «Il loden! Alla fine era diventato una specie di simbolo spregevole. Cosa avrà mai, il loden! Finchè, con l’elezione di Mattarella, c’è stato un revival. Anzi, una contrapposizione fra loden: il suo, positivo, e il mio, negativo. Un tweet diceva: Mattarella è così sobrio che porta i loden usati di Monti…».
A Bruxelles no, il suo loden non è malvisto: «Vado spesso perchè presiedo la commissione per la riforma del bilancio Ue, che oggi ricorda un mercato delle vacche».
L’ha pagata cara, l’identificazione con l’Europa
«Fu una scelta. Piuttosto che prendesse certe decisioni la troika con la brutalità che si è vista in Grecia era meglio le prendessimo noi. Con tutti i rischi di impopolarità . Parliamoci chiaro: la troika è una forma di neocolonialismo… L’astio contro la Ue sarebbe stato incontenibile. Mi dicevo: “Tu passi, l’Europa resta”».
Insomma, fece da parafulmine?
«Sì. L’”Italia europea” è sempre stata la mia vocazione. Da opinionista, da professore, da commissario. Ed è stato un complotto del destino…».
Allora c’è stato, il complotto!
«Del destino: mi sono trovato lì, in quel momento, col mio bagaglio europeo, i miei rapporti europei… Era quasi fatale che mi chiamassero».
E l’altro complotto? I poteri forti, la troika, le banche…
«La troika, se permette, sono stato io a tenerla fuori. Sui giornali del 15 novembre 2011 c’era una frase di Alfano da rileggere: “Gli impegni assunti con l’Europa rappresentano il caposaldo del nostro appoggio”. Rivendicavano che il mio era anche il “loro” governo. Vuol saper la più bella?».
Dica.
«Quando andai da Berlusconi fu gentilissimo. Era assolutamente consapevole che la situazione fosse ormai insostenibile. Lì ci fu il ricciolo».
Quale ricciolo?
«Mi disse: “Vorrei agevolarla: si prenda, tranne me e Tremonti, tutto il mio governo”».
Un subentro…
«Chiavi in mano. Vedesse la faccia di Alfano e Letta! Basiti. Risposi: veramente non credo sia il mio mandato… Ci davamo ancora del lei. Passò al tu il giorno del rito della campanella e del passaggio delle consegne. Fu simpaticissimo. Mi riempì di cravatte».
A pois…
«Miste. Belle. Mi ero fatto inizialmente, una lista. C’erano, Gianni Letta (non alla Giustizia), Amato agli esteri (entusiasta), Ichino al lavoro… C’era perfino Brunetta… Poi sui politici scattarono i veti…».
Ma Berlusconi visse il governo anche come «suo».
«Certo. Con alti e bassi. Ma era “dentro”. Ogni tanto lo sentivo. Quando dissi di no alle Olimpiadi mi spiegò: i miei ti daranno torto ma hai ragione tu: meglio non prendere impegni, oggi».
E per quelle «renziane» del 2024?
«Anche Renzi, allora, avrebbe detto no».
A farla corta, è lei a dirsi tradito dal Cavaliere.
«Bisogna tornare all’autunno 2012. E alla accelerazione sulla corruzione. Ero certo che, in vista delle elezioni, c’era un solo provvedimento su cui non potevano dirci no: la lotta alla corruzione con la norma “Parlamento pulito”. Chi avrebbe osato schierarsi contro?».
Invece osarono…
«No: cambiarono cavallo. Non potendo sparare contro l’anticorruzione, a destra scaricarono la rabbia sulle scelte economiche che pure avevano votato. L’ha letta la Stampa sull’incontro del Cavaliere coi sindacati di polizia? Leggo: “Tremonti ha tentato un golpe contro di me” e “già da parecchio lavorava per diventare premier”. Fatemi capire: quanti golpe ci furono?».
Le pesa, l’accusa?
«Dice anche, in quello sfogo, che se io fossi andato con lui come mi aveva proposto sarebbe cambiato l’esito delle urne. “Invece Monti alle elezioni andò da solo e la storia della politica italiana è cambiata”».
Insomma, senza di lei Berlusconi sarebbe al Quirinale.
«Probabile. Ma non volevo fermare lui: volevo impedire che tutti i nostri sforzi fossero vanificati dalla vittoria di una delle due coalizioni dove nessuno avrebbe avuto il fegato di proseguire nel risanamento. Non volevo che l’Italia deragliasse e che di lì a pochi mesi arrivasse proprio la troika. Del resto c’è chi ha scritto che sarei stato il premier più di sinistra di sempre…».
Addirittura…
«Non andrò mai più a elezioni e possiamo dirlo: ho fatto l’unico pezzo di patrimoniale possibile. Sulla casa. Lo stesso Morando l’ha riconosciuto: “Noi di sinistra non abbiamo mai avuto il coraggio, poi è arrivato Monti e l’ha messa, poi Letta e l’ha tolta”».
Era una condizione capestro di Berlusconi…
«Sì. Ma una grande coalizione ha senso per chiedere ai partiti di “dare” qualcosa in più, non per regalare il mantenimento di “immantenibili” promesse elettorali… Cercai di dirlo, a Letta. Ma non potevo mordere: i “miei” capigruppo non erano già più montiani…».
Fatto sta che lei piantò il suo partito.
«Per forza. Feci un comunicato cauto sulle cose che non andavano nella politica economica di Letta e sull’Imu. E 12 senatori, contro di me, dissero che Letta andava sostenuto sempre e comunque. Avendo io un po’ di dignità …».
L’ammetta: Scelta Civica è stata una delusione.
«Sì. Ma non il risultato elettorale. Con il 10% ha impedito che l’Italia deragliasse».
Valeva la pena fare asse, come si disse, con «vecchi rottami» come Casini e Fini?
«Sì, la critica più diffusa fu quella. Loro, però, erano stati i più fedeli sostenitori del governo…».
Col senno di poi era meglio andare da solo, con il suo manipolo di professori?
«La delusione l’ho avuta sia da politici stagionati sia da tanti neofiti».
Ne valeva la pena?
«Per il paese sì, per noi non so. La persona che più di me l’ha pagata cara, fino ad essere dileggiata, è stata Elsa Fornero. In tutto il mondo la sua riforma è vista come “top class”. Senza di essa, Letta e Renzi si sarebbero dovuti dannare».
E gli esodati: un infortunio?
«Pesarono molte cose. Ma non basterebbe un’intervista intera su questo tema. Mi lasci solo dire: è stata anche montata molta panna. Senza quella riforma le pensioni non sarebbero state toccate, ma lo Stato avrebbe smesso di pagarle».
Dice Brunetta che lo spread sarebbe calato lo stesso…
«Eh eh… La Bce nel 2011 comprò un sacco di titoli nostri ma lo spread schizzò lo stesso da 120 a 545. Semmai avrei voluto fare di più sul lavoro».
Il famoso Jobs act di Renzi?
«Ecco, l’avremmo fatto noi. Se avessimo avuto Renzi e non Bersani, degna persona ma troppo condizionato da sinistra. Non avevamo voti. Dovevamo andarli a cercare».
La coglie mai il pensiero «oggi potrei essere sul Colle»?
«Mi fa piacere che tanta gente lo pensi. Devo dire: sarei stato davvero stupido, se non l’avessi messo in conto. Fu una scelta. Dovevo farla. E non è vero che ho perso…».
Non dirà che ha vinto…
«Cos’è la vittoria? E la sconfitta? Certo, ragionando coi vecchi schemi ho perso. Ma grazie a noi abbiamo avuto la conferma di Napolitano, due governi che non hanno deragliato… Anche se rimprovero loro due cose populiste. L’Imu a Letta e gli 80 euro a Renzi. Io avrei messo tutti quei soldi a riduzione del costo del lavoro».
Umberto Veronesi ha detto: “Come ministro non ho potuto fare granchè”…
«A noi, semmai, rinfacciano d’aver fatto troppo… I nostri problemi si devono al fatto che i governi, per decenni, han detto troppi “sì”. Sono stati “troppo buoni”».
E voi troppo cattivi?
«Io direi necessariamente severi. Certo, avremmo dovuto forse fare più “didattica”, spiegarci meglio…».
Non è la sua arte…
«È vero. Non è la mia arte. Le risposte serie richiedono tempo Di più: sono diffidente sul mito di Twitter e della “narrazione”. Fra lo “storytelling” e il contar storie il confine è sottile…».
È una frecciata a Renzi?
«No, no. Ripeto: avrei dato più peso all’economia. Non vorrei che concentrarci su altre riforme distraesse da cose più importanti. Perchè ero perplesso sul patto del Nazareno? Perchè in vista di un beneficio teorico si è trattato con una persona condannata in via definitiva per frode fiscale».
Non ci avrebbe parlato, lei, con Berlusconi?
«Parlato sì. Ma da qui ad erigerlo a co-fondatore di una nuova repubblica… Che messaggio dai ai cittadini? Che una condanna per frode fiscale sia un peccato veniale? Questo mina il nostro sviluppo economico e civile molto ma molto più di quanto si immagini…».
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera“)
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Febbraio 15th, 2015 Riccardo Fucile
DICEVA CALAMANDREI; “LA COSTITUZIONE E’ UN PEZZO DI CARTA, PER ANIMARLA SERVE UN POPOLO, UN SENTIMENTO”… ADESSO CIRCOLA SOLO RISENTIMENTO
Nessun dorma, canta il tenore mentre aspetta Turandot. 
E infatti i nostri deputati sono rimasti insonni per tre notti, insultando, strattonando, lanciando giavellotti.
Troppi caffè, evidentemente. Ma dovremmo svegliarci anche noialtri, invece dormiamo come pargoli.
Perchè è questa la nota più dolente: la riforma costituzionale cade nel silenzio degli astanti, benchè lassù non ci facciano caso. Saranno i doppi vetri che proteggono il Palazzo: loro non ci sentono, noi non li sentiamo.
Ma che cos’è una Costituzione? È un pezzo di carta, diceva Calamandrei: lo lascio cadere e non si muove. Per animarla serve un popolo, serve un sentimento.
Viceversa adesso circola solo risentimento. Non era così, ai suoi tempi.
Nel 1946 si tenevano comizi in piazze affollatissime, si discuteva nei partiti, c’era in edicola perfino una rivista (La costituente), che accompagnò i lavori dell’Assemblea.
Anche nel 2005, però, durante il parto della Devolution un fremito percorse gli italiani.
Di qua i circoli di Forza Italia, di là i comitati Dossetti, le Acli, i sindacati.
E l’anno dopo al referendum, benchè senza quorum, votò il 53% degli elettori.
Ma adesso, alla partecipazione, è subentrata l’astensione.
Le Politiche del 2013 hanno registrato l’affluenza più bassa della storia repubblicana. Nel 2014, in Emilia-Romagna, altro record negativo: si presentò alle urne il 37% appena degli aventi diritto. E nel frattempo la «cittadinanza sfiduciata» è diventata il doppio, osserva Carlo Carboni (L’implosione delle èlite-Leader contro in Italia, ed. Europa).
Come ci è potuto accadere?
Magari sarà colpa della crisi: a forza di stringere la cinghia, ci siamo trasformati in un popolo anoressico.
Ma è soprattutto colpa loro, la nostra inappetenza. Basta fare un po’ di conti: in un paio d’anni hanno cambiato gruppo 184 parlamentari, uno su cinque.
Correndo per lo più in soccorso del vincitore, sicchè il Partito democratico ingrossa le sue fila, mentre da Scelta civica s’apre un esodo di massa.
Ma questa no, non è una scelta civica. Dopo di che il Pd timbra la riforma in solitudine, perchè le opposizioni escono dall’Aula.
O meglio, non in solitudine: con i transfughi, con i 127 deputati eletti in virtù d’un premio annullato poi dalla Consulta.
Totale, 308 voti. Curioso: gli stessi che, nel novembre 2011, incassò Silvio Berlusconi sul rendiconto dello Stato.
Lui ci rimise la poltrona, ora quel numero basta per correggere quaranta articoli della Costituzione.
Che Forza Italia approva al Senato, disapprova alla Camera. Dice: ma è cambiato il clima. E tu chi sei, un costituente o un meteorologo?
Nel secondo caso, meglio dotarsi d’un ombrello.
Fuori piove, cerchiamo di non bagnare anche la Carta.
Michele Ainis
(costituzionalista)
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Febbraio 15th, 2015 Riccardo Fucile
MENTRE LA GENTE E’ RAPITA DAL FESTIVAL UNA BANCA DI LADRUNCOLI SCASSINA LA TECA COL TESORO
Dice Reporter Sans Frontières che l’Italia nel 2014 ha perso altre 24 posizioni nella classifica sulla libertà di stampa, precipitando fra Moldavia e Nicaragua.
Colpa delle minacce della mafia, mica della politica. Che, anche volendo, non saprebbe chi intimidire.
Il Giornale Unico e il TgUnico sono sempre tesi a laudare le magnifiche sorti e progressive del renzismo e a manganellare le opposizioni che da un paio di giorni, incredibilmente, hanno iniziato a opporsi.
Prendiamo Renzi che nottetempo, fra il lusco e il brusco, scassina la Costituzione a colpi di maggioranza, anzi di minoranza al netto del premio-Porcellum e dei voltagabbana, mentre gli italiani sono ipnotizzati dal Festival di Sanremo.
E, finita la kermesse, medita di lanciare la campagna di Tripoli come i generali argentini che, per distrarre la gente dalla crisi, invasero le Falkland.
Viene in mente il film Operazione San Gennaro, dove una banda di ladruncoli scassina la teca col tesoro del Santo mentre la gente è rapita dal festival della canzone napoletana.
Solo che, nel film di Risi, la banda sacrilega restituisce il bottino, mentre il premier non ne ha alcuna intenzione.
Lo dimostra il tweet guappesco “Un abbraccio a #gufi e #sorciverdi”, dove manca solo l’emoticon col gesto dell’ombrello.
Mentre Zagrebelsky parla di “democrazia al punto zero”, i media narrano l’epica lotta fra l’eroico Davide-Renzi e l’odioso Golia delle opposizioni.
Cronache da Istituto Luce sugli insonni ministri che vegliano sui destini della Patria “fino alle 2,45 di notte”, con madonna Boschi che, tenerissima, “si consola mangiando un cioccolatino” (Corriere).
Titoli di irresistibile umorismo involontario: “Renzi: ‘No a ricatti altrimenti si va alle urne’” (Repubblica).
Cioè: mentre dice no agli inesistenti ricatti altrui (si chiamano “opposizione”), ne fa uno lui, minacciando lo scioglimento delle Camere e le elezioni anticipate (che competono al capo dello Stato).
Un po’ come se dicesse: “Basta razzismo sugli sporchi negri”.
Intanto, a 10 anni dall’“abbiamo una banca?” di Fassino, Consob e Procura di Roma indagano per l’insider trading su banca d’Etruria, vicepresieduta da papà Boschi, prima e dopo il decreto di Pulcinella sulle popolari.
E subito il Corriere pubblica l’agiografia edificante di Boschi il Vecchio: “ponte con gli agricoltori”, “cattolico impegnato e riservato come la figlia ministro”. Talmente riservata che si fa intervistare e fotografare dappertutto.
Il Foglio scova un altro santo renziano, di “famiglia cattolica e padre cattolico”: Marco Carrai, l’affarista fiorentino che ha passato metà dei suoi 40 anni col più famoso Coetaneo, per via di “un’empatia fenomenale”.
E contagiosa, visto come riduce l’intervistatore (si fa per dire) Salvatore Merlo.
Che in lui vede modestamente “il Richelieu”. Poi però inizia a lavorarlo ai fianchi: “Gli chiedo brutalmente: ma che lavoro fai oggi? ‘L’imprenditore’, risponde.
E alzando lo sguardo incontro due occhi vivaci e mobilissimi di 39enne brevilineo”. O diversamente watusso, ecco.
“Scrupoloso nei gesti, il volto segnato da una cicatrice sul labbro superiore, unico segno visibile di sofferenze passate e mai dimenticate, che però gli dà carattere… Con un non so che di carezzevole, di giovane… Attento, d’un’eleganza asciutta, di taglio inglese, come sono certi fiorentini di buona famiglia: la giacca di lana blu gli cade morbida sulle spalle e sul gilet, ton sur ton, camicia celeste, l’orologio d’oro quasi non si vede… Uomo mite, cordiale, sembra non abbia trovato in tutta la vita un solo affare o interesse, o passione, che non gli abbia avviluppato l’anima come un serpente”. Perbacco.
“Parla col garbo di una fierezza temperata di humour, una cadenza toscana non esibita, ma presente”.
Ma ecco il kappaò finale. Brutalmente: “A pranzo mangi?… Lui mi guarda con un’espressione dolce e rassegnata, quella con cui si ascoltano gli avulsi… Lo lascio così, che ancora sorride, e ha l’aria di chi si sente preso per il gomito dalla buona sorte e si lascia fiduciosamente sospingere verso gioiose scadenze”.
Non s’è più riavuto.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 15th, 2015 Riccardo Fucile
BASTANO DEI SERVI CON LA MINACCIA DI TOGLIERE LORO I PRIVILEGI
Un Parlamento eletto in base a una legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Corte stravolge una
Costituzione approvata da un’Assemblea costituente eletta secondo un equo sistema proporzionale che garantiva piena rappresentanza a tutte le forze politiche.
Il che significa che chi non ha potere pienamente legittimo, neppure per legiferare e governare, rovina la Carta fondamentale approvata da un’Assemblea costituente che aveva piena legittimità .
Una Costituzione approvata a larga maggioranza (quasi l’88% dell’Assemblea costituente) dopo lungo, serrato, colto e serio dibattito nelle commissioni e in assemblea plenaria, viene modificata a stretta maggioranza senza seria discussione.
Il metodo delle larghe intese, osannato da tanta parte dell’opinione pubblica e apertamente sostenuto dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano vale dunque per formare il governo e legiferare, ma non per riformare la Carta fondamentale che definisce le regole per governare e per legiferare.
Nessuna parola, nemmeno un monito da parte del capo dello Stato?
E quale sarebbe la necessità impellente di abolire il Senato elettivo per sostituirlo con un Senato di nominati da istanze inferiori, consigli comunali e regionali, con potere di concorrere alla riforma della Costituzione? Nessuna.
Illustri colleghi costituzionalisti di chiara fama affermano che non c’è alcun rischio di svolta autoritaria o antidemocratica. Hanno pienamente ragione.
Non esiste alcun rischio in tal senso: la svolta autoritaria c’è già stata e consiste nel metodo usato per riformare la Costituzione.
Svolta autoritaria secondo uno dei significati propri del termine: un uomo animato da volontà di dominio scatena contro le istituzioni repubblicane una pletora di servi che dipendono da lui per avere il privilegio di rimanere in Parlamento o di essere rieletti.
Addirittura Renzi si permette di minacciare i recalcitranti che se non passa la sua riforma della Costituzione “si va alle elezioni”, come se avesse il potere di sciogliere le camere!
Dimentica, o fa finta di dimenticare, il dinamico riformatore, che sciogliere le Camere è prerogativa del capo dello Stato.
Ma per Renzi questa distinzione, che è fondamento dell’ordinamento repubblicano, è troppo sottile: si sente già capo del governo, capo dello Stato e padrone del Parlamento.
I giuristi del XIV secolo parlavano di tirannide tacita o velata: niente armi, niente proscrizioni, niente esili.
Bastano dei servi tenuti al guinzaglio con la vecchia minaccia di togliere loro i privilegi e con loro dare a un uomo un potere senza limiti.
Possibile che i cittadini italiani, tranne piccole minoranze, non si rendano conto dell’inganno messo in atto contro la loro dignità ?
Pare, purtroppo, che sia così.
Maurizio Viroli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 15th, 2015 Riccardo Fucile
HA UCCISO DUE PERSONE E FERITE CINQUE… IN GERMANIA ANNULLATA LA PARATA DI CARNEVALE PER MOTIVI DI SICUREZZA
Il presunto autore degli attacchi terroristici di Copenaghen era conosciuto dalla polizia e dall’intelligence del Paese e proveniva dalla capitale.
Il killer è stato ucciso nella mattinata ed è accusato dei due attentati in Danimarca delle ultime ore in cui hanno perso la vita due persone e cinque sono rimaste ferite.
Le autorità conoscono l’identità dell’uomo, ma non possono rivelarla poichè un’indagine è in corso.
In una conferenza stampa nella capitale danese, il capo del servizio segreto Pet Jens Madsen ha reso noto che l’uomo era noto ai servizi ed “era nei nostri radar”, anche se “non abbiamo una conoscenza specifica concreta che avesse viaggiato nelle zone di conflitto” come Siria e Iraq.
Lo stesso Madsen ha espresso la convinzione che l’uomo abbia agito da solo.
Intanto nella città settentrionale tedesca di Braunschweig una parata di Carnevale è stata annullata all’ultimo momento dopo che la polizia ha ricevuto una soffiata su un possibile attacco islamista.
“Fonti affidabili”, hanno comunicato alla polizia che vi era “il concreto pericolo di un attacco con un background islamista”, ha detto un portavoce della polizia.
Il carnevale di Braunschweig (nota anche come Brunswick) è il più grande della Germania settentrionale.
Oltre 250mila persone erano attese oggi per lo “Schoduvel”, una parata per la quale dovevano sfilare un centinaio di carri con 4500 partecipanti.
Poco prima della cancellazione della parata, il ministero degli interni aveva detto all’agenzia stampa Dpa che, dopo gli attacchi in Danimarca, non c’era un elevato rischio di attentati in Germania. “Non abbiamo indicazioni concrete di piani d’attacco in Germania — aveva detto la portavoce — la situazione non è mutata”.
Patrick Pelloux, editorialista del giornale satirico francese Charlie Hebdo — colpito all’inizio di gennaio dall’attacco islamista più grave mai avvenuto in Europa — ha invitato oggi tutti gli artisti a “non cedere all’autocensura o alla paura” dopo i sanguinosi attentati di Copenaghen.
“Oggi siamo tutti danesi — ha commentato — dobbiamo essere fermi e non avere più paurà ‘.
Il segretario generale di Reporters sans Frontiers Christophe Deloire ha confermato che a partire dagli attentati a Charlie Hebdo la paura di attacchi contro la libertà di espressione è cresciuta in modo esponenziale: “E’ qualcosa che temevano accadesse e sta accadendo”, ha detto.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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