Febbraio 11th, 2015 Riccardo Fucile
IL VETERINARIO NON AVREBBE AVUTO “UN’ADEGUATA CAPACITA’ DI CONTRASTARE LA COMPLICANZA”… ENPA: “MILIONI DI ITALIANI VOGLIONO GIUSTIZIA”… LAV: “SI ACCERTINO LE REPONSABILITA’ DEI VERTICI DELLA PROVINCIA”
“Nel momento topico si è verificato un inappropriato approccio da parte del veterinario”, che non avuto
“un’adeguata capacità di contrastare in modo efficace la complicanza della narcosi sostanziatasi nell’ipossiemia indotta dall’uso della medetomidina”.
Questo il ragionamento con cui il gip di Trento ha respinto la richiesta di archiviazione formulata dalla procura in merito all’inchiesta sulla morte della mamma orsa Daniza e decisio di riaprire la vicenda giudiziaria.
Lo ha reso noto la Lega antivivisezione che ha espresso soddisfazione per la decisione del giudice.
La Procura, spiega la Lav, aveva osservato che l’ordinanza di cattura di Daniza era stata adottata seguendo il piano di azione per la conservazione dell’orso bruno sulle Alpi.
Il veterinario, però, non sarebbe stato in grado. Si tratta di una vicenda “drammatica e gravissima – conclude la Lav – anche per i suoi cuccioli rimasti orfani precocemente per irresponsabilità umane”.
“Tutta la vicenda che ha portato alla morte dell’orsa – dichiara l’Ente azionale protezione animali – dalla presunta aggressione all’altrettanto presunto cercatore di funghi, fino al provvedimento di cattura e alla successiva telenarcosi, presenta moltissimi punti oscuri”.
Troppi per poter pensare a una fortuita concatenazione di eventi.
“Archiviare il procedimento – osserva l’Enpa- sarebbe equivalso a una resa: la rinuncia a sbrogliare una matassa intricata, accertando eventuali condotte colpose o peggio ancora dolose e chiamando i responsabili, specie se pubblici ufficiali, a rendere conto delle loro azioni. La morte di Daniza è un fatto scandaloso e quei milioni di italiani che hanno dato vita ad una mobilitazione senza precedenti pretendono sia accertata la verità e chiedono sia fatta giustizia, come chiedono di avere notizie ufficiali anche sui due cuccioli, che – ci auguriamo – siano ora in letargo”.
Il gip, spiega la Lav, “ha ritenuto che si potesse configurare la responsabilità del veterinario che ha preparato la dose per narcotizzare Daniza”, e per questo, ieri, “ha depositato il provvedimento con il quale ha respinto la richiesta di archiviazione della procura di Trento e chiesto l’iscrizione nel registro degli indagati per il veterinario”. Per questo, “chiediamo che si vada a fondo su questa vicenda, accertando le responsabilità anche tra i vertici della Provincia”.
(da “il Corriere della Sera“)
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Febbraio 11th, 2015 Riccardo Fucile
CONSIGLIERI COMUNALI E MILITANTI “RIPUDIANO” LA CANDIDATA ALLE REGIONALI SCELTA CON LE PRIMARIE SUL WEB E DIFESA DA GRILLO… CONTATTI IN CORSO PER UNA LISTA CIVICA CAPITANATA DALL’EX SINDACO SANSA
C’è chi lo chiama già il “tradimento dei chierici”.
Si consumerà venerdì nella chiesa di San Torpete, nel cuore della città vecchia di Genova, lo strappo del capogruppo in Comune del M5S, Paolo Putti, e di alcuni altri consiglieri.
Sono le truppe grilline di lungo corso, da due anni in consiglio comunale, che ora lasciano solo il leader Beppe Grillo, proprio nella sua città .
È stata l’attività a Palazzo Tursi, con le frequenti convergenze con forze di sinistra – su temi come il no alla cementificazione, la lotta agli sprechi e ai costi della politica – ad aver creato il terreno fertile per un dialogo che ora sta diventano alleanza elettorale per Putti e i suoi.
E strappo definitivo con il M5S.
Anche nella sua città , insomma, Grillo vede materializzarsi una spaccatura nel movimento.
Don Paolo Farinella, prete di strada, ha convocato un’assemblea nella sua chiesa, alle soglie del porto, per portare alle elezioni di maggio «una forza fatta di tante persone che vogliono trasparenza, competenza, legalità e nessun partito».
All’assemblea, e sarà una prima volta, «parteciperanno anche Putti e altri esponenti del Movimento 5 Stelle, uno di loro è tra i relatori».
Putti è stato candidato sindaco per i 5Stelle nel 2012. Un mese fa aveva contestato a Grillo il metodo di scelta del candidato alle elezioni regionali.
Il leader ha affidato al web la designazione, nei rigorosi confini del popolo grillino. Putti voleva attingere a competenze esterne.
Grillo lo aveva messo a tacere e Putti aveva chiuso secco: «Occasione persa».
La candidata ufficiale alle regionali, incoronata dalla rete, è la trentaduenne genovese Alice Salvatore.
Ma Putti non si è fermato. Lui e altri grillini hanno avviato contatti con pezzi di sinistra e movimenti della società civile per trovare un nome da contrapporre alla candidata del Pd Raffaella Paita.
E ora Putti e i suoi sono interessati a formare una lista civica, per appoggiare un nuovo cartello elettorale.
Chi sarà il loro candidato governatore? Dopo i nomi di Sergio Cofferati, Francesca Balzani, Sabina Rossa e Ferruccio Sansa, spunta il nome del padre di quest’ultimo, Adriano Sansa, ex sindaco di Genova ed ex presidente del Tribunale dei minori.
Michela Bompani
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 11th, 2015 Riccardo Fucile
LO GRASSO, CONDANNATO PER FATTI RISALENTI ALLE REGIONALI 2010, E’ AL CENTRO DELLE ACCUSE SUL VOTO DEI RIESINI PER LA PAITA NEL SEGGIO DI CERTOSA
La sentenza del Tribunale di Genova diventa un ulteriore tassello dell’intricato puzzle delle primarie
liguri del Pd.
Senza la giusta contestualizzazione, la condanna di Umberto Lo Grasso per l’affaire firme false alle Regionali 2010 potrebbe perdersi nel flusso delle notizie.
Un fatto di cronaca giudiziaria come tanti altri.
Se si pensa invece che proprio Lo Grasso ha giocato un ruolo, nascosto ma rilevante, lo scorso 11 gennaio, tutto assume dei contorni diversi.
Il nome di Lo Grasso è aleggiato intorno al tanto discusso seggio di Genova Certosa e compare nel verbale del presidente di seggio Walter Repetti.
Quest’ultimo sottolineò la massiccia di presenza di cittadini originari di Riesi (Sicilia) al voto. Persone che Repetti dipinge come totalmente all’oscuro delle modalità di voto “al punto di ritenere sufficiente il pagamento dei 2 euro”.
Repetti tirò in ballo proprio Lo Grasso, anch’egli originario di Riesi.
Disse di averlo visto “spesso in prossimità del seggio ad accompagnare elettori”.
Sulla base di quanto descritto da Repetti, la Sezione Criminalità Organizzata di Genova ha avviato alcuni accertamenti.
Rispetto a quei fatti, Lo Grasso per ora non risulta coinvolto.
Viceversa, ha dovuto incassare la condanna a nove mesi per falsità ideologica in atto pubblico con riferimento alle regionali del 2010.
Una condanna che, visto il ruolo da protagonista nascosto alle Primarie, accresce le perplessità sul sistema che ha agito intorno alle elezioni che hanno portato Raffaella Paita a essere candidata del centrosinistra la prossima primavera.
(da “Primocanale”)
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Febbraio 11th, 2015 Riccardo Fucile
PIUTTOSTO CHE CONTINUARE A DARE QUESTA VERGOGNOSA IMMAGINE, IL SINDACATO DI DESTRA FAREBBE BENE A SCIOGLIERSI
Sede dell’Ugl di via delle Botteghe Oscure a Roma ieri poco prima delle 17, Renata Polverini è a terra sul pavimento.
L’ex governatrice del Lazio, e oggi deputata di Forza Italia, si rialza e si getta verso Danilo Scipio, segretario dei forestali dell’Ugl.
I due si affrontano. Urla. Qualcuno grida: “Scipio, Scipio, Scipio“.
Alcune persone nella stanza provano a dividerli e la Polverini viene portata fuori. Poco dopo esce il comunicato dell”Ugl — ripartire dal territorio’ con una nota sull’accaduto: “La parlamentare forzista (Renata Polverini, ndr) verso le 16.45 di oggi, 10 febbraio, è entrata nella sede del confederale Ugl di via delle Botteghe Oscure e si è avventata fisicamente sbraitando contro il segretario nazionale Ugl corpo Forestale dello Stato Danilo Scipio. Noi di Ugl ripartire dal territorio — si legge — ignoriamo i motivi del gesto, ma abbiamo avvisato la forza pubblica alla quale chiediamo che non ci faccia mai mancare la tutela che sino ad oggi ci ha assicurato”. Non c’è ancora la versione della deputata forzista.
Ma questo il riassunto delle puntate precedenti (secondo quanto riporta oggi Fabrizio d’Esposito su Il Fatto Quotidiano): l’anno scorso la magistratura di Roma ha decapitato i vertici del sindacato, indagando sulle spese pazze del segretario Giovanni Centrella, uomo di punta del clan polveriniano.
Nell’inchiesta sono venute fuori anche varie carte di credito, di cui una della stessa ex governatrice, con spese effettuate durante un viaggio a New York.
A quel punto, tra riunioni sorvegliate dalla Digos e decine di minacciose querele, una parte dell’Ugl (soprattutto il comparto sicurezza) ha invocato una svolta moralizzatrice.
Ma si è trovata di fronte il muro della Polverini e dei suoi fedelissimi che ha imposto come segretario Paolo Capone.
Una settimana fa l’ennesimo colpo di scena: il tribunale civile di Roma rimuove Capone e nell’Ugl il caos riprende forma con mazzate e risse tra le due fazioni.
Ieri, appunto, l’ultima puntata con la zuffa
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 11th, 2015 Riccardo Fucile
IL FONDATORE DI EMERGENCY: “CRONACA DI UNA MORTE ANNUNCIATA”
“Altri 200 morti, assiderati o annegati vicino alle nostre coste. La loro nazionalità , appartenenza politica,
etnica, religiosa non mi interessa affatto”, scrive sul proprio profilo Facebook.
“Sono esseri umani in pericolo, viaggiano in condizioni disastrose che spesso diventano tragedie, vanno a picco in fondo al mare. Lo sappiamo, abbiamo visto decine di volte questo film: ma questa non è fiction, è ancora una volta ‘cronaca di una morte annunciata’”.
“Ma dove è l’Europa, e dove è l’Italia?- aggiunge sulla bacheca del social network- gli stessi paesi che ogni anni spendono miliardi dei cittadini per fare la guerra high-tech ad altri cittadini sono poi incapaci di portare soccorso a un evento già noto, e che si ripeterà di nuovo, presto? Io mi vergogno di essere italiano, mi vergogno di far parte di questa Europa indifferente alle sofferenze e complice di stragi”.
ntervistato da Repubblica, specifica: “Questo è un fenomeno ricorrente ma non siamo capaci di aiutare queste persone in pericolo, è incredibile nel ventunesimo secolo”.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 11th, 2015 Riccardo Fucile
LEGGE ELETTORALE E ABOLIZIONE DEL SENATO SONO IL PIATTO FORTE, IL RESTO SOLO ANNUNCI E LINEE GUIDA
Dodici mesi fa, quando prese il potere, oltre al semestre europeo (ce ne siamo occupati ieri, nell’analisi della politica economica del governo), l’altro tema che Renzi citava più spesso erano le riforme costituzionali.
Il quadro non era ancora chiaro, ma nei mesi lo è diventato fin troppo: si consegna nelle mani del capo del partito che vince le elezioni l’intera filiera delle istituzioni repubblicane.
I mezzi: premio di maggioranza abnorme alla lista che vince il ballottaggio; il 70% del Parlamento che continuerà ad essere nominato da Roma grazie ai capilista bloccati (e tanti saluti al potere legislativo diverso dall’esecutivo); il Senato ridotto a dopolavoro per consiglieri regionali; platea per l’elezione del presidente della Repubblica che sostanzialmente coincide con la maggioranza politica (nominata, come detto).
Il Fatto Quotidiano ha denunciato il rischio della creazione di una sorta di “democrazia autoritaria”, ma finora non ha trovato molti alleati: Italicum e riforme costituzionali sono il provvedimento qualificante di questo primo anno di Granducato toscano e solo la recente rottura (?) del patto con Silvio Berlusconi sembra poter rallentare la corsa del treno renziano.
Il resto è un bilancio non positivo: cose annunciate e mai fatte (diritti civili, auto blu), irrilevanza in politica estera, confusione e anche peggio su giustizia e riforma della P.A. (quest’ultima, peraltro, sarà operativa tra un paio d’anni, se va bene).Una buona notizia? L’assunzione dei precari della scuola.
PALAZZO MADAMA E ITALICUM
La Costituzione toscana alla prova della rottura del Nazaren
Probabilmente non sarà Matteo Renzi “l’ultimo Presidente del Consiglio a chiedere la fiducia a quest’Aula”, intesa come quella del Senato dove il nostro così parlò il 23 febbraio 2014.
La riforma costituzionale — coi 100 delegati nominati dai consigli regionali e il nuovo Titolo V — è forse il provvedimento più in bilico tra quelli promossi dal premier. A agosto scorso l’aula di Palazzo Madama consegnò al premier un primo sì tra i quattro previsti dal dettato costituzionale per modificare la Carta.
All’epoca ricevette una dote di 183 voti a favore, nessun voto contrario e quattro astenuti. Era il primo passaggio di una riforma che al tempo vedeva contraria una truppa di una ventina di senatori democratici, e un’altra piccola schiera di “fittiani” (dal nome di Raffaele Fitto, oppositore interno di Forza Italia), oltre al Movimento 5 Stelle e a chi vi era fuoriuscito nei mesi.
Oggi, dopo il mezzo naufragio del Patto del Nazareno che sorreggeva le riforme Pd/Forza Italia, potrebbero venire a mancare buona parte dei circa 60 voti che il partito di Berlusconi donava alla causa.
Voti che la maggioranza proverà a raccattare tra i nuovi “responsabili”, che oggi prendono il nome più rispettoso di “stabilizzatori”.
Per ora il provvedimento è alla Camera, dove ieri ha perso il relatore Paolo Sisto (Forza Italia).
Sull’Italicum, la legge elettorale, altra grande riforma di sistema, la situazione è più fluida. Nel senso che, nel corso della legislatura, la corte Costituzionale ha cancellato il Porcellum, lasciando “vivente” una legge elettorale proporzionale con sbarramenti per liste e coalizioni.
Sempre a febbraio passato Renzi diceva: “Non abbiamo paura di andare alle elezioni. Noi abbiamo nel nostro Dna la volontà e il desiderio di confrontarci, ma il passaggio elettorale che ci avrebbe atteso in queste ore era un passaggio elettorale nel quale, stante la legge elettorale uscita dalla sentenza della Corte costituzionale, si sarebbe riprodotto uno schema che è quello che avrebbe portato ad un sostanziale Governo di larghe intese”.
Per questo il Patto del Nazareno ha dato vita all’Italicum.
Premio di maggioranza alla lista che arriva prima, collegi con capilista bloccati, permesso di candidature multiple (fino a 10) e ballottaggio tra i primi due partiti nel caso nessuno dei contendenti raggiunga il 40% dei consensi.
Ancora nominati tutti i capilista, gli unici eletti con le preferenze sono quelli che eccedono il numero di 100, per cui il partito che vince e quello che supera il 20%. La legge, che manca di un ultimo passaggio parlamentare (in Senato) ha una pecca, per alcuni risolvibile con un decreto: vale solo per la Camera.
Per cui, ad oggi, è inutilizzabile per portare il Paese alle elezioni. Il combinato disposto tra le due riforme — come denunciato dal Fatto Quotidiano, insigni studiosi e persino da Eugenio Scalfari — mette nelle mani del capo del partito vincente le istituzioni repubblicane. L’abbiamo chiamata “deriva autoritaria”.
GIUSTIZIA CIVILE
La riforma è alle Camere, che funzioni non è affatto dett
Il settore civile della giustizia è quello meno colpito dall’annuncite del governo Renzi, ma sempre criticato dai magistrati.
È diventata legge una parte della riforma del processo civile. Una riforma, però, che non ha convinto il Csm e l’Anm perchè, hanno detto, non risolve i problemi decennali del civile sull’ingolfamento delle cause pendenti.
Secondo il Csm gli strumenti previsti dalla riforma “non appaiono particolarmente idonei ad assicurare un reale incremento dell’efficienza del sistema giustizia”. Approvato ieri in Cdm un altro pezzo di riforma del processo civile (è una legge delega su proposta della Comimissione Berruti).
Prevede una serie di regole per snellire un procedimento particolarmente “rigido” e involuto; poi la scelta linguistica di rendere le sentenze e gli atti giudiziari in generale comprensibili dalle parti (senza, dunque, l’uso di eccessivi tecnicismi); infine il potenziamento di alcuni sezioni specializzate su ambiti ritenuti meritevoli di particolari attenzioni (il Tribunale delle imprese, ad esempio, o quello dedicato alla Famiglia e ai diritti delle persone).
Da oggi, infine, verrà applicato il documento amministrativo informatico che regola una serie di norme sull’informatizzazione in generale ma che “impattano” sull’efficienza delle notifiche telematiche in ambito civile, come ha denunciato il Consiglio nazionale forense: non rendono nè più autentici nè più certi i documenti del civile prodotti via internet ma complicano la macchina.
Una macchina già sgangherata, se si pensa che ai magistrati è stata fornita una consolle che quando si blocca può restare ferma per ore o giorni perchè non è prevista l’assistenza tecnica immediata.
C’è poi l’incandescente materia della responsabilità civile, approdata alla Camera, ritenuta pessima dai magistrati e necessaria dal governo per tutelare i cittadini.
GIUSTIZIA PENALE
Molte dichiarazioni e poche leggi (e gli esperti le bocciano pure)
Leggi ben poche pure bocciate dagli esperti. Annunci tanti e anche questi criticati dagli esperti.
È il quadro, in estrema sintesi, della politica del governo Renzi sulla giustizia penale. È stata approvata la legge sull’autoriciclaggio, ma non prevede il reato se l’uso finale dell’autoattività illecita sia l’acquisto di un bene personale .
Per capirci: se un trafficante di droga ripulisce i soldi nei paradisi fiscali e poi quei soldi li usa per comprarsi una villa non può essere imputabile di autoriclaggio.
Ci sono poi i provvedimenti svuota carceri in materia di pene alternative e di custodia cautelare. Ancora nulla sul falso in bilancio. Nulla sulla corruzione. Solo proclami davanti alle telecamere per dire che ci sarà un giro di vite.
Dovrebbe esserci a breve la legge che facilita l’archiviazione dei reati poco gravi, la cosiddetta normativa sulla “tenuità dei fatti”.
È invece diventato legge il taglio di 15 giorni delle ferie ai magistrati, deciso con un decreto governativo, convertito dal Parlamento. Da 45 a 30 giorni.
Peccato che quei giorni di ferie ai magistrati servono per poter scrivere anche motivazioni di sentenze o di altri provvedimenti.
Risultato: la legge è già davanti alla Corte costituzionale. Un giudice di Ragusa l’ha ritenuta incostituzionale in base all’articolo 3 della Carta sull’uguaglianza e all’articolo 77 sui motivi di gravità e di urgenza che devono caratterizzare i decreti legge.
C’è anche un progetto che ridisegna la disciplina della prescrizione che secondo il governo è una stretta. Per i magistrati, invece, è blando. Prevede il blocco della prescrizione in caso di condanna di primo grado e solo per due anni. Un anno per l’appello e uno per la Cassazione. Insomma, il testo sembra fatto con le lacrime di coccodrillo per la prescrizione del processo Eternit celebrato per le morti dovute all’amianto.
AUTO BLU
L’eliminazione è un flop, se ne parla a fine anno
Aprile 2014, decreto Irpef, quello con il quale il governo ha previsto il bonus di 80 euro in busta paga: tra i vari punti del provvedimento, c’era la riduzione delle auto blu a cinque per ciascun ministero (quattro per quelli con un numero di dipendenti compreso tra 400 e 600 unità , tre tra i 200 e i 400, una per le amministrazioni fino a 50 dipendenti).
“Direttori generali e sottosegretari andranno a piedi o in autobus”, aveva sottolineato Renzi, ricordando che le prime 52 vetture erano già state vendute su eBay. Da allora sono state ‘licenziate’ (vendute o cedute alle Onlus) 2.934 auto blu su 55.286 (e intanto ne sono state acquistate altre 1.276).
Quelle in dotazione ai ministeri dovevano essere 93 e se ne contano, invece, ancora 1153. Il movimento c’è stato, ma con ritmi lenti.
Come nel caso del ministro per la semplificazione Marianna Madia, che ha annunciato di aver chiuso il decreto di attuazione il 25 settembre, dopo quattro mesi: quattro articoli per disciplinare la riduzione delle auto blu.
Dopo altri tre mesi, la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale e la sorpresa: la riduzione delle auto è progressiva.
Le amministrazioni con 50 vetture dovranno adeguarsi entro due mesi, quelle con più di 100 entro fine anno. E tutto slitta, ancora, al 31 dicembre 2015. Insomma, a febbraio del 2015, non c’è niente di concreto.
Tanto che, con una nota, la Madia ha lanciato un ultimatum e ha cinguettato via Twitter: “Entro 10 giorni Ministeri e PA devono informare su come si adeguano a diminuzione #autoblu“.
DIRITTI CIVILI
Ius soli e coppie di fatto: finora solo parol
Un anno fa era praticamente fatto: cittadinanza per i bambini stranieri nati in Italia e legge sulle unioni civili per gli omosessuali. “C’è un cambio di metodo profondo sulle unioni civili. Sui diritti si fa lo sforzo di trovare un compromesso anche quando questo compromesso non ci soddisfa del tutto. Ci ascolteremo reciprocamente, ma la credibilità su questo tema sarà il punto di caduta di un’intesa possibile, che già è stata costruita nel corso di questi giorni”.
Era il 23 febbraio 2014 e l’espressione “questi giorni”, dodici mesi dopo, risulta forse un po’ ottimista: le proposte di legge sulle coppie di fatto sono ancora impantanate in commissione esattamente come nel febbraio scorso e quello prima.
Anzi, come ha raccontato una decina di giorni fa Il Fatto Quotidiano, la ministro Maria Elena Boschi ha chiesto alla relatrice del ddl Monica Cirinnà di rallentare l’iter del provvedimento per non urtare gli alfaniani di Ncd: “Faremo altre audizioni”, la risposta della senatrice Pd. Le stanno facendo. Anche sul tema della cittadinanza neanche un passo avanti finora. Si era partiti a febbraio 2014 con l’annuncio di una legge che avrebbe consentito a “quella bambina che è nata nella stessa città in cui è nata la sua compagna di banco, di avere la possibilità , dopo un ciclo scolastico, di essere considerata italiana”.
Poi ciclicamente il premier ha riproposto il tema. Titolo di ottobre dei giornali: “Renzi: Ius soli temperato, sarà sufficiente un ciclo scolastico”. La legge entro fine anno, ci informava la stampa. Curioso che lunedì su alcuni giornali ci fosse questo titolo: “Unioni civili e ius soli, subito dopo le riforme costituzionali ed elettorali”. Fino al prossimo titolo?
POLITICA ESTERA
Più Putin e Al Sisi che Obama e Tsipras
Il Ministro degli Esteri è l’unico che Matteo Renzi ha sostituito: tempo pochi mesi e Federica Mogherini viene spedita a Bruxelles per guidare la politica estera della Ue, dentro Paolo Gentiloni. Normale , quindi, che gli Esteri siano stati poco centrali nell’azione di governo.
Sulla questione dei marò sotto processo in India, citata dal premier nel discorso di insediamento quasi un anno fa, non ci sono progressi rilevanti. New Delhi ha una linea ondivaga ma, passate le elezioni e archiviata a Busto Arsizio l’inchiesta sulle presunte tangenti Finmeccanica al governo precedente, non si registrano neppure peggioramenti.
Per tutta la crisi Ucraina l’Italia ha oscillato tra la linea europea — sanzioni contro gli uomini di Vladimir Putin — e l’interesse economico delle imprese italiane che sono danneggiate dai limiti all’export verso Mosca.
Renzi ha cercato più volte di accreditarsi come uomo del dialogo, ma ai vertici che contano sul caso ucraino lui non c’è (lo hanno escluso anche a Milano, quando l’Italia organizzava il summit).
Delle cose serie il presidente russo parla solo con Angela Merkel e Vladimir Putin. Più volte Renzi ha ostentato una certa simpatia per Al Sisi, il capo della dittatura militare in Egitto che però il premier sembra considerare un leader moderato (forse perchè musulmano laico).
Con gli Stati Uniti di Barack Obama i rapporti sono un po’ impalpabili: Renzi lo ha incontrato a Roma, ma la visita era stata organizzata da Enrico Letta. Nella politica europea l’Italia, falliti i tentativi di guidare un fronte anti-rigore, sembra rassegnata all’egemonia di Angela Merkel.
LA BUONA SCUOLA
Grande enfasi sulla consultazione, ma mancano i testi e la sicurezza attende
Sulla scuola Renzi ha puntato gran parte delle sue carte. Tanto che nel discorso di insediamento prometteva di recarsi in una scuola italiana “ogni mercoledì della settimana”.
Ci è riuscito all’inizio, con tanto di coro di bambini riunito a cantare l’inno al presidente, ma poi gli incontri si sono diradati. Sul tema, però, il governo ha costruito molti documenti a partire da La buona scuola e dalla proposta-choc di assumere 148 mila docenti precari.
A distanza di un anno non c’è nessun provvedimento ma il Ministero e Palazzo Chigi si fanno forti della grande consultazione di massa avutasi attorno al documento La Buona scuola. Il sito del Miur enumera i dati ma scorrendoli si scorge la volontà di enfatizzarli.
Si legge, infatti, di 1,8 milioni di partecipanti alla consultazione ma poi si scopre che 1,3 milioni sono “gli accessi al sito”. La partecipazione effettiva, in realtà , è di 207 mila persone con 130 mila risposte al questionario e 2040 dibattiti sul territorio. Chi ha partecipato ad alcuni di questi racconta di contestazioni aperte soprattutto da parte dei docenti che hanno il contratto di lavoro fermo al 2008. In ogni caso, a giorni ci saranno i provvedimenti che recepiranno le novità della consultazione ma soprattutto daranno vita alle assunzioni.
Sull’edilizia scolastica, invece, il governo dichiara interventi per 1 miliardo divisi tra “Scuole belle” (piccoli interventi, 450 milioni), “Scuole sicure” (sicurezza, 400 milioni) e “Scuole nuove” (immediatamente cantierabili, 244 milioni). Scorrendo i risultati, pubblicati con apparente precisione sui siti di governo.it   e miur.it  , si scopre però che per le scuole belle si sono spesi 150 milioni, lo stesso per le scuole sicure e gli stanziamenti per le scuole nuove hanno finora coperto 198 istituti. C’è molto da fare.
CAMBIEREMO LA P.A.
Cara Pubblica amministrazione #staiserena, la riforma pronta solo fra uno o due anni. Forse
Vorrei trovare una parola italiana che traduca efficacemente quella inglese “accountability”. Così parlava Renzi immaginando la riforma della pubblica amministrazione, — individuata correttamente, nella responsabilizzazione, nel render conto, dei dirigenti.
Oltre che in una riorganizzazione complessiva capace di approfittare delle nuove tecnologie per una amministrazione al servizio dei cittadini.
La riforma, però, è stata spacchettata: una prima parte, mediante decreto, è stata approvata ad agosto del 2014 e in quel testo si trovano misure eterogenee e, di fatto, blande. Il governo si è limitato a riformare la mobilità per gli impiegati pubblici, oggi trasferibili entro i 50 chilometri per esigenze di ufficio, ha poi dimezzato i permessi e i distacchi sindacali ma non ha intaccato, se non lievemente, il turn-over del pubblico impiego, riportato al 100% solo nel 2018.
La categoria, tra l’altro, ha il contratto bloccato da cinque anni e non si vede ancora una via di uscita. L’approvazione di quel decreto, poi, si ricorda anche per la bocciatura della sanatoria della “quota 96” gli insegnanti in età di pensione beffati, per errore, dalla riforma Fornero e mai risarciti. Il “cuore della riforma”, però, come ammesso dalla ministra Marianna Madia, è stato collocato in un disegno di legge delega presentato in Parlamento ad agosto scorso.
Nei sedici articoli della legge sono compresi interventi importanti come “la riorganizzazione dell’Amministrazione dello Stato”, la stessa “definizione di pubblica amministrazione”, “la riorganizzazione del lavoro alle dipendenze della pubblica amministrazione” e anche l’articolo che rivede le regole per la “dirigenza pubblica”. Esattamente quella per la quale sarebbe utile un’accountability.
Eppure, di tutto questo, non ci sarà traccia ancora per un bel po’ di tempo.
Il testo, come detto, giace in Commissione Affari Costituzionali del Senato dal 5 agosto 2014. Attorno ad esse si gioca la battaglia degli emendamenti e dei posizionamenti politici.
Ad esempio, quello relativo alla licenziabilità o meno dei dipendenti pubblici, sollevato da un esponente della maggioranza, Pietro Ichino, che dal gruppo di Scelta civica è appena approdato a quello del Pd.
Non sappiamo se con le stesse, bellicose, intenzioni. Infine, trattandosi di una legge delega, il provvedimento diventerà operativo se, entro dodici mesi dalla sua approvazione, saranno emanati i decreti attuativi. Insomma, “pubblica amministrazione stai serena”, per utilizzare gli slogan di Renzi.
Cannavò, Della Sala, Feltri, Mascali e Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 11th, 2015 Riccardo Fucile
SUL “FOGLIO” SI INTERROGA SULLA SVOLTA A 360° DI BERLUSCONI
“Che s’è fumato Berlusconi?”. Se lo domanda, con la consueta ironia, Giuliano Ferrara sul Foglio, dove si
firma non più con il suo simbolo (l’elefantino rosso) ma col nome per intero.
L’ex direttore del quotidiano riflette sul repentino cambio di bandiera dell’ex premier, mettendone in evidenza la “spericolatezza a 360 gradi”.
Una spericolatezza che, in passato, lo ha sempre portato a vincere qualcosa: le elezioni, un governo di coalizione bipartisan, la rielezione di Napolitano e così via.
“Si può passare in un amen dalla pratica e difesa di un patto per le riforme come il Nazareno all’opposizione senza se e senza ma, a 360 gradi addirittura, e agli ottomila emendamenti al nuovo Senato, più denuncia di una deriva autoritaria e abbraccio corsaro con il Matteo della felpa e del ‘no euro’? Oppure, sempre in tema di tossicità e politica: c’è ricascato?”
Ferrara ricorda la giravolta con cui, nel giro di 15 mesi, Berlusconi passò dal sostenere la Bicamerale per le Riforme a fulminare il patto e accusare Massimo D’Alema di tradimento.
Così “cominciò la rincorsa per la rivincita elettorale del 2001 contro l’Ulivo, coalizione delle sinistre, riacchiappando la Lega di Bossi e rifacendo un centrodestra maggioritario.
Fu la volta che vinse e poi presiedette il governo per cinque anni, l’intera legislatura, una prima assoluta nella storia italiana. Che s’era fumato?”
“Ora nel 2015 siamo una condanna dopo, una scissione di opportunisti ministeriali dopo, siamo sulla soglia degli Ottanta, come sempre con un partito berlusconiano frantumato negli interessi di gruppo e particolari eccetera”, prosegue Ferrara.
“Berlusconi, dopo l’elezione del cattolico Mattarella, pur ‘ottima persona’ dice lui, accusa Renzi di tradimento e prepara le elezioni, senza la garanzia stavolta nè della data nè di partecipare personalmente, con la sua forza di trascinamento; e con una situazione della coalizione potenziale molto imbrogliata, uno sta al governo e l’altro fuori dall’euro (e il partito un po’ fuori di testa).
Ma, regionali a parte, si potrebbe votare con il proporzionale, e alla fine morto un patto se ne farebbe un altro.
“Che s’è fumato Berlusconi? Siamo sicuri che ci sia ricascato?”
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 11th, 2015 Riccardo Fucile
BERLUSCONI ASSEDIATO DAI BIG: “ORA DIPENDIAMO DA SALVINI”… VERDINI: “SIAMO FINITI ALLO SBANDO”… FITTO: “SIAMO ALLE COMICHE”
«Io su questa rottura ormai ci ho messo la faccia, non posso certo tornare indietro», racconta Silvio Berlusconi quasi a voler convincere se stesso ancor prima che i suoi commensali.
Al pranzo di Palazzo Grazioli, con i capigruppo Brunetta e Romani, arriva anche Gianni Letta, che fa ritorno alla casa del leader dopo il gelo seguito alla trattativa sul Colle, imputata a lui e a Verdini, il «duo tragico» nella definizione della Rossi. «Quella frattura non è imputabile certo a me, ma al signor Renzi» continua nel suo ragionamento l’ex Cavaliere.
«Il Nazareno così com’è a me non interessa più». Insomma, è la conferma della linea dura che poi il capogruppo Brunetta riporta a Montecitorio dopo aver depositato 800 tra emendamenti e sub emendamenti.
E che il capo intende ribadire oggi nell’assemblea dei gruppi parlamentari convocata per le 14.
Tutto – comprese le dimissioni del relatore Francesco Paolo Sisto – sembra portare verso un voto finale negativo, nel fine settimana, sulla riforma costituzionale. Anche se una decisione non è ancora presa e anche tra i fedelissimi alcuni parlano di una possibile uscita dall’aula o astensione.
Ma non era questa preoccupazione a occupare ieri i pensieri dei deputati forzisti, tra una votazione e l’altra a Montecitorio.
Nel partito già balcanizzato al suo interno, adesso è panico da assalto leghista. Maurizio Gasparri lo ha anche scritto in una lettera riservata consegnata a Berlusconi: «Non possiamo fare il pendolo tra un Matteo e l’altro. Salvini è bravo in tv e a raccogliere voti, ma non vince le elezioni» è la sua tesi. Non è l’unico.
Di una vera e propria Opa del Carroccio parlano sotto voce al capo, e non da ora, i big lombardi, da Paolo Romani a Maria Stella Gelmini.
In queste ore si è fatto sentire anche il governatore campano Stefano Caldoro, l’unico in casacca forzista in tutta Italia.
A maggio si vota per il rinnovo, «ma se davvero l’Ncd ci abbandona in Campania, per colpa della rottura con la Lega in Veneto e Liguria, noi senza il loro 8-9 per cento siamo spacciati» è il messaggio recapitato a Palazzo Grazioli.
Ma sono in tanti ad aver fatto presente all’ex premier quanto sia alto il rischio che il Carroccio fagociti Forza Italia da qui a tre mesi.
Non solo perchè Matteo Salvini, ridimensionando già la portata dell’accordo di domenica sera ad Arcore, ieri ha escluso che la Lega possa sostenere in Toscana e Liguria candidati diversi dai suoi: «Noi non abbiamo firmato accordi con nessuno». Ma anche perchè, alla prova dell’aula, quando si è trattato di fare fronte comune ieri sulla riforma, il risultato è stato disastroso.
Su 64 sub emendamenti del capogruppo Brunetta all’articolo 31, per esempio, in nessun caso gli uomini di Salvini hanno votato a favore.
In più di un’occasione invece i deputati forzisti hanno ricevuto l’ordine di votare con la maggioranza, in altre con la Lega e perfino in sostegno delle proposte di modifica dei Cinque stelle.
E ancora, tabulati alla mano, su 70 deputati del gruppo, in 34- 35 hanno partecipato in media alle votazioni, 5 sono risultati in missione, e 30-31 non hanno quasi mai partecipato.
Insomma, defezioni e caos che regna sovrano tra quelle file.
Con Brunetta che ha perso le staffe in più di un’occasione. Soprattutto quando, a fine giornata, il vicepresidente della Camera, il renziano Roberto Giachetti, con un Tweet lo ha messo alla berlina. «Fi vota in tre modi: verde (favorevoli), bianco (astenuti) e rosso (contrari). Compatti a difesa del tricolore! #pocheideemaconfuse».
I parlamentari dell’area Fitto sono sempre più distanti. «Se questa è la cosiddetta opposizione dura, Renzi può purtroppo dormire sonni tranquilli» spiega fuori dall’aula Daniele Capezzone.
Denis Verdini non è stato invitato a Palazzo Grazioli, a differenza di Letta.
Ma dopo un breve viaggio a Londra ieri si è presentato puntuale nella sede del partito, come nulla fosse, e lì è rimasto chiuso tutto il giorno.
Lo spettacolo di Montecitorio se l’è goduto a distanza. Bocca cucita, sfogo solo coi suoi: «Sto a guardare, certo che così siamo proprio allo sbando».
Raffaele Fitto invece è a Strasburgo, coi suoi 38 è rimasto in contatto telefonico fino a sera, e la linea che sembra prevalere porterebbe oggi a disertare l’assemblea con Berlusconi.
«Inutile, cosa dovremmo andare a sentire? Noi contro queste riforme lo siamo sempre stati – è il ragionamento riportato del capocorrente –. Siamo alle comiche, noi pensiamo alla nostra manifestazione del 21 febbraio ».
In serata a Palazzo Grazioli è stata invitata Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia. Con lei, oltre che con Salvini, il leader forzista punta a ricostruire il centrodestra.
A cominciare dalle regionali.
L’ex ministra, che sponsorizza la candidatura di Giovanni Donzelli in Toscana, si dice disponibile, «a patto che con Renzi non facciate altri scherzi e sabato Fi voti contro la riforma».
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 11th, 2015 Riccardo Fucile
ALLA CAMERA SI DIMETTE IL RELATORE SISTO, GLI ALTRI VOTANO A CASO
Si erano presi una settimana di tempo per riprendersi dalle fatiche dell’elezione di Sergio Mattarella e
per sedare i rancori di chi aveva subìto la scelta del Capo dello Stato senza essere invitato al tavolo delle decisioni.
Ma evidentemente la pausa di riflessione non è bastata.
Il primo giorno di rientro al lavoro sulle riforme costituzionali finisce con un espulso, il lancio di fascicoli da 400 pagine e le dimissioni del relatore del ddl Boschi, Francesco Paolo Sisto, Forza Italia.
Non stanno per nulla sereni, a Montecitorio.
E il presidente della Repubblica, tornato ieri per la prima volta alla Camera per la cerimonia sulle Foibe, non pronuncia nemmeno una sillaba di fronte al castello che aveva costruito Giorgio Napolitano e che d’improvviso viene giù.
Già dalla mattina, si era intuita aria di tempesta.
Con un colpo di teatro, il berlusconiano più vicino a Raffaele Fitto, alle 11 e mezza comunica all’Aula che la sua faccia, su quella riscrittura della Carta, non ce la mette più.
“Il mio partito ha rotto il Patto? — sintetizza Sisto — Io non posso rimanere a fare il centravanti del Nazareno”.
Sente il “dolore profondo del giurista” (“non c’è nulla di più esaltante — dirà — che scrivere di prima mano la Costituzione”).
Ma almeno adesso, dice Sisto, “Forza Italia è libera di non essere scontenta, di scegliere solo quello che le piace”.
Segue una serie di dichiarazioni di apprezzamento della “responsabilità ” di Sisto.
E tutta l’opposizione — dalla Lega ai Cinque Stelle a Sel — domanda se non sia il caso di prendere atto che qualcosa è cambiato: “In una democrazia normale — dice Arturo Scotto, capogruppo del partito di Nichi Vendola — si fermano le bocce e si ridiscute tutto”.
Ma dal Pd la replica è la solita: turbo ai motori, “avanti tutta”.
È da poco passato mezzogiorno quando il vicepresidente della Camera Roberto Giachetti scandisce il cronoprogramma.
Altro che bocce ferme: M5S e Sel, avverte, “hanno esaurito i tempi previsti dal contingentamento”. Per loro, la discussione è finita. Daniele Capezzone, anche lui fittiano di Forza Italia, interviene in loro difesa.
Dice al ministro Maria Elena Boschi, per tutto il giorno in Aula a presidiare le truppe:“Stiamo discutendo della riforma costituzionale, occorre una grande dignità del dibattito. Mi permetta: questa è un’Assemblea costituente e che voi siete nella posizione che fu di giganti come Giuseppe Saragat e Umberto Terracini. Decidete su questo come avrebbero deciso Giuseppe Saragat e Umberto Terracini. Ve la figurate quell’Assemblea costituente, con Croce, Einaudi, De Gasperi e altri ancora, che parla per trenta secondi sulla metà degli emendamenti che sono rimasti?”.
Gli illustri precedenti, evidentemente, non intimidiscono. Si vota.
E al primo emendamento è già caos.
Elena Centemero, incaricata per Forza Italia delle dichiarazioni di voto, viene subito impallinata dai compagni di banco.
“Lei diceva una cosa — conferma Fabrizio Cicchitto, seduto a pochi metri di distanza — e almeno in dieci votavano il contrario”.
Maurizio Bianconi — già ideatore della sigla ‘Forza Renzi’ per ribattezzare il suo partito — non si nasconde: “Qui io non so chi governa la questione. Prendiamo atto che Forza Italia è in maggioranza, che vota le riforme, che fa finta di essere all’opposizione e che ha risuscitato il Nazareno dopo dodici ore”.
La giornata prosegue così: con i voti dei berlusconiani quasi sempre dalla stessa parte dei renziani e con le pattuglie di Fitto in completa anarchia.
E pure con la certezza — chiarissimo il labiale di Debora Bergamini, una delle poche a stretto contatto con il capo — che Berlusconi non sia ancora deciso sul cambio di rotta. “Sisto — dice la Bergamini — non si doveva dimettere”.
Ma a sera, i guai di Forza Italia, paiono schermaglie rispetto ai tumulti di Sel.
Quando arriva la conferma che i tempi di discussione non verranno allungati , il capogruppo Scotto chiude l’ultimo intervento a sua disposizione con un vaffa.
Poi lancia il fascicolo da 400 pagine con gli emendamenti al disegno di legge.
Marina Sereni, in quel momento presidente dell’aula, alza la voce. Dai banchi alla sua estrema sinistra partono uno, due, tre, quattro fascicoli. Sfiorano i banchi del governo. Adriano Zaccagnini, quello con la mira più precisa, viene espulso.
Maria Elena Boschi è ancora lì seduta. La Sereni urla: “Avete voluto dimostrare qual è il grado di tenuta di quest’Aula, perfetto! Onorevoli colleghi! Questo spettacolo non è uno spettacolo degno di un Parlamento che vuole discutere. Va bene. Sospendo la seduta”.
Paola Zanca
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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