Destra di Popolo.net

BERLUSCONI: “RESTO IL CAPO DELLA COALIZIONE, MA I PM MI VOGLIONO IN GALERA”

Febbraio 24th, 2015 Riccardo Fucile

PRESSING DELLE COLOMBE PER RECUPERARE IL DIALOGO CON RENZI… LO SCONTRO CON FITTO

«L’offensiva è ripartita e questa volta per sbattermi in galera e togliermi di mezzo definitivamente, dalla campagna delle regionali e dalla scena politica ».
Silvio Berlusconi è un leader “azzoppato” e turbato.
Nel lunedì del pranzo con i figli e i capi Mediaset, della lunga riunione con l’avvocato Ghedini, ripete a voce alta tutti gli incubi che lo attanagliano in queste ore.
È un fantasma che ritorna. La paura adesso è di perdere la libertà  personale, l’incombenza delle «misure cautelari» proprio ora, proprio a un passo dalla riconquista di quella stessa libertà  con la fine dei servizi sociali fissata per l’8 marzo. La fobia è cresciuta di giorno in giorno, man mano che le notizie e le indiscrezioni sull’inchiesta Ruby-ter hanno invaso giornali e siti web come non accadeva da anni.
L’umore a Villa San Martino, ma anche a Roma in tutto il quartier generale, è assai cupo.
Parla di «accanimento», l’ex Cavaliere, ricondotto all’esigenza della procura di prorogare l’indagine sull’ipotesi di corruzione in atti giudiziari (che scadrebbe a marzo) per altri sei mesi.
Più in generale, in una lettura tutta politica, Berlusconi confessa ai figli andati a trovarlo a pranzo che tutto sarebbe pronto per cancellarlo «dalla scena proprio mentre mi preparo a tornare in campo in prima persona, in vista delle regionali di maggio».
E colpirlo in un momento di estrema debolezza interna (gli affondi e gli attacchi quotidiani di Fitto e dei suoi) ed esterna, con la Lega di Salvini che ha sorpassato Fi nei sondaggi e lancia un’Opa su tutto il centrodestra.
Con questo stato d’animo oggi il leader forzista farà  rientro a Roma dopo due settimane, per tentare di distrarsi e tuffarsi nelle cose del partito, ragionare sulla grana delle alleanze in Veneto.
Berlusconi è tentato per metà  dalla ripresa del dialogo con Salvini, per l’altra metà  dalla vendetta e il sostegno al ribelle Tosi contro Zaia.
Il partito però è quasi paralizzato, la sindrome è da stato d’assedio.
La preoccupazione è che non siano solo gli ex An a organizzarsi per sopravvivere alle macerie post berlusconiane, ma che siano in procinto di tagliare la corda, oltre ai fittiani, anche altre frange interne.
Il senatore leghista Raffaele Volpi, tra i promotori della Lista Salvini al Sud, si vantava con i colleghi di aver ricevuto solo ieri tre deputati di Forza Italia, propensi al grande salto. Cosa accadrà  dopo le regionali?
E poi c’è il conto in sospeso con Matteo Renzi sul tavolo delle riforme.
L’annuncio del premier di voler rimettere mano alla legge Gasparri (che disciplina tutta l’emittenza tv) è risuonata come una minaccia ad Arcore.
Non manca chi da giorni sta provando a convincerlo a riprendere il dialogo con Palazzo Chigi, magari con ambasciatori diversi, senza Verdini, come sostengono in privato da Toti a Romani.
Ieri è stata Mariastella Gelmini a rivendicare il ruolo ancora attivo di Fi: «Il patto del Nazareno è stato archiviato, ma non lasceremo al Pd il merito di fare le riforme» è la sintesi.
L’unico dato positivo, in queste ore, è il dato sugli iscritti, ancora ufficioso.
Nella sede di San Lorenzo in Lucina, alla chiusura del 31 gennaio (dopo alcune proroghe) risulterebbero registrati circa 105 mila.
Con una minima linfa finanziaria (tra 15 e 30 euro a tessera), che comunque non risolleva le sorti delle casse.
E proprio su soldi e ammanchi sono volati gli stracci ieri tra la Puglia e Roma, ultima puntata della guerra interna.
Luigi Vitali, neo commissario berlusconiano in regione, racconta di aver scoperto che solo 3 parlamentari pugliesi (Amoruso, Bruno, Savino, «il 10 per cento») avrebbero pagato gli 800 euro di contributi al partito; che quell’ammanco avrebbe costretto a chiudere la sede regionale di Bari («Con un disavanzo di 50 mila euro»); che «questi signori vanno in giro per l’Italia con pullman messi a disposizione non si sa da chi e da chi pagati ».
Tutti i parlamentari fittiani hanno contrattaccato in coro, «abbiamo provveduto in autonomia al mantenimento dei costi delle sedi e del personale delle sedi provinciali» e così per i pullman con cui avrebbero portato 12 mila militanti a Piazza del Popolo a Roma e altri 5 mila in occasione della decadenza.
Dietro gli stracci, il caso politico è la mancata candidatura dei dissidenti nelle liste pugliesi, confermata dallo stesso Vitali: «Hanno fatto le loro scelte, se ne assumono la responsabilità , candidarli non sarebbe coerente ».
Dove finirà  questa storia? «Fitto ha spinto i suoi soldatini fin troppo “oltre”, per usare il suo slogan, ovvero in un altro partito – racconta l’ex sottosegretario alla Giustizia – Quindi destinati a scomparire».

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)

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INTERVISTA A MARYSTELL POLANCO: “HO RESTITUITO LA CASA A BERLUSCONI, PORTA SOLO GUAI”

Febbraio 24th, 2015 Riccardo Fucile

A “DIVA E DONNA” L’EX OLGETTINA: “NON HO ANCORA PARLATO CON I MAGISTRATI, HO DECISO DI TAGLIARE I PONTI CON IL PASSATO, VOGLIO FARE LA COSA GIUSTA”

“Ho scritto a Ilda Boccassini semplicemente perchè mi sembrava la cosa giusta e ragiono sempre con la mia testa. Voglio essere sincera… Per me stessa, ma soprattutto per mio marito e i miei figli”.
Così Marysthell Polanco in un’intervista esclusiva al settimanale “Diva e donna” commenta la lettera inviata al procuratore aggiunto nella quale chiedeva di essere sentita nell’ambito dell’indagine Ruby ter.
Come anticipato dall’Huffington Post, l’incubo di Silvio Berlusconi si è materializzato.
L’ex Cav, secondo una fonte a lui vicina, “è terrorizzato. Che succede se qualche olgettina si pente? Succede che stavolta è finita”.
Poco dopo è arrivata la notizia: l’olgettina “pentita” vuole parlare con i magistrati.
La showgirl dominicana, al settimo mese di gravidanza vive a Monthey, nella Svizzera francese col marito cestista Westher Molteni ed è indagata nell’ambito dell’inchiesta “Ruby ter” per falsa testimonianza e corruzione: “Non ho ancora parlato coi pm” precisa però la Polanco nell’intervista.
“Ho letto che avrei già  iniziato a collaborare, ma non è così. La Boccassini, qualche settimana fa, mi ha già  contattata tramite email perchè voleva ascoltarmi, ma non sono andata in procura perchè non ho più un avvocato di cui mi possa veramente fidare. Al momento non posso permettermi un legale; ho deciso di cambiare la persona che mi seguiva prima, anche perchè avrei voluto scrivere prima ai magistrati, ma lui non voleva. Non voleva fare quello che gli dicevo…”.
Sulla raccomandata spedita da casa dell’amica Aris Espinoza: “Lei non c’entra nulla, non c’è alcuna alleanza o fazione fra noi ragazze”.
Sulle perquisizioni domiciliari: “Non mi hanno perquisita solo perchè non ho più una casa a Milano. Ho deciso di restituire l’abitazione a Milano 2 a Berlusconi perchè porta solo guai, per me e per lui. Gli ho lasciato tutto, gli ho detto che non mi interessa niente”.
Conclude la Polanco: “Qui in Svizzera sono serena, tranquilla: ho tagliato i ponti col passato”.

(da “Huffingtonpost“)

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GENOVA: DAI PETROLIERI SOLDI ALL’ASSOCIAZIONE DI BURLANDO, INDAGA LA PROCURA

Febbraio 24th, 2015 Riccardo Fucile

IL GRUPPO PETROLIFERO EUROPAM FINANZIAVA “MAESTRALE”, RIFERIMENTO DEL GOVERNATORE DELLA REGIONE LIGURIA

Finanziamenti sistematici durante la campagna elettorale, ma anche dopo le elezioni. E sponsorizzazioni a iniziative che legano indissolubilmente, e in maniera diretta, il nome del gruppo petrolifero Europam e della famiglia Costantino a quello del presidente della Regione Claudio Burlando.
Lo hanno scoperto i finanzieri del nucleo di polizia tributaria, indagando sulle pressioni esercitate per lungo tempo da una lobby dell’energia su partiti ed esponenti della politica, in primis regionale.
Non solo: i militari coordinati dal procuratore aggiunto Nicola Piacente segnalano come i soldi siano usciti in maniera illegale perlomeno dai depositi della società  privata.
Soprattutto: il pm, nel cuore dell’estate scorsa, ha ordinato in gran segreto alle Fiamme Gialle di acquisire tutte le carte sui movimenti nei conti dell’Associazione Maestrale, di cui Burlando è il vertice, per il quinquennio «compreso fra 2009 e 2014».
Il governatore, va precisato, non risulta indagato; ma è indiscutibile che ci sia un’inchiesta di Procura e finanzieri sulle sovvenzioni che ha ricevuto da un’azienda il cui manager ha già  ricevuto un avviso di garanzia per i rapporti anomali con altri partiti.
Il governatore, interpellato dal SecoloXIX, si mostra stupito dell’entità  degli importi e dice «Non ho mai incontrato Costantino, ma la mia associazione ha sempre incamerato correttamente i finanziamenti che arrivavano da fonti diverse. Non mi occupavo direttamente dei conti, ci sono dei revisori. Comunque le attività  di Europam non sono mai state coinvolte direttamente in questioni di competenza della Regione».

Marco Grasso e Matteo Indice
(da “il Secolo XIX”)

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CHE BELLE LIBERALIZZAZIONI: CAMBIO OPERATORE, ARRIVA LA PENALE

Febbraio 24th, 2015 Riccardo Fucile

RISPUNTANO I COSTI PER IL PASSAGGIO: “SI RISCHIANO ANCHE PIU’ DI 100 EURO”

Tradire un operatore diventerà  costoso.
La pratica di passare da un marchio all’altro per godere di offerte più convenienti, che nel caso della telefonia mobile può rivelarsi particolarmente interessante (ne abbiamo parlato qui), è tuttora tutelata dalla legge 40 del 2007, altrimenti detta legge Bersani, secondo cui “i contratti per adesione stipulati con operatori di telefonia e di reti televisive e di comunicazione elettronica, indipendentemente dalla tecnologia utilizzata, devono prevedere la facoltà  del contraente di recedere dal contratto o di trasferire le utenze presso un altro operatore senza vincoli temporali o ritardi non giustificati e senza spese non giustificate da costi dell’operatore”.
Adesso è il disegno di legge sulla Concorrenza approvato venerdì 20 febbraio dal Consiglio dei Ministri a (provare a) scompaginare le carte: “Nel caso di risoluzione anticipata […] l’eventuale penale deve essere equa e proporzionata al valore del contratto e alla durata residua della promozione offerta”.
Torna quindi, nero su bianco, la penale che la Bersani aveva eliminato lasciando esclusivamente i costi tecnici dovuti alla eventuale disattivazione.
Doppio passo indietro
Quanto dovuto, secondo il testo, dovrà  essere coerente con il valore dell’accordo e i mesi restanti in base a quello che è stato pattuito nel momento della firma.
“Così facendo”, spiega al Corriere della Sera il responsabile dei rapporti istituzionali per Altroconsumo Marco Pierani, “l’operatore può far pesare sulla fine anticipata del contratto, che non può essere superiore ai 24 mesi, l’investimento in marketing per promuovere l’offerta”.
Se il decreto dovesse concludere inalterato tutto l’iter necessario per entrare in vigore, quindi si “rischierà  di andare oltre al centinaio di euro. Un doppio passo indietro considerando che aspettavamo addirittura un limite concreto all’entità  dei costi di disattivazione”, prosegue Pierani.
Il 20% del mercato delle Sim
Nonostante la Bersani, infatti, in questi anni il Garante delle comunicazione è dovuto intervenire con multe da centinaia di migliaia di euro per ribadire quanto previsto dalla legge 40. Si tratta nel caso specifico di linee fisse, segmento che secondo Pierani “rischia di dare i maggiori problemi”.
Per quello che riguarda la telefonia mobile, da un lato la concorrenza e la maggiore agilità  del settore hanno garantito condizioni più favorevoli, dall’altro proprio il “ritorno delle penali rischia di peggiorare la situazione” a fronte dei costi comunque applicati per la chiusura dei rapporti.
A quali vanno eventualmente aggiunte le rate restanti dei telefonini compresi nell’accordo.
Quando si parla di cessazione anzitempo dei contratti si prende in considerazione poco più del 20% del mercato delle Sim, con la percentuale restante che sceglie la ricaricabile.
Secondo l’ultimo spaccato trimestrale Agcom, a fine settembre le linee trasferite hanno superato i 74 milioni.

Martina Pennisi

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SVIZZERA, I FORZIERI GIA’ SVUOTATI: MORTO UN PARADISO SE NE FA UN ALTRO

Febbraio 24th, 2015 Riccardo Fucile

L’ITALIA FIRMA L’ACCORDO CON LA SVIZZERA CONTRO L’EVASIONE. MA I CAPITALI SPORCHI SONO GIà€ VOLATI ALTROVE

Dopo due anni e mezzo di negoziati, l’accordo è fatto: fine del segreto bancario.
Il ministro delle Finanze Pier Carlo Padoan e la consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf hanno firmato ieri il protocollo con cui la Svizzera esce dalla lista nera italiana dei Paesi che non permettono uno scambio adeguato di informazioni, solo ai fini della voluntary disclosure (l’autodenuncia), perchè ora dispone di una convenzione con Roma per evitare doppie imposizioni fiscali in cui è inserita una clausola sullo scambio di informazioni su domanda, conforme allo standard Ocse.
L’intesa — che dovrà  essere ratificata per via parlamentare dai due Paesi — è applicabile a fatti avvenuti dal giorno della firma in poi.
Il primo effetto è quello di rendere più conveniente far emergere i capitali detenuti illecitamente in Svizzera.
Inoltre, i due Paesi hanno sottoscritto una roadmap, un impegno politico per il futuro su diversi punti in ambito fiscale e finanziario, tra cui lo scambio automatico di informazioni, l’imposizione sui lavoratori frontalieri, l’accesso ai mercati finanziari, le black list italiane e la questione di Campione d’Italia.
La manovra si dovrebbe dispiegare nell’arco di otto mesi.
“Ci saranno grandi benefici per la finanza pubblica italiana perchè l’intesa pone le condizioni di una maggiore trasparenza e fiducia tra i contribuenti e l’amministrazione”, ha sottolineato il ministro Padoan annunciando anche che il 26 febbraio l’Italia firmerà  un patto in materia fiscale anche con il Liechtenstein.
La peste dell’evasione è stata debellata?
Chi è in paradiso (fiscale) riporterà  subito in patria valigie piene di dobloni?
Non ci sarà  più bisogno di liste Falciani, Pessina eccetera? Non proprio.
Certo, i piccoli (sotto il milione di euro) furbetti italiani si troveranno a dover regolarizzare per necessità . E anche se decidessero di spostare verso altre piazze offshore i loro risparmi non potrebbero comunque riportare i capitali a casa nel momento del bisogno, quello che fino a poco tempo fa avveniva al confine con la Svizzera grazie agli spalloni.
Ma gli evasori più grandi non opteranno per l’autodenuncia perchè hanno già  deciso di volare lontano con la difficoltà  che tale tipo di scelta implica per il titolare del conto ma con difficoltà  anche maggiori per il fisco italiano che in questi casi ha perso l’ultima e definitiva occasione di far emergere i capitali esportati illegalmente.
Le alternative ai caveau elvetici non mancano.
Le Isole Vergini britanniche ha attratto nel 2013 denaro per 92 miliardi di dollari posizionandosi al quarto posto nella relativa classifica mondiale.
Al primo ci sono gli Stati Uniti con 159 miliardi, poi Cina con 127, Russia con 94 miliardi (tutti in gas, petrolio e metalli).
In sostanza le ex isole inglesi hanno visto arrivare nei propri confini più soldi che India e Brasile messi assieme.
E oltre il 99 per cento dei 92 miliardi sono finiti nei trust e nelle banche che continuano a mantenere quasi totale segretezza per poi fuoriuscire verso altre località .
Per avere un’idea del fiume di denaro transitato, basta dividere la somma per il numero di abitanti: più di 3 milioni pro capite.
Il tutto alla faccia delle liste bianche e grigie. Ecco perchè, secondo alcuni esperti, i trattati bilaterali servono solo a far spostare miliardi di dollari in altri Paesi sfruttando le nuove tecnologie che consentono di muovere il denaro sempre più facilmente.
Meglio sarebbe avere una sorta di catasto globale dei patrimoni finanziari consultabile dalle nazioni interessate.
Nel frattempo, la Cina si sta impegnando per creare nuove piazze offshore, in Tibet e a Samoa, mentre l’Inghilterra vede enormi potenzialità  in Kenya.
Quanto agli Usa, uno studio del 2013 (ovvero quando le norme Ocse erano già  tutte in vigore) della banca Mondiale ha dimostrato che delle 817 società  di facciata comparse in 213 casi di corruzione investigati in tutto il mondo, ben 102 sono risultate registrate negli Stati Uniti (in particolare in Nevada, Delaware e Wyoming).
Due volte quelle registrate a Panama, stato amico degli States che è molto indietro con la firma degli accordi, e sette volte quelle delle Isole Cayman.
Morto un paradiso, se ne fa un altro.

Camilla Conti
(da “il Fatto Quotidiano”)

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EX AN: LA GRANDE AMMUCCHIATA COI SOLDI DEI MILITANTI MISSINI

Febbraio 24th, 2015 Riccardo Fucile

FERVONO I CONTATTI E I LAVORI IN CORSO: UN CONTENITORE PER METTERE LE MANI SUI 230 MILIONI DELLA FONDAZIONE

Nello sfascio del centrodestra in corso, tra gli orfani di Alleanza nazionale e dintorni cresce la sensazione del “si salvi chi può”: si rispolverano le agende telefoniche, si vanno a ripescare amici di gioventù, camerati del tempo che è stato, persone che per i mille rivoli della vita si sono allontanate pur di sopravvivere.
Nella cassaforte della Fondazione An ci sono 230 milioni ancora intatti, nonostante tutte le beghe di questi anni tra gli ex colonnelli. E fanno gola a tutti.
“I soldi ci sono – dice a Repubblica Ignazio La Russa – Ora bisogna ricostruire la destra, senza fare operazioni nostalgia”.
Siamo all’amarcord per necessità , anche se il simbolo di An affittato a Fdi ha portato poca fortuna alla Meloni alle ultime europee.
Nel formicaio di rapporti che si riallacciano, svetta il progetto che Isabella Rauti in Alemanno ha ribadito nei primi giorni di febbraio nel convegno di presentazione del movimento Prima l’Italia: “Pensiamo a un grande contenitore da lanciare dopo il risultato del voto delle regionali, che presumiamo non sarà  entusiasmante per il centrodestra, nel quale si potranno riconoscere tutti coloro che hanno voglia di riaggregazione”.
Insomma c’è un cantiere a cielo aperto per la creazione di un “soggetto politico unico a destra” come specchietto per i gonzi.
Al convegno della Rauti al cinema Adriano di Roma c’erano il marito Alemanno, dirigente di Fratelli d’Italia, Francesco Storace (presente ovunque, anche dai Ricostruttori di Raffaele Fitto), c’era Ignazio La Russa, fondatore di Fdi.
E nel gioco rientrerebbe anche Gianfranco Fini, che secondo l’amico Ignazio “sconta un ostracismo nella destra che, ammetto, è superiore alle sue pur non poche responsabilità “.
Nel frattempo c’è qualche altro ex che ha deciso di darsi una mossa: Altiero Matteoli non è tipo da stare con le mani in mano.
Dall’interno di Forza Italia è a lavoro con Maurizio Gasparri per un convegno di area a Roma fissato a marzo.
L’ex ministro dell’Ambiente frena e dice che lavora per l’unità  di Forza Italia: “E del centrodestra che qualcuno vorrebbe minare”.
Marzo segnerà  il vero inizio della campagna elettorale per le prossime elezioni di maggio: sabato 28 febbraio ci sarà  in Piazza del Popolo a Roma la manifestazione “Renzi a casa, Salvini a San Vittore” organizzata dalla premiata ditta “sistemamogli” e “cognati d’Italia”
A suggellare la “proposta indecente” sabato 7 marzo a Venezia, sarà  Salvini a contraccambiare miss photoshop.
Se i missini che hanno accantonato e donato soldi e immobili negli anni di piombo avessero mai immaginato che i 230 milioni potessero finire in mano a tali soggetti probabilmente avremmo assistito a un rogo che avrebbe fatto impallidire Nerone.
Si nasce incendiari e si finisce col reggere il pitale dell’acqua del Monviso.
Non resta che sperare nei mulinelli improvvisi del Po.

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FARSA PRIMARIE CAMPANIA ATTO QUINTO: LE CONSULTAZIONI SI FARANNO

Febbraio 23rd, 2015 Riccardo Fucile

VINCE LA LINEA DI DE LUCA E COZZOLINO

Chi la dura la vince. E stavolta, salvo un assai improbabile ribaltone last minute, l’hanno vinta i due vecchi leoni del Pd campano, Vincenzo De Luca e Andrea Cozzolino: le primarie per il candidato governatore dunque si faranno il primo marzo, nonostante tutto. E in effetti le primarie campane, ancor prima dell’apertura dei seggi, sono già  in cima al podio delle primarie più folli nella breve storia del Pd.
Dovevano tenersi a metà  dicembre, sono state rinviate cinque volte, e anche dopo averle fissate al primo marzo, circa una settimana fa, gran parte del partito locale (con robuste sponde a Roma, visto che Renzi non gradisce nessuna delle due candidature di De Luca e Cozzolino) ha tentato in ogni modo di farle saltare.
Riunioni su riunioni, pressing, telefonate, sono servite a poco o nulla.
I tentativi di Renzi di convincere il presidente dell’Autorità  anticorruzione Raffaele Cantone sono caduti nel vuoto, e anche l’ipotesi di schierare il ministro della Giustizia Andrea Orlando sono naufragati.
Per non parlare dei numerosi tentativi per indurre il sindaco di Salerno al ritiro, dopo la condanna per abuso d’ufficio e le clausole della legge Severino, che ne farebbero, in caso di vittoria alle regionali, un governatore più che dimezzato.
Ci ha provato Lorenzo Guerini, Luca Lotti ha ricevuto il sindaco a Palazzo Chigi.
Lo stesso Renzi ci ha messo del suo. Niente da fare.
Impermeabile a ogni pressing in queste settimane De Luca ha sparso veleno a piene mani sui vertici del Pd, definendo la telenovela primarie un “circo equestre”, dicendosi “disgustato” dal partito e spiegando che “per farmi ritirare mi devono sparare in testa”. Nel suo comitato, poi, le date delle primarie cancellate sono state giocate al lotto.
Più sobrio il rivale Andrea Cozzolino, che di passi indietro non ne ha fatti, ma si è mantenuto su binari più ordinari, senza assalti alla diligenza.
E comunque ha sempre continuato, come del resto De Luca, a fare campagna elettorale in tutta la regione con “il passo del montanaro”.
Il terzo candidato sarà  Gennaro Migliore, ex capogruppo di Sel poi folgorato sulla via del renzismo.
Era proprio lui, qualche settimana fa, l’uomo proposto dai renziani in Campania come candidato unitario per superare le primarie.
Ma la proposta è naufragata, e così Migliore si è dovuto mettere in corsa per le primarie con lo slogan “Vai mò”.
Ma la sua campagna è iniziata pochi giorni fa, e sconta un ritardo pesantissimo, tanto che i bookmakers lo danno dietro Cozzolino e De Luca con ampi margini di distacco.
Alle primarie, che sono di coalizione e non del solo Pd, corrono anche il socialista Marco di Lello e Nello Di Nardo dell’Idv.
Nel fine settimana, e fino a domenica sera, il gruppone che voleva far saltare le primarie (che comprende renziani, parte dei bersaniani, uomini di Franceschini e Frioroni, ex lettiani) le ha provate praticamente tutte.
Prima una riunione fiume giovedì pomeriggio alla Camera sotto la regia di Guglielmo Epifani (capolista Pd in Campania alle ultime politiche), poi un altro vertice domenica sera in un hotel di Napoli.
E ancora questa mattina, un altro vertice fiume, mentre ormai il tempo era evidentemente scaduto.
Il gruppone, che sulla carta conta su più del 60% delegati (quota necessaria per indire una assemblea Pd e far saltare le primarie), alla fine non ha trovato la quadra tra chi voleva come candidato “unitario” il presidente del Cnr ed ex ministro Luigi Nicolais e che insisteva per Migliore.
Da Roma, poi, nel fine settimana è venuta meno la necessaria copertura politica per una operazione molto ardita, come sarebbe quella di cancellare le primarie a cinque giorni dalla convocazione dei gazebo e con Napoli già  piena di enormi manifesti che invitano i cittadini alle urne.
Una situazione da teatro dell’assurdo, e infatti alla fine Renzi e Guerini hanno deciso di starne fuori.
“Sulle primarie in Campania deciderà  il partito campano”, ha messo a verbale la vicesegretaria Debora Serracchiani.
“Servono regole chiare, che non debbano essere interpretate. Per il resto, a fronte di alcune criticità  non è il caso di buttare l’acqua sporca con il bambino visto che abbiamo fatto un grande passo avanti con le primarie”.
E del resto sia De Luca che Cozzolino avevano fatto presente al premier segretario cosa sarebbe successo se la vecchia Ditta, pochi giorni prima delle primarie vinte dal rottamatore, avesse fatto saltare tutto con qualche escamotage regolamentare.
“Hanno capito che qui in Campania si rischiava di creare un precedente molto pericoloso”, spiega Cozzolino ad Huffpost. “Le primarie non sono superabili”.
In caso di cancellazione, sia lui che De Luca sarebbero pronti ad andare per le vie legali, statuto alla mano.
Per non parlare dello spettacolo di una assemblea regionale per lanciare un candidato unitario che rischierebbe di trasformarsi in una corrida, a beneficio delle telecamere.
E del resto, trattandosi di primarie di coalizione, difficilmente può bastare per annullarle un pronunciamento del solo Pd.
E così, ormai anche i pasdaran del no alle primarie, preoccupati dal rischio di replicare quanto successo a gennaio in Liguria, si sono rassegnati: “La speranza è l’ultima a morire. Io ho sempre auspicato una sintesi e il superamento delle primarie con l’accordo su un nome condiviso. Ma oggi è lunedì e mi sembra che la speranza sia quasi equivalente al periodo ipotetico del terzo tipo”, dice Umberto Del Basso De Caro, deputato Pd campano e sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti.
Così anche il segretario regionale Assunta Tartaglione: “Al momento non è pervenuta nè alla segreteria regionale nè all’ufficio di presidenza del partito alcuna richiesta di convocazione dell’Assemblea del Pd. La segreteria regionale sta lavorando per garantire lo svolgimento delle primarie, che restano fissate al primo marzo, dopo l’ultimo rinvio che è avvenuto per motivi tecnici”.
Con la conferma delle primarie, sembra sfumare l’ipotesi di un allargamento della coalizione a spezzoni di Ncd, che si erano detti pronti a convergere sulla candidatura di Nicolais.
Quanto ai pronostici, nello staff di Cozzolino si respira un certo ottimismo, visto che la vicenda della condanna ha comunque appannato l’immagine di De Luca.
Ma il sindaco di Salerno, secondo un sondaggio Digis commissionato dai socialisti, sarebbe in testa con il 47%.
Numeri giocoforza ballerini, visto che, a sei giorni, non c’è ancora la certezza ufficiale che le primarie si terranno.
E gli elettori Pd, più ancora che in Emilia, potrebbero reagire allo spettacolo di questi mesi disertando le urne.
Sullo sfondo, il fantasma delle primarie napoletane del 2011, vinte da Cozzolino e poi annullate per varie irregolarità  dai vertici nazionali Pd.
In quel caso, nel mirino c’era anche il grande numero di immigrati ai seggi.
Un rischio che stavolta dovrebbe essere escluso, visto che per 16enni e immigrati si è scelta la pre-registrazione. E, in tutto, si sono iscritte non più di 50 persone.

(da “Huffingtonpost”)

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NEL PAESE PIU’ A RISCHIO TERREMOTI DIMEZZATE LE UNIVERSITA’ DI GEOLOGIA

Febbraio 23rd, 2015 Riccardo Fucile

I DIPARTIMENTI DI GEOLOGIA PASSANO DA 38 A 27 E ORA A 8

Qual è il Paese europeo più colpito dai terremoti? L’Italia.
Quello più colpito dalle frane? L’Italia.
Quello più colpito dall’emorragia di geologi? L’Italia.
È tutto in questo paradosso, insensato, uno dei grandi problemi che ci affliggon
Via via che il territorio si rivelava più a rischio, le opportunità  per i giovani di studiare geologia sono diventate sempre meno, meno, meno..
Il colmo è stato toccato all’università  di Chieti. Dove, a causa prima delle spaccature interne e poi della necessità  di trovare una scappatoia alla rigidità  della legge voluta nel 2009/2010 da Maria Stella Gelmini, decisa (con buone ragioni, anche) ad arginare l’eccesso di dipartimenti spesso mignon con la soppressione o l’accorpamento di quelli più piccoli, è nato il «Disputer».
Dipartimento di Scienze Psicologiche Umanistiche e del Territorio.
Che tiene insieme gli psicologi che indagano nel sottosuolo delle menti umane e geologi che studiano il suolo e il sottosuolo della terra.
Un capolavoro.
Come se, per sopravvivere a una spending review, si fondessero insieme una carpenteria navale e un quartetto di violini
Eppure quali siano le estreme fragilità  geologiche del nostro territorio è sotto gli occhi di tutti.
Lo dice il sito ufficiale della Protezione civile: «L’Italia è uno dei Paesi a maggiore rischio sismico del Mediterraneo, per la frequenza dei terremoti che hanno storicamente interessato il suo territorio e per l’intensità  che alcuni di essi hanno raggiunto, determinando un impatto sociale ed economico rilevante. La sismicità  della Penisola italiana è legata alla sua particolare posizione geografica, perchè è situata nella zona di convergenza tra la zolla africana e quella eurasiatica ed è sottoposta a forti spinte compressive… ».
Lo ripete l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia ricordando che sul territorio Italiano (in Francia c’è solo il Puy-de-Dà’me che dorme da sei millenni, in Grecia solo Santorini) «esistono almeno dieci vulcani attivi» e cioè i Colli Albani, i Campi Flegrei, il Vesuvio, Ischia, lo Stromboli, Lipari, Vulcano, l’Etna, Pantelleria e l’Isola Ferdinandea. Più, se vogliamo, il Marsili che, adagiato nel mare tra il golfo di Napoli e le Eolie, è il più esteso del continente. La storia conferma: come scrivono nel volume «Il peso economico e sociale dei disastri sismici in Italia negli ultimi 150 anni» Emanuela Guidoboni e Gianluca Valensise, «dal 1861 ad oggi nel nostro paese, tra i più martoriati, ci sono stati 34 terremoti molto forti più 86 minori» per un totale di almeno 200 mila morti e 1.560 comuni, tra cui 10 capoluoghi, bastonati più o meno duramente. Uno su cinque.
Non bastasse, la relazione al Parlamento della «Struttura di missione contro il dissesto idrogeologico» ricorda che oltre ai terremoti c’è il resto: «486.000 delle 700.000 frane in tutta l’Ue sono in 5.708 comuni italiani».   Quasi il 69%.
Con un progressivo aggravarsi della situazione, denunciata da Paola Salvati e altri nello studio «Societal landslide and flood risk in Italy»: tra il 1850 e il 1899 l’Italia è stata colpita da 162 frane più gravi, triplicate nel mezzo secolo successivo (1900-1949) salendo a 509 per poi aumentare a dismisura tra il 1950 e il 2008 fino a 2.204. E in parallelo crescevano morti, dispersi, sfollati…
A farla corta: avremmo bisogno di un esercito di geologi schierato sulle trincee della ricerca, dei piani urbanistici, delle mappe delle aree a rischio da aggiornare diluvio dopo diluvio.
E invece la geologia è sempre più ai margini dell’università  italiana.
Una tabella del Cun (Consiglio universitario nazionale) dice tutto: dal 2000 al 2014 i professori ordinari di Scienze della Terra hanno avuto un crollo del 44,4%.
E i dipartimenti «puri» di geologia, senza gli accorpamenti con altre materie magari a capriccio, sono scesi in una mappa drammatica di confronto che pubblichiamo nel grafico sotto, da 27 (in origine erano 38) a 8. Con la prospettiva di ridursi fra tre anni, visti i numeri, a cinque: Milano, Padova, Firenze, Roma, Bari.
Un delitto.
Tanto più che, dopo essere precipitati tra il 2003 e il 2008 da 1490 a 1064, gli studenti a che hanno deciso di immatricolarsi nelle materie geologiche sono poi impetuosamente aumentati fino a sfondare nel 2012 il tetto di 1541.
Con un aumento del 46%. Prova provata che negli ultimi anni cresce una nuova consapevolezza di quanto il nostro Paese abbia bisogno di quei giovani da mandare al fronte contro il dissesto del territorio.
Sono anni che il Parlamento è stato chiamato a correggere le storture create dalla rigidità  esagerata, in settori come questo, della riforma Gelmini.
Ed è dall’estate del 2013 che giace in Parlamento una proposta di legge, prima firmataria la pd Raffaella Mariani, per riscattare «la sostanziale scomparsa dei dipartimenti di scienze della terra».
La denuncia di «un grave degrado della qualità  della vita e della tutela della pubblica incolumità » e di inaccettabili anomalie («a volte strutture pubbliche, quali scuole, ospedali e stazioni, vengono costruite in aree a rischio») è rimasta però, per ora, lettera morta.
«Oggi i 1.020 docenti e ricercatori dell’area delle scienze della terra risultano dispersi fra 50 atenei in 94 dipartimenti diversi con una media di meno di 11 unità  per dipartimento», denunciava un anno e mezzo fa la Mariani, «Il caso più eclatante è quello dell’Emilia-Romagna, regione con grandissimi problemi geologici e con quattro università . In nessuna di queste è sopravvissuto un dipartimento di scienze della terra.
A Bologna, nell’università  più antica del mondo dove nel 1603 Ulisse Aldrovandi coniò il termine “geologia”, oggi non esiste più un dipartimento… »
Sulle proposte tecniche lanciate per restituire nuova vita alla materia così essenziale per la salute del territorio e degli italiani non vi vogliamo annoiare.
Si va da una maggiore elasticità  sul numero minimo di iscritti alla richiesta di una piccola quota del Fondo per la prevenzione del rischio sismico da destinare «al finanziamento di progetti di ricerca finalizzati alla previsione e prevenzione dei rischi geologici».
Possono bastare? Boh… Ma certo occorre una svolta.
O i lamenti che si leveranno davanti alle macerie e ai lutti del prossimo terremoto o della prossima frana suoneranno ancora più ipocriti…

Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)

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IL GIUSLAVORISTA LASSANDARI: “CON IL JOBS ACT POTERE UNILATERALE ALL’IMPRENDITORE”

Febbraio 23rd, 2015 Riccardo Fucile

PIENA LIBERTA’ DI ASSEGNARE I DIPENDENTI A MANSIONI DI INQUADRAMENTO INFERIORE E ANCHE DI RIDURRE GLI STIPENDI

L’imprenditore avrà  piena libertà  di demansionare i propri dipendenti e ridurre gli stipendi con accordi individuali.
E grazie a un decreto del 2011, il lavoratore, in deroga alla legge, potrà  perdere anche più di un livello di inquadramento.
Questi sono gli effetti del terzo decreto attuativo del Jobs act esaminato in via preliminare dal Consiglio dei ministri nell’analisi del professor Andrea Lassandari, docente di diritto del lavoro all’Università  di Bologna, sede di Ravenna.
Innanzitutto, premette il giuslavorista, la norma è di portata generale, quindi si applicherà  a tutti i lavoratori subordinati, con vecchi e nuovi contratti: si parla di milioni di persone.
E anche in questo caso, come nel decreto sul contratto a tutele crescenti, si pone il problema dell’eventuale estensione delle norme al settore pubblico.
“È una questione che andrà  chiarita, ora è un punto di domanda — spiega il docente -. È vero che esiste una disciplina speciale per gli statali, ma per i rapporti contrattualizzati ciò che avviene nel privato può avere un impatto anche nel pubblico”.
Andando a esaminare il testo, il cuore della norma recita così: “In caso di modifica degli assetti organizzativi aziendali che incidono sulla posizione del lavoratore, lo stesso può essere assegnato a mansioni appartenenti al livello di inquadramento inferiore“.
“La modifica degli assetti organizzativi vuol dire tutto e niente — sottolinea il professore — È un presupposto che è tutto nelle mani dell’azienda. Il disegno complessivo del Jobs act è questo, al centro c’è il potere unilaterale dell’imprenditore“
E se il decreto facilita il declassamento del lavoratore, al tempo stesso ne rallenta invece il passaggio a un livello più alto.
“Prima l’assegnazione a una mansione superiore diventava definitiva dopo tre mesi di lavoro in quell’attività  — spiega il giuslavorista -. Con il decreto, questo arco di tempo passerà  da tre a sei mesi”
Un altro passaggio importante del testo prevede che “possono essere stipulati accordi individuali di modifica delle mansioni, del livello di inquadramento e della relativa retribuzione”.
Questo significa — spiega Lassandari — che il lavoratore può essere convinto o indotto ad accettare livelli inferiori di tutela, sul piano delle mansioni ma anche della retribuzione”.
È vero, precisa il professore, che un’operazione del genere deve avere il consenso del dipendente e che si svolge in sedi dove il lavoratore non è lasciato da solo di fronte all’imprenditore.
“Ma con il Jobs act — aggiunge — l’azienda può mettere il dipendente di fronte a un bivio, soprattutto nel caso dei neo assunti: o il lavoratore accetta le sue condizioni, che possono comprendere riduzione di mansione o di stipendio, o sarà  licenziato con un indennizzo di poche mensilità ”.
La questione del demansionamento si inserisce, secondo Lassandari, nel contesto di una pratica già  attuale.
Il riferimento è al decreto 138 del 2011, varato dal governo Berlusconi, secondo il quale i contratti aziendali e territoriali “operano anche in deroga alle disposizioni di legge” in materia di mansioni, orari di lavoro, assunzioni e licenziamenti, “ed alle relative regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro. In sede aziendale si può fare un diritto del lavoro à  la carte, costruito a proprio piacimento — ragiona -. Il Jobs act può essere derogato in peggio. Se la legge parla di un solo livello di demansionamento possibile, il contratto aziendale può fissarli a due, per esempio. Un combinato catastrofico”.
Il decreto, secondo il professore, prevede inoltre un “duplice declassamento“, che potrà  avvenire non solo in senso verticale, ma anche orizzontale.
Il professore si riferisce a un semplice cambio di espressioni nell’articolo del codice civile modificato dal Jobs act.
Il testo prevede che il lavoratore debba essere adibito a “mansioni riconducibili allo stesso livello di inquadramento delle ultime effettivamente svolte”, mentre prima si parlava di “mansioni equivalenti“.
Cosa cambia tra mansioni “equivalenti” e “dello stesso livello”? In apparenza nulla, ma in sostanza la differenza c’è.
“Ora sarà  possibile declassare un lavoratore mantenendolo all’interno dello stesso livello”, spiega il professore che, per chiarire la questione, ricorre a un esempio. Si pensi a un’impresa che produce biciclette e motociclette e a un operaio che per tanti anni si è occupato di bici. A un certo punto, l’azienda decide di dismettere il comparto moto e di spostare il dipendente proprio in quel settore, destinato al declino, pur tenendolo all’interno dello stesso livello. “Prima l’operaio aveva un futuro, la sua carriera era assicurata — spiega il docente — Con il passaggio alle moto, è collocato su un binario morto. Prima del Jobs act, questa operazione era un declassamento, ora non lo sarà  più”.

Stefano De Agostini
(da “il Fatto Quotidiano”)

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