Febbraio 23rd, 2015 Riccardo Fucile
IL SISTEMA-MOGLI ACCUSA IL SINDACO DI VERONA DI BOICOTTARE LA CANDIDATURA DI ZAIA… LA REPLICA: ” A VOLTE LE DISTANZE SI COLMANO, A VOLTE NO”
Dopo l’autocandidatura a leader del centrodestra lanciata da Matteo Salvini, è scontro aperto tra il
segretario della Lega e il sindaco di Verona Flavio Tosi, portavoce dell’anima più “moderata” del Carroccio è perciò bollato come “ribelle”.
Oggetto del braccio di ferro sono le prossime elezioni regionali in Veneto: il segretario della Lega sostiene la ricandidatura dell’attuale governatore Luca Zaia, mentre il sindaco della città scaligera si propone come candidato capace di guardare anche al centro.
La polemica va avanti a colpi di dichiarazioni.
Salvini accusa apertamente Tosi di voler boicottare Zaia.
“Ipotizzare di candidarsi contro di lui o di metterlo in difficoltà non mi sembra utile in questo momento”, ha ribadito l’eurodeputato a Radio Padania.
“Se ci sono litigi da fare – ha aggiunto Salvini- li si faccia nelle sedi opportune e poi si trovi un accordo e si vada a vincere. Io spero che Zaia e Tosi trovino l’intesa e poi andiamo a ragionare di temi concreti. Non è il momento di litigare”.
Non solo. L’ira del segretario si appunta anche sulla manifestazione del Carroccio sabato a Roma, che vede ancora in bilico la presenza di Tosi.
“Metto i puntini sulle i per i militanti – dice – non è possibile che Tosi dichiari in un’intervista che non ha ancora deciso. Mi girano le palle, soprattutto a nome dei militanti che pagano la benzina o i biglietti di pullman e treni di tasca loro. Perciò la presa in giro non va. Non è bello da un dirigente pagato. Vieni. Punto. Poi discutiamo della regione”.
“Con Salvini ci sono sicuramente delle distanze. Poi in politica certe volte le distanze si riescono a colmare, certe volte no”, ha risposto Tosi.
“Tutti vogliono vincere in Veneto – ha continuato – però ci vogliono linearità , coerenza e rispetto per le persone”.
“Nessuno favorisce nessuno” ha rilevato poi sulle ‘accuse’ del segretario leghista che una sua candidatura alla presidenza del Veneto favorirebbe la candidata del centro-sinistra, Alessandra Moretti.
Quanto alla manifestazione romana, Tosi si è difeso: “Ho già detto che la mia presenza dipenderà dai miei impegni di sindaco”.
E in risposta alle accuse del segretario: “Non credo che si riferisse a me, perchè io non sono pagato dalla Lega. Il mio unico stipendio è quello di sindaco”.
Le differenze tra i due sono evidenti soprattutto sulla questione delle alleanze per le prossime elezioni regionali.
Mentre Salvini oppone un “no” netto a Ncd, perchè sostiene il governo del “nemico numero uno” Matteo Renzi, ed è disposto a una collaborazione con Forza Italia purchè, però, “rimanga all’opposizione”, Tosi è più possibilista.
Il primo cittadino di Verona apre convintamente sia a Forza Italia che ad Angelino Alfano, convinto che occorra guardare anche al centro, oltre che a destra, per poter creare un’alternativa capace di sfidare il premier.
Una posizione condivisa anche da altri leader del partito, come lo stesso Zaia e Roberto Maroni, governatore della Lombardia.
Monica Rubino
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 23rd, 2015 Riccardo Fucile
IL “TANGO ASSASSINO” DEL DUO POLANCO-ESPINOSA FA TREMARE SILVIO
Per ora dalla procura escono “indizi”, spifferi sul “pentimento” delle olgettine. A breve si attende la “scossa”.
Quando si capirà il contenuto delle “confessioni”. Questione di giorni, non di settimane.
Silvio Berlusconi sente che il cerchio si stringe. Ecco perchè l’ansia pervade tutto il suo mondo.
Per la prima volta, pure una penna amica come Giuliano Ferrara, evoca sul Foglio l’eventualità più drammatica: “La gogna della galera ultima ipotesi di sfascio attorno a Silvio Berlusconi”.
Segno che è questo lo spettro che si aggira ad Arcore: il crollo giudiziario, addirittura l’arresto.
Sugli house organ, meno intellettuali del Foglio, verso i magistrati tornano toni ruvidi: “Toghe irresponsabili” titola il giornale sulla vicenda di Vittorio Emanuele.
Paura della “galera”, strali contro i giudici.
Il tribunale di Milano invaso dalle olgettine chiamate dalla procura per il Ruby bis. Pare di essere tornati indietro di anni. Indiscrezioni fuori controllo. Sospetti.
E soprattutto è la Polanco che fa davvero paura. Perchè nessuno, neanche tra i legali di Berlusconi, sa dire con certezza cosa sia successo tra il teste chiave e la procura.
La sensazione è che una deposizione già ci sia. E che la procura attorno a questo dato cruciale abbia alzato un meccanismo di sicurezza proprio per non far uscire notizie in questa fase.
Perchè è da tempo che la ragazza si è sottratta al controllo militare esercitato da Arcore sulle olgettine
Di certo c’è che a settembre 2014 la ragazza disse al suo avvocato Andrea Buondonno che voleva collaborare. Raccontare “la verità sulle cene ad Arcore”, sulle “minorenni che andavano in villa”, sul “sistema di pagamento”.
Anche sulla droga? “Ma quale droga” dice l’avvocato, “quella non c’entra”.
Sono dunque mesi che la Polanco pensa al “pentimento”, allo scambio tra salvezza e “confessione” su Berlusconi che attesti il nesso tra denaro e falsa testimonianza delle ragazze.
L’altra sensazione è che la Polanco non sarebbe l’unica ad aver iniziato il negoziato con la procura. Ad Arcore, in particolare, si seguono i movimenti di Aris Espinoza e delle sorelle De Vivo.
Ecco perchè il cerchio si stringe.
Sono questi i giorni decisivi per quello che Berlusconi vive come “l’assalto finale”. Lo dice anche Ferrara, senza tante perifrasi: “I tempi sono importanti. La Cassazione deve pronunciarsi a giorni sull’appello assolutorio (del Ruby 1, ndr)… Non si può mollare l’osso proprio ora. Serve una nuova intimidazione con procedure oggettive, ai sensi del codice, e serve assolutamente il “pentimento”, cioè la resa al pm, di qualche teste utile a reimpostare il caso”.
Ovvero a rispedire in Appello il Ruby 1. Dove a quel punto i tempi sarebbero molto rapidi, perchè si rifà solo l’Appello senza la fase dell’imbastimento delle prove. Tempi rapidi che incrociano i tempi, altrettanto rapidi del Ruby ter, dove proprio i “pentimenti” stanno consentendo alla procura di accelerare.
E lì non rischia il rinvio a giudizio per corruzione in atti giudiziari solo Berlusconi, ma anche il cerchio magico. Al momento della trasmissione degli atti, nel registro degli indagati figuravano Longo, Ghedini e Mariarosaria Rossi, braccio destro dell’ex premier.
È la prima volta che è un intero “sistema” a tremare, non solo Berlusconi. Ed è per questo che, dopo aver fatto uscire un gruppo di parlamentari, è possibile che nei prossimi giorni si assisterà a un escalation.
Affidando ai capigruppo di Camera e Senato la richiesta di intervento sulla procura di Milano al ministro Orlando. Per provare a “intimidire” i giudici e fermare la valanga di pentimenti.
Quello di Aris Espinosa sembra già scritto, visto il suo legame con la Polanco.
Le due stanno anche incidendo un disco assieme, dal titolo Tango assassino.
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 23rd, 2015 Riccardo Fucile
“HO RINUNCIATO AL MANDATO PERCHE’ NON CONDIVIDO IL NUOVO CORSO”
È stato la sua “ombra” per quattro lunghi anni. 
L’ha seguita, assistita e consigliata dal giorno in cui il Rubygate è deflagrato con l’effetto di una bomba aiutandola ad ammortizzare i colpi mentre il terreno sotto ai suoi piedi cominciava a tremare.
Da quattro mesi, però, Marysthell Polanco, la “pentita” di Arcore che poche settimane fa avrebbe scritto di suo pugno una lettera al procuratore aggiunto Ilda Boccassini (che si è occupata del caso Ruby dalle indagini preliminari fino alla sentenza di primo grado), ha perso il suo avocato di fiducia.
Un giallo nel giallo, questo.
Perchè, chi avrebbe dovuto difenderla nel momento più delicato dell’inchiesta Rubyter – che la vede indagata per falsa testimonianza insieme ad altre 20 ragazze – ha deciso di abbandonarla proprio a un passo dalla fine delle indagini preliminari?
A rispondere, interpellato da HuffPost, è lo stesso (ormai ex) legale della bella dominicana, Andrea Buondonno, appartenente al Foro di La Spezia.
Che rivela: “Già da ottobre Marysthell mi aveva parlato delle sue intenzioni”.
Lei ha difeso la Polanco fin dall’inizio del Rubygate. Proprio ora che le indagini preliminari stanno finendo lei rinuncia a difenderla. Perchè?
Non dovrebbe chiedermi perchè, ma quando.
Quando è successo?
È successo quattro mesi fa. A ottobre. Ho rimesso il mandato il 20 ottobre, per la precisione.
Cos’è successo, quel 20 ottobre?
Marysthell già da un po’ di tempo aveva cominciato a parlarmi di questa sua intenzione di scrivere una lettera, andando così completamente contro la linea difensiva che avevamo scelto e portato avanti fino a quel momento. Una scelta dal mio punto di vista inspiegabile, visto che non aveva nulla da temere.
Quindi è da quattro mesi che la Polanco prepara il suo “pentimento”?
Io, materialmente, all’epoca, quella lettera non l’avevo letta. Però sì, era da ottobre che parlava di queste intenzioni. Ma non parlerei di pentimento. Io a questo punto non posso sapere se Marysthell sa qualcosa di diverso rispetto a quello detto in aula.
Dalle intercettazioni telefoniche emerge che la sua ex assistita aveva contatti frequentissimi con Berlusconi e che aveva ricevuto numerosi regali e buste di denaro. Inoltre nel suo vecchio appartamento di via Olgettina così come in quello di altre due ragazze la polizia trovò – ancora prima che la notizia di Karima El Mahroug diventasse di dominio pubblico – una copia del famoso verbale di Ruby redatto alla presenza di Lele Mora, l’avvocato Giuliante e “un emissario di lui” mai identificato…
Ma guardi, Marysthell poteva benissimo difendersi da tutte le accuse di falsa testimonianza, da quello che ho letto negli atti dell’inchiesta. Le sue deposizioni sono sempre state coerenti. Non è questo il punto.
E qual è il punto?
Che da un momento all’altro Marysthell ha deciso di invertire la rotta e io non potevo continuare a seguirla in questa sua nuova mossa. “Ti porterà solo del male quel gesto”, le ho detto. Ovviamente parlo da un punto di strategia difensiva. Ma lei non mi ha dato retta. Da un punto di vista difensivo è stata una scelta che non potevo appoggiare, da un punto di vista personale, visto che non ne capivo le vere ragioni, neppure.
Ma è stata una scelta autonoma, quella della Polanco, o lei crede che sia stato qualcuno a convincerla a scrivere quella lettera ?
Una scelta sicuramente autonoma. Ha fatto di testa sua. Io voglio bene a Marysthell ma con me non è stata trasparente e questa cosa davvero non l’ho capita.
Potrebbe averlo fatto perchè ha paura di un eventuale rinvio a giudizio e di una eventuale condanna, visto che ormai quelle feste sono un lontano ricordo ed ha appena avuto un bambino. O più semplicemente potrebbe aver deciso di collaborare perchè, così facendo, è stata l’unica per la quale non c’è stato mandato di perquisizione…
Non so se c’è una motivazione legata alla sua nuova vita. E comunque, lei è sicura che la perquisizione non c’è stata perchè Marysthell ha collaborato o piuttosto perchè ha la residenza in Svizzera e occorrerebbe una rogatoria?
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 23rd, 2015 Riccardo Fucile
“RESTA SOLO IL SUO TESORO PERCHE’ NEL MSI NON SI RUBAVA”… “LA MORTE DI TUTTO E’ STATA A FIUGGI, SI SONO VENDUTI IL PARTITO A FORZA ITALIA SENZA ASCOLTARE LA BASE”
“Ma di quale destra parliamo? Oggi per ritrovarla mi dovrebbe aiutare Federica Sciarelli del programma Chi l’ha visto? Basta guardarsi intorno, i compagni di strada di mio marito si sono rivelati poca cosa o si sono eclissati, e non c’è più nessuno che ne abbia raccolto l’eredità politica”.
Lo afferma al Giornale Assunta Almirante, vedova dell’ex leader dell’Msi, Giorgio.
“Nell’ Msi – ricorda Almirante – nessuno rubava, ecco perchè i nostri eredi politici hanno un patrimonio di 100 milioni”.
Sarà che la destra è finita, come dice donna Assunta, ma intanto tra gli ex An sono partite le grandi manovre per provare a riorganizzarsi.
Lo riporta un articolo su Repubblica firmato da Carmelo Lopapa.
I soldi ci sono, i 230 milioni chiusi a doppia mandata nella cassaforte della fondazione An e salvati per ora da litigi giudiziari e veti incrociati tra i “colonnelli”. Case e uffici per altrettante sedi di partito, pure, sparse in tutta Italia. Un lusso, in questi tempi di magra e di finanziamenti pubblici azzerati. “Ora si tratta di ricostruirla, quell’area, perchè An c’è ma sarebbe grave riesumare un’operazione nostalgia” ammette il pur volenteroso Ignazio La Russa.
La destra italiana, da anni ormai in piena diaspora, è tutta un cantiere, l’attività ferve sotto traccia, sveglia puntata all’indomani delle europee di maggio.
“Perchè qui il rischio è di essere risucchiati tutti da Salvini e dalla Lega e noi questo non lo possiamo accettare”, spiega Isabella Rauti, ispiratrice assieme al marito Gianni Alemanno della manifestazione che due settimane fa, al cinema Adriano di Roma, ha posto le basi per la “cosa” post An
Assunta Almirante invece, sempre sul Giornale, ripercorre la svolta di Fiuggi, spiegando che “è stato lo sbaglio peggiore, la morte di tutto”, “non fu un congresso vero, la nostra gente quel giorno non c’era e la decisione di sciogliere l’Msi e di trasformarlo in un partito di governo fu calata dall’alto. Vidi scene indegne,esponenti del partito che votavano con due mani”.
“I responsabili dell’operazione – rievoca la vedova dell’ex leader Msi – furono ovviamente Fini, ma anche Tatarella, che di fatto vendettero il partito a Forza Italia. L’errore, poi pagato a carissimo prezzo, fu di chiudere casa propria per andare a fare gli ospiti sgraditi in casa d’altri”.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 23rd, 2015 Riccardo Fucile
SOLO A MILANO IN VENDITA IMMOBILI PER UNA SUPERFICIE UGUALE A CENTO CAMPI DI CALCIO
Nella sola Milano il governo conta di vendere caserme per una superficie fondiaria equivalente a
cento campi di calcio.
E tuttavia, a fronte di tanto patrimonio in eccesso, non rinuncia a spendere un milione di euro l’anno per affittare Palazzo Diotti, il monumentale edificio in Corso Monforte che nel 1803 fu scelto da Napoleone in persona per insediare il suo Regno D’Italia. Cortile d’onore, giardino gentilizio, i colonnati e gli affreschi dell’Appiani ne fanno uno fra i più prestigiosi del centro storico.
Da 156 anni questo gioiello è il “Palazzo del Governo”, la sede della locale Prefettura. E da lì, nessuno la schioda.
A Roma, del resto, sono sei le caserme oggetto di “valorizzazione” a fronte di quattro milioni di euro che ogni anno vengono versati per affittare due immobili in centro con la funzione di uffici territoriali del governo.
Città che vai, paradossi che trovi.
Se però si prende l’elenco dei beni pubblici in vendita e lo si incrocia con la lista dei 150 che il governo affitta a privati (scarica), il paradosso diventa un assegno da 30 milioni di euro che ogni anno vola letteralmente fuori dalla finestra delle Prefetture. Quasi mai per motivi logistici e funzionali, quasi sempre con la causale della “rappresentanza di governo” che tiene fuori dai portoni la “razionalizzazione” della spesa e pure il buon senso dell’uomo comune, quello che ha portato il 78,2% delle famiglie italiane a fare enormi sacrifici per avere una casa di proprietà anzichè buttare i soldi in un affitto.
Ecco, lo Stato fa l’esatto contrario: pur avendo patrimonio da vendere ne affitta altro, a peso d’oro.
Guai poi a chi alza la testa e mette il dito nella piaga.
Se un sindaco prova a sfrattare il prefetto fa subito notizia.
Succede a Grosseto, dove il primo cittadino, ormai “commissario liquidatore” della Provincia, ha proposto di salvare i conti dell’ente vendendo lo storico palazzo in piazza Fratelli Rosselli.
Potrebbe fruttare sei milioni di euro, se solo prefetto e funzionari si “accontentassero” del nuovo e grandissimo palazzo della Questura, che appartiene al Tesoro e dunque non richiederebbe alcun affitto.
L’epilogo è tutto da scrivere, ma Grosseto potrebbe diventare un caso di scuola e l’occasione per mettere in discussione la pretesa dei prefettizi di stare in centro a carico dei contribuenti italiani che varcano quei portoni solo per gentil concessione il 2 di giugno, in occasione della Festa della Repubblica. Firenze, Milano, Torino, Roma e Napoli. Ecco una carrellata di situazioni surreali.
Caserme, riparte il carosello della vendita
La premessa è che sono 25 anni che governi d’ogni colore carezzano l’idea di fare cassa col mattone, a partire dalle fantomatiche caserme che l’abolizione della leva e la riduzione dei corpi militari ha reso gusci vuoti dentro le città .
A ogni curva di finanziaria l’esecutivo di turno rimette in ballo una giostra di liste e ambiziosissimi programmi di vendita, con risultati finora alquanto modesti.
Anche il governo Renzi ci prova con 1.500 immobili ritenuti non necessari dai quali prevede di incassare 220 milioni di euro quest’anno e 100 nel 2016.
L’operazione è affidata alle cure del ministro della Difesa Roberta Pinotti che ha istituito una task force e predisposto un decreto per facilitare il processo di dismissione in tutto il Paese.
Da allora sono partite girandole di tavoli tecnici e si sono sottoscritti protocolli d’intesa con cinque grandi comuni italiani. Come andrà a finire si vedrà .
Ma quel che è certo è che se si prende l’elenco delle dismissioni annunciate e gli si sovrappone quello dei canoni di locazione pagati dal Viminale nelle stesse città , ci si rende conto della contraddizione di questo Monopoli che si gioca con soldi veri e pubblici.
Il paradosso parte proprio da Firenze
E’ simbolicamente partita da Firenze, manco a dirlo, l’operazione del governo Renzi. Già da sindaco premeva per vendere le caserme dismesse ma diventato premier ha premuto l’acceleratore.
Così il 3 aprile 2014, a pochi giorni dall’insediamento, il ministro Pinotti, il neo sindaco Dario Nardella e l’Agenzia del Demanio hanno sottoscritto un apposito protocollo d’intesa.
Ancora non si è venduto nulla, ma quel che conta è che tra i contraenti non ha trovato posto l’idea di tenersi un angolo del patrimonio per metterci gli uffici del Prefetto.
Eh sì, perchè la Prefettura di Firenze di sedi ne ha due:dal 1876 l’ufficio di gabinetto è ospitato nello storico Palazzo dei Medici Riccardi, gli uffici amministrativi sono in via Antonio Giacomini.
Per le due locazioni lo Stato ogni anno paga, rispettivamente, 883mila euro e 435mila. E dire che le 15 caserme fiorentine non sono poi da buttare: alcune sono sottoposte a vincolo della Soprintendenza ai Beni Culturali perchè dichiarate di pregio storico e architettonico. Redi, San Gallo, Perotti, Ferrucci e Cavalli… ce ne sono anche certe dislocate nel cuore della città . Ma neppure questo basta a far scattare la scintilla dell’opzione più economica: un trasloco negli stabili di proprietà al posto di un affitto che costa 1,3 milioni di euro l’anno.
Milano, si diceva.
A novembre si è svolto l’ultimo tavolo tecnico ministero-comune-Demanio per mettere a punto il piano che dovrebbe portare alla cessione di tre caserme: due sono a Baggio, zona sud, la terza è la storica “Mameli” nell’area nord del capoluogo.
Insieme fanno una superficie fondiaria di 720mila metri quadri equivalente a 50 volte Piazza Duomo, cento campi da calcio.
Vuoi non trovare uno spazio per metterci gli uffici della locale Prefettura? Nessuno, a quanto pare, ci ha pensato.
E così mentre la Difesa dismette, il Viminale spende.
Fino all’anno scorso erano due milioni di euro per affittare sia il cinquecentesco Palazzo Diotti al 31 di Corso Monforte, proprietà della Provincia, sia il civico 27 di proprietà di un privato.
“Due mesi fa abbiamo dato la disdetta dal 27 e il personale si è trasferito tutto nella sede principale”, fanno sapere dalla Prefettura.
A conferma del fatto che di spazio, forse, ce n’era in abbondanza.
Ma da quanto c’era la doppia sede? “Da quando sono qui c’è sempre stata”, dice la funzionaria. Difficile allora calcolare per quanti anni l’assegno è stato doppio.
Più paradossale ancora la situazione nella Capitale.
Il 7 agosto 2014 è stato sottoscritto il protocollo tra gli enti interessati. L’elenco mette insieme tre caserme (Ulivelli, Ruffo e Donato) lo Stabilimento Trasmissioni Polmanteo, la Direzione magazzini del Commissariato, la Forte Boccea e l’area adiacente.
Ma sempre a Roma il Ministero guidato da Alfano affitta come sede prefettizia il sontuoso Palazzo Valentini di via IV novembre alla modica cifra di due milioni di euro l’anno.
A incassarli è la Provincia di Roma che ne è proprietaria dal 1873. Una partita di giro tra amministrazioni.
Ma c’è anche l’Ufficio territoriale del governo di via Ostiense che fa sempre capo alla Prefettura e che in locazione costa all’amministrazione degli Interni un altro milione e mezzo di euro.
Perchè non usare le caserme vuote che non si riescono a vendere e magari liberare i ben più prestigiosi e appetibili gioielli di famiglia?
L’opzione avrebbe tanto più senso considerati i costi di affitto che il ministero di Alfano sostiene per gli uffici dell’amministrazione centrale: i più costosi sono quelli di via Cavour 5 e 6 che costano 7 milioni di euro l’anno.
Ma chi l’ha detto che si debba stare a due passi dal Colosseo e dai Fori imperiali? A seguire quelli al civico 45/a di via De Pretis che vien via, si fa per dire, a 1,6 milioni.
Passiamo a Torino.
Nel paniere delle vendite sono finite le caserme Cesare di Saluzzo, La Marmora, la Sonnaz, il Magazzino dell’artiglieria e difesa chimica.
A novembre si è svolta la conferenza dei servizi per la verifica di assoggettabilità alla Valutazione ambientale strategica (Vas) dei sedimi militari.
Ma nessuno che abbia alzato un dito per prospettare il trasferimento in uno di quegli edifici degli uffici della Prefettura che in locazioni bruciano oltre 400 mila euro l’anno per garantire un affaccio in Piazza Castello e via del Carmine.
Si poteva fare di più o diversamente? Sì, e lo dimostra il caso Napoli.
Nel capoluogo campano tutti i soggetti interessati sono finiti al tavolo del Monopoli. Il risultato è un incastro un po’ complicato che attesta, quantomeno, lo sforzo comune di ridefinire la destinazioni d’uso secondo una logica funzionale.
Il Comune di Napoli riceve a titolo di permuta il trasferimento in proprietà dell’edificio residenziale di via Egiziaca a Pizzofalcone, che appartiene allo Stato. In cambio, lo Stato riceve la caserma “Nino Bixio” di proprietà del Comune che veniva utilizzata dal ministero degli Interni per ospitare il IV Reparto mobile della Polizia di Stato.
Il Ministero dell’Interno, a sua volta, riceve ad uso governativo la caserma “Boscariello” finora usata dall’Esercito e lì metterà i reparti della “mobile”. Infine, la Difesa si prende la Bixio per aumentare lo spazio della Scuola militare “Nunziatella”. Manca qualcuno? Sì, la Prefettura che non tocca palla.
Nel 2014 ha pagato 1,3 milioni di euro per stare ai civici 8 e 22 della centralissima Piazza del Plebiscito che è una delle più grandi e belle d’Italia.
Difficile, del resto, trovare una location altrettanto prestigiosa per onorare il rappresentante del Governo.
Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 23rd, 2015 Riccardo Fucile
L’EMENDAMENTO GATOR SUGLI APPARENTAMENTI AL BALLOTTAGGIO POTREBBE TORNARE DI ATTUALITA’
Chiudere la pratica della legge elettorale è il prossimo obiettivo di Matteo Renzi. «L’Italicum non cambierà di una virgola e alla Camera farà il suo ultimo passaggio. Per carità , davvero tutto è migliorabile. Ma abbiamo già raggiunto un’intesa e poi non voglio ricominciare sempre daccapo».
Sarà questo il terreno di scontro con la minoranza del Pd nelle prossime settimane e il banco di prova per vedere se la rottura con Berlusconi è momentanea o definitiva.
A Montecitorio la maggioranza ha numeri molto ampi anche senza Forza Italia, ma nello stesso ramo del Parlamento si annidano altre trappole per il premier.
Queste trappole hanno nomi e cognomi.
Sono quelli dei dissidenti del Pd, del capogruppo di Fi Renato Brunetta e della presidente della Camera Laura Boldrini.
A Palazzo Chigi sono convinti che la terza carica dello Stato, dopo le dure critiche al Jobs Act, tornerà a essere imparziale.
«Ha usato il ruolo del Parlamento per contestare Matteo. Ci può stare», dicono i renziani. Ma ciò non toglie che l’inedita uscita politica della Boldrini abbia allarmato i vertici del Pd e dell’esecutivo.
Si capisce che la presidente è decisa ad assumere un ruolo più visibile nel confronto quotidiano e c’è un pezzo della sinistra che pensa a lei come possibile contraltare a Renzi. Molto più che a Landini o a Cofferati.
Se la legislatura andrà avanti fino al 2018, Boldrini rimarrà nei ranghi del suo compito istituzionale.
Ma se dovessero esserci prima degli strappi, «se si apre una partita a sinistra», allora potrebbe decidere di esporsi di più.
E l’affondo sui decreti delegati della riforma del lavoro e l’accusa dell’uomo solo al comando potrebbe rivelarsi solo una prova generale di un maggioreimpegno.
I dissidenti del Pd si preparano all’arrivo del testo dell’Italicum a Montecitorio cercando un terreno comune con gli azzurri.
Un terreno impossibile da trovare sulle preferenze.
La scelta dei capolista bloccati resta il cuore del patto del Nazareno, una via obbligata per Berlusconi che punta a confermare i fedelissimi e può usare le liste anche per la battaglia interna, soprattutto contro Raffaele Fitto.
È su questo pilastro della legge che il premier confida di ritrovare un’asse con Arcore.
Ma c’è un altro punto su cui invece la minoranza dem e Forza Italia possono trovare un’intesa.
Già nell’emendamento Gotor, bocciato al Senato, era previsto l’apparentamento al ballottaggio. I due partiti vincenti al primo turno potevano fare alleanze al secondo con altre forze, sul modello della norma che vale per eleggere il sindaco e i consigli comunali. Un modo per resuscitare le coalizioni e attenuare gli effetti del premio alla lista, che sta a cuore a Renzi per affermare un sistema davvero bipolare.
A Palazzo Madama la maggioranza delle riforme si salvò in extremis sull’emendamento Gotor. Quasi trenta senatori Pd uscirono dall’aula e furono determinanti le mosse di Denis Verdini e Paolo Romani per bocciare la proposta di modifica.
Alla Camera il “soccorso azzurro” è molto più a rischio.
Per la presenza di Brunetta, per un buon numero di deputati fittiani e perchè il patto si è rotto.
La maggioranza, con Pd, centristi e Ncd ha lo stesso i numeri per vincere il match, proprio com’è successo per la riforma costituzionale.
Ma i dissidenti dem sono oggi più agguerriti. I licenziamenti collettivi varati nel Jobs Act hanno frantumato un tacito accordo che si era realizzato nel Partito democratico al momento in cui fu votata la legge delega.
Circa quaranta deputati firmarono un documento contro il provvedimento ma alla fine, partendo da Pier Luigi Bersani, votarono sì. Lo fecero anche Guglielmo Epidani e Cesare Damiano, ex Cgil, attirandosi la furia degli ex com- pagni di sindacato.
Ma avevano avuto garanzie, raccontano, che nei decreti sarebbero sparite le norme più controverse e sarebbe stato rispettato l’ordine del giorno della direzione democratica.
Non è andata così, tanto che Stefano Fassina ha detto: «Ha vinto Sacconi».
Questo precedente lascia immaginare che la minoranza, sull’Italicum, non farà sconti, anche perchè non ci sono prove di appello: se la Camera approva il testo del Senato, diventa legge.
Sono 80-90 i deputati Pd pronti a votare contro il governo.
Uniti ai 70 forzisti rischiano di mettere in crisi le certezze di Renzi.
Dopo il Jobs Act, il clima interno è peggiorato. I mediatori della riforma del lavoro (e tra loro lo stesso Damiano) sono adesso accusati di non aver ottenuto il risultato sperato.
E le mediazioni sulla legge elettorale sconteranno il passaggio sul lavoro, i pontieri avranno molto difficoltà a far accettare compromessi.
Per questo oggi ci sono le condizioni per far nascere un nuovo patto del Nazareno.
Che può rallentare l’Italicum, costringerlo a un altro rischioso iter al Senato. Esattamente quello che Renzi vuole evitare.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 23rd, 2015 Riccardo Fucile
“DIFESA ISTITUZIONALE E LOTTA SINDACALE”….NASCE NELL’ANM IL GRUPPO “AUTONOMIA E INDIPENDENZA”: 6 MEMBRI ANTI-FERRI
Brutte notizie per Renzi anche dal fronte togato. 
La corrente conservatrice, ultimamente filogovernativa, di Magistratura indipendente perde alcuni dei suoi uomini migliori che fondano un nuovo gruppo al comitato direttivo centrale (Cdc) dell’Anm.
Sei i componenti del Cdc che lasciano Mi: i cosiddetti antiferriani, duramente critici sulla commistione fra politica e magistratura creata dall’ex segretario di Mi Cosimo Ferri quando accettò l’incarico di sottosegretario alla Giustizia del governo Letta (in quota Berlusconi) e ora del governo Renzi (in veste di “tecnico”).
Così Mi resta con soli 5 componenti e quindi per chiedere una riunione del Cdc deve appoggiarsi ad almeno un membro esterno (sono necessarie 6 firme) come ha fatto per l’assemblea di ieri in cui ha chiesto lo sciopero, perdendo, contro la nuova legge sulla responsabilità civile.
Sergio Amato, pm antimafia di Napoli; Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto di Messina; Giuseppe Ferrando procuratore di Ivrea; Anna Giorgetti, giudice del tribunale di Varese, Gianni Pipeschi, pm di Vicenza e Stefano Schirò, consigliere alla corte d’Appello dell’Aquila, sono i magistrati che hanno costituito il nuovo gruppo Autonomia e Indipendenza.
Nel documento si legge che “all’esito dell’ultima assemblea nazionale di Mi ci è parso evidente che il processo di mutazione genetica del gruppo si era irreversibilmente realizzato. Nonostante i nostri richiami, da vario tempo, alla necessità di rispettare i valori fondanti di Mi, abbiamo purtroppo preso atto che nata proprio per tutelare l’indipendenza della magistratura dalla politica, ha modificato il suo stesso Dna, accreditandosi ormai nel panorama associativo e politico come gruppo il cui leader ricopre un incarico di governo e le cui ingerenze nelle scelte strategiche di maggiore rilevanza di Mi sono state evidenti”.
La premessa, esplicita nel criticare la condotta di Ferri, pur mai nominato, porta a una considerazione inevitabile: “In questa prospettiva, qualunque battaglia a tutela dell’autonomia ed indipendenza della magistratura è poco credibile”.
Secondo i fuoriusciti, Mi ha bersagliato l’Anm provocando o cercando di provocare un indebolimento: “Invece, mai come oggi deve essere forte ed autorevole per contrastare con efficacia le inutili e umilianti riforme proposte della politica non nell’interesse della giustizia ma solo in danno dei magistrati”.
Un indebolimento che Autonomia e indipendenza vede come obiettivo comune con “la politica”. E rilevano che “non a caso negli ultimi tempi da parte di Mi si inizia a discutere di forme di sindacato alternativo”.
La contrarietà all’alternativa all’Anm viene spiegata nel documento: “Nessuno più di noi può volere più sindacato nell’attività associativa… ma, fermo restando le ragioni della nostra attuale opposizione ad una linea associativa ritenuta insufficiente per l’adeguata tutela delle prerogative professionali dei magistrati, non possiamo accettare che questo patrimonio culturale comune, questa risorsa fondamentale possano essere strumentalizzati”.
Ed ecco un altro passaggio dedicato alla politica: “Vuole normalizzare la magistratura anche alimentando le divisioni interne all’Anm… e ciò persino dentro l’organo di autogoverno (il Csm). Tale tentativo della politica di trovare alleati tra i magistrati contro la magistratura non va sottovalutato”.
Il quadro politico attuale deve portare, secondo i firmatari, ad “ esprimere contrarietà a un confronto meramente apparente con il governo e portare avanti un impegno sindacale che vada solo nella direzione della reale tutela professionale dei magistrati nell’interesse del più efficiente funzionamento della giustizia”.
Infine, i valori dichiarati che hanno spinto alla costituzione del nuovo gruppo all’interno dell’Anm: “Proprio per portare avanti realmente e lealmente i valori dell’autonomia ed indipendenza della magistratura, per agire in piena libertà rispondendo alla nostra coscienza e avendo solo i colleghi come i nostri unici interlocutori, ci costituiamo all’interno del Cdc, quindi lasciamo il gruppo di Magistratura Indipendente”.
Nel fine settimana si costituirà la nuova corrente durante un’assemblea, chiamata con due parole scelte non certo per caso, come ci spiega il leader di Autonomia e Indipendenza Piercamillo Davigo, consigliere di Cassazione: “Venerdì ci sarà un convegno a Roma dal titolo ‘Rottamare anche la giustizia?’
Il giorno dopo si svolgerà un’assemblea per dare vita a questo nuovo gruppo di Autonomia e Indipendenza.
Due parole scelte perchè si trovano nella Costituzione.
C’è una caratteristica rispetto agli altri gruppi: indipendenza dell’ordine e dei singoli magistrati non implica affatto alla rinuncia, o alla messa in secondo piano, della funzione sindacale dell’associazione, altrettanto importante della difesa politica istituzionale.
Rispetto a Mi, non tratteremo l’Anm come un nemico, perchè è la casa di tutti i magistrati. Cosa diversa è chiedere, invece, un cambio di atteggiamento sulla difesa sindacale”.
Antonella Mascali
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 23rd, 2015 Riccardo Fucile
IL LEADER DELLA FIOM E’ UN MOLTIPLICATORE DI SHARE E RENZI LO TEME
Maurizio Landini, possibile leader carismatico di una sinistra anti-renziana (che già oggi senza di lui somma quasi il 5% nei sondaggi) sarebbe un avversario da non sottovalutare.
Se lo stesso Renzi ammette che «questa uscita di Landini è importante», motivando l’eventuale intenzione di buttarsi in politica del capo della Fiom come conseguenza della «sconfitta sindacale» poichè grazie al jobs act la Fiat sta tornando ad assumere, il primo segnale che se ne ricava è che il premier mette in conto di doversi misurare con un possibile concorrente alla sua sinistra.
Anche se questo accenno alla “sconfitta” dimostra quanto Renzi sia convinto che perfino con un leader legittimato quelle posizioni più radicali non riscuoterebbero largo consenso nella larga base dei militanti.
Ma un Landini dotato di capacità di leadership e popolarità presso un vasto pubblico, magari in grado di aggregare diverse componenti della sinistra che si rifanno all’esperienza greca di Tsipras, può essere una variabile con cui fare i conti di qui a venire.
Senza contare che un nuovo movimento da mettere in piedi su nuove basi avrebbe tutto il tempo per consolidarsi se davvero le prossime elezioni politiche si tenessero nel 2018.
In uno scenario politico molto fluido e in continua evoluzione come dimostrano i movimenti in atto anche nel campo del centrodestra, una formazione che aggreghi i vendoliani di Sel, i delusi del Pd e altre personalità della sinistra sotto l’ombrello di una personalità come Landini potrebbe creare una piccola grande rivoluzione nel panorama politico.
Con contraccolpi tutti da verificare nel mondo sempre turbolento del Partito Democratico, dove una possibile scissione dei più radicali contestatori della linea Renzi è sempre dietro l’angolo.
Del resto, che Landini sia divenuto «un personaggio dopo essersi messo contro Marchionne», come dice Renzi è vero, e non è un caso che ormai tutti i talk show facciano a gara per averlo ospite: determinato e aggressivo nel confronto diretto, sempre capace di reggere lo scontro verbale, il leader della Fiom è un moltiplicatore di share e per chi è attento al valore della comunicazione politica come Renzi queste caratteristiche non sono affatto da sottovalutare. Anche se il primo a dubitare che sarà questo l’epilogo è proprio Renzi, «non credo che abbandonerà il sindacato e comunque se davvero si butta in politica il sospetto che tutte le manifestazioni di questi mesi fossero propedeutiche a un ingresso in politica si dimostrerebbe legittimo».
Carlo Bertini
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Febbraio 23rd, 2015 Riccardo Fucile
DEREGULATION, RIFORMA DELLO STATO E APERTURA AI PRIVATI
La Grecia di Alexis Tsipras, con buona pace delle promesse elettorali, riparte dalla Troika. 
«à‰ un’istituzione che non riconosciamo e non metterà più piede ad Atene», aveva garantito il leader di Syriza la sera del 25 gennaio, dopo la vittoria alle elezioni.
La realpolitik e la drammatica fuga di capitali dalle banche hanno però avuto la meglio.
Il premier è stato costretto a raggiungere un compromesso al ribasso all’Eurogruppo («senza un accordo, da oggi avremmo dovuto imporre controlli alla circolazione di denaro e il paese sarebbe collassato », racconta uno dei negoziatori del Partenone).
E stamattina formalizzerà la retromarcia “forzata” inviando per approvazione a Ue, Bce e Fmi – alias la vecchia Troika – il piano di riforme del governo, l’ultima carta per tenere Atene in Europa.
«à‰ la prima volta dal 2010 che siamo in grado di decidere noi come salvare il paese senza farci imporre la ricetta da altri. Non taglieremo le pensioni e non alzeremo l’Iva», è il mantra soddisfatto del Presidente del consiglio.
Le sei pagine di documento in partenza per Bruxelles sono però una lista di buoni propositi: lotta alla corruzione, deregulation, riforma del pubblico impiego, guerra totale a oligarchi, burocrazia, cartelli ed evasori fiscali e persino un impegno a non bloccare le privatizzazioni.
Una lista che ricalca a grandi linee i capisaldi del vecchio memorandum e dove brillano per assenza molte delle promesse elettorali di Syriza.
Se le “istituzioni” – nuovo nome del trio dei controllori – daranno dare l’ok, Bruxelles formalizzerà la proroga di 4 mesi al piano di salvataggio della Grecia, avviando l’iter dell’approvazione parlamentare in Germania, Olanda, Estonia e Finlandia. In caso contrario si riaccenderà l’allarme rosso sul Partenone: domani verrebbe convocato un nuovo Eurogruppo che – a quel punto – rischierebbe di avere all’ordine del giorno la gestione ordinata dell’uscita di Atene dall’euro.
Tsipras e i suoi tecnici stavano lavorando nella serata di ieri per provare a infilare nel pacchetto una minima parte dei provvedimenti umanitari previsti nel programma del partito.
Uno “scalpo” necessario per placare il malumore dell’ala più radicale di Syriza e della parte più ideologica del suo elettorato.
«L’idea allo stato è provare a strappare il via libera per bloccare la confisca della prima casa di chi non riesce più a pagare le rate dei mutui», racconta uno dei negoziatori. Sperando che Ue, Bce e Fmi – comprendendo le ragioni di politica interna – non si mettano di traverso.
L’appuntamento di oggi, a Bruxelles lo sperano tutti, dovrebbe andare via liscio.
Il vero esame della Grecia – dicono – sarà ad aprile quando il premier e il ministro Yanis Varoufakis presenteranno il piano targato Syriza – comprensivo di cifre e coperture al centesimo – per portare il paese fuori dall’emergenza.
Lì si giocherà la partita finale: se il premier riuscirà a convincere i creditori che il suo governo è davvero in grado di attaccare alla radice i problemi appena intaccati da Samaras & C. – corruzione, burocrazia ed evasione su tutti – Ue, Bce e Fmi potrebbero non solo sborsare l’ultima tranche di finanziamenti, ma mettersi al tavolo per ragionare su come rendere sostenibile a lungo termine il debito ellenico.
Si vedrà . Il vero problema di Tsipras oggi è convincere la Grecia che le tante promesse fatte pri-ma del voto non si potranno materializzare dalla sera alla mattina. «Appena eletti vareremo l’aumento dello stipendio minimo, la luce gratis alle 300mila famiglie più povere, il ritorno alla contrattazione collettiva, il ripristino della tredicesima alle pensioni sotto i 700 euro, l’assistenza sanitaria gratuita per il milione di persone che ne ha perso il diritti», recitava il Programma di Salonicco “venduto” da Tsipras prima del 25 gennaio.
«Ci arriveremo un passo per volta – provano a consolarsi a Syriza – Quando a un tavolo si è in due bisogna scendere a patti, Quando sei uno contro 18 come all’Eurogruppo e non hai un euro in tasca il compromesso può essere ancor più difficile da digerire».
La maretta tra le file del partito è già montata e il premier dovrà lavorare per evitare che diventi una bufera.
Con il rischio paradossale, dopo tutte le pillole amare mandate giù in questi giorni a Bruxelles, che il salvataggio del paese venga silurato dal fuoco amico.
(da “La Repubblica”)
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