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LA MEMORIA CORTA DEGLI ITALIANI SULLA LEGA DI SALVINI: DA VENTI ANNI MILLANTA PRESUNTE DIVERSITA’, MA RAZZOLA PEGGIO DEGLI ALTRI

Marzo 2nd, 2015 Riccardo Fucile

UNA LEGA CORROTTA E FAMILISTICA CHE HA MAL GOVERNATO, INGANNANDO IL POPOLO ITALIANO… E SALVINI E’ SOLO FIGLIO E PROTAGONISTA DELLA SUA STORIA

Strano paese l’Italia.
Ma la Lega, quella che sabato ha “marciato” su Roma è la stessa Lega Nord che per oltre un ventennio ha vagheggiato di secessione, federalismo, devolution, nazione padana, di lotta al centralismo romano ed alla corruzione, per poi rivelarsi il più “italiano” dei partiti in quanto a consuetudine con i vizi del potere?
Parrebbe proprio di si, stando ai suoi attuali dirigenti, compreso il nuovo segretario-fustigatore Salvini, al nome che porta, ai simboli che esibisce.
Se parliamo dello stesso partito, allora, di nuovo ci sarebbe solo la sua presunta neovocazione “nazionale”, tutto il resto è un film già  visto.
A cominciare dall’approccio al tema dell’immigrazione e del multiculturalismo, per finire a quello del fisco.
Ronde, Camicie verdi, provocazioni anti-islamiche, guerra alla moschee, contatti con l’estrema destra europea, minacce di rivolta fiscale: è storia degli ultimi quindici anni, almeno.
Anni in cui questo partito, nell’indifferenza della politica e delle istituzioni, ha potuto permettersi campagne xenofobe, perfino eversive dell’unità  nazionale, e, al contempo, occupare, a “Roma”, postazioni ministeriali.
Non solo.
C’è stato un momento nella storia del paese in cui Bossi & C. sembravano aver vinto su tutta la linea: non c’era partito in parlamento che non si professasse “convintamente federalista”, tutti ammorbati dal verbo leghista.
Insomma, parliamo proprio dello stesso partito, il Carroccio, quello che faceva il suo ingresso trionfale nella politica nazionale nel 1992 cavalcando l’inchiesta Mani Pulite e un anno dopo avvertiva i magistrati che una pallottola costava “solo 300 lire”.
Si, la stessa forza politica che per oltre un ventennio ha millantato la sua “diversità ” rispetto al sistema “romano”, salvo razzolare peggio di tutti quelli, uomini pubblici e partiti, che di volta in volta finivano nel suo mirino, ininterrottamente, dalla maxi-tangente Enimont fino alle lauree fasulle in Albania.
Storie di corruzione e “familismo amorale” che hanno coinvolto un numero impressionante di suoi esponenti ed amministratori ad ogni livello, gran parte del gruppo dirigente di vertice, lo stesso leader maximo e fondatore Umberto Bossi.
Salvini è   figlio di questa storia, di cui è stato attivo protagonista per più di due decenni; la storia della Lega Nord, il partito più paradossale e contraddittorio che mai la Repubblica abbia conosciuto in oltre sessant’anni.
Storia di un inganno perpetrato per anni a danno di tanti cittadini del nord, che in questo partito avevano riposto le proprie speranze di cambiamento, e di sistematici insulti alla dignità  delle popolazioni meridionali, vittime in alcuni frangenti anche di alcune scelte concrete dei governi a trazione leghista.
Ecco perchè è imbarazzante osservare che vi siano ancora italiani, perfino del Mezzogiorno, che pure hanno potuto in questi anni rendersi conto dello scarto tra parole e fatti nella storia del Carroccio, che si possano sentire rappresentati dagli stessi uomini che ne sono stati, senza soluzione di continuità , artefici assoluti.
E che al sud possano esserci ancora cittadini in preda a sindrome di Stoccolma.
Ciò, prescindendo anche dalla pericolosità  delle loro campagne d’odio che stanno avvelenando la nostra società , sfruttando la sofferenza, il disagio, di milioni di cittadini.
È una questione di maturità  politica, quella che sembra mancare del tutto ad una fetta ldi elettori, che, in cambio di uno sputo (metaforico, s’intende) ad un immigrato, sono disposti a chiudere gli occhi di fronte alla storica, e conclamata, inaffidabilità  di questo partito.
La crisi non ha eroso soltanto i nostri redditi.
A pagarne il prezzo sono anche le istituzioni democratiche, la qualità  del confronto politico, la nostra memoria collettiva.

Luigi Pandolfi
politologo
(da “il Fatto Quotidiano”)

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SALVINI VUOLE COMMISSARIARE TOSI E BERLUSCONI NON MOLLA ALFANO

Marzo 2nd, 2015 Riccardo Fucile

OGGI RESA DEI CONTI IN SALSA PADAGNA, MA SALVINI RISCHIA UNA CAPORETTO IN VENETO SE TOSI SI PRESENTASSE IN ALTERNATIVA   A ZAIA

È il giorno della resa dei conti in salsa padana. Nel consiglio federale del Carroccio, convocato per le 13, Matteo Salvini è pronto a brandire l’arma finale contro Flavio Tosi: il commissariamento della Liga veneta.
Di fatto, un’espulsione con conseguente esplosione del partito nella regione a più alto tasso di leghismo.
Una mossa azzardata, un rischio che il leader sembra però disposto a correre: «Dopo aver visto come la piazza di Roma ha accolto Zaia non ho più dubbi. Non si torna indietro — ha confidato ai suoi alla vigilia del summit in via Bellerio — Tosi faccia mea culpa, oppure è finita ».
L’ultima mediazione tra i due sarà  tentata stamane, ma scongiurare la frantumazione sembra un’impresa.
E gli effetti del duello sembrano estendersi anche al resto del centrodestra. Silvio Berlusconi, infatti, non esclude di incontrare Salvini in settimana, ma sfidando il veto leghista tiene il punto sull’alleanza con il Nuovo centrodestra: «Non posso rompere con Alfano, mi serve il suo aiuto per vincere in Campania».
La guerra dei padani ruota attorno all’autonomia della Liga veneta, guidata da Tosi.
Il sindaco di Verona rivendica il diritto di presentare liste civiche da affiancare a quelle del Carroccio, ma Salvini si oppone.
E rilancia: «Non faccio la guerra con nessuno, ma l’ultima parola sul Veneto spetta a Zaia». Il clima è incandescente.
Neanche l’ultima mediazione di Roberto Maroni sembra aver sortito effetti: domenica pomeriggio, al termine del comizio in piazza del Popolo, il governatore lombardo ha incontrato Tosi assieme ad alcuni parlamentari per favorire una tregua.
Risultato? Uno sconfortante nulla di fatto
Forza Italia osserva interessata il braccio di ferro. Il cerchio magico che circonda l’ex Cavaliere, guidato da Giovanni Toti, spinge per rompere l’alleanza con Salvini e rilanciare l’asse con i centristi.
L’idea è quella di schierare come candidato governatore Elisabetta Gardini o il coordinatore regionale Marco Marin.
«Abbiamo poco in comune con CasaPound», picchia duro sui leghisti Paolo Romani. E Angelino Alfano gioca di sponda: «Non credo che FI segua la Lega, significherebbe sottomettersi alla leadership estremista di Salvini».
Non tutti, però, sono d’accordo.
Non Raffaele Fitto, che critica la Lega ma anche il cerchio magico. Nè Daniela Santanchè, che va controcorrente: «Non possiamo lasciarci sfuggire l’energia del leader leghista in sinergia col carisma di Berlusconi».
E una fedelissima berlusconiana come Licia Ronzulli aggiunge: «L’elettorato leghista non è concorrenziale ma complementare al nostro. Allora non si capisce come mai qualcuno perda tempo al gioco del braccio di ferro con il nostro alleato».
Di certo c’è che Salvini non contribuisce a distendere gli animi. «Vorrei sapere se Forza Italia condivide o meno le nostre proposte: se non le condividono, peggio per loro, perchè i loro elettori sì».
Il segretario, in realtà , è di fronte a un bivio decisivo. Non può accettare il logo di Ncd in coalizione (diverso sarebbe liste civiche con dentro i centristi), ma sa che Zaia rischia il tonfo senza un’intesa con Berlusconi.
Per questo, in caso di corsa solitaria il board leghista non esclude di presentare il brand “Noi con Salvini” anche in Veneto, assieme alle liste della Lega e di Zaia, in modo da raccogliere il massimo del consenso possibile.
E Tosi? In caso di strappo, il primo cittadino scaligero è disponibile a correre da solo sfidando proprio il governatore uscente.
Di questo scenario ha discusso anche ieri con gli “ambasciatori” del Nuovo centrodestra, pronti ad appoggiarlo.
Il sogno è coinvolgere nella brigata anche Forza Italia, in modo da azzoppare definitivamente Zaia.

(da “La Repubblica”)

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RAFFAELE CUTOLO DAL CARCERE: “SE ESCO E PARLO, CROLLA IL PARLAMENTO”

Marzo 2nd, 2015 Riccardo Fucile

DON RAFFAE’ RINCHIUSO A PARMA: “IO, SEPOLTO VIVO IN CELLA”

“Io, sepolto vivo in cella. Se esco e parlo, crolla il Parlamento”.
A parlare è “don Raffaè” oppure “o professore”, al secolo Raffaele Cutolo, 74 anni, ex potentissimo numero uno della Camorra, detenuto in base al 41bis a Parma, tredicesimo carcere della sua vita, tredici come gli ergastoli che deve scontare.
“Se parlo ballano le scrivanie di mezzo Parlamento” afferma Cutolo, secondo quanto riporta oggi la Repubblica, spiegando che “molti di quelli che stanno adesso ce li hanno messi quelli di allora venivano a pregarmi”.
Cutolo è uno dei criminali più efferati della storia della Repubblica.
Ormai una sorta di fantasma, a poterlo vedere in carcere sono solo la moglie Immacolata Iacone, la figlia Denise e l’avvocato Gaetano Aufiero.
“Non vedo nessuno e nessuno mi vede. Soltanto mia moglie e mia figlia, un’ora ogni due mesi”.
La figlia,7 anni, è nata con l’inseminazione artificiale, “l’unica concessione che ho avuto dallo Stato”.
Sono loro a far trapelare le sue parole. “Al mio difensore ho chiesto di non venire più. Non ho più carichi pendenti, il mio saldo con la giustizia è in pari. E il 41 bis ho smesso di impugnarlo, tanto è inutile” spiega il camorrista.
“Mi hanno usato e gonfiato il petto, da Cirillo a Moro che, a differenza del primo, hanno voluto morto e infatti mi ordinano di non intervenire. Poi mi hanno tumulato vivo. Sanno che se parlo cade lo Stato” prosegue Cutolo dal supercarcere che ospita anche Totò Riina, Leoluca Bagarella, il “Nero” Massimo Carminati.
“Ma anche un albero che non dà  più frutti serve sempre. Lo lasci lì l’albero secco, può fare legna”.
Se lo contendevano negli anni d’oro Cutolo, quando sempre dal carcere, a cavallo tra 70 e 80 guidava il suo esercito di 7 mila affiliati nella guerra sanguinaria (persa) contro la Nuova Famiglia.
E anche dopo, nell’81. Mezza Dc gli chiede di far liberare l’assessore regionale napoletano all’edilizia Ciro Cirillo, uomo di Antonio Gava sequestrato dalle Br.
Sulla trattativa tra servizi segreti, Cutolo e brigatisti – accertata nel ’93 da un’ordinanza del giudice istruttore Carlo Alemi – l’ex boss ha detto e non detto. “È stata la prima trattativa Stato-mafia. Forse anche la mia vera condanna”.
Ricorda i politici del passato. “Ho ammirato Andreotti. Testimoniai per lui al processo Pecorelli. Nemmeno un grazie”.
E Silvio Berlusconi, “l’ultimo che ho stimato”. Ma per il resto i politici sono “tutti parolai”.
Racconta il carcere duro. “Salto anche l’ora d’aria. Se per respirare un’ora devo farmi perquisire e sottopormi a controlli umilianti, preferisco stare in cella. Allo Stato servo così. Pensano sia ancora legato alla Camorra. Ma quale Camorra?”.
In cella ha le foto di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, quella di sua madre e una con moglie e figlia. “Ho una telecamera puntata sul gabinetto. Non posso avere in cella più di tre paia di calzini e mutande. Vorrei mi spiegassero il senso”.
Ed infine dice: “Mi sono pentito davanti a Dio, ma non davanti agli uomini. Cutolo è morto, resuscita per un’ora quando viene sua figlia e gli dà  una carezza”.

(da “Huffingtonpost”)

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CAMPANIA, LA RESA DEL PD: RENZI AMMAINA LA QUESTIONE MORALE

Marzo 2nd, 2015 Riccardo Fucile

LA POLITICA RESTA FERMA AL PASSATO, LA ROTTAMAZIONE E’ UNA PATACCA

Ha vinto Vincenzo De Luca, l’intramontabile sindaco-ras di Salerno. Secondo è Andrea Cozzolino, l’impenitente delfino di Bassolino. Perde Roberto Saviano, guru della sinistra legalista, che aveva incitato i militanti del Pd al boicottaggio delle primarie: l’affluenza alle urne è stata invece forte, oltre quota 150 mila.
Certamente un successo, anche se non si sa quanto drogato: un collaboratore del Corriere del Mezzogiorno è riuscito ieri a votare in quattro seggi del salernitano con lo stesso certificato.
Ma, nonostante l’afflusso ai seggi, non ha molto da festeggiare neanche Matteo Renzi. Il segretario del Pd deve aver tirato ieri sera un sospiro di sollievo: si temeva il bis del 2011, quando per i brogli furono annullate le primarie a Napoli, e invece almeno finora le contestazioni sono poche, perfino meno che in Liguria, forse anche grazie alla spasmodica attenzione dei media.
Eppure il Pd che si è imposto in Campania non è il suo annunciato, ha piuttosto il volto del passato, è dominato come sempre dai signori delle tessere e delle clientele, e quel che è peggio si è dimostrato impermeabile ad ogni tentativo di rottamazione.
Il Pd di Roma ha dovuto ammainare la bandiera della questione morale, consentendo a De Luca di gareggiare nonostante una condanna penale per abuso di ufficio, che gli costerà  l’immediata sospensione dall’incarico da parte del prefetto in caso di elezione a governatore della Campania, a norma della legge Severino.
Di più: il sindaco di Salerno è stato dichiarato decaduto da un tribunale perchè si è ostinatamente rifiutato per un anno di ottemperare alla legge che gli imponeva di dimettersi dopo essere stato nominato viceministro del governo Letta.
La vittoria di De Luca è insomma il risultato più imbarazzante per la segreteria Renzi: non sarà  facile per il premier fare la campagna elettorale in Campania accanto a lui, contro il centrodestra di Caldoro.
Cozzolino, secondo arrivato, è stato invece il braccio destro di Bassolino nell’ultima Giunta regionale, quella che fu travolta dallo scandalo dei rifiuti: non esattamente l’immagine che il premier vuole dare del suo nuovo partito della nazione.
Mentre si è dovuto ritirare Gennaro Migliore, l’ homo novus lanciato in campo da Renzi nella speranza che con lui si riuscissero ad evitare le primarie, che alla fine si è trovato solo nella gabbia dei leoni ed è scappato.
Perfino Gino Nicolais, lo scienziato presidente del Cnr, è stato brutalmente messo da parte, tant’era la voglia delle correnti di contarsi nell’ordalia delle primarie.
Forse è giunto il momento di riflettere sul senso di gare così fatte, puri duelli personalistici, in cui lo scambio di favori e di promesse prevale sul confronto politico, senza neanche il tempo di una campagna elettorale degna di questo nome (rinviate per quattro volte, le primarie sono state confermate appena quattro giorni prima del voto), aperte all’inquinamento di pacchetti di voti provenienti da altri partiti (un eurodeputato si è dimesso dal Pd accusando i candidati di aver stretto patti con la destra dei cosentiniani; un altro deputato ha accusato l’Udc salernitana di aver fatto votare i suoi).
Più che il rapporto con l’elettorato, conta la mobilitazione delle truppe sul territorio. In competizioni così è davvero difficile che vinca il migliore.
Il massimo che si può sperare è che non vinca il peggiore.

Antonio Polito
(da “il Corriere della Sera”)

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SALERNO BATTE NAPOLI, IL CONDANNATO DE LUCA VINCE LE PRIMARIE

Marzo 2nd, 2015 Riccardo Fucile

MA RESTA IL NODO ELEGGIBILITA’… FA IL PIENO NELLA SUA SALERNO, MA CONQUISTA ANCHE ALCUNI QUARTIERI DI NAPOLI

Vincenzo De Luca ha vinto le primarie del centrosinistra per la scelta del candidato alla presidenza della Regione.
De Luca ha raccolto il 52% dei consensi davanti ad Andrea Cozzolino (Pd), fermo al 44%, e al socialista Marco Di Lello (4%).
La zampata del vecchio leone di Salerno si materializza poco prima delle 23, quando i dati reali di Napoli città  appaiono molto diversi dalle previsioni: Vincenzo De Luca fuori casa va benissimo, espugna quartieri centrali come Chiaia e il Vomero, periferie come Pianura, altri quartieri come Fuorigrotta e San Lorenzo.
“Sarà  una rivoluzione democratica, è stata una sfida eroica” queste le sue prime parole da vincitore.
E’ la presa di Napoli la vera chiave di volta di una vittoria inattesa, quasi impossibile, visto che dopo il ritiro di Gennaro Migliore molti supporter dell’ex Sel si erano ricollocati su Cozzolino.
L’europarlamentare è partito favorito, anche per l’handicap giudiziario del rivale, quella condanna per abuso d’ufficio che aveva spinto molti, ai piani altissimo del Nazareno a Roma, a chiedergli un passo indietro da queste primarie.
Lui però ha sempre detto i suoi orgogliosi no, a Lotti, a Guerini, e poi anche allo stesso Renzi.
Più che un passo indietro, De Luca aveva risposto con una serie di insulti contro il Pd, un “disgustoso circo equestre”, per via dei numerosi rinvii delle primarie, da metà  dicembre fino al primo marzo.
Così tanti da far pensare, per primo allo stesso De Luca, che il gruppone di dirigenti che fino all’ultimo ha cercato di annullare le primarie volesse fermare sostanzialmente lui.
Il candidato condannato, imbarazzante, e probabilmente incompatibile con la carica di governatore, secondo le linee guida della legge Severino.
E invece lui ha tirato dritto. Napoli la chiave della sua vittoria, dove Cozzolino non ha bissato il boom delle europee.
A Salerno e provincia stravince il sindaco, così anche ad Avellino. A Caserta testa a testa mentre Benevento è per Cozzolino.
Sono i numeri che fanno capire come ha tirato il vento: su 160mila votanti, 50mila solo in provincia di Salerno, solo 65mila a Napoli.
Se si considera che Napoli è tre volte più popolosa, si capisce il peso del feudo di De Luca. Ma non è solo questo: sono i quartieri di Napoli espugnati da De Luca a far impallidire, in tarda serata, i volti dei supporter di Cozzolino a due passi dall’Università .
De Luca, invece, poco dopo le 23 è andato alle federazione Pd della sua città , per abbracciare i suoi sostenitori.
Poco dopo è partito per Napoli, dove era atteso alla sede del Pd regionale,a pochi passi da piazza del Plebiscito. Dove è arrivato a mezzanotte da solo.
Ora per il Pd si apre un problema grande come una casa.
Nonostante i ricorsi, De Luca è decaduto da sindaco per la condanna in primo grado per abuso d’ufficio.
Alle regionali è candidabile, ma se dovesse vincere sarebbe immediatamente sospeso per via della legge Severino. E’ l’esito che il Nazareno voleva evitare.
Ora pende sulla testa del Pd una campagna per le regionali ancora più in salita.
Certo, le folli primarie campane, dopo mesi di panico, alla fine sono andate molto meglio del previsto, nonostante le fosche previsioni di Saviano. Ma la strada per vicnere la regione è ancora lunghissima.

(da “Huffingtonpost“)

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PRIMARIE PD, VINCE DE LUCA CON OLTRE IL 60%, LA FARSA CONTINUA

Marzo 2nd, 2015 Riccardo Fucile

CONDANNATO IN PRIMO GRADO E DICHIARATO DECADUTO DALLA LEGGE SEVERINO, ANCHE SE BATTERA’ CALDORO, NON POTRA’ FARE IL GOVERNATORE, SALVO CHE IL PD CON FACCIA UNA NORMA AD PERSONAM

Vincenzo De Luca è in netto vantaggio su Andrea Cozzolino e ha staccato Marco Di Lello.
I dati ufficiosi lo danno a oltre il 60% delle preferenze a due-terzi delle schede scrutinate. Significativo anche il solo risultato che si sta profilando a Napoli e provincia, con De Luca avanti con il 55% su Cozzolino fermo al 41%.
L’ex sindaco ha raggiunto la sede regionale del Pd a Napoli dove è stato accolto dai suoi sostenitori.
«Sei il presidente, sei il nostro presidente», tra applausi e abbracci, amici, simpatizzanti e amministratori che sono scesi in campo al suo fianco c’è una folla nella sede democrat. Accompagnato dai figli, Piero e Roberto, De Luca è stato applaudito anche da tanti cittadini salernitani prima della partenza.
«È stata una sfida eroica, sarà  una rivoluzione democratica. È stato un voto libero – ha detto a Napoli – si apre una fase di unità  e concretezza dei programmi. Non sarà  una passeggiata, ma sono fiducioso».
Il tutto in una cornice sorprendente viste le premesse, perchè ha visto andare al voto oltre 160 mila persone, sempe secondo il Pd.
Sulle primarie era intervenuto lo scrittore Saviano he aveva sostenuto:”I candidati sono espressione della politica del passato. Queste elezioni saranno determinate da voti di scambio. Pacchetti di voti sono pronti ad andare a uno o all’altro candidato in cambio di assessorati. In più saranno determinanti gli accordi con Cosentino”.
Secondo lo scrittore “le primarie Pd avrebbero dovuto essere strumento di apertura e partecipazione, ma così non è stato (vedi il caso Liguria). Sino a quando non esisteranno leggi in grado di governarle, saranno solo scorciatoie per gruppi di potere”.
E aveva concluso: “Non legittimiamole, non andate a votare”.

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