Marzo 10th, 2015 Riccardo Fucile
LA RIPRESA SI ALLONTANA, IL DATO METTE A RISCHIO LA RIPRESA DEL PIL: -2,2% RISPETTO ALL’ANNO PRIMA
La ripresa è più lontana. 
La produzione industriale a gennaio è tornata a calare registrando una contrazione dello 0,7% su dicembre e del 2,2% rispetto a gennaio 2014.
E’ quanto rileva l’Istat registrando nuovi segni meno dopo il risultato positivo di dicembre. Tutti i comparti contribuiscono alla flessione tendenziale: si tratta di un dato in qualche modo preoccupante, perchè l’andamento dell’industria è direttamente correlato a quello dell’economia del Paese.
Le fasi di contrazione della produzione hanno inciso con i periodi di recessione, mentre quelle di espansione si sono tradotte nei momenti di ripresa.
Tra i pochi dati positivi l’Istat sottolinea la crescita del 35,9% della produzione di autoveicoli a gennaio rispetto all’anno precedente: si tratta dal quarto aumento consecutivo a due cifre per il settore.
Nel dettaglio, l’indice destagionalizzato presenta variazioni congiunturali positive nei comparti dell’energia (+0,5%) e dei beni di consumo (+0,1%); diminuiscono invece i beni strumentali (-1,8%) e i beni intermedi (-0,2%).
In termini tendenziali gli indici corretti per gli effetti di calendario registrano, a gennaio 2015, flessioni in tutti i comparti; diminuiscono i beni intermedi (-2,8%), l’energia (-2,7%), i beni di consumo (-2,0%) e, in misura meno rilevante, i beni strumentali (-0,9%).
Per quanto riguarda i settori di attività economica, a gennaio 2015, i comparti che registrano i maggiori aumenti tendenziali sono quelli della fabbricazione di mezzi di trasporto (+16,1%), della fabbricazione di computer, prodotti di elettronica ed ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi (+4,3%) e delle altre industrie manifatturiere, riparazione e installazione di macchine ed apparecchiature (+4,3%).
Le diminuzioni maggiori si registrano nei comparti della metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (-8,1%), delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-5,7%) e della fabbricazione di macchine e attrezzature (-5%).
(da “La Repubblica”)
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Marzo 10th, 2015 Riccardo Fucile
TRA IMPOSTE STATALI (+ 0,2%) E LOCALI (+ 2,7%) UN AUMENTO DI TRE MILIARDI CERTIFICATO DAL MINISTERO DELLE FINANZE
Sulla pressione fiscale in Italia nel 2014 ci siamo. La verità è arrivata e le chiacchiere stanno a zero.
Guardateli bene questi dati, perchè sono quelli ufficiali del Ministero delle Finanze.
Nel 2014 le tasse in Italia sono aumentate ancora.
Dai dati ministeriali ufficiali, risulta infatti che nel 2014 il totale delle tasse statali e locali è salito di quasi 3 miliardi rispetto al 2013.
Precisamente, a valori omogenei, nel 2014 lo Stato e gli enti locali hanno chiesto agli italiani 478,407 miliardi di tasse, cioè esattamente 2,737 miliardi in più del 2013, quando si erano invece “fermate” a 475,670 miliardi
Perciò, numeri e dati ufficiali alla mano, non solo nel 2014 il Governo Renzi e gli enti locali non hanno per niente abbassato le tasse agli italiani, ma addirittura gliene hanno chieste svariati miliardi in più.
E nei dati ufficiali troviamo anche alcune altre interessanti conferme, comprese quelle per cui:
— la tanto propagandata diminuzione delle “tasse statali” era completamente falsa perchè le tasse statali, da sole, sono cresciute di 1 miliardo;
— la pressione fiscale è salita ancora di più a livello di “tasse locali“, per le quali l’aumento è stato infatti ancora maggiore, cioè quasi 2 miliardi in più (vi dicono niente le paroline “IMU“, “Tari“, “Tasi” e via dicendo?).
Insomma, il tempo è galantuomo e alla fine la verità è venuta a galla: nel 2014 le tasse in Italia sono aumentate di svariati miliardi rispetto al 2013, altro che diminuite.
Salvatore Lantino
Avvocato Tributarista e Docente di Fiscalità Internazionale
(da “beppegrillo.it”)
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Marzo 10th, 2015 Riccardo Fucile
ITALICUM, RIFORME COSTITUZIONALI E JOBS ACT: SONO LE ULTIME TAPPE DEL DISSENSO A PAROLE CHE FINISCE AL MOMENTO DEL VOTO IN AULA
Non è facile dire di “no” a Matteo Renzi, o meglio, c’è chi lo fa a parole, ma poi nella sostanza pigia il
tasto giusto e vota tutto quello che il premier desidera.
D’altra parte intenzioni di voto smentite al momento decisivo non sono una novità arrivata con il renzismo.
Prima di tutto: la lealtà verso la ditta
Partiamo dall’acerrimo nemico interno Pier Luigi Bersani: “L’Italicum va cambiato. Produce una Camera di nominati. Non sta in piedi. Il combinato disposto tra norme costituzionali e legge elettorale rompe l’equilibrio democratico. Se è deciso che la riforma della Costituzione non si può modificare, io non accetterò mai di votare questa legge elettorale senza modifiche. Ormai credo si sia vista la mia estrema lealtà verso la ‘ditta’, ma i partiti sono uno strumento. Prima viene l’equilibrio democratico. Questo combinato disposto non lo voterò mai”.
E una riflessione sul jobs act: “Penso sia fuori dall’ordinamento costituzionale”. Parole pronunciate sull’Avvenire il 26 febbraio.
Ma l’unica cosa che resta, per ora, è la fedeltà alla ditta appunto, perchè i suoi voti su riforme costituzionali, Italicum e jobs act, nei vari passaggi parlamentari, fin qui non sono mai mancati.
Che Bersani sia capace di ingoiare rospi ormai è cosa nota; nell’agosto del 2011, governo Berlusconi in carica, replicò così, in commissione alla Camera, alla lettera-diktat della Bce: “Non si parli di cose che non esistono in nessun posto al mondo. Il pareggio di bilancio in Costituzione? Noi non è che intendiamo nei secoli castrarci di ogni possibile politica economica”.
La castrazione è avvenuta, con tanto di voto di Bersani, nell’aprile 2012, governo Monti.
Minoranze che si dimenano e minacciano ma alla fine eseguono gli ordini
La minoranza del Partito democratico in epoca renziana si dimena molto, minaccia anche, come dimostra spesso Gianni Cuperlo: “Se noi licenziamo l’Italicum così com’è uscito dalla Camera, io credo che ci siano margini di rischio di costituzionalità di quella legge”.
Era il luglio 2014. E pochi giorni fa ha addirittura scritto al premier una lettera: “Sul jobs act il governo ha ignorato esattamente suggerimenti e linee votati dalla direzione del Pd e poi dalle commissioni parlamentari. Sulla riforma costituzionale non avete tenuto conto neppure di un voto che avrebbe permesso, al Senato, di correggere quelle storture e incoerenze che rischiano, nei fatti, di rendere farraginosa la riforma”. Però, fino a qui, anche Cuperlo ha votato tutto.
Le barricate cedevoli del prode “Fassina chi?”
Poi c’è “Fassina chi?”, l’ex sottosegretario Stefano Fassina, l’unico a dire il vero che abbia alzato la voce contro Renzi in pubblico (assemblea nazionale del Pd a dicembre: “È inaccettabile la delegittimazione di chi ha posizioni diverse dalle tue, se vuoi il voto dillo”), però è anche lui molto disciplinato nei momenti che contano.
A novembre avvertiva: “L’Italicum non va”. A febbraio, dopo l’elezione del capo dello Stato, i toni si sono ammorbiditi: “Visto che il Pd, unito, ha ottenuto un risultato di grande valore con l’elezione di Mattarella, approfittiamo della rottura del patto del Nazareno per migliorare le riforme, a cominciare dall’Italicum”.
Ma Renzi non cambia niente, cosa farà Fassina? Annuncia sorprese, vedremo se ci saranno.
A proposito di Mattarella, la corsa al Colle ha mostrato al fermezza degli alleati di governo di Ncd.
Il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha cambiato posizione in pochissime ore: “Mattarella è una persona degnissima. Ma voteremo scheda bianca anche alla quarta votazione, non partecipando a una scelta maturata esclusivamente dentro il Pd”.
Era giovedì 29 gennaio, poche ore deputati e senatori di Ncd hanno scritto compatti sulla scheda: “Mattarella”.
Dalla minoranza Pd, passando per Ncd, arriviamo ai dissidenti di Forza Italia e alle loro battaglie campali, sostenute come se niente fosse, facendo finta di dimenticare il passato.
Nel novembre 2014 la rivista Formiche scrive: “Le argomentazioni degli studiosi in trincea contro l’architettura monetaria europea trovano accoglienza nel ragionamento di Raffaele Fitto. Il quale ritiene che il terreno propizio all’iniziativa di Forza Italia è ‘lavorare con tutte le energie nelle istituzioni’ per mettere in discussione il Fiscal compact dal punto di vista politico e giuridico”.
Dal terribile Fiscal compact alle guerre di Libia
Già , per Fitto il Fiscal compact, misure europee in termini di bilancio, è uno degli argomenti preferiti di critica al governo e all’austerità euro-tedesca; già nel maggio 2014 Fitto dichiarava: “Bisognerà intervenire con fermezza per modificare l’impostazione del Fiscal compact e chiedere con forza una proroga nell’attuazione del programma di rientro finanziario che, così concepito, metterebbe in ginocchio il nostro Paese senza offrire alcuna prospettiva di crescita”.
Era un’afosa giornata del luglio 2012, la Camera doveva votare proprio sul Fiscal compact, Silvio Berlusconi era assente, 48 deputati dell’allora Pdl si astennero o votarono addirittura contro. Fitto c’era e votò a favore.
Poi c’è la guerra di Libia, nel 2015 l’ultracattolico Beppe Fioroni, per fare un esempio, è sicuro: “Per spegnere un incendio bisogna usare le sostanze giuste, sbagliare sostanza rischia di far divampare l’incendio a dismisura”.
Insomma, oggi niente armi, nel 2011 votò a favore dell’intervento anti Gheddafi. Cambiare idea è lecito e, in questo caso, assolutamente doveroso.
Giampiero Calap�
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 10th, 2015 Riccardo Fucile
BERSANI, CUPERLO E FASSINA COMBATTONO LA SVOLTA AUTORITARIA SOLO NEI CONVEGNI, POI VOTANO IN AULA LE LEGGI TRUFFA
Oggi la Camera vota in seconda lettura (su quattro) la cosiddetta riforma della Costituzione, con il nuovo Senato e il nuovo titolo V sulle autonomie locali.
Il nuovo titolo V è una buona idea, e va a correggere la pessima della legge costituzionale imposta a colpi di maggioranza dal centrosinistra nel 2001, riportando allo Stato alcune competenze ora sparpagliate fra i vari enti locali con interminabili conflitti fra i vari centri di potere e di spesa: dovrebbe essere stralciato dal resto della “riforma” per essere approvato da tutti senza ostacoli.
Il nuovo Senato invece è una pessima idea, per i motivi che hanno spinto il Fatto l’estate scorsa a lanciare una petizione “Contro i ladri di democrazia” e oltre 350 mila cittadini a firmarla, allarmati per quella che illustri costituzionalisti hanno definito — in combinato disposto con la legge elettorale Italicum — una “svolta autoritaria”
In sintesi.
1) Un pugno di capi-partito continueranno a nominarsi due terzi dei deputati a propria immagine e somiglianza (con i capilista bloccati per la Camera).
2) Anzichè abolire — come promesso — il Senato (scelta discutibile, ma che avrebbe almeno il pregio della chiarezza e del risparmio), lo si mantiene con poteri decorativi e organici ridotti a un terzo, e si abolisce l’elezione dei senatori, che saranno anch’essi nominati dalla Casta (5 dal capo dello Stato e 95 dalle Regioni, di cui 74 consiglieri regionali e 21 sindaci) e per giunta blindati con l’immunità -impunità .
3) Il Parlamento diventerà anche di diritto lo zerbino di un premier-padrone, “uomo solo al comando” senza controlli nè contrappesi, con una maggioranza spropositata su un solo partito (premio alle liste, anzichè alle coalizioni) che gli permetterà di scegliersi personalmente, oltre ai parlamentari, anche un presidente della Repubblica ad personam e parti significative della Corte costituzionale, del Csm e della Rai, mortificando le opposizioni, indebolendo i poteri di controllo e influenzando vieppiù la magistratura e l’informazione.
Questo cocktail obbrobrioso veniva giustificato con la lealtà al Patto del Nazareno con B.: ma, se è vero — come dicono tutti — che quel patto è saltato, non c’è alcun motivo di perseverare a rispettarlo.
Basterebbe azzerare l’Italicum e tornare al Mattarellum (o, meglio ancora, copiare il sistema francese a doppio turno); e, quanto alla Costituzione, diversificare i ruoli delle due Camere, lasciandole elettive e dimezzando il numero e lo stipendio dei parlamentari.
Invece Renzi tira diritto da solo, non si sa se più per puntiglio o per vocazione padronale, per conficcare l’obbrobrio a viva forza e a tappe forzate nella nostra Costituzione, scardinandone i principi fondamentali pur senza formalmente modificarli, e stravolgendone lo spirito trasformando una democrazia orizzontale, partecipata e bilanciata in un regimetto verticale, centralizzato, castale e dunque autoritario che infesterà la vita pubblica per chissà quanti anni.
A meno che il premier non incontri sulla sua strada qualcuno che gli imponga l’alt. Chi, per dovere d’ufficio, dovrebbe fermarlo per primo è il capo dello Stato, Sergio Mattarella, che ha giurato sulla Costituzione (quella vera, quella del 1948) poco più di un mese fa: ieri ha battuto un primo colpo importante su un’altra legge porcata, quella sulla responsabilità civile dei magistrati.
Ma intanto c’è da augurarsi un colpo di reni del Parlamento, dove la partita non è ancora chiusa.
I 5Stelle, Sel e Fd’I hanno sempre votato contro la riforma costituzionale.
La Lega le ha prima prestato il suo Calderoli come relatore al Senato (lui, avendo collaborato ascriverla, la definì davvero intenditore “una porcatina”), ma ora annuncia voto contrario.
Poi c’è Forza Italia, o quel che ne resta: B., per i motivi inconfessabili che animano ogni sua decisione, ha comunicato il suo No dopo aver partecipato al Nazareno alla stesura originaria, a sei mani con Verdini e la Boschi, e averla poi fatta approvare l’estate scorsa a Palazzo Madama.
Se mai oggi riuscisse a controllare il suo partito, del che è lecito dubitare, si ritroverebbe per l’eterogenesi dei fini a salvare per la seconda volta la tanto detestata Costituzione (la prima fu nel 1998, quando fece saltare il tavolo della Bicamerale D’Alema).
Ma tutti questi No non bastano: sono indispensabili anche quelli della minoranza del Pd, vista anche la transumanza in direzione governativa degli “ex grillini” voltagabbana: “cittadini” eletti al grido di “vaffa al Pdl e al Pdmenoelle” che fino a un anno fa, prima di andarsene o essere espulsi, combattevano le “riforme” renziane con parole di fuoco e gesti eclatanti, dopodichè giurarono che si sarebbero dimessi da parlamentari, salvo poi restare a pie’ fermo con tutte le diarie e le indennità , e ora mendicano poltrone ministeriali e di sottogoverno in cambio dell’atterraggio morbido a corte.
I Bersani, i Cuperlo, i Fassina vogliono continuare a combattere la svolta autoritaria nei convegni, nei talk show e nelle interviste ai giornali, per poi votare ogni schifezza in Parlamento?
Oppure intendono riappropriarsi finalmente dell’articolo 67 della Costituzione (“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”) per difenderla tutta intera?
Perchè è per difenderla, non per demolirla, che furono votati due anni fa. Renzi, mai eletto da nessuno se non per fare il sindaco di Firenze, degli elettori può tranquillamente infischiarsene: loro no.
Un giorno saranno chiamati a rispondere del loro voto di oggi.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 10th, 2015 Riccardo Fucile
“LE MONDE” RIVELA: GLI ASSISTENTI PARLAMENTARI ACCUSATI DI NON LAVORARE REALMENTE PER L’UNIONE EUROPEA…L’INCHIESTA RIGUARDA 7,5 MILIONI DI EURO
Venti assistenti del Front National al Parlamento europeo sono oggetto di un’inchiesta per frode,
secondo informazioni diffuse a Parigi da Le Monde.
E’ stato il presidente dell’europarlamento Martin Schulz a rivolgersi all’Ufficio europeo antifrode per aprire un’inchiesta su 20 assistenti di eurodeputati del partito guidato da Marine Le Pen, sospettati di non lavorare realmente per l’Unione europea.
E’ stata informata anche il ministro della Giustizia francese, Christiane Taubira.
Si tratta degli assistenti assunti dai 24 eurodeputati del Front National.
Gli vengono contestati per la legislatura attuale 7 milioni e 500mila euro.
Tutto questo accade mentre il Front raccoglie, in un sondaggio dell’istituto Odoxa, il 31% dei consensi degli intervistati, risultato che permetterebbe al partito di vincere il primo turno delle elezioni provinciali in programma il 22 e 29 marzo.
Nello stesso sondaggio, dietro al Front National ci sono lo schieramento di centrodestra Ump (il partito dell’ex presidente Nicolas Sarkozy) con il 29% e i socialisti attualmente al governo e all’Eliseo con Franà§ois Hollande con il 21%.
La maggior parte degli analisti politici affermano che se Le Pen mantenesse il ritmo attuale potrebbe anche andare al ballottaggio alle prossime presidenziali, dove però avrebbe poche possibilità di battere il candidato del grande partito che andrà ad affrontare (cioè Ump o Ps).
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