Marzo 13th, 2015 Riccardo Fucile
PD 38,5%, M5S 19,3%, LEGA 13,5%, FORZA ITALIA 12,6%, SEL 4,2%, NCD+ UDC 3,6% FDI 3,1%
Il Pd si consolida primo partito italiano al 38,5% (+0,2%), il Movimento 5 Stelle cresce dello 0,8% (arrivando al 19,3%) mentre la Lega Nord, complici forse le divisioni interne in Veneto, scende dello 0,7%, attestandosi al 13,5%.
È quanto emerge dalle intenzioni di voto di Ixè, in esclusiva per Agorà (Raitre).
Forza Italia, invece, si ferma al 12,6%.
Il dato sull’affluenza alle urne, intanto, si attesta al 59,6%.
Nella disputa interna alla Lega Nord tra Salvini e Tosi, solo il 66% degli elettori del Carroccio si schiera con il segretario (e dunque con Luca Zaia, in corsa per la rielezione in Veneto).
Il 20%, invece, dà ragione al sindaco di Verona e il 14% non prende posizione.
“Non è trascurabile il 20 percento a Tosi — ha osservato Roberto Weber, presidente Ixè —, perchè il dato è nazionale, bisognerebbe vedere quanto questo dato pesi in Veneto, in quella Regione potrebbe essere molto di più”
Dopo l’assoluzione in via definitiva di Silvio Berlusconi sul caso Ruby, secondo il 56% degli italiani l’ex premier tornerà protagonista in politica.
Per il 57% degli elettori del Pd invece, dopo la rottura del patto del Nazareno, Matteo Renzi è più forte di prima.
Solo per il 18% è più debole.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 13th, 2015 Riccardo Fucile
“NON SONO RINCOGLIONITO COME VUOI FAR CREDERE”
Resa dei conti, atto primo. Palazzo Grazioli è un pozzo di veleni. E Forza Italia rischia il frontale. 
«Silvio — batte i pugni Denis Verdini, paonazzo — la signora Maria Rosaria Rossi pensa di potermi prendere per il c… . E neanche ti parlo di Giovanni Toti e Deborah Bergamini, perchè non spreco il mio tempo. Ecco, io te lo dico una sola volta: o noi, o loro».
Quando dice “noi”, l’ex coordinatore azzurro scaglia contro il capo i venti deputati pronti a seguirlo. È la miccia.
Volano parole grosse, l’ex Cavaliere quasi sbrana il compagno di mille battaglie: «Sei tu che metti in giro la voce che sono ostaggio del cerchio magico. Ma io non sono rincoglionito come volete far credere a tutti ».
Quando si tratta di Berlusconi, però, nulla è definitivo. Neanche le risse. E infatti i due si lasciano con la promessa di incontrarsi ancora.
Giusto il tempo di far depositare il polverone, evitando così che questo gelo si trasformi in scissione.
La vigilia è tesa.
«Mi ha ferito », confida Verdini. «Mi ha deluso », si lamenta l’ex Cavaliere.
Il progetto è semplice, preannunciato mercoledì dal senatore alla festa del capo: «Ci incontriamo, serve un chiarimento ». Sarà schietto, profetizzano da entrambi i fronti. «Io mi tengo alla larga da quella stanza…», scherza Giovanni Toti a metà pomeriggio, affacciandosi in via del Plebiscito per un’intervista tv.
L’ex premier convoca pure Gianni Letta, l’ambasciatore delle mediazioni impossibili. Un’ora e mezza di colloquio, però, non basta a smaltire le tossine.
Il clima è elettrico, le ferite dei reduci del Nazareno bruciano ancora. E basta poco per far saltare i nervi.
Succede quando il big toscano evoca il documento vergato dai suoi diciassette deputati: «Non me ne parlare — si infuria Berlusconi — non ve ne frega nulla di Forza Italia, nè del sottoscritto. Avete fatto uscire quella lettera indegna nel giorno della Cassazione!».
Peggio, se possibile: «Denis, mi parli di lealtà ma hai fatto firmare quei deputati con l’inganno. Li hai fregati dicendo loro che era una lettera privata che avresti spedito solo a Berlusconi. E invece l’avete passata alla stampa».
Botta e risposta, colpo su colpo. Copione inevitabile, quando litigano due vecchi amici legati da mille fili.
È lungo l’elenco dei bersagli portato da Verdini sulla scrivania del capo.
Al primo posto c’è Maria Rosaria Rossi, tesoriera con potere di firma sulle liste. Ha in mano il destino di centotrenta parlamentari uscenti: crollasse lei, il cerchio magico si affloscerebbe in un baleno.
«Chi attacca me — ripete da tempo la senatrice — attacca Berlusconi. Io faccio solo quello che decide lui. Io sono fedele solo al Presidente».
Il secondo target è Renato Brunetta. Già Raffaele Fitto ha reclamato un voto sul capogruppo, ora tocca a Verdini.
Propone al leader di sostituirlo con Daniela Santanchè, assomiglia molto a una provocazione. Di certo Berlusconi reagisce: «Ma come faccio? Già fatico a tenere Sallusti al “Giornale” perchè sta con lei, figurati se posso metterla al posto di Renato!».
A Grazioli è il tempo dello scontro. Nessuno si tira indietro, nessuno molla di un millimetro.
«Vorrei proprio vedere chi vi vota, se rompete con Forza Italia», argomenta l’ex premier. Litigano di brutto, anche se entrambi pensano di non poter rompere per davvero.
Berlusconi rinfaccia a Verdini anche il “debole” per Matteo Renzi — «tu lavori per chi ti ricatta sulle tue questioni personali » — e naturalmente i presunti danni dell’accordo del Nazareno: «Sei stato tu a infilarci in quel patto».
È proprio il rapporto con palazzo Chigi il nodo irrisolto dell’intera vicenda.
«Ti ha portato solo vantaggi », elenca il politico toscano, ribadendo che senza una “copertura” politica dell’esecutivo è impossibile ipotizzare una revisione della legge Severino, autentica ghigliottina sul futuro politico dell’uomo di Arcore.
«E poi — domanda — cosa ci guadagni ad appiattirti sulla Lega? Lo sai che in Veneto il partito è al 7%?».
Se Forza Italia dovesse reggere l’urto del duello, allora arriverà anche il tempo dell’ultima mediazione.
Dopo le Regionali, perchè prima non conviene a nessuno.
Toccherà al leader decidere se resuscitare il patto del Nazareno, facendo tornare in campo l’ambasciatore Verdini, oppure far prevalere il cerchio magico (è il copione degli ultimi tre anni).
In quest’ultimo caso la scissione delle colombe berlusconiane diventerebbe inevitabile.
Volerebbero verso la maggioranza di governo, rendendo irrilevanti le truppe berlusconiane anche al Senato.
E facendo avverare la profezia di Verdini: «Silvio, attento, perchè quando ti accorgerai che avevo ragione sarà troppo tardi».
Tommaso Ciriaco e Conchita Sannino
(da “La Repubblica”)
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Marzo 13th, 2015 Riccardo Fucile
I VERTICI SONO IL TRUST E L’EXECUTIVE BOARD: I MEMBRI DEL PRIMO SONO SELEZIONATI IN BASE A UN CODICE SULLE NOMINE E SORVEGLIANO IL SECONDO
Nomine tra candidati scelti con bando pubblico e selezione tramite colloquio, un’unica newsroom per tutte le reti aziendali e il Parlamento che svolge solo funzioni di controllo e non elettive.
Sono i tre principi su cui si basa la governance della British Broadcasting Corporation, modello dichiarato della riforma della Rai ipotizzata dal governo: caratteristiche studiate per rendere il sistema radiotelevisivo britannico il più indipendente possibile dalla politica.
Una contesto in cui i dirigenti vengono reclutati attraverso un colloquio pubblico che segue le stesse regole imposte dal Codice sulle nomine di tutte le cariche pubbliche britanniche.
Un esempio di indipendenza, ma ai britannici non basta: un report della Commissione Cultura, Media e Sport della Camera dei Comuni giudica insoddisfacente il livello di controllo cui sono sottoposte la gestione dell’azienda e la programmazione e chiede la creazione entro il 2017 di una una commissione esterna e indipendente che vigili sull’operato dei vertici.
La struttura: il Trust e l’Executive Board
I vertici della Bbc sono divisi in due organi con funzioni complementari: il Trust e l’Executive Board.
Il primo svolge tre funzioni, seguendo le disposizioni contenute nel contratto che regola i rapporti tra Stato e Bbc (Royal Charter): dettare le linee generali riguardo alle scelte strategiche dell’emittente, al bilancio interno e vigilare sull’operato dell’Executive Board.
Le nomine dei membri del Trust, che può essere paragonato per funzioni al Cda della Rai, non avvengono come in Italia per decisione del Parlamento, ma sono fatte “dalla Sovrana su designazione del Primo Ministro, previo parere del Dipartimento di Cultura, Media e Sport (Dcms)”, su un numero di candidati che hanno partecipato a un colloquio pubblico e a una selezione effettuata da una commissione esaminatrice della quale fanno parte il presidente della Bbc, un membro del Dcms e altri membri esterni.
La selezione avviene seguendo le disposizioni contenute nel Codice sulle nomine pubbliche dell’Ufficio del Commissioner for Public Appointments. In sostanza i vertici della Bbc non vengono nominati dalla politica, ma selezionati tramite colloquio come avviene per qualsiasi altro funzionario della Pubblica amministrazione.
Nel Codice sulle nomine “i dipartimenti, d’accordo con i ministeri di riferimento, sono responsabili della progettazione e dello svolgimento dei processi di nomina (…) con i principi di merito, correttezza e pubblicità che devono essere seguiti in ogni caso”.
Gli addetti alla selezione, si legge ancora, devono prendere in considerazione non solo il curriculum vitae del candidato, ma anche le sue attitudini professionali e caratteriali, da valutare durante il colloquio pubblico, che possono renderlo più o meno idoneo a ricoprire la carica.
Questi criteri devono essere analizzati e discussi preventivamente e approvati dal ministero di riferimento, “responsabile finale del processo di selezione candidati”. Non solo: al termine dei colloqui, “il presidente della commissione produrrà un report che descrive le fasi e la conclusione del processo di selezione, dimostrando che questo si è svolto secondo i criteri del Code of Practice“.
La prima selezione, quindi, non viene lasciata all’arbitrarietà dei membri della Commissione, ma segue le regole procedurali di qualsiasi altro bando pubblico, con tanto di valutazioni relative a eventuali conflitti d’interesse e di recenti attività politiche, anche se queste “non costituiscono un ostacolo alla nomina”.
Funzioni diverse, invece, sono svolte dall’Executive Board.
Questo è l’organo esecutivo della Bbc che recepisce le direttive generali e le linee guida stabilite dal Trust e le mette in pratica, sia in materia di strategie aziendali che di bilancio.
L’Executive Board è articolato in sotto-comitati, ognuno dei quali svolge una funzione specifica, ed è presieduto dal direttore generale, nominato dai membri del Trust.
I comitati possono essere di numero e composizione variabile, anche se per prassi troviamo sempre il comitato di controllo, formato solo da membri non esecutivi e con la funzione di controllo del rispetto degli standard; il comitato delle retribuzioni, formato da membri non esecutivi, che si occupa degli stipendi dei dipendenti; il comitato delle nomine.
Proprio quest’ultimo, composto da membri esecutivi e non esecutivi e istituito dal Royal Charter, ha il compito di selezionare e proporre i membri dell’Executive Board.
Verso una nuova commissione esterna di controllo
La Commissione per la Cultura, i Media e lo Sport della Camera dei Comuni svolge un ruolo di controllo sulle linee guida stabilite dal Trust, sull’amministrazione e i progetti di spesa.
Questa situazione, però, potrebbe subire dei cambiamenti se verrano prese in considerazione le proposte contenute in un report della stessa Commissione.
Nel documento si legge che il Trust, negli ultimi anni, ha abbassato il proprio livello di controllo sulla programmazione, permettendo l’acquisto di format che non rispettano i canoni del servizio pubblico.
“E’stato un errore — si legge — non affidare il controllo della Bbc a un soggetto esterno già nel 2007“.
Per migliorare la qualità del prodotto e garantire maggiore indipendenza “suggeriamo che il Trust venga abolito e (…) sostituito da un “consiglio unitario” che avrà “la completa responsabilità della governance e delle operazioni della Bbc, nei limiti imposti dal Royal Charter”.
Una Public Service Broadcasting Commission, una commissione esterna e indipendente, poi, avrà il ruolo di vigilare sull’operato del nuovo board e “approvare il piano strategico elaborato da quest’ultimo e supervisionare la sua esecuzione”. In sostanza, per i britannici la governance attuale non è strutturata in modo tale da garantire il grado di indipendenza dalla politica di cui la Bbc ha bisogno e la politica sta cercando il modo di rendere ancora più performante il servizio pubblico e la sua governance più indipendente dalla politica.
G. Rosini
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 13th, 2015 Riccardo Fucile
FUMO NEGLI OCCHI: LA RAI SARA’ SEMPRE PIU’ IN MANO ALLA CASTA
Stop alla “contiguità ” fra partiti e Rai, promette Matteo Renzi nella conferenza stampa seguita al
consiglio dei ministri di stasera.
Ma delinea un sistema in cui è il governo a scegliere l’amministratore delegato dell’emittente pubblica e il parlamento “in seduta congiunta” a nominare il consiglio d’amministrazione.
Nel cdm che si è occupato principalmente della riforma della scuola, la discussione sulla nuova governance della Rai non si è conclusa ma “abbiamo avviato l’esame del ddl, lo presenteremo nel prossimo cdm, con Guidi, Giacomelli e Padoan”, ha spiegato Renzi.
Il governo, ha chiarito, “crediamo abbia il dovere più che il diritto di individuare il capo azienda che deve passare dal voto di conferma del cda”.
Quanto al consiglio d’amministrazione, Renzi lo immagina “più ristretto, la cui maggioranza sia eletta dal Parlamento in seduta comune e con un membro espressione dei dipendenti Rai”.
Nessun sorteggio, come proposto dal Movimento 5 Stelle, perchè “devono essere i più bravi a gestire l’azienda”.
Ovviamente a decidere chi sono i più bravi è lui e i partiti di governo
Con l’attuale legge Gasparri, il cda è scelto dalla Commissione parlamentare di vigilanza dei servizi radiotelevisivi (sette membri) e altri due, tra cui il presidente, dal ministero del Tesoro.
Due espressioni dirette rispettivamente di governo e Parlamento, dunque.
In attesa che il ddl venga discusso, approvato e reso pubblico dal governo, è difficile capire dove sarebbe la riuvoluzione.
In che modo finirebbe la “contiguità ” con la politica che ha marchiato la storia dell’emittente pubblica italiana?
La politica sceglierà direttamente i vertici come sempre.
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Marzo 13th, 2015 Riccardo Fucile
L’INTERCETTAZIONE IN UN’INFORMATIVA DELLA POLIZIA: I DUE PRESUNTI AUTORI DI UN COLPO MILIONARIO IN UNA BANCA DI FOGGIA TIRANO IN BALLO IL DEPUTATO… IPOTESI ABBIA FATTO DA INTERMEDIARIO
“Dobbiamo portare i soldi a quello… all’onorevole. Ci sta aspettando”.
L’onorevole è Lello Di Gioia, deputato socialista eletto nelle fila del Pd e passato poi al Gruppo Misto, da settembre 2013 presidente della Commissione Parlamentare di Controllo sulle Attività degli Enti Gestori di Forme Obbligatorie di Previdenza e Assistenza Sociale e componente della Commissione Bilancio Tesoro e Programmazione.
A fare il suo nome, nel tragitto in auto che li conduce alla sua abitazione, sono secondo gli investigatori Olinto Bonalumi e Federico De Matteis, rispettivamente capo e componente della banda che nel 2012 aveva messo a segno un colpo da 15 milioni di euro nella filiale del Banco di Napoli di Foggia.
Di Gioia, secondo l’informativa della Polizia svelata da Repubblica, sarebbe il ponte di collegamento tra la banda e una delle vittime del furto.
Il sospetto è sorto a pochi giorni dal colpaccio, quando una volante della Polizia ha fermato sulla strada per Foggia Di Gioia in compagnia di Bonalumi.
Sospetto avvalorato la settimana successiva da quanto rilevato dalle cimici sistemate nelle auto dei malavitosi.
È il 4 maggio 2012 quando gli agenti — sempre secondo l’informativa — intercettano una conversazione tra Bonalumi e De Matteis.
“Ci sta aspettando” si dicono mentre procedono lungo la strada che li porterà a casa del deputato.
Il capo della banda, da tutti conosciuto come Arsenio Lupin, entra nel palazzo del politico. Ci rimane per 30 minuti.
Si rimette in auto, i due si allontanano per tornare dopo poco.
Il tempo necessario — secondo quanto ricostruito dagli agenti — per andare al loro covo, prendere la refurtiva, tornare da Di Gioia e consegnargliela.
A scambio finito, vanno via ripromettendosi che “quello lì bisogna assolutamente lasciarlo perdere”.
Nell’informativa — riporta il quotidiano — gli agenti scrivono di aver udito “il crepitio di un sacchetto” e contestualmente De Matteis “mandare baci con toni euforici”.
“Con questi dobbiamo fare metà a testa — dice il capo della banda — mi hanno tenuto tre ore per spiegarmi come le fanno. Vedi questa è di cinghiale. Questo è cotechino e lo devi mettere sul sugo”.
Il riferimento è al maiale che il deputato avrebbe offerto loro in cambio della parte di refurtiva restituita.
Tutti elementi che hanno portato la Polizia a descrivere Lello Di Gioia come l’intermediario tra le vittime dell’assalto e la banda.
Il politico non è indagato, al tempo dei fatti non ricopriva ruoli pubblici quindi non era tenuto a sporgere denuncia.
Fatto sta che la sua posizione, se dovesse essere confermata, non è affatto semplice.
Il colpo, come detto, risale al 2012 ma gli sviluppi si sono avuti ieri, quando con l’operazione “Goldfinger” la Polizia, coordinata dalla Procura di Foggia, ha sgominato due organizzazioni criminali, arrestando 14 persone e notificando due obblighi di dimora.
Una delle due bande è proprio quella che, con un colpo da maestri, era riuscita ad assaltare il caveau della filiale foggiana del Banco di Napoli. Il bottino fu da capogiro: 15 milioni di euro sottratti da 141 cassette di sicurezza violate.
Un lavoro che, al tempo, fu descritto come perfetto. I malviventi non lasciarono alcuna traccia del loro passaggio.
Nè segni di effrazione, nè fotogrammi ripresi dalle videocamere di sorveglianza giacchè portarono via anche l’hard disk sul quale erano state registrate le prove della loro presenza.
Ad oltre cento persone furono sottratti danaro e gioielli di famiglia.
Una di queste, per recuperare parte dei suoi averi, si rivolse al politico più influente della zona: Lello Di Gioia.
Mary Tota
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 13th, 2015 Riccardo Fucile
ACCETTATO IL RICORSO DEI LEGALI DOPO 7 ORE
Un altro colpo di scena nella lunga vicenda di Cesare Battisti, anzi doppio. 
L’ex terrorista rosso condannato all’ergastolo in Italia è stato arrestato ieri dalla polizia federale brasiliana in seguito all’annullamento del suo permesso di soggiorno in Brasile.
Il fermo sembrava preludere all’espulsione in Francia o Messico, sue ultime residenze prima di entrare in Brasile.
E invece dopo 7 ore è stato liberato, in seguito all’accoglimento del ricorso dei suoi legali.
“Il caso è stato risolto con celerità e giustizia è stata fatta”, ha detto l’avvocato di Battisti, che ha anche annunciato un’azione legale contro la giudice federale che aveva decretato l’espulsione del suo assistito: “Non compete ad un giudice di primo grado decidere sulla sua espulsione”, ha detto Tamasauskas.
L’ex militante dei Pac era stato arrestato ieri pomeriggio dalla polizia federale nella sua casa di Embu das Artes, nello stato di San Paolo.
Al momento dell’arresto era in compagnia della moglie e della figlia. Battisti non aveva opposto resistenza e non era stato ammanettato.
Il 3 marzo scorso la giudice federale Adverci Rates aveva decretato l’espulsione dell’ex militante dei Proletari armati per il comunismo (Pac), condannato all’ergastolo in Italia per quattro omicidi, negando il rinnovo del permesso di soggiorno per essere entrato in Brasile con documenti falsi.
Il giorno dopo il ministro della Giustizia Andrea Orlando aveva annunciato che il governo era pronto a presentare una nuova istanza di estradizione.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 13th, 2015 Riccardo Fucile
COSI’ SCEGLIE I DIRIGENTI DEGLI OSPEDALI… SEQUESTRATO UN DOCUMENTO NELL’INCHIESTA SU EXPO’ CON LA SPARTIZIONE DELLE POLTRONE DELLA SANITA’
I magistrati che indagano sugli appalti dell’Expo e della sanità lombarda hanno sequestrato la lista segreta della «lottizzazione» politica dei grandi ospedali della regione, con la mappa della spartizione delle poltrone di vertice tra la Lega, Cl e Forza Italia.
Lo rivela L’Espresso nel numero in edicola.
I documenti sono stati scoperti dalla sezione di polizia giudiziaria della Procura di Milano durante una perquisizione di un dirigente sanitario di area leghista.
Nella lista compaiono i nomi di tutti i direttori generali delle 15 Asl e dei 30 ospedali pubblici più importanti della Lombardia, che guadagnano 15 mila euro lordi al mese. Accanto a ogni nome, c’è la sigla di un partito: 20 hanno la targa della Lega, altri 24 del Pdl, solo uno viene collegato al Pd, ma è stato rimosso.
In un secondo elenco, sequestrato allo stesso manager leghista, i direttori degli ospedali lombardi vengono collegati direttamente ai loro presunti protettori politici: come «fedelissimi di Salvini», ad esempio, vengono etichettati una decina di dirigenti della sanità regionale, tra cui spicca il responsabile della ricchissima Asl di Milano.
I carabinieri hanno sequestrato la mappa della spartizione della sanità regionale, con le pagelle di fedeltà dei vari manager. Ecco chi ha “piazzato” più fedelissimi nei posti di potere. E il segretario del Carroccio pesa più del governatore Roberto Maroni
Al governatore lombardo Roberto Maroni la lista attribuisce invece una presunta quota personale di sei direttori generali.
Negli stessi documenti compaiono anche annotazioni scritte a penna sulla maggiore o minore «disponibilità » del manager pubblico verso il partito, sintetizzate in giudizi come «fedelissimo», «bravo», «cane sciolto» o «pessimo», con l’indicazione dei politici in grado di «allinearli» alla Lega.
Queste carte riservate sulla spartizione politica delle nomine sanitarie sono state compilate probabilmente nel 2013, prima degli arresti per le tangenti dell’Expo, partendo da atti interni della Regione Lombardia.
Dei 45 direttori generali citati nella lista sequestrata, 38 sono tuttora in carica, compreso un nutrito gruppo di indagati e in qualche caso già condannati.
Tra i 24 manager pubblici con la targa dell’allora Pdl c’è un’ulteriore divisione in due correnti, con sponsor politici diversi: Cl e Forza Italia.
A gestire questi ultimi, sempre secondo i documenti sequestrati al manager leghista, era Gianstefano Frigerio, l’ex parlamentare di Forza Italia, già pregiudicato di Tangentopoli, che è stato riarrestato nel maggio 2014 e poi condannato non solo per le corruzioni dell’Expo, ma anche con l’accusa di aver truccato appalti da decine di milioni di euro proprio nei grandi ospedali lombardi.
L’inchiesta sugli affari politici nella sanità è tuttora in corso.
Paolo Biondani
(da “L’Espresso”)
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Marzo 13th, 2015 Riccardo Fucile
PIU’ POTERE AI PRESIDI, SALTANO 60.000 ASSUNZIONI PROMESSE
E’ il punto che gli interessa di più di tutta la riforma, dicevano i suoi già prima del consiglio dei ministri
che ha varato il disegno di legge sulla ‘Buona scuola’.
In conferenza stampa Renzi dedica molto spazio alla nuova figura che ha forgiato per imprimere il ‘cambia verso’ alla scuola pubblica: il “preside allenatore”.
Il premier lo definisce così. E’ di fatto il ‘capo azienda’ di ogni istituto, colui che in nome dell’autonomia scolastica deciderà il destino di un bacino di centomila precari. Sarà lui a sceglierli da un apposito albo e ad assumerli sulla base dei curricula.
Il preside è il capo, struttura piramidale nella scuola. Come sulla Rai, dove pure arriverà il ‘capo azienda’ scelto dal governo.
Con tutte le polemiche e probabilmente gli abusi discrezionali che ne deriveranno.
E’ la solita svolta verticista del capocaseggiato mancato Renzi.
Lo fa con la riforma della scuola, lo fa con la riforma della Rai, tema sul quale il governo non ha ancora varato un disegno di legge ma ha solo iniziato la discussione. Ma comunque anche lì, secondo i piani illustrati da Renzi, ci sarà un consiglio di amministrazione nominato a maggioranza dal Parlamento, ma il capo azienda dovrà poter “decidere” senza essere “costretto a mediazioni su mediazioni”.
La svolta in senso verticale poi si concretizza anche con la riforma della pubblica amministrazione all’esame del Senato: il testo rafforza il potere decisionale di Palazzo Chigi sulle nomine nelle società controllate, sfilandole di fatto ai ministeri, soprattutto al Tesoro che al momento detiene il maggior numero di controllate pubbliche.
Decide tutto lui, potesse nominerebbe lui anche i bidelli.
Per via delle critiche, arrivate anche dal Colle, sull’abuso della decretazione d’urgenza, il presidente del Consiglio presenta un disegno di legge.
E sfida il Parlamento ad approvarlo entro le amministrative del 31 maggio (stasera il consiglio dei ministri ne ha deciso la data con un decreto).
I centomila entreranno all’interno di un albo dal quale verranno pescati dai presidi, in base alla disponibilità di cattedre nell’istituto e in base al curriculum, che verranno pubblicati online come i bilanci di ciascun istituto.
E non ci sarà automatismo nella graduatoria: sceglierà il preside. Che poi in teoria verrà giudicato dal ministero per il suo operato.
Con il rischio che il preside chiami qualche suo amico, diciamo il Carrai di turno.
C’è poi il capitolo stabilizzazione.
Le assunzioni non sono più le 148 mila promesse qualche mese fa, ma 100 mila.
I posti andranno a chi è nelle graduatorie a esaurimento, le Gae. «Poi varranno solo i concorsi».
Esclusi i 23 mila maestri della scuola materna: «Su questi dobbiamo prima chiarirci con i Comuni. Manteniamo l’impegno ma le inseriamo dentro un ragionamento più ampio».
Campa cavallo…
L’importante è che domani tutti parlino dei presidi, chi se ne frega di 60.000 docenti bidonati.
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Marzo 13th, 2015 Riccardo Fucile
IL CONSENSO DEL CARROCCIO NON ANDRA’ OLTRE: BACINO POTENZIALE E INTENZIONI DI VOTO COINCIDONO… CALA IL CONSENSO AL GOVERNO
Si schierano su tutto, ma dello scontro dentro la Lega Nord non gliene frega nulla.
Il 53% delle persone intervistate da Lorien Consulting non riesce a avere un’opinione sulla rissa tra il segretario federale del Carroccio Matteo Salvini e il sindaco di Verona, defenestrato dal partito, Flavio Tosi: il tema è sentito quasi solo tra gli elettori della Lega, il 93% dei quali prende posizione (tra le varie opzioni proposte dall’istituto di sondaggi).
Sul campione totale (5oo persone) il 20% è del parere (tardivo) che Tosi dovesse rimanere dentro il partito e ricucire lo strappo, il 10% suggerisce di restare ma solo in cambio dell’annullamento del commissariamento della Liga Veneta e solo il 9 giudica buona la scelta di uscire dalla Lega e allearsi con l’area moderata di Ncd e Udc (come potrebbe accadere).
Ma il dato sulla Lega che salta all’occhio è un altro: se infatti le intenzioni di voto si confermano intorno al 14%, questa cifra si identifica con il cosiddetto “bacino potenziale“, cioè coloro che prendono anche solo in considerazione di votare il Carroccio.
Significa, più o meno, che non ci sono elettori in più da conquistare, almeno per ora. Che il consenso potrebbe essere al suo massimo.
Il governo e i partiti
Poi ci sono i dati sui partiti e sul governo che non registrano grosse novità .
Il giudizio sul governo torna a scendere, anche se di poco: da due mesi galleggia d’altronde tra il 45 e il 48 per cento.
L’ultimo dato è del 45% dopo il 46 della settimana scorsa. Tra i dati più generali invece continua la flessione dell’indice di fiducia nel futuro degli intervistati che ora torna sotto al 50 per cento.
Un calo cominciato intorno alla metà di gennaio: dal 53% si è passati al 51, poi al 50 e ora al 49.
Quanto alle forze politiche non ci sono scossoni.
Il Pd resta di gran lunga il primo partito (38,5%).
Seguono il Movimento Cinque Stelle (17,5), la Lega Nord che continua a essere il primo partito del centrodestra (14,5%), Forza Italia (12).
Sia la Lega che Fi perdono in una settimana mezzo punto percentuale.
Riuscirebbero, ad oggi, a superare la soglia di sbarramento necessaria all’ingresso in Parlamento l’Area popolare (Ncd più Udc) che arriva al 4,3 e Sel che resta al 4. Più in difficoltà Fratelli d’Italia (2,5%).
Lo zoccolo duro dei partiti: i casi di Pd, M5s e Lega
Suggerisce qualcosa anche un “esperimento” ulteriore che Lorien ha effettuato: cioè calcolare lo “zoccolo duro” di ciascun partito, vale a dire la quota di elettori che sicuramente voterebbero le forze politiche, ma anche il bacino potenziale, cioè coloro che prendono anche solo in considerazione questo o quel partito.
Gli elettori fedeli dei partiti più piccoli si riducono notevolmente rispetto alle intenzioni di voto per via del “richiamo” del voto utile.
Un esempio è Sel: il bacino potenziale arriva addirittura al 9% (che i partiti a sinistra del Pd non hanno mai preso), l’intenzione di voto vera e propria è al 4, ma i fedelissimi si fermano all’1,3% perchè un’alternativa valida è scegliere il Pd (sperando in proposte e decisioni “più di sinistra”).
Sono simili, in proporzione, i dati di Pd e M5s.
Mentre, infatti, tutti i partiti registrano un’intenzione di voto inferiore rispetto al bacino potenziale, in questi due casi succede il contrario. E sia democratici che grillini soffrono meno lo scarto con gli elettori fedeli (che sono comunque diversi milioni di voti effettivi).
In percentuale il Pd raccoglierebbe certamente il 16 per cento, mentre il M5s poggia su una base sicura dell’8%.
Infine si segnala il caso della Lega Nord: bacino potenziale e intenzioni di voto sono identici, il che potrebbe dire che il consenso del Carroccio sembra arrivato al massimo.
In realtà molto si gioca sull’ultimo dato significativo: il 29% degli intervistati non prende in considerazione nessun partito, il 48% non dà alcuna intenzione di voto e il 10% ha già deciso che sicuramente non si presenterà alle urne alle prossime elezioni.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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