Marzo 10th, 2015 Riccardo Fucile
LA RIPRESA SI ALLONTANA, IL DATO METTE A RISCHIO LA RIPRESA DEL PIL: -2,2% RISPETTO ALL’ANNO PRIMA
La ripresa è più lontana. 
La produzione industriale a gennaio è tornata a calare registrando una contrazione dello 0,7% su dicembre e del 2,2% rispetto a gennaio 2014.
E’ quanto rileva l’Istat registrando nuovi segni meno dopo il risultato positivo di dicembre. Tutti i comparti contribuiscono alla flessione tendenziale: si tratta di un dato in qualche modo preoccupante, perchè l’andamento dell’industria è direttamente correlato a quello dell’economia del Paese.
Le fasi di contrazione della produzione hanno inciso con i periodi di recessione, mentre quelle di espansione si sono tradotte nei momenti di ripresa.
Tra i pochi dati positivi l’Istat sottolinea la crescita del 35,9% della produzione di autoveicoli a gennaio rispetto all’anno precedente: si tratta dal quarto aumento consecutivo a due cifre per il settore.
Nel dettaglio, l’indice destagionalizzato presenta variazioni congiunturali positive nei comparti dell’energia (+0,5%) e dei beni di consumo (+0,1%); diminuiscono invece i beni strumentali (-1,8%) e i beni intermedi (-0,2%).
In termini tendenziali gli indici corretti per gli effetti di calendario registrano, a gennaio 2015, flessioni in tutti i comparti; diminuiscono i beni intermedi (-2,8%), l’energia (-2,7%), i beni di consumo (-2,0%) e, in misura meno rilevante, i beni strumentali (-0,9%).
Per quanto riguarda i settori di attività economica, a gennaio 2015, i comparti che registrano i maggiori aumenti tendenziali sono quelli della fabbricazione di mezzi di trasporto (+16,1%), della fabbricazione di computer, prodotti di elettronica ed ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi (+4,3%) e delle altre industrie manifatturiere, riparazione e installazione di macchine ed apparecchiature (+4,3%).
Le diminuzioni maggiori si registrano nei comparti della metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (-8,1%), delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-5,7%) e della fabbricazione di macchine e attrezzature (-5%).
(da “La Repubblica”)
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Marzo 10th, 2015 Riccardo Fucile
TRA IMPOSTE STATALI (+ 0,2%) E LOCALI (+ 2,7%) UN AUMENTO DI TRE MILIARDI CERTIFICATO DAL MINISTERO DELLE FINANZE
Sulla pressione fiscale in Italia nel 2014 ci siamo. La verità è arrivata e le chiacchiere stanno a zero.
Guardateli bene questi dati, perchè sono quelli ufficiali del Ministero delle Finanze.
Nel 2014 le tasse in Italia sono aumentate ancora.
Dai dati ministeriali ufficiali, risulta infatti che nel 2014 il totale delle tasse statali e locali è salito di quasi 3 miliardi rispetto al 2013.
Precisamente, a valori omogenei, nel 2014 lo Stato e gli enti locali hanno chiesto agli italiani 478,407 miliardi di tasse, cioè esattamente 2,737 miliardi in più del 2013, quando si erano invece “fermate” a 475,670 miliardi
Perciò, numeri e dati ufficiali alla mano, non solo nel 2014 il Governo Renzi e gli enti locali non hanno per niente abbassato le tasse agli italiani, ma addirittura gliene hanno chieste svariati miliardi in più.
E nei dati ufficiali troviamo anche alcune altre interessanti conferme, comprese quelle per cui:
— la tanto propagandata diminuzione delle “tasse statali” era completamente falsa perchè le tasse statali, da sole, sono cresciute di 1 miliardo;
— la pressione fiscale è salita ancora di più a livello di “tasse locali“, per le quali l’aumento è stato infatti ancora maggiore, cioè quasi 2 miliardi in più (vi dicono niente le paroline “IMU“, “Tari“, “Tasi” e via dicendo?).
Insomma, il tempo è galantuomo e alla fine la verità è venuta a galla: nel 2014 le tasse in Italia sono aumentate di svariati miliardi rispetto al 2013, altro che diminuite.
Salvatore Lantino
Avvocato Tributarista e Docente di Fiscalità Internazionale
(da “beppegrillo.it”)
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Marzo 10th, 2015 Riccardo Fucile
ITALICUM, RIFORME COSTITUZIONALI E JOBS ACT: SONO LE ULTIME TAPPE DEL DISSENSO A PAROLE CHE FINISCE AL MOMENTO DEL VOTO IN AULA
Non è facile dire di “no” a Matteo Renzi, o meglio, c’è chi lo fa a parole, ma poi nella sostanza pigia il
tasto giusto e vota tutto quello che il premier desidera.
D’altra parte intenzioni di voto smentite al momento decisivo non sono una novità arrivata con il renzismo.
Prima di tutto: la lealtà verso la ditta
Partiamo dall’acerrimo nemico interno Pier Luigi Bersani: “L’Italicum va cambiato. Produce una Camera di nominati. Non sta in piedi. Il combinato disposto tra norme costituzionali e legge elettorale rompe l’equilibrio democratico. Se è deciso che la riforma della Costituzione non si può modificare, io non accetterò mai di votare questa legge elettorale senza modifiche. Ormai credo si sia vista la mia estrema lealtà verso la ‘ditta’, ma i partiti sono uno strumento. Prima viene l’equilibrio democratico. Questo combinato disposto non lo voterò mai”.
E una riflessione sul jobs act: “Penso sia fuori dall’ordinamento costituzionale”. Parole pronunciate sull’Avvenire il 26 febbraio.
Ma l’unica cosa che resta, per ora, è la fedeltà alla ditta appunto, perchè i suoi voti su riforme costituzionali, Italicum e jobs act, nei vari passaggi parlamentari, fin qui non sono mai mancati.
Che Bersani sia capace di ingoiare rospi ormai è cosa nota; nell’agosto del 2011, governo Berlusconi in carica, replicò così, in commissione alla Camera, alla lettera-diktat della Bce: “Non si parli di cose che non esistono in nessun posto al mondo. Il pareggio di bilancio in Costituzione? Noi non è che intendiamo nei secoli castrarci di ogni possibile politica economica”.
La castrazione è avvenuta, con tanto di voto di Bersani, nell’aprile 2012, governo Monti.
Minoranze che si dimenano e minacciano ma alla fine eseguono gli ordini
La minoranza del Partito democratico in epoca renziana si dimena molto, minaccia anche, come dimostra spesso Gianni Cuperlo: “Se noi licenziamo l’Italicum così com’è uscito dalla Camera, io credo che ci siano margini di rischio di costituzionalità di quella legge”.
Era il luglio 2014. E pochi giorni fa ha addirittura scritto al premier una lettera: “Sul jobs act il governo ha ignorato esattamente suggerimenti e linee votati dalla direzione del Pd e poi dalle commissioni parlamentari. Sulla riforma costituzionale non avete tenuto conto neppure di un voto che avrebbe permesso, al Senato, di correggere quelle storture e incoerenze che rischiano, nei fatti, di rendere farraginosa la riforma”. Però, fino a qui, anche Cuperlo ha votato tutto.
Le barricate cedevoli del prode “Fassina chi?”
Poi c’è “Fassina chi?”, l’ex sottosegretario Stefano Fassina, l’unico a dire il vero che abbia alzato la voce contro Renzi in pubblico (assemblea nazionale del Pd a dicembre: “È inaccettabile la delegittimazione di chi ha posizioni diverse dalle tue, se vuoi il voto dillo”), però è anche lui molto disciplinato nei momenti che contano.
A novembre avvertiva: “L’Italicum non va”. A febbraio, dopo l’elezione del capo dello Stato, i toni si sono ammorbiditi: “Visto che il Pd, unito, ha ottenuto un risultato di grande valore con l’elezione di Mattarella, approfittiamo della rottura del patto del Nazareno per migliorare le riforme, a cominciare dall’Italicum”.
Ma Renzi non cambia niente, cosa farà Fassina? Annuncia sorprese, vedremo se ci saranno.
A proposito di Mattarella, la corsa al Colle ha mostrato al fermezza degli alleati di governo di Ncd.
Il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha cambiato posizione in pochissime ore: “Mattarella è una persona degnissima. Ma voteremo scheda bianca anche alla quarta votazione, non partecipando a una scelta maturata esclusivamente dentro il Pd”.
Era giovedì 29 gennaio, poche ore deputati e senatori di Ncd hanno scritto compatti sulla scheda: “Mattarella”.
Dalla minoranza Pd, passando per Ncd, arriviamo ai dissidenti di Forza Italia e alle loro battaglie campali, sostenute come se niente fosse, facendo finta di dimenticare il passato.
Nel novembre 2014 la rivista Formiche scrive: “Le argomentazioni degli studiosi in trincea contro l’architettura monetaria europea trovano accoglienza nel ragionamento di Raffaele Fitto. Il quale ritiene che il terreno propizio all’iniziativa di Forza Italia è ‘lavorare con tutte le energie nelle istituzioni’ per mettere in discussione il Fiscal compact dal punto di vista politico e giuridico”.
Dal terribile Fiscal compact alle guerre di Libia
Già , per Fitto il Fiscal compact, misure europee in termini di bilancio, è uno degli argomenti preferiti di critica al governo e all’austerità euro-tedesca; già nel maggio 2014 Fitto dichiarava: “Bisognerà intervenire con fermezza per modificare l’impostazione del Fiscal compact e chiedere con forza una proroga nell’attuazione del programma di rientro finanziario che, così concepito, metterebbe in ginocchio il nostro Paese senza offrire alcuna prospettiva di crescita”.
Era un’afosa giornata del luglio 2012, la Camera doveva votare proprio sul Fiscal compact, Silvio Berlusconi era assente, 48 deputati dell’allora Pdl si astennero o votarono addirittura contro. Fitto c’era e votò a favore.
Poi c’è la guerra di Libia, nel 2015 l’ultracattolico Beppe Fioroni, per fare un esempio, è sicuro: “Per spegnere un incendio bisogna usare le sostanze giuste, sbagliare sostanza rischia di far divampare l’incendio a dismisura”.
Insomma, oggi niente armi, nel 2011 votò a favore dell’intervento anti Gheddafi. Cambiare idea è lecito e, in questo caso, assolutamente doveroso.
Giampiero Calap�
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 10th, 2015 Riccardo Fucile
BERSANI, CUPERLO E FASSINA COMBATTONO LA SVOLTA AUTORITARIA SOLO NEI CONVEGNI, POI VOTANO IN AULA LE LEGGI TRUFFA
Oggi la Camera vota in seconda lettura (su quattro) la cosiddetta riforma della Costituzione, con il nuovo Senato e il nuovo titolo V sulle autonomie locali.
Il nuovo titolo V è una buona idea, e va a correggere la pessima della legge costituzionale imposta a colpi di maggioranza dal centrosinistra nel 2001, riportando allo Stato alcune competenze ora sparpagliate fra i vari enti locali con interminabili conflitti fra i vari centri di potere e di spesa: dovrebbe essere stralciato dal resto della “riforma” per essere approvato da tutti senza ostacoli.
Il nuovo Senato invece è una pessima idea, per i motivi che hanno spinto il Fatto l’estate scorsa a lanciare una petizione “Contro i ladri di democrazia” e oltre 350 mila cittadini a firmarla, allarmati per quella che illustri costituzionalisti hanno definito — in combinato disposto con la legge elettorale Italicum — una “svolta autoritaria”
In sintesi.
1) Un pugno di capi-partito continueranno a nominarsi due terzi dei deputati a propria immagine e somiglianza (con i capilista bloccati per la Camera).
2) Anzichè abolire — come promesso — il Senato (scelta discutibile, ma che avrebbe almeno il pregio della chiarezza e del risparmio), lo si mantiene con poteri decorativi e organici ridotti a un terzo, e si abolisce l’elezione dei senatori, che saranno anch’essi nominati dalla Casta (5 dal capo dello Stato e 95 dalle Regioni, di cui 74 consiglieri regionali e 21 sindaci) e per giunta blindati con l’immunità -impunità .
3) Il Parlamento diventerà anche di diritto lo zerbino di un premier-padrone, “uomo solo al comando” senza controlli nè contrappesi, con una maggioranza spropositata su un solo partito (premio alle liste, anzichè alle coalizioni) che gli permetterà di scegliersi personalmente, oltre ai parlamentari, anche un presidente della Repubblica ad personam e parti significative della Corte costituzionale, del Csm e della Rai, mortificando le opposizioni, indebolendo i poteri di controllo e influenzando vieppiù la magistratura e l’informazione.
Questo cocktail obbrobrioso veniva giustificato con la lealtà al Patto del Nazareno con B.: ma, se è vero — come dicono tutti — che quel patto è saltato, non c’è alcun motivo di perseverare a rispettarlo.
Basterebbe azzerare l’Italicum e tornare al Mattarellum (o, meglio ancora, copiare il sistema francese a doppio turno); e, quanto alla Costituzione, diversificare i ruoli delle due Camere, lasciandole elettive e dimezzando il numero e lo stipendio dei parlamentari.
Invece Renzi tira diritto da solo, non si sa se più per puntiglio o per vocazione padronale, per conficcare l’obbrobrio a viva forza e a tappe forzate nella nostra Costituzione, scardinandone i principi fondamentali pur senza formalmente modificarli, e stravolgendone lo spirito trasformando una democrazia orizzontale, partecipata e bilanciata in un regimetto verticale, centralizzato, castale e dunque autoritario che infesterà la vita pubblica per chissà quanti anni.
A meno che il premier non incontri sulla sua strada qualcuno che gli imponga l’alt. Chi, per dovere d’ufficio, dovrebbe fermarlo per primo è il capo dello Stato, Sergio Mattarella, che ha giurato sulla Costituzione (quella vera, quella del 1948) poco più di un mese fa: ieri ha battuto un primo colpo importante su un’altra legge porcata, quella sulla responsabilità civile dei magistrati.
Ma intanto c’è da augurarsi un colpo di reni del Parlamento, dove la partita non è ancora chiusa.
I 5Stelle, Sel e Fd’I hanno sempre votato contro la riforma costituzionale.
La Lega le ha prima prestato il suo Calderoli come relatore al Senato (lui, avendo collaborato ascriverla, la definì davvero intenditore “una porcatina”), ma ora annuncia voto contrario.
Poi c’è Forza Italia, o quel che ne resta: B., per i motivi inconfessabili che animano ogni sua decisione, ha comunicato il suo No dopo aver partecipato al Nazareno alla stesura originaria, a sei mani con Verdini e la Boschi, e averla poi fatta approvare l’estate scorsa a Palazzo Madama.
Se mai oggi riuscisse a controllare il suo partito, del che è lecito dubitare, si ritroverebbe per l’eterogenesi dei fini a salvare per la seconda volta la tanto detestata Costituzione (la prima fu nel 1998, quando fece saltare il tavolo della Bicamerale D’Alema).
Ma tutti questi No non bastano: sono indispensabili anche quelli della minoranza del Pd, vista anche la transumanza in direzione governativa degli “ex grillini” voltagabbana: “cittadini” eletti al grido di “vaffa al Pdl e al Pdmenoelle” che fino a un anno fa, prima di andarsene o essere espulsi, combattevano le “riforme” renziane con parole di fuoco e gesti eclatanti, dopodichè giurarono che si sarebbero dimessi da parlamentari, salvo poi restare a pie’ fermo con tutte le diarie e le indennità , e ora mendicano poltrone ministeriali e di sottogoverno in cambio dell’atterraggio morbido a corte.
I Bersani, i Cuperlo, i Fassina vogliono continuare a combattere la svolta autoritaria nei convegni, nei talk show e nelle interviste ai giornali, per poi votare ogni schifezza in Parlamento?
Oppure intendono riappropriarsi finalmente dell’articolo 67 della Costituzione (“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”) per difenderla tutta intera?
Perchè è per difenderla, non per demolirla, che furono votati due anni fa. Renzi, mai eletto da nessuno se non per fare il sindaco di Firenze, degli elettori può tranquillamente infischiarsene: loro no.
Un giorno saranno chiamati a rispondere del loro voto di oggi.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 10th, 2015 Riccardo Fucile
“LE MONDE” RIVELA: GLI ASSISTENTI PARLAMENTARI ACCUSATI DI NON LAVORARE REALMENTE PER L’UNIONE EUROPEA…L’INCHIESTA RIGUARDA 7,5 MILIONI DI EURO
Venti assistenti del Front National al Parlamento europeo sono oggetto di un’inchiesta per frode,
secondo informazioni diffuse a Parigi da Le Monde.
E’ stato il presidente dell’europarlamento Martin Schulz a rivolgersi all’Ufficio europeo antifrode per aprire un’inchiesta su 20 assistenti di eurodeputati del partito guidato da Marine Le Pen, sospettati di non lavorare realmente per l’Unione europea.
E’ stata informata anche il ministro della Giustizia francese, Christiane Taubira.
Si tratta degli assistenti assunti dai 24 eurodeputati del Front National.
Gli vengono contestati per la legislatura attuale 7 milioni e 500mila euro.
Tutto questo accade mentre il Front raccoglie, in un sondaggio dell’istituto Odoxa, il 31% dei consensi degli intervistati, risultato che permetterebbe al partito di vincere il primo turno delle elezioni provinciali in programma il 22 e 29 marzo.
Nello stesso sondaggio, dietro al Front National ci sono lo schieramento di centrodestra Ump (il partito dell’ex presidente Nicolas Sarkozy) con il 29% e i socialisti attualmente al governo e all’Eliseo con Franà§ois Hollande con il 21%.
La maggior parte degli analisti politici affermano che se Le Pen mantenesse il ritmo attuale potrebbe anche andare al ballottaggio alle prossime presidenziali, dove però avrebbe poche possibilità di battere il candidato del grande partito che andrà ad affrontare (cioè Ump o Ps).
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Marzo 9th, 2015 Riccardo Fucile
FORZA ITALIA DICE NO, MA SALVINI PREPARA LA FRONDA TRA SSENZE E ASTENSIONI… IN MATTINATA SI VOTA SULLE RIFORME, NEL POMERIGGIO LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE
La paura è che il giorno possa passare alla storia come quello del “colpo finale”. Giudiziario e politico.
Teso, di umore plumbeo, Silvio Berlusconi ad Arcore già sente il rumore della raffica che può arrivare da Roma, dove la Cassazione si pronuncerà sul processo Ruby: è un plotone di esecuzione, la Corte, agli occhi dell’ex premier.
Che nelle ultime ore ha ricominciato a parlare coi suoi di toghe rosse. A Villa San Martino l’attesa è snervante. Perchè dalla procura non trapela alcuno “spiffero”.
E per la prima volta alle sue spalle stavolta Forza Italia è in preda al cupio dissolvi.
Alla riunione pomeridiana dei gruppi, Massimo Parisi, il fedelissimo di Verdini, chiede il voto di astensione quando le riforme approderanno in Aula.
E Daniela Santanchè spiega che è tentata dal sì: “Vediamo se la notte porta consiglio”. Posizioni pesanti, dopo che Berlusconi c’è andato giù duro con Renzi.
È il segnale che Denis è pronto allo strappo. Negli ultimi giorni i suoi contatti con palazzo Chigi si sono intensificati mentre con Berlusconi ormai sono pressochè inesistenti.
Proprio per trovare una soluzione, per tutto il giorno Mariastella Gelmini prova a convincere Berlusconi che un voto di astensione sarebbe il minore dei mali portando però sull’astensione il grosso del gruppo. Niente da fare.
Nei panni del falco dei falchi, l’ex premier detta personalmente la dichiarazione che dirama il suo consigliere Giovanni Toti: si vota no, perchè Renzi ha tradito ai patti.
È l’ora dello sfogo, della rabbia contro tutto.
“Berlusconi è un’ira di Dio” racconta chi lo ha sentito. Appena finita la pena per frode fiscale, già si intravede il prossimo calvario sul processo Ruby:
“Se la Corte — dice una fonte vicina al dossier — lascia in piedi un pezzo del processo, è una catastrofe”.
Già , perchè la Corte tra la conferma dell’assoluzione e il rinvio di tutto in appello ha anche una terza via: rinviare in appello la parte sulla “prostituzione” e confermare l’assoluzione sulla “concussione”.
E si capisce che l’impatto sarebbe devastante. E renderebbe già scritto l’esito del Ruby ter, dove l’ex premier rischia il rinvio a giudizio per corruzione dei testimoni.
Eccolo, il “colpo finale”.
E nella linea dura di Berlusconi c’è già la reazione, rabbiosa e disperata, ovvero l’opposizione totale sotto le bandiere di Salvini.
Tira dritto l’ex premier quando gli dicono che gli uomini di Verdini sono pronti a votare le riforme. Il pallottoliere dice che alla Camera non superano la quindicina ma il segnale “politico” è enorme.
I suoi potrebbero non partecipare al voto o astenersi, ma il messaggio è chiaro: tra Berlusconi e Renzi, Denis mette le sue fiches solo su Renzi.
E al Senato i verdinani molti di più. E tira dritto Berlusconi anche quando Mariastella Gelmini gli ripete che “così il gruppo non tiene”.
Il rischio è che in Aula, su settanta parlamentari, ci possano essere una ventina di assenti, a causa di una classica “influenza tattica”.
Attorno al segnale di Verdini potrebbe cioè coagularsi il malessere. Un malessere evidente visto che alla riunione dei gruppi erano presenti meno della metà dei 69 parlamentari di Forza Italia: “I gruppi — dice un verdiniano di ferro — non tengono più. Le riforme c’entrano ma fino a un certo punto”.
C’entra che c’è chi ce l’ha con Berlusconi perchè ormai è impossibile parlarci, perchè “non possiamo farci dare la linea dalle sue badanti”, perchè “prima ci ha fatto perdere voti col Nazareno e ora non si capisce che vuole”.
Le riforme sono il detonatore di tutto questo.
Pure all’interno di quelli che votano no c’è una frattura profonda.
Toti dice che si vota no perchè, sul capo dello Stato, Renzi non ha rispettato i patti. Fitto dice che si vota no per ragioni di merito e attacca Toti: “Trovo piuttosto surreale, come sento dire da alcuni attuali ‘strateghi’, che si vota contro perchè Renzi ha ‘imbrogliato’ Forza Italia: ammesso che ciò sia vero, è solo l’ennesima prova di quanto Forza Italia abbia sbagliato in tutti questi mesi”.
Il cupio dissolvi, appunto. Martedì 10 marzo.
Sulla riforme si vota in mattinata. La Cassazione si pronuncia nel pomeriggio.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 9th, 2015 Riccardo Fucile
DAI RUMENI AI TEDESCHI, DAI POLACCHI AI MAROCCHINI: SEMPRE PIU’ STRANIERI DECIDONO DI RIMPATRIARE: “COMPLICATO FARE IMPRESA”
L’immigrazione al contrario è un fenomeno in rapida espansione in Italia. 
E sta ridisegnando l’orizzonte socioeconomico, levando la speranza in chi proviene da contesti storicamente più critici. I numeri parlano da soli.
I primi a tornare a casa sono i rumeni: oltre 35.500 rimpatri dal 2008 al 2012.
Al secondo e terzo posto, scorrendo la classifica dell’Istat, troviamo i polacchi (con 6.369 partenze) e i marocchini (6.299).
“Sono arrivata a Roma nel 2001 perchè lo stipendio era il doppio — racconta Wioletta Rozczypala, 42 anni, dalla città di Siedlce, nel nord est della Polonia -. Ci sono rimasta per undici anni, fino a dicembre 2012. Io e mio marito avevamo capito che non c’era futuro per gli stranieri, nè per i giovani. Abbiamo un figlio di tre anni, è anche per lui che siano tornati indietro. L’Italia è bellissima ma la gente è ancora diffidente verso gli stranieri, pensa che possano fare solo gli operai o gli addetti alle pulizie. Un amico medico è scappato via, non trovava un posto. Anche molte infermiere. Io mi sono laureata in filologia polacca. A Roma insegnavo all’ambasciata del mio Paese, mio marito faceva il pittore. La ditta per cui lavorava poi è fallita. Insieme portavamo a casa 2500 euro al mese. A Siedlce abbiamo aperto un ristorante e ne guadagniamo quattro mila. A tempo perso faccio la traduttrice per gli imprenditori italiani che investono qui. Abbiamo una casa di proprietà e stiamo per comprare la seconda”.
Quello che più l’ha spaventata da noi è “il mercato nero degli affitti e nelle aziende — spiega. In Polonia se non paghi le tasse dopo un mese ti scoprono”.
Nordin Baqili ha 35 anni, è venuto in Italia quando ne aveva otto, e da gennaio 2014 vive vicino a Casablanca.
“L’Italia è il mio paese — esordisce -. Ho ancora la residenza a Pinerolo, in provincia di Torino, e la casa lì. Ma non potevo più andare avanti. Per 15 anni ho avuto una falegnameria con tre dipendenti. Ho dovuto chiudere perchè i clienti erano in ritardo coi pagamenti, le banche fanno fatica a darti credito e le tasse ti strozzano”.
È partito da solo, lasciando genitori, fratelli e cugini qui. Ora abita nella casa dei suoi in Marocco e sta imparando l’arabo.
“In un anno mi sono sposato, ho avuto un figlio, e ho trovato lavoro come dipendente in una falegnameria. Il piano è aprire entro un anno un’azienda mia, perchè qui ci sono molti incentivi, di portare mia moglie e il bimbo a Pinerolo, perchè la qualità della vita è migliore da voi, e io farei su e giù da Casablanca”.
Una volta era l’opposto: gli immigrati facevano fortuna in Italia e avevano la famiglia nel Paese di origine.
L’Albania, a più di vent’anni dal primo grande esodo, ha aperto la porta a seimila ex emigrati.
La Cina è la quinta meta di ritorno (5.731).
Le sue prospettive di crescita nel 2015 rallentano (il pil è al livello più basso da 24 anni), ma restano comunque invidiabili.
“C’è più dinamismo, per questo ho approfittato di un’offerta di lavoro qui”: Chen Renzong, 27 anni, lavora a Shenzhen, nella punta meridionale della Repubblica popolare cinese, per un’azienda italiana che si occupa di tubi marini per l’estrazione del petrolio.
Si era trasferito ad Ascoli Piceno quando aveva dieci anni, poi ha frequentato la facoltà di Ingegneria meccanica al Politecnico di Milano.
“Mia madre è stata la prima a venire in Italia e la prima a lasciarla nel 2009. Lei e mio padre avevano una fabbrica di jeans, ma poi è diventato sempre più difficile fare business. Ne hanno aperta una vicino a Qingtian, lungo la costa orientale, esportano jeans per i coreani”. A Chen mancano le colline ascolane. “Sento di avere due case, ma la Cina la conosco a malapena”.
A dire addio all’Italia, in sesta posizione ci sono i tedeschi (con 5.067 rientri), seguiti dagli ucraini (5.027).
Silke Roesh ha prenotato un volo da Milano a Berlino il 3 marzo. Ha 32 anni e molla un posto al Goethe institute, l’istituto di cultura tedesca.
“Ho lavorato qui due anni, mi sono occupata di progetti formativi per studenti e insegnanti. In Germania prima di partire facevo la professoressa di tedesco al liceo. Mi manca questo mestiere”.
Silke ha fatto più di un soggiorno in Italia. “La prima volta a Bologna per l’Erasmus. La seconda sempre a Milano, per uno stage al Goethe institute e un lavoro in una galleria d’arte. Amo il vostro Stato — conclude — ma non è facile fare l’insegnante qui, ti tocca un precariato di anni. In Germania è diverso, al massimo fai un anno di supplenza, poi ti assumono a tempo indeterminato. A me lo hanno già promesso a settembre. Lo stipendio è molto più alto, 2300 euro, però devi insegnare due materie, in tutto 26 ore alla settimana”.
Nadia ha un figlio che sta combattendo sul fronte orientale dell’Ucraina.
Un altro che ha un negozio vicino a Leopoli, nella parte occidentale, dov’è tornata a vivere anche lei dal 2012.
“Ho raggiunto Napoli nel 2002 a bordo di un pullman turistico. Ho finto di fare una vacanza ma volevo rimanere in Italia. Dovevo aiutare la mia famiglia. In Ucraina lavoravo in un laboratorio di analisi in ospedale, mio marito era farmacista, ma mi creda, si faceva la fame”.
Dopo sei mesi a Napoli, Nadia si è spostata a Mantova.
“Ho sempre fatto la badante, ho cambiato quattro famiglie, per 800 euro al mese. Per 12 anni ho visto mio marito e miei figli una volta l’anno. Con i soldi che spedivo uno di loro si è preso un appartamento. Oggi bado ai miei tre nipotini”.
È rimasta in ottimi rapporti con gli italiani. “Mi chiamano spesso, mi chiedono se ho bisogno di una mano”.
La lista dei primi dieci popoli in fuga dal Belpaese si chiude con indiani (3.701), moldavi (3.164) e bengalesi (3.051).
Singh Nishan ormai da cinque anni si è ritirato nel Punjab, lo stato a nord-ovest dell’India.
“Coltiva riso e granoturco nei terreni che erano di mio nonno e prima ancora del mio bisnonno — spiega suo figlio Dalgit, 28 anni, operatore turistico per un’agenzia di viaggi in Italia, che è venuto a far visita ai genitori -. Mio padre non si ricorda bene l’italiano. Ha 58 anni, ne ha passati una quindicina nella provincia di Brescia, dove vivo ancora io. Ha fatto l’operaio in una fabbrica di plastica, mia mamma invece casalinga”.
Anche gli zii hanno preferito abbandonare il sogno italiano: “Uno è andato a Londra, l’altro in Canada. Quasi tutti gli indiani vanno in questi paesi, oltre che in Germania. Così le donne possono parlare inglese e trovare lavoro”.
Chiara Daina
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Marzo 9th, 2015 Riccardo Fucile
“IO DENUNCIO DEI DISASTRI, MA E’ INUTILE”: UN’ANALISI IMPIETOSA DELLA SINISTRA (E NON SOLO)
È l’una e trenta, c’è il sole, pochi turisti tra canali, ponti e piazze. È l’una e trenta “ma non ho fame, non mangio quasi mai. No, non sto attento, non ho mai avuto lo stimolo, salto sempre il pranzo. Vuole un bicchiere di vino? ”.
Meglio evitare. Meglio mantenere intatte le facoltà cerebrali quando si ascolta Massimo Cacciari dissertare di politica, di Venezia, gli scontri con Massimo D’Alema su Silvio Berlusconi, i dubbi su Matteo Renzi, la presunta love story con Veronica Lario.
I quadri di Emilio Vedova e i contrasti con il fratello.
Fino ai suoi testi, alcuni dei quali talmente complessi da inibire le recensioni dei critici: “Davvero? ”, sorride sornione, “è vero, spesso non sono semplici. Ma non sempre, ne ho scritti alcuni meno complessi”.
Iper borghese, ma di sinistra, iper critico verso il Pd, ma sempre democratico, iper impegnato (“do una mano per le primarie”), ma quando si discute non guarda mai l’orologio nè il cellulare.
La sua casa sembra la sintesi morettiana di un intellettuale impegnato: libri ovunque, quadri anche in bagno. Ordinata senza esagerare, vissuta, lo stendino carico di panni, il letto tirato su al volo
Professore, ha più volte definito le primarie una “farsa”, però continua a dare il suo contributo…
(Alza la voce, da semi sdraiato in poltrona si metti in punta di cuscino) M’hanno apparecchiato questa condizione, devo salvare qualcosa! Se la situazione di lotta è questa, lotto, spero che Renzi sbaracchi lo strumento, tanto gli è servito enormemente una volta, primarie concesse da questi deficienti. Adesso cerchiamo di diventare responsabili
In che modo?
Con un minimo di ragionevolezza, con l’albo degli elettori presentato con congruo anticipo, e solo gli iscritti possono votare. Mettiamo dei limiti.
Teme l’arrivo di truppe “straniere” anche a Venezia?
Qui siamo persone serie.
Anche a Genova e Napoli lo dicevano.
In Liguria erano Regionali. Vede, diventare sindaco è da matti, devi affrontare solo mega-grane con strumenti debolissimi. Le regioni sono potere, sono un mostro, sono dei catafalchi, enti che prendono risorse e le distribuiscono. Non hanno alcuna finanza autonoma, nessuna responsabilità , e potere assoluto. È chiaro che fanno a coltellate per venir eletti.
Anche lei ci ha provato nel 2000.
Nel momento top del berlusconismo e di colata a picco del centro-sinistra. Venne Berlusconi in nave a San Marco per un ricevimento con Galan e famiglia.
Galan ora è agli arresti domiciliari per il Mose.
E mi dispiace, ci sono situazioni molto più scandalose e gravi rispetto alla sua, a partire dal comportamento dei burocrati di Stato. Nessun Galan avrebbe mai potuto fare quello che ha fatto senza l’avallo dei poteri competenti dello Stato, a partire dai Magistrati alle Acque che hanno patteggiato. Erano loro a dire: ‘Il progetto Mose va bene’. E parlo della signora Piva e dell’ingegner Cuccioletta.
Le persone chiave della vicenda.
Per non parlare della Corte dei Conti, gli denunciai tutto. Una volta mi hanno convocato per tre minuti, ma guardavano altrove, non mi ascoltavano. Mentre si appassionarono al filmino promozionale dell’ingegner Mazzacurati. Ma vogliamo parlare di Prodi? di Berlusconi? dei presidenti del Consiglio?…
Cosa in particolare?
Tutti hanno avuto le mie carte, i documenti, i faldoni, i progetti alternativi, i dubbi. Niente. Ribadisco: tutto il Mose è, da sempre, in mano ai livelli più alti dello Stato, non fermatevi a Galan.
Resta il punto: lei accusa da sempre la politica, ma dalla politica non può stare lontano.
Si tratta di Venezia, la mia città , il posto dove ho speso gran parte della vita, già nell’89 ero quasi sindaco, poi mi sono presentato nel ’90 con una lista che si chiamava ‘Pci il ponte’, con il simboletto poi ripreso dal Pds e una lista con la metà di non iscritti al partito ma scelti da me.
Lei era occhettiano alla Bolognina.
Certo, ma non iscritto, ero uscito dal partito nel 1984, ma avevo buoni rapporti con tutti, meno che con D’Alema. Nel 1990 ero la sinistra dei club con Paolo Flores d’Arcais.
D’Alema non le è mai piaciuto.
Mai. È sicuramente intelligente e preparato, ma tradito dall’arroganza, per questo fa errori clamorosi.
“D’Alema intelligente” è oramai un assioma. Ma quando l’ha dimostrato?
Quando parla, quando fa un’analisi politica. Lo dimostra perchè è un uomo che ha letto due libri, è un uomo colto.
Va bene, ma nei fatti?
Politicamente è travolto dalla presunzione: lui, solo lui, ma allo stesso tempo è anche un uomo di partito, non è Renzi, non è un demagogo. Poi, quando si tratta del suo destino, dove ‘io posso prevalere’, ‘ io posso vincere su di te’, va nel pallone.
L’errore più grande di D’Alema?
Venne qui durante la Bicamerale e mi permisi di manifestargli dei dubbi. E lui utilizzando il mio cognome, disse: ‘Cacciari… Cacciari… ancora non hai capito: Berlusconi è un prigioniero politico’. Con lo stesso metro hanno affrontato Renzi, convinti di essere i più fighi.
Bersani sulla scia di D’Alema…
Un tipino molto modesto, perbene, molto consapevole dei propri limiti. È incredibile come hanno generato Renzi, questi sbarramenti, queste primarie, lo hanno legittimato convinti che avrebbero vinto. Perchè loro hanno la struttura, l’apparato, loro… Ma sono loro ad aver sbaraccato ogni forma di partito e si sono affidati a questa farsa di primarie.
Si aspettava il risultato di Bersani nel 2013?
No, mi aspettavo che sarebbe stata dura, ma non una catastrofe simile.
Il giorno dopo del voto, al Fatto disse: “Non hanno capito un cazzo, dovevano schierare Renzi”.
Piuttosto che andare a una competizione con la vecchia guardia, ci saremmo risparmiati questi due anni… ” Forse il primo anno, quello di Letta, in quest’ultimo non mi sembra in grandi difficoltà . Ora invece è debole. Poi lui copre i limiti con la super presenza, con la super volontà di potenza. È chiaro che se si fosse affermato con le elezioni, tutto sarebbe andato prima e meglio.
Non sembra così debole…
Gli resta il vizio di fondo, un vizio che pesa e che potrebbe portarlo a sbattere in ogni momento”.
Non ha opposizione.
Ma nei sistemi attuali l’opposizione non è tanto quella che vedi e che fa casino nelle piazze e in Parlamento. La chiave è un’altra: bisogna capire se è forte solo lui o se è riuscito a conquistare settori importanti, anche della burocrazia. In generale si ha una visione ridicola della politica, come una forza autonoma, mentre la politica conta sempre meno ed è destinata a contare ancor meno. Vede, per capire la forza di un uomo politico, o di una forza politica, bisognerebbe sapere come si ingrana con i veri sistemi di potere.
E Renzi non sa se li ha ingranati.
Questo è il punto. Conosco i sistemi di potere, ma non so come ci si configura Renzi, non so quanto sia dentro.
Per alcuni Renzi è espressione dei poteri forti, per altri no.
Appunto, lo vede? Ed è la domanda decisiva per capire quanto è solida la sua tenuta. Anche i suoi oppositori non lo capiscono, a partire da Cuperlo e Civati con i quali spesso mi confronto. Non inquadrano il personaggio, ed è la loro debolezza.
Lei prima ha parlato di D’Alema, e D’Alema non è un politico in grado di dire “ho sbagliato”. Lei cosa si rimprovera?
Non capire che se uno fa politica, deve fare solo politica. Non può nel frattempo andarsene da un Consiglio comunale perchè ha un libro da leggere, deve dedicarsi totalmente. Purtroppo non ho pazienza, quando uno dice troppe cazzate, quando la riunione dura troppo, mi sale l’angoscia di tornare a casa”.
Secondo Cesare De Michelis lei è un uomo in grado di dire “ti aspetto di sotto e ti picchio”, ma di non aver mai partecipato a una rissa.
No, non mi offendo mai. Posso mandare affanculo, ma dopo due secondi me ne sono dimenticato.
Celebri le sue urla ai talk shaw, ma si diverte ancora?
Non tanto, ma è un modo per dire due cose, poi mi invitano sempre, dire sempre di no pare brutto. Mi piace andare dalla Gruber, mi è simpatica.
Rispetto a Venezia, rivendica tutte le scelte?
Ho avuto qualche casino con il ponte di Calatrava, una grandissima opera di architettura, solo che è costata un’ira di Dio.
Non mi dirà “per colpa di scelte altrui”.
Da me una frase del genere non la sentirà mai: se uno assume una carica, si deve far carico anche dei padri. In quel caso sono stati sbagliati gli appalti, però ci passa più gente che al ponte di Rialto. Lo rifarei tale e quale… o non lo rifarei viste le grane che ho subito.
Cosa non ha realizzato per Venezia?
Un piano di mobilità acqueo. Non ci sono riuscito. E comunque lei deve parlare di Venezia e Mestre, e su quest’ultima sono stati conclusi degli interventi straordinari, è totalmente cambiata, e in bene.
Lei è molto magro.
Però non pratico alcuno sport, nè dieta. Sicuro che non vuole niente? Ma neanche un caffè; un bicchiere di vino…
No, grazie. Senta, il suo stato da single le ha procurato qualche chiacchiera su un rapporto con Veronica Lario…
Pazzia. Non so chi possa essere stato il matto a tirarla fuori. La voce circolava da tempo, ma non l’ho mai vista, alcuni sono convinti ancora di questa relazione, ma è una leggenda incredibile. Seguivo solo la figlia Barbara all’università .
Per lei Barbara è meglio di Marina in politica.
Di Marina mi parlano come di un manager bravissimo, Barbara l’ho conosciuta in due corsi ed è molto spigliata, parla bene.
Torniamo all’esperienza da sindaco. In quel periodo lei faceva parte di un bel gruppo: Rutelli a Roma, Bassolino a Napoli e altri. Di quella stagione cosa resta e perchè si sono persi un po’ tutti?
Sì, non è rimasto nulla, solo tanti inizi e nessuna conclusione. Eravamo troppo diversi. Il problema è stato l’innesco con un processo costituente a livello nazionale, bisognava modificare l’assetto dello Stato, ma ci fu il blocco totale dei partiti, a partire dalla Lega.
Si è parlato e si parla di eccessiva personalizzazione della politica da parte dei sindaci.
Specialmente nel secondo mandato. Negli anni Novanta avevi un successo anche maggiore: è chiaro che in quel caso le aspettative crescevano e ti chiedevano “la qualunque”. Attese strepitose. Mi chiamavano in continuazione, pretendevano risolvessi qualunque problema.
Ha parlato molto di D’Alema, mai di Veltroni.
Uno debole caratterialmente, è l’opposto di Renzi. Come idee politiche è forse la personalità che sento più vicina a me.
Lui non si è mai definito comunista. Lei è mai andato a Est prima della caduta del Muro?
Due volte, esperienza orribile. Ma peggio in Cina durante la rivoluzione culturale, posto tremendo, ho visto l’inferno. Guardi che tra gli anni Sessanta e Settanta, quasi tutta la dirigenza del Pci era antisovietica, anche i capi, ma furbescamente tacevano.
Diceva della Cina?
Ci sono stato un mese, ti portavano a visitare dei lager convinti di celebrare la loro capacità produttiva. Degli schiavi. In mezzo a condizioni di totale inquinamento.
Le piace Landini?
Mi sembra una persona onesta, anche simpatica, ma non va da nessuna parte. Lo avrei apprezzato di più se fosse partito dal cambiare il sindacato, prima si lavora in casa propria, poi si guarda fuori. E comunque le sue idee non tengono conto del cambiamento dei tempi, a partire dal mercato del lavoro.
Squilla il cellulare, lo vengono a prendere. “Mi scusi, ora devo andare, come le dicevo ho degli appuntamenti per le primarie”.
Si alza dalla poltrona.
Ma quello appeso è un Vedova?
“Sì, aspetti che le mostro gli altri… ”
E continua a chiacchierare, senza fretta.
Come diceva prima, la politica è molto, ma non è tutto.
Alessandro Ferrucci
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 9th, 2015 Riccardo Fucile
IL SINDACO LEGHISTA LE AVEVA NEGATO IL GIURAMENTO SENZA NEANCHE CONOSCERE LA LEGGE
Una corsa al consolato indiano per avere un certificato relativo all’atto di matrimonio, e poi di nuovo in
Comune, a Cairate, in provincia di Varese, dove Rani Pushpa, 56 anni, la donna indiana a cui il sindaco leghista aveva negato il giuramento «perchè non parla bene la nostra lingua», è diventata cittadina italiana.
Alle ore 13 di lunedì.
Il primo cittadino Paolo Mazzucchelli, tuttavia, si è rifiutato di partecipare alla cerimonia. La prefettura gli aveva comunicato, alcuni giorni fa, che non poteva negare alla donna indiana il riconoscimento ottenuto dopo una istruttoria, richiesta in virtù del diritto acquisito con il matrimonio (il marito, Kumar, è a sua volta divenuto cittadino italiano alcuni anni fa).
Mazzucchelli ha così delegato al suo posto un consigliere comunale, Andrea Di Salvo, che ha provveduto a far giurare la donna, a porte chiuse, nell’ufficio anagrafe. All’uscita dal comune, l’avvocato Francesca Gioffrè ha dichiarato: «Rani vive in Italia da più di dieci anni. Era suo diritto avere la cittadinanza, e ci dispiace che il sindaco non abbia voluto partecipare».
Il primo cittadino ha replicato: «Non ho officiato la cerimonia perchè voglio essere coerente con la mia posizione – spiega Mazzucchelli -. Questa signora non sa parlare italiano e non ritengo quindi che sia integrabile nella nostra comunità “.
Il sindaco padagno farebbe bene a conoscere lui per primo le norme vigenti nella repubblica italiana ( di cui è ospite): l’istruttoria la segue la prefettura in base alla legge, non un sindaco in base alle sue interpretazioni bislacche.
Libero lui di essere coerente alla sua pochezza giuridica, libera Rani di veder riconosciuto i l suo diritto .
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