Luglio 26th, 2015 Riccardo Fucile
L’ALLARME DEI MAGISTRATI, MA NCD NON VUOLE CAMBIARE
È a rischio l’efficacia delle indagini sulla criminalità organizzata, sulla mafia e sul terrorismo.
L’allarme giunge dall’Autorità Nazionale Magistrati (Anm) e da Raffaele Cantone, magistrato oggi presidente dell’Autorità nazionale anti-corruzione.
Raffaele Cantone, in un’intervista al Corriere della Sera, dice che “molte volte la captazione nascosta di colloqui tra le persone ci è servita per individuare dei fatti gravi e colpire, di conseguenza, la criminalità organizzata. Ecco, vorrei che si tenesse conto di questo dato nella formulazione della futura norma”.
Secondo Cantone il tema “impatta certamente sulla privacy delle persone ed anch’io trovo giusto che ci siano limiti alla divulgabilità delle intercettazioni”, ma quante volte, spiega, “vittime di estorsioni, penso a tanti imprenditori, sono andati all’appuntamento coi loro aguzzini con un registratore nascosto. È proprio grazie a quei colloqui rubati che è stato possibile inferire dei colpi seri alla criminalità organizzata. È uno strumento invasivo, può danneggiare immagini e reputazioni. Ma intanto l’estorsore è finito in cella”.
Su Repubblica Rodolfo Maria Sabelli, presidente dell’Anm, afferma che sono “a rischio tutte le grandi indagini per terrorismo, mafia, corruzione. Un’inchiesta come Mafia capitale, con questa norma, non sarebbe stata possibile”.
Il magistrato precisa che “non difendo chi danneggia gli altri con la diffusione di registrazioni fraudolente, anche se mi chiedo se sia proprio una norma necessaria visto che nel codice ci sono già due articoli per punire condotte di questo tipo. Mi riferisco alla diffamazione e all’interferenza illecita nella vita privata”.
Secondo Sabelli poi “il diritto all’informazione va assolutamente salvaguardato. Quindi le strade possibili sono due: prevedere un’aggravante nella diffamazione per chi offende utilizzando registrazioni fraudolente. Oppure dire espressamente che l’attività del giornalista è esclusa, secondo la nota giurisprudenza in tema di rapporto tra reato di diffamazione e diritto di cronaca e di critica”.
Sul Fatto quotidiano spazio alle dichiarazioni del carabiniere Pietro Campagna, che grazie alle registrazioni nascoste ha scoperto gli assassini di sua sorella Graziella, uccisa dalla mafia a soli 17 anni.
“Con la legge bavaglio non avrei mai trovato i killer” dice Campagna.
“Cominciai a indagare da solo – ricorda – dopo che avevano insabbiato tutto. Giravo sempre con un registratore e alla fine riuscii a registrare la cognata di un boss del luogo, che copriva i latitanti”.
E conclude: “Se una persona è onesta, che cosa deve temere? Mi creda, le registrazioni servono, eccome. una norma del genere sarebbe un vero disastro”.
Sul fronte parlamentare, l’autore del provvedimento contestato come “legge bavaglio” sui giornalisti, il deputato di Area Popolare Alessandro Pagano, in un’intervista alla Stampa, afferma che “l’impianto del mio emendamento resta così com’è”. Infatti il diritto all’informazione resta garantito: “è punito chiunque diffonda registrazioni fraudolentemente effettuate al fine di recare danno alla reputazione o all’immagine altrui. Se uno fa giornalismo vero di certo non potrà essere punito”.
Tuttavia “sulle pene siamo pronti a confrontarci. Non sono un dogma. Ma bisogna restare dentro questa logica. L’alternativa è la logica dei Cinque stelle, mentre questa è una battaglia di civiltà . Non si può tornare indietro”.
Pagano riflette poi sulle dichiarazioni del ministro della Giustizia: “siamo rimasti molto sorpresi dalle parole del ministro Orlando. Credo che dovrebbe chiarire il senso delle sue parole, ma innanzitutto a se stesso. La maggioranza è una. Il governo è uno”.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 26th, 2015 Riccardo Fucile
L’EX DIRETTORE DELLA NORMALE DI PISA: “E’ LA VITTORIA DELLA COSTITUZIONE SULL’INTERPRETAZIONE DEI POLITICI”
È la vittoria della Costituzione sull’«interpretazione» che ne hanno dato i governi. Salvatore Settis,
archeologo ed ex direttore della Scuola Normale di Pisa, ora presidente del consiglio scientifico del museo parigino del Louvre, è tra coloro che aspettavano da quindici anni che un giudice affermasse la natura commerciale delle scuole paritarie che abbiano l’obiettivo di perseguire con i propri ricavi il pareggio di bilancio.
E anche se la riforma Berlinguer del 2000 diede pari dignità alle scuole gestite da privati, è alla Carta fondamentale che si richiama per affermare la priorità dell’istruzione statale.
Professor Settis, lei è stato tra i firmatari nel 2013 di un appello contro i finanziamenti alla scuola privata ispirato alla Costituzione. Ora la Cassazione dice che le paritarie chiedono una retta, quindi utilizzano modalità commerciali, e per questo non possono essere esenti dall’Ici. Se l’aspettava?
«La sentenza fa scalpore perchè è in controtendenza con quello che fanno i governi, compresi quelli di centrosinistra. La Costituzione all’articolo 33 parla di scuola pubblica e aggiunge che enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione ma “senza oneri per lo Stato”. Invece, negli ultimi anni non è stato così. A partire dalla legge Berlinguer, con un governo di centrosinistra, e poi negli anni c’è stato uno smottamento verso la scuola privata».
Lei dice “prima la scuola statale”. Ma la legge riconosce anche le scuole paritarie come pubbliche.
«Ma “senza oneri” per lo Stato non può avere un’interpretazione diversa. Purtroppo i contributi di cui le scuole paritarie già godono e i privilegi di natura fiscale si accompagnano a una contestuale riduzione dei finanziamenti per la scuola pubblica. E sarebbero molto più tollerabili se la scuola pubblica venisse salvaguardata, invece non è così. Non dubito che la scuola privata vada difesa, ma la scuola pubblica dovrebbe avere il primato».
La Cei dice che gli istituti paritari ricevono contributi per 520 milioni di euro, ma lo Stato risparmia sei miliardi e mezzo. Chi chiede il sostegno alla scuola paritaria lo motiva anche col fatto che con un milione e trecentomila studenti in più le scuole statali avrebbero un costo molto più alto.
«La Costituzione dice che l’istruzione è obbligatoria e gratuita. Visto che stanno facendo delle modifiche alla Costituzione, cambino anche questo articolo… Potrei capire di più la posizione di chi difende la scuola privata se desse la giusta priorità alla scuola pubblica che invece viene mortificata da continui tagli. Data la scarsità dei finanziamenti, se si rinuncia a pescare dalla tasse, si taglia da altre parti e non vorrei che ci stessero trascinando verso un sistema di tipo americano».
Dove però i costi di un’istruzione di qualità sono molto alti.
«Ci sono Paesi come gli Stati Uniti dove le scuole private sono più importanti e la pubblica è un disastro. Quindi, alla scuola privata vanno i ricchi, e non vorrei che l’Italia andasse in questa direzione. Specie in un momento in cui stanno crescendo le disuguaglianze e le nuove povertà di cui parla anche papa Francesco. In una situazione di questo tipo rafforzare la scuola pubblica dovrebbe essere la prima cosa. Poi se la scuola di carattere commerciale può essere aiutata, è lecito».
Quindi cosa risponde a chi dice che senza finanziamenti le scuola paritarie chiuderebbero?
«Che non stanno facendo i conti con la Costituzione, la difesa dei privilegi in quanto acquisiti è piuttosto debole».
Melania Di Giacomo
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 26th, 2015 Riccardo Fucile
SONO CINQUE GLI ISTITUTI DEMOSCOPICI CHE LAVORANO PER IL GOVERNO CON UN COSTO DI 300.000 EURO
Il problema è il vuoto. Uno si ritrova a palazzo Chigi con un partito più inconsistente che liquido, con qualche slogan che non riesce a farsi visione del mondo, con alcuni sostenitori da remunerare ma privo di un blocco sociale di riferimento.
Uno, si diceva, si ritrova a palazzo Chigi in queste condizioni e vede un enorme vuoto intorno a sè.
E allora tenta dire agire, cerca di trovare qualcosa a cui aggrapparsi: se non è un’idea di società , che sia almeno il venticello della cosiddetta“opinione” a rinfrescare le fredde stanze del potere. Volgarmente: Matteo Renzi, da quando è premier, ordina un sacco di sondaggi sul gradimento del governo.
Sono la sua bussola, il modo in cui guarda al mondo, il sempre ondivago punto fermo della sua avventura romana.
Orientarsi nella realtà a colpi di sondaggi, però, un po’ costa. E infatti del costo di trova traccia nei contratti pubblicati sul sito governo.it  , quello ufficiale, nella sezione “Amministrazione trasparente”.
Tra fine dicembre e maggio 2015 sono registrati cinque incarichi di questo genere per una spesa che — sempre che non ne arrivino altri- sarà di poco meno di 300 mila euro quest’anno.
Nel 2014, sempre cercando tra gli appalti messi online da Palazzo Chigi, si trovano due soli contratti risalenti all’era di Enrico Letta (assegnatari: Euromedia Resear che Ipsos) per complessivi 93 mila euro.
Il 2013 — vuoi per le elezioni e seguente impasse per “non vittoria”, vuoi perchè Mario Monti con l’opinione pubblica non ha mai avuto molto a che fare- è un anno ancora più morigerato quanto a sondaggi: si trovano sempre due contratti (Ipsos e Istituto Piepoli), entrambi firmati da Letta, ma per soli 71 mila euro.
Questione di carattere, forse. Renzi vuole sapere tutto di quel che gli italiani pensano di lui e del suo governo, ha la sondaggite.
E allora c’è il contratto del 23 dicembre 2014 con Ipsos per conoscere le “aspettative dei cittadini” riguardo alla comunicazione del programma di governo. Prezzo: 20mila euro più Iva. Sempre a dicembre, il 30 per la precisione, vengono stipulati i contratti con Gfk Eurisko (un report ogni tre settimane su una community di 50 persone per tutto il 2015) e Swg (una rilevazione a settimana da gennaio a luglio) sul “gradimento dell’operato del governo”: prezzo, rispettivamente, 66.419 e 41.610 euro al netto dell’Iva.
Uno potrebbe pensare: così il buon Matteo starà a posto tutto l’anno.
Macchè, i politici fanno una vitaccia. “Mi amano? Non mi amano? E, soprattutto, mi voteranno?”.
E infatti , poco prima delle recenti (e non felici) elezioni regionali e amministrative, Palazzo Chigi attiva altri due contratti: il 12 maggio con l’Istituto Piepoli — incaricato di fornire un sondaggio a settimana per cinque mesi sul “gradimento” dell’esecutivo — al prezzo di 39.402 euro più Iva; il 14 maggio con Doxa, che dovrà compulsare invece gli italiani su “attività e decisioni del governo” fino al prossimo febbraio dietro un compenso di 62.800 euro sempre al netto dell’Iva. Non si sa se sia stato influenzato da questi ultimi due istituti — o magari dai tre che già lavoravano per lui — ma nell’ultimo periodo della campagna elettorale il nostro ha smesso di dire in giro che puntava al 7 a 0 nelle regioni che andavano al voto e ha cominciato a sostenere che pure il 4 a 3, alla fine, era una bella vittoria.
Tornando ai contratti, il loro costo totale per il 2015 ammonta a circa 230 mila euro che salgono a oltre 280 mila aggiungendo l’Iva, cioè tre volte più della spesa 2014 e quattro più di quella del 2013.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 26th, 2015 Riccardo Fucile
E CE N’E’ ANCHE PER RENZI: “QUESTA NON E’ CASA SUA, E’ UNO SCEMO”
“E’ un funerale altro che festa, il partito è cambiato, voterò altro”. 
Così risponde un signore che gestisce uno stand di antiquariato all’ingresso di Parco della Valli, dove è in corso la Festa dell’Unità a Roma.
Non è l’unico insoddisfatto, l’umore degli elettori del Pd è nero.
“Denis Verdini bussa alla porta del Pd? La vedi questa chiave inglese? Lo intimorirei con questa”, aggiunge.
“Puzza, fa schifo, non aprire mai, mi barrico in casa, faccio finta di non sentire. Verdini chi? Non è mio ospite”, rispondono altri.
Si gioca e si scherza su questo abbraccio che per molti è mortale, e interiormente si soffre per un Pd cambiato geneticamente davanti ai loro occhi.
“Siamo la metà dei militanti e volontari quest’anno, molti si sentono traditi, sfiduciati, io mi sono turato orecchie, bocca ma ora basta. Vogliamo scendere sotto il 10%?”, domanda un volontario che si occupa della brace.
“Ti allei con il diavolo per fare cosa? Per cambiare la Costituzione e far comandare uno?”, si chiede un signore.
Gli elettori rimpiangono Pierluigi Bersani: “Vuoi mettere con questo scemo, ha fatto lo stesso discorso di Berlusconi sull’Imu, ma allora sei stronzo”.
Qui gli esponenti della minoranza dem sono stati ben accolti.
Adesso si attende la serata di Matteo Renzi in programma per martedì. “Questa non è casa sua”, dice un militante.
“Tutti sono ben accolti alla festa dell’unità . Anche Verdini con la tessera del Pd? Non esiste”, sostengono anche i pontieri.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 26th, 2015 Riccardo Fucile
CHI L’HA DETTO CHE LE NOTIZIE PENALMENTE IRRILEVANTI DEVONO RESTARE SEGRETE?
C’è almeno un aspetto positivo nell’ennesimo bavaglio in cantiere alla Camera: quando un governo, anzichè degl’interessi dei cittadini, si fa gli affari propri tentando di occultare le vergogne del potere, ha già un piede nella fossa.
Il primo bavaglio lo tentò il quadripartito nel 1992, all’inizio di Tangentopoli, con la legge Correnti: un anno dopo era già morto e sepolto (il bavaglio, ma anche il quadripartito).
Il secondo bavaglio lo azzardò il I governo B. nel luglio ’94 col decreto Biondi: 5 mesi dopo era già caduto.
Il terzo bavaglio lo lanciò Mastella nel 2007, II governo Prodi: tempo qualche mese e tutti a casa.
Il quarto bavaglio lo provò nel 2010 il III governo B. con la legge Alfano: un anno dopo, bye bye Silvio con tutto il cucuzzaro.
Forse la museruola alla stampa porta sfiga. O, più semplicemente, è un terrificante segnale di debolezza: un governo forte e autorevole non ha paura della verità , specie se non ha niente da nascondere.
Se invece ce l’ha, in un modo o nell’altro la verità verrà fuori: una prece.
Prendiamo l’ultima legge delega sul processo penale che l’altra notte, come i ladri di Pisa, il Nuovo Centro Detenuti ha emendato col divieto di registrare e filmare di nascosto i propri colloqui per poi diffonderli all’insaputa degl ‘interlocutori.
Il Pd l’ha votata, poi dinanzi alle proteste dei 5Stelle e di alcuni giornalisti, s’è spaventato e ha fatto marcia indietro, annunciando un emendamento all’emendamento che è la classica toppa peggiore del buco: prevede che nessuno possa registrare nulla di nascosto salvo che per motivi “professionali” o per esercitare il “diritto di difesa”.
Che senso ha? Il delitto di Graziella Campagna fu risolto grazie alle indagini private, non nell’ambito della sua professione, del fratello della vittima, appuntato dei carabinieri, che dopo anni di depistaggi decise di assumere informazioni di nascosto visto che nessuno le avrebbe mai messe a verbale.
Fosse già stata in vigore la legge porcata, anzichè i colpevoli dell’omicidio, sarebbe stato condannato lui.
C’è poi la parte della legge-delega che i partiti danno ormai per acquisita, e cioè che i magistrati non devono inserire agli atti (ma conservare in un archivio top secret) nè i giornalisti divulgare intercettazioni di “estranei” all’inchiesta, per tutelarne la privacy. Solennissima sciocchezza.
Intanto, 99 volte su 100 l’indagato intercettato parla con estranei all’indagine.
Ed è impossibile sbianchettare una frase sì e una no.
Ma poi tutto dipende da chi è l’estraneo: se è un politico o un titolare di funzioni pubbliche, non sempre ciò che dice è coperto da privacy.
Prendiamo l’ultima intercettazione dell’Espresso: giudiziaria o privata che sia, se davvero il dottor Tutino ha detto “facciamo fuori la Borsellino come il padre” e Crocetta non ha fatto una piega, quest’ultimo deve dimettersi, punto.
Se invece non esiste, Crocetta ha diritto a un risarcimento per diffamazione.
E fa benissimo a difendersi nel merito, anzichè invocare la privacy, che all’evidenza non esiste
L’aveva capito anche Nunzia De Girolamo quando fu intercettata da un privato mentre decideva in casa propria i vertici dell’Asl di Benevento, e si dimise da ministro.
La verità è che sulle intercettazioni, giudiziarie o private che siano, non occorre alcuna riforma: basta e avanza la legge sulla privacy.
Se un fidanzato registra un colloquio o un incontro amoroso con una ragazza e lo diffonde sul web, questo è già oggi un reato.
Se invece una squillo registra o annota un incontro erotico in casa del capo del governo e questi paga il suo silenzio in un processo per corruzione di testimoni, non c’è privacy che tenga: i giudici devono utilizzare l’intercettazione o l’annotazione al dibattimento e i giornali devono pubblicarla.
E se un indagato (poi archiviato) come il generale Michele Adinolfi, numero 2 della Guardia di Finanza, parla con Matteo Renzi, segretario Pd e futuro premier, delle manovre per cacciare Letta e poi, a cena con l’allora vicesindaco di Firenze Dario Nardella, accenna a possibili ricatti al presidente Giorgio Napolitano sui presunti altarini del figlio Giulio, non sono i giornali a dover spiegare perchè hanno pubblicato quei colloqui, ma il premier, il generale e il vicesindaco a dover spiegare le loro parole.
Da qualunque parte la si guardi, questa è una legge folle: chi l’ha detto che le notizie penalmente irrilevanti devono restare segrete?
Ed è una legge di Casta: fatta su misura non per i cittadini comuni, il cui diritto alla privacy è totale, ma per i potenti, il cui diritto alla privacy è affievolito dal ruolo pubblico. Se politici & compari non vogliono rischiare che qualche loro conversazione finisca sui giornali, si ritirino a vita privata. In Italia invece pretendono addirittura più privacy della gente comune.
Quando la stampa pubblicò i diari privati di Sarah Scazzi e Yara Gambirasio, due private cittadine, per giunta minorenni e morte ammazzate, nessuno alzò un sopracciglio.
Quando invece il Fatto pubblicò il diario, allegato agli atti del processo Ruby ter, dunque depositato e quindi pubblico, della maggiorenne Iris Berardi sul bunga-bunga alla rovescia con B., il Garante della Privacy si scomodò per farcelo rimuovere dal sito e dall’archivio online.
Ma c’è poco da preoccuparsi.
Se anche la legge passasse, noi la violeremmo subito per seguitare a informare i lettori, avendo dalla nostra parte la Costituzione e la Corte di Strasburgo.
E sarebbe comunque l’ultimo rantolo di un regimetto che già puzza di cadavere.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 26th, 2015 Riccardo Fucile
A PORDENONE “IL BONUS ALLE AZIENDE SE NE VA IN ASSUNZIONI DI OCCUPATI, FATTI DISOCCUPARE E POI RIASSUNTI”
Licenziati e poi tutti riassunti nel giro di pochi mesi. In modo da beneficiare degli incentivi della
legge di stabilità .
Uno scenario già visto tra Piacenza e Reggio Emilia ed etichettato dai sindacati come esempio di “furbetti del Jobs act”.
E che ora, denuncia la Filt Cgil, si ripete a San Vito al Tagliamento, in provincia di Pordenone, e in altri impianti del nord Italia.
“Forse il presidente del Consiglio Matteo Renzi non lo sa, — si legge in un comunicato sindacale — ma il suo bonus alle aziende se ne va in assunzioni di occupati, fatti “disoccupare” e poi riassunti: ma dalla statistica poi arriveranno dati esaltanti per l’occupazione e… per il governo”.
Teatro della vicenda sono gli stabilimenti di un’azienda bresciana, la Sirap Gema, che produce contenitori per alimenti e materiali isolanti in polistirolo e che il sindacato precisa non essere “direttamente coinvolta” nella querelle.
Fin dal 2011, la società aveva affidato la gestione del magazzino a una cooperativa, la Soluzioni Coop di Pavia, che dava lavoro a 59 persone, nove nello stabilimento di San Vito e cinquanta negli altri impianti Sirap, tra Mantova, Arezzo e Brescia.
I problemi sono cominciati ad aprile del 2015: la Soluzioni Coop, dichiarando difficoltà economiche, ha aperto le procedure di licenziamento per tutti i lavoratori.
A questo punto, è entrata in scena una nuova cooperativa, la Mag Solution.
Nuova in tutti i sensi: la società è stata costituita il 15 maggio 2015.
E le è stato subito affidato l’appalto in precedenza gestito da Soluzioni Coop.
Pochi giorni dopo, le due aziende e i sindacati hanno firmato due accordi, sancendo il licenziamento di tutti i lavoratori dalla prima cooperativa e la riassunzione nella seconda. Ma attenzione.
L’intesa prevede che ai lavoratori spetti un contratto a tempo determinato della durata di sei mesi, giustificato con la “necessità della cooperativa di valutare le compatibilità economiche dell’ingresso nella gestione dell’appalto”.
Una volta terminato questo periodo definito di “sperimentazione”, la società si impegna, “fatte salve condizioni economiche e non prevedibili, alla massima stabilizzazione possibile dei lavoratori”.
E in questa operazione, denuncia la Filt Cgil di Pordenone, si nasconde il trucco dei “furbetti del Jobs act“.
Dal 1 dicembre, infatti, i dipendenti di Mag Solution potranno essere assunti a tempo indeterminato per continuare il lavoro che hanno sempre fatto, semplicemente con un cambio di appalto.
Intanto, però, la società potrà beneficiare dell’esonero contributivo previsto dalla legge di Stabilità , che nel caso specifico equivale a circa 1,5 milioni di euro.
I sei mesi di “purgatorio” come contratto a termine sono una condizione prevista dalla manovra per accedere agli incentivi.
Questa legge, secondo un comunicato sindacale, “sembra essere più un finanziamento occulto alle aziende che un vero incentivo alle assunzioni, assumendo il solito aspetto dopante che non servirà a sollevare le sorti dell’economia e nemmeno dell’occupazione”.
Così la Filt Cgil friulana ha segnalato l’anomalia all’Inps di Pordenone, alla Direzione provinciale del lavoro e a Unindustria.
E ha proceduto alla disdetta dell’accordo, dissociandosi anche dall’operato dei sindacati degli altri territori.
La richiesta era l’applicazione, fin da subito, del contratto a tempo indeterminato.
“Non ho mai visto utilizzare un contratto a termine per un appalto — sostiene Claudio Petovello, segretario Filt Cgil Pordenone — Una volta finito l’appalto, una società può licenziare i dipendenti senza incorrere in sanzioni. Il tempo determinato non ha senso, se non per avere accesso agli incentivi. Non potevamo firmare, quei 1,5 milioni sono soldi rubati ai cittadini italiani”.
Ad alimentare i sospetti del sindacato, anche la recentissima costituzione della società , nata solo due settimane prima di ottenere la commessa.
Inoltre la sigla sindacale ha impugnato i licenziamenti attuati da Soluzioni Coop, ritenendoli contrari alla normativa relativa alle cooperative.
Ma oltre il danno, è arrivata anche la beffa. In seguito alla disdetta dell’accordo, riferisce la Filt Cgil locale, l’azienda ha deciso di non assumere i nove lavoratori operanti nello stabilimento friulano.
“Un messaggio chiaro, in linea con i tempi, — afferma un comunicato sindacale — in cui il ricatto occupazionale “consiglia” silenzio e accettazione senza se e senza ma delle condizioni imposte dal datore di lavoro o dalla cooperativa di turno”.
Insomma, una situazione ad alta tensione che promette di non finire qui.
E dire che il ministero del Lavoro è a conoscenza di casi simili e ha già annunciato controlli in questo senso.
In una circolare di giugno, il dicastero di Giuliano Poletti ha fornito indicazione alle sedi territoriali di effettuare ispezioni per contrastare “comportamenti elusivi, volti alla precostituzione artificiosa delle condizioni per poter godere del beneficio” previsto dalla legge di Stabilità .
Lo schema descritto dalla circolare non sembra molto diverso da quello attuato a San Vito: disdetta dell’appalto, prosecuzione dell’attività con contratto a termine di sei mesi, riassunzione dei lavoratori da parte di una società terza, a volte costituita appositamente. Ora non resta che aspettare di vedere in azione i controlli annunciati.
Stefano De Agostini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 26th, 2015 Riccardo Fucile
“IL TRIBUNALE DEL DIRITTO DEL MARE NON HA GIURISDIZIONE PER I REATI COMMESSI IN INDIA”
L’India si opporrà il prossimo 10 agosto davanti al Tribunale internazionale del diritto del mare (Itlos) alle richieste di “adozione di misure cautelari” presentate dall’Italia nella vicenda dei due Fucilieri di Marina coinvolti nell’incidente in cui morirono due pescatori indiani il 15 febbraio 2012.
Lo ha sostenuto in dichiarazioni al quotidiano The Hindu l’Additional Solicitor General P.S. Narshima che difenderà gli interessi indiani nell’udienza di Amburgo.
“Davanti all’Itlos – ha spiegato il magistrato – noi sottolineeremo che solo l’India ha giurisdizione per processare i reati commessi nel Paese e che il Tribunale non può interferire in questo”.
“L’India – ha aggiunto Narshima – sosterrà anche che l’Italia non ha esaurito tutte le procedure locali a disposizione, un requisito necessario prima di presentare istanze all’Itlos. Infine l’India obietterà che non vi sono circostanze stringenti tali da richiedere qualsiasi adozione di misure provvisorie” nel caso che coinvolge Massimiliano Latorre e Salvatore Girone.
“L’India – ha concluso – si presenterà nell’udienza dell’Itlos che può solo prendere in considerazione misure provvisorie per una questione che riguarda la giurisdizione sul caso e che è in attesa di essere esaminata dalla Corte permanente di arbitrato (Cpa) dell’Aja in base alla sezione 7 della Convenzione” delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos).
Secondo The Hindu, l’India sta cercando di avvalersi di un esperto in arbitrati internazionali di Ginevra per sostenere le sue argomentazioni davanti al Cpa .
L’istanza presentata dall’Italia all’Itlos contiene due richieste: la prima è che l’India “si astenga dal prendere o eseguire ogni misura giudiziaria o amministrativa” contro i due fucilieri e “dall’esercitare ogni forma di giurisdizione” a proposito dell’incidente.
La seconda è che “l’India prenda ogni misura necessaria ad assicurare che le restrizioni sulla libertà , sicurezza o movimento dei Fucilieri siano immediatamente rimosse in modo da permettere al sergente Girone di viaggiare e rimanere in Italia e al sergente Latorre di rimanere in Italia” per tutta la durata del procedimento alla Corte di Arbitrato dell’Aja sul ricorso italiano riguardante la giurisdizione sul caso.
(da Agenzie)
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Luglio 26th, 2015 Riccardo Fucile
LA PROPOSTA DI ALESSANDRO GASSMANN SPOPOLA SU TWITTER CON L’HASHTAG #ROMASONOIO
Roma ha un testimonial di eccezione: Alessandro Gassmann ha lanciato su Twitter l’hashtag
#Romasonoio per invitare chi vive nella capitale a combattere il degrado a partire dal proprio portone di casa.
L’attore, figlio d’arte, sta promuovendo una campagna di sensibilizzazione, facendo leva sul senso civico.
“Ognuno fa il suo – risponde a un follower -. Basta pulire davanti al proprio portone, prendi una maglietta vecchia e ci scrivi ‘#Romasonoio’, fai foto e twitti”.
L’hashtag è in cima alla classifica dei più utilizzati sul social network, ma resta da vedere se avrà effetto anche sulle strade di Roma.
“Noi romani dovremmo metterci una maglietta con su scritto ‘Roma sono io’, armarci di scopa, raccoglitore e busta per la mondezza, e ripulire ognuno il proprio angoletto di città . Roma è nostra da settembre scendo in strada anch’io, voglio vederla pulita. Diffondete questa notizia, fatelo anche voi. Basta lamentarsi, basta insulti, FACCIAMO!
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 26th, 2015 Riccardo Fucile
LA CORRISPONDENTE DEL QUOTIDIANO ECONOMICO. “ROMA E’ UN DISASTRO”
“Roma è semplicemente un disastro. Un mio collega appena tornato da Atene mi ha detto: ma nenache in un paese fallito come la Grecia c’è la sporcizia che si trova qui a Roma”.
Non usa giri di parole Antoinette Nikolova, giornalista, corrispondente dalla Capitale per l’Economist. Intervistata da Il Tempo, racconta la sua visione della Città Eterna:
“Sporcizia, abbandono, immondizia ovunque, addirittura cornacchie che scorazzano e fanno banchetti di piccioni nei parchi pubblici. Mi sembra di essere arrivata al Cairo”. Una situazione inqualificabile per “una città senza mantenimento. La pulizia intesa come fatto ordinario ormai è sporadica”.
Un peccato a suo parere perchè “Roma è una città così bella, ricca di testimonianze storiche, davvero unica al mondo, lasciata in mano ad amministratori che non sanno valorizzarla per quello che è. Uno schiaffo a i tanti turisti che attraversano il mondo per venire qui e si trovano in mezzo a questo disastro”.
Colpa di Marino? “Dovrebbe dimettersi, per quanto non sia direttamente coinvolto, comunque è sempre lui a gestire la baracca”.
(da “Huffingtonpost“)
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