Luglio 26th, 2015 Riccardo Fucile
UN GENERE DI CRIMINE CHE LE NUOVE NORME SUGLI ECOREATI RISCHIANO DI LASCIARE IMPUNITO
Il più importante processo contro le ecomafie in Campania si celebra in un’aula vuota. 
Non ci sono associazioni, pochi giornalisti, zero televisioni, e quando vengono chiamati gli avvocati delle parti civili, tranne rare eccezioni, sono assenti.
Eppure per la prima volta, tocca proprio al principale imputato rispondere alle domande del pubblico ministero della direzione distrettuale antimafia di Napoli Alessandro Milita.
Alla sbarra c’è Cipriano Chianese, avvocato, imprenditore, candidato alla Camera senza successo nel 1994 per Forza Italia.
Il processo si celebra nell’aula 116 davanti alla V Sezione della Corte di Assise del Tribunale di Napoli.
Chianese risponde di associazione mafiosa, disastro ambientale, estorsione, avvelenamento delle acque.
La Procura lo considera “l’inventore e ideatore dell’Ecomafia in Campania”. Insieme al vertice del clan dei Casalesi, in particolare Francesco Bidognetti, conosciuto come Cicciotto ‘e mezzanotte, ha imbastito il grande affare del pattume tossico.
Con loro Gaetano Cerci, in aula dietro le sbarre, imparentato con Bidognetti e legato con la massoneria di Licio Gelli.
Al termine di un’udienza, Chianese si avvicina a Cerci e sussurra, intercettato dai microfoni di ReInchieste: “Quando vi deciderete a parlare sarà forse troppo tardi”.
Chianese è un uomo potentissimo, capace di cenare con ministri, interloquire con generali delle forze dell’ordine, favorire trasferimenti di agenti dei servizi, finanziare, grazie alla sua enorme disponibilità economica, perfino l’Arma dei Carabinieri.
Lo racconta a processo tra gli sguardi sorpresi dei giudici popolari.
Lo Stato si presentava nell’ufficio dell’avvocato con il cappello in mano: “Ogni tanto ho dato soldi in occasioni di feste dei Carabinieri, l’ultima volta 25mila euro. Qualche volta regalavo frigoriferi e televisori. Mi chiedevano anche di poter entrare nel mio studio per scrivere un verbale con la mia macchina da scrivere”.
L’interrogatorio di Chianese si aggroviglia nelle dispute sulle autorizzazioni e l’organizzazione della sua creatura, la discarica Resit di Giugliano.
Alla Resit erano indirizzati camion dei veleni e pattumi provenienti dalle aziende del nord.
Una perizia consegnata alla Procura di Napoli, nel 2010, ha ipotizzato che nel 2064 ci sarà il picco della degenerazione delle sostanze inquinanti e in particolare del percolato prodotto dalle 341mila tonnellate di rifiuti speciali pericolosi (a cominciare dai fanghi dell’Acna di Cengio).
A questi vanno aggiunte poi le 500 tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi e le 305mila tonnellate di rifiuti solidi urbani che raggiungeranno le falde più profonde avvelenando irreversibilmente centinaia di ettari di terreno.
Chianese si rende conto delle accuse che gli vengono mosse? “Non posso parlare con voi, comunque sono tranquillo, non serafico, il serafico ha qualcosa da nascondere. I media enfatizzano”.
In giacca e cravatta, Chianese è un distinto signore, capace, secondo l’accusa, di imbastire il traffico illecito dei veleni dal nord al sud del Paese.
Lui invece ricorda rapporti e amicizie, così come il suo curriculum ricco di incarichi e incontri prestigiosi compreso un convegno con il consolato americano del 1999 per organizzare video-conferenze e dare consigli su come gestire lo smaltimento dei rifiuti.
Quando si passa al nodo dei rapporti con la politica il sostituto procuratore chiede: “Ha mai cercato di essere nominato consulente del ministero dell’Ambiente?”.
E l’avvocato, già condannato in primo grado in un altro processo per estorsione, risponde: “Io non ho mai cercato nessuno, sono sempre gli altri a cercarmi. Me l’hanno proposto nel 1994, nel 1995, nel 2000. Me l’hanno proposto sempre”.
Ma Chianese i nomi non li ricorda: “Vari personaggi politici, funzionari del ministero dell’Ambiente che bontà loro mi ritenevano esperto. I nomi erano talmente tanti che, in questo momento, non me li ricordo. Si possono ricavare dalle intercettazioni”.
L’accusa insiste e Chianese risponde elencando i suoi incarichi così come le vicinanze politiche “Loro mi portarono pure a cena con l’allora ministro Matteoli”.
La serata con l’allora responsabile dell’Ambiente, estraneo all’inchiesta, è documentata in un’informativa inedita depositata agli atti del processo e firmata dall’investigatore della polizia Roberto Mancini, ammalatosi di cancro indagando sulla terra dei fuochi e morto mesi fa.
Nello studio di Chianese sono state trovate anche delle bozze non ufficiali di documenti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.
Il sospetto è che Chianese fosse in rapporti con alcuni parlamentari della Commissione, rapporti tendenti a controllare e modificare gli atti prima della pubblicazione.
“Non è una cosa irrilevante – sottolinea il pm Milita – avere contatti con membri della Commissione per correggere le bozze”.
Chianese è ancora avvocato, come risulta dal sito dell’ordine e si dichiara innocente.
La discarica Resit, con il suo carico di veleni, è ancora un inferno.
Qualche settimana fa ha preso fuoco e aspetta la messa in sicurezza mentre il suo padrone racconta alle sedie vuote tre decenni di compromissione e contiguità tra Stato, imprenditoria criminale e camorra.
Luca Ferrari e Nello Trocchia
(da “La Repubblica“)
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Luglio 26th, 2015 Riccardo Fucile
I COSTI DI TIM, VODAFONE E WIND CRESCONO DELL’ 8%
Arriva una mini-stangata sulle tariffe dei telefonini.
Da qualche giorno, infatti, i tre maggiori operatori telefonici del Paese hanno aggiornato i costi per i clienti che usufruiscono di un piano ricaricabile sul proprio cellulare: i pagamenti, infatti, non saranno più calcolati su base mensile ma scatteranno ogni 4 settimane.
E per le tasche dei clienti questa piccola modifica ha un peso.
Per fare un anno ci vogliono 12 mesi, ma in 365 giorni ci sono 52 settimane, cioè 13 scatti tariffari da 4 settimane l’uno.
Insomma, per dirla in parole povere, il ricalcolo fa guadagnare un mese di pagamenti in più a Tim, Vodafone e Wind, con un incremento della spesa per i consumatori dell’8%.
Prendiamo ad esempio un piano ricaricabile per ogni operatore: a denunciare l’aumento all’Antitrust sono stati i parlamentari del Movimento 5 Stelle, che parlano di «vero e proprio insulto alla concorrenza dal momento che la rimodulazione delle tariffe è stata fatta pressochè all’unisono da tutti e tre gli operatori».
Ma già da qualche settimana online si sono mobilitati i consumatori, con una petizione online pubblicata sul sito Change.org.
Francesco Zaffarano
(da “La Stampa”)
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Luglio 25th, 2015 Riccardo Fucile
“SONO COSTRETTO A RISPARMIARE ANCHE SULL’ARIA CONDIZIONATA”
«Senza lo stipendio della Camera non so come camperei, non penso che camperei. Mi serve per
sopravvivere con la mia famiglia» ha spiegato durante la trasmissione La Zanzara di Radio24, il deputato di Forza Italia agli arresti domiciliari dopo la condanna definitiva per corruzione nella vicenda Mose.
«In banca», ha aggiunto, «ho solo 30mila euro, e sono stato costretto a vendere qualcosa, un campo che avevo a fianco, le automobili, le due auto storiche che avevo e che mi avevano regalato gli amici al mio matrimonio. Ma in tutto avrò fatto 70 mila euro. In casa sono costretto a risparmiare sull’aria condizionata, non l’ho accesa».
Poi l’appello all’amico Silvio Berlusconi: «Conto sul suo aiuto nel futuro perchè con lui non c’è solo un rapporto politico. Mi piacerebbe tornare a lavorare con lui, avere un’altra opportunità di lavoro. Penso che non mi deluderà . Se ho pensato a suicidio? Ci ho pensato molte volte e continuo a farlo, le modalità lasciamole stare ma ci ho pensato moltissimo. Per suicidarsi», dice Galan, «basta prendere una delle corde con cui ancoravo la mia barca e si fa un nodo. Ci penso spesso. Mi blocca mia figlia, mia moglie e mia figlia, e poi gli amici, rimasti in pochi. Molti sono scomparsi. Sono vivo grazie a mia figlia», racconta ancora l’ex ministro, «questa è la grande verità , altrimenti l’avrei fatta finita. Sono innocente, non ho preso un euro», sottolinea Galan a La Zanzara, «e ho patteggiato solo per la mia famiglia. Mia figlia pensava che io non tornassi per odio nei suoi confronti. Rifarei tutto, anche il patteggiamento in carcere non c’erano alternative».
(da “il Mattino di Padova”)
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Luglio 25th, 2015 Riccardo Fucile
“PERCHE’ NON PASSA IL BUS”: APPENA 5.500 AUTISTI SU 12.000 DIPENDENTI
Ci mette la faccia, Christian, per difendere il suo lavoro, l’autista di autobus, oggi più che mai al centro di veementi polemiche e tentativi di aggressione ormai all’ordine del giorno.
Quello che oggi per i romani sembra essere un peccato capitale per lui è sempre stato un vanto.
“Ho sempre voluto fare questo sin da piccolo”, dice in un video pubblicato su internet, con tanto di nome e cognome e divisa ufficiale azzurra con gagliardetto “Atac”, cioè la municipalizzata romana per il trasporto.
Quindici minuti in cui snocciola numeri, cifre e spiegazioni di un servizio ormai al collasso per colpa, a suo dire, della mala gestione aziendale e di mezzi ormai vetusti e fatiscenti.
“Perchè l’autobus non passa”, il titolo del filmato.
Si rivolge ai cittadini, quelli che “oggi ci insultano” e che “tanti anni fa ci salutavano con un ‘buongiorno'”.
“Sono Christian Rosso e sono un autista Atac”, l’incipit della controffensiva che chiama in ballo i vertici aziendali attraverso l’ausilio di semplici cartelli.
“Un servizio che si basa sul trasporto di persone ha meno della metà dei dipendenti che guida – spiega mostrando i numeri (5.500 su 12.000) -, è un rapporto troppo iniquo. Hanno aumentato il biglietto da un euro a un euro e cinquanta ma i debiti sono quadruplicati. Settanta dirigenti guadagnano all’incirca come mille autisti. Ci sono dirigenti che guadagnano quanto il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama”.
Un messaggio indiretto è rivolto anche al sindaco Ignazio Marino, che ieri in conferenza stampa ha annunciato l’ingresso dei privati nell’Atac.
“Hanno lasciato tutto all’abbandono – dice -, per farvi credere che il privato è la migliore cosa. Ma bisogna capire che un privato pensa solo a un suo profitto e non gli interessa nulla se quella linea ti serve per tornare a casa.Se non rende la sopprime”.
“I nostri meccanici – continua – non possono riparare i mezzi perchè non hanno i pezzi di ricambio. MM (mancanza materia), questa la sigla che appongono sulle vetture che non possono essere riparate”.
Christian mostra poi la registrazione nascosta della richiesta di spiegazioni da parte di alcuni ispettori Atac su un video in cui lui stesso su Facebook mostrava il perchè dei disagi, trovandosi senza mezzo al momento in cui avrebbe dovuto cominciare a lavorare.
“Quel giorno mi erano state negate le ferie – ricorda -, le avevo chieste per accompagnare mia madre in ospedale, perchè gravemente malata. Oltre al danno anche la beffa, niente ferie e neanche la vettura con cui poter lavorare”.
Ed infine un appello a partecipare alla manifestazione mercoledì prossimo in Campidoglio: “Autisti e cittadini uniti per il bene comune. Ci hanno tolto quasi tutto, non lasciamogli la nostra dignità “.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 25th, 2015 Riccardo Fucile
ABBIAMO PERO’ LE REGOLE PEGGIORI
Non siamo tra quelli che sborsano più tasse sulla casa, paghiamo però a caro prezzo la grande
confusione e l’incertezza che regna sulle imposte sul mattone.
Tasi sul proprietario, Tasi sull’inquilino, Imu, Tari, cedolari varie hanno messo a dura prova la pazienza dei contribuenti e hanno finito per allontanare gli investitori dall’immobiliare.
Il risultato si è visto sulle compravendite, in forte calo.
Certo hanno pesato la crisi economica, la stretta delle banche, il pessimismo sul futuro ma la colpa è anche della girandola di nuovi tributi.
«È uno dei motivi per cui le famiglie italiane comprano più case all’estero, con un balzo di quasi il 10% nei primi sei mesi di quest’anno – racconta Paola Gianasso, responsabile mercati esteri di Scenari Immobiliari -. Ci sono molti motivi per cui scelgono Spagna o Francia, ma la maggior trasparenza sulle imposte fa la sua parte».
Eppure da noi la proprietà delle quattro mura ha sempre avuto grande importanza.
Siamo tra quelli che in Europa pensano di più all’acquisto della prima casa, tanto che quasi tre italiani su quattro sono proprietari (72,9%).
Negli ultimi anni sono diventati il bersaglio delle politiche fiscali.
A questo va sommata la pressione fiscale complessiva che, secondo la Cgia di Mestre, in Italia nel 2014 è stata del 43,4% del Pil contro una media europea del 40%.
Ogni Paese ha sue regole e calcoli sul mattone.
Da noi il Fisco sulla casa incide per l’1,5% del Pil.
Vuol dire più del doppio di quel che paga la rigorosa Germania con la sua Grundsteuer (0,6% di peso sul Pil) e con una pressione fiscale complessiva del 39,5%.
Tra i tedeschi ci sono pochi proprietari (53,4%) e c’è minor interesse per il possesso dell’immobile. Si spiega con un mercato locativo molto dinamico e prezzi degli affitti calmierati.
Oltre alla Germania, dietro di noi stanno anche Spagna e Grecia.
Pagano una quota sul mattone che si ferma all’1% del Pil. Fa mezzo punto in meno rispetto a noi, in una situazione economica che però si avvicina alla nostra, soprattutto nel caso spagnolo.
Ben più alta è invece la tassazione in Paesi come la Gran Bretagna (3,4% del Pil) e la Francia (2,8% del Pil).
I francesi (solo il 63% è proprietario) pagano due tasse (la Taxe foncière e la Taxe d’habitation) e in più su di loro grava anche l’imposta patrimoniale su cui concorre anche l’immobile.
Gli inglesi (il 67,9% è proprietario) per scelte politiche hanno deciso imposizioni immobiliari elevate anche perchè la casa è vista come un bene patrimoniale e quindi il prelievo avviene in misura maggiore che in altri Paesi.
Sia come sia, con la crisi il mattone è sempre di più un bancomat per le casse dello Stato.
Più facile da tassare e con entrate certe, è stato tra le prime misure a cui hanno guardato i governi.
C’è però anche chi con la crisi ha pensato di aiutare il settore.
«La Francia — racconta Paola Gianasso — a inizio crisi ha introdotto la legge “Scellier” con vantaggi fiscali a chi acquistava casa per metterla a reddito».
Una misura che ha rilanciato il settore.
Sandra Riccio
(da “La Stampa“)
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Luglio 25th, 2015 Riccardo Fucile
L’ARCHITETTO: “MARINO NON BASTA PIU’, NON CI SONO PERSONE CHE VOGLIONO CAMBIARLA DAVVERO”
“L’amministrazione comunale ha subappaltato il suo ruolo. Sono circa venti anni che Roma è trascurata. Oggi siamo arrivati al capitolo finale”.
Massimiliano Fuksas, famoso architetto romano, è duro nei confronti della sua città natale.
Nei giorni delle polemiche sulla Capitale, all’estero (finita in prima pagina New York Times per il degrado) e in Italia (per i disagi ormai all’ordine del giorno sui mezzi di trasporto pubblico), Fuksas parla all’HuffPost di quello che manca alla città : “Non ci sono persone che vogliano cambiarla davvero, questa Roma. Non c’è voglia di modificare un andamento. E non serve, purtroppo, cambiare i presidenti delle società municipalizzate o cose del genere”.
Il degrado Capitale sul New York Times non è una bella pagina per l’Italia, ma soprattutto per Roma. Di chi è la responsabilità di una situazione ormai ingestibile?
Ma guardi, nutro il massimo rispetto per il sindaco Marino, ma qui ci vuole gente che sappia fare l’amministrazione. Il politico tradizionale non serve più, non basta più. C’è una domanda di governo che arriva dalla città . C’è bisogno di ricostruire quella qualità di una volta. La Roma di Rutelli, ricordo per esempio, era una Roma ben amministrata. Ma oggi non è la politica ad avere il primato.
Da dove partire?
Sembra una cosa banale, ma piantare alberi, sistemare marciapiedi è un lavoro da fare. Servono le piccole cose, non ci sono solo le buche. C’è bisogno di una città dove si possa camminare; ma soprattutto serve un controllo della città . Una volta richiamai una signora per aver lasciato l’immondizia fuori posto. Sa come mi rispose? “Qui lo fanno tutti”. Per questo dico che servono sette/ottomila vigili per le strade: ma attenzione, si devono vedere e devono fare le contravvenzioni. La città deve essere seguita davvero.
Oggi Gigi Proietti in un’intervista a La Stampa ha detto che gli americani se avessero una città come Roma non la tratterebbero così. È d’accordo?
Guardi, non è detto. Alcune città americane sono pulite, altre non sono pulite. Certi quartieri lo sono, altri sono sporchi. Dipende. Ora sono a Parigi, e la città è pulita semplicemente perchè la puliscono, tutti i giorni. E vorrei che questa cosa avvenisse pure a Roma. Firenze e Milano, per esempio, sono due città pulite. Hanno un centro storico controllato. Il sindaco Pisapia ha fatto un ottimo lavoro, Milano oggi è una città dove tutti vorrebbero vivere, persino gli svizzeri.
Dalle polemiche riportate dalla stampa, sembra che tutte le colpe vadano addebitate all’amministrazione. E la cittadinanza, invece, non ne ha?
Ma guardi, ci sono le leggi e quelle leggi devono essere rispettate. Se la cittadinanza ha mano libera, se io stesso, per dire, non vengo sanzionato per un’inversione con l’auto che non potrei fare, alla fine realizzo che è una cosa lecita. Ripeto, ci vuole controllo. Il problema è il governo. L’assessore, il sindaco, il consigliere danno l’idea ma poi gli amministratori si devono circondare di persone capaci. In Italia sembra che manchi una classe dirigente. Ma se a Firenze, Milano e Torino c’è, perchè a Roma non c’è?
E quindi si ritorna al problema della cattiva amministrazione…
A Roma si dà sempre in subappalto. La città un tempo aveva un servizio giardini straordinario. Poi il servizio venne dato in subappalto, così come alcuni servizi dell’Ama e dell’Atac. Il risultato è stato che l’amministrazione ha subappaltato il suo ruolo. Una volta che hai subappaltato ovviamente non sei più in grado di controllare. A Parigi l’amministrazione gestisce tutto, non subappalta nulla. La pratica del subappalto è iniziato negli anni ’70 e non ha fatto bene alla città . È una delle radici del male.
In particolare, a proposito dell’Atac, l’azienda dei trasporti pubblici della Capitale: ieri il sindaco Marino ha detto di volerla aprire ai privati, visto che l’attuale gestione oggi è insostenibile, tra buchi nel bilancio e disagi continui
Privatizzare? E cosa c’è da privatizzare? Questi sono servizi pubblici e devono restare pubblici. Aprire ai privati vuol dire che non c’è l’autorità di governo. Questa è l’Italia. Il pubblico dovrebbe riprendere il suo ruolo di pubblico, soprattutto nei servizi strategici come trasporti, acqua, rifiuti.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 25th, 2015 Riccardo Fucile
IL GIORNALE CHIEDE AI LETTORI COME SI VIVE NELLA CAPITALE
“Vivete a Roma? Raccontateci la vostra esperienza su servizi e qualità della vita”. 
Il New York Times ritorna sulle vicende del degrado della Capitale e, attraverso l’account New York Times World, chiede via Twitter ai lettori di inviare le loro segnalazioni.
Il tweet è corredato da un link che rimanda al sito del quotidiano e ad un articolo datato 24 luglio e firmato dalla giornalista Gaia Pianigiani nel quale si dà conto delle reazioni suscitate in Italia dal precedente articolo di giovedì del quotidiano newyorchese sul “degrado di Roma”.
Non solo: nell’articolo del NYT viene citato anche il famoso sito (almeno per i romani) “Roma Fa Schifo”, che racconta attraverso foto il degrado della Capitale ormai da anni.
Si legge:
“Ma ora che il degrado di Roma è sul NYT, dove sono tutti quei romani che ci accusavano di esagerare? Venite fuori ora . . “, si legge in un post su Twitter di “Roma fa schifo”, o “Roma Sucks”, un sito web che dal 2008 ha raccontato le carenze dell’amministrazione inviando immagini di autobus affollati, buche, mucchi di spazzatura nei pressi di siti storici e di auto parcheggiate in doppia e terza fila
“L’argomento -si legge nell’articolo- ha riempito i programmi televisivi, dominato i titoli dei quotidiani, incoraggiato i critici e ha lasciato molti romani frustrati con la sensazione che, finalmente, qualcun altro se ne era accorto. La diffusa frustrazione riguardo al deterioramento di Roma, un tema a lungo dibattuto in questa città , è esplosa in una tempesta politica e mediatica ancora più grande dopo che le denunce sono state proposte, con un misto di sollievo e disperazione, ad un pubblico internazionale”.
L’articolo prosegue riferendo degli ultimi sviluppi delle vicende capitoline e, tra l’altro, delle reazioni del sindaco Ignazio Marino al caos dei trasporti pubblici in città e delle sue decisioni sull’Atac.
Diversi i commenti finora raccolti dal Nyt, quasi tutti critici verso lo stato dei servizi pubblici, il degrado e la qualità della vita nella Capitale.
“Sono un’italiana che vive a Roma, e mi dispiace dover confermare quanto ha scritto il NYT, una buona descrizione del decadimento della Capitale”, scrive un utente.
Un altro racconta: “Ho trascorso alcuni mesi a Roma. Sì, è sporca e caotica, non oso mettermi nei panni degli automobilisti o dei motociclisti: nessuno si ferma. Eppure, è la città più affascinante del mondo: un museo a cielo aperto”.
Temo che sarà difficile invertire la rotta all’attuale declino. Le cause sono molteplici: un governo centrale debole, una politica locale corrotta e dominata dagli interessi dei singoli, un gran numero di immigrati con poche speranze di integrazione, un’ampia diffusione di droghe e criminalità , il turismo su larga scala che porta alla degrado del centro storico. Roma una volta era una delle città più sicure d’Europa, non più: ricorda la New York degli anni Settanta.
Ho vissuto a Roma per otto anni. Lavorando da casa, non ho dovuto fare i conti con un trasporto pubblico sovraffollato, servizi pubblici inefficienti e problemi simili che ci sono ormai da diversi anni. Ho notato che molti romani non rispettano le regole.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 25th, 2015 Riccardo Fucile
“TAGLIARE LA TASI? NON E’ PRIORITARIO, PRIMA LE TASSE SUL LAVORO”
L’Europa si mette di traverso all’annunciata rivoluzione fiscale di Matteo Renzi. Tagliare le tasse sulla casa non è una priorità , per rilanciare la crescita è preferibile intervenire sulle tasse sul lavoro.
A dirlo, in un’intervista alla Stampa, è il vice presidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, ricordando che che “le nostre raccomandazioni economiche hanno posto nuovamente l’accento sull’esigenza di ridurre la pressione fiscale sul lavoro, cosa che l’Italia ha già cominciato a fare”.
Il vice presidente, con delega per l’euro, sottolinea che “noi non suggeriamo in genere agli Stati di ridurre le imposte sugli immobili perchè non riteniamo sia un tipo di tassa che va a detrimento della crescita”.
Il tono è basso, la voce bassa, le parole scandite, riferisce il corrispondente da Bruxelles del quotidiano torinese, per dire che per stimolare la ripresa bisogna ridurre la pressione fiscale sul lavoro.
Dinanzi all’ipotesi che Roma possa ripensare alla strategia di bilancio, chiedendo più flessibilità per introdurre la propria politica fiscale, Dombrovskis dice che “dal punto di vista della Commissione è importante che l’Italia segua il Programma di stabilità delineato col Def”, che prevede il pareggio nel 2018, che passa attraverso un deficit/Pil all’1,8 per cento nel 2016 e allo 0,8 per cento nel 2017, “è un piano ambizioso e il suo rispetto costituirebbe un determinante passo avanti”.
La Commissione Ue, dice l’ex premier lettone, “ritiene importante che l’Italia mantenga i piani che lei stessa ha predisposto, percorso che noi sosteniamo. Se ci sono delle idee per una riduzione delle tasse, sarà cruciale vedere quali saranno le misure che l’Italia proporrà per controbilanciare il minor gettito”.
Quanto poi all’apertura di un negoziato con l’Europa sui target di bilancio, Dombrovskis si limita a dire che “un paio di mesi fa, quando l’Italia ha presentato il Def, sono stato a Roma. Il ministro Padoan mi ha assicurato la volontà di realizzarlo. Non vedo ora ragioni per riaprirlo. Oltretutto, l’Italia sta già beneficando della flessibilità nel patto di Stabilità , ha ottenuto un aggiustamento di bilancio più lento. È importante che non si devii da questo percorso. Il processo delle raccomandazioni è stato chiuso meno di due settimane fa”.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 25th, 2015 Riccardo Fucile
LA CRISI DELLA SUA AZIENDA, I CAMION BRUCIATI E LA MORTE DEL FIGLIO SOTTO UN MURO CROLLATO PER IL QUALE LA REGIONE NEGO’ IL PERMESSO PER METTERLO IN SICUREZZA
“Io mi sono rifiutato, già da ragazzo, d’ammazzare una persona. Nella nostra tenuta di Acarta, in
Calabria, era stata fatta saltare una pala meccanica e io avrei dovuto vendicare l’attentato. Non l’ho fatto ma da mio padre ho saputo che l’uomo era stato ucciso lo stesso quando, una volta tornati in Liguria, a Borghetto Santo Spirito, mi ha messo una pistola fra le mani dicendo: ‘La pala l’hanno pagata! Se entra in cava qualcuno che non conosci, non devi far altro che ammazzarlo e sotterrarlo da qualche parte’.
Lo racconta a ilfattoquotidiano.it Rolando Fazzari.
Rolando è il figlio “dissidente” di Francesco Fazzari, emigrato in Liguria in giovane età e considerato dagli investigatori della Dia un “braccio economico delle cosche calabresi, incaricato di investire e riciclare il denaro provento di attività illecite”.
“Io non so se mio padre è stato battezzato — spiega Rolando — ma mi hanno detto che mio fratello Filippo lo è stato. E’ stato mio zio Salvatore, il fratello di mio padre, a dirmelo. Comunque gli amici di mio padre erano quasi tutti pregiudicati e venivano a casa ospiti a mangiare o a nascondersi, quando avevano problemi giù in Calabria”.
Il nome della famiglia Fazzari ricorre più volte nelle relazioni parlamentari antimafia (nel 2006 -2008-2009) e quando, nel 2009 Francesco muore, gli uomini della Squadra mobile di Savona si appostano per osservare chi partecipa al suo funerale e studiare gli assetti della ‘ndrangheta nel ponente ligure.
A Borghetto Santo in Spirito, il nome della famiglia Fazzari è noto per la “Cava dei veleni”, una discarica da 25 mila tonnellate di rifiuti pericolosi, chiusi in 12.500 bidoni, che costò allo Stato 21 milioni di euro per la bonifica.
Per questa vicenda, venne condannato in secondo grado, un altro figlio di Francesco, Filippo, che oggi vive latitante in Spagna, mentre le altre due figlie, Rita e Giulia, continuano ancor oggi a occuparsi di cave con l’aiuto di Carmelo Gullace, marito di Giulia.
Carmelo “Nino” Gullace è stato arrestato nel marzo scorso per usura, con conseguente condanna a tre anni e un mese ai domiciliari in Calabria.
Secondo il rapporto redatto nel 2011 dall’ex prefetto di Genova, Francesco Antonio Musolino, per la Commissione parlamentare antimafia, sarebbe il referente per il Nord-Ovest della cosca Raso-Gullace-Albanese.
Negli anni ’80 venne prosciolto dall’accusa di duplice omicidio nell’ambito della faida con i Facchineri e da quella d’aver partecipato al rapimento di Marco Gatta.
Più recentemente il suo nome è comparso in un’inchiesta lombarda, quella che ha coinvolto l’ex assessore regionale alla Casa, Domenico Zambetti. In una conversazione intercettata, l’imprenditore dell’oro Eugenio Costantino annovera “Ninetto” Gullace, insieme con il boss Pino D’Agostino, Peppe Ferraro e Micu Barbaro “fra i grandi della ‘ndrangheta ….gente che fanno tremare, i boss più forti…”
Cresciuto in questo contesto familiare, Rolando sceglie ben presto di allontanarsene: “Era 1984 quando sono entrato in una parrocchia di Loano e ho giurato a me stesso che non avrei avuto più niente a che fare con la mia famiglia d’origine — prosegue — Avevano cercato di far ricadere su di me la responsabilità per dei fusti interrati”.
Questa presa di posizione porta ovviamente delle conseguenze.
La prima è che gli fanno terra bruciata e i prodotti della sua società , la Ligur Block, non si vendono.
Rolando lavora nella cava di Camporosso, a Balestrino, in provincia di Savona. Scopre spesso gomme bucate, incursioni nottorne in ufficio, impianti spaccati e persino camion bruciati.
Una volta qualcuno gli nasconde un mitra in cava, impacchettato con lo scotch marcato della società (una vicenda per la quale Rolando venne arrestato e subito rilasciato).
E’ una situazione di tensione che coinvolge l’intera famiglia e che porta il figlio minore a recarsi spesso in cantiere di notte per controllare la situazione.
Sulla cava insiste una parete rocciosa che minaccia di franare e che Rolando chiede di poter metter in sicurezza sin dal 1996.
Il permesso gli viene negato dalla Regione, competente in materia.
Nel 1999 acquista quel fronte di cava con certificato di agibilità . Nonostante questo, nel 2005 chiede ancora inutilmente di poter intervenire.
Il 31 ottobre 2012 la parete frana, uccidendo il figlio Gabriele, di neanche diciott’anni, che stava cercando di dare una mano al padre.
“Mio figlio è morto per una serie di concause — lamenta Rolando — ma io ricordo molto bene quando, negli anni ’80, Filippo Fazzari cacciò il responsabile regionale preposto alle cave, minacciandolo di tirargli una pallottola in fronte. Questa gente è così. E qui tutti parlano, ma poi hanno paura e fanno ciò che vogliono loro”.
Chiara Pracchi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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