Luglio 16th, 2015 Riccardo Fucile
INTERCETTATO AL TELEFONO IL CHIRURGO TUTINO PARLA DI LUCIA, USANDO PAROLE PESANTISSIME…E CROCETTA ASCOLTA E TACE
Lucia Borsellino «va fermata, fatta fuori. Come suo padre».
Come Paolo Borsellino, il giudice assassinato il 19 luglio 1992.
Sono parole pesantissime, intercettate pochi mesi fa. A pronunciarle non è un boss, ma un medico di successo: Matteo Tutino, primario dell’ospedale palermitano Villa Sofia.
All’altro capo del telefono c’è il governatore della Sicilia Rosario Crocetta, che ascolta e tace. Non si indigna, non replica: nessuna reazione di fronte a quel commento macabro nei confronti dell’assessore della sua giunta, scelto come simbolo di legalità in un settore da sempre culla di interessi mafiosi.
Lo rivela l’Espresso nel numero in edicola domani.
Rosario Crocetta e Matteo Tutino hanno condiviso molto. Il chirurgo estetico da anni è il suo medico personale.
Un rapporto intenso, proseguito fino all’intervento della magistratura che il 29 giugno lo ha arrestato con l’accusa di falso, abuso d’ufficio, truffa e peculato, contestando un intreccio perverso tra incarichi pubblici e affari privati.
Anche in quelle ore, Tutino ha chiamato Crocetta sul cellulare per avvertire il più famoso dei suoi pazienti: «Mi stanno arrestando».
Non ha avuto nessun sostegno, soltanto il consiglio di rivolgersi a un buon avvocato. Gli stralci di queste intercettazioni sono confermate dai magistrati e dagli investigatori che lavorano all’inchiesta: questa volta, dicono, «si va fino in fondo».
L’indagine è solo all’inizio e promette un autunno caldissimo nei palazzi del potere palermitano.
Ma il primo effetto è arrivato proprio con le dimissioni di Lucia Borsellino, per scelta etica e perchè ha scoperto di essere bersaglio delle offese del medico personale del suo presidente.
Il segnale arriverà forte e chiaro: nè Lucia, nè i suoi familiari parteciperanno quest’anno alla commemorazione della strage di via D’Amelio.
Piero Messina e Maurizio Zoppi
(da “L’Espresso”)
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Luglio 16th, 2015 Riccardo Fucile
L’EXPORT ITALIANO PUNTA A RADDOPPIARE CON MACCHINARI, COSTRUZIONE ED ENERGIA
Tre miliardi di export in più nei prossimi 4 anni per tornare ai livelli di 10 anni fa. 
L’accordo sul nucleare può rimarginare una ferita che fa ancora male all’azienda Italia.
Dal 2006, quando iniziarono le limitazioni, il conto dei mancati affari italiani in Iran è stato di 15 miliardi.
E ora, secondo uno studio della Sace, si potrebbe recuperare il tempo perduto e riconquistare un mercato da 80 milioni di consumatori.
«Se l’export italiano riuscisse a riproporre una crescita simile a quella osservata nel periodo pre sanzioni – scrivono i ricercatori dell’Ufficio studi della Sace – si raggiungerebbe un livello di esportazioni superiore a 2,5 miliardi di euro nel 2018».
Si tornerebbe ai livelli del 2005.
Concorda Roberto Luongo, direttore generale dell’Ice, l’agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle nostre aziende: «In uno scenario mutevole e complesso in cui mercati importanti per l’Italia come Grecia, Libia, Tunisia, Siria e Iraq, per motivi diversi, si ritrovano in condizioni difficili, si riapre una pagina in passato molto positiva per interscambi e opportunità »
In pista l’Eni e altre 50
L’interesse delle imprese è ripreso con l’avanzare delle trattative: nei primi tre mesi dell’anno le esportazioni sono salite del 32%. «Negli ultimi 8-10 mesi – racconta Luongo – c’è stata circa una decina tra missioni e partecipazioni a fiere e manifestazioni.
Come Ice non abbiamo mai chiuso l’ufficio di Teheran: abbiamo circa 4-500 aziende interessate a investire nel Paese, per lo più pmi». Il ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, conta di organizzare una missione «fin dalle prossime settimane».
Si ripartirà dalle risorse naturali. «L’Iran non può prescindere dal gas, di cui possiede la seconda riserva al mondo, nè dai giacimenti di petrolio, per cui è al quarto posto», ricorda Luca Miraglia, ad di Quarkup group, che nell’ultimo anno ha accompagnato oltre 100 aziende ad affacciarsi sul mercato iraniano. Major del petrolio e imprese collegate riaprono i contatti.
Per l’Eni, storica presenza nel Paese, l’accordo di ieri «rappresenta una tappa incoraggiante – fanno sapere dal quartier generale -. Se le sanzioni internazionali venissero sollevate e il governo iraniano proponesse un nuovo quadro contrattuale, più allineato agli standard internazionali e meno penalizzante per le compagnie dell’ “oil&gas”, potremmo considerare nuovi investimenti nel Paese».
Ma Teheran non si limiterà a esportare greggio e importare tutto il resto.
«L’Iran – spiega Miraglia – ha capito che per il futuro non può più fare affidamento esclusivamente nel petrolio, ma che ha bisogno di diversificare. La strategia è divenuta chiara nei piani al 2025 che puntano a dare un incentivo allo sviluppo industriale».
Opportunità e rischi
Per l’azienda Italia può essere un’opportunità e un rischio. Un’opportunità , perchè, come ricorda Luongo, si apriranno spazi importanti «per la nostra meccanica strumentale, per chi produce macchinari, impianti, tecnologia».
Serviranno più infrastrutture, «con lo sviluppo di porti e aeroporti»: largo ai costruttori, che potranno partecipare anche al fabbisogno di case e centri commerciali, determinato anche da una «decisa crescita demografica», sottolineano da Sace.
Senza scordare l’importanza di macchinari per l’agricoltura, per il trattamento delle acque, per l’energia (a cui in passato ha lavorato Ansaldo Energia) la componentistica per l’auto (Landi Renzo ha storicamente puntato sul Paese) e non solo (le cucine a gas di Sabaf, per esempio). Così come ha buone possibilità l’industria chimica, farmaceutica e dell’arredamento.
Eppure partecipare al banchetto imbandito su una tavola che vale 800 miliardi di dollari, rispetto al passato «potrebbe essere più difficile», dice Miraglia.
L’euro più debole rispetto al dollaro e verso la valuta locale, il riyal, rende l’Italia competitiva. Però già in tempo di sanzioni, Paesi meno allineati come India e Cina, si sono posizionati.
E ora arriveranno anche gli americani che, rispetto all’Italia, forse avranno coperture finanziarie più solide per farsi largo tra gli ayatollah.
Francesco Spini
(da “La Stampa”)
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Luglio 16th, 2015 Riccardo Fucile
IL PARTITO DEL PREMIER SI SPACCA, VAROUFAKIS E LA PRESIDENTE DELLA CAMERA VOTANO NO
In una drammatica notte per la Grecia il Parlamento di Atene ha approvato il primo pacchetto di riforme che Alexis Tsipras ha concordato a Bruxelles per evitare la Grexit.
Ma il primo ministro greco ha davanti agli occhi la gravissima spaccatura del suo partito (40 deputati su 149 non hanno votato il piano, tra cui l’ex ministro Varoufakis, la ‘pasionaria’ presidente del Parlamento Zoe Konstantopolou e il leader dell’ala radicale Lafazanis, mentre la vice ministro delle Finanze Nantia Valavani si è dimessa) e i primi scontri di piazza del suo governo.
E sono in molti stanotte a chiedersi ad Atene quanto ancora Tsipras riuscirà a rimanere in sella, dal momento che stanotte ha perso la sua maggioranza politica.
“E’ un accordo che non ci piace ma che siamo “obbligati” a rispettare”, ha detto il premier intervenendo durante la seduta fiume del Parlamento chiamata a votare su riforma dell’Iva, indipendenza dell’ufficio di statistica, ‘Fiscal Council’ ed eliminazione delle baby pensioni.
“A Bruxelles avevo di fronte tre alternative: l’accordo, il fallimento con tutte le sue conseguenze e il piano Schaeuble” di una Grexit temporanea.
E fra le tre, “ho fatto una scelta di responsabilità ” e di “dignità “, ha scandito Tsipras.
I numeri per far approvare il piano li ha avuti.
Ma con il voto determinante delle opposizioni di Nea Dimokratia, Pasok e To Potami, che hanno votato sì come lo junior partner del suo governo, il partito di destra Anel del ministro della Difesa Kammenos, di fatto turandosi il naso.
Nei discorsi è prevalso il senso di salvare il salvabile.
La sconfitta ‘politica’ per Tsipras è tutta dentro il suo partito. Ed è enorme.
A nulla è valso l’aut aut che aveva lanciato nel pomeriggio ai ribelli (“Senza il vostro sostegno (nel voto di stasera sarà difficile per me restare premier. O stasera siamo uniti, o domani cade il governo di sinistra”).
Le defezioni sono state tantissime e ora sarà difficile continuare l’esperienza del primo governo di estrema sinistra della storia della Ue. Almeno in queste condizioni.
Prima delle drammatiche ore finali, e mentre a Bruxelles si continua a lavorare per il prestito ponte che potrebbe permettere di far riaprire le banche, il Paese aveva vissuto una giornata punteggiata da cortei, dalla serrata delle farmacie e dallo sciopero dei dipendenti pubblici (quelli più colpiti, ma anche quelli che fino al 2010 arrivavano a prendere 2mila euro al mese per un posto da donna delle pulizie al ministero delle Finanze).
Tensione alle stelle, ma pacifica. Almeno fino alla prima serata.
La rabbia degli estremisti è scoppiata alle 21.10, provando a cambiare con la violenza la storia della Grecia. Una bomba carta è esplosa in piazza Syntagma.
Gli anarchici e i black bloc hanno tirato anche bombe molotov. Nella piazza simbolo della democrazia greca sono arrivati con i caschi, le maschere antigas, le maglie nere mentre il popolo dell’ Oxi fatto giovani, impiegati, mamme, zie, adolescenti, ma anche bambini, da ore gridava e distribuiva volantini per esortare Tsipras a non cedere al “ricatto” della Germania e dell’Eurosummit.
Dopo la prima esplosione, sono volati i lacrimogeni della polizia e la piazza si è svuotata. Cordoni di poliziotti si sono schierati.
Poi la calma è tornata. E la parola è tornata alla politica.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 15th, 2015 Riccardo Fucile
TUTTI ZITTI PER COPRIRE IL FLOP DELLE PRESENZE
“I numeri nel dettaglio non li diamo”. Niente da fare, le bocche rimangono ultra cucite. 
Questa volta il segreto impossibile da violare è sui visitatori che arrivano a Expo in treno.
La settimana scorsa il commissario unico Giuseppe Sala ha sostenuto in un comunicato che la rete ferroviaria è utilizzata da circa il 30% dei 6,1 milioni di persone che secondo lui sono entrate nel sito di Milano-Rho a maggio e giugno.
Un dato gonfiato, perchè gli ingressi totali sono stati intorno ai 4 milioni, come ha rivelato il Fatto Quotidiano.
Ma Michele Mario Elia, amministratore delegato del gruppo Ferrovie dello Stato, è corso subito in aiuto di Sala: “Si parlava di 20 milioni di visitatori e per noi
si indicava un 30%. Tra Trenord e il parco Trenitalia siamo in linea con le previsioni”. La sua dichiarazione però chiarisce ben poco sul numero effettivo di persone arrivate in treno.
Innanzitutto la previsione sugli ingressi, e quindi sulle persone che arrivano al sito, era di 24 milioni, maggiore dunque dei 20 milioni di visitatori citati da Elia, perchè Expo ha supposto che alcuni visitatori potessero andare all’esposizione più di una volta. Così per i primi due mesi erano previsti 7.610.000 ingressi.
Ora, il 30% di 7.610.000 è 2.283.000, un numero addirittura più ottimistico di quello di Sala.
Al commissario unico, infatti, risulterebbero calcolatrice alla mano 1.830.000 arrivi via ferrovia, mettendo insieme Trenord, i cui treni grazie al passante ferroviario sono quelli più numerosi, Trenitalia, Italo, che per ammissione della stessa azienda dà un apporto trascurabile, e pure le compagnie francesi e svizzere.
Che Elia abbia esagerato nel dare ragione a Sala?
“Intendeva dire che in treno sono arrivati 1,7-1,8 milioni di visitatori, confermando il numero di Expo”, rispondono da Ferrovie dello Stato, la holding pubblica che controlla Trenitalia.
Bene, ora danno una forbice che rivede leggermente al ribasso la stima di Sala.
Ma è così difficile avere il numero preciso?
Anzi, è possibile avere il dato spacchettato e sapere quanti passeggeri sono arrivati con Trenitalia e quanti sono arrivati con Trenord?
“L’azienda non darà ulteriori numeri”, rispondono da Ferrovie dello Stato.
E perchè? “Non forniamo numeri nel dettaglio”.
Analoga la posizione di Trenord, a sua volta partecipata da Trenitalia e da Ferrovie Nord Milano (controllata da Regione Lombardia): “I dati li abbiamo dati a Expo. E non li diamo a nessun altro”.
Punto e basta, discorso chiuso. Alla faccia della trasparenza.
Così al momento l’unica certezza è sul numero di arrivi in metropolitana, diffusi dall’assessore milanese Pierfrancesco Maran a conferma di un precedente comunicato dell’azienda di trasporto Atm: 1.563.000 persone scese dai vagoni della linea 1 nei primi due mesi di esposizione.
“Quello dei passaggi ai tornelli dell’Atm è l’unico dato concreto”, commenta il presidente del consiglio comunale di Milano Basilio Rizzo. “Visto che altri tornelli sono al sito, perchè non ci danno il dato sugli ingressi giorno per giorno? Se non ce li hanno, è ancora peggio: vuol dire che in uno dei luoghi più controllati d’Italia in realtà non c’è alcun controllo”.
Rizzo, che da settimane si batte per avere maggiore trasparenza, ha scritto al prefetto per chiedere i numeri reali e ne fa anche una questione di buona amministrazione, visto che numeri inferiori alle attese imporrebbero di correre ai ripari.
Cosa vera anche per Atm: “Se i dati sono questi, che senso ha continuare a mantenere un servizio sovradimensionato con costi assai elevati? — si domanda — tanto più che quello investito è denaro pubblico”.
Luigi Franco
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 15th, 2015 Riccardo Fucile
NON VUOLE APPARIRE IN BALIA DEI “RESPONSABILI”
Come se avesse avuto un presentimento, o semplicemente per reazione al degrado perfino estetico che inquina la politica, Renzi ha preso le distanze da Verdini e dai verdiniani già prima che un esponente di quel mondo (il deputato campano Sarro) finisse nel tritacarne delle accuse per camorra.
Non che il premier abbia sbattuto la porta in faccia agli ex berlusconiani, lanciando proclami tipo «mai e poi mai con gente così».
Oltretutto sa che tra loro non mancano le persone specchiate.
Però ha detto, in un’intervista registrata in anticipo per il nuovo programma di Riotta su RaiTre, che sulle riforme farà di tutto (testuale: «di tutto») pur di ottenere il sostegno dell’intero Pd.
Dunque, se le parole hanno un senso, il premier presterà per la prima volta orecchio a certe correzioni che ieri il bersaniano Gotor suggeriva per la riforma costituzionale del Senato, specie in materia di elezione diretta. Il motivo è semplice: Renzi vuole contare sulle proprie forze per non apparire minimamente in balia dei nuovi «Responsabili», o come altro si chiameranno i seguaci di Verdini una volta lasciata Forza Italia, probabilmente entro fine mese
Nessun grazie
Quanti siano i verdiniani a Palazzo Madama, dove la maggioranza è più esile, lo scopriremo solo quando verranno allo scoperto: c’è chi ne ha contati 13, chi addirittura 15.
Quel giorno sapremo pure se tra loro ci sono il senatore Falanga e la senatrice Longo, già fedelissimi dell’ex sottosegretario Cosentino da tempo finito in carcere.
Adesso i due stanno con Fitto, cioè contro il governo, ma pare che l’infaticabile Denis sia quasi riuscito a convertirli alla causa renziana.
Se vorranno dargli una mano, il premier certo non potrà impedirlo, anzi di sicuro gli farà comodo.
L’importante dal suo punto di vista, specie dopo la vicenda Sarro, è non dover mai mostrare gratitudine.
E tantomeno ricambiare con promesse di poltrone. Dunque nel giro Pd viene del tutto escluso che i verdiniani possano essere compensati con presidenze di commissione o con posti di governo (ce ne sono almeno 3 vacanti, uno da ministro e due da vice-ministro) in occasione del prossimo rimpasto.
I dubbi del Cav
Stasera Berlusconi riunirà i vertici «azzurri». Da giorni l’ex Cavaliere si pone quesiti circa le vere intenzioni di Renzi e cerca di capire se, in cambio di un sì alle riforme, il premier sarebbe disposto a cambiare la legge elettorale sul premio di maggioranza. Interpellato da amici prima di partire per l’Etiopia, Renzi ha risposto: «Non ci penso proprio, nemmeno morto».
Chi gli sta intorno invece risponde: «Per ora non se ne parla».
Per ora.
Ugo Magri
(da “la Stampa“)
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Luglio 15th, 2015 Riccardo Fucile
UN ISTITUTO SU CINQUE NON AVRA’ UN DIRIGENTE DI RUOLO… ALLARME ROSSO IN LOMBARDIA E IN CAMPANIA
Finora la discussione si è incentrata sui poteri dei dirigenti scolastici. 
Ma a settembre di “presidi-leader educativi”, o presunti tali, rischiano di essercene davvero pochi: in assenza infatti dell’annunciato concorso per oltre 2mila posti (che doveva bandirsi entro marzo) gli istituti scolastici che il prossimo anno avranno bisogno di un dirigente “reggente” sono oltre 1.700, e precisamente 1.738 secondo i primi calcoli dell’Anp, l’Associazione nazionale presidi.
Nel complesso sono 8.123 le scuole autonome (8.123) e 385 le scuole sottodimensionate (che per legge dovranno essere rette necessariamente da un reggente), per un totale di 8.508 istituti da portare avanti nella gestione.
Il che significa, nei fatti, che una scuola su cinque non avrà un preside di ruolo.
La situazione è lentamente sfuggita di mano al ministero dell’Istruzione.
Il 1° settembre cesseranno dal servizio 767 presidi, riducendo così l’organico dirigenziale a 6.896 persone.
Sempre a settembre, partiranno i nuovi Centri per l’istruzione degli adulti (i Cpia), che hanno bisogno di 126 dirigenti.
Senza considerare, poi, gli strascichi della vecchia selezione Profumo del 2011, che non si è ancora chiusa in alcune regioni.
«In Lombardia siamo all’allarme rosso – sottolinea il numero uno dell’Anp, Giorgio Rembado – la magistratura amministrativa, di recente, ha nuovamente cassato la prova, e sono in ballo circa 500 posti. Qualora non si trovasse in tempi rapidissimi una soluzione avremmo un’anomalia assoluta con almeno una reggenza per ciascun dirigente in servizio».
La questione è delicata anche in Campania: «Qui l’Ufficio scolastico regionale ha bloccato l’assunzione di 206 presidi sempre per controversie giudiziarie – aggiunge Rembado – e pure qui servono risposte veloci»
Per la Lombardia, spiegano dal ministero dell’Istruzione, potrebbe aprirsi uno spiraglio visto che è stata accolta la sospensiva richiesta dal Miur (ora le commissioni d’esame dovrebbero completare celermente i colloqui)
Il punto è che la nuova procedura concorsuale è sparita dai radar e, considerato il tempo necessario per l’espletamento della selezione (variabile ricorsi a parte), si rischia di non fare in tempo a immettere in ruolo i vincitori per settembre 2016 (con la conseguenza di allargare ancor di più il numero di reggenze).
A settembre le regioni più in sofferenza saranno quelle del Nord (Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna), tenendo presente che un dirigente reggente si può trovare a gestire contemporaneamente 4/5 istituti, anche di gradi diversi
A complicare la situazione c’è poi la questione dell’esonero dei vicari.
Oggi la riforma Renzi-Giannini sarà pubblicata in Gazzetta Ufficiale (ieri non sono mancate le polemiche di studenti e opposizioni per la firma del Capo dello Stato), ma il provvedimento non si coordina con la legge di Stabilità 2015 che ha previsto l’abolizione dell’esonero dall’insegnamento per i collaboratori del preside, in considerazione dell’attuazione dell’organico dell’autonomia.
La «Buona Scuola» tuttavia sposta al 2016-2017 la costituzione di questo organico funzionale. Si rischia pertanto di avviare l’anno scolastico senza copertura degli esoneri: «Ho scritto al ministro Giannini – evidenzia Rembado -. Le scuole stanno predisponendo in questi giorni il piano per l’avvio del prossimo anno e devono avere la certezza circa l’esonero dei vicari».
Claudio Tucci
(da “il Sole24ore“)
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Luglio 15th, 2015 Riccardo Fucile
E SONO SEMPRE MENO GLI STRANIERI CHE VENGONO A STUDIARE IN ITALIA
La vita dello studente universitario sembra davvero difficile nel nostro Paese.
Almeno, sfogliando l’ultimo Rapporto del Cnsu: il Comitato nazionale degli studenti universitari, che scatta una fotografia abbastanza impietosa dell’istruzione terziaria nazionale, vista secondo l’ottica degli studenti.
Disoccupazione e crisi economica, carenza endemica di interventi per il diritto allo studio, welfare studentesco debole e interventi politici in controtendenza rispetto ai bisogni di ragazzi e famiglie stanno svuotando le università italiane di nuove leve.
Mentre le riforme degli ultimi quindici anni non hanno sortito quasi nessun risultato sull’efficienza del sistema universitario nostrano. Insomma, un mezzo disastro che anno dopo anno allontana l’Italia dai sistemi universitari europei.
Il Rapporto sulla condizione studentesca 2015, previsto dal Dpr 491 del 1997, analizza diversi aspetti della vita universitaria: dal diritto allo studio alla didattica, passando per l’inserimento nel mondo del lavoro e la rappresentanza studentesca.
Un terzo del dossier è dedicato agli interventi sul diritto allo studio con alcuni confronti internazionali che presentano subito un’Italia in ritardo.
Bastano due semplici numeri per capire di casa si sta discutendo: la percentuale di studenti borsisti rispetto al totale della popolazione studentesca e il trend degli stessi negli ultimi sei anni. Dal 2006/2007 al 2012/2013 la percentuale di studenti che percepisce una borsa di studio, in Italia, è scesa dell’8 per cento.
In Francia e Germania è cresciuta del 34 e del 33 per cento, mentre in Spagna si è incrementata del 59 per cento.
Un dato che si ripercuote sulla percentuale di beneficiari rispetto al totale della popolazione studentesca: il 2,4 per cento in Italia, il 21 per cento in Germania e 18 in Francia,
Per non parlare di paesi come la Finlandia e l’Olanda dove si raggiungono percentuali di studenti cui viene assegnata una borsa di studio impensabili nel nostro paese: il 58 per cento nel paese scandinavo e addirittura il 95 per cento nel paese dei mulini a vento.
Questione di impegno nello studio?
Non proprio, perchè anche le borse di studio in favore degli studenti regolari è bassissimo: appena l’8,2 per cento dell’intera platea.
Ma non solo. “Nonostante vi siano tre fonti di finanziamento: risorse regionali, fondo statale, tassa regionale, il 42,2 per cento delle borse è coperto da quest’ultima tassa. Sono quindi principalmente gli studenti a pagarsi le proprie borse di studio”, spiegano gli studenti.
Già , perchè la tassa regionale sul diritto allo studio, incrementata a 140 euro annui ormai in quasi tutti gli atenei italiani, è a carico degli studenti e si scopre come la maggiore fonte di finanziamento per le borse di studio: il 42 per cento del budget totale.
Se ci si limitasse ai soli fondi statali e regionali, le borse di studio sarebbero circa la metà di quelle attuali: a favore dell’1,5 per cento della popolazione studentesca.
Con tantissimi studenti “idonei non beneficiari” che hanno un reddito bassissimo ma che non riescono ad accedere alle borse di studio.
Numeri che non hanno bisogno di ulteriori commenti. C’è poi la questione dei posti-letto per gli studenti fuori-sede e delle agevolazioni sui mezzi di trasporto.
Anche in questo settore l’Italia è in enorme ritardo rispetto ai paesi europei.
Sono soltanto 40mila i posti-alloggio garantiti dagli enti regionali per il diritto allo studio o da strutture convenzionate.
Un ammontare che copre solo il 4 per cento della popolazione studentesca, a fronte di un pendolarismo in forte crescita.
“Diversi studi – si legge ne rapporto – hanno evidenziato che gli studenti fuori sede sostengono un costo di mantenimento molto superiore rispetto a chi abita in famiglia, soprattutto perchè devono affrontare una spesa, quella per l’alloggio, che occupa una parte preponderante del totale delle uscite, ovvero circa un terzo”.
Secondo il Comitato nazionale degli studenti universitari “Lo stato, in collaborazione con le regioni, dovrebbe porsi l’obiettivo di aumentare il numero di alloggi convenzionati di almeno 100mila unità “.
I 100mila posti-letto servirebbero a coprire le esigenze abitative di tutti gli idonei alla borsa di studio e degli studenti non idonei ma con reddito basso.
Anche le agevolazioni per i trasporti e la ristorazione, negli ultimi anni, si sono ridotte quasi dappertutto rendendo sempre più difficile studiare senza contemporaneamente lavorare.
Tagli sul diritto allo studio che hanno come contraltare l’aumento delle tasse universitarie del 63 per cento e il calo delle iscrizioni universitarie del 17 per cento negli ultimi dieci anni.
Una situazione ulteriormente aggravata dalla mobilità interna degli studenti meridionali in cerca di un buon ateneo dove studiare, spesso al nord, che richiederebbe più strutture e interventi per gli studenti pendolari e fuori-sede.
E con sempre più studenti che cercano condizioni di studio e di qualità migliori in atenei all’estero.
A nulla, o a poco, sembra avere portato la riforma che a ridosso del 2000 ha portato dalle lauree a ciclo unico al 3+2.
Secondo gli studenti, i dati negativi pre-riforma – dispersione universitaria, durata media degli studi e alto numeri di fuori corso – sono rimasti tali: “Il tasso di abbandono degli iscritti alla triennale rimane al 40 per cento, circa il 42 per cento degli studenti iscritti alla triennale risultano fuoricorso e ci vogliono 5,1 anni per conseguire una laurea triennale”.
Con l’aggravante del taglio al Fondo di finanziamento ordinario degli atenei e all’aumento dei corsi a numero chiuso degli ultimi anni. Politiche restrittive che gli studenti condannano e considerano lesive del diritto allo studio universitario in Italia, che si trova in coda alla classifica europea per numeri di giovani laureati.
Per gli studenti, “il tasso degli immatricolati e dei laureati in Italia è in profondo ritardo rispetto al resto dei paesi europei, e ciò dipende soprattutto dalla miopia politica degli ultimi governi che non si sono adoperati per innalzare il livello di istruzione e a consentire ad ampi segmenti della popolazione di accedere all’istruzione terziaria”.
Anche sul fronte dell’internazionalizzazione, le università italiane scontano un ritardo, con pochi studenti stranieri che considerano l’Italia come paese dove andare a studiare in confronto agli studenti italiani che preferiscono studiare all’estero: il rapporto è di 100 studenti italiani che si recano all’estero contro 85 studenti stranieri che approdano in Italia, soprattutto spagnoli, francesi e tedeschi.
Salvo Intravaia
(da “La Repubblica“)
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Luglio 15th, 2015 Riccardo Fucile
LA PROPOSTA DELL’INTERGRUPPO GUIDATO DA DELLA VEDOVA
Via libera alla legalizzazione della cannabis, con norme che ne disciplinano l’uso, mantenendo però
anche una serie di divieti.
Lo prevede una proposta di legge presentata dall’intergruppo parlamentare guidato da Benedetto Della Vedova, senatore eletto con Scelta Civica e oggi al Misto.
“Nella sua ultima relazione, la direzione nazionale Antimafia – spiega in una conferenza stampa illustrando il testo – ha parlato del ‘totale fallimento dell’azione repressiva’ e della ‘letterale impossibilità di aumentare gli sforzi per reprimere meglio e di più la diffusione dei cannabinoidi’.
La direzione ha dunque chiamato in causa il legislatore per chiedere un intervento di depenalizzazione”.
Dal Pd al M5S, da Sel al gruppo Misto, sono 218 i parlamentari che hanno firmato il testo che contiene disposizioni in merito al possesso, all’autocoltivazione, alla vendita e all’uso terapeutico della cannabis.
Cosa prevede la pdl.
I maggiorenni, si legge nel ddl, “potranno detenere una modica quantità per uso ricreativo: 15 grammi a casa, 5 fuori casa. Divieto assoluto per i minorenni; sarà possibile coltivare a casa fino a 5 piante e detenere il prodotto da esse ottenuto” previa comunicazione all’agenzia dei Monopoli, ma è vietata la vendita del raccolto.
E ancora: ok alla vendita al dettaglio, che dovrà avvenire “in negozi dedicati, forniti di licenza dei Monopoli”, ma no all’importazione e all’esportazione; via libera all’autocoltivazione per fini terapeutici, con “modalità di consegna, prescrizione e dispensazione dei farmaci” semplificate.
Restano il divieto di fumo nei luoghi pubblici (parchi compresi) e quello di guida “in stato di alterazione con le relative sanzioni previste dal codice stradale”.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 15th, 2015 Riccardo Fucile
PECCATO CHE IN CAMPAGNA ELETTORALE AVESSE PROMESSO UN TAGLIO DEGLI EMOLUMENTI CHE IN REGIONE LIGURIA VIAGGIANO SUGLI 8.000-10.000 EURO AL MESE
Lella Paita parla a nome del gruppo Pd in Regione e annuncia una opposizione a Giovanni Toti «senza sconti» ma basata sullo «sfidare la maggioranza sui contenuti: agiremo come un “Governo ombra”, perchè abbiamo idee, progetti e abbiamo una cultura di governo».
E per cominciare l’ex assessore alle infrastrutture ha attaccato punto per punto il programma del presidente.
«Si parlava di tecnici in funzioni importantissime, si parlava di apertura alla società civile. Nel giro di pochi mesi le velleità iniziali di apertura a risorse e competenze esterne si sono capovolte e sono state ovviamente e inesorabilmente rimesse nel cassetto».
Diversa la linea del Movimento 5 Stelle, dove hanno parlato tutti i consiglieri.
Più aperture di credito verso il nuovo governo ligure, ma la prima proposta alla giunta è stata rispedita al mittente
Nel suo intervento, Alice Salvatore ha chiesto conto a Toti delle dichiarazioni in campagna elettorale sui costi della politica: «Aveva detto di ridurre gli emolumenti dei consiglieri regionali, di aumentare quelli dei sindaci dei piccoli Comuni e di abolire le indennità di carica aggiuntive come le buone uscite di 80mila euro dei consiglieri uscenti».
E il consigliere M5S Marco De Ferrari ha annunciato che l’autoriduzione dello stipendio dei consiglieri del gruppo permetterà di mettere a disposizione alla fine dei cinque anni di legislatura 2 milioni di euro da destinare ad un fondo per il microcredito e ha invitato tutti i consiglieri ad aderire all’iniziativa che potrebbe portare ad un fondino di 10 milioni di euro.
Toti, da parte sua, ha confermato che sette assessori sono pochi per governare la Regione.
Ma ha chiuso a misure di riduzione degli emolumenti. «Io non ho alcuna intenzione di aumentare i costi della politica: in ogni caso non sono tre sottosegretari a dilatarli.”
«Non voglio accettare la demagogia – ha detto – abbassare gli emolumenti dei consiglieri non credo sia particolarmente etico. Credo che occorra ragionare su quanto guadagnano tutti gli esponenti politici, dai parlamentari fino ai sindaci dei piccoli Comuni».
(da “il Secolo XIX”)
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