Luglio 11th, 2015 Riccardo Fucile
COLPITO DA PIETRA IN VISO HA ABBANDONATO LE CELEBRAZIONI
Il premier serbo Alaksandar Vucic ha lasciato la cerimonia per Srebrenica dopo essere stato
colpito da una pietra lanciata dalla folla inferocita che lo contestava. Leggermente ferito, Vucic ha abbandonato le celebrazioni del genocidio e sta tornando a Belgrado.
Lo scrivono i media serbi.
“La delegazione guidata da Vucic ha lasciato la cerimonia dopo un attacco durante il quale il premier è stato colpito alla testa e gli si sono rotti gli occhiali”, ha riportato l’agenzia di stampa ufficiale Tanjug.
Vucic aveva appena deposto un fiore davanti al monumento che ricorda i nomi delle oltre 6.200 vittime identificate e sepolte nel cimitero commemorativo di Srebrenica quando la folla ha iniziato a scandire allah akbar (dio è grande), lanciando pietre contro il premier.
Circondato dalle guardie del corpo, Vucic è riuscito a lasciare il cimitero tra gli appelli alla calma degli organizzatori.
Secondo Blic online, all’ingresso del cimitero dove era in programma oggi la tumulazione di alcune delle vittime del genocidio, la folla inferocita è riuscita ad abbattere le barriere di protezione, dirigendosi verso Vucic e i suoi collaboratori, gettando pietre, bottigliette d’acqua e scarpe.
“Era orribile, hanno lanciato sassi, scarpe, qualunque cosa avessero sotto mano”, ha detto a Blic un membro della delegazione serba.
La folla gridava “Cetnici, tornate a casa”. Il primo ministro è stato colpito da una pietra in faccia, è stato ferito, ma non era spaventato. Gridavano Allah è grande”.
Le autorità serbe hanno reagito duramente all’aggressione parlando di “atto di guerra” e di “tentato omicidio”.
Negli anni passati nel cimitero di Potocari sono state già sepolte le spoglie di 6.241 bosniaci musulmani massacrati dalle milizie serbe nel luglio 1995.
argomento: Esteri | Commenta »
Luglio 11th, 2015 Riccardo Fucile
L’INTERCETTAZIONE TRA DARIO NARDELLA, VICE DI RENZI, E MICHELE ADINOLFI, COMANDANTE IN SECONDA DELLA GUARDIA DI FINANZA
Il 5 febbraio 2014, quando già la staffetta era matura, alla Taverna Flavia di Roma pranzano in quattro: il vicesindaco (poi sindaco) di Firenze Dario Nardella, il generale della Guardia di Finanza allora a capo di Toscana ed Emilia-Romagna Michele Adinolfi, oggi comandante in seconda della Gdf, il presidente dei medici sportivi Maurizio Casasco e l’ex capo di gabinetto del ministro Tremonti nonchè presidente di Invimit, società di gestione del risparmio che amministra immobili pubblici ed è di proprietà del ministero dell’Economia, Vincenzo Fortunato.
I carabinieri del Noe guidati dal colonnello Sergio De Caprio intercettano il colloquio con una cimice sotto il tavolo.
Due le partite: la nomina a sorpresa del generale Saverio Capolupo, anzichè di Adinolfi, al vertice della Finanza da parte del morituro governo Letta.
E la staffetta tra questi e Renzi, amico dei commensali.
In questo contesto l’attuale numero due della Guardia di Finanza dice che il figlio di Napolitano “Giulio oggi a Roma è potente, è tutto”.
Poi sembra dire che il capo dello Stato sarebbe ricattabile perchè “l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro e (Enrico, ndr) Letta ce l’hanno per le palle, pur sapendo qualche cosa di Giulio”.
Nardella non fa una piega, anzi.
Scrive il Noe: “Nardella dice che la strada è più semplice. Bisogna fare la legge elettorale e andare alle elezioni anticipate”.
Poi dice che Letta gli sembra “andreottiano” e “attaccato alla seggiola”.
E allude malizioso: “A meno che non ci sia anche da coprire una serie di cose, come uno nomina sei mesi prima il comandante, perchè… a me è venuta la Santanchè pensa, che dice tanto tutti sanno qual è la considerazione di Giulio Napolitano. Prima o poi uscirà fuori”.
Insomma, il segreto non sarebbe più tale. “Se lo sa la Santanchè, vabbè ragazzi”.
Adinolfi resta sul tema: “Giulio oggi a Roma è tutto o comunque è molto. Giusto? Tutto, tutto… e sembra che… l’ex capo della Polizia … Gianni De Gennaro e Letta ce l’hanno per le palle, pur sapendo qualche cosa di Giulio”.
Nardella commenta criptico: “A quello si aggiunge, quello è il colore…”, seguono parole incomprensibili. Fortunato pensa al potere del figlio del presidente: “Comunque lui è un uomo, c’ha studi professionali, interessi. Comunque tutti sanno che lui ha un’influenza col padre. Come è inevitabile… ha novant’anni c’ha un figlio solo”.
Nardella concorda: “È fortissimo!”. Adinolfi: “Non è normale che tutti sappiano che bisogna passare da lui per arrivare” e Nardella sembra accennare a un possibile conflitto di interesse: “Consulenze, per dire consulenze dalla pubblica amministrazione”.
A conferma dell’ipotetica relazione tra la nomina di Capolupo e una presunta ricattabilità di Giulio Napolitano c’è una telefonata del giorno seguente.
Antonello Montante, presidente di Confindustria Sicilia e delegato per la Legalità di Confindustria nazionale, parla con Adinolfi.
Mentre aspetta Montante confida a qualcuno vicino: “Perchè è stato prorogato… chissà perchè… Figlio di puttana ha beccato ha in mano tutto del figlio di Napolitano, tutto… me l’ha detto Michele… ha tutto in mano sul figlio di Napolitano”. Dove Michele, secondo i carabinieri, è Adinolfi.
Non è chiaro, dalla registrazione, cosa abbia in mano Capolupo.
Potrebbero essere parole in libertà ma una democrazia non tollera ombre.
Anche Giorgio Napolitano non esce bene dalle intercettazioni, come quella di una conversazione tra Fabrizio Ravoni, già al Giornale dei Berlusconi e poi a Palazzo Chigi con Berlusconi e Fortunato.
Il Noe definisce “interessante” la conversazione del 5 febbraio 2014 in cui il burocrate più potente ai tempi di Tremonti, “in contrasto con l’attuale governo Letta sente il bisogno di esternare circa un ruolo anomalo di Giulio Napolitano.
Il discorso — prosegue il Noe — parte da Fortunato che racconta a Ravoni le sue considerazioni sull’azione del Presidente della Repubblica, che avrebbe favorito provvedimenti favorevoli al figlio Giulio imponendo il rigore su altri: ‘Guarda è un uomo di merda io so’ convinto da tempo… prima ha fatto cadere questo poi ha spostato il rigore a parole perchè tra l’altro quando si trattava di far passare i provvedimenti per l’Università che gli stavano al cuore al figlio era il primo a imporci le norme di spesa ma comunque poi ha imposto a tutto il paese un anno di governo Monti al grido rigore, rigore, rigore…’”.
E il Noe ricorda che Napolitano jr. è professore ordinario a Roma tre.
Vincenzo Iurillo e Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
la replica di Giulio Napolitano
“Il Fatto Quotidiano di oggi riferisce di una conversazione da taverna fra una serie di persone, da me mai frequentate, le quali, per spiegare il loro mancato ottenimento di vantaggi e nomine sostengono che ciò sarebbe dovuto al fatto, risibile e assurdo, che io sarei “ricattato” o “ricattabile”
Nei nove anni di presidenza di mio padre ho sempre assunto un profilo pubblico e professionale volutamente in disparte, rifiutando moltissimi incarichi che anche indirettamente avrebbero potuto riverberarsi negativamente sulla attività e la immagine del presidente della Repubblica.
Tant’è che i commensali, nei cui confronti valuterò le azioni da intraprendere, non riescono ad evidenziare un solo fatto, evento, provvedimento che in qualche modo mi avrebbe favorito
Rimane una domanda di fondo: come sia possibile che conversazioni manifestamente irrilevanti, per la loro forma e il contenuto, siano potute entrare nella carte di un procedimento penale che riguarda tutt’altre vicende e da qui diffuse ad arte. Ma si tratta di malattia antica che va ben oltre il maldestro tentativo di gettare fango sulla mia persona”.
Giulio Napolitano
argomento: Napolitano | Commenta »
Luglio 11th, 2015 Riccardo Fucile
“LUI NON E’ CAPACE, NON E’ CATTIVO, L’ALTERNATIVA E’ GOVERNARLO DA FUORI”
Le strategie per prendere il posto di Enrico Letta, spiegate dalla viva voce di Matteo Renzi in una
telefonata dell’11 gennaio 2014, meno di un mese prima di suonare la campanellina dello sfratto al suo predecessore.
Renzi, si scopre oggi, propose a Letta l’onore delle armi, uno specchietto per le allodole o una promessa che non si poteva mantenere e nemmeno rifiutare: il Quirinale nel 2017 in cambio di Palazzo Chigi.
Ma Letta, che Renzi definisce “un incapace”, non accetta e così l’allora sindaco lo asfalta.
Nell’indagine di Napoli sulla Cpl Concordia c’è la vera trama della svolta politica.
Il 10 gennaio 2014 Renzi va a Palazzo Chigi con Delrio.
Qui avrebbe fatto la proposta all’allora premier, come racconta l’indomani. Ore 9.11, Renzi risponde al comandante interregionale della Guardia di Finanza Michele Adinolfi, allora indagato per una sospetta fuga di notizie che sarà archiviato su richiesta dello stesso pm Henry John Woodcock.
Renzi parla sul suo cellulare, una “utenza intestata — annotano i carabinieri del Noe — alla fondazione Big Bang”. Quel giorno compie 39 anni.
Renzi (R): Signor generale!
Adinolfi (A): Mi dicono fonti solitamente ben informate che ti stai avviando anche tu verso una fase di rottamazione.
R: È la disinformatia del partito…
A: Come stai amico mio? Tanti auguri, tanti auguri e complimenti. Matteo, spero di vederti in qualche occasione.
R: Con molto, molto piacere. La settimana prossima sarà un po’ decisiva perchè vediamo se riusciamo a chiudere l’accordo sul governo. E…
A: Rimpastino?
R: Sì, sì. Rimpastino sicuro. Rimpastone, no rimpastino! Il problema è capire anche… se mettere qualcuno dei nostri…
A: È lì il punto! O stare fuori, va bene?
R:No, bisogna star dentro.
A: Oppure stare dentro.
R: Stare dentro però rimpastone.
A: Significa arrivare al 2015.
R: E sai, a questo punto, c’è prima l’Italia, non c’è niente da fare. Mettersi a discutere per buttare all’aria tutto, secondo me alla lunga sarebbe meglio per il Paese perchè lui è proprio incapace, il nostro amico. Però…
A: È niente, Matteo, non c’è niente, dai, siamo onesti.
In sostanza Renzi anticipa a un generale, non un suo consulente ma al limite un suo controllore, una strategia che nessuno ha mai svelato: la staffetta (il “rimpastone”) con un risarcimento, il Quirinale nel 2017, per l’inquilino sfrattato da Palazzo Chigi. Proposta rifutata.
Due i problemi, spiega Renzi al generale: Letta jr ha 46 anni, dovrebbe aspettarne tre per il compimento dei 50, soglia minima per il Colle, e non si fida.
Inoltre “il numero uno” alias Napolitano, giustamente, è contrario.
R: Lui non è capace, non è cattivo, non è proprio capace. E quindi… però l’alternativa è governarlo da fuori…
A: Secondo me il taglio del Presidente della Repubblica.
R: Lui sarebbe perfetto, gliel’ho anche detto ieri.
A: E allora?
R: L’unico problema è che … bisogna aspettare agosto del 2016. Quell’altro non c’arriva, capito? Me l’ha già detto.
A: Sì sì, certo certo.
R: Quell’altro 2015 vuole andar via e … Michele mi sa che bisogna fare quelli che… che la prendono nel culo personalmente… poi vediamo magari mettiamo qualcuno di questi ragazzi dentro nella squadra… a sminestrare un po’ di roba.
A: Sì sì, ho capito.
R: Purtroppo si fa così.
A: Non ci sono alternative, perchè quello, il numero uno non molla e quindi che fai?
Renzi conferma che Napolitano è contrario e aggiunge: Berlusconi è favorevole.
Il patto del Nazareno c’era già 8 giorni prima di essere siglato. L’incontro Renzi-Berlusconi è del 18 gennaio, ma fu annunciato il 16, cinque giorni dopo la telefonata.
R: E poi il numero uno anche se mollasse… poi il numero uno ce l’ha a morte con Berlusconi per cui… e Berlusconi invece sarebbe più sensibile a fare un ragionamento diverso. Vediamo via, mi sembra complicata la vicenda.
A: Matteo, intanto t’ho mandato una bellissima cravatta.
R: Grazie.
A: (…) Se vuoi il colore lo puoi cambiare, ci sono dei rossi e dei neri, va bene? (ride)
R:No ma va bene, poi io amo il calcio minore per cui va bene.. un abbraccio forte.
A: Che stronzo! Ciao, ciao. Buon compleanno, buona giornata.
Per comprendere l’ultimo passaggio bisogna sapere che Adinolfi è milanista e amico fraterno di Adriano Galliani da trenta anni.
Inoltre è amico di Gianni Letta, come dimostrano altre conversazioni depositate nelle quali Letta senior lo sponsorizza mentre Letta jr lo fa fuori dalla corsa a comandante generale.
Inoltre è considerato vicino a Berlusconi. Forse per questo Renzi gli parla del leader di Forza Italia quasi come se fosse un amico comune, a differenza di Napolitano.
Se questo aiuta a capire perchè Renzi, notoriamente viola, accetti una cravatta da un rossonero, non spiega perchè il leader della sinistra italiana si faccia chiamare “stronzo” da un amico di Berlusconi, che vuole promuovere a capo della Finanza.
Ma questa è un’altra storia.
Vincenzo Iurillo e Marco Lillo
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Letta Enrico | Commenta »
Luglio 11th, 2015 Riccardo Fucile
“HINDUSTAN TIMES”. “UNA MOSSA OBBLIGATA”
Potrebbe presto sbloccarsi il caso dei marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre: il governo di New Delhi sembrerebbe intenzionato a indirizzarsi verso la celebrazione di un arbitrato internazionale.
Lo riporta il quotidiano Hindustan Times, che cita fonti interne.
Si tratterebbe, tuttavia, di una scelta quasi obbligata, dopo che l’Italia “ha formalmente chiesto” questa risoluzione “nell’ambito della Convenzione dell’Onu sul diritto del mare (Unclos)”, di cui Roma è una delle firmatarie.
“Se in una controversia una delle parti cerca un arbitrato, l’altra dovrà accettare”, ha spiegato al giornale indiano un funzionario del ministero che ha preferito non svelare la propria identità .
I due militari italiani sono accusati di aver ucciso due pescatori indiani al largo della costa del Kerala il 15 febbraio 2012.
Domenica i rappresentati dei ministeri degli Interni, degli Esteri e della Giustizia si riuniranno per decidere quale posizione assumere davanti alla Corte Suprema, che dovrà anche esaminare la richiesta di Latorre di rimanere in Italia.
Il fuciliere, tornato a casa dopo un ictus cerebrale, dovrebbe infatti ripartire per l’India tra pochi giorni, il 15 luglio, ma la richiesta di un arbitrato internazionale, riporta l’Hindustan Times, potrebbe prolungare l’autorizzazione concessa per questioni di salute.
La vicenda potrebbe essere riesaminata in aula già la prossima settimana.
Resta il fatto che un arbitrato internazionale ha una durata solitamente non inferiore a due anni, prima di trovare una soluzione.
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: Giustizia | Commenta »
Luglio 11th, 2015 Riccardo Fucile
“VOI SIETE QUEI LEGHISTI CHE NON SI INDIGNANO PER I SOLDI IN TANZANIA, MA PER ME CHE SONO TRANS? MA VAI A CONTROLLARE IL TUO CONTO CORRENTE IN TANZANIA INVECE DI ROMPERE I COGLIONI A ME”
Duello a colpi di sciabola a La Zanzara (Radio24) tra Efe Bal, la transessuale di origine turca
simpatizzante della Lega e in particolare del suo leader, Matteo Salvini, e il consigliere comunale del Carroccio milanese, Max Bastoni.
La miccia della discussione è data dall’iniziativa di Efe Bal, che ha fatto affiggere a Milano vari manifesti che la immortalavano nuda, con un fazzoletto verde recante il logo leghista del Sole delle Alpi a coprirle il seno.
E su tutti campeggiava la scritta “Efe Bal ministro dei lavori particolari”.
La trovata non è piaciuta alla base leghista e in particolare a Max Bastoni che, ai microfoni della trasmissione radiofonica, commenta: “Il signor Efe Bal non è un esponente della Lega, ma un uomo che ha fatto la tessera da sostenitore. Ha fatto questa iniziativa solo per pubblicità , utilizzando un simbolo che per noi ha un grande significato. Lui è solo un paraculo. Non so se va d’amore e d’accordo con Salvini, è un problema del segretario“.
Durante l’intervista, interviene Efe Bal, che ha un durissimo scontro con il consigliere leghista al punto da interrompere due volte la conversazione telefonica.
Cita la sua partecipazione alle manifestazioni di Pontida e il referendum per l’abolizione della Legge Merlin, su cui assieme a Salvini raccolse le firme e prestò la sua immagine. “Molti leghisti mi difendono anche da lei” — aggiunge — “e da quel suo amico, poverino… come si chiama? Maurizio Bastardo (Maurizio Bosatra, ex collaboratore di Roberto Calderoli, ndr)? Voi siete quei leghisti “veri” che non si indignano per i soldi in Tanzania, ma per me che sono una trans? Ma indignati di te stesso, testa di cazzo. Vai a controllare il tuo conto corrente in Tanzania invece di rompere i coglioni a me”.
Poi riaggancia il telefono, ma viene ricontattata.
E rincara: “Questo signore dice che sono un uomo, ma vorrei vedere se la moglie o fidanzata è bella o ha il fisico come il mio. Si trovino delle belle ragazze nella Lega e mettano quel cazzo di simbolo su di loro. Mi danno addosso invece di ringraziarmi per il mio coraggio nell’espormi, visto che la Lega è accusata di essere un partito omofobo, razzista e fascista. Mica sono una ladra come voi. Ma pensate a Belsito o al figlio di Bossi che si è comprato il diploma. Testa di cazzo”
Gisella Ruccia
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: LegaNord | Commenta »
Luglio 11th, 2015 Riccardo Fucile
IL SINDACATO ANIEF: “LO STATO HA RISPARMIATO 2,5 MILIARDI SULLA PELLE DEGLI INSEGNANTI”
Dopo nove anni di precariato, un’insegnante torinese cinquantenne si è presa la rivincita: ha fatto causa al ministero e ha ottenuto più di 20 mila euro di risarcimento.
Il tribunale di Torino le ha infatti riconosciuto il diritto a “ricostruire” la sua carriera in modo completo e non solo in parte, come invece prevedrebbero le regole.
E la sentenza potrebbe (è il caso di dirlo) fare scuola e spalancare la porta dei rimborsi a migliaia di altri ex precari.
La docente è stata assistita dall’Anief, rampante sindacato che negli ultimi anni ha ottenuto un successo crescente grazie alla sua capacità di ricorrere alla giustizia su pressochè qualsiasi tema scolastico.
L’insegnante era stata assunta nell’anno 2007-2008 dopo ben nove anni di precariato.
In quel momento la carriera le era stata “ricostruita”, cioè lo Stato le aveva riconosciuto l’anzianità di servizio e in questo modo le aveva permesso di ottenere gli scatti di stipendio previsti dal contratto nazionale.
Solo che una normativa interna prevede pure il “raffreddamento” della carriera: “Il riconoscimento per intero avviene solo nei primi quattro anni, per il resto vengono considerati validi solo i due terzi del periodo di servizio pre-ruolo”, spiega il presidente dell’Anief, Marcello Pacifico.
Per il sindacato questa norma contrasta con una direttiva europea (la 70 del 1999), che prevede invece un principio di non discriminazione.
Insomma, l’anzianità di servizio va riconosciuta tutta e non solo in parte.
Di qui, il motivo del ricorso, che il giudice ha ritenuto fondato.
La sentenza ha infatti riconosciuto all’insegnante 20 mila euro di arretrati: 13.458 per il periodo in cui avrebbe dovuto maturare il primo scatto e 7.622 euro per il secondo scatto. In più, spiega Pacifico, “da questo momento in più passa al gradino superiore, dunque guadagnerà 200 euro in più al mese”.
Quello torinese è uno dei primi ricorsi presentati dall’Anief su questo tema ed è anche il primo che è arrivato a sentenza.
Il sindacato è convinto che la decisione del giudice diventerà un grimaldello per consentire a una marea di insegnanti di recuperare il denaro negato in passato: i possibili ricorrenti sarebbero infatti 400 mila, tra i 300 mila percari assunti dal 1999 in poi e i futuri 100 mila che verranno stabilizzati grazie alla riforma della Buona scuola.
Il danno per il ministero sarebbe enorme: “Con questo sistema – accusa Pacifico – lo Stato ha risparmiato più di 2,5 miliardi sulla pelle dei lavoratori”
Stefano Parola
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: scuola | Commenta »
Luglio 11th, 2015 Riccardo Fucile
HA FATTO IL CAMERIERE, IL FACCHINO, IL CONTADINO, IL TAGLIALEGNA, PER RISPARMIARE DORMIVA ANCHE SUI TRENI… POI E’ STATO ASSUNTO COME OPERAIO: ORA QUELL’AZIENDA E’ DIVENTATA SUA
Quella di Abderrahim Naji è una storia fuori dal comune. 
Con un filo rosso che la tiene unita: la determinazione a non arrendersi davanti agli ostacoli.
Abderrahim lascia il Marocco nel 1988, a 21 anni. Il divorzio dei genitori lo mette in crisi, vuole guadagnare per aiutare la mamma e i sei fratelli.
Per questo molla la facoltà di Chimica e fisica a Marrakesh e si mette un biglietto interrail in tasca. Dopo avere girato l’Europa, finisce per sbaglio a Piazzola sul Brenta, in provincia di Padova.
È il 1990. Un’azienda specializzata nello stampaggio delle materie plastiche lo prende come operaio. Dopo quattro anni è manager. Tempo altri due e si compra tutto.
Da quattro i dipendenti diventano 38. Cinque stabilimenti attivi.
I clienti salgono a più di 50. Anche la Cina importa da lui.
Il business continua a crescere. L’ultimo bilancio, del 2014, lo chiude con un fatturato di 6,6 milioni di euro, cioè il 38 per cento in più rispetto al 2013.
Il piano è di allargarsi ancora. Ora è in trattativa per un capannone di 12mila metri quadri. Se va in porto, questo significa nuovi macchinari e nuove entrate.
Quella di Abderrahim è la scalata di uno straniero in Italia. Un tassello scoperto della storia del Belpaese.
Cs Stampi è il nome della sua azienda. Decide di non cambiarlo anche dopo il passaggio di proprietà . Nel frattempo prende la cittadinanza italiana e mette su famiglia.
Si sposa con una donna veneta, ha due bambine, e i suoi fratelli lo raggiungono dall’Africa. Lui è il primogenito.
“Mia sorella si è laureata qui in chimica industriale e oggi collabora con me”.
Ama l’Italia e si sente amato dagli italiani. L’unica discriminazione che subisce è da parte delle banche.
È all’inizio della carriera. “Avevo chiesto un anticipo ma non volevano darmelo, non si fidavano per il colore della mia pelle. Eppure l’azienda da anni era loro cliente, era sana e forte”.
Un imprenditore locale assiste alla scena e mette la sua firma a garanzia del finanziamento. “Un gesto indimenticabile”, commenta.
Il viaggio di Abderrahim ha un traguardo che si chiama emancipazione.
Per imboccare la strada giusta sa che prima ha bisogno di mettersi in gioco.
Con un visto universitario si imbarca da Tangeri per la Spagna. Poi prosegue via terra. Su e giù dai treni per due anni. La prima tappa è Marsiglia. Ci rimane per quattro mesi. Trova un posto da lavapiatti. Ma è già pronto per ripartire un’altra volta.
Spiega: “Se hai liberà di scegliere, non puoi stare fermo, devi provare”.
Così esplora l’Italia, da Milano a Napoli. Quindi si dirige verso nord.
Germania, Belgio, Olanda, Danimarca, Svezia, Finlandia, Norvegia. Fa il cameriere, il facchino, il contadino, il taglialegna. Per risparmiare dorme anche sui treni. “Quando ero in Norvegia ogni sera per tre mesi ho prenotato una cuccetta, il tragitto da una capolinea all’altro durava una notte. Al mattino mi trovavo sul posto di lavoro”.
Riesce a inviare parte di quello che guadagna alla famiglia lontana. Ma è tutto un accontentarsi per sopravvivere.
“Non mi sentivo realizzato da nessuna parte”, racconta. Allora si trasferisce in Svizzera. “Perchè le paghe sono più alte. Per un mese ho fatto il contabile per un viticoltore”.
Non è convinto però che quello sia il luogo ideale per rifarsi una vita.
Opta di nuovo per l’Italia. “Avevo sentito che presto ci sarebbe stata una sanatoria per gli extracomunitari. Allora mi sono fatto avanti. Meglio qui, che da qualche altra parte, pensai. C’è più calore, più accoglienza, più solidarietà . Il clima mi piace, la cucina è buona e di qualità . Voi vi lamentate, ma non siete freddi come quelli del Nord Europa”.
Sale sull’ennesimo treno della speranza. Il biglietto è per Como, vicino al confine. Ma si addormenta e si risveglia a Padova.
Qui inizia un altro capitolo, pieno di conquiste, che deve ancora finire. Mentre è in fila per il permesso di soggiorno, un sindacalista gli chiede se lo può aiutare con le traduzioni in francese dei moduli.
E in cambio del favore gli dà una mano a trovare un lavoro. “Con alloggio incluso”, specifica lui. Lo prende un’impresa edile come manovale.
Un giorno viene mandato su un cantiere di fianco a Cs Stampa. Passa di lì il titolare dell’azienda, scambiano due parole e scatta la proposta per un posto là dentro.
“Ho studiato i manuali delle macchine e la sera dopo gli ho dimostrato che sapevo usarle. Al che mi ha preso subito a lavorare con lui”.
Nel 1995 il proprietario decide di vendere l’attività a tre fratelli italiani a patto che Abderrahim rimanga al suo posto.
“Non ho chiesto aumenti di stipendio, solo la possibilità di piazzare dei macchinari a spese mie in azienda”. Compra il primo, poi il secondo. Ha esperienza, competenza, sa che quello è il suo mestiere.
I tre fratelli lo capiscono e alla fine gli cedono l’azienda.
Abderrahim dopo nove anni centra il traguardo.
Chiara Daina
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Immigrazione | Commenta »
Luglio 10th, 2015 Riccardo Fucile
SE TUTTI I DOCENTI “SONO FANNULLONI” PERCHE’ NON DOVREBBE ESSERLO ANCHE IL PRESIDE-MANAGER?… SE PENSANO CHE LA SCUOLA PUBBLICA SIA UN CESSO, PERCHE’ NON ISCRIVONO I PROPRI FIGLI ALLE SCUOLE PRIVATE PAGANDO DI TASCA PROPRIA?… SI ADEGUINO GLI STIPENDI DEI DOCENTI AI LIVELLI EUROPEI E POI SI AVRA’ DIRITTO A PARLARE DI RIFORMA
La patacca spacciata per riforma della scuola è legge e i giornali di regime slinguano beati sull’ennesima truffa.
Problemi del premier: se la lezione delle Regionali non gli è bastata, la prossima sprangata elettorale farà ancora più male al Pd.
D’altronde vale un vecchio detto: “dai a un cretino una divisa e si sentirà un padreterno”, in grado di impartire ordini a capocchia.
Quello che ci preme sottolineare in queste note non è tanto la vocazione tafazziana della sinistra italiana, quanto la subalternità culturale della pseudodestra nostrana che ha capacità reattiva in politica di un pungiball.
Il mondo evolve e certa destra resta legata a una valutazione ideologizzata di qualsiasi accadimento: è la destra dell’ordine e disciplina, dell’uomo solo al comando, della parola magica “meritocrazia”, incapace di comprendere che è proprio questa a essere negata in un sistema corrutivo come il nostro.
La patacca della scuola è il tipico esempio di una sinistra che fa una pseudo-riforma di destra e di una destra che è la macchietta di se stessa: come se il tempo si fosse fermato al maestro di Vigevano.
Mettiamo alcuni paletti, così qualcuno magari capisce qualcosa.
1) Renzi non ha assunto nessuno di sua iniziativa: una sentenza della corte di Giustizia europea ha condannato l’Italia ad assumere perchè da anni sfruttava gli insegnanti precari senza immetterli in ruolo e privandoli degli stipendi di luglio e agosto.
O l’Italia si adeguava o avrebbe dovuto pagare stipendi e danni.
La patacca nasce da qua: l’obbligo di assumere.
E Renzi ha barato pure qua: gli assunti veri non sono 150.000, neanche 100.000, solo 38.000, gli altri 50.000 negli anni a venire.
2) A sentire il tintinnare di autoritarismo del preside-manager molti pseudo-destri hanno raggiunto l’orgasmo.
Finalmente qualcuno che fa lavorare gli “insegnanti fannulloni”: ma se i presidi provengono dalle stesse file, nessuno si è posto il problema che anche loro potrebbero essere degli incapaci?
E perchè mai se nel mondo pubblico civile esistono delle graduatorie, in Italia un preside può scegliersi l’amante, l’amica o la figlia del collega per chiamata diretta?
Perchè se una ha più titoli dovrebbe essere scavalcata dall’ultima scelta per nepotismo?
3) La concezione della scuola azienda è frutto di allucinogeni: se uno vuole dirigere un’azienda si rivolga al settore privato, l’istruzione non è una merce in vendita sul libero mercato.
Lo Stato deve finanziare solo la scuola pubblica: chi vuole iscriversi a una privata lo faccia e paghi di sua tasca. Lo dice la Costituzione.
Gli sponsor li cerchino le squadre di calcio, la scuola pubblica deve essere finanziata solo dallo Stato, senza ricatti e interessi sottobanco.
4) L’unica riforma della scuola necessaria è quella di adeguare gli stipendi alla media del livello europeo: gli insegnanti italiani lavorano più della media europea e guadagnano il 20% in meno.
Questi sono i fatti.
Nessuna azienda privata si sognerebbe di malpagare un proprio dirigente perchè se ne andrebbe, questo è l’unico esempio consono da suggerire ai nostalgici dell’ordine e disciplina fine a se stesso.
Ultimo suggerimento politico: si allarga il fronte dei delusi e degli astensionisti, cadono molti steccati.
Quanti anni ci vorranno ancora perchè questa destra demenziale capisca che deve cambiare registro se un domani vorrà governare l’Italia?
O pensa di farlo con il voto di quattro cazzari che passano la giornata ai Parioli giudicando gli altri tutti fannulloni?
Si comincino a studiare carte e problemi, si interpretino sentimenti e passioni. con i paraocchi ideologici ci si schianta solo alla prima curva.
argomento: scuola | Commenta »
Luglio 10th, 2015 Riccardo Fucile
IL “FATTO QUOTIDIANO” HA CONSULTATO I FILE CON GLI INGRESSI VERI: 2 MILIONI IN MENO DI QUANTO SOSTENUTO DA SALA, MENO DELLA META’ DI QUELLI PREVISTI ALLA VIGILIA
Non ha detto la verità , il commissario Giuseppe Sala. 
I visitatori di Expo sono molti meno di quelli che ha dichiarato. Il Fatto quotidiano ha potuto consultare i file con gli ingressi giorno per giorno al sito dell’esposizione universale.
Ecco dunque i numeri veri. Sono 1.927.600 a maggio, 2.149.450 a giugno.
Il giorno inaugurale, 1° maggio, 60mila ingressi (non i 200 mila fatti filtrare da Sala). Giorno record dei primi due mesi è il sabato 27 giugno, con 112mila ingressi.
Il giorno più nero è stato invece lunedì 4 maggio, con 37mila entrate.
Sala aveva lasciato trapelare cifre ben diverse: 2.700.000 visitatori a maggio, addirittura 3.300.000 a giugno, per un totale di 6 milioni di visitatori
A inizio luglio, Sala aveva promesso una conferenza stampa con il sindaco Giuliano Pisapia, per fare il punto ufficiale sui dati.
Pisapia, prudente, si è chiamato fuori. Allora Sala la sera del 9 luglio ha diffuso un comunicato in cui i visitatori nei due mesi diventano 6,1 milioni. Falso. Non sono più di 4 milioni.
In verità , i numeri registrati con precisione millimetrica dai tornelli comprendono anche gli addetti, chi lavora nel sito, gli operatori professionali, il personale dei padiglioni, i volontari, i vigilanti e gli omaggi.
Sono almeno 10 mila persone al giorno. Tolte queste, i visitatori veri non sono più di 1,6 milioni a maggio e 1,8 a giugno: meno di 3 milioni e mezzo nei due mesi.
I numeri di Expo sono restati fino a oggi una specie di segreto di Stato: Sala non li ha mai comunicati ufficialmente e ha chiesto al sindaco di Milano Giuliano Pisapia di mantenere segreti anche i dati sui viaggiatori del metrò e sulla raccolta della spazzatura, per non dar modo di calcolare, almeno per induzione, i visitatori Expo.
Una forma di protezione dell’evento, perchè le cifre vere sono addirittura meno della metà delle previsioni ufficiali (4,1 milioni per maggio e 4,7 per giugno).
Diffonderle potrebbe alimentare un clima di fallimento che non fa certo bene all’esposizione e rende più difficile l’eventuale recupero nei prossimi mesi.
Sala ha dunque tentato di diffondere ottimismo. Ma Expo non è un’operazione privata, per cui valgono solo le regole del marketing.
È un evento pagato con i soldi pubblici, dev’essere dunque condotto con trasparenza e sottoposto al controllo dei cittadini
Inoltre le cifre vere servono a predisporre i servizi pubblici in città : se Atm (metrò) e Trenord (treni regionali) lavorano su dati drogati, come quelli fatti trapelare da Sala, i servizi saranno sovradimensionati rispetto alle vere esigenze, con gran spreco di denaro pubblico.
Poichè Expo spa ha ipotizzato che nei primi due mesi arrivasse il 36 per cento dei visitatori totali, questi dovrebbero essere, nei sei mesi dell’esposizione, 11 milioni.
Ben al di sotto dei 24 milioni promessi.
Depurati dagli addetti e da chi lavora nel sito, sarebbero 9 milioni.
Naturalmente, a meno che — come tutti ci auguriamo — il trend cambi e gli ingressi nei prossimi mesi s’impennino.
Intanto però il “segreto di Stato” attorno ai numeri di Expo, meglio custodito del terzo segreto di Fatima, è riuscito a realizzare il miracolo di riunire destra e sinistra: tutti a chiedere la verità . Il primo è stato il presidente del Consiglio comunale, Basilio Rizzo: “I conti non tornano. Visti i numeri del metrò e di Trenord e i parcheggi vuoti, da dove arrivano tutti i visitatori dichiarati da Sala?”.
Poi si sono uniti due aspiranti candidati sindaco, Pierfrancesco Majorino ed Emanuele Fiano.
Infine sono arrivati Mariastella Gelmini di Forza Italia e Riccardo De Corato di Fratelli d’Italia: “Dopo oltre due mesi, il tempo di un primo bilancio è arrivato”.
Protesta però la Lega: contro la decisione del Pd di tenere dentro Expo, sabato 18 luglio, l’assemblea nazionale del partito: “È indecente, perchè Expo deve essere di tutti”.
I numeri degli ingressi avranno impatto anche sugli incassi e dunque sul conto economico di Expo.
Se i visitatori saranno, alla fine, meno della metà di quelli previsti, anche le entrate saranno sotto le previsioni.
E il rosso sarà aggravato dal fatto che il costo medio del biglietto è stato di molto abbassato, con una aggressiva politica di sconti e con un peso notevole degli ingressi a soli 5 euro, dopo le ore 19.
Tagliandi serali che, per stessa ammissione di Sala nel comunicato del 9 luglio, valgono il 15% degli accessi finora registrati.
Gianni Barbacetto
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: denuncia | Commenta »