Agosto 21st, 2015 Riccardo Fucile
IL PARROCO DIFENDE LA SUA SCELTA: “SE IL BOSS ERA COSI’ PERICOLOSO PERCHE’ ERA LIBERO? SI ASPETTAVANO CHE LO ARRESTASSI IO?”
Parla don Giancarlo Manieri che ha officiato il funerale di Vittorio Casamonica nella chiesa romana di
Don Bosco.
Sky TG24 HD gli ha chiesto se, ad oggi, celebrerebbe nuovamente il funerale del boss: “Sì, faccio il mio mestiere”, la risposta del parroco.
Manieri ha però difeso il proprio operato in una lettera pubblicata sul sito della parrocchia di Don Bosco, nella rubrica “Il parrocco risponde”.
“Molti mi hanno rimproverato di non aver bloccato il funerale a un boss che ne ha combinate più che Bertoldo. Ma se era così fuori norma, perchè mai era a piede libero? Hanno aspettato la sua morte sperando che lo… “arrestasse” il parroco? Mio dovere è distribuire misericordia, m’insegna Papa Francesco. Ed è quello faccio.”
Il salesiano ripete inoltre di non essere venuto a conoscenza delle modalità del funerale e dichiara di avere ricevuto come offerta per le cerimonia funebre soltanto 50 euro.
Allo stesso tempo precisa di aver fatto una omelìa generica sul concetto della morte: amici, parenti e conoscenti di Vittorio Casamonica, scrive, sono arrivati con 3 quarti d’ora di ritardo ma in chiesa si sono comportati bene:
“Tanto per rispondere a certe insinuazioni sui soldi. “Quanto devo?”. “Può fare un’offerta, se vuole”. L’offerta è stata di € 50,00 (cinquanta non cinquemila). Molti colleghi giornalisti hanno insistito per sapere quello che è successo in chiesa. Nulla è successo. Quando sono arrivati con circa tre quarti d’ora di ritardo sull’orario, [e solo allora ho saputo della carrozza con relativo contorno e anche dell’identità del defunto], sono entrati in chiesa. Un po’ di confusione c’è stata, come sempre, ma esortati a prendere posto (erano circa quattro o cinquecento persone) hanno immediatamente obbedito, in perfetto ordine e silenzio.”
“Non ho avuto – ha spiegato il parroco a Sky – nessuna indicazione da parte della Curia. Che cosa dovevo fare? Io faccio il mio lavoro e faccio il parroco, non spettava a me bloccare un funerale. Ho saputo che avevano appiccicato dei manifesti, che sono stati tolti subito, perchè me lo hanno detto i miei collaboratori, poi dicono che abbiano messo l’altro, con il vestito da Papa, ma non l’ho assolutamente visto e non lo sapevo, perchè non sono uscito”.
Nella lettera sul sito don Manieri invece spiega la differenza con Piergiorgio Welby, l’attivista radicale malato di distrofia muscolare al quale furono negati i funerali religiosi proprio in quella chiesa:
“Quanto al paragone con Welby non è non congruo. In quel caso è intervenuto il Vicario del Papa, assumendosene la responsabilità e ordinando al parroco di non celebrare il funerale. Welby, se non vado errato, era non più considerato cattolico. A me nessuno ha detto nulla. Pregare per un morto, chiunque esso sia, non è proibito. Anche per Welby, del resto, i salesiani hanno pregato e molto e la chiesa è rimasta aperta tutto il giorno.”
Non sapeva, don Manieri della carrozza trainata da cavalli, della musica del Padrino, che avrebbe fatto da sottofondo o del manifesto con Casamonica in versione “papale”.
I cartelloni citati erano due: su uno, era riportata la scritta ‘Re di Roma’ insieme a un fotomontaggio raffigurante il Colosseo accanto alla Basilica di San Pietro e l’immagine dell’esponente di Casamonica vestito di bianco con un crocifisso.
Su un altro manifesto, era scritto invece: “Hai conquistato Roma ora conquisterai il paradiso”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 21st, 2015 Riccardo Fucile
STANNO A IPOTIZZARE RIDICOLE INFILTRAZIONI DELL’ISIS SUI BARCONI, POI UN QUALSIASI ELICOTTERO PUO’ SORVOLARE LA CAPITALE SENZA AUTORIZZAZIONE E NESSUNO INTERVIENE E NESSUNO SI DIMETTE PER LA VERGOGNA
Giusto per la cronaca: ieri durante i discussi funerali di Vittorio Casamonica, il set cinematografico “indegno” per utilizzare un termine del “Guardian”, un elicottero ha sorvolato la piazza per gettare petali da 300 metri di altezza.
Lo guidava un ex pilota Alitalia (oggi la sua licenza è stata sospesa e lui denunciato) che era decollato dall’elisuperficie di Terzigno, in provincia di Napoli, con destinazione l’elisuperficie Romanina, utilizzando un elicottero monomotore R22.
In arrivo su Roma ha chiesto alla torre controllo l’autorizzazione all’attraversamento dello spazio aereo controllato, effettuando successivamente una deviazione su Roma a quota inferiore alla minima che, sulla città , non può essere meno di 1.000 piedi, ovvero circa 330 metri.
Il sorvolo della città di Roma è comunque vietato agli elicotteri monomotore.
Il lancio di materiale da bordo, peraltro, è proibito a meno di specifica autorizzazione che l’esercente non aveva.
L’Enac ha oggi evidenziato “che non era stata data alcuna autorizzazione al volo o al sorvolo della città di Roma”.
Una domanda sorge spontanea: se a bordo, invece del seguace di Casamonica ci fosse stato un terrorista di qualsiasi colore, magari provvisto di quelle armi chimiche oggi tanto di moda o altro materiale esplosivo, che sarebbe accaduto?
Sarebbero queste le misure di sicurezza per difendere gli spazi aerei della capitale d’Italia e sede della Cristianità ?
Dove erano i mezzi di intercettazione per la difesa del nostro spazio aereo?
Nessuno ha chiesto alla Pinotti di riferire immediatamente alle Camere su questo pauroso buco nella nostra sicurezza.
Troppo presi a ipotizzare ridicole e strumentali infiltrazioni di terroristi sui barconi dei profughi per alzare il naso verso il cielo e comprendere che siamo un colabrodo.
Altro che musica del Padrino, qua siamo a Disneyland.
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Agosto 21st, 2015 Riccardo Fucile
IL SEGRETARIO DELLA CEI AL MEETING DI RIMINI RACCOGLIE OVAZIONI: “PAPA FRANCESCO CI VUOLE MISSIONARI E DALLA PARTE DEI POVERI”
Nunzio Galantino non arretra dalle sue posizioni. Contesta le “scelte, individuali e pubbliche” del
nostro tempo, che, dice, “sono guidate per lo più dal perseguimento di interessi e fini immediati e poco meditati, dettati spesso dalla ricerca dell’utile e meno da un progetto consapevole e a lunga scadenza”.
E chiede che “chi sperimenta qualche forma di difficoltà venga integrato e non scartato” e che “quanti sono ai margini dello sviluppo siano coinvolti e le loro potenzialità messe a frutto”.
L’atteso discorso che il segretario Cei pronuncia al Meeting di Comunione e Liberazione è un ragionamento antropologico, ma in controluce nasconde tutte le risposte alle polemiche dei giorni scorsi, dopo le sue frasi che hanno innescato una fibrillazione nei rapporti con il mondo politico e all’interno della stessa Conferenza episcopale.
Il presule scherza con i fotografi ma scansa i cronisti nel giorno del suo ritorno in pubblico, dopo il forfait all’appuntamento trentino dedicato ad Alcide De Gasperi nel quale il suo messaggio scritto etichettava la classe politica contemporanea come un “harem di cooptati e furbi”.
E se aveva fatto discutere in precedenza l’appellativo di “piazzisti da quattro soldi”, rivolto a chi “specula sul dramma dei migranti”, a Rimini Galantino parte teorizzando un umanesimo basato sull’equilibrio tra senso del limite e fascino delle frontiere, ma arriva, in forma più felpata e filosofica, a ribadire il concetto di accoglienza e condivisione come contraltare all'”istinto a difendersi dagli altri”.
Si tratta, spiega, di costruire una società che “non considera i gruppi e gli Stati per quanto sanno produrre o per le risorse finanziarie di cui dispongono, e tenta anzitutto e con i mezzi di cui realisticamente dispone di risollevare i poveri, per non creare un mondo a due velocità “.
Come nei giorni scorsi, Galantino sottolinea ancora che è il Vangelo a “intendere gli ultimi non più come scarti ma come persone da sollevare e delle quali condividere la sorte”.
Un messaggio che Galantino chiede di attualizzare. “A noi sta di coglierne i riflessi per l’oggi e di tradurla nel nostro tempo”, dice il presule, subito prima di invocare “attenzione a tutti i poveri, a quelli che non hanno il lavoro o lo hanno perso, a quelli che provengono da zone più povere ed economicamente arretrate, a quelli che non sono in grado di difendersi perchè attendono di nascere e godere della vita”.
Con lo stesso stile e sempre riflettendo sul concetto di limite come risorsa, il numero due della Cei regola anche le scosse sismiche sotterranee che si registrano all’interno dell’episcopato italiano.
Chiarisce di essere in sintonia con il pontefice affermando che “una Chiesa che fa del limite una risorsa, assume lo stile missionario tanto invocato da papa Francesco divenendo sempre meno dispensatrice di servizi e sempre più ‘ospedale da campo’, chinata sugli ultimi”.
E in questo senso affonda il colpo affermando la volontà di proseguire sulla linea del cambiamento.
Proprio dall’antropologia del limite, incalza infatti Galantino, “anche la Chiesa è sollecitata a rinnovarsi nelle sue strutture, nelle dinamiche decisionali e nelle prassi delle comunità “.
E aggiunge: “Le comunità ecclesiali e le associazioni già sono, per il nostro tempo, un mirabile segno della presenza di Dio e della carità che da lui promana. Queste giornate di incontro e riflessione ne sono un esempio. Tuttavia, ancora tanto dobbiamo fare nella via della testimonianza”.
Non c’è da scoraggiarsi, lascia poi intendere in un altro passaggio Galantino, davanti a chi contesta la posizione dei credenti rispetto al relativismo.
“A partire dagli anni Settanta – osserva il presule – abbiamo assistito a un radicale mutamento del paradigma antropologico, che ha contribuito a mettere al centro, talvolta enfatizzandola in maniera esclusiva, la libertà individuale, quasi rappresentasse l’unico vero valore” e oggi, aggiunge, “è tacciato di essere retrogrado, repressivo e fuori dal tempo chi tenta di metterlo in discussione e mostrare, argomentando, che la persona non è solo libertà assoluta”.
L’uomo però, insiste l’ex vescovo di Cassano, “è tante altre cose ancora: ricerca di Dio e della verità , responsabilità , accettazione del sacrificio, alle quali è intimamente legato il raggiungimento di una libertà vera”.
Ed è in questo senso, appunto, che viene mostrato il concetto di limite che “non è semplicemente sinonimo di imperfezione ma è la radice stessa dell’apertura dell’uomo” perchè porta al “fascino delle frontiere”: “Il limite allora è una scuola capace di insegnarci quale sia il segreto della vita. Chi è appagato non cerca, nè lo fa chi è disperato. Cerca invece chi è povero, cioè chi percepisce il limite come caratterizzante la natura umana e ne fa motivo di crescita”.
Andrea Gualtieri
(da “La Repubblica”)
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Agosto 21st, 2015 Riccardo Fucile
L’ULTIMO SALUTO AI “SUOI” CARABINIERI
“Ho il dovere di ringraziarvi per come avete lottato contro una criminalità complessa, contro le lobby e i poteri forti che la sostengono, senza mai abbassare la testa, senza mai abbassare lo sguardo di fronte a loro e senza mai nulla chiedere per voi stessi.
Da Ultimo, vi saluto nella certezza che senza mai abbassare la testa, senza mai abbassare lo sguardo e senza mai chiedere nulla per voi stessi, continuerete la lotta contro quella stessa criminalità , le lobby e i poteri forti che le sostengono e contro quei servi sciocchi che, abusando delle attribuzioni che gli sono state conferite, prevaricano e calpestano le persone che avrebbero il dovere di aiutare e sostenere.
Onore a tutti i Carabinieri del Comando per la Tutela dell’Ambiente.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 21st, 2015 Riccardo Fucile
COORDINAVA LE INCHIESTE DEL NOE: NIENTE PIU’ FUNZIONI DI POLIZIA GIUDIZIARIA… FATTO FUORI DOPO L’INTERCETTAZIONE ADINOLFI (GDF) E RENZI…AMATO DAI SUOI UOMINI, INVISO AI VERTICI POLITICI
Astutamente nascosta nelle pieghe più calde dell’estate una lettera del Comando generale dei
carabinieri datata 4 agosto spazza via il colonnello Sergio De Caprio, nome in codice Ultimo, dalla guida operativa dei suoi duecento uomini del Noe, addestrati a perseguire reati ambientali, ma anche straordinari segugi capaci di scovare tangenti, abusi, traffici di denari e di influenza.
Uomini che stanno nel cuore delle più clamorose inchieste di questi ultimi anni sull’eterna sciagura italiana, la corruzione.
La lettera che liquida Ultimo è perentoria.
La firma il generale Tullio Del Sette, il numero uno dell’Arma.
Stabilisce che da metà agosto il colonnello De Caprio non svolgerà più funzioni di polizia giudiziaria, manterrà il grado di vicecomandante del Noe, ma senza compiti operativi.
Motivo? Non specificato, normale avvicendamento.
Anzi: “Cambiamento strategico nell’organizzazione dei reparti”.
Cioè? Frazionare quello che fino ad ora era unificato: il comando delle operazioni.
Curiosa l’urgenza. Curioso il metodo.
Curioso il momento, vista la quantità di scandali e corruzioni che il persino presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha definito “il germe distruttivo della società civile”.
Scontata la reazione di De Caprio che in data 18 agosto, prende commiato dai suoi reparti con una lettera avvelenata contro i “servi sciocchi” che abusando “delle attribuzioni conferite” prevaricano “e calpestano le persone che avrebbero il dovere di aiutare e sostenere”.
Lettera destinata non a chiudere il caso, ma a spalancarlo in pubblico.
Eventualità non nuova nella storia dell’ex capitano Ultimo, quasi mai in sintonia con le alte gerarchie dell’Arma che non lo hanno mai amato.
Colpa del suo spirito indipendente, della sua velocità all’iniziativa individuale.
Di quella permanente difesa dei suoi uomini e dei suoi metodi di indagine da entrare in collisione con i doveri dell’obbedienza e della disciplina.
Già in altre occasioni hanno provato a trasformarlo in un ingranaggio che gira a vuoto. Fin dai tempi remoti dell’arresto di Totò Riina — gennaio 1993 — che gli valse non una medaglia, ma la condanna a morte di Cosa nostra, poi un ordine di servizio che lo estrometteva dai Reparti operativi, poi un processo per “la mancata perquisizione del covo” da cui uscì assolto insieme con il suo comandante di allora, il generale Mario Mori.
Per non dire di quando provarono a metterlo al caldo tra i banchi della Scuola ufficiali, a privarlo della scorta — anno 2009 — riassegnatagli dopo la rivolta dei suoi uomini che si erano raddoppiati i turni per proteggerlo.
Ripescato dal ministero dell’Ambiente, messo a capo del Noe, Sergio De Caprio ha trasformato i Nuclei operativi ecologici a sua immagine, macinando indagini, rivelazioni.
Oltre a molti e sorprendenti arresti, da quelli di Finmeccanica ai più recenti per gli appalti de L’Aquila.
L’elenco è lungo come un film.
Si comincia dai conti di Francesco Belsito, quello degli investimenti della Lega Nord in Tanzania e dei diamanti, il tesoriere del Carroccio che a forza di dissipare milioni di euro come spiccioli, ha liquidato l’intero cerchio magico di Umberto Bossi.
Poi Finmeccanica. Con il clamoroso arresto di Giuseppe Orsi, l’amministratore delegato del gruppo e di Bruno Spagnolini di Agusta, indagati per una tangente di 51 milioni di euro pagata a politici indiani per una commessa di 12 elicotteri.
E ancora. L’arresto di Luigi Bisignani indagato per i suoi traffici di informazioni segrete e appalti per la P4, coinvolti gli gnomi della finanza e della politica, spioni, e quel capolavoro di Alfonso Papa, deputato Pdl, che aveva un debole per i Rolex rubati.
Poi le ore di confessioni di Ettore Gotti Tedeschi il potente banchiere dello Ior, interrogato sulle operazioni più riservate della banca vaticana dietro le quali i magistrati ipotizzavano il reato di riciclaggio.
Le indagini sul tesoro di Massimo Ciancimino seguito fino in Romania; quelle su una banda di narcotrafficanti a Pescara, e persino quelle recentissime su Roberto Maroni, il presidente di Regione Lombardia, accusato di abuso di ufficio per aver fatto assumere due sue collaboratrici grazie a un concorso appositamente truccato.
Per finire con le inchieste sulla Cpl Concordia, la ricca cooperativa rossa che incassava appalti in mezza Italia, distribuiva consulenze, teneva in conto spese il sindaco pd di Ischia, Giosi Ferrandino, e per sovrappiù comprava vino e libri da un amico speciale, l’ex presidente del Consiglio Massimo D’Alema.
Inchieste in cui compaiono anche due sensibilissime intercettazioni, tutte pubblicate in esclusiva dal Fatto lo scorso 10 luglio.
La prima — 11 gennaio 2014 — è quella tra Renzi e il generale della Gdf Adinolfi, nella quali l’allora soltanto leader del Pd svelava l’intenzione di fare le scarpe a Enrico Letta per spodestarlo da Palazzo Chigi.
La seconda — 5 febbraio 2014 — è quella relativa a un pranzo tra lo stesso Adinolfi, Nardella (allora vicesindaco di Firenze), Maurizio Casasco (presidente dei medici sportivi) e Vincenzo Fortunato (il superburocrate già capo di gabinetto del ministero dell’economia) in cui si faceva riferimento a ricatti attorno al presidente Napolitano per i presunti “altarini” del figlio Giulio. Tutto vanificato ora per il “cambiamento strategico nell’organizzazione dei reparti”.
Motivazione d’alta sintassi burocratica che a stento coprirà gli applausi della variopinta folla degli indagati (di destra, di centro, di sinistra) e la loro gratitudine per questa inaspettata via d’uscita che riapre le loro carriere, mentre chiude quella di Sergio De Caprio.
Eventualità non del tutto scontata, visto il malumore che in queste ore serpeggia dentro l’Arma, e vista la reazione (furente e non del tutto silenziosa) dell’interessato che trapela dalla lettera inviata ai suoi uomini, una dichiarazione di guerra, travestita da addio.
Pino Corrias
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 21st, 2015 Riccardo Fucile
LUCIA ANNUNZIATA: “RENZI AVREBBE DOVUTO CHIEDERE LE ELEZIONI APPENA ELETTO SEGRETARIO DEL PD”
Caro Presidente del Consiglio, leggendo di Tsipras, in queste ultime ore, ha provato qualcosa, una increspatura, un sobbalzo, un filo, anche solo un filo, di nostalgia? Nostalgia per quello che avrebbe potuto essere e non è stato?
Alexis Tsipras ha preso le decisioni che lei avrebbe potuto (e forse dovuto) prendere alcuni mesi fa.
Sì, parlo di elezioni, di quelle che avrebbe dovuto (e potuto) chiedere appena eletto segretario del Pd, e che invece preferì dimenticare a favore di un passaggio di mano da nominato a nominato a Palazzo Chigi.
E sì, lo so, è molto impopolare ricordargli di quelle elezioni mancate: a chi fin da allora le chiedeva di andare alle urne in rispetto del suo impegno con gli elettori, i suoi fan rispondevano con tracotanza, in giro per trasmissioni tv: “In sei mesi avrà fatto tante cose per questo paese che nessuno si ricorderà nemmeno più come è arrivato a Palazzo Chigi”.
Invece le elezioni – come dimostra la abilità con cui le manovra Alexis Tsipras – sono la migliore arma di rapporto con il popolo, e la loro efficacia sminuisce a strumenti vicari anche tv, web, twitter e tutti i media insieme.
Cosi, oggi, sulla scorta di quel che è successo in Grecia, si potrebbe immaginare quanto diverso sarebbe stato il suo (e nostro) itinerario politico, e quanto più solido.
Tsipras, dicevo, ha manovrato la leva elettorale con spericolatezza, sapienza, furbizia e cinismo. In pochi mesi ha vinto nelle urne con un programma di sfida all’Europa, poi ha fatto un referendum per avere dalla sua parte di nuovo i cittadini nel “no” alle condizioni poste dall’Europa, e oggi, dopo aver ottenuto un accordo con i creditori, va di nuovo alle urne per chiedere al popolo di esprimersi con lui o contro di lui.
Una vera e propria partita a scacchi, una sorta di permanente guerra di posizione per via di ballottaggio. Su abilità e coraggio, nulla da dire.
Nel merito c’è molto cinismo (o realismo, se si preferisce).
In questi molti passaggi, Tsipras ha modificato le sue posizioni intransigenti iniziali sull’accordo con l’Europa, e ha spaccato il suo stesso partito.
Ma lui stesso non nega il suo cambiamento di posizione, lo presenta anzi come inevitabile, il meno peggio: e per questo chiede una una rinnovata fiducia tramite voto.
Molto su cui essere in disaccordo, ma poco da obiettare come trasparenza .
Se perde, perderà con l’onore di chi non è rimasto incollato al suo posto. Ma se non perde avrà vinto la sua battaglia su diversi piani.
Con Berlino, contro cui ha ottenuto un ribaltamento di ruoli, e il disvelamento (che ha avuto impatto in tutto il mondo) del deformante ruolo della Germania.
Con il suo partito, in cui avrà fatto chiarezza immediata e definitiva.
Se Alexis vince a questo punto sarà perchè avrà creato una nuova maggioranza nell’elettorato greco, marginalizzandone la parte di sinistra, e acquisendo una parte del voto moderato.
In altre parole, caro Premier, se Tsipras vince, avrà fatto in pochi mesi quello che voleva fare lei: tenere testa all’Europa, marginalizzare la sinistra, e fare il Partito dell Nazione.
Finirà che presto saranno i renziani e non più quelli di Sel a fare viaggi di solidarietà ad Atene.
Un percorso che, a guardarsi indietro, avrebbe potuto fare anche lei, se solo avesse avuto più fiducia nello strumento elettorale.
Ci ripensi, se invece di andare a Palazzo Chigi in fretta e furia, passando per una frettolosa chiacchiera al Quirinale, avesse chiesto subito una verifica delle urne, nella primavera del 2014 lei sarebbe stato il Premier più giovane e con il maggior consenso mai registrato in Italia – quel 40 per cento delle europee sarebbe stato lì ad attenderla.
Con quel voto avrebbe avuto in Parlamento una maggioranza chiara e strepitosa con cui avrebbe potuto immediatamente fare le riforme che voleva senza mai dover chiedere voti a nessuno – nè alla destra che non sarebbe stata più così forte nè alla sinistra del suo partito che non avrebbe avuto i numeri di adesso.
Il partito stesso nella sua espressione territoriale, che adesso non controlla, lo avrebbe rimodellato nella corsa elettorale – avrebbe conosciuto il paese, quel Sud che le è sconosciuto, quelle sezioni che sono della vecchia ditta, quei sindaci di altri tempi. E chissà quante vere connessioni avrebbe fatto – altro che la posta del sabato sull’Unità .
Appena eletto, con nuovi numeri solidi, avrebbe messo mano alle riforme, senza problemi di maggioranza, ma anche senza problemi di tempo: avrebbe navigato con comodità fino al 2019, e la riforma più importante, quella elettorale, non sarebbe nata strozzata dall’urgenza.
Sappiamo perchè non fece questa scelta.
Napolitano, e con lui un po’ di establishment italiano, pensava che non si dovesse votare – che le urne avrebbero lasciato in libertà quei piccoli mostri dell’antisistema che sono i populisti, i razzisti, gli antieruopei.
Da comunista convinto, Napolitano credeva che le masse italiane non fossero “mature” per votare in tempi tanto tumultuosi.
Credeva che un gruppo di pochi ed esperti avrebbe dovuto rifare il sistema istituzionale e che solo poi si sarebbe potuto lasciar liberi i cittadini di votare.
Di qui le sue scelte su Bersani, poi Letta, poi lei – una sospensione di fatto del ricorso al voto. Ma la Grecia ha provato falsa anche questa paura. Forse gli antieuropei non sono tutti mostri.
Una volta ci dirà come mai, anche lei, simbolo del rinnovamento, abbia accettato quella visione catastrofica della politica e della cittadinanza.
Ma nel frattempo non può non notare che la scelta di non votare la sta pagando lei, e non solo i cittadini: le riforme sono insabbiate, e le poche che passano le costano lacrime e sangue di mediazioni, accordi e sfilacciamenti di consenso.
Oggi lei è ostaggio, di volta in volta, della minoranza Pd e/o della destra.
Ondeggia da una parte e dall’altra con un pallottoliere in mano.
Per questo sono certa che ogni tanto avrà pensato a quel 40 per cento delle Europee che avrebbero potuto essere politiche – e che le avrebbero dato in mano il paese.
Una possibilità di stabilità che abbiamo perso tutti, non solo lei. E tutto questo per non aver capito, come ha capito invece l’abilissimo Tspiras, che le elezioni vanno tanto meglio quanto più turbolenti sono i tempi.
Ma bisogna crederci, bisogna avere davvero coraggio, o, forse, bisogna essere, dopotutto, Greci.
Quelli che la politica l’hanno inventata.
Lucia Annunziata
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 21st, 2015 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DI MARCO TRAVAGLIO SUL DIVIETO PER LA FESTA DEL “FATTO”
Se non vi basta Mafia Capitale, e nemmeno i solenni funerali del boss Casamonica con beatificazione
incorporata, sentite quest’altra.
Anche quest’anno abbiamo in programma per l’ultimo weekend di agosto la festa del Fatto all’Isola Tiberina di Roma, che d’estate diventa “Isola del Cinema” con un bel cartellone di film e dibattiti.
Ma da ieri la nostra festa è ad alto rischio per un caso che non sappiamo come altrimenti definire se non “censura”: quel mostriciattolo che, per Laurie Halse Anderson,“è il figlio della paura e la madre dell’ignoranza” e, per Eugene O’Neill, “è l’ultima risorsa dello stupido e del bigotto”.
In vista del maxi-processo a Mafia Capitale, che inizierà in tribunale il 5 novembre, abbiamo pensato di riepilogare i passi salienti del più grave scandalo romano degli ultimi anni con la pubblica lettura delle principali intercettazioni dell’inchiesta: quelle che hanno indotto i magistrati (non solo i pm, ma anche i giudici di Riesame e Cassazione) a ipotizzare un’associazione mafiosa di stampo romano, capeggiata da Massimo Carminati & Salvatore Buzzi, col contorno di politici, funzionari, faccendieri, imprenditori, picciotti e picchiatori.
Lettura affidata ad alcuni attori che hanno interpretato il film e la serie Romanzo Criminale.
Un’idea che unisce l’impegno civile del miglior cinema italiano con quello del giornalismo investigativo, senza peraltro rivelare nulla che non sia già noto alle cronache giudiziarie degli ultimi 8 mesi.
Forse siamo troppo ingenui; forse abbiamo sottovalutato la potenza intimidatoria di una gang che credevamo ormai neutralizzata dal suo ingresso in blocco nelle patrie galere; o forse, più semplicemente, non abbiamo sospettato abbastanza di una classe politica che tutti dipingono debole e subalterna, invece è incapace di tutto fuorchè di silenziare e minacciare.
Lasciamo perdere gli esercizi di dietrologia che pure sorgono spontanei, dinanzi a un veto così ottuso (come lo è sempre ogni censura), sui mandanti veri o presunti.
Sta di fatto che il direttore dell’Isola del Cinema Giorgio Ginori, con cui abbiamo siglato un regolare contratto di concessione degli spazi per il 29-30 agosto e a cui abbiamo versato l’affitto, ci ha ufficialmente intimato di rinunciare alle intercettazioni per sostituirle con un innocuo dibattito che gentilmente lui stesso si è preso la briga di organizzare al posto nostro, contattando altri ospiti a nostra insaputa per sondarne la disponibilità .
I motivi, anzi i pretesti accampati per giustificare il veto sono altamente comici (come lo è ogni censura) e rientrano a pieno titolo nella tradizione della supercazzola: meriterebbero anch’essi una pubblica lettura affidata ai protagonisti di Amici miei sotto la regia di Mario Monicelli, purtroppo impossibile perchè sono tutti morti.
Ma, per dire, nelle email di Ginori si legge che “l’elemento del programma proposto dal Fatto Quotidiano (la lettura e la ‘spettacolarizzazione’ con attori delle intercettazioni telefoniche di ‘Mafia Capitale’) non può essere assolutamente condiviso, per motivazioni legate alla delicatezza dell’argomento sia dal punto di vista del concetto di ‘privacy’ che dal punto di vista legale… Noi riteniamo questa insistenza a leggere e’spettacolarizzare’a tutti costi le intercettazioni di Mafia Capitale un rischio che nessuno può obbligare ‘L’Isola del Cinema’ ad affrontare dal punto di vista legale e del concetto di’privacy’”.
Ragion per cui siamo avvertiti: o rinunciamo alle intercettazioni, oppure sabato 29 verremo bloccati con tutti i nostri lettori al check point dell’isola dove, al posto della nostra festa, verrà trasmesso un film a pagamento.
Ora, noi non abbiamo alcuna intenzione di “spettacolarizzare” alcunchè: solo di leggere conversazioni intercettate così come uscite dalla bocca dei protagonisti.
E il “concetto di privacy” non c’entra nulla, altrimenti l’occhiutissimo Garante sarebbe intervenuto a bloccare tutti i giornali, i tg e i talk show d’Italia e del mondo, che invece negli ultimi otto mesi han potuto liberamente pubblicare, leggere, declamare, sceneggiare, addirittura trasmettere nell’audio originale le intercettazioni di Mafia Capitale.
Che, com’è noto, sono state depositate agli atti del pubblico dibattimento che inizierà fra due mesi, dunque non presentano alcun problema di segretezza o riservatezza, non investendo la vita privata di nessuno, ma — purtroppo — la malavita pubblica di troppi. Il che elimina qualunque “rischio dal punto di vista legale” che peraltro — come abbiamo scritto e ripetuto al signor Ginori, anche col nostro ufficio legale — ricadrebbe sul Fatto e non su chi ci ospita.
Dire che la direzione è responsabile di tutto ciò che accade negli spazi da essa gestiti non ha alcun senso: altrimenti, se un killer ammazza qualcuno per strada, ne dovrebbe rispondere il sindaco.
Motivi di astio contro il Fatto non ce ne risultano: l’anno scorso la nostra festa all’Isola con Proietti, Verdone, Bray, Montanari, Carlassare e i nostri giornalisti e collaboratori per parlare di beni/mali culturali, di riforme/schiforme e della nostra petizione contro la “Democrazia autoritaria”, davanti a migliaia di persone, filò liscia in un clima di reciproca collaborazione e soddisfazione.
Obiezioni sulla qualità e il pluralismo dei dibattiti, men che meno: il 29 e 30 saranno con noi gli attori Sabrina Ferilli, Monica Guerritore ed Elio Germano, il regista Ivano de Matteo, Stefano Rodotà e politici di ogni orientamento (Giachetti ed Esposito del Pd, la Lombardi e Di Maio di M5S, Civati e l’indipendente di centrodestra Marchini), anche per dibattere dei risvolti politici dello scandalo romano.
Dunque dev’essere accaduto qualcosa che ci sfugge,e probabilmente sfugge anche alla direzione.
Chissà chi l’ha terrorizzata al punto di indurla a una mossa così avventata che, essa sì, la espone non al rischio, ma alla certezza di un’azione legale (la nostra, per il danno che subiamo dalla revoca dello spazio a una settimana dall’evento e dalla necessità di trovarne un altro su due piedi).
Resta la tristezza per una democrazia che, anche al tramonto del berlusconismo, sembra non riuscire a fare a meno della censura.
E proprio in un luogo consacrato al cinema, che della censura dovrebbe essere l’antidoto e il nemico pubblico numero uno (a proposito: al posto della festa del Fatto, se davvero sabato verrà negato l’ingresso a noi e ai nostri lettori, suggeriamo di trasmettere Il moralista di Giorgio Bianchi, con Alberto Sordi nei panni del censore spiritato della pubblica moralità cinematografica).
E per giunta in una città che quasi 40 anni fa, nel 1977, inventò col sindaco Argan e l’assessore Nicolini l’Estate Romana all’insegna della più sfrenata libertà di espressione.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 21st, 2015 Riccardo Fucile
PIU’ IL FUNERALE ERA SOLENNE, PIU’ LA FAMIGLIA MAFIOSA ERA RISPETTATA
Devono vivere per sempre, per l’eternità . E devono essere ricordati onnipotenti come lo erano in terra. Perchè, loro, si sentono eletti di Dio. E non uomini “qualunque”, come tutti gli altri.
Quelli che non fanno parte della speciale razza mafiosa.
Ci vogliono i cavalli neri e ci vuole la carrozza anch’essa nera.
Ci vuole la croce che manifesta la religiosità del caro estinto. Più forte di tutto e di tutti, più della giustizia terrena c’è solo quella divina.
I Casamonica — zingari di origine abruzzese e senza grandi quarti di nobiltà mafiosa — hanno imparato la lezione non tanto dai padrini hollywoodiani ma dai “patriarchi” che infestavano la Sicilia fin dal secondo dopoguerra.
Più il funerale era solenne e più il popolo avrebbe ricordato colui che se andava come il più amato, l’avrebbero rispettato anche oltre la vita.
Un funerale con sei cavalli neri e con una carrozza nera l’avevamo visto quasi quarant’anni fa davanti alla cattedrale di Caltanissetta, l’ultimo saluto al capostipite dei Pirrello della Valle del Besaro.
Erano pastori quei Pirrello, non aristocrazia mafiosa.
E avevano bisogno di celebrare e celebrarsi con uno sfarzoso rito funebre per prendersi una rivincita davanti a tutti.
Ma questo di Vittorio Casamonica ricorda di più — per la partecipazione di pubblico, per l’“ignaro” sacerdote che ha officiato la cerimonia — un altro funerale mafioso.
Più vero, più di sostanza.
Quello di Giuseppe Di Cristina, boss di Riesi ucciso il 30 maggio del’78. Il giorno dopo il suo paese si fermò.
Scuole chiuse, gli impiegati dell’ufficio postale postali inginocchiati nelle prime panche della chiesa madre di Riesi, le saracinesche dei bar calate.
Sul balcone della sezione della Dc sventolava una bandiera tricolore listata a lutto.
“La mafia sua non fu delinquenza: fu amore”, era scritto sul santino che i familiari dei Di Cristina distribuirono a una folla commossa proprio come quella che è arrivata ieri davanti alla chiesa di Don Bosco a Cinecittà .
È il rapporto diretto con Dio che impone a piccoli e a grandi boss funerali sempre solenni.
Lo sono stati quelli nel 1962 a Napoli di Lucky Luciano, trasportato al cimitero su una bara barocca ricca di fregi.
Lo sono stati quelli di Carlo Gambino, il capo dei capi delle 5 “famiglie” di New York, con corone di fiori e migliaia di siciliani a riverire il vecchio Charles.
Attilio Bolzoni
(da “La Repubblica“)
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Agosto 21st, 2015 Riccardo Fucile
AD APRILE NON ERA STATO INVITATO, ORA LA RIVINCITA
Una novità che rompe un’antica liturgia: la chiusura della festa dell’Unità di Bologna, una delle più
importanti e storiche, sarà appannaggio di Pierluigi Bersani e non del segretario in carica, quel Matteo Renzi con cui l’ex ministro spesso si è scontrato in questi mesi. Dopo le polemiche sollevate dal mancato invito dell’ex segretario da parte del Pd, all’ultima Festa dell’Unità nazionale a Bologna, ad aprile, la dirigenza cittadina dei dem ha invitato Bersani come ospite d’onore.
Oltre a Bersani sarà sicuramente presente anche il premier e segretario nazionale del Pd Matteo Renzi che ha già annunciato, alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia di qualche giorno fa, la sua partecipazione.
Ad aprire la kermesse sarà il vice-segretario dem Debora Serracchiani.
Ad aprile scorso, a Bologna, si erano festeggiati i 70 anni della Festa dell’Unità con una kermesse straordinaria a carattere nazionale che aveva visto la partecipazione dello stesso Presidente del Consiglio e di vari ministri del suo governo.
Nella lista degli invitati, però, mancavano i nomi di Bersani e di Gianni Cuperlo, fatto che aveva suscitato l’indignazione dei parlamentari dem della minoranza e soprattutto dei volontari della Festa che ne assicurano ogni anno la sopravvivenza e sono particolarmente legati a Bersani. Il Pd emiliano-romagnolo, con le feste dell’Unità , come risulta dal bilancio del partito presentato ogni anno, copre il 99% dei finanziamenti al partito.
Il Pd bolognese aveva declinato ogni responsabilità per l’esclusione dei due big della minoranza, riferendo che gli inviti erano partiti dal Pd nazionale.
Dopo giorni di polemiche, aveva fatto parziale dietrofront, chiamando in extremis Gianni Cuperlo per la chiusura della kermesse e il premier Renzi aveva dato ragione a Bersani che aveva espresso la sua amarezza per il mancato invito.
“Bersani ha ragione, giustissimo chiamarlo, hanno chiamato i ministri e non gli ex segretari. Noi lo andiamo a prendere in macchina” aveva detto alla trasmissione tv di La7, ‘Otto e mezzo’.
(da “Huffingtonpost”)
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