Agosto 17th, 2015 Riccardo Fucile
E’ IL MODELLO “LIBERISTA” CUI SI ISPIRA RENZI E CHE VORREBBE IMPORTARE IN ITALIA?
Appena mettono piede nell’azienda, gli viene ordinato di dimenticare tutte le “cattive abitudini” che hanno imparato svolgendo altri lavori.
Perchè Amazon è un mondo a parte e per riuscire in questo mondo bisogna rimboccarsi le maniche, oltre ogni limite di sopportazione fisica e mentale. Un’inchiesta del New York Times ha raccontato cosa sono costretti a subire ogni giorno i dipendenti, costantemente monitorati e stimolati a produrre sempre di più.
C’è chi giura di aver visto scoppiare in lacrime ogni collega almeno una volta e chi ricorda di aver lavorato per quattro giorni senza dormire.
Di solito, poi, chi non regge il ritmo delle 80 ore settimanali viene cacciato via, senza pietà .
“L’azienda sta conducendo un esperimento per capire quanto può ‘spingere’ sugli impiegati per soddisfare le sue sempre più grandi ambizioni”, scrive il Nyt.
Jeff Bezos, il miliardario fondatore, non ha esitato a rispondere all’attacco del giornale americano, insistendo sul fatto che quello non è il luogo di lavoro da lui conosciuto e quei racconti non appartengono ai suoi “premurosi dipendenti”.
Amazon è tristemente famosa per il “trattamento speciale” che riserva ai suoi dipendenti.
Già tempo fa aveva fatto scalpore il racconto di una donna americana, che aveva deciso di lasciare il posto di facchina in uno dei magazzini della Pennsylvania, riducendosi in povertà . “Meglio senzatetto che lavorare da Amazon – aveva affermato -. Non ho una casa dove abitare. Ma le mie giornate peggiori sono meglio delle migliori giornate passate a lavorare lì dentro”.
L’ex dipendente aveva raccontato di essere stata costretta a lavorare in isolamento e sotto sorveglianza costante.
Alla sua storia ora si aggiungono le testimonianze riportare dal New York Times: turni sfiancanti, mancanza di aria condizionata (le ambulanze aspettano all’esterno per portare via chi collassa), impiegati costretti a mandare email anche in orari notturni o obbligati a fare la spia sulle performance degli altri colleghi, donne incoraggiate a migliorare le loro prestazioni anche quando malate di cancro.
“Ho subito un aborto, è stato uno degli eventi più devastanti della mia vita. Ma mi hanno messa nel programma per migliorare le prestazioni per assicurarsi che la mia attenzione continuasse ad essere focalizzata sul lavoro”, ha raccontato al giornale un’impiegata.
La dura strategia di Amazon si fonda su 14 regole.
La prima si chiama “L’ossessione del cliente”: “Gli impiegati lavorano per soddisfare ogni necessità del cliente. Sono ossessionati da lui”. La seconda mira a far sentire ad ogni impiegato il senso di responsabilità : “Non dicono mai: ‘Questo non è il mio lavoro'”.
Dalla capacità di pensare in grande e inventare a quella di aver giudizio, si passa a illustrare altri principi che mirano ad incoraggiare chi all’interno ha il ruolo di capo (“I veri leader fanno crescere altri leader”).
E che caratteristiche devono avere i leader? “Devono pretendere gli standard più alti – dice la regola -. Molti penseranno che questi standard sono assurdi. Ma i leader alzano sempre di più l’asticella e portano il loro team a sviluppare prodotti sempre migliori”.
E se “la velocità è ciò che conta in questo lavoro” (altra regola d’oro, ndr), Amazon ha pensato di monitorare anche il “tempo libero” dei suoi dipendenti: perfino i minuti che trascorrono in bagno vengono annotati.
Una realtà troppo dura da accettare? L’azienda ha più volte smentito le accuse, affermando di trattare i suoi dipendenti con “dignità e rispetto” .
Molti degli impiegati ed ex-impiegati hanno raccontato di essere invece scontenti, ma, in alcuni casi, di non poter fare a meno di lavorare sempre di più.
Dina Vaccari, dipendente dell’azienda nel 2008, ha spiegato al Nyt: “Ero così presa dall’idea di avere successo. Per quelli che lavoravano lì era come una droga. Una volta non ho dormito per quattro giorni consecutivi e ho continuato a fare il mio dovere”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 17th, 2015 Riccardo Fucile
L’EX ASSESSORE ALLA SANITA’ SI ERA DIMESSA DOPO LA PUBBLICAZIONE DELLA INTERCETTAZIONE IN CUI SAREBBE STATA MINACCIATA DAL MEDICO PERSONALE DI CROCETTA
Lucia Borsellino è in pericolo. La figlia del magistrato assassinato in via d’Amelio il 19 luglio del 1992
è stata infatti messa sotto scorta: a deciderlo il comitato per l’ordine e la sicurezza del Ministero dell’Interno.
Il Viminale ha disposto per la figlia di Paolo Borsellino l’utilizzo dell’auto blindata scortata da due agenti per gli spostamenti.
Assessore alla salute del governo regionale di Rosario Crocetta per tre anni, Borsellino si era dimessa tra le polemiche il 2 luglio.
“Prevalenti ragioni di ordine etico e morale e quindi personale, — scriveva nella sua lettera di dimissioni — sempre più inconciliabili con la prosecuzione del mio mandato, mi spingono a questa decisione anche in considerazione del mio percorso professionale di oltre vent’anni in seno all’Amministrazione regionale della Salute”.
Appena 48 ore prima Matteo Tutino, medico personale di Crocetta e primario di chirurgia plastica della clinica palermitana Villa Sofia, era finito agli arresti domiciliari per truffa, falso peculato e abuso d’ufficio.
Ed è proprio dall’inchiesta su Tutino che emerge il tentativo del medico di condizionare le scelte negli affari della sanità di Lucia Borsellino.
Ma non solo: perchè è sempre il medico di Crocetta che, secondo il settimane L’Espresso, avrebbe pronunciato pesanti offese nei confronti dell’ex assessore alla Salute. “Lucia Borsellino va fatta fuori come suo padre“, avrebbe detto Tutino intercettato, mentre dall’altra parte del telefono il governatore non avrebbe replicato in alcun modo.
Un’intercettazione che ha rischiato di far cadere il governo Crocetta, ma che poi si è trasformata in un rebus: ben quattro procure siciliane ne hanno smentito totalmente l’esistenza, e a Palermo il procuratore Francesco Lo Voi ha iscritto nel registro degli indagati i due cronisti autori della presunta rivelazione dell’Espresso accusandoli di pubblicazione di notizie false e calunnia.
E in attesa che gli inquirenti palermitani ricostruiscano ogni dettaglio su quella intercettazione mai confermata, il Viminale ha deciso di mettere sotto scorta Lucia Borsellino.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 17th, 2015 Riccardo Fucile
ALLA FINE COSTRETTO A FARE DIETROFRONT: “PAGHERO'”
Una storia di privilegi dei parlamentari della Repubblica: protagonista il senatore Bartolomeo Amidei, coordinatore provinciale di Fi in Polesine che, come racconta il Corriere del Veneto, aveva richiesto che gli venissero abbuonate le due multe ricevute per divieto di sosta in Piazza D’Annunzio a Rovigo, proprio davanti alla sede della federazione polesana del partito che ospita il suo ufficio.
La richiesta di esenzione delle due contravvenzioni, datate 2 aprile e 6 giugno, è arrivata al comandante della Municipale Giovanni Tesoro su carta intestata al Senato della Repubblica.
“Dichiaro che il sottoscritto — si legge nella missiva a Tesoro che, peraltro, non commenta la vicenda — nei giorni dove è avvenuta la presunta infrazione, sostava con la suddetta auto in piazzale D’Annunzio, sede del proprio ufficio di lavoro e durante le mansioni assegnategli e nelle funzioni di Senatore della Repubblica.”
Tantissima l’indignazione dei cittadini alla diffusione della notizia, accolta però con sorpresa dal senatore:
“Ho fatto una richiesta di esenzione, come fanno tanti altri cittadini. Sono forse diverso, io che li rappresento, dai miei concittadini? Non ho fatto riferimento ad alcuna immunità parlamentare — dice – bensì a una richiesta di esenzione dalla presunta violazione, in quanto titolare di regolare contratto di affitto, con il chiaro ruolo di svolgere mansioni di funzione pubblica di Senatore della Repubblica, in una piazza dove gli altri residenti con abitazioni e uffici come il sottoscritto hanno il regolare permesso di sosta. Io pagherò la multa in ogni caso”
Il suddetto contratto risale a febbraio 2015, ma non risulta che fino ad oggi Amidei abbia fatto alcuna richiesta di permesso per la Hyundai iX35 in comodato d’uso che ha collezionato le multe.
Se tra i cittadini la rabbia è tanta, i colleghi commentano con una certa ironia la richiesta del parlamentare azzurro, primo dei non eletti e divenuto senatore nel settembre 2014, in sostituzione di Pierantonio Zanettin, eletto al Csm.
“Le multe di Amidei posso pagarle io” ironizza la senatrice tosiana, Emanuela Munerato. Che si chiede: “Chi c’era in ufficio di così importante da non poter aspettare che Amidei trovasse un parcheggio a pagamento? Sergio Mattarella? Pietro Grasso? O era un incontro internazionale? C’era forse Barack Obama?”.
Mostra imbarazzo per il collega anche l’altro parlamentare polesano Diego Crivellari, eletto nelle fila del Pd alla Camera. “Credo che con lo stipendio da senatore, Amidei possa permettersi di pagare le contravvenzioni.”
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 17th, 2015 Riccardo Fucile
IL PREMIER IGNORA I NUMERI ED ESULTA DA SOLO
Angela Merkel e l’Expo. In un colpo solo, con entusiasmo irresistibile, Matteo Renzi li celebra
entrambi.
Oggi pomeriggio la cancelliera visita l’esposizione e il premier non trattiene il giubilo: “Prosegue la straordinaria stagione di Expo”.
Merkel è stata a lungo corteggiata dal presidente del Consiglio nei giorni passati.
Il suo arrivo, malgrado l’invito ufficiale, era rimasto in dubbio: “Ha l’agenda piena — aveva detto Renzi, come lo spasimante ferito che teme il rifiuto — ma cercheremo di tentarla con i prodotti italiani”.
Infine, la trepidazione del partner fedele è stata soddisfatta: Merkel (che ieri ha annunciato una sua possibile ricandidatura) doveva venire martedì, poi ha anticipato di un giorno.Arriva alla fiera oggi pomeriggio alle 17 e 30.
Ad essere onesti sarà una visita lampo, con rigida programmazione: 17.50, visita al padiglione tedesco e 18 e 25 passaggio conclusivo al Padiglione Italia (oltre ai leader, ci saranno i rispettivi consorti, Joachim Sauer e Agnese Landini).
Pochino, ma meglio di niente. Per Renzi è soprattutto il pretesto per un’ennesima sviolinata sull’esposizione universale.
Il segretario del Pd ha parlato di “ottimi risultati anche in questi giorni di Ferragosto”e ha definito quello di Expo addirittura “un incredibile successo di pubblico,di visitatori che continuano e continueranno nei prossimi mesi a venire a Milano”.
In attesa dei numeri di agosto, in questi mesi il Fatto ha raccontato con dovizia di particolari le incongruenze tra le cifre divulgate dal commissario di Expo, Giuseppe Sala, e quelle effettive registrate dai tornelli della fiera.
I primi due mesi, maggio e giugno, si erano chiusi con un bilancio ufficioso — quello dichiarato da Sala — rispettivamente di 2,7 e 3,3 milioni di visitatori, mentre i numeri degli accessi — pubblicati su questo giornale — si fermavano a 1,9 e 2,2 milioni.Rispetto ai 6 milioni di cui aveva parlato l’organizzazione, una differenza di ben 1 milione e 700 mila ingressi ai tornelli (che peraltro non distinguono tra chi entra per lavoro e chi entra con un biglietto: i paganti quindi sono ancora meno).
Idem a luglio: 2,8 milioni di visitatori secondo Sala; 2,2 quelli reali.
Tommaso Rodano
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 17th, 2015 Riccardo Fucile
LA RIPRESA NON DECOLLA
Nessuno sin qui lo esplicita, ma al governo non piace affatto quello 0,2% di pallido rialzo del Pil registrato dall’Istat per il secondo trimestre e reso noto alla vigilia di Ferragosto.
Non piace perchè, se tutto va bene, nel 2015 l’Italia porterà a casa quanto previsto in aprile col Def, lo 0,7% in più di crescita.
Uno scenario da minimo sindacale e probabilmente da Cenerentola d’Europa, non a caso definito dal governo stesso in quel Documento di economia e finanza “prudenziale”.
Un modo per restare bassi, scommettendo sotto sotto sull’effetto a sorpresa del +1% a fine anno.
Effetto che ora sembra dileguarsi. Non solo.
L’Italia dovrà sudare per tenersi stretto almeno lo 0,7%, a detta di analisti ed economisti, assicurandosi un +0,4 e un +0,3 nei restanti due trimestri senza compromettere pure le previsioni per il 2016 (+1,4).
E ancor di più per ottenere da Bruxelles gli sconti auspicati. Con performance così poco brillanti, per la verità condivise pure da Francia e Germania, la trattativa con l’Europa riparte in salita. Pur essendo cruciale, mai come quest’anno
La legge di Stabilità , da confezionare entro la metà di ottobre, viaggia già attorno ai 25 miliardi lordi.
Ne servono ben 19 solo per scongiurare le clausole di salvaguardia (aumento di Iva e accise e taglio delle detrazioni), per applicare tre sentenze della Consulta (Robin tax bocciata, rivalutazione delle pensioni e rinnovo dei contratti pubblici) e lo stop dell’Ue alla reverse charge per i fornitori della grande distribuzione, un meccanismo tributario contro l’evasione Iva.
E poi ci sono le tante promesse fatte dal premier Renzi e dai suoi ministri.
Sei su tutte: risorse per i poveri (i cosiddetti incapienti, tagliati fuori dal bonus da 80 euro), gli autonomi, il Mezzogiorno, la flessibilità in uscita per le pensioni, gli sgravi per il lavoro, la casa.
Solo il piano casa è un capitolo sterminato.
Renzi ha intenzione di cancellare dal 2016 la Tasi sulle prime abitazioni, l’Imu agricola e quella sui macchinari imbullonati, cioè ancorati al suolo. Costo: 5 miliardi. Nello stesso tempo ha rinviato all’autunno la riforma del catasto (con la revisione delle rendite) e l’introduzione della Local tax.
Ce la farà ? Nell’ottica del triennio 2016-2018, quello che accompagna il Paese alle elezioni, le tasse dovrebbero poi calare di ben 35 miliardi (casa compresa), la famosa “rivoluzione copernicana” annunciata a luglio.
Nel 2017 tocca alle imprese (15 miliardi in meno tra Irap e Ires giù al 24%, «un punto in meno della Spagna»). Nel 2018 ai lavoratori (15 miliardi in meno di Irpef).
Come finanziare un programma così ambizioso, voluto per spingere i due pilastri dell’economia italiana fino ad oggi così recalcitranti, cioè crescita e occupazione?
Il taglio della spesa — il piano Gutgeld da 10 miliardi — è pericoloso, si sa.
Toccare sanità e agevolazioni fiscali, seppur evitando l’accetta, può avere un effetto depressivo, l’opposto di quanto ripromesso.
Oltre che alimentare sollevazioni popolari, come il caso della stretta sulle analisi cliniche e la diagnostica dimostra (ma ancora da declinare).
E poi 10 miliardi sono pochi, data l’agenda.
L’altro ruscello a cui abbeverarsi è la flessibilità targata Bruxelles.
L’Italia si è già assicurata due clausole: quella per ciclo economico avverso, con uno sconto dallo 0,5 allo 0,25% dell’aggiustamento richiesto, e l’altra per le riforme (che vale 6,4 miliardi sul 2016, eventualmente da estendere al 2017).
Ora punta alla terza: la clausola per gli investimenti.
L’argomento debole è la crescita. Quello forte, il deficit, ben sotto il 3% (violato da molti in Europa, a partire dalla Francia): non sarà difficile chiudere quest’anno al 2,6%, il prossimo si prevede l’1,8% (e il pareggio nel 2017).
Valentina Conte
(da “La Repubblica“)
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Agosto 17th, 2015 Riccardo Fucile
PARLAMENTARI CHE DIVENTANO ASSESSORI, EX DEPUTATI, TROMBATI CHE PRESIEDONO AUTORITA’…LA PRATICA DI CUMULARE MANDATI
Due settimane fa due parlamentari Pd (Stefano Esposito e Marco Causi), diventando assessori nel
Comune di Roma (Causi anche vicesindaco), hanno annunciato che non lasceranno il posto in parlamento ma si limiteranno a rinunciare al secondo stipendio. Sia pure in forma light, è l’ennesimo caso di cumulo di cariche in Italia.
Una delle proprietà di questo paese, infatti, è l’assenza di qualunque cultura dell’incompatibilità .
Alcune categorie arrivano a sommare, in successione ininterrotta ma anche con spettacolari Sincronie, incarichi pubblici a fasci.
Tra queste spiccano gli esponenti delle più diverse magistrature, politici (trombati e no) di tutte le appartenenze, parapolitici e componenti dei Poteri Forti.
Il cittadino assiste incredulo: come riescono costoro a fare ciò che a lui risulta impossibile?
Certo ,se l’Italia piange altri Paesi non ridono.
In Francia si può esser sindaco di una grande città e ministro.
Il caso è così frequente che un termine poco onorevole lo designa: il collezionista di cariche è un cumulard.
Il povero Hollande s’era impegnato a cancellare questa figura impopolare, ma a tutt’oggi non ci è riuscito. Quando venne fuori che l’allora presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, collezionava incarichi (pubblici e privati) a palate, Enrico Letta, capo del governo, annunciò misure per rendere esclusive le cariche nella sfera pubblica.
Non accadde nulla, nè pare che la questione abbia alcun posto nell’agenda del governo Renzi.
Nella questione dei cumuli si sovrappongono due facce: il conflitto di interesse e l’incompatibilità .
È in conflitto di interessi chi detiene cariche che lo mettono in condizione di prendere iniziative e misure che possono portargli vantaggio personale; si ha incompatibilità quando si ricoprono più cariche che non possono stare insieme, tanto più se cumulando i connessi redditi.
La fenomenologia è vasta e complicata.
Anzitutto è incompatibile chi è nello stesso momento controllore e controllato.
Questo è il caso dell’avvocato che si fa parlamentare senza smettere la professione e che quindi è in condizione di scriversi leggi su misura.
Si ha incompatibilità anche quando l’insieme delle due cariche non permette al titolare, a lume di buon senso e di decenza, di svolgere con dedizione e indipendenza l’una e l’altra.
Questo è il caso dei parlamentari-assessori e dei sindaci-deputati.
Fino all’ultima legislatura perfino i presidenti di regione potevano sedere in parlamento.
La stessa cosa vale per i componenti di altre categorie (medici, professionisti diversi) che non sospendono l’attività se eletti.
Esistono però anche miriadi di casi di incompatibilità e di cumulo non visibili a occhio nudo: eletti che hanno posti in consigli di amministrazione della miriade di società pubbliche e para-pubbliche, nazionali e locali.
Esiste il caso della carica ricoperta per comando, che si porta appresso insieme allo stipendio nuovo anche quello vecchio.
Questa era la situazione dei tanti consiglieri di Stato operanti come capi di gabinetto, segretari generali, dirigenti di ministero, che hanno incassato per decenni doppio malloppo.
Lo scandalo è finito con una misura del governo Monti, ma non sono sicuro che,nel labirinto del pubblico,non ci siano ancora situazioni dello stesso tipo.
Quando l’incompatibilità è diacronica, sfrutta il sistema che negli Usa si chiama delle sliding doors, le “porte scorrevoli”.
Consiste nel passare da una sfera pubblica all’altra in serie, profittando di occulte passerelle: dal sindacato alla politica o alle aziende pubbliche , dalle aziende pubbliche alla politica, dal parlamento alle municipalizzate o alle autorità , con totale spregio di ogni requisito di competenza.
Il salto di Lapo Pistelli da sottosegretario agli esteri a vicepresidente dell’Eni ha fatto qualche scandalo.
Meno rumore ha suscitato il balzo di Antonello Soro dal parlamento alla presidenza di un’Autorità o quello dei magistrati che zompano in politica e poi, se trombati,ritornano al loro mestiere senza batter ciglio.
Nessun rumore ha fatto il passaggio di ex ministri dell’economia a posizioni di vertice nella finanza privata: Domenico Siniscalco, Vittorio Grilli…
Non mancano scivolose commistioni pubblico-privato:fino a qualche tempo fa il presidente del Consiglio di Stato era anche capo della commissione per l’assegnazione di immobili del Vaticano (sic!).
Raffaele Simone
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 17th, 2015 Riccardo Fucile
CASTA E PALAZZI, CONFERMATI GLI AFFITTI DI FAVORE
“L’articolo del Fatto Quotidiano del 15 agosto, relativo alle recenti decisioni assunte in tema di alloggi di servizio dalla Presidenza della Repubblica, non coglie appieno la portata delle nuove disposizioni”.
Il Quirinale inizia così la lettera inviata al nostro giornale, dopo il decreto presidenziale sugli alloggi di servizi dati in“concessione”.
Quello che la Presidenza della Repubblica propone è un altro punto di vista di una notizia che non viene smentita.
Punto di vista pienamente accolto ieri da diversi organi di stampa che, dopo la pubblicazione della notizia da parte del Fatto, hanno ripreso titolato: “Tagli al Quirinale, Mattarella: ‘Via chi non ha i requisiti’”.
Un modo per rivendicare la funzione di moralizzazione del Presidente.
Che Sergio Mattarella abbia fatto dei tagli è vero: da settembre, infatti, si deciderà a chi dare gli appartamenti ‘di servizio’, liberando anche“vaste aree immobiliari vicino al Quirinale, che quindi saranno destinate a un uso pubblico”.
Gli alloggi verranno distribuiti tra il personale del Segretariato Generale ma solo a chi è ritenuto necessariamente reperibile 24 ore su 24,anche oltre l’orario d’ufficio.
Si produrrà , così, “un risparmio di denaro pubblico” mentre il nuovo regolamento punta a mettere fine“all’esistenza di alloggi di servizio non motivata da esigenze dell’Amministrazione”.
La preoccupazione per gli sprechi di denaro pubblico e l’ansia di dare segnali positivi in tal senso caratterizza l’azione del Quirinale dal momento del suo insediamento. Nell’articolo pubblicato dal Fatto, però, scrivevamo che il canone che dovrà pagare il personale selezionato, sarà di gran lunga inferiore a quello degli affitti in zone così centrali a Roma.
Secondo il decreto firmato il 6 agosto sui 58 appartamenti che fanno parte del Fabbricato San Felice, di quello Martinucci, delle Scuderie da Tiro e del palazzo di Sant’andrea,“gli alloggi di servizio sono assegnati, anche secondo un principio di rotazione,al personale del Segretariato generale chiamato a svolgere funzioni e mansioni la cui piena ed effettiva continuità di esercizio è ritenuta strettamente necessaria per il buon andamento e l’efficienza dell’Amministrazione”.
Chi rientrerà in questa categoria dovrà pagare un canone (oltre le utenze e il secondo parcheggio) assai ridotto rispetto ai prezzi di mercato. Come stabilito dall’articolo 8 dello stesso decreto, “3 euro e 60 al metro quadrato, per i primi cento metri; 5 euro e 40 al metro quadrato, per i metri quadrati eccedenti i primi cento”.
Valeria Pacelli
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 16th, 2015 Riccardo Fucile
LA MORAL SUASION DEL PRESIDENTE NON INTACCA ANCORA I DUE FRONTI PD
I contatti ci sono, informali, riservati. 
Anche in questi giorni di vacanza, Il Capo dello Stato sta tessendo la sua tela per arrivare all’appuntamento di settembre con le riforme costituzionali in un clima meno burrascoso di quello delle ultime settimane.
Nei due fronti Pd, renziani e minoranza, la moral suasion del Quirinale trova ampie conferme.
Ma per ora non sgretola le distanze, le due fazioni restano arroccate sulle proprie posizioni. E interpretano gli inviti al dialogo come un sostegno implicito alle proprie tesi.
Il ruolo di arbitro di Mattarella viene riconosciuto da tutti, così come la sua terzietà . I due Pd, dunque, si fidano dell’inquilino del Quirinale. Ai vertici del Nazareno, l’invito alla “stabilità ” che arriva dal Colle viene letto da un renziano di prima fascia come “un auspicio a concludere il percorso delle riforme istituzionali, a non buttare il lavoro fin qui svolto”. E dunque, un invito alla minoranza dem a “non compromettere il cammino”, a un sussulto di “responsabilità ”.
Dal fronte della minoranza, invece, si ricorda il profondo rispetto del Capo dello Stato per il “ruolo del Parlamento, tanto più se si tratta di una riforma della Costituzione”.
E si sottolinea che la nuova presidenza, “a differenza della precedente non intende avere un ruolo di regia sul quadro politico, ma solo di arbitro”.
Un ruolo terzo, dunque, anche nel caso in cui Renzi dovesse chiedere le elezioni anticipate.
“E’ una fase politica completamente diversa da quella di Napolitano”, spiegano.
“Il presidente Mattarella ha già spiegato che in Italia non esiste un uomo solo al comando”. “Nella sua cultura politica hanno molto valore i contrappesi e gli equilibri della Costituzione”.
I bersaniani, se dovesse passare una modifica che riguarda l’elettività del Senato, sono convinti che il Colle rimanderebbe il governo alla Camere per la fiducia. “E in quel caso noi la fiducia la voteremmo senza alcuna remora”, assicura ad Huffpost Miguel Gotor. “Davanti a noi non c’è alcun baratro. Renzi deve capire che la riforma del Senato è cosa altra rispetto alla vita del governo”.
“L’obiettivo fondamentale delle riforme costituzionali era e rimane il superamento del bicameralismo paritario: su questo punto nessuno vuole tornare indietro, neppure di un millimetro”, insiste il ribelle dem Federico Fornaro, convinto che “le posizioni sono meno distanti di quello che qualcuno vuol far apparire”. Il ritornello della minoranza dunque è la ricerca di “un accordo dentro il Pd”.
Ed è anche una risposta alle accuse di voler sabotare l’esecutivo.
Sul fronte renziano invece scarseggia la fiducia nella lealtà della minoranza. Si ricordano le parole del Capo dello Stato il 30 luglio sui “decenni di tentativi non riusciti” sul terreno delle riforme costituzionali. E l’auspicio affinchè il cammino riformatore, questa volta, “vada al più presto in porto”.
Parole che vengono vissute come una spinta dell’arbitro nella “direzione giusta”.
Del resto, anche al Colle è ben chiaro che la tenuta del Pd è indispensabile per la tenuta del governo e anche perchè l’Italia possa far sentire più forte la propria voce in una Unione europea “sempre più in affanno”.
Ma è un obiettivo ancora lontano dal traguardo. Per questo, nelle prossime settimane, la moral suasion del Quirinale pare destinata a crescere di intensità .
Sempre a livello informale, senza moniti o appelli pubblici. Finora, complici le vacanze di Ferragosto, i due Pd restano distanti. E tuttavia entrambi molto sensibili al discreto pressing presidenziale.
Come se la fiducia nell’equilibrio del nuovo inquilino del Colle fosse rimasta come l’unico elemento di garanzia per tutto il Pd.
L’unico interlocutore di cui, in una guerra senza prigionieri, tutti continuano a fidarsi.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 16th, 2015 Riccardo Fucile
IL PETROLIO TORNA AI LIVELLI DL 2009, MA LA VERDE COSTA IL 36% IN PIU’ E CONTINUA A SALIRE
Inutile farsi illusioni: se anche le quotazioni del petrolio scivolassero sotto quota 20 dollari al barile come alla fine degli anni ’90, il prezzo della benzina non tornerà mai sotto l’euro al litro di allora.
Certo la colpa è anche dell’ingordigia dei petrolieri che si difendono dietro ai “costi di raffinazione sempre più alti”, ma la responsabilità più pesante ricade sulle spalle dello Stato.
Incapace di tagliare sprechi e spese inutili, i vari esecutivi sono sempre pronti a inserire balzelli e accise nelle pieghe di atti e decreti.
Un passo alla volta, un centesimo in più ogni tanto, il peso delle tasse sul carburante ha sfondato quota un euro al litro: lo Stato incassa, tra Iva e accise, 1,012 euro per ogni litro di “verde”.
Abbastanza per capire come mai il crollo delle quotazioni del petrolio, complice la crisi economica e la svalutazione dello yuan cinese, non riesca a portare il giusto sollievo alle tasche degli italiani alle prese con le vacanze estive.
Basti pensare che da inizio anno le quotazioni del Brent – il pregiato petrolio del mare del nord – è calato del 15% (il 6,3% depurato dall’effetto cambio), mentre il prezzo della verde – rilevato dal ministero dello Sviluppo economico – è salito del 4%.
Eppure con le accise ferme ad aumentare è stato solo il prezzo industriale della benzina, l’unica variabile che dipende direttamente dalle compagnie petrolifere, passato da 0,539 a 0,562 euro al litro.
I petrolieri si giustificano spiegando di essere loro ad assorbire i rialzi delle quotazioni del greggio per evitare pesanti ricadute sui consumatori finali.
Come a dire che l’aumento dei margini quando le quotazioni della materie prime calano sono solo una sorta di risarcimento.
Tuttavia, quando il prezzo del petrolio sale, la correzione dei prezzi verso l’alto è immediata, quando invece scende l’aggiustamento è sempre più lento.
Il greggio, in calo sotto quota 49 dollari al barile, è tornato sui livelli del marzo 2009 quando il costo industriale era fermo a 0,403 euro al litro: il 28,3% in meno rispetto ad oggi.
Certo l’euro viaggiava oltre 1,3 contro il dollaro, mentre adesso scambia intorno a quota 1,11, ma anche depurato dall’effetto cambio il prezzo al barile nel 2009 era più economico “solo” del 15,9%.
Insomma resta un ampio margine difficilmente giustificabile.
Nel frattempo, le imposte sono aumentate senza sosta.
L’Iva è salita al 22% (da 0,193 a 0,284 euro in questo caso), mentre le accise – tra il decreto Salva Italia e le innumerevoli clausole di salvaguardia a garanzia dei tagli alla spesa – sono esplose da 0,564 a 0,728 euro al litro.
Nel complesso le tasse sui carburanti sono aumentate in 6 anni del 33% e il prezzo totale è salito del 36%, vanificando in un colpo solo sia il calo delle quotazioni del petrolio sia quello dell’euro che avrebbero potuto essere due choc esogeni positivi ai fini della ripresa, riducendo i costi alla produzione e spingendo l’export.
A sorridere, invece, sono i petrolieri che tra un aumento e l’altro riescono sempre a difendere i loro margini.
Giuliano Balestreri
(da “La Repubblica”)
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