Agosto 28th, 2015 Riccardo Fucile
TRA GLI IMPRENDITORI LOMBARDI IL COGNOME CINESE E’ IL PIU’ DIFFUSO… IL PRIMO ITALIANO E’ SOLO QUARTO
Il cognome Hu, di evidente origine cinese, è diventato il più diffuso tra quelli dei nuovi
imprenditori lombardi, seguito da Chen e quindi dall’indiano Singh.
Il primo cognome italiano nella classifica dei più ricorrenti arriva solo al quarto posto ed è quello Ferrari, seguito da Colombo.
Sono i dati delle nuove imprese indibiduali elaborati dalla Camera di Commercio di Monza e Brianza, afferma una nota, sulle nuove imprese create in regione tra gennaio e agosto.
Dopo il quinto posto di Colombo, bisogna aspettare il 13/esimo posto in classifica per arrivare a ‘signor Rossi’, preceduto dagli Ahmed, i Lin, Mohamed, Zhou, Wang e Liu.
A Bergamo ‘vincono’ i Locatelli, a Como e Lecco i Colombo, a Monza e Brianza i Villa, a Pavia i Ferrari, mentre gli Hu sorpassano tutti a Milano e i Singh sono i più ricorrenti a Brescia, Cremona, Lodi e Mantova.
Hu è il cognome più diffuso anche tra i titolari di imprese nate tra gennaio e agosto del 2015 in Veneto e Piemonte. Mentre Hossain vince nel Lazio, e Chen in Toscana.
I cognomi italiani vincono in Puglia con Greco e in Emilia Romagna testa a testa tra Hu e Rossi.
Solo l’anno scorso Hu era il secondo cognome più diffuso a Milano (non solo tra gli imprenditori).
Ora lo stesso cognome svetta tra gli imprenditori di tutta la regione.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 28th, 2015 Riccardo Fucile
TROVATO IN SPIAGGIA DA UNA COPPIA IN VACANZA… E’ IL PIU’ ANTICO MAI RINVENUTO
È rimasta in balia delle onde per 109 anni fino a quando una coppia di anziani in vacanza l’ha trovata sulla spiaggia di Amrum Island, una delle Isole Frisone sulla costa tedesca del Mare del Nord.
La scoperta di Marianne Winkler, un’impiegata delle poste in pensione e del marito Horst, potrebbe entrare nel libro dei Guinness Record come il più antico messaggio in bottiglia affidato al mare.
La storia del messaggio
I due anziani stavano passeggiando quando hanno visto la bottiglia: seguendo le istruzioni scritte sopra, hanno rotto il vetro e letto la cartolina che c’era all’interno. Era della Marine Biological Association di Plymouth e la richiesta che riportava era quella di rispedirla al mittente: l’istituto di ricerca, infatti tra il 1904 e il 1905, aveva gettato in mare un migliaio di bottiglie, tra Regno Unito, Germania, Olanda, Danimarca e Norvegia, per studiare il flusso delle correnti e i movimenti dei pesci. Una volta compilata, Marianne e Horst, l’hanno dunque inviata per posta.
Superata la sorpresa di vedersi recapitare una lettera indirizzata all’ex presidente dell’Mba, George Parker Bidder, ormai scomparso, l’istituto ha aperto la busta e trovato la cartolina che spiegava tutto. In accordo con quanto scritto, alla coppia che l’ha ritrovata, l’associazione ha consegnato uno scellino d’argento di ricompensa (acquistato su eBay perchè la Gran Bretagna non ne produce più).
La maggior parte del contenuto delle bottiglie gettate in mare all’inizio del secolo era stato restituito all’Mba nel giro di quattro anni dall’esperimento da pescatori o da persone che avevano trovato i messaggi camminando sulla spiaggia.
Altre si sono rotte o sono rimaste sepolte dalle correnti. Solo una è rimasta a ondeggiare per più di cento anni.
L’associazione ha sottoposto ora il ritrovamento al libro dei Guinness Record perchè si aggiudichi il primato di messaggio in bottiglia più antico del mondo.
L’attuale record è di un messaggio risalente a 99 anni fa scoperto al largo delle isole Shetland nel 2013.
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 28th, 2015 Riccardo Fucile
ROMA VA SCIOLTA PER MAFIA E BONIFICATA DA CERTA SINISTRA E DA CERTA DESTRA
Il sindaco di Roma Ignazio Marino esultante dopo il Consiglio dei ministri che gli leva quasi tutti i
poteri e di fatto lo commissaria, con il decisivo argomento che“si è tolta dal tavolo l’ipotesi dello scioglimento del Campidoglio”, ricorda la scena del ragionier Ugo Fantozzi che, pestato a sangue da una gang di teppisti che gli smontano pure la Bianchina pezzo per pezzo, esala tra un ceffone e una testata: “Badi, signore, che se osa ancora alzare la voce con me…”; poi perde i sensi.
Ma che cosa deve ancora accadere perchè Marino, che comunque un mestiere ce l’ha e non campa di politica, ponga fine alla sua agonia politica e si dimetta da sindaco lasciando il suo nemico di sempre —cioè il suo partito— in brache di tela?
Da quando ha avuto il torto di vincere le elezioni, il Pd gli ha fatto una guerra spietata che nemmeno a B.
Gli ha imposto assessori e collaboratori poi regolarmente finiti in galera o sotto inchiesta.
Ha raccolto firme per le sue dimissioni. Non ha mosso un dito quando la destra di Alemanno chiedeva la sua testa perchè parcheggiava la Panda in sosta vietata. Dopodichè si scoprì che il problema di Roma non era la Panda, ma la Banda: della Magliana, nel seguitissimo sequel “Mafia Capitale”.
Lui ne uscì pulito proprio perchè non aveva nulla a che fare con il suo partito“cattivo, pericoloso e dannoso” secondo la definizione dell’ex ministro Fabrizio Barca, infestato da “associazioni a delinquere” secondo l’attuale ministra Marianna Madia, diretto da gentaglia che falsificava le tessere e intrallazzava con Buzzi & Carminati.
E chi tornò nel mirino di quel partito lì? Marino.
Il premier Renzi, mai eletto da nessuno se non come sindaco di Firenze, iniziò a dettargli ultimatum, spalleggiato dalla solita Boschi.
Il commissario Orfini, che frequenta il partito romano da quando aveva i calzoni corti e naturalmente non ha mai visto nè sentito nulla, fece invece la parte del poliziotto buono, sostenendo il sindaco come la corda sorregge l’impiccato.
Intanto gli mise accanto l’assessore turborenziano ai Trasporti Stefano Esposito che, essendo di Moncalieri (provincia di Torino), assicura la giusta competenza su Roma e parla già da sindaco.
Anzichè ribellarsi all’accerchiamento, Ignaro Marino continuò a fare il finto tonto (almeno speriamo che sia finto) e ad aggirarsi con le due dita alzate in segno di vittoria, anche quando gli arrestavano 44 persone tutto intorno.
Poi battè un cinque alla Boschi alla festa dell’Unità .
E implorò Renzi “di giudicarmi dai risultati”, come se fosse stato Renzi a nominarlo sindaco di Roma, e non gli elettori a eleggerlo.
Infine andò in scena il funeral party di Casamonica, che lo colse in vacanza all’estero.
E riecco gli sciacalli e gli avvoltoi affondare i denti: non era certo il sindaco che doveva impedire quella sceneggiata, semmai le forze dell’ordine che fanno capo a questore, prefetto e ministro dell’Interno.
Ma Alfano non si tocca, ammesso e non concesso che abbia una consistenza, sennò viene giù il governo,e chiederne la testa è inutile per mancanza della medesima. Neppure Gabrielli si tocca: altrimenti come si fa a promuoverlo capo della Polizia? Quindi la colpa è di Marino.
La stampa e la satira di regime lo attaccano perfino perchè è andato in ferie, come se fosse l’unico, come se fosse vietato, come se la sua presenza a Roma a ferragosto potesse cambiare qualcosa.
Noi l’abbiamo scritto fin dal giorno della prima retata di Mafia Capitale: “Roma va sciolta per mafia”. Decine, centinaia di comuni sono stati sciolti per molto meno.
E sciogliere Roma per commissariarla ufficialmente e poi, una volta bonificata, rimandarla alle urne non significa condannare il sindaco, ma affermare ciò che tutti sanno: e cioè che la classe politica e amministrativa del Comune è irrimediabilmente inquinata non da oggi o da ieri, ma da almeno quattro sindacature, di destra e di sinistra.
Marino, che fino a prova contraria non ha mai assecondato interessi criminali, avrebbe — volendo — tutte le carte in regola per ricandidarsi e tornare in Campidoglio, almeno sul piano morale.
Sulle capacità di governo, invece, stendiamo un velo pietoso, visto l’abbandono in cui versa la Capitale.
Ma spetta agli elettori decidere, non a Renzi, nè a Gabrielli e neppure ad Alfano.
Invece Marino s’è imbullonato alla poltrona, lasciandosi logorare per conto terzi e sfogliare giorno dopo giorno come un carciofo.
E ora subisce, con l’aria giuliva e le solite dita a V, l’ultima umiliazione: sia il fatto che ieri il Consiglio dei ministri ha trasferito al prefetto Gabrielli, cioè a Renzi —non si sa con quale legittimità — il controllo su otto settori vitali della città (dalla casa ai campi rom, dal verde all’ambiente) e il coordinamento del piano Giubileo, tutti compiti che spettano al sindaco e alla sua giunta; sia soprattutto il fatto che, a decidere il tutto, è stato Angelino Alfano.
Ma sì, il collezionista di scandali e gaffe, il capo del partito più inquisito e arrestato d’Italia, quello che difende a spada tratta il sottosegretario Castiglione indagato in Mafia Capitale per la fogna del Cara di Mineo, che da solo vale tre quarti di Ncd. Neppure un Marino, per quanto nullo, può accettare lezioni da un Alfano.
Se sloggiasse ora, i suoi nemici che lo usano come punching ball per fare i propri comodi e allontanare le elezioni che sanno di aver già perso, lo rincorrerebbero: uno spettacolo impagabile.
Roma, intanto, continuerebbe la sua lenta putrescenza.
Tanto l’unica cosa che non frega niente a nessuno è proprio Roma.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 28th, 2015 Riccardo Fucile
IN SEI MESI SUPERATE LE PREVISIONI E SI RISCHIA LA MANOVRA CORRETTIVA
Il giochetto rischia di esplodere nelle mani del governo, se non è già successo.
Si parla dei generosi incentivi alle assunzioni a tempo indeterminato previsti dalla legge di Stabilità 2015 a partire da gennaio: rischiano di produrre un buco da 2 miliardi — e forse più — per lo Stato, di cui il ministero dell’Economia è ben consapevole.
I pasticci del ministero guidato da Giuliano Poletti sui nuovi posti di lavoro non è casuale: è da gennaio che enfatizza i dati per dimostrare che la decontribuzione totale (fino a 8.060 euro per tre anni) per chi assume a tempo indeterminato nel 2015 e il contratto a tutele crescenti (da marzo) funzionano.
Secondo il Tesoro, il costo degli incentivi vale 1,88 miliardi nel 2015, 3,7 miliardi nel 2016, 3,9 nel 2017, 2,1 nel 2018 e 130 milioni nel 2019.
Totale: 11,7 miliardi, solo in parte compensati dall’abolizione di precedenti sgravi (per chi assumeva al Sud) e dalla riprogrammazione di altre risorse.
Si tratta di: 1,15 miliardi nel 2015; 1,38 nel 2016; 1,69 nel 2017; e 1,3 nel 2018.
A bilancio, quindi, la misura costerà : 731 milioni nel 2015; 2,3 miliardi nel 2016; 2,2 nel 2017 e 760 milioni nel 2018. Totale: sei miliardi.
Per Poletti dovrebbe creare un milione di contratti stabili in più nel 2015.
La Fondazione studi dei consulenti del lavoro (Fscl) nota che per pagare tutti quei contratti mancano già 3 miliardi.
La misura ha un solo limite: ha diritto allo sgravio chi assume, o ne fa richiesta, entro il 2015.
Stando ai dati Inps, a giugno erano 674.874 i posti su cui le imprese beneficiano della misura.
Se il trend venisse confermato, a fine anno saranno 1,2 milioni.
Sulla base della decontribuzione media stimata dallo stesso Tesoro (4.215 euro) il conto fa 5 miliardi.
Al netto delle compensazioni, nel 2015 mancano 2 miliardi (e così fino al 2018).
Che il governo dovrà trovare con una manovra correttiva, anche se a ottobre decidesse di non prorogare gli incentivi.
Non poco mentre si cercano almeno altri 30 miliardi per il 2016: “Più che di buco, parlerei di onere da coprire”, spiega al Fatto il viceministro dell’Economia Enrico Morando.
Ma mancano o no 2 miliardi?
“Per il 2015, se si confermasse questo trend, sarà una cifra significativa, ma è un problema meno insormontabile rispetto alle clausole di salvaguardia”.
Se a ottobre, però, il governo decidesse di non prorogare gli sgravi, ci sarebbe un boom di assunzioni negli ultimi mesi che aggraverebbe il buco già reato dalle stime imprecise della vecchia manovra.
Morando: “Tratteremo con la Ue l’estensione solo per le assunzioni nel Sud e delle donne nel Centro- Nord”.
Il problema è che questi incentivi funzionano a metà : “Visto che l’occupazione è ai livelli del 2014, sono andati a chi avrebbe assunto comunque – spiega Rosario De Luca, presidente della Fscl – anche perchè molti contratti sono stagionali”.
Carlo Di Foggia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 28th, 2015 Riccardo Fucile
“LI UCCIDERO’ UNO A UNO”: INDAGANO I CARABINIERI PER REATO A SFONDO RAZZIALE
Una lettera dai contenuti xenofobi arrivata al titolare dell’Hotel Bellevue di Cosio Valtellino (Sondrio)
che al momento accoglie 72 profughi.
“La missiva – dichiara l’albergatore Giulio Salvi – conteneva minacce di morte indirizzate ai migranti. Mi sono recato alla caserma dei carabinieri di Morbegno, che hanno acquisito l’originale della missiva. Mi hanno detto che l’indagine parte d’ufficio, senza bisogno di una mia denuncia, perchè si tratta di un reato a sfondo razziale”.
Ecco una parte del contenuto della lettera, che riporta come mittente un importante ex pubblico amministratore del Morbegnese, da subito però risultato estraneo alla vicenda: “Vedi di mandare fuori dai coglioni tutti qui negri di m… Nel tuo albergo (Bellevue) ci devono stare esseri umani, non schifezze n… Se non lo fai tu, provvederò io uccidendone uno a uno. Capito?”.
L’albergatore, dopo avere informato i carabinieri, che ora indagano anche con il Nucleo Investigativo del comando provinciale di Sondrio, ha raccomandato ai migranti la massima prudenza negli spostamenti sul territorio e di non cadere in eventuali provocazioni, oltre a impartire come direttiva quella di rincasare in hotel tassativamente entro l’ora di chiusura fissata per le 24.
L’albergatore, che ospita migranti dal maggio 2011, per ridurre al minimo il possibile disagio degli extracomunitari in attesa dei necessari permessi, ha da sempre organizzato corsi di lingue, attività lavorative per la manutenzione di beni pubblici, attività di svago come partite di calcio o allenamenti nella palestra del suo hotel.
(da “Huffimgtonpost“)
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Agosto 28th, 2015 Riccardo Fucile
IL SINDACO INVITA ELTON JOHN A CANTARE A VENEZIA DURANTE LA MANIFESTAZIONE DELL’ORGOGLIO OMOSESSUALE SUL CANAL GRANDE
Dopo aver fatto tanto parlare di sè per le sue opinioni conservatrici e aver messo al bando i libri gender dalle scuole veneziane, il sindaco Luigi Brugnaro ingrana la retromarcia.
In due giorni passa dal “mai un gay pride a Venezia” ad offrire la disponibilità al “primo gay pride sull’acqua”.
Il sindaco spiega di non amare le manifestazioni sopra le righe mentre “il diritto di manifestare è per tutti e lo rispetto”.
Per assurdo, ha spiegato appunto il primo cittadino veneziano, sarebbe anche “disponibile al primo gay pride sull’acqua lungo il Canal Grande aperto anche agli eterosessuali e magari con Elton John che vi partecipa e suona per noi”.
“Sembra — ha detto — che tutto debba essere strumentalizzato ma questo non è il mio scopo”.
Sempre in queste ore Brugnaro ha dato il patrocinio del Comune a un’iniziativa, che si svolge collateralmente alla Mostra del cinema della Biennale, per promuovere la cultura del rispetto del diverso orientamento sessuale, pari opportunità e contro l’omofobia.
L’iniziativa è legata al “Queer Lion Award”, il riconoscimento che annualmente viene conferito al “Miglior Film con Tematiche Omosessuali e Queer Culture” tra quelli presentati alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 28th, 2015 Riccardo Fucile
E IN POCHI DENUNCIANO PER PAURA DI PERDERE L’ALLOGGIO
Studiare lontano da casa costa. E, a volte, si alimenta il mercato nero degli affitti. 
A denunciare il caro vita dei fuori sede è il portale studentesco Skuola.net.
Dall’analisi dei dati della Grande Guida Università , emerge un dato allarmante: un ragazzo su sette di coloro che pagano un affitto dichiara di non avere un contratto regolare.
Una situazione incresciosa che, però, in pochi denunciano: secondo l’indagine, infatti, il 26% non denuncia l’irregolarità perchè teme di perdere l’alloggio.
Dietro le stanze e le case degli studenti emerge una zona grigia alimentata dagli stessi giovani che spesso (il 10%) non denuncia il proprietario dell’appartamento nella convinzione di avere qualche vantaggio da un contratto irregolare.
Resta il fatto che i costi degli affitti sono alti. Le città più care sono Milano e Roma.
Un universitario, nel capoluogo lombardo, per affittare un monolocale deve far conto di spendere 650 euro. Poco meno, 600 euro, costa una sistemazione nella capitale. Al terzo posto nella classifica stilata da Skuola.net c’è Firenze, dove un ragazzo che frequenta l’ateneo toscano costa ai suoi genitori 500 euro.
Qualcosa in meno (400 euro) si registra a Siena e Bologna per un monolocale.
Tra i centri più economici ci sono Trieste e Salerno dove si riesce a metter piede in una casa con soli 200 euro.
Chi vuole studiare e risparmiare, invece, deve puntare su Messina e Pavia dove un posto costa rispettivamente 250 e 280 euro.
Cifre non sempre facili da sopportare per una famiglia che magari ha due figli universitari costretti a studiare lontano da casa.
Molti ragazzi cercano di coprire le spese trovando un lavoretto, magari anche questo in nero. Altri si adattano ad una vita senza privacy ma più economica: circa la metà dei ragazzi intervistati da Skuola.net ha raccontato di dividere la casa con un inquilino.
Situazioni al limite: se il 26% degli studenti si accontenta di una stanza doppia, il 12% sceglie persino la tripla per non spendere eccessivamente e l’8% si piazza in stanze con più di tre persone.
Alex Corlazzoli
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 28th, 2015 Riccardo Fucile
BRACCIO DI FERRO SU SPENDING REVIEW, ABOLIZIONE TASI E JOBS ACT
La ripresa dopo i tuffi non è stata proprio delle più brillanti.
Qualche giorno di pausa, poi le uscite al meeting di Rimini. E già le prime fibrillazioni.
Il premier Renzi galvanizza ciellini e italiani con il taglio delle tasse sulla casa. Il giorno dopo, due dei suoi ministri chiave per la strategia di politica economica, Padoan e Poletti, quelli che hanno in mano i cordoni della borsa e le leve per rilanciare l’occupazione, frenano o sono costretti a frenare.
Il numero uno dell’Economia ricorda che non esistono tagli delle tasse senza analoghi sacrifici di spesa.
Quello del Lavoro prima annuncia gli ultimi quattro decreti attuativi del Jobs Act, poi subito dopo ritratta, in seguito a una telefonata con Renzi.
Nel mezzo, il pasticcio dei dati sbagliati sull’andamento dei contratti nei primi sette mesi dell’anno. Pubblicati e poi rettificati.
Ufficialmente, i dicasteri negano tensioni.
“Il ministro Padoan ha ribadito solo principi”, dicono dal Tesoro. “Il rinvio dei decreti alla prossima settimana dovuto solo a un ordine del giorno del Cdm troppo denso”, aggiungono dal Lavoro.
Meno serafico Palazzo Chigi.
L’irritazione per “la figuraccia” di Poletti sui dati esiste. Nell’entourage del premier qualcuno definisce addirittura il ministro “un disastro”.
Si nega però un legame diretto con lo slittamento dei decreti, dovuto più che altro al braccio di ferro su alcuni nodi non sciolti.
Come il controllo a distanza e la cassa integrazione, possibile miccia di scontro con i sindacati. E fonte di ulteriori polemiche.
L’idea di irritazione montante nei confronti di Padoan non sfiora invece nessuno.
“Il ministero dell’Economia frena sui piani di Renzi? E qual è la novità ? Frena sempre”. Così anche la disquisizione del ministro a Rimini viene ricondotta alla normalità . Quasi alla banalità : “Acqua calda”.
Eppure il ministro qualcosa di importante l’ha detta: “Abbattere le tasse va bene, ma deve essere una decisione permanente e credibile”. Misure che durano un anno e poi non vengono riconfermate, non servono. Dunque come finanziare il libro dei sogni di Renzi? “Il taglio delle tasse deve venire da un parallelo taglio della spesa”, dice netto Padoan. “Mi piacerebbe tagliare 50 miliardi di tasse domani, come molti mi suggeriscono. Magari. Ma la vera questione è il finanziamento dei tagli, ecco perchè serve un orizzonte medio-lungo”.
Non proprio una sciocchezza. Il pacchetto di spending review , firmato Gutgeld-Perotti, vale 10 miliardi sul 2016 ed è già prenotato.
Serve a evitare l’aumento di Iva e accise dal prossimo gennaio (la clausola vale oltre 16 miliardi, la parte restante è coperta dagli sconti concessi da Bruxelles per le riforme in atto). Una coperta dunque troppo corta per scaldare tutti i desiderata.
Palazzo Chigi confida in Bruxelles. Il Tesoro ricorda che il margine di trattativa potrebbe essere risicato (solo lo 0,1%). E dunque mette le mani avanti. Se non possiamo fare deficit, occorre affondare sulla spesa. Non ce n’è. “Non è detto, vediamo”, si ripete da Chigi.
Il premier tra l’altro non è spaventato dallo zero virgola di crescita. Nè dai dati ancora molto deboli sull’occupazione, benchè non abbia gradito il balletto di cifre tra martedì e mercoledì.
Teme piuttosto un difetto di comunicazione. “I cittadini non ci capiscono, le riforme non “passano”, tranne quella sul Jobs Act”, avrebbe detto ieri in Cdm.
Merito suo, non di Poletti però.
Valentina Conte
(da “La Repubblica”)
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Agosto 28th, 2015 Riccardo Fucile
APERTO UN FASCICOLO PER OMISSIONE DI ATTI D’UFFICIO
La Procura di Firenze ha aperto un fascicolo per il reato di omissione di atti d’ufficio a seguito di un
esposto per accertare se il generale della Guardia di Finanza,Michele Adinolfi, ha bloccato alcune indagini a carico di Matteo Renzi quando era a capo del comando interregionale di Emilia e Toscana tra il 2011 e il 2014.
Gli anni della fulminea ascesa al potere dell’ex rottamatore.
Il fascicolo è modello 44, con notizia di reato — articolo 328 del codice penale: rifiuto,omissione di atti d’ufficio — a carico di ignoti.
L’esposto è stato presentato dopo la pubblicazione,il 10 luglio, sul Fatto Quotidiano delle intercettazioni dalle quali emerse l’esistenza di un profondo legame tra i due.
Nel dialogo registrato l’11 gennaio 2014, infatti, Renzi confidava al generale delle Fiamme Gialle l’intenzione di far dimettere Enrico Letta, all’epoca ancora presidente del Consiglio, perchè “è incapace” e andrebbe “governato da fuori”. Confidenze da amici.
E lo stesso Adinolfi, del resto, dopo aver ricordato a Renzi che può cambiare le cravatte che gli ha regalato, lo apostrofa con “stronzo”. Insomma non proprio una telefonata istituzionale.
L’intercettazione ha svegliato l’interesse di Alessandro Maiorano, un dipendente del Comune di Firenze che dal 2011 ha presentato numerose denunce contro Renzi tanto da essere querelato per diffamazione dal premier.
Ha fatto emergere la vicenda della casa di via degli Alfani, nella quale l’allora sindaco era residente a spese dell’amico Marco Carrai poi nominato alla guida della partecipata Firenze Parcheggi prima e Aeroporti poi; ha reso pubbliche le “spese folli” sostenute da Renzi da presidente della Provincia e ha,presentato un esposto, fra gli altri, in merito ai circa 4 milioni di euro raccolti da Renzi attraverso associazioni (Link e Festina Lente) e fondazioni (Open e Big Bang) per finanziare la sua attività politica.
Insomma, una vera e propria spina nel fianco per il premier.
Ma le denunce non hanno a suo dire mai avuto un seguito investigativo. Per questo, quando ha letto del legame di amicizia tra Adinolfi e Renzi, ha chiesto all’avvocato Carlo Taormina di presentare l’ennesima denuncia.
Del resto, gli stessi pm di Napoli che hanno svolto le intercettazioni nell’ambito dell’inchiesta sulla Cpl Concordia parlano di una “sistematica e piuttosto inquietante ingerenza in scelte e vicende istituzionali ai più alti livelli” da parte di Adinolfi. Dunque, ha pensato Maiorano, perchè non tentare di approfondire?
Taormina si è lasciato convincere e in 15 pagine ha elencato quelle che secondo il suo assistito sono le “omissioni in atti d’ufficio e falso ideologico in atti pubblici” compiuti negli anni per “favorire Renzi e i suoi possibili sodali”.
La denuncia riporta quanto scritto dal Noe: “Adinolfi si era costruito un canale preferenziale con Renzi, Luca Lotti (sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ndr) e soprattutto Marco Carrai”.
I rapporti tra Renzi e Adinolfi, prosegue, “sarebbero stati così stretti da farlo essere al corrente delle operazioni in corso, compresa la scelta dei ministri per la formazione del governo”.
Adinolfi era “in chiara dimestichezza con il cosiddetto ‘giglio fiorentino’ proprio negli anni in cui è stato comandante : dal 2011 al 2014”.
Lasso di tempo che “copre tutte le denunce presentate dal sottoscritto”.
Quindi chiede alla procura di accertare “se amicizie e interconnessioni abbiano in qualche modo influito sul fatto che nessuna iniziativa risulti essere stata assunta nei confronti di Renzi”.
L’accertamento che si chiede, prosegue la denuncia, “riguarda le interessenze tra Renzi e Adinolfi, il primo sicuramente voglioso della felice conclusione delle indagini scaturenti dalle denunce, il secondo fortemente intricato con i centri di potere, in essere e in itinere e sorretto anche da uno specifico intento di ottenere il favore di Renzi per la nomina a Comandante generale della Guardia di Finanza”.
Nomina però mai avvenuta.
Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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