Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
LA GRAN BRETAGNA CIVILE E LA FAVOLA DI RUHI CHE RINGRAZIA I CITTADINI DI NEWCASTLE
“Volevo ringraziare dal profondo del mio cuore i Geordie angels che mi hanno aiutata”.
A scriverlo è Ruhi Rahman, 23enne musulmana insultata sulla metropolitana di Newcastle, in Gran Bretagna.
La ragazza si trovava sul treno con sua sorella quando un uomo ha intimato loro di lasciare i posti che occupavano.
“Alzatevi, questo è il mio paese. Voi bombardate diversi paesi e non meritate di stare qui o in questo paese”, ha dichiarato l’aggressore, rivolgendosi a brutto muso contro le ragazze.
Ruhi però non ha avuto il tempo di rispondere: a prendere le sue difese è stata la signora che le sedeva vicino.
“I passeggeri del treno si sono subito scagliati contro l’aggressore intimandogli di scendere dal treno e quando lo ha fatto hanno applaudito”.
La ragazza ha quindi voluto ringraziare tutti i passeggeri che hanno preso le sue difese con un post su Facebook, in cui esprime la propria gratitudine nei confronti dei ‘geordie’, così come vengono chiamati gli abitanti di Newcastle, i suoi angeli, riusciti a trasformare un’esperienza estremamente negativa in una positiva
(da “La Repubblica“)
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Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
UNA COALIZIONE DOVE OGNUNO BOMBARDA QUELLO CHE GLI PARE, SILENZIO SULLE VITTIME NEGLI ALTRI PAESI, MORTI DI SERIE A E DI SERIE B
Dicono che c’è una formidabile coalizione anti-Isis. Ma un caccia della Russia, che ne fa
parte, viola lo spazio aereo della Turchia, che ne fa parte, la quale a sua volta lo abbatte, costringendo i due piloti ad atterrare in territorio siriano dove — pare — vengono uccisi dalle milizie anti-Assad, sostenute a parole dall’Occidente ma bombardate en passant dalla Russia. Che annuncia vendetta contro la Turchia. Mirabile prova di compattezza della coalizione anti-Isis.
Il Califfo, intanto, se la ride.
Dicono che la guerra all’Isis si vince bombardando lo Stato islamico dall’alto, ma i bombardamenti dall’alto gettano altra benzina sulla rabbia delle popolazioni facendo soprattutto vittime civili, come quello americano a Kunduz in Afghanistan, che ha centrato in pieno un ospedale di Medici senza frontiere, assassinando almeno 20 fra pazienti e personale medico.
Il Califfo, intanto, se la ride.
Dicono che l’Isis si finanzia vendendo petrolio al mercato nero (anche alla Siria di Assad, che dicono essere un alleato irrinunciabile della coalizione contro l’Isis), ma mai che un caccia della coalizione anti-Isis bombardi un pozzo petrolifero dell’Isis, nemmeno per sbaglio.
Il Califfo, intanto, se la ride.
Dicono che l’Arabia Saudita è impegnatissima con la coalizione a combattere l’Isis, ma l’Arabia Saudita finanzia da sempre il jihadismo— figlio della teologia wahabita nata in Arabia Saudita — e finora ha decapitato più persone di quante ne abbia decollate l’Isis, e come questa perseguita sciiti e atei, oltre a distruggere siti archeologici di grande valore culturale e religioso vicino a Mecca e Medina, e a bombardare da 7 mesi lo Yemen con le armi gentilmente fornite dall’Occidente.
Il Califfo, intanto, se la ride.
Dicono che aveva ragione Oriana Fallaci e che chi dissentiva da lei le deve le scuse postume, ma la Fallaci dopo l’11 settembre suggerì all’Occidente di fare esattamente ciò che ha fatto: invadere l’Afghanistan e l’Iraq, col risultato che fino al 2001 i morti per terrorismo nel mondo erano ogni anno meno di 3 mila e nel 2014 erano triplicati a 32 mila, dieci volte i caduti nelle Torri gemelle (senza contare le decine di migliaia di vittime della guerra civile siriana, fonte Gti: Global terrorism index).
Pochi comprendono che il jihadismo vuole eliminare la zona grigia, quella della stragrande maggioranza moderata o agnostica degli islamici, con una chiamata alle armi “o con noi o con l’Occidente”.
Il Califfo, intanto, se la ride.
Dicono che è una guerra di religione perchè l’Islam radicale ha dichiarato guerra alle religioni non islamiche d’Occidente, dunque tutti i musulmani devono prendere le distanze dall’Isis, anzi dal terrorismo, anzi dal radicalismo, anzi possibilmente dall’Islam per dimostrarsi veramente “moderati”.
Ma il maggiore Stato islamico, l’Indonesia (200 mila musulmani) è del tutto estraneo al conflitto.La guerra riguarda solo l’Islam arabo (320 milioni di islamici su un miliardo e mezzo), e soprattutto vede schierata una parte di islamici arabi (jihadisti sunniti) contro tutti gli altri (sciiti, yazidi, sunniti non jihadisti ecc).
Infatti le vittime del terrorismo islamista sono quasi tutte di religione islamica (24.517 su 32 mila) e gli attentati colpiscono prevalentemente paesi a maggioranza musulmana.
Nel solo 2014 sono morte ammazzate 9929 persone in Iraq, 7512 in Nigeria, 4505 in Afghanistan, 1760 in Pakistan, 1698 in Siria, 654 nello Yemen, 429 in Libia.
I paesi occidentali (Europa e America del Nord) sono buoni ultimi con il 2,6% delle vittime.
Nel 2015 i morti islamici per mano dei terroristi islamisti sono 23 mila, contro i 148 europei (Parigi,Copenaghen e di nuovo Parigi), i 224 russi (sull’aereo in volo sul Sinai) e i 59 trucidati in Tunisia fra il museo del Bardo e la spiaggia di Sousse.
Pochi capiscono che il terrorismo jihadista — da al Qaeda all’Isis — usa il pretesto della religione per perseguire strategie e obiettivi politici.
Il Califfo, intanto, se la ride.
Dicono che le stragi di Parigi sono il punto di non ritorno, ma a Parigi sono morte molte meno persone che nel mercato d iBeirut o sull’aereo russo nel Sinai, due attentati che non hanno destato la stessa reazione in Occidente.
Delle vittime di Parigi conosciamo tutto, volti, storie, parenti, funerali, mentre delle 44 vittime di Beirut — anche lì bambini, studentesse, padri di famiglia — non sappiamo nulla: eppure sono morte ammazzate solo il giorno prima di quelle di Parigi, uccise da kamikaze armati nello stesso identico modo di quelli di Parigi.
Nulla sappiamo neppure dei sette Hazara sciiti decapitati dall’Isis il 30 settembre scorso in Afghanistan, compresa una bambina di 9 anni.
Nè dei 145 fra studenti e bambini trucidati a Peshawar, in Pakistan, nel dicembre scorso.
Ci sono dunque morti di serie A (i “nostri”) e di serie B (i “loro ”), e molti islamici nelle nostre periferie-ghetto penseranno che i valori della civiltà occidentale non valgono per tutti, e i foreign fighters che corrono ad arruolarsi nell’Isis aumenteranno. Il Califfo, intanto, se la ride.
Dicono che l’Occidente è compattamente schierato contro l’Isis, ma pochissimi paesi occidentali accolgono i profughi siriani che fuggono dalle mattanze dell’Isis, accomunati a noi dallo stesso nemico.
Anzi, i politici e i commentatori di destra che paiono i più intransigenti contro l’Isis lo sono poi altrettanto contro i profughi che fuggono dall’Isis: li accusano di nascondere o di appoggiare terroristi, o di non dissociarsi da essi, creando un corto circuito che regala altri adepti e simpatizzanti all’Isis.
Il Califfo, intanto, se la ride.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
OGNUNO COMBATTE PER I PROPRI INTERESSI
Il tour di solidarietà del presidente francese Hollande alla ricerca di una grande coalizione appare ormai come la reazione politica e per certi aspetti isterica d’un governo in crisi, messo alle strette da opposizione politica e gran parte della popolazione che vuole la guerra aperta al punto da minare la democrazia in Francia e in Europa e che non eliminerà certo il terrorismo in Medioriente, e neppure quello interno.
Anzi, gli effetti di quest’ultimo son sfruttati per destabilizzare l’Eliseo e cambiare gli attuali equilibri europei.
La guerra all’Isis è stata dichiarata più volte e le coalizioni che combattono lo Stato islamico esistono da oltre un anno, come evoluzione della coalizione anti-siriana voluta dagli Usa nel 2012.
Ma proprio gli scarsi risultati ottenuti rivelano gli effetti della miopia tattica e della cecità strategica.
Oggi, fanno parte della coalizione, a vario titolo e con diversi impieghi, 22 paesi occidentali e mediorientali: Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna , Canada, Australia, Giordania e Marocco, effettuano attacchi aerei in Iraq e Siria e assistono, con forniture di armi, forze speciali e “consiglieri militari” le forze regolari irachene e le formazioni più o meno chiare di ribelli al regime siriano e di contrasto alle bande dell’Isis.
Belgio, Danimarca e Paesi Bassi effettuano operazioni solo in Iraq.
Germania, Italia, Portogallo, Spagna e Repubblica Ceca forniscono un minimo supporto logistico e operativo non armato.
Supporto quasi simbolico ai curdi anche da Albania e Bulgaria.
Mentre Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Qatar e Turchia intervengono solo in Siria.
La Russia che sostiene il regime siriano si è unita alla lotta armata contro l’Isis in seguito, intensificandola dopo l’abbattimento dell’aereo di linea nel Sinai.
L’Iran non fa parte della coalizione ma, in quanto sciita, è quello che opera più efficacemente sul terreno con milizie “volontarie”.
Russia e Iran sono in sintonia e dopo l’accordo sul nucleare anche gli Usa non hanno remore a tollerare gli interventi iraniani.
Sul paino della cooperazione operativa, le nazioni occidentali e arabe dipendono dagli Stati Uniti che assegnano obiettivi e missioni. Ma ciascuna ha i propri paletti e priorità di carattere politico.
La Francia finora ha combattuto contro il regime, gli americani tentano di salvaguardare gli interessi petroliferi delle compagnie presenti in Iraq e le prospettive di quelle siriane.
Mentre Obama appare cauto nel sostegno ai ribelli, l’opposizione repubblicana continua a foraggiare i ribelli di tutte le specie.
La Russia guarda ai propri interessi nel Mediterraneo con o senza la Siria e con o senza l’Isis, l’Iran tenta di salvaguardare il regime sciita-alawita, anche senza Assad. L’Iraq vuol riprendersi i pozzi passati all’Isis, ma non insiste troppo nella guerra.
Il Kurdistan iracheno fornisce i peshmerga che combattono come possono l’Isis, ma ritiene si tratti d’un problema dei curdi siriani.
La Turchia non ha alcun interesse a combattere l’Isis, dal quale si rifornisce di petrolio e dollari in cambio di armi.
Il problema turco è quello dei curdi.
Oggi è divenuto anche quello della Russia.
Fabio Mini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
IL PRELATO VICINO A CL EVOCA L’INTERVENTO DELLA MADONNA PER LIBERARSI DI PAPA FRANCESCO: “MAGARI UN MIRACOLO….”
“Speriamo che con Bergoglio la Madonna faccia il miracolo come aveva fatto con l’altro”. 
Il riferimento a papa Luciani è appena velato.
La frase è dell’arcivescovo di Ferrara, Luigi Negri, alto prelato in profondo disaccordo con Francesco e punto di riferimento di Comunione e Liberazione.
Negri, allievo di don Giussani, è anche noto per aver contestato la magistratura quando incriminò Berlusconi per il caso Ruby.
A chi allora gli fece notare che gran parte del mondo cattolico era indignato sulla vicenda delle Olgettine, rispose: “L’indignazione non è un atteggiamento cattolico”. Contro la nomina dei preti di strada.
Il motivo della sua contestazione: le recenti nomine di Papa Francesco a Bologna e Palermo, diocesi per anni in mano a Cl, dei vescovi Matteo Zuppi e Corrado Lorefice , due preti di strada.
Monsignor Negri, il 28 ottobre, sul Freccia-rossa partito da Roma-Termini (testimoni oculari hanno riferito l’accaduto), ha dato libero sfogo ai suoi pensieri a voce alta, come pare sia sua abitudine, incurante dei pochi presenti nella carrozza di prima classe, con il suo segretar i o , un giovane pretino dal look della curia che conta, doppio telefonino, pronto a filtrare le telefonate dell’arcivescovo.
“Dopo le nomine di Bologna e Palermo — sbotta — posso diventare Papa anch’io. È uno scandalo. Incredibile, sono senza parole. Non ho mai visto nulla di simile”.
L’alto prelato, lasciando sbigottiti i testimoni, non si rassegna deve parlare con qualcuno, chiede al segretario di chiamare al telefono un amico di vecchia data, anche lui di Cl, Renato Farina, noto come “agente Betulla”, rincarando la dose.
Non ancora soddisfatto, continua con il giovane prete: “Sono nomine avvenute nel più assoluto disprezzo di tutte le regole, con un metodo che non rispetta niente e nessuno. La nomina a Bologna è incredibile. A Caffarra (il vescovo uscente per limiti d’età ) ho promesso che farò vedere i sorci verdi a quello lì (Zuppi): a ogni incontro non gliene farò passare una. L’altra nomina, quella di Palermo, è ancora più grave. Questo (Lorefice) ha scritto un libro sui poveri — che ne sa lui dei poveri — e su Lercaro e Dossetti, suoi modelli, due che hanno distrutto la chiesa italiana”.
Loris Mazzetti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
“L’ALLEANZA CON MARINE LE PEN MOTIVATA SOLO DAL CERCARE DI PRENDERE VOTI”… “SONO CONTRARIO ALL’IMMIGRAZIONE INCONTROLLATA, MA NON SIGNIFICA CHE TUTTI GLI ISLAMICI SONO BASTARDI”
“Chi confonde i terroristi con la maggior parte dei musulmani è uno stronzo”. Ancora: “Mai il Front National avrebbe potuto usare l’espressione ‘bastardi islamici’”. Sembrava impossibile, ma agli esponenti del partito di Marine Le Pen i toni duri e le generalizzazioni usate dalla Lega Nord prima e dopo la strage di Parigi contro gli islamici, non piacciono proprio.
A cominciare dalle dichiarazioni di Matteo Salvini e Gianluca Pini. Lo ha detto chiaro e tondo, a Martina Castigliani, Wallerand de Saint-Juste, capolista del Fn alle prossime elezioni nella regione parigina: “Abbiamo una responsabilità e non possiamo pronunciare quelle parole, nemmeno di fronte a degli assassini”.
Comunque, ha aggiunto, “siamo due partiti diversi e ognuno fa la sua campagna nel suo Paese”. Un attacco e una presa di distanze trascurati dai vertici del Carroccio, ma che non sono passati inosservati agli occhi di Umberto Bossi.
Onorevole, cosa ne pensa della parole di Wallerand de Saint-Juste?
Ha ragione quando dice che siamo due partiti diversi e che viviamo in due realtà diverse.
Un titolo come quello di Libero, “bastardi islamici”, lo avrebbe mai pubblicato?
No. Sono contrario all’immigrazione incondizionata, ma questo, come ho già detto, non significa che tutti gli islamici siano dei bastardi.
Torniamo al rapporto fra il Carroccio e il Front National. L’idillio si è già rotto?
Quella di sposare la posizione di Marine Le Pen è stata una decisione presa da Salvini durante la campagna per le elezioni Europee 2014 per raccogliere il maggior numero di voti possibili. E per portare più parlamentari leghisti in Europa. Ma si sapeva che sarebbe stata una scelta momentanea e non duratura.
Sta forse criticando il suo segretario?
Salvini ha fissato un obiettivo e lo ha raggiunto, ma alla lunga le contraddizioni emergono.
Giorgio Velardi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
LE OPINIONI DEL GENERALE CARLO JEAN E DEL DOCENTE ALLA LUISS GERMANO DOTTORI
Alta tensione tra Russia e Turchia dopo l’abbattimento del jet di Mosca che ha violato lo
spazio aereo turco al confine con la Siria.
Sulle cause e le conseguenze di quello che da subito è apparso come un possibile casus belli hanno parlato a Ilfattoquotidiano.it il generale Carlo Jean, ex consigliere militare del Presidente della Repubblica ed esperto di geopolitica, e Germano Dottori, docente di Studi strategici all’Università Luiss “Guido Carli” ed ex consulente del Presidente della Commissione Affari Esteri del Senato.
Un aereo di un Paese che fa parte della Nato ha abbattuto un jet russo. Il clima è quello di guerra, nemmeno troppo fredda.
Jean: “In realtà , la Turchia aveva già avvertito la Russia abbattendo un drone al confine turco-siriano sostenendo che fosse russo. Inoltre, aveva già ripetuto più volte al Cremlino di smetterla di violare lo spazio aereo turco. Putin ha spesso questo atteggiamento un po’ da bullo, come nel Baltico, quando si accoda agli aerei di altri Paesi o quando sfiora le navi americane, ma questa volta non credo che potrà andare oltre qualche dichiarazione forte, come quelle che ha già rilasciato. Niente di più”.
Dottori: “Le modalità dell’abbattimento lasciano pensare ad un’imboscata da parte della Turchia, preparata da tempo per dare un forte segnale politico contro gli attacchi dei russi che prendono di mira i ribelli turkmeni che si oppongono al governo di Bashar al-Assad. Che ci sia stato un agguato ce lo dice il tempo di violazione dello spazio aereo da parte del jet russo: nove secondi. Per fare prima quando bombardano i turkmeni, gli aerei di Mosca devono aver preso l’abitudine di ‘rettificare’ i confini tagliando un saliente turco nel territorio siriano. L’aviazione di Ankara se ne deve essere accorta e li ha aspettati lì”.
Cosa c’è, allora, dietro a questo atteggiamento provocatorio della Russia nei confronti della Turchia?
J: “La Turchia non ha visto di buon occhio la decisione del governo di Mosca di sostenere attivamente il regime di Bashar al-Assad. I russi sono arrivati in Siria e si sono messi a bombardare le fazioni ribelli. La Turchia, invece, vuole che il governo di Damasco cada definitivamente e questo ha creato tensioni tra i due Paesi. Se a questo si aggiungono gli sconfinamenti russi, ecco che Ankara ha colto l’occasione per lanciare un messaggio a Mosca. Alla prima occasione utile hanno abbattuto un loro mezzo che aveva di nuovo invaso lo spazio aereo turco”.
D: “Atteggiamento provocatorio? La Turchia è tra i sostenitori dichiarati di alcuni dei gruppi ribelli ostili ad Assad contro cui ora i russi sono scesi in campo. E l’atteggiamento di Ankara nei confronti dello Stato Islamico è quanto meno molto chiacchierato. Ankara e Mosca sono su posizioni opposte. La prima cerca ancora di estendere la sua influenza al Nord della Siria, mentre la seconda persegue il consolidamento del traballante regime di Damasco”.
E questo non può essere un casus belli?
J: “No. La Turchia intrattiene ottime relazioni economiche con la Russia, ma il suo popolo è fortemente nazionalista. L’aereo di Mosca ha violato lo spazio aereo in un’area particolare, oltre il confine subito a nord di Latakia, in una regione abitata per la stragrande maggioranza da turkmeni che sono sostenitori del governo di Ankara ma anche oppositori di quello di Damasco. Per questo la Russia ha sostenuto l’avanzata delle forze lealiste in questa zona del Paese e la Turchia, per il motivo opposto, non accetta invece alcuna interferenza di Mosca”.
D: “No, non credo. La Russia non ha in questo momento la forza di prendere decisioni che comporterebbero una reazione concordata degli alleati atlantici. Stava cercando di riavvicinarsi e ottenere la rimozione delle sanzioni. Farà quindi buon viso a cattivo gioco, anche se cercherà di criticare la politica regionale della Turchia. Continuerà inoltre le sue operazioni in Siria, pur avendo incassato un duro colpo. La tensione tra i due Paesi rimarrà alta e, sicuramente, se un aereo da guerra turco sorvolerà lo spazio aereo siriano, la cortesia di oggi verrà restituita. Ma niente di più”.
La politica estera di Barack Obama, in Medio Oriente e riguardo alla questione ucraina, ha tenuto fede alla sua strategia della “seconda linea”. Ha spesso mandato allo scontro governi o gruppi locali, senza mai intervenire direttamente. Questo ne è l’ennesimo esempio?
J: “Non m sembra. Credo piuttosto che sia una questione tra la Russia e la Turchia che, tra l’altro, avrà pochi strascichi”.
D: “Direi proprio di sì. Ed occorre riconoscere che è un approccio che porta risultati. In questo caso, il probabile abbandono del progetto del Turkish Stream e l’ulteriore deterioramento della posizione russa nel Mar Nero. La Russia non può lamentarsi questa volta neppure di Washington, che ha persino ritirato i missili Patriot che aveva stanziato in Turchia dal 2013, obiettivamente incoraggiandola ad andare avanti”.
Quali le possibili conseguenze a medio-lungo termine?
J: “Direi nessuna. Putin rilascerà qualche dichiarazione forte e poi raccoglierà i resti del suo aereo senza poter fare molto di più. Sarà una delle rarissime volte, in questi ultimi anni, in cui l’immagine del presidente russo ne uscirà danneggiata. La Russia non sta attraversando un bel periodo dal punto di vista economico e non è certo in grado di ingaggiare uno scontro con le potenze della Nato, ne uscirebbe con le ossa rotte. Non assisteremo a una guerra tra Russia e Turchia, se è questo che vi preoccupa”.
D: “Io intravedo grandi vantaggi per gli Stati Uniti. In particolare, il Turkish Stream, il gasdotto che dalla Russia avrebbe dovuto attraversare il Mar Nero, raggiungere la Turchia e poi finire in Grecia per rifornire l’Europa, probabilmente non si farà . E Mosca, che ha già dovuto rinunciare al South Stream, ne sarà danneggiata, perdendo buona parte della propria capacità di condizionare l’Europa. Anche se rimarrà comunque il controverso Nord Stream, che serve principalmente la Germania. Subiremo quindi delle conseguenze negative anche noi, specialmente nel caso in cui rivalità tra Turchia ed Iran impedissero di portare il greggio di Teheran nel Mediterraneo”.
Gianni Rosini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
IL PREMIER RUSSO CONDANNA “INGIUSTIFICABILE ESCALATION NATO” E “INTERESSI FINANZIARI TURCHI”
Resta altissima la tensione tra Mosca e Ankara all’indomani dell’abbattimento – da parte della Turchia – di un jet da guerra russo al confine siriano.
Questa mattina la Russia ha parlato apertamente di una “pericolosa escalation con la Nato”.
“Le azioni sconsiderate e criminali delle autorità turche hanno causato una pericolosa escalation nelle relazioni tra Russia e Nato, che non è giustificabile da alcun interesse, nemmeno dalla protezione dei confini statali”, ha dichiarato il premier russo Dmitry Medvedev da Lekaterinburg.
Secondo Mosca, con le sue azioni “la Turchia ha dimostrato di proteggere i militanti dell’Isis”.
“Questo non sorprende – ha aggiunto Medvedev – considerando le informazioni [in nostro possesso] sugli interessi finanziari diretti di certi dirigenti turchi nella fornitura di prodotti petroliferi realizzati dagli impianti dell’Isis”.
In una telefonata con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il presidente americano Barack Obama ha provato a calmare le acque.
Obama, infatti, ha sì espresso “il sostegno di Usa e Nato al diritto della Turchia di difendere la sua sovranità “, ma al tempo stesso ha sottolineato la necessità di una de-escalation delle tensioni con la Russia. Un messaggio che Erdogan, almeno a parole, sembra aver recepito.
La Turchia – ha infatti assicurato Erdogan – vuole evitare qualunque escalation di dissapori con la Russia.
“Non abbiamo assolutamente alcuna intenzione di provocare una escalation dopo questa vicenda”, ha detto il leader turco parlando a un forum di paesi musulmani riunito a Istanbul. “Difendiamo solamente la nostra sicurezza e i diritti del nostro popolo”, ha aggiunto, precisando che alcune parti del jet russo abbattuto ieri dagli F-16 di Ankara sono cadute in territorio turco, ferendo due persone.
Mosca, però, continua a insistere sulle “conseguenze” di quella che considera a tutti gli effetti “una pugnalata alle spalle”.
Stamattina il presidente Vladimir Putin è tornato a sconsigliare i viaggi in Turchia. Dopo l’abbattimento del caccia – ha dichiarato – “non possiamo escludere altri incidenti e i nostri connazionali possono ritrovarsi in situazione di pericolo”.
Il premier russo ha elencato, tra le possibili conseguenze dell’abbattimento del jet, la cancellazione di alcuni importanti progetti con la Turchia.
Secondo Medvedev, alcune compagnie turche potrebbero perdere partecipazioni sul mercato russo. Per questo “il ministero degli Esteri fa bene a sconsigliare i viaggi in Turchia […]. Siamo costretti a prendere tale misura”.
Con l’abbattimento del jet russo – ha rincarato Medvedev- “le lunghe relazioni di buon vicinato tra Russia e Turchia sono state minate”.
Le “conseguenze dirette” potrebbero essere “la rinuncia a una serie di importanti progetti comuni e la perdita di posizione nel mercato russo da parte delle compagnie turche. “Le lunghe relazioni di buon vicinato tra Russia e Turchia sono state minate, in particolare nella sfera economica e umanitaria” e “questo danno sarà duro da riparare”, ha osservato il capo del governo russo.
Le aziende turche sono molto presenti nel mercato russo, in particolare nell’ortofrutta, nei beni di consumo, nell’edilizia. Quanto ai progetti comuni, si spazia dalla costruzione di una centrale nucleare al gasdotto Turkish Stream.
(da “Huffingtonpost“)
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Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
IN PERICOLO IL TRANSITO DI GAS RUSSO VERSO GLI ALTRI PAESI EUROPEI
Dopo i moniti dei giorni scorsi, il colosso energetico russo Gazprom ha interrotto le
forniture di gas all’Ucraina finchè non arriveranno nuovi pre-pagamenti.
Lo rende noto l’amministratore delegato Alexei Miller, precisando che oggi è stato consegnato a Kiev tutto il metano già pagato e che non sono giunte nuove richieste.
“La rinuncia da parte di Kiev di acquistare il gas russo crea seri rischi per il transito affidabile del gas in Europa attraverso il territorio ucraino e anche per la fornitura di gas ai consumatori ucraini per il prossimo inverno” ha detto il manager
Questo ennesimo episodio della disputa del gas tra Mosca e Kiev si inserisce nelle rinnovate tensioni di questi giorni sul sabotaggio di linee elettriche che ha lasciato al buio la penisola di Crimea annessa alla Russia nel marzo 2014.
Dopo un’altra interruzione durante l’estate, le forniture di gas russo verso l’Ucraina avevano ripreso il 12 ottobre con un accordo in base al quale Kiev avrebbe pagato in anticipo i volumi richiesti.
Gazprom, di fronte al mancato pagamento, ha interrotto le forniture ed ha lanciato l’allarme di riserve “insufficienti” sul territorio dell’Ucraina per garantire il transito di gas russo verso l’Europa.
(da “Huffingtonpost”)
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