Novembre 29th, 2015 Riccardo Fucile
LA GIUDICE LAVORE: “MI AVREBBERO SCHIACCIATA, HANNO PAGATO IL MIO SILENZIO”
Angelino Alfano? Chi l’ha visto. Matteo Renzi? Muto come un pesce. In barile. Alma
Shalabayeva? E chi è?
L’establishment politico e istituzionale si trincera dietro lo schema classico delle tre scimmie: nessuno ha visto, nessuno ha sentito, soprattutto nessuno avverte l’urgenza di parlare
In un qualsiasi Paese democratico le cose andrebbero all’opposto, anche se è vero che in un Paese di quel tipo il problema non sussisterebbe perchè il ministro degli Interni non sarebbe più tale da un pezzo, dopo il rapimento di Stato Shalabayeva.
La Procura di Perugia e i Ros, che hanno iscritto nel registro degli indagati sette poliziotti, tre funzionari dell’ambasciata kazaka e la giudice di pace Stefania Lavore, hanno accertato che per sette volte, da quando venne “prelevata” con la figlia dalla sua abitazione di Casal Palocco il 29 maggio 2013 a quando, il 31 maggio, venne caricata a forza sull’aereo diretto in Kazakhistan, la moglie del dissidente Mukthar Ablyazov chiarì la propria posizione.
Illustrò, implorò, parlò delle torture subite dal marito in patria, ripetè che sarebbe stata considerata dal regime del “presidente” (da 25 anni) Nazarbaev un ostaggio, invocò invano il rispetto della la legge.
La legge in quei tre giorni era però sospesa: almeno su questo c’è certezza.
Per ordine di chi, e con quali complicità , invece resta oscuro, e pochi, nel Palazzo, sembrano interessati ad accertarlo.
I sette poliziotti, tra cui l’allora capo della Mobile Renato Cortese e il capo dell’ufficio Immigrazione Maurizio Improta sono indagati, oltre che per sequestro di persona, per omissione d’atti d’ufficio e falso, il che in realtà offre un comodissimo scudo ad Alfano. Lui non ne sapeva niente: lo avevano tenuto all’oscuro come se si trattasse di un qualsiasi pizzardone anzichè del ministro.
Potrebbe essere vero, considerato il carisma dell’uomo.
Ma è impossibile pensare che Cortese e Improta abbiano deciso il sequestro solo per ammazzare la noia, senza che nessuno desse l’adeguato ordine.
O che la giudice Lavore, in forza all’epoca presso il Cie di Ponte Galeria dove fu ‘tradotta’ la rapita e senza il cui assenso la brillante operazione non sarebbe andata in porto, abbia solo ceduto a un attimo di distrazione.
Di certo non è quello che lei stessa raccontava, in una telefonata intercettata dopo il fattaccio: «Mi avrebbero schiacciato…Ho fatto pippa…Non ho sputtanato nessuno… Hanno pagato il mio silenzio…I panni sporchi si lavano in famiglia».
Non dovrebbero essere solo i giudici a chiedere alla brillante giudice di pace da chi temeva di essere schiacciata. In un caso del genere sarebbe dovere del Parlamento reclamare la verità , e senza accontentarsi delle arrampicate sugli specchi in cui si produsse a suo tempo Alfano.
Neppure gli agenti in servizio nell’ultima fase del rapimento, con Shalabayeva che già sulla scaletta dell’aereo tentava ancora una volta di difendere il proprio diritto a restare in Italia, credevano che il tutto fosse stato partorito da un gruppetto di poliziotti troppo solerti: «Tutto è già stato deciso ad alto livello».
Senza contare che l’indagine di Perugia ha accertato che aereo e pilota erano stati messi a disposizione, sia pur per via indiretta, dall’Eni.
Basta e avanza per essere certi che in quella rendition erano davvero coinvolti interessi di altissimo livello, e che il petrolio kazako la faceva da protagonista.
Però per smuovere la polizia trasformando gli agenti in complici attivi di un sequestro di persona a livello internazionale non basta nemmeno l’interessamento dell’Eni.
L’ordine deve aver seguito le vie gerarchiche. Deve essere stato dato da qualcuno a cui gli agenti non potevano non obbedire.
La stessa Shalabayeva, tornata in Italia ma ancora tanto terrorizzata dal regime di Nazarbaev da voler mantenere il segreto su generalità e domicilio, dice di avere massima fiducia nei magistrati italiani e aggiunge che la maggiore responsabilità è dei diplomatici kazaki: come se sul fatto potesse esserci qualche dubbio.
Paole ovvie, adoperate nei giorni scorsi come una specie di attestato di fiducia nei confronti del ministro Alfano.
In realtà Alma Shalabayeva aggiunge che di sicuro «il regime kazako non si è mosso da solo». Chissà se nei prossimi giorni a qualcuno, in Parlamento, verrà in mente di reclamare chiarezza.
O se le scimmiette cieche sorde e mute continueranno a essere non tre ma diverse centinaia.
Andrea Colombo
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Novembre 29th, 2015 Riccardo Fucile
PER SALVARE QUATTRO BANCHE IL GOVERNO HA AZZERATO IL VALORE DELLE OBBLIGAZIONI FATTE SOTTOSCRIVERE A CLIENTI IGNARI DELLE CONSEGUENZE
Mi chiamo Silvia Battistelli e vi scrivo a nome di mia nonna e un piccolo gruppo di 300, dei 130.000, risparmiatori che si sono visti espropriati dei propri risparmi con il Decreto 180/2015.
Domenica il governo Renzi ha approvato il Dlgs 180/2015 per salvare Banca delle Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio della Provincia di Chieti e Cassa di Risparmio di Ferrara sottraendo ai clienti azionisti e obbligazionisti dei 4 istituti il loro denaro e risparmi.
Tra questi c’è mia nonna e tantissimi altri pensionati che gestiti da impiegati di banche male informati o troppo sotto pressione gli hanno fatto investire parte dei loro risparmi in obbligazioni, che oggi scoprono essere subordinate; vale a dire più vantaggiose ma più rischiose essendo non svincolabili e risarcibili in tempi più lunghi, in caso di fallimento della banca.
Oggi questo decreto ha azzerato il valore di queste obbligazioni.
Il tutto, senza la possibilità di recuperare niente e con l’unica alternativa di intraprendere azioni legali di cui molti non vedranno mai la fine.
Oltre che trattarsi di un vero e proprio sopruso senza precedenti, la cosa che scandalizza di più è l’attitudine della banche che hanno venduto suddette obbligazioni ad anziani risparmiatori, in maniera obbligata o inconsapevole, quindi, a soggetti ai quali non erano destinati questi tipi di investimenti, per la natura intrinseca degli stessi ed in tempi già sospetti, cioè anche quando le banche erano già “ufficialmente” commissariate.
La Consob? Stiamo raccogliendo testimonianze, soprattutto degli anziani obbligazionisti, come mia nonna, che ha più di 80 anni, ha perso € 50.000 (i risparmi di tutta la sua vita e di quella di mio nonno) e non credo sia una speculatrice, oppure di un pensionato della provincia di Arezzo che circa un paio di settimane fa è stato convinto ad investire € 88.000 in obbligazioni subordinate di Banca Etruria, e neanche lui credo sia uno speculazionista.
Nei piccoli paesi dove c’era il monopolio di una o dell’altra banca, hanno messo in ginocchio l’intero piccolo paese.
Ricordo che ad oggi i risparmiatori truffati attestati sono circa 130.000, ma il numero è destinato a salire, dato che i signori delle banche non si sono neanche degnati di informare i propri clienti, quindi molti sono ancora ignari. La manovra è di 3,6 milioni.
Abbiamo bisogno del vostro aiuto, i media nazionali non ne parlano e quello che fin’ora è uscito che il buon Renzi non ha utilizzato soldi pubblici e che la sua sia una mossa anti bail-in.
Ma per favore, questo è una truffa, un sopruso!
Silvia Battistelli
(da “il Secolo XIX”)
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Novembre 29th, 2015 Riccardo Fucile
ERA IN AFRICA PER CONTO DI UNA ONLUS… E’ STATA VITTIMA DI UNA RAPINA…L’ORFANOTROFIO DI MIJOMBONI E LA SUA VITA DEDICATA AI BAMBINI: RAPPRESENTAVA L’ITALIA MIGLIORE
Un medico di Novara, Rita Fossaceca, 51 anni, è stata uccisa in Kenya nel corso di una
rapina avvenuta ieri sera.
Feriti anche padre, madre e zio della vittima che si trovavano con lei al momento dell’aggressione. Si tratta di Giovanni e Michelina Fossaceca e don Luigi Di Lella.
La vittima, radiologa, nata a Trivento, in provincia di Campobasso, era responsabile della struttura complessa di radiologia dell’ospedale Maggiore di Novara e da due settimane si trovava in Africa per conto dell’associazione umanitaria internazionale ForLife Onlus.
Coinvolte nell’aggressione anche due infermiere, sempre del nosocomio novarese, Monica Zanellato, 49 anni, e Paola Lenghini, 58 anni, partite con lei due settimane fa per la missione.
Hanno riportato ferite lievi e sono già state trasferite in un luogo sicuro. Erano in ferie dal 13 novembre scorso e sarebbero dovute rientrare domani dalla missione umanitaria che erano solite prestare un paio di volte all’anno insieme alla dottoressa uccisa.
L’agguato in casa
In queste ore si sta ricostruendo quanto accaduto ieri sera. Secondo le ultime informazioni rese note dall’associazione ForLife il medico sarebbe stato ucciso da un colpo di pistola mentre cercava di proteggere la madre, assalita con un machete.
I banditi avrebbero fatto irruzione armi in pugno nell’abitazione che la donna condivideva con altri italiani. Per la dottoressa non c’è stato nulla da fare.
«Lì era amata da tutti, tutti le volevano bene» ha detto all’Ansa, Tonino Fossaceca, il cugino della dottoressa uccisa. «Ero stato con lei in Kenya proprio in quel villaggio, lo avevo trovano un posto tranquillo», ricorda con commozione l’uomo.
In Kenya da due settimane
Il medico, che ricopriva anche il ruolo di vicepresidente dell’associazione novarese ForLife, si trovava da un paio di settimane a Mijomboni, un piccolo villaggio nell’entroterra alle spalle di Malindi, in Kenya, dove la Onlus sostiene l’orfanotrofio locale, che ospita una ventina di bambini.
«Non sappiamo cosa sia accaduto di preciso, sono sconvolto» si è limitato a dire, ieri sera, all’Ansa Alessandro Carriero, direttore del dipartimento di radiologia dell’ospedale di Novara, che ha fondato la onlus nel 2006. «Era il mio braccio destro – racconta tra le lacrime Carriero – non so come farò ad andare avanti». «Una perdita grave, professionale oltre che umana» ha aggiunto il direttore dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Novara, Mario Minola.
Il cordoglio dell’associazione: «Siamo senza parole»
«Siamo costernati, senza parole – si legge ora sul sito dell’associazione Forlife onlus -. A volte succedono cose inspiegabili. La dottoressa Rita Fossaceca non c’è più, ha dato tutta se stessa per l’orfanotrofio e l’infermeria di Mijomboni. Vittima, ha pagato con la vita il suo grande amore per i bambini. Rita siamo tutti con te, il nostro pensiero va anche agli altri 5 volontari che sono ancora in Kenya e speriamo tornino presto. Grazie a tutte le persone che ci sono vicine in questo momento».
Gli ultimi report dal Kenya
Sul sito di Forlife, Rita Fossaceca teneva un diario. Aggiornava i volontari sulle attività dalla missione di Mijomboni, giorno dopo giorno: «Dopo una serie di giri nelle fattorie, valutazioni delle spese e dei possibili guadagni, oggi abbiamo acquistato la mucca – scriveva il 25 novembre -.
L’abbiamo trovata grazie alla collaborazione di un nostro conoscente nel villaggio di Roca. L’acquisto è stato possibile grazie a libere donazioni fatte da nostri amici, Eduardo e Maria Carmela , Angelo e Teresa, Marco e Daniela».
Aveva iniziato a scrivere quattro giorni dopo essere arrivata sul posto, «nella nostra era fatta di tutto e subito mi sono scontrata con la non completa affidabilità degli operatori del settore e mi sono ritrovata senza telefono, linea, internet e soprattutto con un reset completo dei dati. Bene, nulla accade per caso si ricomincia… Subito abbiamo montato la macchina e per fortuna l’ecografo funziona perfettamente – scriveva -. Possiamo solo darvi buone notizie riguardo al villaggio. Prima di tutto i bambini stanno tutti bene».
Gentiloni: “Orgogliosi delle sue scelte”
Il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Paolo Gentiloni ha espresso cordoglio per la morte di Rita Fossaceca.
«Le mie più sincere condoglianze e il mio pensiero alla famiglia della Signora Fossaceca, una persona che so essere molto amata e rispettata per la sua profonda dedizione e il suo impegno a difesa dei più deboli, malati e donne in Africa. Tutti gli italiani rimasti coinvolti nel feroce atto di violenza di ieri, si trovano in Kenya per fare del volontariato con una ONLUS, una scelta coraggiosa ed ammirevole di cui essere orgogliosi» ha concluso il Ministro.
«A Rita va il nostro grazie e la nostra tristezza. Alla sua famiglia tutta la nostra più sincera vicinanza. A tutti i volontari la più grande solidarietà » ha aggiunto il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin.
Il cordoglio di Novara
Rita Fossaceca viveva a Novara dal 2001. Era single e non aveva figli. In città la notizia della sua morte si è diffusa rapidamente. Il sindaco, Andrea Ballarè, ha espresso il proprio cordoglio con un post su Facebook.
Molise in lutto
«Una notte di dolore per tutto il Molise. La notizia dell’uccisione della dottoressa Rita Fossaceca ci lascia senza parole: siamo vicini alla famiglia e alla comunità di Trivento». Così il governatore del Molise Paolo di Laura Frattura non appena appresa la notizia della tragedia in Kenya. In lacrime anche la città natale della dottoressa: «Trivento attonita e sgomenta è in lacrime per la tragica scomparsa della dottoressa Rita Fossaceca» ha detto il sindaco, Domenico Santorelli.
Daniela lanni, Elisabetta Fagnola
(da “La Stampa“)
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Novembre 29th, 2015 Riccardo Fucile
L’EX RADICALE CONFIDA: “NON VORREI, MA SE ME LO CHIEDESSE MATTEO NON POTREI DIRGLI DI NO”
Nella sfida delle città , destinata nella primavera 2016 a condizionare il futuro del governo Renzi, il vuoto più assillante finora ha riguardato il candidato del Pd per Roma, vale a dire l’epicentro della prossima battaglia elettorale.
Ma ora, dopo un setaccio durato settimane e rivelatosi sterile, il presidente del Consiglio è tornato ad una sua vecchia idea: con un Pd in emorragia di consensi, Renzi ritiene che il candidato più adatto per risalire la china potrebbe essere Roberto Giachetti.
E cioè a dire, un personaggio fuori dagli schemi: ex radicale, anticonformista ma non troppo, l’armadio privo di “scheletri”, un lessico diretto e verace, Giachetti a palazzo Chigi viene considerato il più competitivo in un futuro scontro con il candidato dalla lingua veloce e tagliente: quello del Cinque Stelle (ancora un mister x) ed eventualmente con la romanissima Giorgia Meloni, leader dei Fratellli d’Italia, ancora incerta se lanciarsi nella mischia capitolina.
Certo, la propensione di Renzi per Giachetti non è ancora una scelta definitiva.
E non tanto per la resistenza del diretto interessato. Agli amici, Giachetti lo ripete da settimane: «Io non vorrei proprio farlo il candidato sindaco. Ma se me lo chiedesse Renzi, come farei a dire di no?».
Per ora il premier-segretario si è preso tutto il tempo necessario: proponendo primarie il 20 marzo per tutte le città chiamate al voto, Renzi ha implicitamente confermato il ritardo e l’imbarazzo nella scelta in alcune importanti realtà .
E d’altra parte in un turno amministrativo che coinvolgerà le cinque città politicamente più importanti (Roma, Milano, Torino, Bologna, Napoli), la sfida della capitale sarà decisiva per valutare vincitori e vinti dell’intero test.
Ma dopo aver attivamente concorso alla caduta del sindaco in carica, Ignazio Marino, e dopo aver preso atto di sondaggi che danno il Pd in picchiata, Renzi cerca un candidato che lo copra con l’elettorato “indignato”, oltretutto in un contesto nel quale anche i candidati sindaci vengono scelti in base alla “tenuta” televisiva.
Tratti di profilo che hanno portato Renzi a valutare sempre più concretamente l’ipotesi Giachetti.
Cinquattaquattro anni, romano, figlio di un architetto, prima tessera radicale nel 1979, redattore di Radio radicale in Parlamento (faceva le interviste ai politici della Prima Repubblica), un legame politico mai tradito con le sue radici “pannelliane”, nel 1993 Giachetti entra in Campidoglio, dove diventa capo di gabinetto del sindaco Francesco Rutelli, un precedente che potrebbe pesare.
Deputato dal 2001, vice-presidente della Camera dal 2013, Giachetti è accreditato dai colleghi di tutti i partiti di un sesto senso nel comprendere dove stia “andando” l’aula, in questo aiutato da una serie di rapporti personali con alcuni capofila parlamentari, a cominciare dal pentasellato Luigi Di Maio.
E d’altra parte il convegno su Roma promosso dall’ex sindaco Francesco Rutelli (nel corso del quale sono intervenute diverse personalità con competenze e proposte sulla capitale), ha contribuito a sottolineare il vuoto progettuale e la scarsa apertura che sinora hanno connotato tutto il mondo renziano nella vicenda Roma.
Un dato a più riprese evidenziato nel convegno di Rutelli, (da David Sassoli e Ileana Argentin), nel corso del quale le parole più acuminate le ha pronunciate una personalità come il fondatore del Censis Giuseppe De Rita, che per Roma e per l’Italia ha messo in guardia dal pericolo crescente dell’«uomo solo al comando» e ha definito «pura demenza» l’ambizione di chi volesse fare il king maker del futuro sindaco di Roma.
Fabio Martini
(da “La Stampa”)
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Novembre 29th, 2015 Riccardo Fucile
VOCI SU UNA POSSIBILE RICANDIDATURA DEL SINDACO… “BALZANI NON E’ DETTO CHE EREDITI I VOTI DI PISAPIA”
«Avevamo una campagna elettorale già bella e pronta con Giuseppe Sala, grazie al
successo dell’Expo, e invece…».
Quando si lascia andare con i collaboratori più fidati Matteo Renzi trattiene a stento il fastidio per la situazione che si è venuta a creare a Milano, dove, secondo i suoi piani tutto doveva filare liscio come l’olio
Il premier, in un momento delicato come questo, vorrebbe riservare tutte le sue energie sul fronte della situazione internazionale e del terrorismo, ma le contingenze italiane glielo impediscono.
C’è Giuliano Pisapia che vuole vederlo insieme alla sua vice Francesca Balzani (e infatti l’incontro si dovrebbe tenere mercoledì).
E c’è Sala che, come ha riferito il premier ai collaboratori più fidati, «è pienamente in campo e intende annunciare la sua intenzione di candidarsi a dicembre, dopo la chiusura di tutte le pratiche dell’Expo». Renzi potrebbe vederlo martedì, prima di Pisapia.
Insomma, se sulle intenzioni di Sala non sembrano esserci più dubbi su quelle del sindaco di Milano invece c’è qualche perplessità .
A palazzo Chigi si interrogano sul motivo che lo spinge a puntare su Balzani: «Non è molto conosciuta nemmeno a Milano, ci vuole troppo tempo per preparare la sua candidatura e comunque non è affatto detto che tutti i voti di Pisapia alle elezioni convergerebbero su di lei».
Mentre Renzi è convinto che Sala riuscirebbe a strappare consensi anche tra i moderati che la volta scorsa non votarono per il primo cittadino del capoluogo lombardo.
Majorino si lancia
In questo senso è significativo il fatto che al Pd non si esclude che alla fine il Nuovo centrodestra potrebbe appoggiare il commissario straordinario dell’Expo.
Non partecipando alle primarie, ovviamente, perchè questo non sarebbe nella natura delle cose politiche.
I dubbi su Pisapia riguardano allora la determinazione con cui sta ostacolando il progetto di Sala. Non c’è stato più nessun pressing del Partito democratico nei confronti del sindaco di Milano per invitarlo a ripensarci e a candidarsi.
Renzi, dopo i suoi reiterati no, considerava la questione chiusa già a settembre: d’altra parte, perchè dubitare di quello che gli aveva detto Pisapia?
E che il sindaco gli aveva confermato nuovamente anche l’ ottobre scorso, quando si erano visti a palazzo Chigi, perchè il presidente del Consiglio voleva capire se aveva in animo di assumere un atteggiamento collaborativo.
Renzi aveva capito che così sarebbe stato. Ma i fatti degli ultimi tempi rivelano che le cose stanno diversamente.
Tant’è vero che c’è chi pensa che sotto sotto il sindaco abbia mutato parere e stia facendo un pensierino su una sua eventuale ricandidatura. Ricandidatura che, sia chiaro, il Pd, qualsiasi altro progetto abbia studiato nel frattempo, non potrebbe che accogliere positivamente.
Del resto, Renzi lo ha sempre detto: «Per noi Pisapia andrebbe benissimo». A metà settimana, dopo l’incontro, il premier capirà quali sono le reali intenzioni del sindaco di Milano e deciderà il da farsi, onde evitare che la telenovela milanese si trascini troppo a lungo, nuocendo all’immagine del Partito democratico.
Dopodichè saranno primarie, anche per Giuseppe Sala, perchè questo è un passaggio che ormai è diventato obbligatorio.
Primarie precedute da patti chiari, perchè Renzi ci tiene: «Ci devono essere serietà e lealtà da parte di tutti. Chi perde sostiene chi vince e non fa scherzetti come quello di candidarsi comunque alle elezioni».
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 29th, 2015 Riccardo Fucile
“QUANDO ABBADO LO HA VISTO SI E’ MESSO A PIANGERE”
Per spiegare meglio la sua arte Naibeth, musicista venezuelana, si alza in piedi e comincia a muovere le mani in una danza che segue le note con due guantini bianchi. È la musica del gesto, terzo modo per interpretare le note, dopo voce e strumenti, con un linguaggio del corpo che spande nell’aria una diversa emotività e aggiunge alle note una nuova dimensione espressiva.
Tanto più che il sistema inventato e messo a punto da Naibeth e da suo marito Johnny Gomez, è stato pensato per permettere di esprimersi nella lingua della musica anche a chi, per gli scherzi del destino, non dovrebbe riuscirci: i diversamente abili, i ragazzi non udenti, autistici, quelli chiusi in muri di mutismo o affetti da sindrome di Down. E sotto la loro guida sono nati, in tutto il Venezuela, i cori Manos Blancas.
«L’anima non conosce disabilità , non è sorda, cieca, non sta in sedia a rotelle» dicono all’unisono Naibeth e Johnny, che si sono conosciuti studiando musica.
Così il loro metodo punta proprio a far esprimere tutti con la musica, anche quelli che la società altrimenti lascerebbe fuori: «Noi non dobbiamo correggere, dobbiamo farli felici».
E fieramente raccontano che un paio di guanti bianchi sono esposti, fra lo spartito della Quinta sinfonia e il cappello di Ludwig van Beethoven, nel museo di Bonn dedicato al musicista «diversamente abile» più geniale di tutti, che dopo i trent’anni iniziò a non sentire più.
E Michael Ladenburger, il presidente di Casa Beethoven, ha detto a Johnny che se Beethoven fosse vivo oggi comporrebbe musica per loro, i Manos Blancas.
In questi giorni Naibeth e Johnny sono in Italia, a San Vito al Tagliamento, per salutare gli amici del primo coro Manos Blancas italiano, nato sei anni fa sul modello di quelli che hanno formato nel loro Paese e che fanno parte di El Sistema, famosi cori e orchestre per ragazzi di strada di Antonio Abreu, da cui è uscito un talento come Gustavo Dudamel.
Galeotto fu per l’Italia il maestro Claudio Abbado che nell’amato Venezuela aveva scoperto questi cori e ne era rimasto incantato: «Gli ho visto scendere le lacrime mentre i ragazzi interpretavano» racconta Johnny. Abbado ne parlò con la sua amica Giannola Nonino, imprenditrice della grappa e anima di molte iniziative cultural-sociali, che subito decise di premiare il coro con il Premio Nonino, che da 40 anni scova talenti e specialità nel mondo.
Ma se da una parte non era facile far muovere un coro intero dal Venezuela, dall’altra era quasi impossibile premiare una cosa così speciale senza farla vedere e sentire.
E allora Giannola decise di creare, lì per lì, uno di questi cori in Italia.
Con la sua scia di inestinguibile entusiasmo, e il sostegno dell’azienda, convinse Johnny e Naibeth a venire a insegnare, per due settimane, a un gruppo di docenti de La Nostra Famiglia di San Vito al Tagliamento, che fa attività formativa per i disabili. Oggi Paola Garofalo è la direttrice del coro e Rosanna Danelon e Claudia Bortolussi le coordinatrici: un team di pioniere che adesso sono chiamate in giro per l’Italia a formare nuovi cori.
Perchè gli effetti educativi, su ragazzi e famiglie, sono dirompenti.
«A me e a mia figlia ha cambiato la vita, mi ha aiutato a conoscerla» racconta Patrick, insegnante, papà ghanese di Daniela, 14 anni, non udente dalla nascita.
«Il coro per la nostra famiglia è stato un padre e una madre di sostegno». Enrico, invece, ha cominciato a uscire da un mutismo elettivo; Simone, iperattivo, ora sparisce nella disciplina del coro; mentre Fabio, una severa tetraparesi spastica, toglie i guanti da solo: sembra poco?
Casi individuali, forse con scarso valore statistico ma segno che a volte un piccolo slittamento di prospettiva – non più soli, ma insieme – può cambiare tutto.
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 29th, 2015 Riccardo Fucile
OBIETTIVO DEL FANATICO UN CENTRO PARASTATALE DI CONTRACCEZIONE: UN AGENTE MORTO E CINQUE FERITI
Il terrore è iniziato venerdì — nella sera italiana — nel mezzo di una normale mattinata alla
periferia della città del Colorado accanto ad un centro commerciale costruito da poco ancora circondato alla campagna
Un supermercato nel consueto stile prefabbricato, una manciata di fast food e, a un paio di centinaia di metri, una banca e un anonimo complesso di uffici, adibiti perlopiù a studi medici.
Fra questi c’è anche la filiale locale di Planned Parenthood il consorzio parastatale che amministra centinaia di cliniche che offrono servizi di prevenzione, contraccezione e ginecologia, compresi aborti.
Era questo l’obiettivo di Robert Lewis Dear, l’uomo di cinquantasette anni che pesantemente armato, attorno alle 10:30 locali è entrato nel consultorio.
Numerosi colpi di arma da fuoco hanno gettato il panico fra gli avventori che inizialmente hanno pensato ad una rapina nella vicina Chase Bank. I primi agenti di polizia giunti sul luogo sono stati presi a fucilate da Dear ed è iniziato un assedio che sarebbe durato più di cinque ore.
Sul luogo sono arrivate dozzine di ambulanze, decine di volanti e reparti tattici della polizia mentre gli agenti evacuavano uffici e negozi.
Alla fine le forze dell’ordine sono riuscite ad arrestare l’attentatore ma non prima che questi uccidesse tre persone di cui un poliziotto e ne ferisse altri nove (di cui cinque agenti).
Una giornata di terrore che si è abbattuta su una anonima periferia americana nel weekend di Thanksgiving, nel Black Friday di saldi che segue la festa nazionale del ringraziamento, e in cui la gente si riversa negli shopping center a fare acquisti. Questa si trova nella cittadina del Colorado centrale, alle pendici delle montagne rocciose, nota soprattutto per l’accademia aeronautica ed il centro agonistico del comitato olimpico.
Un posto “tranquillo” e conservatore fatto di villette a schiera tipiche della suburbia americana e rinomata anche per la grande quantità di chiese e parrocchie evangeliche, come la New Life Church, una cosiddetta “megachurch” che può ospitare nell’apposito tendone fino a 8000 fedeli per le prediche di matrice teocon.
La chiesa è stata fondata dal predicatore integralista Ted Haggard coinvolto in seguito in una scandalo a base di prostituzione omosessuale e metanfetamine.
Nel 2007 proprio la New Life era stata al centro di una altra sparatoria in cui un seminarista psicolabile aveva ucciso due fedeli.
Su questo sfondo si inserisce l’ultimo fatto di sangue indirizzato contro uno degli obbiettivi tradizionali dell’estremismo integralista.
Planned Parenthood è regolarmente oggetto di retorica antiabortista di destra. Come molte altre cliniche che offrono aborti l’organizzazione è stata oggetto di frequenti violenze, minacce e intimidazioni.
Negli Usa, dove l’aborto è legale e costituzionalmente garantito, il terrore antiabortista ha lasciato una lunga scia di sangue che attraversa almeno due decenni.
Come parte della campagna terrorista i medici John Britton e David Gunn furono “giustiziati” in Florida negli anni novanta da seguaci di Operation Rescue, la formazione oltranzista fondata da Randall Terry che continua ad operare dalla sua centrale in Kansas.
Nel 1998 un altro medico, Barnett Slepian è stato freddato nella sua casa da un cecchino e ancora nel 2009 il dottor George Tiller è stato ucciso in Kansas.
Altre vittime comprendono volontari, infermieri e guardie giurate come Robert Sanderson ammazzato in una clinica dell’Alabama nel 1998 da Eric Robert Rudolph, responsabile anche dell’attentato alle olimpiadi di Atlanta nel 1996.
Una campagna di terrore alimentata da una costante retorica politica.
Quest’anno una organizzazione antiabortista militante, la CMP (center for medical progress) ha prodotto una serie di video a telecamera nascosta in cui dirigenti di Planned Parenthood sembravano trattare la vendita di tessuti fetali a laboratori di ricerca.
Una inchiesta di un apposita commissione parlamentare ha in seguito stabilito che i filmati erano tendenziosi e che non si riscontravano infrazioni da parte del consorzio medico.
La polemica è tuttavia stata ingigantita dalla campagna elettorale in cui la maggior parte dei candidati repubblicani si sono schierati per la chiusura di Planned Parenthhood.
Ora mentre Bush, Trump, Huckabee, Fiorina e gli altri sono impegnati ad aizzare la psicosi nazionale contro i potenziali terroristi annidati fra i rifugiati siriani, Colorado Springs rammenta il pericolo concreto posto dal terrorismo di matrice cristiana.
(da agenzie)
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Novembre 29th, 2015 Riccardo Fucile
IL SIMBOLO DELLA CITTA’ ILLUMINATO IN MODO PERMANENTE CON SPECIALI FASCI DI LUCE
Lo skyline di Bologna cambia definitivamente: le Due Torri sono ufficialmente (e finalmente) illuminate in maniera permanente e saranno visibili da tutti gli angoli della città , a 360 gradi, grazie a speciali fasci di luce.
L’accensione è andata in scena in una via Rizzoli stracolma di curiosi, che hanno reso l’evento ancora più spettacolare. Erano presenti il sindaco Virginio Merola, il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti (continua il siparietto tra i due).
LA DONAZIONE
L’Ascom di Bologna ha finanziato il progetto di illuminazione con 135.000 euro e celebra così il suo compleanno (70 anni) approfittandone per lanciare eventi e iniziative che andranno avanti per un anno intero.
Nel presentare l’iniziativa, infatti, il presidente e il direttore di Ascom, Enrico Postacchini e Giancarlo Tonelli, hanno annunciato e anticipato alcune iniziative per il 2016, come per esempio, premi alle imprese associate che hanno compiuto 70 anni e a quelle, giovani o meno giovani, che hanno saputo innovare.
LA FESTA
Per tutta la sera in Strada Maggiore una festa di strada, in pieno centro. L’Ascom ha voluto fare anche questo regalo a turisti e bolognesi: la visita a palazzi, musei e chiese aperti eccezionalmente lungo la via. Aperti, oltre alla Torre degli Asinelli, la chiesa dei santi Bartolomeo e Gaetano, la sede di Ascom (Palazzo Segni Masetti), palazzo Sampieri Talon, il Museo della musica, la basilica di Santa Maria dei Servi, il Museo Davia Bargellini e anche la sede dei carabinieri di piazzetta dei Servi.
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 29th, 2015 Riccardo Fucile
LA TAPPA A RISCHIO ATTENTATO NON FERMA QUESTO GRANDE TESTIMONE DI FEDE E CORAGGIO: “CHI HA I MEZZI PER UNA VITA DIGNITOSA, INVECE CHE PENSARE AI PRIVILEGI, AIUTI I PIU’ POVERI”
Il “Giubileo delle periferie” di Papa Francesco inizia in Africa e non a Roma. 
La prima porta santa a essere aperta personalmente da Bergoglio è, infatti, quella della cattedrale di Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, ultima tappa, dopo il Kenya e l’Uganda, del primo viaggio del Papa nel continente nero.
“Vengo come pellegrino di pace e mi presento come apostolo di speranza”, ha subito detto Francesco al suo arrivo a Bangui in un Paese che esce da una lunga e sanguinosa guerra civile e dove l’allarme attentati è altissimo.
Ma il Papa non ha voluto rinunciare alla papamobile scoperta.
È la prima volta in assoluto nella storia della Chiesa cattolica che un Giubileo viene aperto fuori Roma.
Un segno che Bergoglio ha voluto per “manifestare la vicinanza orante di tutta la Chiesa a questa nazione così afflitta e tormentata ed esortare tutti i centroafricani a essere sempre più testimoni di misericordia e di riconciliazione”.
Nel suo discorso al presidente dello Stato di transizione della Repubblica Centrafricana il Papa ha sottolineato “l’importanza cruciale del comportamento e dell’amministrazione delle Autorità pubbliche.
Queste dovrebbero essere le prime a incarnare con coerenza nella loro vita i valori dell’unità , della dignità e del lavoro, per essere modelli per i loro connazionali”.
Bergoglio ha chiesto di evitare “la tentazione della paura dell’altro, di ciò che non ci è familiare, di ciò che non appartiene al nostro gruppo etnico, alle nostre scelte politiche o alla nostra confessione religiosa”.
Ma il Papa ha sottolineato anche che “chi ha i mezzi per condurre una vita dignitosa, invece di essere preoccupato per i privilegi, deve cercare di aiutare i più poveri ad accedere anch’essi a condizioni di vita rispettose della dignità umana, in particolare attraverso lo sviluppo del loro potenziale umano, culturale, economico e sociale. Pertanto, l’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria, la lotta contro la malnutrizione e la lotta per garantire a tutti un’abitazione decente dovrebbe essere al primo posto di uno sviluppo attento alla dignità umana. In ultima analisi, la dignità dell’essere umano è di impegnarsi per la dignità dei suoi simili”.
Francesco, che ha voluto subito visitare un campo profughi, ha rivolto un appello alla comunità internazionale “a proseguire sempre più sulla strada della solidarietà , auspicando che la loro opera, unita all’azione delle Autorità centrafricane, aiuti il Paese a progredire soprattutto nella riconciliazione, nel disarmo, nel consolidamento della pace, nell’assistenza sanitaria e nella cultura di una sana amministrazione a tutti i livelli”.
“Possa il popolo centrafricano, come anche i suoi dirigenti e tutti i suoi partner, apprezzare il vero valore di questi benefici, lavorando incessantemente per l’unità , la dignità umana e la pace fondata sulla giustizia”.
(da agenzie)
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