Settembre 14th, 2016 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA E’ SCATTATA DOPO LA DIFFUSIONE DEL FILMATO SU WHATSAPP.. LA MINORENNE ERA UBRIACA E NON IN GRADO DI REAGIRE…E’ QUESTA LA NOSTRA CIVILTA’ SUPERIORE?
Lei è completamente ubriaca, incapace di reagire. Viene trascinata nel bagno della discoteca da un uomo che la violenta. E le amiche, invece di intervenire, si arrampicano sulla porta del bagno e filmano tutto ridendo di quel che sta accadendo.
Il video verrà poi postato su WhatsApp.
È successo a Rimini un sabato sera come tanti e ora c’è un’indagine aperta dalla Procura.
La vittima è minorenne, ha 17 anni. Si trovava nel locale e ha cominciato a bere.
Non si sa se di sua iniziativa o spinta a farlo.
Ma in fondo poco importa perchè quando lei è quasi completamente incosciente, viene prelevata e portata di peso in un bagno da un ragazzo conosciuto quella sera stessa.
E qui viene violentata (dal video, secondo quanto riportato dai giornali locali dopo aver sentito gli investigatori che si occupano del caso, pare che la ragazza non sia in grado di reagire in alcun modo).
A far scattare la denuncia è stata la diffusione del video.
È solo a quel punto che la minorenne si rivolge alla madre, che si reca subito ai carabinieri. La ragazza è stata sentita, ma ha potuto raccontare poco.
I suoi ricordi di quella sera sono molto confusi. Ora verranno sentite anche le amiche che erano con lei.
Mentre non è ancora chiaro se il ragazzo violentatore sia stato identificato.
Raphaà«l Zanotti
(da “La Stampa“)
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Settembre 14th, 2016 Riccardo Fucile
DUE DENUNCIATI: “INCUTIAMO PAURA, E’ UN PASSATEMPO”
L’ultima svolta dei baby camorristi è quella del puro sadismo per combattere la noia. Sparando
all’impazzata, nella cosiddetta «stesa», non per punire o intimorire gli esponenti di un clan rivale, ma per il gusto di leggere il terrore negli occhi di chi rischia di diventare bersaglio.
Con un’indifferenza agghiacciante quasi più della violenza stessa, i due giovani, di 18 e 20 anni, denunciati dai carabinieri per la stesa di sabato notte a Marigliano, provincia napoletana terra del clan Filippini-Lucenti, hanno ammesso di aver sparato, per fortuna con una pistola a salve, «perchè ci piace vedere la paura in faccia alle persone»
La noia come motore principale di due scorribande, a bordo di uno scooter.
«Non sapevamo cosa fare, e allora abbiamo pensato di divertirci così, spaventando la gente» è la terrificante giustificazione.
Dalla febbre del sabato sera, alla «paranza» del sabato sera. Se un tempo ci divertiva andando in discoteca, ora si preferisce terrorizzare il prossimo e imporre la propria autorità emulando i divi della fiction Gomorra. Entrambi i denunciati sono di San Vitaliano e appartengono famiglia camorriste
Il maggiore, Remo Filippini, è il figlio di un esponente di spicco del clan Filippini-Lucenti, mentre il diciottenne, Luigi Palermo, è il nipote di un altro affiliato dello stesso clan.
Remo Filippini era già noto alle forze dell’ordine per reati contro il patrimonio, mentre il diciottenne era in permesso dalla comunità , dove si trova per una rapina commessa da minorenne.
Almeno quattro i colpi esplosi, prima tra i clienti di alcuni bar e poi vicino le case popolari nei pressi del complesso del rione Pontecitra.
Sul posto i carabinieri, agli ordini del comandante provinciale di Napoli Ubaldo Del Monaco, hanno trovato e sequestrato alcuni bossoli di una semiautomatica a salve. L’arma è stata sequestrata: si tratta di una pistola modificata con alcune cartucce nel caricatore.
È stata recuperata in un nascondiglio nel retro di un’abitazione.
La stesa di Marigliano segue di pochi giorni quella nel centro storico del capoluogo campano, ai quartieri spagnoli. Ma in quel caso un proiettile si è conficcato nel soffitto dell’abitazione del figlio di Giuseppe Salvia, vicedirettore del carcere di Poggioreale ucciso dalla camorra cutoliana negli Anni 80 all’imbocco della Tangenziale
L’episodio di sabato notte, invece, più che un’intimidazione per vendetta o per imporre il proprio potere, racconta che la pistola è diventata uno strumento per combattere la noia.
Più in generale, tuttavia, la stesa avviene sempre all’ombra della fascinazione criminale per la vita dei boss.
Lo rivelano anche i social media. Su Facebook decine di gruppi raccontano la quotidianità violenta dei baby-gangster. Si chiamano «O’sistema», «Pane e malavita», «Detenuti noi siamo qua».
E non pensiate si tratti di un fenomeno marginale: la pagina «Noi carcerati» conta oltre 70 mila fan. Spopolano le citazioni delle serie tv «Gomorra», «Narcos» e «Romanzo Criminale»
La sudditanza psicologica adolescenziale per la vita dei boss viaggia in rete.
I ragazzini dal grilletto facile condividono i video delle «stese» nei gruppi di WhatsApp. Postano selfie su Instagram dove appaiono con facce seriose e pistole in mano. Tatuaggi, barbe lunghe e canzoni neomelodiche.
Gli ex bambini delle paranze nelle foto non ridono mai. Gli slogan sono un elogio alla malavita, non c’è traccia d’ironia: «Meglio un amico camorrista che carabiniere», «la camorra è rispetto e onore», «chi galera non prova, libertà non apprezza», «nessuna pietà per gli infami», «noi pregiudicati viviamo da leoni e moriremo da leoni», «meglio schedati che servi dello Stato».
Molti giovani camorristi portano lunghe barbe «alla talebana»: sono i cosiddetti «barbudos», e il gup del Tribunale di Napoli Nicola Quatrano li paragona ai «militanti del jihad perchè entrambi sono ossessionati dalla morte, forse la amano, probabilmente la cercano, quasi fosse l’unica chance per dare un senso alla propria vita e per vivere in eterno».
Grazia Longo
(da “La Stampa“)
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Settembre 13th, 2016 Riccardo Fucile
IN REALTA’ IL NUOVO INCARICO AL PERSONALE AFFIDATOGLI DALLA RAGGI SCADE A OTTOBRE E I VERTICI M5S TEMONO CHE LA SINDACO LO RIPESCHI
L’incarico affidato a Raffaele Marra è già in scadenza: come riporta l’agenzia AdnKronos, la delibera datata 7 settembre prevede infatti che Raffaele Marra, ex vice capo di gabinetto e ‘fedelissimo’ della sindaca Virginia Raggi, sarà a capo del personale ma a tempo ristretto: il 31 ottobre scade infatti il mandato.
E sul dopo regna l’incertezza.
Di fatto davanti a sè il neo capo del personale ha un incarico di un mese e mezzo appena, tempi che preoccupano molti 5 Stelle tra Montecitorio e Palazzo Madama. Dove i contatti con il Campidoglio sono praticamente inesistenti, resettati dopo la crisi col mini-direttorio, le dimissioni decise da Taverna e gli altri, e il braccio di ferro tra la sindaca e i 5 big del direttorio, che alla fine hanno deciso di lasciare Raggi sola con le sue responsabilità .
A chiedere il passo indietro di Marra, che al principio Raggi avrebbe voluto a capo del gabinetto, lo stesso Beppe Grillo.
La delibera di 2 pagine, in possesso dell’Adnkronos, riconosce a Marra i “requisiti specifici che evidenziano la concreta idoneità ad esercitare le funzioni connesse all’incarico” di capo del personale. E questo “in considerazione delle precedenti esperienze professionali”.
La decisione di spostarlo, nella delibera, viene motivata con l'”esigenza di garantire una adeguata copertura della direzione del dipartimento organizzazione e risorse umane, tenuto conto della rilevanza e natura delle responsabilità facenti capo alla citata struttura”.
Che, spiegano dal Campidoglio, tratta un settore davvero delicato, che certo “non ha bisogno di un dirigente per un mese”, generando i dubbi dei parlamentari 5 Stelle.
In realtà , a breve si dovrà rimodulare gran parte della macrostruttura del Campidoglio. La decisione di dare mandato a Marra per appena due mesi potrebbe essere legata semplicemente a questo.
“Ma il dubbio – dice una parlamentare di prima linea nel Movimento, riporta sempre l’Adnkronos – è che uscito dalla porta, Marra possa rientrare dalla finestra. Di fatto per lui si riaprono i giochi”.
Non è mistero, poi, che il direttorio avrebbe voluto in generale un ruolo più defilato, secondario, per l’ex vice capo di gabinetto: non manca infatti chi ha storto il naso di fronte al nuovo incarico.
Di fatto, però, Marra è inquadrato come dirigente apicale, ‘declassarlo’ potrebbe dar vita a rogne giuridiche di non poco conto.
Ma la diffidenza ormai è totale, in barba al gioco di squadra tra parlamentari M5S e Campidoglio che avrebbe dovuto contraddistinguere l’amministrazione capitolina.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 13th, 2016 Riccardo Fucile
LA LEGIONE (EX) FORZISTA PRO-RIFORMA: “COERENTI CON LA RIVOLUZIONE LIBERALE PROMESSA DA BERLUSCONI”
Marcello Pera e Giuliano Urbani, berlusconiani (ormai ravveduti) della prima ora, sono solo gli ultimi.
Ma la lista di chi a destra ha sposato con convinzione le ragioni del Sì al referendum costituzionale d’autunno si fa ormai sempre più lunga.
E i nomi sempre più sorprendenti. Così, se a sinistra temono il big bang sotto il tetto di un Pd alquanto spaccato, nel centrodestra di impronta forzista è in atto uno smottamento senza precedenti in favore della riforma targata Renzi.
Conseguenza, forse anche questa, della crisi e del tramonto stesso del berlusconismo. Non è una adesione alle ragioni del governo, premettono tutti.
Ma a novembre, quando si voterà , prenderanno le distanze dall’ordine di scuderia di Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia.
Hanno atteso per un ventennio la “rivoluzione liberale” di Silvio Berlusconi, adesso l’ex presidente del Senato Pera e l’ex ministro della Cultura (e tessera numero due di Fi) Urbani hanno deciso di sostenere il superamento del bicameralismo e la riduzione del numero dei parlamentari.
“Coerenti con quella rivoluzione” dicono i due che hanno lanciato il loro comitato per il Sì in una iniziativa pubblica nel centro di Roma (era assente Urbani per un malore sopraggiunto in mattinata).
Occorre voltare pagina, come ha sottolineato Pera, tornato a esporsi dopo anni di volontario letargo.
E devono farlo soprattutto gli elettori liberali e di Forza Italia, che hanno “una ragione in più per votare Sì: se dovesse vincere il No, il secondo dopo quello del 2006, la Costituzione diverrebbe immodificabile. Al contrario, sin dal 1994 Forza Italia ha sempre tenuto alta la bandiera della modifica della Costituzione e solo se passerà il Sì questo percorso potrà continuare”.
Anche Marco Taradash, radicale, berlusconiano negli anni, ora al fianco dei professori con il “Comitato liberali per il Sì”.
Non solo per la vecchia passione pannelliana per lo strumento referendario: “‘Il motivo per votare Sì è la validita’ di una riforma che rappresenta l’occasione per adeguare ai tempi e al sistema bipolare la nostra costituzione”.
Di Sandro Bondi, ex coordinatore di Forza Italia, e della consorte Manuela Repetti si conosce il traumatico addio alla corte di Arcore, il passaggio in vari altri gruppi parlamentari, ora l’adesione convinta al Sì, dopo aver votato del resto la riforma in tutti i passaggi d’aula.
“Sottoscrivo integralmente le dichiarazioni del presidente emerito della Repubblica Napolitano, il Sì al referendum è un’occasione irripetibile per realizzare quelle riforme attede da decenni e mai tradotte in fatti” spiega la senatrice a nome di entrambi.
E poi c’è chi sulla spinta della riforma e in coerenza col Patto del Nazareno che fu ha proprio rotto con Forza Italia.
E’ il caso di Denis Verdini, il più berlusconiano tra i berlusconiani di un tempo, altro ex coordinatore forzista che sulla scia di quella frattura ha costruito nuovo partito e gruppi parlamentari: Ala.
Lo strappo di Angelino Alfano è ancora precedente, ma il leader Ncd – ultimo coordinatore di Fi – con Renzi governa dal 2013 e con lui ha approvato leggi e riforme. Fabrizio Cicchitto, altro Ncd, è tra i più convinti sponsor del testo Boschi.
Peppino Calderisi, ormai ex parlamentare forzista, ha proprio raccolto le firme, le ha depositate in Cassazione a luglio e animato il comitato “Basta un sì”.
C’è poi tutta un’area culturale di centrodestra che considera la riforma Renzi-Boschi quanto meno il male minore rispetto allo status quo.
Nell’ultimo editoriale sul Foglio, Giuliano Ferrara se la prende con D’Alema e il suo “risentimento politico” contro il “boy scout in chief” Renzi.
“Hai provato a fare la riforma con Berlusconi – scrive attaccando il leader Maximo – non ci sei riuscito in Bicamerale, sempre per eccesso di sicurezza in te stesso, e adesso vuoi disfare quella che c’è, e che non ha alternative”.
Critica il testo ma lo voterà pure il direttore di Libero Vittorio Feltri, che per questa storia ha litigato in malo modo con il pasdaran del No Renato Brunetta, dandogli del “fallito” (e incassando un “sei una macchietta”).
La motivazione: “Il premier poteva fare di meglio, ma bisogna accontentarsi. E’ preferibile il suo poco al nulla di Brunetta e dei suoi amiconi. Perchè il bicameralismo perfetto è una schifezza indifendibile. Per non parlare del titolo V che conferisce alle regioni poteri tali da renderle associazioni per delinquere. Restituire allo Stato il compito di decidere anche a livello locale è cosa buona e giusta. Ecco perchè voto sì”. Dietro c’è tutta la polemica a destra sulle ragioni che avrebbero portato gli editori Angelucci a reclutare proprio lui (pro Sì) rimuovendo l’ex direttore Maurizio Belpietro, ma questa è un’altra storia.
(da “la Repubblica”)
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Settembre 13th, 2016 Riccardo Fucile
CONCESSI GLI ARRESTI DOMICILIARI APPENA SI TROVA UN BRACCIALETTO ELETTRONICO…. E IL “CIVILE POPOLO DI FERMO” NON PORTA NEANCHE UN FIORE SULLA TOMBA DI EMMANUEL
Gli hanno disegnato i fiori sulla lapide, in un angolo del cimitero, perchè tanto sanno che nessuno andrà a trovarlo.
Chinery, sua moglie, che pianse cantando tanto da far commuovere l’Italia, è stata trasferita in un’altra città , in un’altra regione, perchè «ero rimasta sola», dice, e poi perchè visto quello che stava accadendo tutto attorno era meglio così.
Di Emmanuel Chidi Nnamdi, il giovane nigeriano ammazzato con un pugno il 6 luglio scorso a Fermo perchè aveva osato reagire a un insulto razzista alla compagna ( «scimmia africana») non si ricorda già più nessuno.
«Siamo rimasti soli» racconta don Vinicio, il padre della comunità di Capodarco che li accoglieva. Soli perchè la città , o comunque gran parte di essa, ha deciso da che parte stare: con Amedeo Mancini, l’ultras che ha ammazzato Emmanuel
La curva ha cantato prima della partita, domenica scorsa, ricordandolo come «vittima», anzi come «eroe».
Sui social ci sono tre gruppi e centinaia di messaggi di vicinanza a Mancini.
Amedeo Mancini da poche ore potrebbe tornare a casa. Il gip del tribunale di Fermo ha infatti disposto per lui gli arresti domiciliari condizionati però all’uso del braccialetto elettronico.
«Non c’è stata quindi un’attenuazione della misura» tiene a specificare la Procura. La precisazione non è di forma ma di sostanza.
Perchè, spente le luci, attorno al caso di Fermo si è gonfiata una bolla. La moglie di Emmanuel aveva raccontato del pestaggio subito da suo marito, dopo aver ricevuto l’insulto. C’era stato l’insulto razzista, dicevano i magistrati, Emmanuel aveva reagito prendendo un segnale stradale e colpendo Mancini per poi andare via.
L’ultras si era rialzato e aveva colpito con un pugno il profugo nigeriano, per poi infierire quando era a terra.
Dai primi risultati dell’autopsia, è emerso che oltre alla mandibola fratturata Emmanuel ha avuto un ginocchio rotto.
L’accusa, in ogni caso, è di omicidio preterintenzionale con l’aggravante razziale. Un’impostazione che ha retto davanti al gip e al tribunale del Riesame che, infatti, hanno lasciato in carcere Mancini.
Vincolando ora i domiciliari al braccialetto elettronico: fin quando non sarà disponibile, Mancini dovrà restare in carcere.
«Siamo alla tutela della tribù» dice don Vinicio che qualche giorno fa ha incontrato Mancini in carcere. «Sono finito sotto accusa per aver raccontato la verità : che Emmanuel è morto in Italia, dove cercava di essere felice, dopo aver visto l’orrore. È sopravvissuto all’orrore ma non a noi. E ora tutti si sono dimenticati di lui. Purtroppo avviene così: molta misericordia per i propri e severità per gli esterni».
Per la morte di Emmanuel arrivarono le istituzioni, e centinaia di messaggi da tutta Italia, pieni di sdegno e promesse.
Due mesi dopo Chinery è andata via. Ed Emmanuel, il cui corpo doveva rientrare in Nigeria, così come volevano i suoi cari, è ancora qui.
Bloccato per motivi burocratici. Dietro una lapide con i fiori dipinti, perchè nessuno, fuori dalla comunità di Capodarco, vuole portargli quelli veri.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 13th, 2016 Riccardo Fucile
IO, IN QUELL’INFERNO DOVE LO STATO NON VUOLE ENTRARE
È un modello di immigrazione tutto italiano. Inutile cercarlo nei protocolli o nelle leggi. Bisogna venire
qui, a Borgo Mezzanone, pochi minuti da Foggia, dentro il Centro d’accoglienza per richiedenti asilo, il terzo Cara più grande d’Italia.
Come si entra? Non è difficile.
Lo fanno tutte le notti i gangster della mafia nigeriana, accorsi da Napoli alla ricerca di ragazzine africane da far prostituire.
Lo fanno i caporali all’alba quando devono mettere insieme centinaia di schiavi per il calendario dell’agricoltura pugliese.
L’ho fatto anch’io, per un’intera settimana da infiltrato. Sette giorni all’inferno: come finto profugo, per un reportage pubblicato sull’ultimo numero de l’Espresso
Ospite del Ghetto di Stato senza che lo Stato se ne accorgesse. Ho mangiato, ho dormito, mi sono servito.
Mi hanno anche interrogato: non la polizia, ma gli sgherri dei boss nigeriani. Sono loro a controllare cosa accade.
La polizia non si è mai vista. Gli agenti, pagati con le dovute indennità di missione, non si muovono dall’ingresso.
Nemmeno i soldati dell’esercito si spostano dal cancello. In sette giorni, mai un giro di ispezione.
Così, dai quattro buchi nella recinzione aperti sotto le telecamere e i fari sempre accesi, può entrare e uscire chiunque. Perfino intere mute di cani randagi vivono e ringhiano nel Cara di Foggia
Qualcuno dirà che dobbiamo pensare prima agli italiani, ai disoccupati, agli sfollati dei tanti terremoti. Ed è proprio quello che abbiamo fatto.
Nei sette giorni da infiltrato e nei tanti altri passati con il fotografo Carlos Folgoso, abbiamo scoperto come il ministero dell’Interno e la prefettura spendono i nostri soldi: paghiamo ventidue euro al giorno a persona, cioè 22mila euro ogni 24 ore, considerando il migliaio di ospiti, per tenere i richiedenti asilo ammassati nelle camerate come stracci su tranci di gommapiuma.
Molti di loro cucinano per terra, su serpentine pericolosamente attaccate alla presa elettrica. E ai mille profughi, vanno aggiunti almeno cinquecento abusivi.
Se scoppia un incendio, è una strage.
Lo stesso periodo, subito dopo la richiesta d’asilo, in Germania è dedicato ai corsi obbligatori di tedesco. Chi non frequenta è respinto.
I profughi che arrivano a Foggia dopo mesi di sfruttamento nelle campagne sanno al massimo dire cumpà . E quando li trasferiscono altrove, sono impreparati a tutto. Come al loro primo giorno dopo lo sbarco.
I bilanci della cooperativa cattolica Senis Hospes, la società che gestisce il Cara, invece galoppano: fatturato in aumento del 400% in due anni, dipendenti passati da 109 a 518.
Il presidente è un manager cresciuto sotto l’ombrello di Comunione e Liberazione. Ma ha ricevuto l’appalto dal consorzio Sisifo di Palermo, una sigla rossa della Lega Coop. Dovremmo almeno smetterla con la retorica.
E confessare che il modello serve sì a creare integrazione e lavoro. Ma per i disoccupati italiani.
Fabrizio Gatti
(da “La Repubblica”)
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Settembre 13th, 2016 Riccardo Fucile
“TORNA A STUDIARE” L’INVITO CHE GLI RIVOLGONO SUI SOCIAL
Un’altra gaffe per Luigi Di Maio.
Non è un periodo fortunato per il vicepresidente della Camera: dopo non aver “capito” la mail che Paola Taverna gli aveva inviato per informarlo dell’indagine a carico dell’assessore all’Ambiente di Roma Paola Muraro, Di Maio è inciampato di nuovo, questa volta sui social network.
In un lungo post su facebook, nel quale attaccava il presidente del Consiglio Matteo Renzi paragonandolo a Pinochet, ha commesso un errore “geografico”:
“Il referendum di ottobre, novembre o dicembre (ci faccia sapere la data, quando gli farà comodo) lui stesso lo sta facendo diventare un voto sul suo personaggio che ha occupato con arroganza la cosa pubblica, come ai tempi di Pinochet in Venezuela. E sappiamo come è finita”.
Il vicepresidente della Camera ha quindi confuso il Venezuela con il Cile: una svista che è stata successivamente corretta ma che non è sfuggita ai tanti commentatori su Facebook: “Se parla di Pinochet in Venezuela, capisco perchè non ha capito le mail…..”, scrive Marco.
“Quale scusa userai per aver confuso il Cile con il Venezuela? Eri assente quando c’era lezione? Non ti era arrivata la mail con gli orari di scuola?”, prosegue Giulio.
E ancora: commenta Stefano: “Che figura! Non ne azzecchi una che sia una. Pure sul Venezuela te sei fatto beccà “.
Oppure: “Venezuela eh! Beh chi non sa leggere una mail figuriamoci i libri di storia e geografia! Gigi, scusa, ma chi ti scrive i testi?”.
Infine, Federico invita Di Maio a riaprire i libri: “Parli di Pinochet e nemmeno sai che era in Cile e non in Venezuela. Torna a studiare, dai retta a me”.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 13th, 2016 Riccardo Fucile
A CRITICARE SONO I FREQUENTATORI ABITUALI DI AMBASCIATE E GLI AMICI DI PUTIN… DI MAIO NE COMBINA UN’ALTRA: SCAMBIA IL CILE PER IL VENEZUELA
Il No al referendum sulla riforma costituzionale “sarebbe un passo indietro per gli investimenti
stranieri in Italia”.
Lo dice l’ambasciatore Usa in Italia, John Phillips, intervenendo ad un incontro sulle relazioni transatlantiche organizzato a Roma all’istituto di studi americani.
E aggiunge: “Il referendum è una decisione italiana” ma il Paese “deve garantire stabilità politica. Sessantatrè governi in 63 anni non danno garanzia”.
Il voto sulle riforme costituzionali, continua, “offre una speranza sulla stabilità di governo per attrarre gli investitori che stanno osservando quanto avviene in Italia”.
Un’uscita che assume il valore di una scelta di campo, anche abbastanza netta, in favore della riforma sulla quale gli italiani voteranno in autunno e che scatena perciò le proteste nel centrodestra. E anche nella sinistra dem con l’ex segretario Pd, Pierluigi Bersani, che sbotta: “Cose da non credere. Per chi ci prendono?”.
La presa di posizione di Mr Phillips diventa, insomma, nel giro di pochi minuti un caso politico.
Se non che, trascorre qualche ora e intervengono anche i vertici europei della società di rating Fitch e il tenore della valutazione sul futuro italiano risulta identica.
“Ogni turbolenza politica o problemi nel settore bancario che si possano ripercuotere sull’economia reale o sul debito pubblico, potrebbe portare a un intervento negativo sul rating dell’Italia” afferma il responsabile rating sovrani per Europa e Medio Oriente di Fitch, Edward Parker, nel corso di una conferenza a Londra.
Anche lui: “Se prevalesse il No, lo vedremmo come uno shock negativo per l’economia e il merito di credito italiano”.
Ma è soprattutto contro il rappresentante dell’amministrazione di Washington in Italia che si sono scagliate tutte le opposizioni.
“Il signor ambasciatore Usa si faccia gli affari suoi e non interferisca”, attacca il leader (ancora per poco) leghista Matteo Salvini, noto servo degli interessi russi.
Tra i primi a intervenire anche altri cadaveri che camminano: Altero Matteoli (“È una entrata a gamba tesa”) e il capogruppo di Fi alla Camera Brunetta.
E ancora più pesante Maurizio Gasparri, neo sostenitore dell’ex agente del Kgb: “Siamo convinti che oggi come oggi Putin valga mille volte Obama e riteniamo che l’Italia non sia una colonia e che non sia compito dell’ambasciatore americano in Italia pronunciarsi sul referendum costituzionale”.
È un coro.
Interviene anche Giorgia Meloni, nota sostenitrice della sovranità nazionale (infatti su Regeni non ha speso una parola): “Renzi pretenda le scuse dall’ambasciatore”.
Resuscita un altro cadavere eccellente, Luigi Di Maio, tornato sulla scena per parlare di referendum dopo i giorni bui del caos romano a Cinque Stelle.
“Il referendum di ottobre, novembre o dicembre, ci faccia sapere la data, quando gli farà comodo – scrive – lo sta facendo diventare un voto sul suo personaggio che ha occupato con arroganza la cosa pubblica come ai tempi di Pinochet in Venezuela. E sappiamo come è finita”.
Peccato che fosse il Cile, ma il poveretto è in confusione totale, ormai.
Quello che fa sorridere è che tutti quanti fanno finta di non sapere che in fondo siamo una colonia Usa dal 1946 e che dai grillini ai forzisti fanno a gara per farsi ricevere dall’ambasciata americana (altri da quella russa).
Il senso del ridicolo non ha frontiere, avanti indignados della domenica…
(da agenzie)
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Settembre 13th, 2016 Riccardo Fucile
FONTANA: “LA SOMMA ALGEBRICA DI PARTITI E PARTITINI NON FA UN PROGETTO POLITICO”
Inutile guardare al ’94, l’anno della discesa in campo di Silvio Berlusconi. Per il centrodestra, che deve “ricostruire un’identità politica” e “trovare un nuovo leader”, serve “una scelta chiara” e Stefano Parisi è l’uomo giusto.
Con un editoriale a firma del direttore, Luciano Fontana, il Corriere della Sera delinea la road map del centrodestra.
“Solo una scelta chiara e un leader sostenuto con generosità potranno parlare a un elettorato che si è rifugiato in altri lidi o ha rinunciato alla partecipazione politica. L’Italia ha bisogno di spirito d’impresa anche in politica, e questo Stefano Parisi è in grado di assicurarlo, ma soprattutto di un gruppo dirigente in sintonia con il diffuso disagio economico e sociale. Che sappiano parlare (con idee, programmi, parole d’ordine) in modo semplice agli elettori. Che non si limitino a solleticare la rabbia ma indichino strade ragionevoli di uscita dalla crisi”.
Per il Corriere è una scelta di fatto obbligata
Altrimenti è il solito gioco del cambio del nome al partito e del leader buttato in pasto all’opinione pubblica e trascinato rapidamente nell’oblio. Un gioco praticato troppe volte e destinato a bruciare le ultime speranze degli elettori conservatori senza rappresentanza.
Secondo Fontana, il centrodestra non deve guardare allo spirito del ’94
“Inutile guardare al passato, al mitico ’94, l’anno della discesa in campo di Berlusconi. Quel mondo, politico, sociale ed economico non c’è più. La competizione tra il polo progressista e quello conservatore è stata sostituita da un tripolarismo in cui la sinistra non si sa bene se esista ancora, il centrodestra si è frantumato in tanti pezzi, la protesta e l’insofferenza degli elettori hanno preso la strada di un movimento ancora indefinito, e molto fragile nelle prove di governo delle città , come i Cinque Stelle”.
La via d’uscita, secondo il Corriere, è la costruzione di una “nuova area liberale e moderata”
L’unica possibilità resta la definizione di una nuova area liberale e moderata che sappia sottrarre la destra italiana alle pulsioni populiste. Critica con l’Europa ma attenta a non scivolare in un isolazionismo pericoloso. Il centrodestra non potrà mai rinascere, come pensa qualche colonnello di Forza Italia, come la somma aritmetica di partiti e partitini antitetici, una somma che non fa una politica e un progetto.
(da “Huffingtonpost”)
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